Se il sito LGBT augura la morte agli omofobi

In breve. Il sito Queerblog (“Il magazine LGBT di BLOGO”) ha commentato uno studio statistico denominato Anti-Gay Prejudice and All-Cause Mortality Among Heterosexuals in the United States, a cura di non so chi, secondo il quale chi ha pregiudizi anti-gay vivrebbe meno di chi non ne ha.

Ricerca seria o aria fritta? Va’ a sapere. A naso direi la seconda, ma dovrei leggere lo studio e non ho né tempo né voglia. Comunque a Queerblog lo studio piace, “un documento molto interessante e senz’altro da condividere su Facebook per terrorizzare i più omofobi”. Vi sentite già un po’ terrorizzati?
Però non terrorizzatevi troppo perché “Mik”, l’autore del post, bontà sua ci tiene a specificare che questo “non è incitamento all’odio e alla violenza, ma un semplice invito a mettere sotto agli occhi di tutti i rischi che si corrono quando si è omofobi e dunque ignoranti”. Meno male.

La ricerca però a Queerblog garba, ma non troppo. Sono contenti ma non entusiasti. Perché? Perché, secondo lo studio,

queerblog

“l’aspettativa di vita degli omofobi è di 2.5 anni inferiore rispetto a quella di coloro che vivono senza pregiudizi: cosa cosa? Solo 2.5 anni? Proprio così, ma sempre meglio che nulla.”

Già.
Questi accidenti di omofobi ignoranti vivono ancora troppo a lungo. Mannaggia.
Laddove naturalmente per omofobo, nell’accezione di Queerblog, non s’intende solo il bullo violento che picchia tiranneggia uccide etc. Il titolo della pagina è chiarissimo: “2.5 anni di vita in meno” (troppo pochi, ma pazienza) “per chi discrimina gli omosessuali”. Ah, ecco. Non c’è bisogno di spiegazioni su cosa s’intenda per discriminare.

 Facciamo un piccolo esercizio di fantasia. Un politico di destra o di sinistra si lamenta che gli elettori di sinistra o di destra non crepano abbastanza presto. Che succederebbe?
Figuriamoci poi se un vescovo, un prete, un qualunque giornale parrocchiale di periferia, dimenticasse circa un paio di comandamenti e se ne uscisse con un commento del genere sugli omosessuali. Apriti cielo.
Ma il magazine LGBT, evidentemente, questi problemi non se li pone.

Certo, non ci scandalizziamo troppo. Non è che Queerblog stia suggerendo ai lettori un contributo attivo per abbassare ulteriormente l’aspettativa di vita dell’omofobo medio. Non sia mai: mica incitano all’odio e alla violenza, loro. Si limitano a sperare che tiri il calzino il prima possibile, spontaneamente, senza spargimento di sangue (se non per cause cardiovascolari et similia, al massimo).

Ciò mi conforta.
Diciamo tuttavia che, di questo passo e con i tempi che corrono (anzi ricorrono), non sarò troppo sorpreso se e quando cominceremo a leggere sui muri delle strade qualche vecchio slogan dei bei tempi andati, giusto giusto aggiornato per l’occasione.

uccidere i fascisti non è reato

“UCCIDERE I FASCISTI NON E’ REATO”

 P.S.
Se qualche admin del magazine LGBT si trovasse a passare da queste parti, la pagina in questione è già stata salvata e congelata in molteplici modi. Lo dico così, tanto per.


Dammi ragione sennò muoio

Si lancia dal settimo piano a 21 anni
«Perché offendere un gay non è reato?»

 Quando leggo notizie così penso a Eric Clipperton. Un personaggio di Infinite Jest, il libro capolavoro di David Foster Wallace, che tra le altre cose parla molto di tennis.
Eric Clipperton era un adolescente che voleva disperatamente vincere il campionato e all’uopo aveva inventato la tecnica perfetta: in una mano teneva la racchetta, nell’altra una Glock 17, e giocava tenendosi la pistola puntata alla tempia minacciando il suicidio immediato in caso di sconfitta. Vincere o morire per lui non era solo retorica.
Nessuno, neanche in un ambiente super-iper-ultra-competitivo come l’accademia di tennis in cui è ambientato il libro, riusciva a reggere un simile peso. Così tutti lo lasciavano vincere.
Solo che così nessuna vittoria aveva senso. Ed Eric Clipperton non era mai soddisfatto. Mai.

Il vittimismo può essere un’arma. Il suicidio, minacciato o compiuto, può essere un’arma emotiva particolarmente detonante. Io mi uccido, ma non è colpa mia, è colpa tua. Perciò tu, che osi sfidarmi e contraddirmi, sei un assassino.

L’articolo del Corriere della Sera è subdolo, capzioso. Quel titolo, buttato lì a quel modo, fa immediatamente scattare l’associazione tra il suicidio e la pretesa “emergenza omofobia”. Ti stanno già spingendo a pensare in una certa direzione.
Ti stanno prendendo in giro. Il titolo è fatto apposta per i tanti lettori che si fermano a quello. Nella home page del Corriere apparivano solo quelle due frasi. Bisognava proprio prendersi la briga di seguire il link, aprire l’articolo e leggerlo per scoprire che

Da un anno, forse dopo una delusione sentimentale, il ventenne era in cura per problemi di depressione aggravati anche dall’abuso di alcol e stupefacenti ma la sua omosessualità – confermano dal circolo Mario Mieli – era stata tranquillamente accettata dai familiari. L’aveva detto anche alla nonna.
I carabinieri ritengono che il giovane non avesse problemi perché gay nemmeno fuori di casa ma le indagini proseguono. Anche perché il ragazzo non ha lasciato biglietti d’addio ma solo quei post su Facebook dove si chiedeva perché insultare un omosessuale non fosse ancora considerato un reato.

 Capito come funziona? Per spingere sulla legge-bavaglio ci vuole l’emergenza omofobia, il panico nazionale, la retorica strappalacrime. Servono martiri per la causa e se non ci sono si inventano, si alterano i dettagli, si evidenziano certi particolari e si tacciono altri, si gioca con i forse e con le illazioni.

 Dal sito http://www.gay.it:

Un altro giovane gay si suicida a Roma
Per l’ennesima volta, dunque, un omosessuale della capitale decide di togliersi la vita. Forse a causa della depressione, forse anche a causa delle pressioni della “società”.

 Sciacalli, potevate pure scrivergli il biglietto d’addio, già che c’eravate.
Così funziona il ricatto vittimista: o la società si adegua al pensiero gay più estremo, e sottoscrive ogni virgola dell’ideologia gender, oppure ogni suicidio è colpa nostra. Di noi “omofobi”.

 Ma una democrazia in cui una minoranza, per far approvare una legge che porta al reato d’opinione, usa come arma retorica e scudo umano la propria vita – cioè: la vita dei più deboli e strumentalizzabili – che democrazia è?

suicidio


Taste is taste

masterchef

 Buone feste di Natale, cari telespettatori! Auguri a tutti! Ah, la bellezza del Natale. Tempo di regali, di consumi, di scorpacciate… Oggi vi regaleremo tanti consigli fantastici per il vostro cenone. Per la nostra rubrica “DominusChef”, siamo qui in diretta ad intervistare il più grande cuoco vivente, il mitico… Aerio Sfrigolo!!!

