In virtù del Vangelo, la Chiesa è intimamente legata alla verità. Non ha nulla da temere dal tempo. Il Vangelo non è superato. Non è mai stato raggiunto.
André Frossard
Come si poteva essere moderni senza essere comunisti?
Ettore Bernabei

GAY MARRIAGE ALREADY WON
The Supreme Court Hasn’t Made Up Its Mind – But America Has
“IL MATRIMONIO GAY HA GIÀ VINTO
la Corte Suprema non ha ancora raggiunto una decisione – ma l’America sì”
In Francia è da poco passata la legge; le grandi manifestazioni parigine manif pour tours sono state ignorate, anzi qualche manifestante è stato pure menato e arrestato.
Negli Stati Uniti si aspetta per giugno la decisione della Corte suprema che potrebbe rovesciare il Defense of Marriage Act (la legge federale del ‘96) e la Proposition 8 (la legge californiana confermata da referendum popolare), che considerano matrimonio solo l’unione di lui e lei. Ma intanto, come potete vedere, l’America liberal è strasicura che la direzione è già tracciata e ineluttabile. Lo dicono a caratteri cubitali: hanno già vinto. Ho scoperto la copertina del Time – rigorosamente ambosex, che mica possono discriminare – grazie a Mattia Ferraresi e Piero Vietti sul Foglio e al loro ottimo articolo, veramente illuminante, sulla totale rimozione del concetto di “natura” dall’orizzonte intellettuale del nostro tempo.
Nel resto del mondo va come va, e presumibilmente andrà di male in peggio.

Signori, qua dobbiamo guardare in faccia la realtà senza prenderci in giro.
Ormai non c’è più nulla da fare. Il processo è inarrestabile: possiamo rallentarlo, ma non fermarlo. Opporsi è come combattere contro i mulini a vento. L’Italia potrà resistere ancora un altro po’, ma prima o poi l’uno o l’altro partito (e diventa sempre meno rilevante che sia l’uno o l’altro, l’erosione sui temi bioetici è trasversale) farà la legge sui matrimoni gay anche da noi. Resisteranno più a lungo le teocrazie islamiche, ma in ogni caso hanno gli anni o i secoli contati pure loro. Alla fine tutto il pianeta sarà omologato: amare un uomo o una donna sarà considerato esattamente la stessa cosa, moralmente, socialmente, giuridicamente, sotto ogni punto di vista.
Sul futuro sventola una bandiera arcobaleno.
C-A-Z-Z-A-T-E!!!
Esatto, clamorose cazzate.
Se avete letto il testo in rosso e avete annuito sconsolati, oppure compiaciuti, mi spiace per voi. Avete creduto a una bugia molto diffusa, molto convincente, molto campata per aria: quella del progresso lineare, quella per cui le magnifiche sorti e progressive hanno già scritta la direzione di marcia e devono appunto progredire a oltranza verso l’avanti della storia.
Qualche tempo fa approvavo l’ironia di Gabutti sulla fine dello storicismo, ma a leggere quella copertina del Time così assertiva mi accorgo che non è affatto finito; ovvero sarà forse scomparsa la forma hardcore dello storicismo, quella superbia hegeliana del considerarsi il punto alla fine della frase della Storia, quella pretesa marxista di aver scientificamente trovato la legge del Come Devono Andare Le Cose; ma invece resiste e persiste ancora quell’atteggiamento mentale di sottofondo, l’ottimismo imperioso di chi sa già dove va la società e pece e piume su chi dissente, l’aspirante pensiero unico di chi si autoproclama interprete autentico dei tempora e dei mores.
Karl Popper scrisse il libro Miseria dello storicismo per dimostrare la stupidità del medesimo, io non ho la sua sapienza e contro il progressismo mi accontento di scrivere un post; anzi meno, di trascrivere alcune memorie del passato, che ho trovato straordinariamente consolatorie per il presente, nell’attesa di un futuro che come sempre sorprenderà chi credeva di averlo già previsto.
Le memorie di cui parlo sono quelle contenute nel libro L’uomo di fiducia, che mi è stato prestato da anonimok al quale va un grazie tanto così, e consistono nei ricordi di Ettore Bernabei intervistato da Giorgio Dell’Arti; ricordi che coprono cinquant’anni di storia dell’Italia, della Democrazia Cristiana, della RAI, utilissimi per chi come me di quegli anni ha zero reminiscenze anagrafiche ma una certa curiosità storica.
La “rivelazione” che mi ha colpito di più nell’amplissima ricostruzione di Bernabei (storica, politica, economica, culturale, religiosa) è stata come quasi tutti i pesi massimi della Democrazia Cristiana – cioè quelli che almeno in teoria avrebbero dovuto “crederci” più di tutti gli altri – fossero in realtà convinti che il Partito Comunista prima o poi avrebbe sicuramente vinto. Perfino in loro aveva fatto breccia la pretesa progressista/storicista del comunismo di essere l’ineluttabile sol dell’avvenire, congiuntamente ad un vero e proprio complesso d’inferiorità culturale, uno stato di soggezione per il sentirsi dalla parte degli obsoleti fuori dalla “modernità”.
