Pacs et iustitia (2)

PACS et iustitia?

 

(continua)

 

2) Le convivenze eterosessuali finalizzate ad un eventuale futuro matrimonio

Ma che strano: quando leggo sui giornali pro-PACS le lamentele sulle cifre esorbitanti di coppie di fatto che non sono abbastanza tutelate dallo Stato, non vedo mai la precisazione che la maggior parte di esse prima o poi convola a nozze (civili o religiose). Insomma si tratta di situazioni volutamente transitorie; un “esperimento” che garantisce la reale affinità tra i due partner, oppure una posticipazione dello sposalizio già deciso a quando i futuri nubendi si troveranno in una migliore situazione economica. Quel che è importante sottolineare è che non si tratta affatto di un rifiuto aprioristico del matrimonio, come faceva notare il cardinale Ruini nel suo famigerato discorso, ergo pretendere un PACS alternativo alle nozze per queste fattispecie non appare granché sensato (semmai è molto furbo, da parte di chi vuol scardinare l’istituto matrimoniale, ergersi a sedicente rappresentante di queste fattispecie).

Casomai anzi lo Stato dovrebbe incoraggiare queste coppie (che nella maggior parte dei casi sono giovani) a sposarsi appena possibile, con una seria politica familiare. E sia ben chiaro che questa non è una posizione clericale, propria solo di cattolici e atei devoti, perché il problema è laicamente serio e riguarda tutti: da un lato l’Italia è uno degli Stati europei con il più basso tasso di natalità, già oggi si trova ad affrontare una crisi del sistema pensionistico senza precedenti e che in futuro sarà anche più grave; dall’altro aumentano i casi di giovani che restano nel nido fino ai trent’anni e oltre, non solo per le difficoltà di formazione di un nucleo familiare autonomo ma anche per una vieppiù diffusa forma mentis di rifiuto sistematico delle responsabilità.

Insomma, andiamo male e andremo peggio. Poi ogni tanto qualcuno propone degli incentivi, come il quoziente familiare fiscale e gli aiuti economici per il sostentamento dei figli, e si sente pure dire che è un nostalgico della politica delle culle fascista. Ma sì, ma sì, facciamoci del male.

 

3) Le unioni eterosessuali che rifiutano “ideologicamente” il matrimonio

Ecco, qui arriviamo davvero al teatro dell’assurdo. Al cospetto di articoli come questo, che consiglio davvero di leggere per capire fino a che punto l’ideologia può deformare la realtà, penso sempre all’icastica frase di Gilbert Keith Chesterton (cito a memoria): "il vero problema della società d’oggi non è il tracollo della moralità, è proprio il tracollo dell’intelligenza pura e semplice".

Potrà sembrare paradossale, ma io sono molto più contrario ai PACS per questo tipo di situazioni che per le coppie omosessuali. Queste ultime vorrebbero accedere al matrimonio ma non possono farlo perché, bontà sua, la natura lo esclude (particolare che il brave new world di Zapatero preferisce ignorare, chiamando matrimonio ciò in cui non c’è mater), e allora cercano di ottenere riconoscimento sociale per vie traverse; invece queste convivenze eterosessuali potrebbero sposarsi e non vogliono farlo. È una scelta loro. Perché, mi chiedo? Perché non sposarsi? In epoche passate ci si sposava solo in chiesa, e chi non credeva o si conformava ipocritamente o conviveva more uxorio, ma oggi non è più così e dunque non dev’essere una semplice questione di irreligiosità. C’è dell’altro, ma cosa? Ci ho pensato a lungo e sono arrivato a un paio di conclusioni.

 

a) L’autrice dell’articolo di cui sopra dice: "Non ci siamo sposati senza avere nessun motivo particolare, se non la voglia di rinnovare ogni giorno l’impegno a stare insieme, in un certo senso – potrei dire – ci siamo sposati ogni giorno senza scriverlo da nessuna parte". Cara signora (sic), tanta voglia di sposarsi ogni giorno è ammirevole ma incongrua. Ci si sposa ogni giorno anche da sposati, perché chi prende sul serio le promesse pubblicamente fatte in chiesa o al comune cerca ogni giorno (con tutte le manchevolezze proprie di un fallibile essere umano) di adempierle.

Già, ma quanti prendono sul serio queste promesse?

Siamo a un punto controverso. Si è diffuso il pensiero che con il matrimonio ci si adagia sugli allori mentre con la convivenza, poiché l’altro ha così facilmente la possibilità di andarsene, si è costretti a tenere sempre vivo il legame affettivo. È esatto ciò? Non sono un consulente matrimoniale, che studia un ménage familiare diverso ogni giorno di lavoro; ma non credo di poter negare che c’è del vero. Non dovrebbe essere così, ma spesso (o qualche volta, o molto spesso, non mi pronuncio sulla frequenza del fenomeno) così è: ci si adagia davvero sugli allori. Una volta sposati, non c’è più bisogno delle gentilezze del corteggiamento… si cambia, si danno per scontate tante cose che non dovrebbero essere scontate.