 (applausi dal pubblico)

 Grazie, grazie.

 Aerio, tu sei già leggendario. Dicono che la tua scoperta è la più grande rivoluzione nell’arte culinaria dai tempi della scoperta del fuoco.

 Troppo buoni, sono troppo buoni. Però è vero.

 La tua straordinaria novelle cousine ha fatto immediatamente tendenza e non si contano i tentativi di imitazione, anche se nessuna copia raggiunge l’originale. Ti sei esibito nei migliori ristoranti di tutto il mondo, i tuoi piatti sono venduti a peso d’oro, solo le elité delle elité si si possono permettere di degustare i tuoi manicaretti… io stesso non sono mai riuscito ad assaggiare una delle tue famose ricette…

 Poveretto. Ma non ti preoccupare, ho portato qui un piccolo assaggio.

 (la telecamera inquadra un piatto, riparato da un coperchio lucente)

coperchio

 Oh, grazie! Finalmente potrò dire anch’io di aver mangiato uno Sfrigolo! Ma forse non tutti coloro che ci ascoltano conoscono le tue pietanze. Diamo qualche spiegazione. Cari spettatori, dovete sapere che quest’uomo è un genio. È riuscito a inventare un cibo completamente nuovo, senza usare nessuno dei vecchi ingredienti fino a questo momento usati! I suoi manicaretti si basano su un procedimento talmente moderno e progredito, che ha richiesto un apposito brevetto ed è coperto dal più rigoroso mistero. Giustamente Aerio ha sempre rifiutato di farsi vedere mentre cucina, perché…

 Scusa se ti interrompo. Faccio una precisazione. Tutto quello che hai detto è vero, tranne una piccolo dettaglio: il mio cibo non è del tutto nuovo. Io, oltre ad essere un grande chef, sono anche un appassionato di storia e archeologia e ho svolto privatamente delle ricerche. Anche se nessuno nella storia dell’umanità aveva mai preparato questo cibo secondo il mio metodo brevettato, che ovviamente lo rende molto più gustoso, ho scoperto che esso ha fatto parte dell’alimentazione di molte culture del passato. Anche alcune tribù africane tuttora lo integrano nella propria dieta. Il mio è il piatto del futuro, della modernità, ma eredita anche la saggezza esoterica degli antichi, quando l’uomo viveva in armonia con la Natura…

 È vero, è vero, è verissimo.

 E poi è scientificamente dimostrano che anche tantissime specie animali, per esempio i dinosauri e il dodo, si sono nutrite di questo cibo. Se lo fanno pure gli animali, chissà che benefici ne può trarre la specie umana…

 Ma è straordinario! E dove potremo leggere tutte queste sbalorditive rivelazioni storiche?

 Nel mio prossimo libro, “il vangelo secondo Aerio”. Ecco, questa è la copertina.

 Meraviglioso. Cari spettatori, non fatevelo scappare. Ma a questo punto molti saranno curiosi di sapere qual è questo cibo misterioso, vogliono vedere cosa si nasconde sotto quel coperchio. Aerio, vogliamo mostrare il tuo capolavoro al pubblico?

 Ma sì, facciamoli sbavare un po’, è Natale.

 (lo chef solleva il coperchio e mostra il piatto. Si alza un lungo “oooohhh” dal pubblico in sala.)

piatto-ovale_0

 Ehm, è… cioè… come dire… wow! Non ho parole!

 Eh, già! Fantastico, eh? Completamente invisibile e inodore! Anche se, ovviamente, non insapore. Ecco, tiè, prenditi una forchettata.

 (lo chef avvicina la forchetta al piatto vuoto, la gira un po’ nell’aria, e poi la porta alla bocca spalancata del giornalista che deglutisce rumorosamente)

 Ma è… mhmhmhmh… è buonissimo! Non ci posso credere! È buonissimo! Quest’aria è la cosa più buona che abbia mai mangiato in vita mia! SONO COSÌ FELICE!!!

 (lunghissimi applausi del pubblico entusiasta)

 Cari spettatori, dovete credermi, non avevo mai assaggiato niente di più squisito. Quest’uomo ha inventato un procedimento per cuocere l’aria e trasformarla nel cibo più prelibato che sia mai stato mangiato!

 Sì, sì, grazie, sei troppo buono. Però è vero.

 Ma come ci sei riuscito? Vogliamo spiegare ai nostri spettatori come anche loro da casa possono cucinare…

 Ahò, e mica lo vengo a dire a te.

 Ehm. Giusto, giusto. È tutto brevettato. Ma è un peccato che solo i più ricchi e potenti potranno…

 Aspetta, aspetta. Colgo l’occasione per fare uno straordinario annuncio. Vedi, io, anche se sono ricco sfondato, ho una coscienza e amo i poveri. Non voglio lanciare messaggi politici perché la politica fa schifo, faccio solo incidentalmente notare che il sangue è rosso e il cuore sta a sinistra. Comunque: io non voglio discriminare, penso che tutti hanno diritto a comprare quello che vendo, anche chi non si può permettere il ristorante superfigo. Perciò ho deciso che dall’anno prossimo invaderò i supermercati di tutto il mondo con una mia linea di prodotti, a prezzi abbordabili, anche se ovviamente di qualità inferiore.  Confezioni di aria già pronta per il forno, la pentola, la padella… addirittura aria da fare al microonde, va’, pure per quegli sfigati.

 Meraviglioso, meraviglioso. Questa è una vera rivoluzione nella storia dell’alimentazione.

 Io credo nella generosità verso gli ultimi. Che poi lo dice anche il papa.

 Applauso, applauso!

 Sottolineo che nei miei spot rappresenterò una realtà moderna, multiculturale, tollerante, con tutti i tipi di famiglie, tutt* content* di mangiare la mia aria…

 APPLAUSO!!!

 (scroscianti applausi dal pubblico)

 Aerio, descrivici i premi che hai ricevuto…

 Sarebbero troppi. Vi dico solo che alla FAO mi adorano e mi hanno già dedicato un paio di sale conferenze. Inoltre è già pronta una risoluzione ONU per stabilire che l’aerofagia è una variante naturale dell’alimentazione umana. Hanno idee veramente interessanti per la mia cucina: sempre per quel discorso di aiutare gli ultimi, vogliono che d’ora in poi la maggior parte degli aiuti alimentari ai paesi poveri sia composta dai miei prodotti, il cui principale ingrediente è estremamente difficile da cucinare, modestamente parlando, ma molto facile da reperire. Così in breve tempo risolveremo due problemi in un colpo solo: la fame nel mondo, e la sovrappopolazione!

 Il valore della SOLIDARIETÀ!!!

 (applausi, applausi, applausi)

 Mi ha scritto Giovanni Sartori, dice che è entusiasta. Il prossimo 15 agosto mi fa un editoriale così.

 Te lo meriti, Aerio, te lo meriti. Tu sei un vero benefattore dell’umanità.

 Sì, sì, grazie, sei troppo buono. Però è vero. In Europa poi sono già al lavoro su una normativa comunitaria che renderà obbligatorio l’inserimento dei miei menu nelle mense scolastiche. La mia dieta non deve essere discriminata, deve avere uguale diritto di rappresentanza, come tutte le altre diete. I bambini vanno educati fin da piccoli al buon gusto alimentare e al rispetto della differenza.

