Apologia di Arancia meccanica

Apologia di Arancia meccanica

 

 

Lo dico subito: Arancia meccanica è un film altamente morale, profondamente educativo, pedagogicamente efficace e quasi cristiano nelle sue conclusioni antropologiche; è una potente e profonda riflessione sul problema del Male e del libero arbitrio, e vorrei vederlo proiettato nelle scuole e nei seminari di filosofia. Esagero? Chissà.

       

In una Londra di un imprecisato futuro, Alexander De Large è un giovane “i cui principali interessi sono lo stupro, l’ultraviolenza e Beethoven”. Assieme alla sua banda di drughi (=amici), si diverte a modo suo: pesta un barbone, lotta contro una banda avversaria, fa irruzione nella villa di uno scrittore e ne violenta la moglie dopo aver picchiato entrambi e rubato in casa loro. Tutto ciò è fatto allo scopo del proprio piacere, con la più grande gioia, sommo gaudio, e nessun tipo di rimorso. I genitori ne sono succubi, l’assistente sociale che lo sorveglia è impotente a fermarlo, ed anche i suoi amici subiscono le sue prepotenze. Finché un giorno Alex esagera: uccide per sbaglio una vecchia signora nella cui casa si era introdotto per rubare e i suoi compagni, stanchi di essere vessati, lo abbandonano in mano alla polizia. Arresto. Prigione.

Dopo due anni passati in carcere, gli si presenta l’opportunità di uscire: si offre come cavia per la misteriosa cura “Ludovico”, ancora in fase sperimentale, che dovrebbe renderlo innocuo e garantirgli la libertà. Scoprirà poi che la cura consiste nel privarlo del libero arbitrio: costretto a vedere film totalmente intrisi di violenza, mentre dei farmaci provocano in lui sensazioni di dolore fisico, è portato ad associare le due cose. Incidentalmente, il commento musicale ad un filmato è la Nona di Beethoven, con somma disperazione di Alex. Alla fine della cura, ogni impulso di fare del male lo fa patire atrocemente: non ha altra scelta che astenersene. Rilasciato, tra le fanfare del nuovo governo che si vanta dell’esperimento come di un grande successo politico, Alex fa ritorno nella società.

Le cose non vanno bene come aveva sperato. I genitori hanno affittato la sua stanza e non gli permettono di restare. Per strada è maltrattato da coloro che aveva maltrattato, senza poter minimamente reagire: il barbone, i suoi ex-compagni ora diventati poliziotti, lo scrittore rimasto vedovo. Costui è un intellettuale di sinistra inviso al nuovo partito al potere, che lo accoglie in casa sua onde usarlo come arma politica e denunciare la brutalità del governo. Non riconosce subito in lui lo stupratore della moglie, ma quando ciò accade la sua vendetta è crudele: rinchiuso in una stanza, Alex è costretto ad ascoltare a tutto volume la Nona, un tempo adorata e ora link del dolore. Nella disperazione della sofferenza, si getta dalla finestra tentando invano il suicidio.

Ottiene invece di cadere in un coma profondo, al risveglio del quale sembra aver recuperato i suoi atavici impulsi. Ora Alex è diventato un caso politico e lo scalpore provocato dai giornali ha convinto il governo a sopprimere la cura Ludovico e ricoverarlo in clinica: presentatosi al suo letto d’ospedale, il Ministro degli Interni stipula con lui un “patto politico” con cui gli offre protezione e perdono per i suoi vizi, in cambio del suo appoggio di fronte all’opinione pubblica. Alex accetta di vendersi. L’ultima sequenza mostra una sua fantasia: durante un vigoroso amplesso con una giovane, circondato da nobili vestiti in abiti settecenteschi che lo plaudono, ed in sottofondo il finale maestoso della Nona, esclama: “Ero proprio guarito!”.

 

Tuttora, a più di trent’anni di distanza dall’uscita del film, occasionalmente leggo sui giornali come commento a fatti di cronaca nera particolarmente brutali l’espressione “scene da Arancia Meccanica”: Furto con violenza ad una donna nella sua casa, scene da Arancia Meccanica. Selvaggio episodio di delinquenza, un pestaggio da Arancia Meccanica. La cronaca di quegli anni riporta episodi d’imitazione: correva il 1971, e una violenza come quella non era mai stata mostrata prima al cinema. A ragione il film rimase impresso nella memoria collettiva come una pietra di paragone: quante volte ho sentito le affermazioni di registi che, nell’elogiare a viva voce la cruda brutalità della loro ultima opera (l’ultimo esempio di questo escamotage pubblicitario fu l’Irreversible di Gaspar Noè), esclamano entusiasti: una violenza tale che vi farà dimenticare Arancia Meccanica!

