Sull’indottrinamento

Sull’indottrinamento

 Mi sono rotto le scatole di leggere o sentir dire, riferite alla Chiesa, frasi come "eccoli lì, sempre pronti a indottrinare la gente", "mi hanno indottrinato da bambino" (male, se no ora non saresti così), "indottrinano e plagiano le menti", eccetera et coetera.

Vorrei sapere da questi campioni del libero pensiero qual è esattamente il crimine di cui si accusa la (pausa, respiro, tono di sdegno) Chiesa cattolica. Criticare nel merito il contenuto di ciò che essa proclama rientra nel libero arbitrio e mi sta bene, anzi veramente no, ma insomma lo accetto. Criticare il fatto che Chiesa trasmette alle nuove generazioni la sua dottrina, biasimare che i cattolici si adoperino per convincere altre persone di ciò di cui essi sono convinti, insomma stigmatizzare quel che oggi si definisce spregiativamente proselitismo (una parolaccia, in tempi di relativismo) proprio non lo accetto e lo trovo anzi molto contraddittorio. Tra i diritti compresi nella libertà di pensiero c’è anche il diritto di manifestare pubblicamente le proprie idee, di dire al mondo "noi crediamo in questo" (come succede alle GMG, alle processioni, alle funzioni religiose in pubblico e ovunque sia) e di trasmetterle agli altri. Non vale neppure la pena di far notare che questo è ciò che usualmente fanno i partiti politici e i movimenti culturali (in senso latissimo) per sopravvivere ad ogni generazione, non si tratta certo di un’esclusiva cattolica. Due pesi e due misure?

Esisteva una volta in Italia il reato di plagio. Articolo 603 del codice penale: "chiunque sottopone una persona al proprio potere, in modo da ridurla in totale stato di soggezione, è punito con la reclusione da cinque a quindici anni". La soggezione di cui si parlava non era tanto fisica (equiparabile alla schiavitù e punita in altra parte del codice) quanto piuttosto psicologica e morale. L’articolo in questione è stato abrogato dalla Corte Costituzione nel 1981 (sentenza n. 96 del 9-4-81, per chi volesse fare una ricerca) perché in contrasto con il basilare principio di tassatività del diritto penale: per dirla in breve, l’articolo è troppo vago. Come fa un giudice a capire dove finisce la libera scelta e inizia la debolezza mentale? Su quali prove si basa? Che tipo di interrogatori dovrebbero effettuare le forze dell’ordine nelle parrocchie, nelle sedi di partito, nei circoli culturali, nelle scuole, magari financo nelle case di privati cittadini?

Che poi, a dirla tutta, c’è un po’ di spocchia culturale implicita nella cosa. Come se tutti quelli che seguono una particolare idea, sinceramente convinti, altro non fossero che dei bietoloni che mai avrebbero pensato la tal cosa se non gli avessero fatto il lavaggio del cervello. Nessuno con un minimo di senno crederebbe X, penserebbe Y, dunque se tanti lo fanno è perché li hanno rincretiniti. Per alcune idee particolarmente bislacche, penso a eccidi di massa come Jonestown e a certe sette, sono d’accordo. Ma fenomeni di tal genere non durano tanto sul palcoscenico della storia. Si estinguono, passano di moda. Le idee che durano, le idee che non muoiono come dice un libro di Bertinotti (in cui si arrabatta a dimostrare che il marxismo non è morto, uno sforzo titanico) sono quelle che riescono a dire una significativa parte di verità sull’uomo e sul mondo. Vale per le religioni come per le dottrine politiche. Una persona intelligente può riconoscere quella parte di verità e, appassionandosi ad essa, trascurare gli altri errori. Dico questo perché conosco molte persone intelligenti che seguono idee che considero deprecabili, quelle di Marx o di Nietzsche per esempio, eppure non posso negare che sono intelligenti. Non è che tutti gli intelligenti stanno da una parte e gli stupidi da tutte le altre, l’esperienza insegna (una volta ho letto Piergiorgio Odifreddi, molto ateo anzi antiteista, che teorizzava "chi pensa non crede, chi crede non pensa": vergognoso).

Anche io, scusate l’immodestia, mi considero intelligente. Nessuno mi ha inculcato le cose che penso me nolente; sono io che ho assorbito un certo messaggio, l’ho vagliato, l’ho ponderato, l’ho confrontato e scelgo ogni giorni di aderirvi consapevolmente (sennonchè non sono certo così giusto da cadere solo sette volte al giorno). Me ne assumo il merito o la colpa, ma non toglietemi la mia responsabilità individuale dicendo che sono stato indottrinato.