Questo, naturalmente, non è giusto. Coloro che si sposano in chiesa promettono a Dio e alla comunità dei fedeli di amarsi e rispettarsi in ricchezza e in povertà, in salute e in malattia, finché morte non li separi; coloro che si sposano in comune si sentono leggere l’articolo 143 del codice civile per cui "dal matrimonio deriva l’obbligo reciproco alla fedeltà, all’assistenza morale e materiale, alla collaborazione nell’interesse della famiglia e alla coabitazione". Ma ovviamente questo non basta a evitare ciò che non dovrebbe accadere. Cos’è che dicono sulla crisi del settimo anno?

Ma santo cielo, allora qual è la soluzione? Affievolire il matrimonio incoraggiando i PACS, perché così le persone sono spronate a non dare al partner motivi per abbandonare quel che non si può più chiamare "il tetto coniugale"? No. Resto convinto che la facile solubilità delle relazioni affettive sia un rimedio peggiore del male: proprio perché nel PACS è così facile andarsene, quanti stimoli ci sono a restare? A risolvere magari con sacrifici, giorno dopo giorno, gli inevitabili dispiaceri della vita di coppia? Cito da questo post, di cui condivido in pieno lo spirito e consiglio la lettura: "Se un matrimonio è difficile da sciogliere, quando i coniugi litigano – e lo fanno spesso anche senza bisogno di punzecchiarli troppo – di solito rimarranno vicini il tempo sufficente a sbollire. E magari si perdoneranno, e faranno pace. Quanto meglio una bella uscita di scena che lascia succulento livore irrisolto! Un legame debole si può spezzare quando si vuole. Mi dà fastidio? Chiede troppo? Non me la dà? Fuori dai piedi!"

 

b) Libertà. Libertà. Libertà assoluta, da ogni vincolo, da ogni responsabilità.

Qui arriviamo al nocciolo del problema. Perché non ci si vuole sposare? Perché si vuole essere liberi. Tra le righe, in mezzo a tutto quel sentimentalismo, lo dice pure l’articolo in cui la tizia si lamenta poiché la sua libertà è considerata "una «libertà anarchica», illegittima e incostituzionale, e sia". E allora viva i PACS che, nell’immaginario collettivo che politici e giornali interessati stanno cercando di costruire in Italia, promettono e la libertà della convivenza e le tutele del matrimonio.

Eppure c’è qualcosa che non va. Quest’alchimia che promette la botte piena e la convivente ubriaca non funziona. La tutela che i nubendi ottengono con le nozze esiste proprio in quanto essi assumono nel matrimonio delle responsabilità reciproche, impegnando la loro libertà in qualcosa in cui credono. Qua ci sarebbe tutto un discorso filosofico e antropologico sulla differenza tra "libertà-da" e "libertà-per", sull’odierno mito della libertà disgiunta dalla responsabilità (di cui l’onda pro-PACS è solo una delle manifestazioni) che è un idolo assai adorato in quella parte di società occidentale che da libertaria è diventata libertina; ma teniamocelo per un’altra volta. Per adesso, dico semplicemente che i conti non mi tornano proprio.

Non ci si vuole sposare? Liberi di farlo. La propria libertà è un idolo così prezioso che non tollera alcuna limitazione per nessun motivo, neppure per amore. Si vuole avere la libertà di poter interrompere una relazione non più soddisfacente subito, immediatamente, senza passare attraverso le procedure giudiziali che quantomeno un tentativo di conciliazione lo provano; senza che un magistrato abbia magari il potere di imporre un tot da passare mensilmente al partner rimasto in difficoltà economiche; senza poter essere riconosciuti giuridicamente responsabili di abbandono del tetto coniugale o di adulterio, con conseguenti incombenze economiche verso l’ex. Benissimo. È una scelta, io credo nel libero arbitrio e l’accetto. Ma non accetto che ci si lamenti "lo Stato non mi tutela", perché non è vero, lo Stato garantisce la protezione di una serie di diritti purché se ne assumano i correlativi e inscindibili doveri. Altrimenti si rifiutano gli uni e gli altri. Prima ci si rifiuta di formalizzare giuridicamente il proprio legame, e poi ci si duole perché lo Stato non riconosce abbastanza la propria famiglia?

 

4) Altro

Fratelli e sorelle che vivono assieme dopo la morte dei genitori? Anziani di cui la natura ha inevitabilmente risolto ogni problema sessuale? Gruppi amorosi che praticano la poligamia o la poliandria o entrambe? Amici che stanno sotto lo stesso tetto per il puro piacere della compagnia reciproca? Persone affezionate ai propri animali domestici? E poi che altro ancora?

Ma che siamo matti? La legge non si fa sulle eccezioni ma sulle regole, su quello che i manuali di diritto per darsi un tono chiamano id quod plerumque accidit (ciò che accade nella maggior parte dei casi). Se vogliamo istituire per ogni ipotesi, pur infrequente che sia, un patto celebrato pubblicamente dotato di regime para-matrimoniale, allora andiamo veramente verso la pura e semplice schizofrenia normativa.

