L’apologetica di Lewis e gli extraterrestri

 

 

Ho letto di recente Le Cronache di Narnia, in un poderoso volume della Mondadori che racchiude tutte le 7 storie della saga (più un saggio finale, Tre modi di scrivere per l’infanzia): se v’interessa affrettatevi a comprarlo, c’è il 15% di sconto, 17 € per 1164 pagine è un buon prezzo oggigiorno. L’operazione editoriale si collega all’imminente uscita del film tratto dalla seconda (la prima ad essere scritta, e per molti la più bella) storia di Narnia: Il leone, la strega e l’armadio; qui trovate il sito, e vi consiglio di vedere il trailer perché è veramente spettacolare. Se mantiene quello che promette, sarà un gran bel film.

Chi conosce Clive Staples Lewis sa bene che tutto quel che ha scritto è orientato in direzione cristiana. Quasi ogni volta che si parla di lui, si finisce per nominare almeno incidentalmente John Ronald Reuel Tolkien (indovinate cosa è scritto sul retro del volume di Narnia? “Geniale quanto il grande amico Tolkien”); povero Lewis, sempre associato a questa scomoda e irraggiungibile pietra di paragone… ma pagherò anch’io il mio tributo a questa banalità e dirò che Lewis era un cristiano scrittore, Tolkien era uno scrittore cristiano.

La distinzione sembra sottile ma è fondamentale. Si potrebbe dire, e credo che purtroppo sia stato detto da certa critica, che il primo sentiva il bisogno d’infilare Dio in ogni pagina (fastidioso, nevvero?) e il secondo invece aveva più autonomia (oh, che sollievo); ma è un’interpretazione molto superficiale. È più esatto dire che Lewis concepiva la narrativa in termini apologetici, ogni sua storia ha un senso anagogico e oserei dire catechetico; Tolkien invece concepiva la narrativa come sub-creazione, giacché l’uomo fatto a immagine e somiglianza di Dio ha l’impulso di creare a sua volta e “su scala”. Lewis nelle sue storie fa sempre un riferimento al divino; Tolkien non sente il bisogno di farlo perché già c’è, perché l’istinto affabulatorio che è un dato antropologico universale costituisce esso stesso un memento del Verbo per mezzo del quale tutte le cose sono state create, e sussiste in ogni universo letterario ben costruito che abbia o non abbia un referente religioso: nel Ciclo delle Fondazioni di Isaac Asimov, nella saga di Dune di Frank Herbert, nei Miti di Cthulhu di Howard Phillips Lovecraft, nella serie del Mondo Disco di Terry Pratchett, nei libri su Harry Potter di Johanne Kathleen Rowling, nell’epopea della Torre Nera di Stephen King…

(Sul concetto di sub-creazione si può dire infinitamente di più; consiglio la lettura del saggio sulla fiaba di Tolkien Albero e foglia, dedicato proprio a Lewis che aveva inizialmente definito le fiabe “bugie respirate attraverso argento”.)

Non credo che uno dei due modi d’intendere la narrativa sia di per sé peggiore o migliore dell’altro; penso siano semplicemente distinti, e che il risultato finale sia rimesso all’abilità dello scrittore ed ai gusti del lettore. Personalmente considero Lewis un ottimo saggista ed un eccellente apologeta (Le lettere di Berlicche sono meravigliose, dovrebbero essere adottate come libro di testo in ogni scuola cristiana), ma un narratore non più che discreto. Le Cronache di Narnia mi sono parse una buona storia per bambini fino ai dieci anni circa, e un gradevole passatempo per i più grandi; ma vi ho trovato varie pecche nello stile e nella trama, tra cui principalmente un certo modo di rivolgersi ai giovani lettori (“sapete, bambini…”) e alcuni nomi di animali parlanti che sono semplicemente insostenibili dall’intelletto adulto (Fragolino, Briscola). Con buona pace dell’autore, secondo il quale “un libro non merita di essere letto a dieci anni se non merita di essere letto anche a cinquanta”, è un po’ troppo infantile per i miei gusti; ma questi sono appunto i miei opinabili gusti, e per dare un giudizio completo dovrei leggerlo in originale (1164 pagine? magari nell’altra vita).

Ma trattandosi di Lewis, come ho detto sopra, il libro si presta a riflessioni che travalicano la letteratura. Come ogni altra sua opera, Le Cronache di Narnia hanno un nucleo teologico: questo può essere un piacere per alcuni lettori e un fastidio per altri, ed io naturalmente mi colloco tra i primi. Il leone Aslan, che gli abitanti di Narnia chiamano “il figlio dell’Imperatore d’oltremare”,  rappresenta Cristo; o meglio, il leone Aslan è Cristo. Proprio lui. È la seconda persona della Trinità, solo che la sua Incarnazione a Narnia avviene in modo diverso da come è stata sulla Terra, un modo confacente alla diversa natura dei narniani (che sono in gran parte animali parlanti). Non è solo geniale: è cristianamente plausibile. Da questo punto di vista, con la saga di Narnia Lewis dice in chiave fantasy quel che altrove dice in chiave fantascientifica, con la trilogia di Lontano dal pianeta silenzioso (in cui un terrestre incontra gli abitanti degli altri pianeti del sistema solare). E replica brillantemente all’accusa di antropocentrismo universale che certa modernità rivolge al cristianesimo.