19 responses to “Sull’indottrinamento

  • stark86

    L’indrottinamento esiste, non in maniera così barbara come molti dicono, da quando mammà e papà ci fanno battezzare e andare al catechismo. Io non so se c’è un motivo preciso per cui determinati sacramenti si diano durante un’età così precoce, ma di certo non sono espressione del libero arbitrio.

    Il “non pensatore” non è colui che crede, ma colui che crede ciecamente, senza sottoporre a critica. E non mi riferisco solo alla fede: ad esempio, anche chi segue ciecamente le teorie dei sopracitati Nietzsche e Marx, è un “non pensatore”: come ben sai io ho letto il “Così parlò Zarathustra” di Nietzsche, però ho saputo filtrare le teorie, secondo la mia morale, secondo ciò che io ritenevo giusto o sbagliato.

  • ClaudioLXXXI

    Circa il battesimo, al di là della questione sacramentale che ti è indifferente, faccio un ragionamento semplicissimo: meglio farlo perchè, se il battezzato ne apprezzerà il valore, desidererà averlo ricevuto prima possibile; se non ne apprezzerà il valore, considererà quell’acqua semplice acqua e sarà già sostanzialmente uscito dalla comunità dei fedeli.

    Sul pensare e credere diventa questione di termini, si tratta di mettersi d’accordo sul significato delle parole. Se mi si dice che la fede dev’essere cosa diversa dalla credulità babbea, sono d’accordo. Se mi si dice (come purtroppo accade) che non bisogna mai credere completamente ma sempre conservare una riserva mentale, un piccolo dubbio, allora mi chiedo dove andiamo a finire. Siamo sicuri di esistere?

    Sullo Zarathustra ricordo il tuo proposito di “de-estremizzare Nietzsche”. Auguri😛

  • stark86

    Completamente d’accordo sul battesimo. Fosse almeno servito a farmi apprezzare il mare, però…😛😛

    Ma “non credulità babbea” e “dubbio” non possono andare a braccetto? Se il fedele sa criticare (porre sotto critica) il dio che adora, allora è anche *possibile* che trvi qualche falla in tutto il ragionamento. E a questo punto il dubbio mi sembra legittimo. Infatti io non volevo “de-estremizzare” Nietzsche, ma ho colto determinate cose della sua poetica e tralasciato altre cose, dopo averle analizzate e aver capito che non facevano parte del mio modo di pensare, più moderato rispetto a quello di Nietzsche.

    La cosa carina è che tutto questo lavoro di critica filologica l’ho fatto seduto sul wc: il luogo dove leggo più spesso😛😛😛

  • utente anonimo

    A parte che quella frase non è di Odifreddi ma di Schopenhauer, sembra che tu stia sottovalutando il fatto che essere battezzati significa anche crescere in un ambiente religioso ben definito, in genere restio a fornire esperienze e conoscenze differenti e presentate con pari dignità. Ci si trova su un solco già tracciato e non è lo stesso che trovarsi su di un terreno vergine.

  • ago86

    #4 Perché secondo te, se uno non è battezzato ma cresce in un "ambiente religioso ben definito", come lo chiami tu, non sarà incline lo stesso a far parte di una religione? Che poi, per quale motivo recondito dare un insegnamento qualsiasi non è indottrinamento, mentre dare un insegnamento religioso lo è? Nessuno nasce in un terreno vergine, non fosse altro perché si vive in società, dove ci sono regole, norme e consuetudini. Ma anche nascerne fuori porta a delle inevitabili conseguenze. Quindi, quel terreno vergine che dici tu non può esistere in nessun caso. Inoltre, non ho mai saputo che nascere in una società implica necessariamente aderire in tutto e per tutto ad essa. Non c'è alcuna costrizione.

  • ClaudioLXXXI

    Ciao. Io sono stato battezzato, ho fatto la comunione da bambino (età 10-12 circa), sono stato perfino chierichetto per un brevissimo tempo, dopodichè sono uscito dal giro cattolico e sono diventato cattotiepido/agnostico/ateo fino ai 17-18 circa, dopodichè sono uscito dal giro anticlericale e sono gradatamente (ri)diventato cattolico. Pensa un po' tu quanto posso sentirmi  indottrinato.
    Comunque mi associo alla domanda di ago: secondo te un bambino che nasce da due genitori attivisti dell'UAAR quante probabilità ha di crescere in un ambiente che non sia "ben definito, in genere restio a fornire esperienze e conoscenze differenti e presentate con pari dignità"?
    Ma poi secondo te esiste veramente da qualche parte questo mitologico terreno vergine? E che cos'è un terreno vergine?