Dimenticare Arancia meccanica? Esagerati. Che compito impegnativo. Quasi sempre fallito: perché non basta eccedere in una pura e semplice iperbole di coartazione, ma bisogna dare un senso alla violenza, farle dire qualcosa di preciso. E quante volte ciò accade nei cosiddetti “film violenti” di oggi? Poche, direi.

 

“La scelta! Il ragazzo non ha scelta!”

“A clockwork orange” è, secondo quanto detto dallo scrittore Anthony Burgess, un’espressione sentita per caso in un pub e da lui usata come titolo al romanzo del 1962, nel significato di “rendere artificiale una cosa naturale”. L’originalità del lessico è solo uno dei punti di forza dell’opera: Kubrick ha dovuto limare un po’ la forza espressionista di Burgess, per una maggiore comprensibilità, ma ha conservato le invenzioni più felici: “drugo” = amico, “devochka” = ragazza, “karasciò” = bene, “su e giu” = sesso, e altro ancora.

Il gergo inventato dalla banda di Alex, oltre a rendere perfettamente il carattere “giovanile” delle loro scorribande, è sintomatico della implicita rottura con i canoni sociali, del totale rifiuto delle regole. Peraltro anche i restanti personaggi si esprimono in un idioma anomalo, che ha la funzione di far sentire come la vicenda si svolga un prossimo futuro; il che permette di collocare “Arancia meccanica” nel campo delle anti-utopie, dove può stare degnamente affianco ad altre grandi opere come “1984” di Orwell, “The brave new world” di Huxley, “Fahrenheit 451” di Bradbury, e tante altre.

Il significato di “A clockwork orange” sintetizza il punto centrale della vicenda narrata, sia dal libro che dal film (raro esempio di perfetta funzionalità reciproca fra linguaggio letterario e cinematografico): una penetrante analisi del problema del Male e di come esso sia intrinseco nell’animo umano, in quanto conseguenza della volontà dell’uomo. Alex ruba e picchia per il suo semplice piacere personale (A-lex = senza legge). Ma questa è una scelta che lui ha fatto: deriva dal suo libero arbitrio. La temibilissima “cura Ludovico” (nome che, guarda caso, rinvia al “Ludovico van” tante volte nominato da Alex, l’idolatrato Beethoven) ha come effetto, oltre che le sofferenze fisiche e mentali, la perdita del libero arbitrio. Durante la dimostrazione finale della cura, in cui l’inoffensività di Alex viene mostrata ad un folto pubblico, l’accorata protesta del sacerdote “La scelta! Il ragazzo non ha scelta!” viene bollata dal Ministro come “Padre, questi sono sofismi: l’importante è che il ragazzo sia innocuo per la società”.

L’esperimento è naturalmente destinato a fallire, in primis perché la società stessa non è innocua (senza possibilità di difendersi, Alex è inevitabilmente vittima di chiunque) e poi perché solitamente un normale essere umano, privato della possibilità di scegliere, ha la tendenza ad impazzire. Ed Alex è un normale essere umano. La cattiveria che dimostra è a livelli potentissimi, ben oltre gli standard ammessi dalla civiltà in cui vive, ma è così che ha scelto di essere. Non ha fatto altro che portare coscientemente all’estremo impulsi che pur sono presenti in ogni essere umano, e altrettanto coscientemente sopprimere altri tipi di impulsi (comunemente definiti “buoni sentimenti”).

Questo può spiegare perché molti di coloro che vedono Arancia Meccanica, e ne colgono il messaggio, riconoscono stupiti dentro di sé la tendenza innegabile ad identificarsi col protagonista. La forza espressiva del film, la maestosa colonna sonora di Beethoven e Rossini (l’apprezzamento dei giovani per la musica classica nel 1971 crebbe molto), l’eccellente recitazione, la narrazione avvincente, insomma tutti quei fattori che fanno di un film un ottimo film, riescono a fare leva su quei medesimi impulsi che ogni essere umano come Alex porta in sé; lo spettatore impreparato ne è esaltato fino a provare piacere per la violenza che vede. È una sensazione che io stesso ho sperimentato personalmente la prima volta che ho visto il film, e che ho riscontrato in vari amici e conoscenti. Successivamente a ciò si verifica lo stupore: “perché mi sto esaltando a vedere questa violenza? Perché mi piacciono queste scene? Sono anch’io cattivo?” Ed ecco che la brutalità estrema del film trova una sua giustificazione: oltre alla funzione di stigmatizzazione della ferocia nei rapporti interpersonali, essa fa prendere coscienza alle persone di quanto sia in esse presente, pur se ignorata, la tendenza al male. È la catarsi aristotelica che ci purifica.