 Anche un paladino dell’infanzia. Ma ascolta, Aerio: adesso per onestà intellettuale dobbiamo dire che, oltre a tantissimi premi e complimenti, tu hai ricevuto anche alcune critiche. Siccome noi siamo onesti e dobbiamo fare il contraddittorio, dobbiamo dare un po’ di spazio anche a queste voci contrarie.

 Ok. Pronto. Dove sta il tizio?

 Quale tizio?

 Quello contro. Quello che devo distruggere.

 No, no, Aerio, non funziona così… Noi non facciamo quel vecchio tipo di contraddittorio. Facciamo quello nuovo, quello conforme alla nuove linee guida antirazzismo. Siamo deontologici, noi. Funziona così: abbiamo selezionato da varie fonti, giornali web eccetera, quelle che secondo noi sono le più significative obiezioni che ti vengono mosse; io te le dico e tu mi rispondi. Tutto molto deontologico, appunto. Sei pronto?

 Daje.

 Bene. Allora, tanto per cominciare, alcuni criticano il tuo cibo dicendo che… ehm… non è veramente cibo. Secondo loro, questo non è il modo naturale di nutrirsi. Fanno notare che l’aria non ha proteine, carboidrati, vitamine… eccetera eccetera… apporto calorico zero, principi nutritivi zero… Insomma, la tua dieta alimentare – dicono – non è una vera dieta alimentare, è innaturale, è inutile per la sopravvivenza biologica. Ecco. Cosa vuoi rispondere?

 (lo chef scoppia a ridere. Scoppia a ridere anche il pubblico. Ride anche il presentatore. Ridono tutti.)

 Ah, ah. Me sò fatto na panza così de risate. Carissimo, io non ho paura del dialogo, infatti queste scemenze te le smonto subito. Vedi, il problema di questa gente è che sono molto arroganti e presuntuosi, e pretendono di essere loro a decidere cosa è naturale e cosa non lo è. Però sono anche molto ignoranti, e sono rimasti un po’ indietro con la storia e la filosofia, questi somari. Da almeno tre secoli tutti sanno che la natura è cultura e che ci sono tante culture diverse tutte uguali: la natura con la n maiuscola non esiste…

 È vero, è vero, è verissimo.

 Bravo. L’alimentazione, vedi, è solo un fatto culturale. Il cibo ha sempre avuto tante funzioni diverse: c’è la funzione del piacere, la sensazione delle papille gustative, ma c’è anche l’estetica, il modo di disporre il cibo nel piatto… e poi la funzione sociale, mangiare da soli è molto diverso dal mangiare in compagnia. E la funzione politica di certi cibi che sono un simbolo nazionale, come la pizza, o una metafora religiosa, come il pane e il vino…

 Va bene, va bene. Insomma mangiare serve a tante cose. E dunque?

 Dunque, è una stupidaggine dire che il mangiare è finalizzato al nutrimento! Ma dove sta scritto che lo stomaco serve “naturalmente” a nutrirsi? Tutto quanto, compreso il nostro corpo, ha solo la funzione che noi decidiamo di dargli. Oppure questi presuntuosi pretendono di avere il manuale d’istruzioni dell’essere umano? Il nutrimento è solo un fatto accidentale, una sovrastruttura culturale. Non esiste “il” modo naturale di mangiare: un cibo non-nutriente è assolutamente uguale a un cibo nutriente, non c’è proprio nessuna differenza. È una questione puramente soggettiva, di gusti individuali o collettivi. Come dice un mio amico americano… taste is taste, il gusto è gusto. E basta.

 Taste is taste. Lapidario. Perfetto.

 Esatto! Poi uno dice la differenza biologica, il valore nutritivo, le vitamine… vabbè, ma questi sono dettagli accessori! Perciò una legge giusta deve ignorarli, deve cancellarli, deve fare come se non ci fossero proprio.

 Giustissimo, giustissimo! Mi hai pienamente convinto. Hai ragione su tutto! Ma scusa se ti devo esporre un’altra obiezione.

 Spara.

 Ecco, questi stupidotti dicono pure che, se si arriva a dire che l’aria è un cibo naturale al pari di qualsiasi altro, a questo possono esserci cibi fatti di qualsiasi cosa, metalli, plastica… allora perché non anche la coprofagia? Se la legge riconosce l’aerofagia come variante naturale dell’alimentazione, da introdurre nei ristoranti mense scolastiche eccetera, allora prima o poi dovrà riconoscere anche tutto il resto. Ecco. Arriveremo a dare da mangiare la cacca ai nostri figli. Dicono. Cosa rispondi?

 Bah, perché no?

 Perché… cosa?

 Mangiare cacca, dico. Perché no? Se il fornitore dell’ingrediente è d’accordo, ovvio. Taste is taste, ricorda. Taste is taste. Anche questa è una variante naturale della…

 Ehm… sì. un punto di vista molto interessante, caro Aerio, molto coraggioso. Ma credo che possiamo concludere qui il nostro contraddittorio, che tu hai superato brillantemente. Sei stato bravissimo. Ci fosse stato in sala uno dei tuoi critici, alla fine avresti convinto pure lui.

 Sì, sì, grazie, sei troppo buono. Però è vero.

 Mi dicono dalla regia che dobbiamo chiudere, il tempo è quasi finito. C’è un’ultima cosa che vuoi dire ai nostri spettatori?

 Sì. Sapete, io ho un sogno… sotto sotto, sono un idealista… vedo il mondo del futuro come un grandissimo ristorante dove la gente va, si siede, e mangia a occhi chiusi, senza sapere cosa. Uno mangia carne, un altro pane, un altro ancora la mia aria… e così via… e poi pagano lo stesso prezzo. Alla fine pagano tutti uguale. E sapete perché?

 …

 Perché TUTTI I CIBI SONO UGUALI, ecco. E anche le persone: TUTTI SIAMO UGUALI, QUALSIASI COSA MANGIAMO. Viva l’uguaglianza, no alla discriminazione. Questo è il mio sogno, il mio messaggio di pace, di fratellanza, di…

 Signore e signori, questo è… Aerio Sfrigolo! Applausi, applausi, APPLAUSI!!!

 (tutti applaudono. Lo chef trattiene visibilmente le lacrime e alza le braccia per una standing ovation.)

 Grazie, grazie, grazie.

 Grazie a te, Aerio, grazie a te.

 E ora, in studio, a voi la linea: dopo l’aria fritta, di che vogliamo parlare?

 


***


L’allegoria è palese e non sto a spiegarla. Idem per il titolo.
Il racconto è lo sviluppo narrativo di un commento che avevo fatto circa un anno fa in un post di Berlicche.
http://berlicche.wordpress.com/2012/11/08/meno-male-che-ce-nerone/#comment-41401
Inizialmente pensavo a un post “filosofico” sul rapporto tra natura e cultura, il misconoscimento dell’oggettività naturale, uguaglianza e differenza, bla bla bla. Ma nei miei momenti migliori, quando penso a idee, vengono fuori personaggi e storie.
Volevo prepararlo per Natale, ma sono il solito ritardatario indaffarato.

Buone feste di Natale (fino all’Epifania si può ancora dire), buon 2014…

Mangiate bene.


Babele 2.0

L’imputato parlava molto lentamente.