  • utente anonimo

    #5 Perché secondo te, se uno non è battezzato ma cresce in un "ambiente religioso ben definito", come lo chiami tu, non sarà incline lo stesso a far parte di una religione?
    –Tutti i non battezzati che non hanno scelto, da adulti, di far parte di alcuna religione. Per quanto il numero delle persone che conosco possa non essere significativo, per me qualcosa significa, purtroppo non ho in mano statistiche riguardanti l'Italia, ma in certi paesi come la Repubblica Ceca, dove non si può dire che manchi la presenza religiosa, il grosso della popolazione non viene di solito battezzato dai genitori e non c'è una rilevante conversione quando i bambini divengono adulti.

    Che poi, per quale motivo recondito dare un insegnamento qualsiasi non è indottrinamento, mentre dare un insegnamento religioso lo è? Nessuno nasce in un terreno vergine, non fosse altro perché si vive in società, dove ci sono regole, norme e consuetudini.
    –Io non ho parlato di indottrinamento (è sempre molto sgradevole farsi mettere in bocca parole non dette, si finisce per scadere nella fallacia dell'uomo di paglia), sottolineavo il fatto che una stretta educazione religiosa fin da piccoli, compresi i suoi riti come il battesimo, immettono in percorso ben definito, che sarebbe ben diverso da non averne qualcuno in particolare. Trovo poco realistico che un bambino, specie in un paese come il nostro, possa venire a contatto diretto con altre forme di religiosità o di irreligiosità trattate alla pari.

    Quindi, quel terreno vergine che dici tu non può esistere in nessun caso. Inoltre, non ho mai saputo che nascere in una società implica necessariamente aderire in tutto e per tutto ad essa. Non c'è alcuna costrizione.
    — Intendo per terreno vergine la possibilità di non farsi presentare più opzioni, parlo di contatto con molte e diverse esperienze, poste sullo stesso piano. Non ci vuole molto a capire che se qualcuno viene educato alla bontà dell'unica religione vera e santa (qualunque essa sia) difficilmente potrà venire a contatto in modo autentico con altre opzioni pur degne. Sulla costrizione, non prendiamoci in giro, vi sono non poche realtà nostrane ove il non essere battezzati, per esempio, significa anche essere vittima dei pregiudizi di chi ritiene che appartenere alla comunità significa per prima cosa conformarvisi. Se non c'è costrizione, può esserci una certa velata ostilità.

    #6ClaudioLXXXI
    Ciao. Anche io ho seguito un percorso simile al tuo. Battezzato, confessato, comunicato, felice di aver un dio buono che ti protegge ecc., fino ai 14 anni, quando ho iniziato a rifletterci sopra ed ho concluso che la religione non faceva per me. Non mi definisco un anticlericale, non credo che l'anticlericalismo si accompagni per necessità all'ateismo/agnosticismo, a me la chiesa interessa solo quando ha a che fare con me come cittadino, per il resto, che sia libera col beneplacito dei fedeli.
    Comunque mi associo alla domanda di ago: secondo te un bambino che nasce da due genitori attivisti dell'UAAR quante probabilità ha di crescere in un ambiente che non sia "ben definito, in genere restio a fornire esperienze e conoscenze differenti e presentate con pari dignità"?
    Non cascherò nel tranello, io non ho presentato alcun genitore attivista dell'UAAR come buona alternativa, non ho idea di come sia essere genitore attivista dell'UAAR, non posso rispondere e non mi interessa granché saperlo. Vedo che l'uso di strategemmi dialettici qui è ben radicato, ma transeat. Potrei anche concedere che i genitori attivisti dell'UAAR siano restii a far conoscere ai loro figli altre realtà religiose, così che possano scegliere liberamente (ma può anche darsi che questa libertà ai loro figli sia data, che ne sappiamo?), mi cambia poco.
    Magari l'espressione "terreno vergine" non è adatta: più che terra vergine, pensiamo ad una società multireligiosa, ove i bambini non vengono subito inquadrati in un credo.

