Libero arbitrio in libero stato

Libero arbitrio in libero Stato,

ovvero

Manifesto per
la laicità cattolica

 

 

 

Avvertenza: questo post (per compensare il silenzio mantenuto finora) è lungo, denso, verboso e concettoso, pretenzioso e filosofeggiante. Insomma mi ci sono applicato, e non ho neppure detto tutto quello che ho da dire sull’argomento. Scusate tanto, sono fatto così.

  

Una delle prime cose che gli studenti di giurisprudenza imparano (o non imparano) nel corso di Teoria generale del diritto, infelicemente ribattezzato dopo la riforma universitaria Metodologia delle scienze giuridiche, è una simpatica formula secondo la quale il diritto esiste ne cives ad arma veniant; ovvero affinché le persone non vengano alle armi per risolvere i propri conflitti, essendo protette da leggi e tribunali contro la prepotenza altrui. Insomma, non il diritto della forza ma la forza del diritto. A questo scopo l’autorità sociale (che nel presente momento storico è lo Stato) emana delle norme, ovvero dei precetti rivolti alle persone che le obbligano a tenere un certo comportamento (si devono pagare le tasse, non si deve uccidere, il tale contratto va stipulato per iscritto) e che se trasgrediti provocano una sanzione variamente configurata (la prigione, il pagamento di denaro, l’invalidità o l’inefficacia di un atto giuridico). La norma giuridica necessita ineluttabilmente di una sanzione che garantisca l’osservanza del precetto, e il relativo potere coercitivo è affidato allo Stato e solo ad esso. È comune tra i teorici del diritto la costruzione della norma come di un periodo ipotetico: se A, allora B; se si viola il precetto, si è puniti con la sanzione.

Ma ecco un’altra elegante frase latina: cogitationis poenam nemo patitur. L’ho appresa studiando diritto penale, e significa che lo Stato non può punire la semplice intenzione di commettere un illecito. Sia perché la psiche interna di un individuo è indagabile con estrema difficoltà (a meno che non si possieda l’abilità della Psicopolizia di 1984), sia perché l’allarme sociale è attualmente inesistente fintantoché il reato resta solo un desiderio, per quanto ardente, nella mente dell’eventuale autore. È solo quando egli compie un atto materiale (che può anche essere la semplice istigazione verbale affinché qualcun altro commetta qualcosa, o l’omissione di un atto da lui dovuto) che sorge la punibilità, foss’anche a titolo di tentativo. Questo principio di materialità è cristallizzato nel diritto penale, ma può essere esteso a tutto il sistema giuridico dello Stato.

Della norma giuridica, dunque, posso dire che:

a)      proviene non dalla volontà dell’individuo ma da un’autorità superiore, la quale è dotata di potere coattivo per costringere all’obbedienza. Nella democrazia liberale questa caratteristica è attenuata, perché la norma è espressione della volontà collettiva, ma non eliminata perché l’individuo dissenziente è comunque tenuto al rispetto della legge.

b)      riguarda non tanto la volontà interiore delle persone (che nel suo nucleo più intimo, per quanto educabile, è incoercibile – questa distinzione però non è condivisa da tutti, e porterebbe a discutere di plagio e indottrinamento), ma la loro condotta materiale. Non che la prima sia insignificante: ma essa rileva proprio in quanto presupposto della seconda.

Non a caso ho voluto descrivere, di tutte le caratteristiche della norma giuridica, proprio queste due che hanno a che fare con la volontà. Ma andiamo oltre.

       

Passiamo alla norma morale. Il mio preferito tra i filosofi non credenti, Immanuel Kant, nella Critica della ragion pratica definisce morale autonoma quella che deriva dalla volontà umana libera e non influenzata, soggetta a null’altro che alla propria ragione; viceversa la morale eteronoma deriva da fattori esterni come il comando divino oppure il piacere personale.