“Chi non è cattolico fa schifo, è un sub-umano. Chi non è cattolico deve andare in prigione e brucerà all’inferno. Il catechismo cattolico deve diventare legge dello Stato e il Papa deve diventare il padrone del mondo. Dio odia lo Stato laico. Dio odia chi non è cattolico. Dio odia…”

I giudici non riuscirono a capire il resto della frase, letteralmente sepolta dai boati della folla urlante. Ma ormai non importava più, avevano sentito abbastanza, e raramente avevano ascoltato qualcosa di più agghiacciante. Praticamente ogni sillaba che usciva dalla bocca di quel fondamentalista era l’apologia di un qualche reato, dal femminicidio alla teocrazia, dall’omofobia al delitto di lesa autodeterminazione, non mancava nulla. Lo interruppero mentre blaterava qualcosa sui grumi di cellule, voleva imporre le sue opinioni agli altri, tipico dei cattolici, gente malata.
Quei fanatici erano erano un pericolo per la società. Lasciarli a piede libero era impensabile. I liberi cittadini andavano protetti dalle loro menzogne.
La camera di consiglio fu veloce, la sentenza equa, l’esecuzione immediata. Il pubblico applaudì e chiese il bis. C’erano altri prigionieri da giudicare, ma Nimrodio ne aveva abbastanza. Amministrare la giustizia era un lavoro stancante. Diede a un collega di cui si fidava la delega per votare anche a suo nome, salutò gli altri magistrati e prese il primo aerobus per tornare a casa.

“Cara, sono tornato.”
“Amore, finalmente! Mi sei mancato tanto!”
La voce dolce e familiare di sua moglie lo accolse dalla cucina, mentre Nimrodio si svestiva nel pianerottolo.
“Oh, sapessi, che giornata.”
“Povero tesoro, devi essere distrutto. Tu ti fai in quattro per meritare il tuo mega-stipendio, io invece faccio una vita da favola grazie a te.”
“Ma no, non esagerare, anche tu hai un lavoro…”
“Sì, ma non è certo faticoso e importante come il tuo. Non preoccuparti, adesso penso a tutto io. Tu stenditi sul divano e accendi la olovisione, intanto preparo la cena, so già quello che ti piace”.
“Tesoro, sei fantastica, davvero… sei perfetta!”
“Mai quanto te! Ora riposati, e recupera le energie per il dopocena… ihih! Guardiamo assieme la partita della tua squadra, vincerà sicuramente, e poi andiamo a letto e facciamo tutto quello che vuoi. Anelo la tua virilità mastodontica, non ho pensato ad altro per tutto il giorno!”
“Uahaha, sei proprio una birichina…”
Andò sul divano e si aprì una birra intanto che aspettava la cena. All’ologiornale parlavano dei processi di quel giorno ed elogiavano il suo lavoro. Procedendo a quel ritmo, la setta teocratica sarebbe stata sgominata nel giro di pochi anni, e a quel punto la carriera sua sarebbe decollata. Addirittura lo speaker nel servizio citava per intero, virgole punti e virgola e tutto quanto, un brano della sentenza scritto da lui, proprio lui! Ah, domani gli altri giudici sarebbero schiattati d’invidia. Gongolò a immaginarsi la faccia di Nembrotto, il suo vicino di scrivania, quell’incapace arrogante…
Distratto nei suoi pensieri, Nimrodio badò a malapena al resto dell’o.g., l’attenzione gli tornò soltanto quando vennero le previsioni del tempo presentate dalle donne nude safficheggianti. L’olovisione in HD e grandezza naturale valeva ogni centesimo pagato.
Poi partì la sigla di chiusura e in quel momento guardò l’orologio e realizzò che si era fatto tardi, e né sua moglie né la cena erano arrivate.
Strano.
“Tesoro… tutto bene?”
Nessuna risposta. Ma che cavolo. Molto seccante. Era quello il modo di comportarsi?
“Cara, ma che stai facendo?!?”
Silenzio.
Ora era un po’ preoccupato. Le fosse successo qualcosa? Un incidente domestico? Rabbrividì all’idea. Lui era un giudice equo e probo, ma certi suoi colleghi appioppavano condanne per femminicidio al primo livido, senza manco disporre una CTU. Cane non mangia cane, però…
“Amore, ti prego, rispondimi!”
Si alzò a fatica dal divano, corse in cucina e trovò sua moglie seduta a piangere, senza parlare e senza neppure singhiozzare. Lo guardava in silenzio, rigida, mentre le lacrime scendevano lungo le guance. Alzò una mano facendogli cenno di stare fermo, di non avvicinarsi, di non parlare.
Nimrodio era frastornato. Ma che era quella novità? Il mondo era sottosopra? Quando mai sua moglie aveva sofferto di depressione?
Lei si portò la mano all’orecchio e fece il gesto di togliersi qualcosa.

 