  • ago86

    Scusa, ma ciò che dici non fa che confermare ciò che ho detto io: il battesimo e l'educazione non costringe nessuno a essere sempre cattolico. Inoltre si può facilmente rigirare il tuo argomento: perché crescere in una cultura atea non è stare su un solco già tracciato? Per qual motivo l'ateismo non è una fede?

    Il battesimo non mi pare sia un rito che instradi molto, visto che il bambino non lo ricorda. Non mi pare che in questo paese chi non ha una religione viene discriminato. E non mi pare affatto che uno che sia battezzato poi NON POSSA scegliere un'altra fede, compreso l'ateismo. Stesso discorso di prima: perché una bambino cresciuto in una famiglia atea o agnostica ha più possibilità di apertura mentale verso le religioni?

    Velata ostilità? Scusa, ma dove vivi? In giro nessuno ti chiede se sei battezzato o no, e tantomeno ti tratta in maniera diversa se sei cristiano o meno. Riguardo alle più opzioni di cui tu parli, una persona riceve l'educazione dai genitori, quella che i genitori ritengono giusta, ma non solo in religione, ma anche in ambito familiare, in tutti gli ambiti con cui il bambino viene a contatto. Quello che tu chiami "più opzioni", alla fine altro non è che "nessuna opzione", ossia nessuna educazione. Quello che tu chiami "essere di parte" è semplice attività mentale, e faccio notare che anche gli atei sono di parte. Il quadro che presenti tu altro non è che "indifferenza", ed è anche esso una cosa di parte, una presa di posizione. Come vedi, il "terreno vergine" semplicemente non può esistere.

  • utente anonimo

    Caro ago86, ti faccio una premessa un po' paternalistica (e non so se posso: se quell'86 indica il tuo anno di nascita, sei ben più anziano di me) ma spero esplicativa: in una buona discussione, onesta e corretta, bisogna stare attenti a non attribuire all'interlocutore affermazioni che non ha fatto (è la fallacia dell'uomo di paglia) perché così si può dire tutto e il contrario di tutto. Quindi, per favore, evita di attribuirmi cose che non ho detto, perché è fastidioso e disonesto.

    Io non ho sostenuto che si debba crescere in una prospettiva atea, al contrario, in un ambiente più variegato e libero, così che ci si possa formare avendo presente più prospettive, e a conti fatti, sono più le opzioni confessionali che non quella atea, sebbene non esista una vera ortodossia dell'ateismo. Quindi il ragionamento non puoi rigirarmelo contro.

    Seconda cosa, io non ho affermato che l'educazione religiosa infantile impedisce l'apostasia o la conversione in altre fedi, dico casomai che la indirizza già da subito, che è cosa ben diversa.

    Il battesimo, in genere, finisce per essere completato con un iter confessionale già predisposto: confessione, comunione, cresima eccetera. Non sostengo certo che tutti i battezzati finiscano per intraprendere questa strada, io ne sono un esempio come lo è Claudio e molti altri. E ripeto, non sto sostenendo che il bambino vada cresciuto in un ambiente ateo, bensì in un ambiente variegato, che è, ripeto una cosa diversa.

    Io credo che si possano educare i figli in molti ambiti e su basi etiche aconfessionali e laiche, spiegando che esistono le religioni, a cosa servono, perché ce ne sono così tante, perché possono essere anche utili, poiché possono sopperire a dei bisogni umanissimi, a seconda della persona e della sua visione del mondo. Se a mio figlio facesse comodo, per ragioni esistenziali, credere in un dio benevolo che lo assita nei momenti difficoltà, non avrei problemi a suggerirgli che c'è il cristianesimo e parlargliene, per dire.
    Inoltre, non è vero che i genitori scelgono del tutto autonomamente l'educazione da impartire ai figli perché c'è un ampia influenza dell'ambiente sociale. Se questo è variegato, le influenze saranno diverse, se è monolitico, sicuramente meno.

    Riguardo all'ostilità, io parlo per esperienza personale, di cui credo di poter essere l'unico giudice, e il fatto di non essere cattolico, in diverse occasioni, non mi ha certo fatto comodo in rapporto ad altri che cattolici lo sono. A scuola, per esempio, o anche fra conoscenti. Nessuno mi chiede se sono battezzato o credente finché l'argomento non salta fuori, e non che tutti i miei interlocutori credenti affrontino il confronto e la diversità come se entrambe le posizioni fossero di pari dignità. Ci sono degli evidenti pregiudizi, ce ne sono in questo blog quando si parla di razionalisti e atei, come ho rilevato altrove, la cosa è innegabile. Perché? Perché c'è una maggioranza che, per il solo fatto di essere maggioranza, si trova già in vantaggio. E' così purtroppo.

