Not in my name

Chi era Dominique Venner, quello che si è sparato per protestare contro i matrimoni omosessuali (“un gesto nuovo, spettacolare e simbolico per scuotere la sonnolenza”)?
Era uno che ha fatto una morte idiota.
Scusate ma io, del de mortuis nihil nisi bonum, francamente me ne infischio.

Nel libro Cuori in Atlantide Stephen King racconta che gli hippie, per protestare contro l’intervento americano in Vietnam, usavano lo slogan “uccidere in nome della pace è come scopare in nome della castità”.
Non sono riuscito a capire se fosse invenzione romanzesca o ricordo storico, comunque lo slogan è veramente tanto ingenuo (come gli hippie). A certi presupposti è possibile uccidere qualcuno in nome della pace, se la pace è gravemente minacciata da quel qualcuno, i nazisti mica sono stati sconfitti a colpi di conferenze internazionali. Può sembrare strano ma è anche possibile fare sesso in nome della castità, in un certo senso è proprio quello che fanno i cattolici nel matrimonio, ma questo è un altro discorso.

Quel che non è proprio possibile, mai, è uccidersi per difendere una buona causa, come la vita o la famiglia. Le buone cause servono a vivere meglio e far vivere meglio. Uccidere sé stessi tende a provocare un drastico calo di qualità della vita.
Il suicidio è islamico o buddista. Al limite pagano o neopagano, e certa estrema destra lo è, ammesso poi che questa militanza politica di Venner non sia un ricamo giornalistico. Invece il martire cristiano, ma anche un laico di buon senso, non si uccide: sono gli altri a ucciderlo, e lui si fa ammazzare piuttosto che rinnegare i suoi valori. Ma se potesse conciliare vita e valori, il martire ne sarebbe lieto e non sarebbe martire. Il vero martire accetta la morte, ma non la cerca.

Dominique Venner ha la mia compassione, ma non il mio rispetto. Il suo “gesto nuovo” in realtà è vecchissimo. In nome di cosa si è ucciso? Certo non in quello dei manifestanti parigini, che se avessero potuto gli avrebbero detto di non fare stupidaggini. Certo non in quello della famiglia normale, che non chiede gesti abnormi a propria difesa. Certo non nel mio.

not in my name


Solo lettere alfabetiche

Traduzione di un articolo apparso sul Catholic News Agency.

  Il medico abortista di Philadelphia Kermit Gosnell è stato condannato lunedì 13 maggio per tre delle quattro imputazioni pendenti a suo carico, che riguardano l’omicidio premeditato (first degree murder) di bambini che erano nati vivi.
Gosnell, che ha 72 anni, potrebbe essere condannato alla pena di morte. La giuria ascolterà gli argomenti pro e contro tale eventualità la prossima settimana.
I feti erano identificati solo da una lettera. Gosnell è stato condannato per l’omicidio di “Baby Boy A”, “Baby C” e “Baby D” avvenuto nella sua clinica di Philadelphia, la  Women’s Medical Society.

“Baby Boy A” è stato ucciso dopo che Gosnell ha indotto il parto su sua madre, che era incinta di quasi 30 settimane. Il rapporto della giuria (grand jury) ha dichiarato che Gosnell ha reciso la colonna vertebrale del bambino e messo il suo corpo in una scatola da scarpe, scherzando sul fatto che il bambino era così grande che “potrebbe accompagnarmi alla fermata dell’autobus” (* ndt).

 “Baby C” ha continuato a muoversi e respirare per 20 minuti dopo il parto, dopodiché un assistente ha reciso la colonna vertebrale del bambino.

 “Baby D” è stato partorito in uno sciacquone. Un membro dello staff della clinica ha dichiarato alla giuria che il bambino si muoveva e sembrava come se stesse nuotando, quando un altro dipendente lo ha rimosso dal gabinetto e gli ha tagliato il collo.

 Il medico abortista è stato invece giudicato non colpevole per la morte di “Baby E”. Un testimone ha detto che il bambino piangeva prima che Gosnell lo uccidesse e lo mettesse in un bidone dei rifiuti.

 Gosnell inizialmente fronteggiava sette accuse di omicidio volontario per la morte di bambini di cui si supponeva fossero stati uccisi dopo essere nati vivi. Il giudice Jeffrey Minehart, per ragioni non dichiarate, ha rigettato tre delle accuse di infanticidio. L’avvocato di Gosnell sostiene che sia stato perché non c’erano prove che i bambini fossero nati vivi.
Il medico abortista è stato giudicato colpevole di omicidio colposo (involuntary manslaughter) per la morte di una paziente deceduta per overdose nel 2009. Per questo caso il Pubblico Ministero ha chiesto la condanna per omicidio volontario (third-degree murder), dicendo che Gosnell ha lasciato che il suo staff, privo di formazione medica e di autorizzazione all’esercizio della professione, desse una fatale combinazione di farmaci alla donna di 41 anni immigrata dal Bhutan.

Gosnell è stato dichiarato colpevole di infanticidio per Baby A e di concorso nel reato per le morti di Baby C e Baby D. È accusato di oltre 250 accuse, che comprendono frode, associazione a delinquere e violazione del divieto della Pennsylvania sull’aborto tardivo. È accusato di aver violato più di 200 volte una legge statale che richiede un periodo di osservazione di 24 ore dopo l’aborto.

 Le raccapriccianti testimonianze al processo includono relazioni su come Gosnell e il suo staff abbiano tagliato il collo di oltre 100 bambini sopravvissuti all’aborto. Un dottore alla clinica ha testimoniano che questa procedura era “letteralmente una decapitazione”. Il rapporto della giuria afferma che la maggior parte di queste azioni non ha potuto essere perseguita legalmente perché Gosnell ha distrutto i files.

 Il nome di Gosnell è diventato uno slogan per i militanti pro-life, che lamentano una mancanza di copertura mediatica sul processo da parte dei maggiori mass media. Lo sforzo sui social network da parte dei pro-life ha aiutato ad attirare attenzione sul caso.

 […]

 La clinica di Gosnell ha avuto poca sorveglianza statale fino al 1993 e nessuna sorveglianza da allora. Le pratiche alla clinica non sono state scoperte fino ad un’azione congiunta dell’FBI e della DEA condotta nel febbraio 2010 per cercare prove di distribuzione illegale di prescrizioni di antidolorifici.
Gli investigatori hanno trovato stanze macchiate di sangue ed equipaggiamento sporco. La clinica conservava i feti abortiti in un congelatore sotterraneo, dentro contenitori per il cibo e borse di plastica, accanto ai pranzi dello staff. Gosnell conservava piedi tagliati di bambini non nati, preservati in barattoli di vetro, verosimilmente per future identificazioni su campioni di DNA.