Viene alla mente il personaggio seicentesco del signor di Saint-Savin, nel libro di Umberto Eco L’isola del giorno prima, che come il contemporaneo Giordano Bruno irride la religione e motteggia su infiniti popoli di infiniti mondi, fino a immaginare mentre schernisce un deplorevole abate che “se oltre

la Galassia vi fosse una terra dove gli uomini hanno sei braccia, come da noi nella Terra Incognita, il figlio di Dio non sarà stato inchiodato su una croce ma su un legno a forma di stella – il che mi pare degno di un autore di commedie”. Passando dal ‘600 ad oggi, quel che sento dire correntemente suona più o meno come: “se gli alieni esistono” (ed è quasi stupefacente vedere quante persone, che negano tranquillamente qualsiasi trascendenza soprannaturale, poi credono altrettanto tranquillamente in forme di vita extraterrestri) “ciò non manda in frantumi la visione cristiana per cui solo l’uomo esiste ed è al centro dell’Universo?”

Si potrebbero innanzitutto mettere i puntini sulle i, replicando che la visione cristiana (e neppure solo essa) dice proprio l’opposto: l’uomo è non è l’unica forma di vita intelligente, poiché la prima creazione fu quella degli angeli; che in un certo senso, nel senso preciso del termine, sono davvero “alieni”, altri e diversi da noi. Di essi sappiamo, e dai testi sacri e dal portato della tradizione, perché con gli angeli ci abbiamo a che fare; e sull’argomento si potrebbero spendere migliaia di parole. Ma noi non sappiamo se ci sono state altre creazioni, prima o dopo quella che ci riguarda. La cosmologia precopernicana non le contemplava, ma essa è stata superata (purtroppo, come dire, in modo non indolore per il cristianesimo) e personalmente non ne sento la mancanza.

La Bibbia non ne parla, ma di tutte le questioni di metodologia esegetica che si possano porre questa mi è sempre sembrata la più sterile: sarebbe stato lievemente difficile, per gli autori umani dei testi sacri, sfoggiare nozioni scientifiche di cui non erano a conoscenza.

Ma la risposta più bella ce la fornisce la fantasia di Lewis. Nel 1950 scrisse Il leone, la strega e l’armadio, a cui seguirono altre quattro storie su Narnia; nel 1955 scrisse Il nipote del mago, che narra la genesi di Narnia (e l’anno dopo con L’ultima battaglia ne avrebbe narrato l’apocalisse). I bambini Polly e Digory arrivano, per mezzo di certi misteriosi anelli, in un luogo che chiamano

la Foresta di Mezzo (in quegli stessi anni usciva Il Signore degli Anelli… che sia un richiamo all’amico-sempre-nominato-quando-si-parla-di-Lewis, avete capito di chi parlo?). Qui tutto è pace e silenzio. Alberi rigogliosi puntano al cielo e stagni in quantità immensa si trovano al suolo. Da uno di essi sono emersi i bambini, i vestiti misteriosamente asciutti. Un altro di questi stagni li conduce a Charn, la capitale deserta di un mondo in estinzione, alla regina Jadis e ad un sacco di guai. Un altro ancora li porterà ad assistere alla fondazione di Narnia, in un mondo nel quale per mezzo del ruggito di Aslan tutte le cose sono create.

La Foresta di Mezzo è “un luogo di transito, una specie di sala d’attesa”, che collega tutti i mondi senza appartenere a nessuno di essi. Una miriade di stagni a perdita d’occhio, una miriade di mondi, ed esseri viventi in numero impossibile da contare per chiunque tranne che per l’amore di Dio.


4 responses to “L’apologetica di Lewis e gli extraterrestri

  • spilluzzicando

    GRAZIE PER L’UTILE LAVORO. Comprerò il libro e lo leggerò volentieri. I blog servono proprio a questo no? ciao

  • berlic

    Ho finito il secondo libro, in lingua originale…nell’attesa di riuscire a finirli tutti, per adesso confermo in pieno il tuo giudizio.
    Preferisco Tolkien: Lewis a volte dà un po’ sul pedante. Ma godibilissimo.
    C’è solo da sperare che, visto che per il film stiamo parlando della Disney, non stravolgano del tutto il testo.

  • utente anonimo

    Claudio prestamelo il libro. Nicolò

  • ClaudioLXXXI

    #Spilluzzicando
    Non c’è di che🙂

    #Berlic
    E già, ci mette mano la Disney, c’è da preoccuparsi.
    Se tolgono la scena della Tavola di Pietra…

    #Nicolò
    Adesso sta leggendo mio fratello, quando ha finito te lo presto volentieri.

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