    Infine, io non sto presentando un quadro di indifferenza né di nessuna opzione, tutt'altro, stai davvero travisando oltre ogni ragionevolezza. Se a mio figlio presento solo la realtà X come unica, egli avrà solo un'opzione. Se ne presento molte, ne avrà molte, non certo nessuna, come tu sostieni sanza argomentare una siffatta affermazone, che richiederebbe fior fior di spiegazioni, possibilmente non sofistiche.

    Comunque mi ero corretto: non già un terreno vergine, ma un terreno fecondo di molte specie e varietà. Cogli la differenza, spero.

  • ago86

    Il problema è sempre quello: l'indifferenza in certi ambiti è già una presa di posizione, e anche quella instrada la persona verso certe scelte. Una neutralità assoluta non esiste. Non fosse altro che la realtà esiste, e quindi non si è affatto neutri. Le opportunità vanno colte, certo, ma non si può pensare che si abbia una posizone neutrale. Implicherebbe non educare per nulla i bambini, e quindi lasciarli soli. Ma hanno anche le loro inclinazioni personali, quindi non sono nemmeno loro "terreno vergine".

    Sui pregiudizi, non so dove abiti, ma io ne ho affrontati un casino all'università, tanto che non parlo della mia fede. E anche in altri ambiti non è diverso.

  • ago86

    Mi sono dimenticato una cosa: se ad un bambino fai vedere "più possibilità" alla fine è come non fargliene vedere nessuna, perché da solo non sa scegliere. E se uno non insegna ciò che reputa la verità, tanto vale che non insegni nulla. Come disse una persona a me cara, un insegnante che non è dogmatico non è un insegnante.

  • utente anonimo

    Vedo che la premessa non è servita a nulla. E' inutile che mi parli di neutralità, giacché non mi sono sognato di postularla nel mio discorso. E mi va benissimo che i genitori siano orientati come par loro giusto. Ma non puoi negare che lasciare che un bambino cresca in un ambiente più variegato gli permetta, quando sarà più grande, di scegliere con più cognizione di causa. Io credo che la scelta di fede sia importantissima e vada fatta in un'età più matura. Così come fino a 14 anni le scuole sono uguali per tutti e non ci si sogna di istituire le elementari per geometri, quelle per avvocati o quelle per biotecnologi e solo dopo si ritiene che il percorso scolastico generico permetta al ragazzo di preferirne qualcuno via via più specifico.

    Riguardo i pregiudizi, ce ne sono tanto verso i credenti (e fra i credenti, ve ne sono a seconda della setta o della confessione di appartenenza) quanto verso i non credenti, a seconda del contesto considerato. Ma questo conferma quanto da me sostenuto: in un ambiente a maggioranza unica, ateo o credente poco importa, la mosca bianca finisce spesso per essere oggetto di pregiudizio. E' quanto dicevo.

    Sul bambino che non sa scegliere, ti ho già risposto che non forse sarebbe meglio scegliere in età un po' più matura. E no, non hai ancora dimostrato che più opzioni significano nessuna. Semmai, stai involontariamente e tuo malgrado sostenendo l'ipotesi che, di fronte all'effettiva varietà di esperienze religiose, la scelta più sensata sarebbe non essere religiosi! Anche se non è quello che tu pensi davvero, è una cosa che quasi quasi mi verrebbe da condividere.

    La persona cara che ti ha detto quella cosa, se non era una persona stupida, forse voleva dire che un insegnante, dato che deve pur comunicare dei punti fermi della sua disciplina, non deve essere un ossimorico "relativista assolutista", secondo cui se tutto è relativo anche il suo insegnamento lo è e quindi sarebbe inutile. E su questo concordo. Ma non potrei farlo se con dogmatismo intendiamo la totale e irragionevole chiusura ad ipotesi alternative plausibili. In questo caso, sarebbe un pessimo insegnante. E mi piacerebbe sapere cosa ne pensa Claudio di questa sorta di elogio dell'insegnante dogmatico.

  • ago86

    Faccio notare che anche l'ateismo è una religione. Per il resto, dico solo che "più opzioni" significa educare nell'indifferenza, perché mettere sullo stesso piano acqua e fuoco non fa capire nulla né dell'acqua né del fuoco. Non si può essere indifferenti, è assolutamente impossibile. Una non presa di posizione è già una presa di posizione. Il resto del commento non mi interessa.