Si presume che lo staff medico mandasse le donne a partorire nel gabinetto. Si presume altresì che un dottore abbia diffuso malattie sessualmente trasmissibili alle donne, a causa degli insufficienti standard sanitari, e che un membro dello staff dell’età di 15 anni amministrasse l’anestesia alle pazienti. Si presume ancora che la clinica desse un trattamento migliore alle donne bianche.

Diversi precedenti impiegati di Gosnell si sono dichiarati colpevoli di omicidio e altri reati. Lo scandalo della clinica di Gosnell ha provocato il licenziamento di due alti dirigenti del Dipartimento della Sanità della Pennsylvania e l’emanazione di regole più severe per le cliniche di aborti di questo Stato, nessuna delle quali aveva ricevuto ispezioni nell’arco di 15 anni.

Gosnell operava anche in una clinica nel Delaware. Ha eseguito migliaia di aborti durante la sua carriera trentennale, guadagnando circa 1.800.000 dollari l’anno. Le autorità hanno trovato 250.000 dollari nascosti in una stanza da letto, quando hanno perquisito la sua casa. Fox News afferma che deve ancora affrontare le accuse federali sul traffico di droghe mediche.

 

*

Nota del traduttore: immagino si riferisca ai boy scout che devono aiutare i vecchietti ad attraversare la strada e cose così per guadagnarsi la medaglia di assistenza agli anziani.
Effettivamente la battuta è divertente. Ha-ha-ha, stronzo.

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Miseria del progressismo

In virtù del Vangelo, la Chiesa è intimamente legata alla verità. Non ha nulla da temere dal tempo. Il Vangelo non è superato. Non è mai stato raggiunto.

André Frossard

Come si poteva essere moderni senza essere comunisti?

Ettore Bernabei

       time g marriage already won

GAY MARRIAGE ALREADY WON
The Supre
me Court Hasn’t Made Up Its Mind – But America Has

  “IL MATRIMONIO GAY HA GIÀ VINTO
la Corte Suprema non ha ancora raggiunto una decisione – ma l’America sì”


In Francia è da poco passata la legge; le grandi manifestazioni parigine manif pour tours sono state ignorate, anzi qualche manifestante è stato pure menato e arrestato.
Negli Stati Uniti si aspetta per giugno la decisione della Corte suprema che potrebbe rovesciare il Defense of Marriage Act (la legge federale del ‘96) e la Proposition 8 (la legge californiana confermata da referendum popolare), che considerano matrimonio solo l’unione di lui e lei. Ma intanto, come potete vedere, l’America liberal è strasicura che la direzione è già tracciata e ineluttabile. Lo dicono a caratteri cubitali: hanno già vinto. Ho scoperto la copertina del Time – rigorosamente ambosex, che mica possono discriminare – grazie a Mattia Ferraresi e Piero Vietti sul Foglio e al loro ottimo articolo, veramente illuminante, sulla totale rimozione del concetto di “natura” dall’orizzonte intellettuale del nostro tempo.
Nel resto del mondo va come va, e presumibilmente andrà di male in peggio.

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Signori, qua dobbiamo guardare in faccia la realtà senza prenderci in giro.
Ormai non c’è più nulla da fare. Il processo è inarrestabile: possiamo rallentarlo, ma non fermarlo. Opporsi è come combattere contro i mulini a vento. L’Italia potrà resistere ancora un altro po’, ma prima o poi l’uno o l’altro partito (e diventa sempre meno rilevante che sia l’uno o l’altro, l’erosione sui temi bioetici è trasversale) farà la legge sui matrimoni gay anche da noi. Resisteranno più a lungo le teocrazie islamiche, ma in ogni caso hanno gli anni o i secoli contati pure loro. Alla fine tutto il pianeta sarà omologato: amare un uomo o una donna sarà considerato esattamente la stessa cosa, moralmente, socialmente, giuridicamente, sotto ogni punto di vista.
Sul futuro sventola una bandiera arcobaleno.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

C-A-Z-Z-A-T-E!!!

 Esatto, clamorose cazzate.
Se avete letto il testo in rosso e avete annuito sconsolati, oppure compiaciuti, mi spiace per voi. Avete creduto a una bugia molto diffusa, molto convincente, molto campata per aria: quella del progresso lineare, quella per cui le magnifiche sorti e progressive hanno già scritta la direzione di marcia e devono appunto progredire a oltranza verso l’avanti della storia.
Qualche tempo fa approvavo l’ironia di Gabutti sulla fine dello storicismo, ma a leggere quella copertina del Time così assertiva mi accorgo che non è affatto finito; ovvero sarà forse scomparsa la forma hardcore dello storicismo, quella superbia hegeliana del considerarsi il punto alla fine della frase della Storia, quella pretesa marxista di aver scientificamente trovato la legge del Come Devono Andare Le Cose; ma invece resiste e persiste ancora quell’atteggiamento mentale di sottofondo, l’ottimismo imperioso di chi sa già dove va la società e pece e piume su chi dissente, l’aspirante pensiero unico di chi si autoproclama interprete autentico dei tempora e dei mores.
Karl Popper scrisse il libro Miseria dello storicismo per dimostrare la stupidità del medesimo, io non ho la sua sapienza e contro il progressismo mi accontento di scrivere un post; anzi meno, di trascrivere alcune memorie del passato, che ho trovato straordinariamente consolatorie per il presente, nell’attesa di un futuro che come sempre sorprenderà chi credeva di averlo già previsto.