Beninteso, tale catarsi non si verifica sempre. Vi sono pure state persone (solitamente di giovane età) che dopo aver visto il film hanno deciso di replicarne i contenuti più efferati. Oppure, senza arrivare alle vie di fatto, lasciano perdere il sostrato intellettuale e si limitano ad apprezzare la descrizione della violenza in sé e per sé. Il fattore identificazione si manifesta appieno. Nel 1971 vi furono episodi d’imitazione, e vivaci scontri sull’opportunità di permettere la visione di una così efficace rappresentazione della violenza: fu definita come un’opera pornografica, non tanto per le scene sessuali quanto per il supposto compiacimento della violenza. Come in un film pornografico il sesso è mostrato per provocare piacere allo spettatore, senza alcun fine artistico ulteriore, così c’è chi vede nel film la rappresentazione gratuita della violenza per amore della violenza; cosa questa che fa rallegrare alcuni e scandalizzare altri.

 

“Io ci campavo, su quel libro…”

Tutto ciò ci porta alla questione molto dibattuta se i film, come in genere le opere artistiche, possano avere effetti deleteri su coloro che ne fruiscono. E io credo che questo rimandi ancora una volta al problema della scelta. Poste dinanzi ad uno stesso stimolo le persone reagiscono in modi diversi, proprio in quanto il loro pensiero è libero di assumere direzioni diverse.

Un’opera intellettuale può senz’altro avere effetti di vario genere sulle persone, può sicuramente insegnare loro qualcosa, ma non contro la loro volontà. In un’intervista, Kubrick respinse sdegnosamente le accuse di aver spinto i suoi spettatori alla violenza e citò studi scientifici che dimostrano come neanche l’ipnosi possa costringere qualcuno a compiere un atto contrario alla propria natura; dunque, non si vede come possa farlo un’opera d’arte che non ha certo la stessa capacità persuasiva.

Non voglio deresponsabilizzare i mass-media, dai cui quasi sempre promana (esplicitamente o implicitamente) un giudizio di valore su uno o più aspetti della vita; giudizio che sarà inevitabilmente considerato positivo da chi lo approva e negativo da chi ne dissente, è palese. Coloro che producono opere di consumo non devono negare che queste possano avere, e spesso effettivamente hanno, un’influenza su coloro che ne fruiscono: i ripetuti appelli provenienti dalle diverse correnti di pensiero a offrire modelli positivi, e a evitare modelli negativi, sono legittimi e validi. Ma questi appelli non possono spingersi a tal punto da considerare lo spettatore come soggetto meramente passivo ed influenzabile a priori, prescindendo dalla sua volontà. Attribuire un’efficacia “diabolica” a certe opere, sostenere che sono inevitabilmente fonte di corruzione per chi ne fruisce, è un insulto al libero arbitrio irrealistico e pericoloso. Se da una parte non deve esservi irresponsabilità, dall’altra non deve esservi cecità. I censori di oggi, i catoni che polemicamente pretendono che film, musica, libri, fumetti e in genere ogni prodotto suscettibile di essere fruito dalla gioventù debba essere emendato d’ogni male (su certe cose, poi, se siano bene o male non c’è accordo) peccano d’ingenuità o di malafede. Quelle stesse cose fanno capolino tutti i giorni nell’ambiente che frequentiamo, nella vita reale, è da essa che realmente si imparano ed è innanzitutto da essa che vanno eliminate. Vedendo “A clockwork orange” io ho scelto di interpretarlo nel senso testè spiegato, ma altri scelgono di elevare Alex e i suoi drughi a modelli positivi e imitarne le gesta teppistiche, ed altri ancora scelgono di leggere l’opera come pornografica e ignorarne il messaggio ideologico-morale. Tale scelta può avvenire a livello conscio, come attenta e ponderata riflessione, o fermarsi all’inconscio. In ogni caso sussiste.