E così:
I vecchi popolari e dirigenti dell’Azione cattolica avrebbero voluto che lo Stato non “facesse troppo”, stiamo fermi, perché […] ogni movimento favorisce in realtà l’avanzata dei comunisti. Troveremo una versione rielaborata di quest’idea addirittura al fondo del pensiero di Moro: la vittoria del marxismo è ineluttabile, tutto quello che possiamo fare è resistenza passiva (cioè immobile) perché prevalga il più tardi possibile (pag. 37)
Dossetti […] si convinse che le resistenze dei degasperiani avrebbero impedito qualunque ammodernamento del Paese e della DC: “Per questa strada, la vittoria del PCI mi pare inevitabile, preferisco dedicare le mie energie all’impegno ascetico e apostolico”. E si ritirò in convento. Del resto, questa dell’immobilismo e della convinzione che a un certo punto il PCI avrebbe vinto per forza era un’ossessione di molti democristiani, ossessione che dava luogo a esiti teorici e a comportamenti i più diversi (pag. 38)
La differenza tra Moro e Fanfani era soprattutto la questione del volontarismo neotomista, cioè Moro non credeva a quel concetto espresso da San Tommaso nelle sue chiose ad Aristotele, che l’uomo con il suo libero arbitrio può influire non solo sull’andamento della propria vita ma anche su quello di popoli e nazioni. Senza essere un fatalista né uno scettico si affidava alla Provvidenza. Invece Fanfani e La Pira erano volontaristi neotomisti e continuavano a credere che l’iniziativa politica potesse trasformare la società. I dorotei la pensavano come Moro: per ritardare l’inevitabile prevalere comunista era meglio mettere in piedi governi centristi e immobili piuttosto che di centro-sinistra e dinamici.
D. non c’è anche, in questa idea di tanti democristiani sull’ineluttabilità del comunismo, un certo complesso d’inferiorità? La sensazione che il comunismo fosse più moderno?
R. In Moro no. Nei dorotei poco alla volta sì, infatti alla fine risultarono i consociativisti più tenaci. Avevano consapevolezza della propria scarsa attrezzatura culturale e sopravvalutavano la cultura di sinistra, marxiana o radicale, perché – riconoscevano sconsolati – ha più smalto (pag. 71)
L’alleanza con i comunisti era davvero obbligata? Fanfani non ne era sicuro. Moro lo pensava come conseguenza di quei suoi ragionamenti complicati e sconsolanti sull’ineluttabilità della vittoria marxista: i comunisti dovendo vincere, prepariamo una testa di ponte cattolica all’interno del loro schieramento. Le famose candidature dei cattolici nelle liste del PCI, i vari La Valle, Pratesi, Gozzini, Paolo Brezzi, Angelo Romanò eccetera, che si presentarono sotto il simbolo della falce e martello alle elezioni del ’76, vanno anche lette in questo modo: testa di ponte in partibus infidelium… Meglio esserci che non esserci. Ennesima versione del possibilismo democristiano (pag. 229)
[NdC: sì sì bravi bravi, come i suonatori che andarono per suonare e furono suonati]
Fanfani era solo nella campagna referendaria sul divorzio […] Moro era antidivorzista, ma anche convinto del fatto che s’andava verso una società che avrebbe fatto a pezzi l’istituto familiare, sostanzialmente promiscua. Dunque perché compromettere i rapporti a sinistra con un impegno forte in una battaglia perduta in partenza? Idem i dorotei, antidivorzisti ma abbastanza tattici per valutare la non convenienza di esporsi in una battaglia perduta. Mentre questo fronte arretrava, la gerarchia ecclesiastica era divisa: c’erano gli antidivorzisti estremisti e quelli che ammettevano qualche distinguo e quegli altri che giudicavano la battaglia antistorica […] la gerarchia in Italia fu molto oscillante. I cattolici erano molto disorientati proprio a causa delle incertezze di fondo della gerarchia. (pag. 230)
La DC nel ’75 perse per tante ragioni. I giornali scrissero che i petrolieri avevano dato soldi alla DC. Ma figurarsi, i petrolieri avevano dato soldi alla DC, al PCI, al PSI, al PSDI, al PLI, al PRI e all’MSI, cioè a tutti. Però la stampa mise in rilievo solo che la DC aveva preso soldi. E sa perché? Gli industriali, dopo il referendum sul divorzio, s’erano illusi che la DC fosse allo stremo e che l’uomo del futuro fosse Berlinguer. Cominciarono dunque a far la corte al PCI, che è una delle tentazioni ricorrenti del padronato italiano. Perciò la stampa si spostò su posizioni sempre più antidemocristiane e sempre più smaccatamente filo-PCI. Sa come accade in questi casi: il Partito Comunista diventò di moda. C’erano anche il Portogallo di Otelo de Carvhalo, gli spaghetti in salsa cilena, le femministe, l’aborto eccetera eccetera. Come si poteva essere moderni senza essere comunisti? (pag. 234)
Se quei politici avessero avuto una formazione cristiana più solida, e intendo una formazione culturale oltre che religiosa – secondo Bernabei è questo il motivo fondamentale per cui la DC è finita, mica per le tangenti e il magna magna che sono una costante universale – avrebbero avuto meno complessi, perché avrebbero saputo che il comunismo era condannato in partenza e questo non tanto per motivi economici o di superiorità bellica americana o che altro, ma perché era viziata alla radice la sua antropologia, si fondava su una visione dell’uomo basilarmente errata, insomma un gigante dai piedi d’argilla.