 

l'uomo di fiduciaLe memorie di cui parlo sono quelle contenute nel libro L’uomo di fiducia, che mi è stato prestato da anonimok al quale va un grazie tanto così, e consistono nei ricordi di Ettore Bernabei intervistato da Giorgio Dell’Arti; ricordi che coprono cinquant’anni di storia dell’Italia, della Democrazia Cristiana, della RAI, utilissimi per chi come me di quegli anni ha zero reminiscenze anagrafiche ma una certa curiosità storica.
La “rivelazione” che mi ha colpito di più nell’amplissima ricostruzione di Bernabei (storica, politica, economica, culturale, religiosa) è stata come quasi tutti i pesi massimi della Democrazia Cristiana – cioè quelli che almeno in teoria avrebbero dovuto “crederci” più di tutti gli altri – fossero in realtà convinti che il Partito Comunista prima o poi avrebbe sicuramente vinto. Perfino in loro aveva fatto breccia la pretesa progressista/storicista del comunismo di essere l’ineluttabile sol dell’avvenire, congiuntamente  ad un vero e proprio complesso d’inferiorità culturale, uno stato di soggezione per il sentirsi dalla parte degli obsoleti fuori dalla “modernità”.
E così:

I vecchi popolari e dirigenti dell’Azione cattolica avrebbero voluto che lo Stato non “facesse troppo”, stiamo fermi, perché […] ogni movimento favorisce in realtà l’avanzata dei comunisti. Troveremo una versione rielaborata di quest’idea addirittura al fondo del pensiero di Moro: la vittoria del marxismo è ineluttabile, tutto quello che possiamo fare è resistenza passiva (cioè immobile) perché prevalga il più tardi possibile (pag. 37)

Dossetti […] si convinse che le resistenze dei degasperiani avrebbero impedito qualunque ammodernamento del Paese e della DC: “Per questa strada, la vittoria del PCI mi pare inevitabile, preferisco dedicare le mie energie all’impegno ascetico e apostolico”. E si ritirò in convento. Del resto, questa dell’immobilismo e della convinzione che a un certo punto il PCI avrebbe vinto per forza era un’ossessione di molti democristiani, ossessione che dava luogo a esiti teorici e a comportamenti i più diversi (pag. 38)

La differenza tra Moro e Fanfani era soprattutto la questione del volontarismo neotomista, cioè Moro non credeva a quel concetto espresso da San Tommaso nelle sue chiose ad Aristotele, che l’uomo con il suo libero arbitrio può influire non solo sull’andamento della propria vita ma anche su quello di popoli e nazioni. Senza essere un fatalista né uno scettico si affidava alla Provvidenza. Invece Fanfani e La Pira erano volontaristi neotomisti e continuavano a credere che l’iniziativa politica potesse trasformare la società. I dorotei la pensavano come Moro: per ritardare l’inevitabile prevalere comunista era meglio mettere in piedi governi centristi e immobili piuttosto che di centro-sinistra e dinamici.
D. non c’è anche, in questa idea di tanti democristiani sull’ineluttabilità del comunismo, un certo complesso d’inferiorità? La sensazione che il comunismo fosse più moderno?
R. In Moro no. Nei dorotei poco alla volta sì, infatti alla fine risultarono i consociativisti più tenaci. Avevano consapevolezza della propria scarsa attrezzatura culturale e sopravvalutavano la cultura di sinistra, marxiana o radicale, perché – riconoscevano sconsolati – ha più smalto
(pag. 71)  

L’alleanza con i comunisti era davvero obbligata? Fanfani non ne era sicuro. Moro lo pensava come conseguenza di quei suoi ragionamenti complicati e sconsolanti sull’ineluttabilità della vittoria marxista: i comunisti dovendo vincere, prepariamo una testa di ponte cattolica all’interno del loro schieramento. Le famose candidature dei cattolici nelle liste del PCI, i vari La Valle, Pratesi, Gozzini, Paolo Brezzi, Angelo Romanò eccetera, che si presentarono sotto il simbolo della falce e martello alle elezioni del ’76, vanno anche lette in questo modo: testa di ponte in partibus infidelium… Meglio esserci che non esserci. Ennesima versione del possibilismo democristiano (pag. 229)
[NdC: sì sì bravi bravi, come i suonatori che andarono per suonare e furono suonati]

Fanfani era solo nella campagna referendaria sul divorzio […] Moro era antidivorzista, ma anche convinto del fatto che s’andava verso una società che avrebbe fatto a pezzi l’istituto familiare, sostanzialmente promiscua. Dunque perché compromettere i rapporti a sinistra con un impegno forte in una battaglia perduta in partenza? Idem i dorotei, antidivorzisti ma abbastanza tattici per valutare la non convenienza di esporsi in una battaglia perduta. Mentre questo fronte arretrava, la gerarchia ecclesiastica era divisa: c’erano gli antidivorzisti estremisti e quelli che ammettevano qualche distinguo e quegli altri che giudicavano la battaglia antistorica […] la gerarchia in Italia fu molto oscillante. I cattolici erano molto disorientati proprio a causa delle incertezze di fondo della gerarchia. (pag. 230)

La DC nel ’75 perse per tante ragioni. I giornali scrissero che i petrolieri avevano dato soldi alla DC. Ma figurarsi, i petrolieri avevano dato soldi alla DC, al PCI, al PSI, al PSDI, al PLI, al PRI e all’MSI, cioè a tutti. Però la stampa mise in rilievo solo che la DC aveva preso soldi. E sa perché? Gli industriali, dopo il referendum sul divorzio, s’erano illusi che la DC fosse allo stremo e che l’uomo del futuro fosse Berlinguer. Cominciarono dunque a far la corte al PCI, che è una delle tentazioni ricorrenti del padronato italiano. Perciò la stampa si spostò su posizioni sempre più antidemocristiane e sempre più smaccatamente filo-PCI. Sa come accade in questi casi: il Partito Comunista diventò di moda. C’erano anche il Portogallo di Otelo de Carvhalo, gli spaghetti in salsa cilena, le femministe, l’aborto eccetera eccetera. Come si poteva essere moderni senza essere comunisti? (pag. 234)

 Se quei politici avessero avuto una formazione cristiana più solida, e intendo una formazione culturale oltre che religiosa – secondo Bernabei è questo il motivo fondamentale per cui la DC è finita, mica per le tangenti e il magna magna che sono una costante universale – avrebbero avuto meno complessi, perché avrebbero saputo che il comunismo era condannato in partenza e questo non tanto per motivi economici o di superiorità bellica americana o che altro, ma perché era viziata alla radice la sua antropologia, si fondava su una visione dell’uomo basilarmente errata, insomma un gigante dai piedi d’argilla.
Ora vediamo per esperienza storica che l’inevitabile trionfo del sol dell’avvenire era, per dirla in politichese stretto, una sòla: su cosa sia rimasto in Italia del PCI, non vale neanche la pena commentare. Se poche decadi fa non si poteva essere moderni senza essere comunisti – quando comunista significava ancora marxista – oggi a dirsi marxisti sono quattro gatti nostalgici, mentre la parola comunista è sopravvissuta solo a prezzo di una radicale mutazione genetica. Beninteso, non è che il mondo si sia redento, anzi per certi versi la società è pure peggio di quella di allora; è che la modernità ha cambiato direzione.
Le magnifiche sorti saranno pure progressive, ma d’un progresso che non è una linea ma uno zigzag, e non ha né avanti né popolo.