Allora lui capì.
Si era dimenticato, un’altra volta, di togliersi il babelfish dopo il lavoro. L’aveva lasciato lì nella cavità auricolare e quello aveva continuato a tradurre tutto quello che sentiva.
Mannaggia.
Si levò il dannato affare così in fretta da farsi male, buttandolo nel lavandino. Il pesce di Babele non si lamentò, resto lì a mangiare i grumi di cerume che gli erano rimasti appiccati, per lui dovevano essere un bocconcino prelibato.
“Tesoro! Perdonami! Mi ero scorda…”
Ma improvvisamente lei abbandonò la sua quiete.
“SEI UNO STRONZO!!!”
Prese una scopa e cominciò a dargliela addosso, furibonda, mentre lui era ancora scioccato e non riusciva a far altro che tentare vanamente di difendersi.
“Stronzo! Egoista! Per l’ennesima volta torni a casa con quel coso nell’orecchio e non te lo togli neanche per mangiare! Non ne posso più! Fai schifo! Vaffanculo! TI ODIO!!!”
“Ti prego, amore, non merito… ouch!”
“Mi tratti come se fossi uno dei tuoi imputati! Parlo parlo e non ascolti mai quello che dico! Hai la testa sempre altrove, pensi solo alle tue cose, ai tuoi processi, alla tua carriera!”
“Ma lo faccio per te! La mia carriera è importante per la nostra famiglia, noi… ahia! Basta! Pietà!”
“Anche io ho un lavoro! Credi che non sia importante quanto il tuo? Credi che i robot per pulire la casa si programmino da soli? Non ti interessi mai di quello che faccio, non mi chiedi mai com’è andata la MIA giornata! Oppure lo chiedi per finta e poi non mi senti, hai il babelfish acceso e chissà cosa stai pensando di ascoltare!”
“Basta! Basta! Ti ho chiesto scusa! Non è sufficiente? Cos’altro pretendi da me?”
Lei si fermò, ansante, gli occhi di ghiaccio. Nimrodio si tastò dolorante un paio di costole, probabilmente incrinate, e si leccò il sangue da un taglio sulla faccia. Era imprigionato in un angolo della cucina e  sua moglie incombeva minacciosa, con quella maledetta scopa modello de luxe che lui le aveva regalato per il quinto anniversario.
“Voglio” disse livida “che butti nell’immondizia quell’aggeggio e non te lo metti più. MAI più.”
Panico.
“Amore, ma non ti basta se me lo tolgo quando stacco dal lavoro? Lo lascio in tribunale e…”
“L’hai già promesso tante volte, e poi te ne sei dimenticato comunque.”
“Questa volta manterrò la promessa.”
“Anche questa promessa l’hai già fatta, e infranta. Non mi fido più. Si vede che il pesce dà assuefazione. O me, o lui. Deciditi!”
“Ma non è possibile! Mi serve! Come faccio senza?! Tutti i colleghi lo usano! Come faremmo altrimenti a fare tanti processi al giorno? Io, noi, loro…”
Preso dalla disperazione, si ritrovò a improvvisare su due piedi un bignami di storia forense, difendendo l’esistenza e l’utilità anzi la necessità del babelfish, la meravigliosa invenzione biotecnologica che assorbiva le frequenze inconsce, le masticava, le digeriva e le defecava in una matrice di frequenze consce diretta verso i centri cerebrali del linguaggio. Se indossavi un babelfish nessuno poteva mentirti, perché convertiva quello che uno ti diceva in quello che tu già sapevi che lui voleva veramente dire. Il pesce di babele aveva rivoluzionato la procedura civile e penale, nessun giudice poteva più essere preso in giro dagli imputati, l’interrogatorio diretto aveva sostituito e reso obsoleti tutti gli altri mezzi probatori. Perciò lei non poteva chiedergli di rinunciare al babelfish, non poteva assolutamente non poteva, tutto ma non quello, se non lo usava l’avrebbero tolto dai processi importanti, la sua carriera…
“AAAAAAHHHH!!!!!!”
La scopa si abbattè ancora, implacabile.
“Se nomini ancora una volta la tua carriera, giuro che questa scopa la uso per fare una cosa che non hai mai visto neppure nel peggiore dei tuoi porno. Non me ne frega niente della tua carriera. Non me ne frega niente neppure dei tuoi imputati. Condannateli appena li catturate, tanto cosa li fate parlare a fare?”
“Amore, dipendesse da me lo farei subito. Quella gente non merita rispetto. Pensa che l’altro giorno uno dei loro capi ha detto che si possono violentare le donne che hanno abortito. Bastardi schifosi, io li affiderei tutti al boia e buonanotte. Ma noi giudici dobbiamo essere giusti, bisogna rispettare il codice, la procedura, gli articoli…”
“Che poi magari non dicono neppure davvero quello i quotidiani dicono che loro dicano.”
“Non è vero! Non è vero! Queste sono le bufale messe in giro dai tecnofobici oscurantisti che odiano la scienza! Il pesce-babele ha un margine di errore soltanto del 6,66% e comunque ciò che gli imputati dicono è sempre attendibile nel suo senso generale, anche se non nelle singole formulazioni. Guarda, in teoria sono anche disposto a ipotizzare che talvolta qualcuno non abbia detto alcune delle cose che gli ho attribuito, ma questo non conta! Quelle cose sono comunque importanti per far capire alla gente chi era lui, come pensano i cattolici! E poi c’è la prova del nove! Vedi, quando noi giudici interroghiamo un prigioniero con il babelfish, verbalizziamo le sue dichiarazioni e le mandiamo a tutti i giornali per l’edizione del giorno dopo, così tutti possono leggerle e farsi un’opinione autonomamente. Anche i cattolici stessi le leggono, indubbiamente, mentre si nascondono in clandestinità. Ebbene, ci hanno mai fatto contestazioni? Si sono mai lamentati? NO! Nessun giornale ha mai pubblicato una loro lettera di protesta, e nessun prigioniero sotto interrogatorio ha mai ricusato i nostri verbali!”
“Questo spiega tutto, in effetti.”
“Sì! Esatto! BRAVISSIMA! Perciò tu certamente capisci, cara, che il mio lavoro è importantissimo per la società, la mia c…” si interruppe, terreo, al suo sguardo truce.
“Insomma, non puoi proprio rinunciare a quel coso.”
“Io… eh… no. Ma ti prometto, ti garantisco, ti giuro solennemente, amore mio, che…”
“Allora non mi resta che una sola cosa da fare.”
Gli diede l’ennesima botta in testa.

 Quando riprese coscienza, la cucina era vuota. Il pesce di babele era stato spiaccicato. Lei non c’era più. La chiamò, la cercò paurosamente in ogni stanza: se n’era andata. E con lei se ne erano andati tutti i suoi vestiti, tutti i suoi gioielli, tutto quanto.
Quello che non era scomparso era distrutto. Aveva fatto a pezzi tutto quello che non poteva portare, l’olovisione costosissima, il divano, la scrivania del suo studio. Il letto su cui si erano tanto divertiti ora aveva la rete sfondata e il materasso squarciato. Non capì dove fossero finiti tutti i suoi manuali di diritto finchè non realizzò la singolarità del camino acceso nel mese di messidoro.
Anche il frigorifero era vuoto. Niente da mangiare per cena. Restava solo la birra, che lei gli aveva lasciato probabilmente come implicito suggerimento di darsi all’alcolismo.
Decise di accettare il suo consiglio.

 

Si risvegliò la mattina dopo, la testa rintronante, il telefono che squillava senza sosta. Dormire sul pavimento non aveva migliorato la situazione della sua schiena. Gemendo, si trascinò alla cornetta e rispose biascicando.
Era Nembrotto, il suo vicino di scrivania.
“Nimrodio! Ma che fine hai fatto? Ti stiamo aspettando! Dobbiamo andare avanti con i processi! Oggi abbiamo un pezzo grosso, uno col berretto rosso! Se ci andiamo giù abbastanza pesante, magari riusciamo a farci confessare dove si nasconde il tizio vestito di bianco! Non puoi mancare! Corri qui! Sbrigati!”
“Io… non posso… malato…”
“Ah, mi spiace molto. Pazienza. Ho la tua delega, vero? Posso mettere anche il tuo nome?”
Tra le sue tempie martellenti si fece faticosamente strada la vaga immaginazione delle stupidaggini pseudogiuridiche che quell’idiota sarebbe stato capace di scribacchiare e sottoscrivere con la sua firma. Gli poteva rovinare la carriera.
“Eh… veramente… cioè, ti ringrazio tanto dell’offerta, sei premurosissimo, un vero amico… tuttavia, ecco, senza offesa, io invece preferirei dare la mia delega a qualcun altro, per favore passami al telefono…”
“Ah ah, lo so! Sei gentilissimo, come sempre. Ti ringrazio. Non preoccuparti. La tua fiducia non poteva essere riposta in mani migliori.”
“Sì… io… cosa? Non ho capito…”
“Allora siamo d’accordo, firmo anche per te.”
“No… fermo… aspetta…”
“Va bene, lo terrò a mente.”
“NOOOOO! Nembrotto, aspetta, tu… anche tu ieri sera hai dimenticato di toglierti il babelfish! Fermo! fermo! Devi levartelo dall’orecchio! Senti quello che ti dico! Nembrotto, tu devi ascoltarmi, devi…”
“SÌÌÌÌÌÌ! È vero! Ho visto anche io l’ologiornale ieri sera! A un certo punto lo speaker nel servizio ha citato per intero, virgole punti e virgola e tutto quanto, proprio il brano che avevo scritto io! Che grandiosa soddisfazione! Bravissimo, sei stato l’unico ad accorgertene, qua nessun altro mi ha detto niente! Staranno tutti schiattando d’invidia! Sei proprio un grande amico!”
“no, no, Nembrotto, ti sbagli! L’ologiornale ha citato me, ha parlato del mio lavoro… non ci senti bene… togliti il pesce dall’orecchio, toglitelo! Ascoltami, tronfio babbeo, devi ASCOLTARMI!!! Sturati le orecchie! Cretino! Deficiente!”
“ah ah, basta, non merito tutti questi elogi. Carissimo, è sempre un piacere discutere con te che sei tanto intelligente e sai riconoscere l’altrui valore, ora però devo proprio andare. I criminali aspettano tremanti, la giustizia chiama. Mi raccomando, riposati. Salutami tanto tua moglie, sono sicuro che con le sue amorevoli cure ti rimetterai in men che non si dica. Ciao!”
“NOOOOOOOO! Fermo! Ascoltami… ascoltami… ascoltami…”
Silenzio. Aveva riattaccato.