Ora vediamo per esperienza storica che l’inevitabile trionfo del sol dell’avvenire era, per dirla in politichese stretto, una sòla: su cosa sia rimasto in Italia del PCI, non vale neanche la pena commentare. Se poche decadi fa non si poteva essere moderni senza essere comunisti – quando comunista significava ancora marxista – oggi a dirsi marxisti sono quattro gatti nostalgici, mentre la parola comunista è sopravvissuta solo a prezzo di una radicale mutazione genetica. Beninteso, non è che il mondo si sia redento, anzi per certi versi la società è pure peggio di quella di allora; è che la modernità ha cambiato direzione.
Le magnifiche sorti saranno pure progressive, ma d’un progresso che non è una linea ma uno zigzag, e non ha né avanti né popolo.
Avevo detto che trovo consolatorie le memorie di Bernabei e lo confermo. Qual è la morale della storia? Che ciò che viene considerato come futuro inevitabile da parte dei progressisti (e da chi si è fatto da essi convincere), sovente poi si scopre che non era affatto inevitabile, anzi era una moda, che sembra duratura solo finché non viene rimpiazzata da qualcos’altro. E come diceva Chesterton, chi sposa la moda, si prepari a diventare vedovo.
Oggi il conflitto politico-culturale si è spostato su altri fronti, principalmente bioetici, ma tra le tante differenze vedo lo stesso problema di fondo: noi cattolici siamo circondati da un clima pervasivo, dal progressismo onnipresente di chi si sente già in tasca la vittoria perchè la storia è dalla sua parte, e siamo tentati di credere che ormai stiamo a fare una battaglia di retroguardia, inutile, al massimo buona a ritardare l’inevitabile. Ci ripetono così tanto spesso che siamo obsoleti (magari di 200 anni…) che alla fine siamo portati a crederlo anche noi, e sotto sotto ci vergogniamo perché non siamo “moderni”, perché non stiamo al passo con i tempi, perché non vogliamo seguire il “progresso”.
Bene, lo dico ancora una volta:
CAZZATE!!!
Il marxismo è crollato perché si sbagliava su ciò che è l’uomo. Per lo stesso motivo crollerà – non so quando, non so come e dove, ma so che crollerà – anche l’ideologia laicista, scientista, liberal o come volete chiamarla, l’ideologia dell’aborto come diritto fondamentale e del gender indifferente e tutto il resto. Non so cosa succederà in Francia nel prossimo futuro, non so cosa deciderà la Corte Suprema USA, non so quali leggi emanerà questo governo italiano o quello prossimo.
Mi limito semplicemente a sapere, non per fede ma per raziocinio, che anche l’attuale forma di progressismo crollerà perché, per dirla nel modo più semplice possibile, è sbagliata.
E naturalmente, al prossimo giro di ruota dello Zeitgeist, i più sprovveduti resteranno col culo per terra, mentre i più scafati faranno il solito salto della quaglia passando da una moda all’altra.
Oggi a Roma c’era la Marcia per la vita. Non ho potuto partecipare, ma avrei voluto esserci. Idealmente mi associo a quelle decine di migliaia di persone che hanno camminato per testimoniare la verità sull’essere umano, la verità che non cambia con le mode culturali e che, senza la minima pretesa di essere “moderna”, sarà sempre un passo più avanti del moderno e del postmoderno e del postpostmoderno eccetera eccetera: perché è eterna.
E allora che i progressisti di tutto il mondo si tengano stretti i loro mass media, le copertine ottimistiche, i concertoni, i comici e i presentatori e gli intellettuali, i sinedri finanziari e tutto il circo che ripete senza sosta “abbiamo già vinto, abbiamo già vinto”. Alla fine niente di ciò potrà resistere all’esperienza e alla razionalità, che ci dicono che realtà e natura esistono davvero e non possono essere negati impunemente, e al Vangelo, che non è superato dal tempo perché non è mai stato raggiunto.
Hanno già perso.

questa marcia è stata superata dalla Storia

quest’altra invece non lo sarà mai