Avevo detto che trovo consolatorie le memorie di Bernabei e lo confermo. Qual è la morale della storia? Che ciò che viene considerato come futuro inevitabile da  parte dei progressisti (e da chi si è fatto da essi convincere), sovente poi si scopre che non era affatto inevitabile, anzi era una moda, che sembra duratura solo finché non viene rimpiazzata da qualcos’altro. E come diceva Chesterton, chi sposa la moda, si prepari a diventare vedovo.
Oggi il conflitto politico-culturale si è spostato su altri fronti, principalmente bioetici, ma tra le tante differenze vedo lo stesso problema di fondo: noi cattolici siamo circondati da un clima pervasivo, dal progressismo onnipresente di chi si sente già in tasca la vittoria perchè la storia è dalla sua parte, e siamo tentati di credere che ormai stiamo a fare una battaglia di retroguardia, inutile, al massimo buona a ritardare l’inevitabile. Ci ripetono così tanto spesso che siamo obsoleti (magari di 200 anni…) che alla fine siamo portati a crederlo anche noi, e  sotto sotto ci vergogniamo perché non siamo “moderni”, perché non stiamo al passo con i tempi, perché non vogliamo seguire il “progresso”.
Bene, lo dico ancora una volta:

CAZZATE!!!

 Il marxismo è crollato perché si sbagliava su ciò che è l’uomo. Per lo stesso motivo crollerà – non so quando, non so come e dove, ma so che crollerà – anche l’ideologia laicista, scientista, liberal o come volete chiamarla, l’ideologia dell’aborto come diritto fondamentale e del gender indifferente e tutto il resto. Non so cosa succederà in Francia nel prossimo futuro, non so cosa deciderà la Corte Suprema USA, non so quali leggi emanerà questo governo italiano o quello prossimo.
Mi limito semplicemente a sapere, non per fede ma per raziocinio, che anche l’attuale forma di progressismo crollerà perché, per dirla nel modo più semplice possibile, è sbagliata.
E naturalmente, al prossimo giro di ruota dello Zeitgeist, i più sprovveduti resteranno col culo per terra, mentre i più scafati faranno il solito salto della quaglia passando da una moda all’altra.


Oggi a Roma c’era la Marcia per la vita. Non ho potuto partecipare, ma avrei voluto esserci. Idealmente mi associo a quelle decine di migliaia di persone che hanno camminato per testimoniare la verità sull’essere umano, la verità che non cambia con le mode culturali e che, senza la minima pretesa di essere “moderna”, sarà sempre un passo più avanti del moderno e del postmoderno e del postpostmoderno eccetera eccetera: perché è eterna.

E allora che i progressisti di tutto il mondo si tengano stretti i loro mass media, le copertine ottimistiche, i concertoni, i comici e i presentatori e gli intellettuali, i sinedri finanziari e tutto il circo che ripete senza sosta “abbiamo già vinto, abbiamo già vinto”. Alla fine niente di ciò potrà resistere all’esperienza e alla razionalità, che ci dicono che realtà e natura esistono davvero e non possono essere negati impunemente, e al Vangelo, che non è superato dal tempo perché non è mai stato raggiunto.

Hanno già perso.

avanti popolo

questa marcia è stata superata dalla Storia

marcia per la vita

quest’altra invece non lo sarà mai


L’Osservatore Romano va(da) all’inferno!

Non dico tutta la redazione dell’OR, ma almeno la dott.ssa Sylvie Barnay. Perché, che ha fatto? Ha scritto l’articolo “Fuoco e fragore divennero buona novella”.
Il titolo sembra sibillino, ma poi si capisce, e fuoco e fragore vien voglia di emetterli a lettura conclusa.

Insomma la storia è che tale Marie Balmary, psicanalista, e tale Daniel Marguerat, teologo – peraltro protestante calvinista, dice wikipedia – scrivono un libro assieme (“Nous irons tous au paradis. Le Jugement dernier en question”). Bravi. Sul Giudizio finale. Bravi. Elogi sperticati da parte della dott.ssa Sylvie Barnay, storica. Brava. Ma che dice il libro di tanto bello per meritarsi l’applauso sul giornale del Vaticano?  Gli è che la psicanalista e il teologo, spiega  la storica, “cominciano chiedendo: «Perché preoccuparsi ancora per ciò che assomiglia a un rottame arrugginito?»”.
L’incipit è un po’ enigmatico, invero più metallurgico che psicanalitico-teologico-storiografico, ma pazienza: gli autori

ricordano fino a che punto noi continuiamo a essere un tutt’uno con le rappresentazioni medievali del Giudizio finale e con la loro «retorica del terrore». Questa visione della storia, in cui gli eletti vanno in paradiso e i dannati all’inferno, è stata propria di un’epoca dominata dalla paura. D’altro canto il Rinascimento ribatterà con tranquilla audacia al medioevo che l’uomo sarà salvato malgrado tutte le sue debolezze. Ma la prospettiva terrificante dei dannati che arrostiscono all’inferno continuerà ad assillare le coscienze secolarizzandosi persino nella letteratura fantastica del XXI secolo. È allora con tranquilla audacia che i nostri due compagni di cammino interrogano le scritture per ascoltare con noi la parola biblica.

Purtroppo il breve articolo non spiega dove arriva il cammino dei nostri due compagni, e come la loro tranquilla audacia (rinascimentale?) la metta a nome con la parola biblica: nella quale purtroppo – suppongo per colpa della tipica mentalità medievale di cui, com’è noto, erano intrisi gli ebrei veterotestamentari e gli evangelisti, per non parlare di quel Gesù ch’è medievale fatto e finito come nessuno mai – dell’inferno e di chi lo abita si parla come di un dato di fatto, che non si può nascondere sotto il tappeto, hai voglia di “interrogare” e “ascoltare” e via cianciando. O forse alla fine si scopre che il forcone di Belzebù è un simbolo fallico?