In prigione, Alex mostra di leggere devotamente la Bibbia per fare bella figura davanti al cappellano. Ipocrisia: in realtà, dentro di sé sta fantasticando sulle battaglie combattute dall’esercito d’Israele o sulle concubine nude. E quando legge della via crucis, lo fa solo per immaginarsi nelle vesti del centurione che frustava Cristo. Kubrick stesso ha dichiarato a proposito di questa scena che parte del fascino del candore di Alex deriva dall’innocenza con cui si identifica nel male (forse il serpente che alleva nella sua stanza ha un significato simbolico?); fatto sta che qualunque messaggio positivo potesse trarre da quelle pagine, Alex lo mette da parte e decide di soffermarsi sui contenuti che realmente desidera, la violenza e il sesso. Il suo commento soddisfatto “Io ci campavo, su quel libro…” è un avvertimento a tutti i pedagoghi: un modello edificante che si soffermi all’aspetto meramente formale, senza l’intima e convinta adesione del destinatario, sarà non solo inutile ma perfino controproducente. Basti vedere l’ipocrisia di Alex che, poco dopo aver entusiasticamente sognato di prendere parte alla crocifissione, si segna devotamente davanti al sacerdote.

 

Un paio di citazioni intertestuali

C’è qualcosa che non va nella natura umana. È una costante di tutta la produzione di Kubrick (l’esordio dell’uomo nel mondo, in “2001: Odissea nello spazio”, esemplifica potentemente il concetto), è comunemente accettato dai più. Tranne coloro il cui egoismo arriva a livelli parossistici, ed Alex ne è un esempio rappresentativo, tutti noi percepiamo nelle nostre aspirazioni un ideale a cui la condotta dovrebbe conformarsi (l’unanimità si ferma qui: quando si entra in particolari su quale debba essere questo ideale, non c’è accordo) e constatiamo che non lo fa affatto.

Vi consiglio di leggere il romanzo di William Golding “Il signore delle Mosche”, o di vedere il film che ne è stato tratto. Vi si descrivono le disavventure di un gruppo di bambini naufraghi su un’isola, senza nessuna autorità su di loro, che dopo vani tentativi di convivenza pacifica e di ordine sociale regrediscono allo stato tribale e allo spargimento di sangue. L’affinità tematica è evidente: la presenza ineliminabile della malvagità nel cuore dell’uomo. Personalmente ho sempre interpretato questo libro come la più efficace negazione della “tesi dell’uomo buono per natura” di Rosseau: il mito del buon selvaggio, traviato dalle istituzioni sorte in seguito al contratto sociale, è un argomento che attraversa il pensiero occidentale da secoli, da quando si volle criticare gran parte di ciò che c’era di antico nel mondo e si disse che senza di esso l’umanità sarebbe stata assai meglio. Ma sull’isola dei naufraghi non c’è bontà naturale. Al contrario: venuta meno la società, l’aggressività individuale non trova freni e può meglio esprimersi in tutta la sua irruenza.

Da questo punto di vista “A clockwork orange” è ancor più pessimista, perché lo Stato non si limita ad una funzione repressiva ma nelle sue manifestazioni distorte diventa ancor più crudele del singolo. La malvagità di Alex è disorganizzata, libera, tesa unicamente al fine immediato del proprio piacere, “naturale”, ed è singolare come il film presenti anche un contrasto con i suoi drughi che invece vogliono fare “il passo in avanti”: darsi al furto e ricettazione a livello sistematico, a scopo di lucro. Ad un livello ancora ulteriore si pone poi la cattiveria dello Stato: lucida, organizzata, precisa. Il pensiero inevitabilmente corre ai lager nazisti e ai gulag comunisti, entrambi emanazioni (per vie diverse) dell’idea hegeliana di arrivare alla “Fine della Storia” e realizzare su questa terra la società perfetta; idea che per un’atroce eterogenesi dei fini ha invece prodotto il proprio opposto e portato sulla terra l’inferno.

L’amara conclusione è che un mondo perfetto è impossibile, a meno di non stravolgere completamente l’uomo così come noi lo conosciamo. Ma se fosse possibile cambiare la natura umana? Forse con le nuove tecnologie?

 

Mr Smith: Lo sai che la prima versione di Matrix era un mondo perfetto, senza sofferenze, malattie, contrasti sociali? Nessuno invecchiava, tutti avrebbero dovuto essere felici. Fu un disastro. Perdemmo centinaia di raccolti.

 

Prima o poi dovrò lanciarmi in un’entusiastica una rivalutazione della trilogia di Matrix, che ebbe con il primo film un successo eccezionale ma che poi con i due seguiti vide drasticamente diminuire la schiera dei suoi sostenitori. Qui voglio solo dire che il concetto di scelta e d’importanza del libero arbitrio attraversa tutta la saga come leitmotiv ricorrente. Se anche fosse possibile costruire un mondo in cui gli uomini fossero privati della possibilità di scegliere il male, esso risulterebbe alla fin fine inabitabile e risulterebbe addirittura peggiore di questo mondo, che alcuni hanno definito “il peggiore dei mondi possibili” ed altri hanno invece chiamato “il migliore dei mondi abitabili”.