  • utente anonimo

    L'ateismo non conosce ortodossia, praticamente esiste un ateismo diverso per ogni ateo, ma non escludo che qulcuno possa fare dell'ateismo una religione e un dogmatismo. Ma l'ateismo, di per sé, non è un religione.
    Continua a ribadire che non parlo di "non prese di posizione", parlo di offrire più spunti ed esperienze, che la presa di posizione la si faccia a tempo debito. Né parlo di indifferenza. Se continui a sorvolare su ciò che dico e parli di concetti tuoi come se fossero i miei, allora è inutile discutere. Peccato. Non è da tutti mettersi in discussione, è assai più facile trincerarsi nella propria torre e, schizofrenicamente, continuare a dirsi aperti e dialoganti.

  • ago86

    L'equazione "ortodossia=religione" è inesistente. L'ateismo è una religione per il semplice fatto che è una credenza, tutto qui. Non si tratta di una dimostrazione, ma di una semplice credenza. E' a tutti gli effetti una religione. Io personalmente non ho mai detto di essere aperto e dialogante. Non seguo i tuoi commenti perché si possono riassumere in poche parole, e mi focalizzo su quelle. Per il resto, continuo a dire che "offrire un'educazione" o "offrire più educazioni" è completamente diverso da "educare".

  • utente anonimo

    Il mio ateismo non è una credenza, è un metodo, una sorta di scetticismo per gradi, non pirroniano, ma cumulativo di sensate esperienze e sensate asserzioni. Non credo che avere un viatico del genere sia una religione. E bisogna essere proprio dei bei gaglioffi a pretendere una generalizzazione come la tua. Come se io mi permettessi di dire che il cattolicesimo è superstizione e nient'altro.
    Per il resto, visto che per te le cose stanno solo come ti pare, che questo è diverso da quello, che debbo dire? niente, te l'ho già detto nell'altro post. Poi uno dice che gli cascano le braccia!
    Bah, forse ho sbagliato posto per discutere.

  • utente anonimo

    Comunque, in fin della fiera, pare che ciò che tu intenda per educare, a parte il lessico, sia sostanzialmente l'indottrinamento. E tout se tient.

    Saluti a tutti..

  • ClaudioLXXXI

    Scusate se non sono intervenuto prima, c'era il post su Darwin che assorbiva completamente le mie energie. Oggi pomeriggio torno e rispondo.

  • ClaudioLXXXI

    ago, grazie per essere intervenuto in mia assenza.

    sono d'accordo sul fatto che non è bello ostracizzare un bambino perchè non è battezzato. Innanzitutto è ingiusto, poi è pure controproducente: ho un amico ateo che da piccolo ha sofferto per questa cosa e adesso è molto ateo.
    Però onestamente io non ho ancora capito come dovrebbe essere in concreto questo "ambiente variegato". Come fa un genitore a "offrire più spunti ed esperienze" senza già di per sè prendere posizione su qualcosa? Come si fa a insegnare un come senza comunicare anche un cosa? L'unico esempio concreto che tu fai è già significativo: se dici a tuo figlio che le religioni possono essere "utili" perchè sopperiscono "bisogni", gli stai già insegnando una visione della religione tipo oppio psichico e questo significa già di per sè inquadrare tuo figlio in un "credo".

    Mi spiace ma non ti seguo. Non può esistere un relativismo mitologico che pretende di lasciare libertà ai bambini su cosa credere; oltretutto, di solito si tratta di un pretesto (io lo chiamo "paradigma della neutralità apparente") con cui si vuol far prevalere la propria posizione spacciandola per assenza di posizioni.

Ciao. Se vuoi commentare, accomodati. Non c'è bisogno di nome o e-mail, non c'è approvazione preventiva, no censura. Hai il libero arbitrio e io lo rispetto, anche se potresti usarlo male. Ricorda però che la libertà implica la responsabilità. Se sei un troll, ignorerò i tuoi commenti - a meno che tu non faccia un flood. Se pensi che quel che dico è sbagliato, fammelo notare. Attenzione però, perchè chiunque tu sia, se non sei d'accordo con me, proverò a convincerti del contrario. Qui il dialogo non sono belle chiacchiere per scambiarsi "secondo me" e sentirsi più buoni e tolleranti: qui il dialogo serve a cercare, trovare, amare la Verità.

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