Poi uno dice il fumo nel tempio. Ma vedi tu se tocca leggere sull’Osservatore Romano, manco Jesus o Famiglia Cristiana, che l’inferno è una retorica del terrore e l’esito del giudizio finale è una “visione della storia”, ma don’t panic: ci salverà la tranquilla audacia del Rinascimento e degli psicoteologi francesi.

Auguro alla dott.ssa Sylvie Barnay, e a chi le ha approvato l’articolo in Vaticano, e a chi ha approvato l’approvazione, di andare all’inferno.
Mica per sempre, oh. La dannazione non si augura a nessuno, manco a Giuda. Intendo una semplice roba andata-e-ritorno, tipo Dante, o almeno una visione mistica, una rivelazioncina privata piccola piccola, un sogno incubatico rigorosamente non psicanalizzabile. Che siccome evidentemente “interrogare” la parola biblica – magari leggere perfino il vangelo, tipo pesco un paio di passi a caso Mt 18:8 o Lc 13:22, dove Gesù ha il cattivo gusto di fare della deplorevole medievale retorica del terrore – non è stato abbastanza, allora abbiate pietà, lassù in alto loco: mandategli qualcosa che gli dia la scossa a tutti quanti, gli metta addosso una strizza fottuta da pisciarsi addosso. E poi la voglio vedere la tranquilla audacia.
Perché di questo stiamo parlando: dell’inferno. Che esiste davvero, altro che rottame arrugginito, così è scritto nel Credo. E se qualcuno lì all’Osservatore Romano non ci crede, liberi di non crederci, ma allora ce lo dicessero chiaro e tondo.

Ultima osservazione. La dott.ssa Barnay conclude facendo una pippa così su com’è bella l’alleanza tra esegesi e psicanalisi, la fecondità del metodo transdisciplinare, la creazione di senso con il linguaggio (?), e lamentandosi perché l’approccio psicanalitico – “vivamente richiesto” dalla Pontificia Commissione Biblica del 1993 – è rimasto troppo spesso confinato nelle teorizzazioni degli esperti.
Mi unisco di cuore a tali cahiers de doléances. Vi prego, cari teologi pontifici e/o protestanti, dateci più approccio psicanalitico, ne abbiamo tanto bisogno. Possibilmente, ve ne prego, brematurato come se fosse antani, con scappellamento a destra a sinistra.


Parabola del Tempio edificando

Dall’introduzione de
La Russia e la Chiesa Universale,
di Vladimir Solov’ëv:

*

“Un grande architetto, partendo per un lungo viaggio, chiamò i suoi discepoli e disse loro:

«Voi sapete che io sono venuto per ricostruire il santuario principale del paese, distrutto da un terremoto. L’opera, ormai, è iniziata: ho tracciato il piano generale, il terreno è stato spianato e le fondamenta sono gettate. Voi mi sostituirete durante la mia assenza. Io tornerò senz’altro, ma non so dirvi quando. Lavorate dunque come se doveste compiere tutta l’opera senza di me. È il momento di mettere in pratica gli insegnamenti che vi ho impartito. Ho fiducia in voi e non starò ad imporvi tutti i particolari dell’opera. Badate soltanto di osservare le regole della nostra arte. Del resto, vi lascio le fondamenta incrollabili del Tempio, che io stesso ho gettato, e il piano generale che ho tracciato: il che vi basterà se sarete fedeli al vostro dovere.
E comunque non vi lascio soli: in ispirito e col pensiero sarò sempre con voi.»

 Poi li portò nel luogo dove sarebbe dovuta sorgere la nuova chiesa, mostrò loro le fondamenta e consegnò loro il piano.

Dopo la sua partenza, i discepoli lavorarono di comune accordo; e circa un terzo dell’edificio fu ben presto costruito. Tuttavia, dato che l’opera era molto grande ed estremamente complicata, i primi compagni non furono sufficienti e se ne dovettero ammettere di nuovi. Non passò così molto tempo che tra i principali capi dei lavori sorse una grave contesa.
Ci fu chi pretese che delle due cose lasciate in eredità dal maestro assente – le fondamenta dell’edificio e il piano generale – solo quest’ultimo fosse veramente importante e vincolante, mentre nulla impediva di abbandonare le fondamenta già poste e costruire in altro luogo. Contestati energicamente dal resto dei loro colleghi, costoro, nel calore della disputa, arrivarono sino ad affermare (in contrasto con il loro stesso sentire, più volte apertamente espresso) che il maestro non aveva mai posto né indicato le fondamenta del Tempio; e che questa non era che un’invenzione dei loro avversari.
Tra questi ultimi, poi, ve ne furono molti che, a forza di difendere l’importanza delle fondamenta, caddero nell’estremo opposto ed affermarono che l’unica cosa veramente seria fosse la base dell’edificio posta dal maestro: così che il loro compito specifico consisteva unicamente nel conservare, riparare e consolidare la parte già esistente dell’edificio, senza preoccuparsi di portarlo a termine, perché – dicevano – il compimento dell’opera spetterà esclusivamente al maestro stesso quando sarà ritornato.

Gli estremi si toccano e i due opposti si trovarono ben presto d’accordo su un punto: che non si doveva portare a termine l’edificio.
E però, il partito che aspirava a conservare in buono stato le fondamenta e la navata incompiuta si consacrava, a tale scopo, a molti lavori secondari e vi dispiegava un’energia indefessa, mentre il partito che credeva di poter fare a meno dell’unica base del Tempio, dopo essersi vanamente sforzato di costruire su un’altra area, dichiarò che non si doveva fare assolutamente nulla: secondo questi ultimi, nell’arte dell’architettura l’essenziale era la teoria, la contemplazione dei suoi modelli e la meditazione delle sue regole e non invece l’esecuzione di un piano preciso; e se il maestro aveva lasciato loro il proprio piano del Tempio, non lo aveva certo fatto per farli lavorare in comune alla sua costruzione reale, ma soltanto perché ciascuno di loro, studiando questo piano perfetto, potesse diventare lui stesso un buon architetto. E a questo proposito, i più zelanti di questo gruppo consacrarono la loro vita a meditare sul progetto del Tempio ideale, ad imparare ed a recitare a memoria ogni giorno le spiegazioni di questo progetto che alcuni loro vecchi compagni avevano fatto sulla base delle parole del maestro. Ma la maggioranza si accontentava di pensare al Tempio un giorno alla settimana, riservando tutto il resto del tempo ai propri affari.
Tra questi operai separatisti, però, ve ne furono alcuni che, studiando il piano del maestro e le sue spiegazioni autentiche, vi ravvisarono delle indicazioni precise, dalle quali risultava che la base del Tempio era stata effettivamente posta e non poteva essere più cambiata; costoro si imbatterono tra l’altro in queste parole del grande architetto:

«Ecco le fondamenta incrollabili che io stesso ho posto; è su di loro che si deve edificare il mio Tempio se si vuole che esso possa resistere in eterno ai terremoti ed a qualsiasi flagello.»