Che questo mondo non sia precisamente perfetto, è un dato di fatto. Ma l’amara conclusione a cui si arriva è che quel mondo che alcuni hanno sognato non è soltanto impossibile: è sgradevole, perfino più brutto dell’attuale. Arancia meccanica, nelle parole di Anthony Burgess, voleva essere una dimostrazione di come un mondo in cui la malvagità è consapevolmente scelta, con tutte le sue miserie e le sue tragedie, è preferibile a un mondo in cui la bontà è imposta.

 

Morale, non moralista

Una dimostrazione perfettamente riuscita. Istruttiva. Educativa. Si può perfino utilizzare l’aggettivo “morale”, che a un certo tipo di persone sta antipatico, tanto da usarlo spesso e volentieri nella versione dispregiativa “moralista”. Non so se vi sia una vera differenza tra ciò che è morale e ciò che è moralista, né dove possa tracciarsi una eventuale linea di demarcazione: si solito si associa il secondo vocabolo a un tono pedante e saccente, ad altre parole come “bigotto” e forse anche “ipocrisia”. Ma di fronte ad “Arancia meccanica”, una simile accusa cade. Una perfetta lezione morale espressa in una forma che rifugge qualsiasi tono “moralista”. Kubrick ha dichiarato che senza quegli elementi che più possono dare fastidio la parabola sarebbe risultata più gradevole, ma sicuramente meno efficace. Ha ragione.

E allora, che sia proiettato. Che sia visto e commentato, anche da coloro – per questo tacciati di moralismo – che giustamente diffidano dei film ad alto tasso di sesso e violenza di cui oggi siamo letteralmente bombardati. L’insegnamento morale che si può scegliere di trarne (e mi auguro aver efficacemente incitato a prediligere questo insegnamento anch’io) è di ampio contrappeso a qualsiasi eventuale “pericolo” insito nella visione.

Uno scambio d’idee tra il sacerdote che segue Alex ed il Ministro, poco dopo la dimostrazione pubblica della cura Ludovico:

  

Prison Chaplain: Choice! The boy has not a real choice, has he? Self-interest, the fear of physical pain drove him to that grotesque act of self-abasement. The insincerity was clear to be seen. He ceases to be a wrongdoer. He ceases also to be a creature capable of moral choice.

Minister: Padre, there are subtleties! We are not concerned with motives, with the higher ethics. We are concerned only with cutting down crime and with relieving the ghastly congestion in our prisons. He will be your true Christian, ready to turn the other cheek, ready to be crucified rather than crucify, sick to the heart at the thought of killing a fly. Reclamation! Joy before the angels of God! The point is that it works.


6 responses to “Apologia di Arancia meccanica

  • utente anonimo

    Eccellente commento: nulla da aggiungere.🙂

  • poemen

    molto interessante. grazie.

  • ClaudioLXXXI

    Grazie a voi per aver avuto la pazienza di leggerlo tutto. Purtroppo in futuro potrei scrivere cose anche più lunghe. ;-D

  • giorgetto2rock

    molto interessante il tuo commento. e perfettamente adeguato. Non è un caso che la cultura progressista dominante (ma avrebbe fatto lo stesso qualsiasi altro sistema di potere…) lo abbia sostanzialmente ignorato o comunque sempre classificato come semplicemente “violento”.
    in questa assurda previsione sul futuro c’è assai più presente di quanto molti riescano a rendersi conto.
    questo film è l’apoteosi del “moralismo allo stato solido”
    ciao, dott

  • ipitagorici

    permettimi di fare i complimenti per questo post. Magistrale.

    Bruno.

  • utente anonimo

    Davvero un articolo illuminante e a cui dedicherò l'ultima parte della mia tesina sul libero e servo arbitrio nella società di massa.🙂

Ciao. Se vuoi commentare, accomodati. Non c'è bisogno di nome o e-mail, non c'è approvazione preventiva, no censura. Hai il libero arbitrio e io lo rispetto, anche se potresti usarlo male. Ricorda però che la libertà implica la responsabilità. Se sei un troll, ignorerò i tuoi commenti - a meno che tu non faccia un flood. Se pensi che quel che dico è sbagliato, fammelo notare. Attenzione però, perchè chiunque tu sia, se non sei d'accordo con me, proverò a convincerti del contrario. Qui il dialogo non sono belle chiacchiere per scambiarsi "secondo me" e sentirsi più buoni e tolleranti: qui il dialogo serve a cercare, trovare, amare la Verità.

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