 

Conclusione

Un PACS per le coppie omosessuali, che poi sono quelle che lo chiedono con più insistenza? Preferirei una tutela solida e concreta affidata al diritto privato, con le giuste correzioni legislative ove opportuno (per esempio il permesso di visita in ospedale anche per determinati individui non consanguinei, previamente eletti dal degente). Se nell’attuale situazione politica il compromesso è proprio necessario ad evitare che un domani anche da noi vogliano mettere in pratica la total equiparaciòn, va bene, che PACS sia; purché sia chiaro (ma lo sarà, con la confusione che c’è sul concetto di laicità?) che questo non porta a nessuna valutazione di merito sul fenomeno dell’omosessualità (su cui mi riservo di esporre le mie idee in un’altra notte insonne), tanto più che sono proprio "loro" a dire che la legge con la morale non ci deve avere niente a che fare.

Un PACS per le coppie eterosessuali che non si sposano pur avendone la possibilità? E a quale scopo? La maggior parte non è che non si vogliono sposare, è che non si vogliono sposare ancora, pensiamo casomai ad aiuti sistematici per chi s’imbarca oggi nella difficile impresa di mettere su famiglia; le coppie che il matrimonio lo rifiutano, perché vogliono la libertà di lasciarsi dall’oggi al domani, hanno fatto la loro scelta e non dovrebbero pretendere dallo Stato garanzie che nessuno dei due partners vuol personalmente dare all’altro.


10 responses to “Pacs et iustitia (2)

  • berlic

    Completamente d’accordo
    Grazie della citazione.

  • berlic

    Completamente d’accordo
    Grazie della citazione.

  • LeoDaVinci

    Bene.
    Anch’io ho messo un post abbastanza lungo e articolato. Leggilo sul mio sito se ti va.
    Ma voglio citare un libro vecchiotto, che sto rileggendo: “La legge della Signora Parkinson” di Ch.N. Parkinson (autore del più noto “La legge di Parkinson”), editore Bompiani. Non è un libro moralistico, non fa questione di etica, ma sul matrimonio fa molte osservazioni argute e penetranti. Peccato per la cattiva traduzione dall’inglese.
    Ciao, by Leon.

  • LeoDaVinci

    Bene.
    Anch’io ho messo un post abbastanza lungo e articolato. Leggilo sul mio sito se ti va.
    Ma voglio citare un libro vecchiotto, che sto rileggendo: “La legge della Signora Parkinson” di Ch.N. Parkinson (autore del più noto “La legge di Parkinson”), editore Bompiani. Non è un libro moralistico, non fa questione di etica, ma sul matrimonio fa molte osservazioni argute e penetranti. Peccato per la cattiva traduzione dall’inglese.
    Ciao, by Leon.

  • utente anonimo

    Il mio prof di diritto civile, Cesare Massimo Bianca, non certo un reazionario conservatore, spiegava molto semplicemente la sua posizione sulla tutela delle coppie di fatto: “Non vedo perchè si debba intervenire normativamente su situazioni create PROPRIO ALLO SCOPO di eludere l’intervento dello stato. Coloro che scelgono la convivenza al posto del matrimonio si collocano in una libertà di doveri a cui giustamente consegue una libertà dai diritti”

  • anonimo

    Il mio prof di diritto civile, Cesare Massimo Bianca, non certo un reazionario conservatore, spiegava molto semplicemente la sua posizione sulla tutela delle coppie di fatto: “Non vedo perchè si debba intervenire normativamente su situazioni create PROPRIO ALLO SCOPO di eludere l’intervento dello stato. Coloro che scelgono la convivenza al posto del matrimonio si collocano in una libertà di doveri a cui giustamente consegue una libertà dai diritti”

  • ago86

    IL fatto e` che pero` con i PACS si vogliono assegnare diritti anche a queste coppie, vedi Vendola in Puglia

  • ago86

    IL fatto e` che pero` con i PACS si vogliono assegnare diritti anche a queste coppie, vedi Vendola in Puglia

  • ClaudioLXXXI

    Anonimo, studi giurisprudenza alla Sapienza? L’osservazione è assolutamente pertinente. Infatti lo scopo ultimo non è tanto la regolazione normativa di queste situazioni e l’assegnazione di diritti (che sono solo fasi di una strategia di lungo periodo), ma far passare una certa etica ultrapermissiva tramite il mezzo legislativo.

  • ClaudioLXXXI

    Anonimo, studi giurisprudenza alla Sapienza? L’osservazione è assolutamente pertinente. Infatti lo scopo ultimo non è tanto la regolazione normativa di queste situazioni e l’assegnazione di diritti (che sono solo fasi di una strategia di lungo periodo), ma far passare una certa etica ultrapermissiva tramite il mezzo legislativo.

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