“Nembrotto, ascoltami… ascoltami… ascoltami… ascoltami… ascoltami… ascoltami… ascoltami… ascoltami… ascoltami… ascoltami… ascoltami… ascoltami… ascoltami… ascoltami… ascoltami… ascoltami… ascoltami… ascoltami… ascoltami… ascoltami… ascoltami… ascoltami… ascoltami…”

 


L’amore è un apostrofo rosa tra le parole “ti lascio”

Commento velocemente, in pochi minuti strappati a molte cose da fare nella vita offline, un fatto marginale ma non insignificante, segno dei tempi.

Scopro casualmente l’esistenza del libro “101 modi per dimenticare il tuo ex e trovarne subito un altro”, di Federica Bosco, Newton Compton 2011. Quarta di copertina:

 Quando una storia finisce male, sul campo non restano che macerie, fumo, ambulanze e un ferito grave: quello che è stato colpito dalla granata. L’altro è già scappato lontano. Se solo ci fosse un modo per smettere di soffrire a comando, se bastasse una parola magica per tornare indietro e lasciarlo prima che ti lasci lui… Ma chiuderti in te stessa non serve, non lo farà tornare e non ti farà star meglio: l’unico modo per sconfiggere il dolore è reagire. […]E infine, la terapia d’attacco: un insieme di idee per rifare il look alla tua vita, riconquistare la fiducia in te stessa ed essere pronta a un nuovo amore.”

 Fate attenzione al titolo del libro: potenza del linguaggio, una sola lettera è decisiva per il significato.

 Se il titolo fosse “dimenticare il tuo ex e trovare subito un altro”, l’aggettivo “altro” sottintenderebbe un sostantivo pacificamente ovvio: altro fidanzato, marito, compagno, uomo purchessia.
Invece, in “dimenticare il tuo ex e trovarne subito un altro”, per quella n di troppo trovarne = verbo trovare + particella ne, riferita alla parola ex. Perciò è proprio a questa parola che si lega l’aggettivo “altro”.
La parola ex, mi conferma lo Zanichelli, ha funzione sia di aggettivo sia di sostantivo. Quest’ultimo è il caso dell’accezione sentimentale, il mio ex, la mia ex, la persona con cui è terminato un rapporto amoroso.
Crudele morfosintassi: per com’è scritto, il titolo significa “trovare un altro ex”. Il che, considerato il target del libro, è tragicomico.
Sventurata pulzella, non farti illusioni: anche il prossimo tizio ti lascerà, o tu lascerai lui, o vi lascerete consensualmente, insomma finirà pure il prossimo giro di valzer.
L’amore è a tempo determinato, questo il sottinteso postulato.

Tre possibilità. La prima è che chi ha deciso il titolo del libro non padroneggiasse perfettamente la grammatica e non si fosse reso conto delle implicazioni semantiche. L’idea è triste, la Newton Compton è la mia casa editrice preferita, saperla ricettacolo di redattori incompetenti mi addolora.
La seconda è un lapsus freudiano, possibile, comunque ricordate che Freud è soltanto un simbolo fallico.
La terza è che colui o colei se ne rendesse conto, e che il titolo sia voluto proprio così per chissà quali motivi (autoironici?), forse nel libro sono spiegati, per saperlo dovrei leggerlo ma non ho voglia.

Non voglio lanciare facili giudizi derisori sul libro, magari è pure ben scritto, non è questo il punto.
È solo un piccolo aneddoto, ma rende bene l’immagine di una società ormai, più che “liquida” alla Zygmunt Baumant, direi evaporata proprio nel senso cinetico del termine: singoli che si accoppiano e si disaccoppiano in rapida successione, non ci sono più legami (al limite solo “lègami”, nel senso del gioco erotico), gli individui come molecole in perenne moto browniano sentimental-sessuale.

Riccardo Ruggeri, un pensatore che giudico molto saggio, qualche settimana fa, commentando questo modello di «singoli apolidi politicamente corretti, concentrati su loro stessi nel consumare la vita, intesa solo come soddisfazione e piacere» informava i lettori di una nuova frontiera della società liquida:

gli avanguardisti californiani hanno innovato uno degli istituti più antichi: il testamento. In California, questi prototipi umani avanzati sono detti «Skier» (Spending the kids’ inheritance; spendono l’eredità dei figlioletti). Semplicemente dilapidano tutti i risparmi della Famiglia, mobili e immobili. Certo, se sbagliano la programmazione sono spacciati: o diventano barboni, o si affidano all’eutanasia statale o parastatale, o si suicidano all’antica. […]

Una società di monadi, in fuga dal passato, avide di presente, senza futuro.
L’amore è diventato un apostrofo rosa tra le parole “ti lascio” (al verde?).

La morale di questo post è che bisogna prestare attenzione ai titoli e alla grammatica.
Infatti, qualcuno avrà già notato qualcosa di strano nel titolo del post: come fa l’amore ad essere l’apostrofo in “ti lascio” se, tra queste due parole, non c’è nessun apostrofo?

Appunto.


Push the Button!

 

Morale naturale for dummies (ivi incluso Paolo Flores d’Arcais).
Provo a spiegare in modo basilare e comprensibile che il bene oggettivo esiste; per fare ciò userò un esempio preso da LOST, la mia serie tv preferita.

(per inciso LOST è un capolavoro perché ha portato in tv la filosofia come genere narrativo, ma questo è un mio opinabile punto di vista e un discorso a parte; se non siete d’accordo, continuate pure)

Supponete che vi capiti di entrare in possesso di una scatola da cui dipende il destino dell’universo. Per comodità narrativa facciamo che la scatola è stata inventata da uno scienziato pazzo vostro amico – quel tipo di scienziato pazzo che quando va al bagno inventa il flusso canalizzatore per viaggiare nel tempo, quel tipo di scienziato pazzo delle cui capacità non dubitate affatto – che per bizzarri motivi vi affida la scatola scongiurandovi di farne saggio uso.
Il funzionamento della scatola è semplice. C’è un bottone che deve essere periodicamente premuto. Non è necessario che sia una periodicità di 108 minuti; per semplificare le cose ipotizziamo che sia un compito che non richiede alcun sacrificio. Se si preme l’interruttore, il mondo va tranquillamente avanti come ha sempre fatto. Se non si preme l’interruttore, parte una reazione a catena che provoca L’ANNICHILIMENTO DELL’UNIVERSO. Una specie di Big Bang inverso e istantaneo. Finisce tutto, non resta letteralmente più niente, nulla, zero, insieme vuoto, Ø, [   ].
Chiaramente la premessa richiede una certa dose di sospensione d’incredulità, ma fatela questa sospensione, perché qui non interessa la verosimiglianza tecnica della cosa – che peraltro è fantascientifica ma non necessariamente impossibile, o almeno non possiamo escluderlo a priori – ma piuttosto le implicazioni morali della stessa.
Allora insomma bisogna decidere, premere o non premere il bottone.
Domande:

  1. Cosa fate?
  2. Perché lo fate?
  3. Cosa è giusto fare?

 Andiamo oltre. Supponiamo che lo scienziato abbia affidato non a voi soli la scatola, ma a voi e un amico vostro. Ed ecco che, quando si arriva al dunque, l’amico se ne esce dicendo che no, lui il bottone non vuole premerlo. Non spiega perché, ma vuole che il mondo finisca, vuole che tutto smetta di essere. Qualcuno non è d’accordo? E chi se ne frega.
Piglia la scatola e scappa, per evitare che possiate premere il bottone.
Che fate, gli correte appresso?