In quest’ultima si realizza un imperativo ipotetico: se vuoi ottenere questo, devi fare quest’altro; sicché il fine della volontà non è il bene, ma l’oggetto ulteriore desiderato. Coerentemente il filosofo di Königsberg non assegna alla norma eteronoma un vero valore morale, poiché l’atto compiuto per un secondo fine (sia esso il Paradiso, l’evitare la galera, la soddisfazione del proprio ventre o del proprio intelletto) non è intrinsecamente buono. È solo nella morale autonoma che si realizza quella legge morale che, al pari del cielo stellato, “riempie l’animo di ammirazione e venerazione”: l’imperativo categorico dal valore assoluto e universale, non condizionato da alcun utile personale. Devi fare questo perché devi farlo, perché la ragione ti dice che è bene, pur se non ne ricaverai nulla.

Questo è quanto mi dice la memoria e mi conferma il mio vecchio libro di testo. Mi permetto, dal basso della mia cultura filosofica da liceo classico arricchita da letture personali, di avanzare alcune osservazioni. Innanzitutto la struttura dell’imperativo ipotetico è proprio quella che i teorici di diritto assegnano alla norma giuridica, la quale dunque rientra nella definizione kantiana di eteronomia. Il cittadino forse osserva la legge anche perché la vuole osservare, ma sicuramente vuole evitare di essere punito ed è su questo timore che lo Stato fa leva; giustamente, perché affidarsi esclusivamente al buon cuore degli individui garantirebbe una brevissima pace sociale.

Sarebbe inoltre bello riflettere sul fatto che il cristianesimo, che non è e non vuol essere definibile come razionale secondo i criteri illuministi, non per questo può essere rigettato in blocco come irrazionale; piuttosto si configura come metarazionale, che va oltre la ragione ma non la contraddice (assunto che l’illuminismo non accetta, guai a deviare di una sola virgola dalla razionalità pura); e da qui si va alla distinzione del cardinale Newman tra razionale e ragionevole, all’enciclica di Giovanni Paolo II Fides et Ratio, e a tante altre belle cose che mi conservo per un’altra notte insonne.

Ma la cosa che mi sta più a cuore adesso è quella distinzione secca tra autonomia ed eteronomia della morale. Se proviene dalla volontà razionale dell’individuo è autonoma, se proviene da un ente superiore è eteronoma. Con tutta la stima per il buon Kant, che spero sinceramente di incontrare dall’altra parte, vorrei provare qui a superare il suo rigido aut-aut e definire la morale cattolica, che contempla il libero arbitrio, come una morale eteronoma che diventa autonoma.

      

La diatriba tra determinismo e libero arbitrio è una questione filosofica e teologica che muove da millenni (credo sia dai tempi delle controversie di Sant’Agostino contro i manichei prima e Pelagio poi, fino all’opposizione unanime contro il determinismo calvinista, che nella Chiesa si discute e si questiona) e non sarò certo io a risolverla una volta per tutte. Mi prenderò in futuro un po’ di spazio per parlarne diffusamente e spiegare perché, l’ho detto fin dall’inizio, credo nel libero arbitrio e rifiuto il determinismo: qui mi limiterò a esporre certe mie riflessioni sulla libertà e preminenza della volontà umana.

“Ama e fa’ ciò che vuoi”. Quant’è meravigliosa questa frase dell’Ipponate. Quant’è semplice. Quant’è completa, perché contiene tutto: la libertà e il comandamento dell’amore,
la Grazia
e la volontà. Quant’è complessa, perché è una frase che si presta a pericolosi fraintendimenti: quelli operati da qualche elitaria setta gnostica del passato (siamo così puri che possiamo permetterci di fare ogni cosa, qualsiasi schifezza, tanto nulla può contaminare gli eletti) e quelli affermati da qualche consolatorio protestantesimo che esaltando la fede svaluta le opere (C.S. Lewis nel Cristianesimo così com’è, mettendo in guardia da questa teologia, la sintetizza così: “pecca pure, figliolo, vai e divertiti, e il sangue di Cristo risolverà tutto”). Del resto sono secoli che Sant’Agostino se lo contendono cattolici e protestanti.

Ma il senso della frase è ben altro: chi ama Dio può davvero fare tutto ciò che vuole, perché la sua volontà non si dirigerà mai verso qualcosa che offende Dio, verso il male. È la libertas maior che si coniuga con
la Grazia
, che nel racconto biblico godevano Adamo ed Eva prima del peccato originale, che limitatamente sperimenta in questa vita chi è in stato di grazia e definitivamente assaporano nell’altra i santi ormai cristallizzati nell’eterna beatitudine. Libertas maior, ovvero scegliere tra diversi tipi di bene, che si distingue dalla libertas minor ovvero scegliere tra il bene e il male.