 Colpiti da queste parole, i buoni operai risolsero di rinunciare al loro separatismo e di unirsi immediatamente a coloro che avevano custodito le fondamenta per partecipare alla loro opera di conservazione.
Ci fu però un operaio che disse:
«Riconosciamo i nostri torti, rendiamo tutta la giustizia e tutti gli onori dovuti ai nostri antichi compagni, riuniamoci con loro attorno al grande edificio soltanto iniziato, che noi abbiamo vilmente abbandonato e che essi hanno avuto il merito impagabile di aver custodito e conservato in buono stato. Ma innanzitutto bisogna essere fedeli al pensiero del maestro. Ora il maestro non ha posto queste fondamenta perché non vi si mettesse mano, ma perché il suo Tempio fosse costruito su di esse. Dobbiamo dunque riunirci tutti per innalzare sulle fondamenta che ci sono state offerte l’edificio in tutta la sua interezza. Se avremo o meno il tempo sufficiente per terminarlo prima del ritorno del maestro, è un altro problema che lui stesso non ha voluto risolvere. Egli però ci ha espressamente comandato di lavorare per far avanzare la sua opera ed ha anzi aggiunto che noi faremo più di lui.»
L’esortazione di questo operaio parve strana alla maggior parte dei suoi compagni. Alcuni lo definirono un utopista, altri lo accusarono di orgoglio e presunzione.

Ma la voce della coscienza gli diceva chiaramente che il maestro assente era con lui in ispirito e verità.”


L’alieno / 5

Continuo ad ospitare la storia della mia amica Sissi2002.

 - 5 -

 Ho deciso di adottare delle strategie di comportamento tutte mie. Innanzitutto non me lo sogno nemmeno di andare a rovistare su Internet alla ricerca di notizie inerenti alla mia malattia, alle percentuali di guarigione e di decesso, alle terapie più o meno miracolose come quella basata sull’aloe vera o sugli intrugli di erbe elaborati da un dottore messicano dal cognome impronunciabile.  Ho parlato con i famigliari più stretti e con gli amici più importanti, cercando di “attutire” il colpo mostrandomi, io per prima, molto serena e tranquilla.
Il bello è che non sto fingendo per evitare ai miei cari un dispiacere in più: io mi sento in effetti molto calma. Prima o poi dovrò pur chiedermi da dove mai arriva questa serenità di spirito: per adesso mi limito a stare in guardia perché temo che, prima o poi, e magari proprio nel momento meno opportuno, ci sarà la crisi, crollerà l’argine.
La mia è davvero serenità, oppure la mia mente sta deliberatamente aggirando l’ostacolo, sta rifiutandosi di accettare la realtà, sta tentando di rimuoverla?

La risposta arriva non molti giorni dopo. Il TG dell’ora di pranzo dà in apertura la notizia della morte improvvisa di Lucio Dalla. A parte il forte dispiacere per la scomparsa di un artista che ammiravo molto, mi colpiscono in modo particolare le parole di una collega a scuola (la quale ignora la mia situazione). Parlando di Dalla e della sua scomparsa prematura e del tutto inaspettata, lei commenta: “Se non altro, povero Lucio, non ha sofferto, non ha dovuto combattere magari per molto tempo contro la malattia”.
Eh, no.
Mi rendo conto improvvisamente che non condivido più quello che era sempre stato un mio punto di vista abbastanza fermo: meglio una morte improvvisa, meglio evitare la sofferenza; dato che prima o poi tocca a tutti, speriamo che quando toccherà a me sarà in un attimo, che non me ne renderò nemmeno conto. Lo pensavo, in perfetta buona fede, fino a ieri. Adesso non più. Adesso che il pensiero della morte non è più un concetto astratto, un qualcosa di cui si dice che prima o poi arriva per tutti, ma naturalmente augurandosi un “poi” che sia il più lontano possibile, mi rendo conto che non è vero.  Io ho sentito nettamente suonare la campanella dell’ultimo giro: c’è ancora tempo per fare ordine, per raccogliere i pensieri, per formulare dei bilanci, per “prepararsi”, come si diceva una volta.

Non so quanto mi resta. Sei mesi? Due anni, come recita burocraticamente il foglio di esenzione dal ticket per “patologia grave”? Cinque anni, se vogliamo fidarci delle statistiche? Forse di più, in caso di guarigione, o forse di meno, se domani finisco investita da un automobilista più o meno ubriaco? Comunque sia, mi è stata data l’opportunità di trascorrere un po’ di tempo nella consapevolezza che la morte non è solo un concetto teorico, un tema filosofico o la chiusura di un ciclo biologico: è una certezza assoluta, un evento del tutto individuale ed ineludibile.
Questa consapevolezza comincia col fare i conti con la mia fragilissima fede, con la mia debolezza, con quel Dio che troppo spesso mi è apparso come indifferente e lontano, quando ero solo io ad essere muta e sorda.

(continua)


L’uomo che uccise il mondo

un ateo molto leale con cui mi trovai a discutere fece uso di questa espressione: ‘Gli uomini sono stati tenuti in schiavitù per paura dell’inferno’. Gli ho fatto osservare che se avesse detto che gli uomini erano stati affrancati dalla schiavitù per paura dell’inferno, avrebbe almeno fatto riferimento a un inoppugnabile fatto storico.

Gilbert Keith Chesterton

World War Z.
C-A-P-O-L-A-V-O-R-O A-S-S-O-L-U-T-O.
L’apocalisse zombie come non l’avete mai conosciuta.
Ma prima di parlare di Breckenridge “Breck” Scott e del Phalanx, è d’uopo una premessa.