L’esempio è estremo, ma l’intellettualismo postmoderno è arrivato a un tale punto di impazzimento che servono esempi estremi. Questo ci pone di fronte a un’alternativa infinitamente amletica: o l’essere o il niente, tertium non datur.

E dunque ditemi, cari lettori: vi passa seriamente per la capa di dire che le due opzioni – premere o non premere il bottone – sono oggettivamente indifferenti? Che l’una vale l’altra? Che è una questione di giudizio soggettivo, esclusivamente radicato nella “coscienza” autonoma e nella libera scelta del soggetto agente? Che non c’è nessun intrinseco “questo è meglio di quello”? Che se l’universo, le cose che sono, gli enti tutti quanti, la res cogitans e la res extensa, le sostanze gli accidenti e li mortacci tua, se essi potessero in qualche modo impersonificarsi per un istante e prendere parola, ci direbbero…?
ma sì, che ce frega, pigialo oppure non pigiarlo ‘sto bottone del cavolo: per noi è la stessa cosa!

Insomma: si può dire che da questo FATTO – l’universo è, le cose sono, noi esistiamo o quantomeno cogitiamo di esistere, e quello che è continua ad essere – non si può in alcun modo ricavare un qualche minimo VALORE di preferenza di un’opzione rispetto all’altra ?

 Presumo che una nutrita schiera di lettori – cattolici, teisti razionali, atei, vattelapesca – avrà già raggiunto la conclusione che SI DEVE premere quel fottuto interruttore. Che È MEGLIO rincorrere quello stronzo che se l’è data a gambe (qualcuno dalla regia aggiunge: dargli pure un fracco di botte) ed evitare che l’universo sprofondi nel nulla cosmico, e noi con esso.

 Invece i soggettivisti radicali, se volessero essere coerenti con i loro assiomi, dovrebbero rispondere sì a tutte quelle domande: perché secondo loro dal fatto (ciò che è) non si può dedurre l’etica (ciò che deve essere). Le cose che sono, “sono” e basta. Non esiste una natura che ci “dica” di fare qualcosa o di essere in un modo invece che in un altro: tutto ciò che esiste è già naturale di suo, “naturale” diventa parola priva di confini, dunque priva di significato. Al soggettivista radicale piace tanto un’espressione: “fallacia naturalistica”. Questa fallacia si ha quando da una descrizione si passa indebitamente ad una prescrizione. Esempio banale di fallacia naturalistica:

  1. Ci sono esseri umani che hanno la pelle chiara.
  2. Gli esseri umani devono avere la pelle chiara.
  3. Chi non ha la pelle chiara, non è un essere umano.

Purtroppo, il soggettivista radicale fa ampio abuso della fallacia naturalistica: è sempre pronto a tirarla fuori ovunque, una specie di arbitro della logica col cartellino rosso sempre alzato e il fischietto pronto a fischiare “fallacia naturalistica! Fallacia naturalistica!”. Dal fatto che esistono indebiti salti descrizione→prescrizione, il soggettivista radicale ricava (per inciso mi chiedo se non sia questa, essa stessa, una fallacia naturalistica) che non possono esisterne di debiti.

Come scrive Paolo Flores d’Arcais (La Stampa, 11/12/2012), “l’etica è soggettiva”:

 la questione fondamentale è proprio se i valori morali abbiano una realtà oggettiva come i fatti empiricamente accertabili, o siano invece creati dai diversi gruppi umani (e infine dai singoli individui) e dunque ineludibilmente relativi a ciascuno di essi […]
da un insieme di fatti accertabili non si potrà mai dedurre un giudizio di valore univoco, poiché i valori fondamentali che guidano i nostri giudizi morali non sono dati in natura, non sono conoscibili come i fatti, e meno che mai sono scolpiti eguali e indelebili in tutti i cuori umani. Della specie Homo sapiens fanno parte allo stesso titolo (ahimè) tanto Francesco d’Assisi quanto Adolf Hitler, tanto la «volontà di eguaglianza» quanto la «volontà di potenza», tanto i fautori della democrazia quanto quelli della teocrazia o del Führerprinzip.
Perciò non esistono valori veri (o falsi), ma solo valori creati. Di cui ciascuno di noi è esistenzialmente responsabile, proprio perché la nostra responsabilità non si limita (come vorrebbe Ratzinger e ogni altro cognitivista etico, religioso o meno che sia) a riconoscere valori «oggettivamente» dati (dove?): siamo i creatori e signori «del bene e del male» secondo scelte incompatibili ( aut la democrazia aut la teocrazia o il Führerprinzip: non è questione di conoscenza, ma di lotta). Questa responsabilità abissale ci terrorizza, ma è ineludibile.

Sarebbe inutile obiettare a PFD’A che la sua visione del mondo è dannosa e agghiacciante, perché ci consegna dritti dritti alla guerra brutale del tutti contro tutti, alla legge del più forte. Che, così, contro lo stupratore l’assassino il genocida eccetera non possiamo portare argomenti (che non valgono, perché non esistono “valori” ma solo “valutazioni”); possiamo portare solo una corda per impiccarlo più in alto, perché «non è questione di conoscenza, ma di lotta», e noi prevaricheremo lui oppure lui prevaricherà noi, e la Storia è tutta qua.
Inutile, perché PFD’A non ci sente da quell’orecchio, è troppo inebriato dalla sua terrorizzante & ineludibile “responsabilità” (ma verso chi?). Come può essere brutto, un mondo in cui è “lui” a decidere? Come può essere spaventoso, un mondo in cui è “lui” ad essere creatore e signore del bene e del male?

Allora quello che bisogna obiettare, per avere la minima speranza di scuotere PFD’A e tutti i soggettivisti radicali dalla loro illusione (gnostica) di dominio etico, è che la tesi non è semplicemente dannosa: è sbagliata, anzi, è proprio scema.
Perché dei valori morali oggettivi esistono, ancorchè basilari e generali, e con l’esperienza e la ragione – la fede aiuta, ma viene dopo – qualunque essere umano mediamente pensante può arrivarci:

  • ESPERIENZA: il mondo esiste. È un’evidenza. Si mostra, non si dimostra.
  • ESPERIENZA: il mondo continua ad esistere, ed anche gli enti che ne fanno parte continuano ad esistere finchè possono. Gli esseri viventi, noi compresi, hanno volontà e istinto di autoconservazione. Gli oggetti inanimati non hanno “volontà” o “istinto”, ma hanno una “tendenza”: le pietre non si sgretolano da sole, la Terra non ridiventa plasma e polvere cosmica, la forza di gravità continua a “funzionare”.
  • RAGIONE: gli enti hanno un orientamento, una inclinazione, una propensione, una “preferenza”, un fine intrinseco, insomma una teleologia, per cui essere è meglio che non essere.
  • RAGIONE: non è vero che dall’essere non si può dedurre il dover essere; dall’essere si può dedurre almeno un grado minimo di dover essere, cioè il fatto di dover continuare ad essere.