Parlando precedentemente di Amadeus, il film di Milos Forman, avevo criticamente stigmatizzato il personaggio di Salieri: “uno che segue i precetti di Dio, ma non esattamente per amore di Dio, e s’infuria quando vede uno che non li ha mai seguiti ed è trattato meglio di lui. La sua fede è prettamente utilitaristica, legata ai vantaggi materiali che egli consegue o crede di conseguire in virtù di essa”. Kantianamente parlando, questa è una morale puramente eteronoma: faccio il bene non perché la mia intima volontà tende al bene, non perché amo Dio, ma per ottenere un utile terreno o celeste. Torno a dire che non è così che si deve vivere la religione, che questo è un subdolo e insidioso pseudo-cristianesimo. Il comandamento supremo è il comandamento dell’amore: amare Dio e amare il prossimo. Da esso seguono consequenzialmente tutti gli altri. Il “rapporto causa–effetto”, se così si può definire, va invertito: il vero cristiano non vuole il bene come fine strumentale per poi andare in Cielo, il vero cristiano va in Cielo come conseguenza per l’aver voluto il bene.

La volontà è più importante anche del comportamento materiale: Avete inteso che fu detto: Non commettere adulterio; ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore. Ed io sono fermamente convinto che questa frase di Cristo, benché rivolta all’adulterio, sia estensibile a tutto il resto. La morale cristiana non si ferma superficialmente alla condotta esterna, ma coinvolge il più intimo nucleo interiore dell’uomo, il suo cuore, ovvero la sua volontà. La esatta formulazione del comandamento non è “non devi rubare, non devi fornicare, non devi uccidere”, ma bensì “non devi voler rubare, non devi voler fornicare, non devi voler uccidere”. Voler peccare è già peccare: il resto è conseguenza.

Ma come si fa a dire “devi volere”? Non si tratta di un ossimoro? La volontà è incoercibile. L’amore, che è la base su cui si edifica la costruzione morale cristiana, è incoercibile. Nessuno può obbligarmi ad amare Dio e amare i miei simili, neppure Dio stesso (che altrimenti violerebbe le regole che si è dato). Il mio corpo può essere costretto con le catene; il mio animo può essere intimorito dalla minaccia; il mio intelletto può essere educato, finanche ingannato; ma la pura volontà e l’amore non possono essere oggetto di obblighi.

Siamo arrivati al dunque. Nel momento in cui io scelgo di amare Dio e volere il bene, la morale eteronoma diventa autonoma. Per chi esercita la libertas maior (gli angeli che non sono caduti, i beati in cielo, le anime purganti) essa lo è ormai definitivamente; per chi si trova nella libertas minor (noi, Chiesa militante in terra, in ogni momento della nostra vita fino al momento ultimativo della nostra morte) essa lo diventa con l’atto di volontà, che è innanzitutto volontà d’amare. Quando avviene l’interiorizzazione del comportamento virtuoso, esso non è più un mero comando, ma un fine della nostra volontà che si è armonizzata alla volontà divina e con essa vibra all’unisono.

Della norma morale cattolica, dunque, posso dire che:

a)      proviene dall’autorità superiore di Dio, ma diventa autonoma nel momento in cui la volontà dell’individuo liberamente acconsente, scegliendo di conformarsi ad essa e farla propria.

b)      riguarda non tanto la condotta materiale delle persone, ma la loro volontà interiore. Non che la prima sia insignificante: ma essa rileva in quanto conseguenza della seconda.Dal cuore, infatti, provengono i propositi malvagi, gli omicidi, gli adultèri, le prostituzioni, i furti, le false testimonianze, le bestemmie.