 

Non riesco purtroppo a ritrovare un articolo che ho letto molto tempo fa, e che non ho avuto l’accortezza di conservare, in cui si riassumeva un concetto esposto da (mi pare) Hannah Arendt nel suo La banalità del male: l’ateismo come oppiaceo della coscienza individuale.
Di fronte alla concezione marxista della religione come anestetico che trattiene il proletariato dalla sollevazione di massa contro le catene del padrone, la Arendt oppone che il nazismo ha potuto quel che ha potuto proprio in virtù dell’idea contraria: la consolazione infusa al singolo che nessun Giudizio lo avrebbe mai giudicato, nessun inferno lo avrebbe mai retribuito, dunque non c’era limite a ciò che egli poteva fare. L’orrore diventa normale quotidiano, il male è banale. Così si avvera il teorema di Dostoevksij per cui “se Dio non esiste, tutto è lecito”.
Viene alla mente quel che dice Saint-Savin, personaggio del romanzo L’isola del giorno prima di Umberto Eco, un ateo molto simpatico:

Ma non mi guardate come se non avessi sani princìpi e non fossi un fedele servitore del mio re. Un vero filosofo non chiede affatto di sovvertire l’ordine delle cose. Lo accetta. Chiede solo che gli si lascino coltivare i pensieri che consolano un animo forte. Per gli altri, fortuna che ci siano e papi e vescovi a trattener le folle dalla rivolta e dal delitto. L’ordine dello stato esige una uniformità della condotta, la religione è necessaria al popolo e il saggio deve sacrificare parte della sua indipendenza affinché la società si mantenga ferma. Quanto a me, credo di essere un uomo probo: sono fedele agli amici, non mento se non quando faccio una dichiarazione d’amore, amo il sapere e faccio, a quanto dicono, buoni versi.

 Su cosa si basano questi sani princìpi e quest’auto-definizione di probità, non è spiegato: presumibilmente la personale coscienza filosofica del personaggio e le convenzioni sociali, e su cosa esse sono fondate a propria volta, non si sa. Ma comunque Saint-Savin vive e pensa nel 1600, il suo ateismo è ancora del singolo e per il singolo, ed è controbilanciato da una ferrea morale individuale e dalla fedeltà al re. Cosa succede una volta venuta meno la prima e corrotta la seconda? La risposta a questa domanda è proprio quella data da Hannah Arendt e Dostoevskij.
Mi azzardo ad affermare storicamente, senza averne le competenze e dunque aperto a confutazioni documentate, che è proprio fino al ‘600 che non si ha notizia nella storia dell’umanità di una società complessa – il mito del buon selvaggio meriterebbe un discorso a parte – che abbia abbracciato l’ateismo collettivo e sia sopravvissuta nel lungo termine. È invece nel ‘700 (preceduto beninteso da una lunga gestazione sotterranea) che gli intellettuali cominciano a sognare in massa ed esplicitamente la scristianizzazione totale (la patina di teismo o deismo, la verniciatura di diritto naturale razionalista, si scrosta molto presto) ed è lì che comincia il cammino che porta al pensiero dominante contemporaneo: Dio non esiste, verità e giustizia sono scatole vuote da riempire volta per volta, tutto è lecito o liceizzabile a piacere, non c’è peccato né giudizio.
Su questi presupposti, quanto può durare?

 

Fine della premessa e torno a parlare di World War Z.
Si tratta di un libro epico, scritto da una massima autorità sull’argomento ovvero Max Brooks già autore del Manuale per sopravvivere agli zombie (da tenere nel comodino a portata di mano, metti caso serva). Io l’ho letto in inglese, perché in italiano non è ancora uscito, perciò le prossime citazioni sono mie traduzioni alla buona. Potreste averne già sentito parlare perché tra due mesi esce il film tratto dal libro, di cui è già in circolazione il trailer. Considerato che il protagonista è Brad Pitt e che gli zombie in questo periodo tirano, probabilmente incasserà. Peraltro la pubblicità a me ha fatto ribrezzo, perché sembra la solita storia azioneazionefuggisparaesplodibumbumbum: o il trailer è infedele rispetto al film, oppure il film col libro c’entra ben poco. D’altra parte, mi rendo conto che non era così facile trasporre la storia in film (una serie sarebbe stata un format più adatto, ma ormai questo c’abbiamo e ci accontentiamo, pazienza).
Perché WWZ non è una semplice storia di morti che risorgono e mangiano i vivi. Tecnicamente non è neppure un romanzo. È proprio un’altra cosa – molto migliore.
La particolarità di WWZ è che avviene un mondo in cui c’è già stata la guerra contro gli zombie, e l’umanità ha vinto, seppure a malapena. L’autore intradiegetico del libro è un giornalista che viaggia per il mondo e intervista persone di tutti i tipi, di ogni continente e ceto sociale, facendosi raccontare quello che hanno vissuto e le cose che hanno fatto. La differenza rispetto alla classica zombie story, alla George A. Romero oppure The Walking Dead per intenderci, è palese: lì il punto di vista è del singolo, qui è letteralmente globale. WWZ è estremamente realistico dal punto di vista geopolitico e considera una miriade di fattori che di solito nelle altre storie di zombie sono ignorati: la reazione di mass-media e politici di fronte alle voci di apocalisse (negare sempre, anche l’evidenza, finchè non è troppo tardi), le ragioni tecniche del fallimento delle normali tattiche militari di fronte a un nemico così radicalmente diverso (la battaglia di Yonkers), gli imprevedibili sconvolgimenti politici (Israele si chiude in quarantena e poi scoppia la guerra civile!).
Vorrei citare ogni intervista che mi ha entusiasmato, ma non posso. Sono troppe, praticamente tutte. È stato il libro più bello che abbia letto da un paio d’anni a questa parte (parliamo di un numero a tre cifre). Mi limito allora a quella che mi ha colpito di più, quella che mi ha fatto venire in mente, per motivi che saranno chiari alla fine, le considerazioni che ho riportato all’inizio di questo post.

