Pacs et iustitia (1)

PACS et iustitia?

 

 

 

Patti civili di solidarietà. Ne parlavamo già qui.

Proviamo a esaminare con calma la faccenda, ora che il clamore mediatico si è temporaneamente fermato. L’argomento è controverso e scivoloso. Ci sono così tanti fattori in gioco: la secolarizzazione, la laicità dello Stato, la crisi del matrimonio, l’avanzata culturale omosessuale, la confusione sulla parola “discriminazione”, l’individualismo assoluto che sorge dall’atomizzazione della società…

A questo punto, se vogliamo fare le cose per bene, dobbiamo prendere in considerazione almeno tre fattispecie che non vanno confuse tra loro: le unioni omosessuali, le unioni eterosessuali che convivono pensando prima o poi di sposarsi, le unioni eterosessuali che rifiutano “ideologicamente” il matrimonio. 

 

 

 

1)      Le unioni omosessuali

È principalmente da qui che nasce la richiesta dei PACS. Dico subito che il polverone suscitato dalle dichiarazioni di Romano Prodi (che rassicurava il presidente dell’Arcigay Grillini) mi parve all’epoca eccessivo, così come l’affondo dell’Osservatore Romano e l’evocazione da varie parti politiche dell’impegnativo paragone spagnolo. Non esageriamo: la proposta dei PACS è di più contenuto spessore, non ha la portata deflagrante della rivoluzione antropologica di Madrid, né Prodi (nonostante il suo deludente comportamento nella questione referendaria) può essere accostato all’anticristiano Zapatero. Per fortuna la situazione non è così grave, giacché quel che è accaduto nella non più cattolicissima Spagna da noi non è possibile, poiché esiste l’articolo 29 della Costituzione e poiché la società italiana non ha ancora perso il senno a tal punto. E diamoci da fare perché non lo perda.

Ma perché insistere tanto sui PACS, e non su altri strumenti giuridici che sostanzialmente non sono poi così lontani? Rutelli proponeva i CCS, contratti di convivenza solidale. Ho letto anche di un’interessante proposta di partenariato civile. Si tratterebbe di strumenti flessibili ed anche diversificabili a seconda delle varie volontà ed esigenze di chi ne fa uso, che consentono il riconoscimento di diritti a proposito di comunione dei beni, eredità, reversibilità della pensione, possibilità di visita in ospedale, e quant’altro. Un “pacchetto” che può essere variamente delineato. Personalmente sarei abbastanza favorevole a questa soluzione. Ma queste proposte non piacciono perché sono “privatistiche”. Il PACS invece nelle intenzioni dei suoi fautori è un evento pubblico, che non è stipulato nel chiuso di uno studio notarile ma è celebrato nel municipio davanti a parenti ed amici. Proprio come un matrimonio, sotto questo punto di vista.

Qui arriviamo al nocciolo della questione. Sono convinto che, al di là del riconoscimento del tale o tal altro diritto civile, il problema sia innanzitutto simbolico. Una volta tanto la forma è più importante della sostanza. L’obiettivo di fondo è il definitivo riscatto sociale e diciamo pure morale (perché tutti coloro che parlano di bene e male hanno una morale, anche se magari non usano questa parola “antipatica”) dell’omosessualità, il riconoscimento della sua normalità sanzionato dalla legge e dallo Stato. Ma a questo punto il problema va oltre, e investe la concezione stessa dello Stato.

a) Se si adotta una concezione laicista e relativista per cui l’unico criterio di distinzione tra il bene e il male è quello convenzionalmente stabilito dallo Stato, e le morali religiose non devono ingerirsi nel discorso politico e nei meccanismi mediatici di in-formazione dell’opinione pubblica, allora i cittadini che non considerano normale l’omosessualità hanno tutto il diritto di chiedere allo Stato di limitarsi a regolare civilisticamente l’unione omosessuale senza darle enfasi pubblica, proprio perché il suo è ormai l’unico residuo criterio di distinzione e le sue responsabilità sono molto maggiori. E dunque non si può criticare come “antidemocratico” chi non vuole i PACS, e vota chi non li vota in Parlamento.

b) Se invece si adotta una più onesta concezione laica (nel vero senso della parola: distinto dalla religione, non opposto alla religione) e liberale per cui lo Stato democratico emana le norme che la maggioranza dei cittadini gli richiede, ma questo non comprime il diritto delle morali religiose di esprimersi pubblicamente e orientare l’intelletto di chi vuol starle a sentire, allora il libero arbitrio delle persone può essere salvaguardato. La Chiesa propone il bene e il male, ed essi possono trovare o non trovare riflesso nelle norme statali a seconda della scelta democraticamente presa dai cittadini, senza che da fronti giacobini si urli all’ingerenza ecclesiastica quando essa fa il proprio mestiere. E ai PACS, avendo ben presente che non si tratta di un riconoscimento da parte dello Stato (a cui non compete tale funzione) della liceità e normalità dell’unione omosessuale, ci si può anche accomodare, come compromesso politico per evitare più radicali conseguenze à la Zapatero.

 

(continua)


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