            

La conclusione, a questo punto, è palese: il diritto dello Stato e la morale cattolica sono incommensurabili e speculari. Non limitiamoci a usare la parola “separati”, che può essere intesa in tanti modi differenti (alcuni dei quali oltremodo inesatti); diciamo che essi si pongono su due piani nettamente distinti. L’uno ha riguardo al comportamento materiale, e può efficacemente influenzarlo perché è dotato di sanzione. L’altra si rivolge alla volontà interiore, ma può solo fare appello al libero arbitrio perché non esiste coercizione all’amore. Ebbene, la laicità non è altro che avere sempre a mente tale differenza essenziale.

Ma se il diritto statale e la morale cattolica sono nettamente distinti, non per questo sono assolutamente distanti (scusate: i giochi di parole esercitano un fascino perverso su di me). In molte questioni, essi si troveranno a convergere. Non coincidere: convergere, ovvero arrivare alla stessa conclusione da origini diverse. Per esempio, l’articolo 575 del codice penale punisce chiunque cagiona la morte di un uomo con la reclusione non inferiore ad anni ventuno, e l’articolo 56 punisce il tentativo in tal senso; ma l’articolo 115 dichiara non punibili, salva l’applicazione di misure di sicurezza, l’accordo e l’istigazione a commettere un reato che poi non sia stato effettivamente commesso. Specularmente, il quinto comandamento prescrive di non uccidere, ma l’ho già violato se ardentemente desidero la morte del mio prossimo. In questo caso (come in molti altri) il peccato e il reato hanno lo stesso oggetto, ma ciascuno nel proprio ordine e per i propri motivi. Il che già basterebbe per criticare chi in Italia, per ovvi motivi politici, usa l’aggettivo “laico” come se fosse l’opposto di “cattolico”.

D’altra parte, ci sono molti altri svariati esempi in cui ciò che è peccato non è reato, e viceversa. Ed è giusto che sia così: né
la Chiesa
può obbligare all’amore per Dio e per il prossimo; né lo Stato può pretendere di avere dominio sull’anima del cittadino oltre che sul suo corpo, se non vuol essere uno Stato totalitario (figlio dello Stato etico di matrice hegeliana). Avevo di sfuggita citato all’inizio
la Psicopolizia
di 1984; adesso copio un paragrafo dal libro nel libro, “La teoria e la pratica del collettivismo oligarchico” di Emmanuel Goldstein, il libro proibito che il protagonista Winston Smith legge poco prima del suo arresto:

   

Paragonate con quella in atto ai nostri giorni, tutte le tirannie del passato si debbono considerare fiacche, mantenute su compromessi, e soprattutto inefficienti. I gruppi di governo erano sempre più o meno partecipi di ideologie liberali e tolleravano scappatoie d’ogni genere, giudicando solo degli atti materiali e palesi e disinteressandosi di quel che i sudditi effettivamente pensavano dentro le loro coscienze. Persino
la Chiesa Cattolica
del Medio Evo, considerata secondo lo standard odierno, era abbastanza tollerante. Tra le ragioni per questo comportamento c’era anche quella che i governi del passato non avevano il potere e i mezzi di tenere i cittadini sotto una sorveglianza costante e continua. L’invenzione della stampa, tuttavia, rese più semplice il compito di manipolare l’opinione pubblica, e il cinematografo e la radio perfezionarono non poco tale tecnica e ne accrebbero le possibilità. Con l’invenzione e lo sviluppo della televisione, e il progresso tecnico che rese possibile di ricevere e trasmettere simultaneamente sullo stesso apparecchio, il concetto di vita privata si poteva considerare del tutto scomparso. […] La possibilità d’ottenere non solo una totale ubbidienza alla volontà dello Stato, ma anche una completa uniformità di vedute su tutti gli argomenti, esistette, da allora, per la prima volta.

 

La considerazione della Chiesa come di una precorritrice dei regimi totalitari, che ne avrebbe raggiunto le stesse vette di oppressione se solo avesse avuto gli strumenti adatti, è ricorrente nel libro di Orwell ed è comune del resto a un bel po’ di pensatori liberali e socialisti; ma le discussioni storiche (senza acquiescenze alle varie “leggende nere”, ma anche senza tentazioni d’insostenibile revisionismo) teniamocele da parte. Diciamo solo che lo Stato totalitario, così come la teocrazia stile sharia islamica, sono incompatibili con il libero arbitrio e con la laicità. In questo frangente politico, tuttavia, entrambe queste forme di assetto statale sono (nonostante le lamentele di clerical harrassment da parte della Bonino) abbastanza lontane e decisamente improbabili. Troppo vicina, semmai, è la tentazione del laicismo, che è un modo scorretto di intendere la laicità di cui spesso e volentieri usurpa il nome (vero, Luzzatto?).