Breckenridge “Breck” Scott, quel grandissimo stronzo.
Se v’interessa e capite l’inglese, l’intervista è riassunta sulla pagina di Zombiepedia, la wikipedia sugli zombie (sì, esiste davvero), dedicata al Phalanx.
Il Phalanx è un falso vaccino che Scott ha messo in circolazione sul mercato mondiale nella fase iniziale dell’epidemia, quando la gente non voleva credere che si trattasse davvero di zombie. Era meglio pensare che fosse una nuova forma di rabbia africana, più “scientifico”, più accettabile. Le alte sfere politiche, i poteri economici invece sì, sapevano che si trattava davvero di zombie, ma non volevano dirlo per non seminare il panico, perché il panico avrebbe distrutto ancora di più la fragile fiducia dei consumatori e avrebbe ripiombato il mondo in un’altra crisi finanziaria. E tutti quei grandi e blasonati giornali, i cui azionisti incidentalmente erano quegli stessi gruppi economici e politici che non volevano il panico, semplicemente guardavano da un’altra parte: a parlare di zombie erano solo le fonti non ufficiali su internet e social network, ovviamente facili da screditare.
Scott nella sua intervista ci tiene a puntualizzare che “tecnicamente” lui non ha imbrogliato nessuno, perché infatti il Phalanx previene davvero alcuni tipi di rabbia. Ha solo omesso di dire ai consumatori che il suo vaccino era inutile, perché non si trattava di rabbia ma di un’altra cosa, ma “tecnicamente” (lo dice ridendo) non ha mai mentito. Non solo, ma insiste sarcasticamente sulle conseguenze positive della sua truffa:
A causa del Phalanx, il settore biomedico ha cominciato a risalire, questo come conseguenza ha risollevato il mercato azionario, questo ha dato l’impressione di una ripresa, questo poi ha restaurato abbastanza fiducia nei consumatori per stimolare effettivamente la ripresa! Il Phalanx ha interrotto la recessione mondiale… IO ho interrotto la recessione mondiale!
Bravo.
Certo, poi sono morti tutti, ma che ti frega.

Disgraziatamente, il danno provocato dal Phalanx è stato amplificato da ­un altro fattore in gioco: i “quisling”, una delle migliori invenzioni di Max Brooks.
La parola deriva da Vidkun Quisling, politico norvegese che tradì il suo paese e collaborò con i nazisti, il cui nome è passato alla storia come sinonimo di traditore, come dire un giuda. Si tratta di una psicopatologia di massa che si è diffusa ad ampio raggio nella popolazione, anche se sfortunatamente è stata diagnosticata molto in ritardo, e consiste nel fatto che gli umani che ne sono colpiti si convincono di essere zombie. Agiscono come zombie, camminano come zombie, mordono come zombie, possono addirittura essere più pericolosi dei veri zombie. La spiegazione che è stata elaborata per questo fenomeno consiste in una specie di versione evoluta della Sindrome di Stoccolma:
c’è un tipo di gente che non accetta una  situazione lotta-o-muori. Sono attratti da ciò che temono. Invece di resistergli cercano di fare compromessi, compiacerlo, assomigliargli. Ci sono sempre stati collaborazionisti in tutte le guerre, pronti a saltare sul carro dei vincitori… Ma questo non poteva essere fatto in questa guerra, perché gli zombie sono diversi. Non puoi avvicinarti a uno zombie sventolando bandiera bianca e dicendo non uccidetemi, sono dalla vostra parte. Non c’è una zona grigia, nessun compromesso possibile. Ecco, alcune persone semplicemente non riuscivano ad accettare una situazione così drastica. Era troppo. Questo le ha fatte impazzire.
Ora, provate a immaginare la seguente situazione. Un uomo che si è vaccinato con l’inutile Phalanx viene morso da un quisling, quando ancora non si sa che esistono i quisling. Il quisling viene subito abbattuto, nessuno nota la differenza con un vero zombie. L’uomo che è stato morso sopravvive. Cosa devono pensare lui e quelli che gli stanno accanto? Che il Phalanx funziona, ovvio. Si sparge la voce che IL VACCINO FUNZIONA DAVVERO. Siamo al sicuro. Cerchiamo di non farci divorare, ma se si tratta di un solo morso, pazienza, siamo vaccinati.
Allora, situazione n. 2. Un uomo che ha assunto il Phalanx viene morso da uno zombie. È condannato ineluttabilmente a trasformarsi, ma non lo sa, anzi crede di essere salvo. Così quell’uomo torna da dove è venuto – base militare, cittadella fortificata, qualunque cosa – e dopo pochi giorni quel posto non esiste più perché è stato distrutto DALL’INTERNO.
Situazioni come questa succedono a centinaia. A migliaia.
Non è facile calcolare quante persone sono morte nella guerra contro gli zombie, ma siamo sicuramente nell’ordine dei miliardi di persone. Probabilmente metà del genere umano, diciamo grossomodo 3.000.000.000 di morti, ma probabilmente anche quattro o cinque. Un numero così grande da diventare astratto, privo di significato.

 Sarebbe esagerato dire che la responsabilità di tutti questi morti sia colpa di Breckenridge “Breck” Scott. Ci sono molte altre responsabilità, come abbiamo visto. Ma lui colpisce particolarmente per il modo con cui affronta la tragedia mondiale.
Ride.
Comprensibilmente, alla fine della guerra Scott è l’uomo più odiato del mondo. Ma non se ne cura. Non ha sofferto, lui. Con il suo falso vaccino ha fatto una quantità enorme di soldi, e al momento giusto ha tagliato la corda: si è rifugiato in Antartide, nella Base Vostok, il luogo più remoto della terra, dove gli zombie non possono arrivare (col freddo intenso l’acqua del loro corpo ghiaccia e sono immobilizzati) e dove vive come un pascià. Compra le cose che gli servono dal governo russo, che non si fa scrupoli ad accettare i suoi milioni di dollari sporchi di sangue (incidentalmente, la Russia è diventata una teocrazia). È qui che lo intervista l’autore di WWZ, e per tutta l’intervista Scott scherza, si sganascia dalle risate, si diverte alle spalle di quelli che sono morti. Non mostra il minimo rimorso. Sembra essere divertito dal concetto stesso di rimorso.
Non riesco a descrivere l’impressione di viscido che mi hanno fatto le sue parole. Dovete leggere per credere. Max Brooks è uno scrittore con gli attributi.
L’ultima domanda dell’intervista è

D. lei non assume nessuna personale responsabilità [per tutti questi morti]?

La risposta merita di essere considerata attentamente.

“R. Per cosa? per aver fatto un po’ di fottuti soldi?… beh, non proprio un po’ [ride]. Tutto quello che ho fatto era quello che si suppone voglia fare chiunque. Ho inseguito il mio sogno, mi sono preso il mio pezzo di torta. […] Non ho mai ferito direttamente nessuno, e se qualcuno è stato così stupido da farsi male da solo, boo-fuckin-hoo – [NdT credo che si possa approssimativamente tradurre con “e chi se ne fotte ha-ha”]
Certo… se c’è un inferno… [ride mentre parla] non voglio pensare a quanti di quei coglioni potrebbero stare ad aspettarmi. Spero solo che non vogliano un rimborso.”


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