GIUDIZIO DI FATTO:
ciò che è, “vuole”, “deve” continuare ad essere

GIUDIZIO DI VALORE:
PREMI QUEL C**** DI BOTTONE!!!

  Siamo scesi, mi pare, al grado minimo di etica naturale oggettiva. Più sotto c’è solo da scavare (una tomba, ché una società così intellettualmente spappolata da dimenticare l’istinto di conservazione, non ha futuro).
Eppure so già che amabili zuzzurelloni soggettivisti, o perché si divertono così o perché ci credono davvero, negheranno anche questo grado minimo. Non per niente questa è l’epoca disgraziata in cui ci tocca combattere per i prodigi visibili come se fossero invisibili.

 Ecco il valore morale base: essere è oggettivamente meglio che non essere. È “scritto” nel mondo, in ciò che noi stessi siamo, nel nostro “modo” di essere.
Definiamo “natura” (definizione vaga, ma per ora accontentiamoci) questo modo di essere dell’ente. Definiamo “naturale” ciò che asseconda questo modo. Definiamo “innaturale” ciò che lo contrasta.
È naturale, buono, premere il bottone.
È innaturale, cattivo, non premerlo.

MORALE NATURALE
essere = bene
non essere = male

Ora, il nostro è un esempio estremo. La stramaledetta scatola non conosce mezze misure: o l’essere, o il niente. Ci serve per partire proprio dall’ABC della morale naturale, perché a questo ci siamo ridotti.
Ma la vita quotidiana non è così estrema. Noi vediamo (e anche questo è un giudizio di esperienza + ragione) che nel mondo non si dà questa dualità brutale. Alzi la mano chi si è mai trovato davvero a dover decidere tra l’alternativa x e l’annichilimento immediato e totale di tutto ciò che esiste.
Ecco allora che ci accorgiamo che esiste una gradualità, tale per cui gli enti non si limitano semplicemente ad essere o non essere, ma conoscono una fascia di situazioni intermedie, di mescolanza tra essere e non essere.
Perciò la nostra povera grezza morale naturale può già essere riformulata in maniera un po’ meno grezza:

 MORALE NATURALE
+ essere = meglio
– essere = peggio

Buono è ciò che ci porta verso la pienezza dell’essere.
Cattivo è ciò che ce ne allontana.
Da ciò si potrà poi cominciare a concepire – sempre razionalmente – la differenza tra essere e divenire; la differenza tra uno e molteplice (dunque lo spazio); la differenza tra statico e dinamico (dunque il tempo); la differenza tra potenza e atto (dunque la causalità); la differenza tra sostanza e accidente (dunque la persona); la differenza tra singolo e organizzazione sociale (dunque la relazione personale); la differenza tra bene di uno e bene di molti (dunque la possibilità del sacrificio); la differenza tra necessario e contingente (dunque la libertà); la differenza tra immanente e trascendente (dunque la Divinità)…
Ma questi sono già discorsi ulteriori, ben oltre la spiegazione for dummies che mi proponevo. Il soggettivista radicale avrà già problemi a ruminare il concetto che essere è oggettivamente meglio che non essere.

A chi è interessato ad approfondire il discorso, e non è ostile per preconcetto alla roba cattolica (non necessaria, per capire cos’è la morale naturale, ma neanche inutile), segnalo questo testo che ho letto in questi giorni e non mi pare fatto male: “Alla ricerca di un’etica universale: nuovo sguardo sulla legge naturale”. In particolare mi ha aiutato la tripartizione (paragrafo 46) della morale naturale in tre precetti generali ovvero «insiemi di dinamismi naturali che agiscono nella persona umana»:

  1.  Il primo, che le è comune con ogni essere sostanziale, comprende essenzialmente l’inclinazione a conservare e a sviluppare la propria esistenza.
  2. Il secondo, che le è comune con tutti i viventi, comprende l’inclinazione a riprodursi per perpetuare la specie.
  3. Il terzo, che le è proprio come essere razionale, comporta l’inclinazione a conoscere la verità su Dio e a vivere in società.

A partire da queste inclinazioni si possono formulare i precetti primi della legge naturale, conosciuti naturalmente. Tali precetti sono molto generali, ma formano come un primo substrato che è alla base di tutta la riflessione ulteriore sul bene da praticare e sul male da evitare.

Successivamente questi tre precetti morali naturali vengono descritti con maggiore precisione. Dai tre precetti generali saranno poi ricavati i precetti “secondi”, i quali poi dovranno essere calati nel concreto delle diverse culture e contigenze della vita reale, etc.


Conclusione.
La natura esiste. Il bene oggettivo esiste. La morale naturale esiste.
Se indaghiamo il “piano dell’essere” alla luce della ragione, scopriamo che in questo “piano” c’è una “scala” che ci porta al piano superiore, del “dover essere”. Un piano che non è costruito da noi, ma è oggettivamente dato, e fondato precisamente sul piano sottostante dell’essere (anche quello, non lo abbiamo costruito noi).
Noi non siamo i creatori e signori dell’etica: noi non decidiamo ciò che è bene o male. Invece noi decidiamo se fare il bene o il male, perché abbiamo il libero arbitrio.
Siamo liberi di fare la nostra musica; ma il pentagramma su cui la suoniamo, non ce lo siamo fatti da soli.


 


 


La grande marcia della distruzione intellettuale…

…terminerà.
Non potrà non terminare, perchè si basa su una bugia.
Proseguirà fino al suo apice. Seguirà l’inevitabile declino.

 Allora inizierà una una nuova grande marcia. La marcia della ricostruzione intellettuale. La marcia del ritorno alla realtà.
Tutto ciò che è reale sarà affermato.
Tutto ciò che non è reale sarà negato.
Ridiventerà ragionevole affermare le pietre della strada; ridiventerà un dogma fideista negarle.
Sarà di nuovo una forma dissennata di misticismo dire che siamo tutti immersi in un sogno; sarà di nuovo razionale asserire che siamo tutti svegli.

Noi saremo lì.
Attizzeremo i nostri fuochi per testimoniare che due più due fa quattro.
Sguaineremo le nostre spade per dimostrare che le foglie sono verdi in estate.
Noi ci ritroveremo a difendere non solo qualcosa di veramente credibile, come le virtù e la sensatezza della vita umana; cose che sono veramente credibili, perché SONO VERE; ma noi difenderemo qualcosa di più credibile ancora: questo immenso, evidente, evidente, EVIDENTE universo che ci fissa in volto.

Combatteremo per i prodigi visibili precisamente PERCHÈ SONO VISIBILI.

Guarderemo l’erba e i cieli straordinari con un coraggio più straordinario ancora.

Perchè noi saremo coloro che hanno visto.
E PROPRIO PER QUESTO hanno creduto.


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