Ma questa è per un’altra volta, ché oggi ho messo già abbastanza carne al fuoco, e non so chi avrà la pazienza di digerirla tutta. Per adesso spero solo di avervi dato, se siete arrivati a leggermi fino alla fine, un’idea di quanto io consideri importante il libero arbitrio.

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19 responses to “Libero arbitrio in libero stato

  • poemen

    Grazie per aver riassunto (a mio parere bene) i termini della questione.

    A proposito di volontà, libertà e amore: si tratta di elementi strettamente correlati. E’ un argomento molto bello e la questione si può probabilmente porre in diversi modi.
    Ad esempio potrei dire che l’uomo non è veramente libero se non è libero dalla propria stessa volontà, orientata verso l’affermazione di sé e
    tutto sommato incurante dell’obbiettivo, purché possa affermare se stessa, tanto che a volte si persegue qualcosa per puntiglio anche non essendo sicuri che ce ne venga un vantaggio.
    La relazione d’amore con Dio, che essendo libera richiede all’uomo un diverso orientamento della volontà, “cura” la malattia congenita della volontà senza toglierci la libertà. Quindi l’orientamento della volontà verso Dio è un “voler amare Dio”, una questione di volontà e non di sentimento. Come tale si deve tradurre in scelte concrete, perché la volontà si manifesta tramite scelte concrete…ma presupposto per arrivare a questo è sapere che Dio “ama per primo” e che il suo amore non dipende dalla mia situazione di vicinanza o lontananza da lui (anzi, semmai ne dipende “al contrario”, la sua “cura” per me è maggiore tanto più sono lontano). Tu citavi il libro di Lewis…nello stesso libro si dice che per l’uomo questa virata brusca della volontà, questo gettare le armi, è di fatto una morte, un passaggio tutt’altro che facile: da qui la necessità della Croce, la necessità che Dio stesso apra la strada e ci attiri, perché l’uomo da solo non ce la fa…quindi viene prima l’amore di Dio, manifesto sulla Croce, poi la risposta libera dell’Uomo che ri-ama in contraccambio, poi la guarigione della volontà che diventa capace di desiderare il bene che vede in Dio (rimane il fatto che a questo punto inizia la vera lotta, non è che tutto diventi facile, ma tutto è vissuto con la consapevolezza dell’amore di Dio, della sua misericordia…e si capisce il senso della Riconciliazione etc etc).

    Chiudo perché sono andato anche troppo lungo…era solo un contributo. Quello che hai scritto lo condivido, quindi le mie non sono obiezioni. 😉

    Un caro saluto

  • ClaudioLXXXI

    Ma sentiti pure di porre obiezioni se vuoi 🙂
    Il concetto di “libertà dalla propria volontà” è abbastanza complicato, ma credo di aver capito cosa vuoi dire. Personalmente ritengo che l’esempio che fai sia un altro degli infiniti modi in cui l’essere umano pratica il “Culto di Sé” e diventa il proprio stesso idolo: prima desideriamo qualcosa, poi questo desiderio diminuisce, ma ad esso subentra il desiderio di vedere comunque soddisfatti “per principio” i nostri desideri perché siamo intimamente convinti che nulla ci deve essere negato. E così ci intestardiamo nel correre dietro a qualcosa che non vogliamo più davvero, ma a cui neppure vogliamo rinunciare.
    Non so se ho ricostruito la cosa negli stessi termini in cui la vedi tu.
    Su tutto il resto capisco senza problemi e concordo abbondantemente.
    Grazie e ciao.

  • poemen

    Grazie della risposta!

    Dicendo “libertà dalla propria volontà” mi riferivo non tanto ad una particolare situazione, non tanto ad un caso particolare di “Culto di Sé”. Mi riferivo al fatto che l’uomo nasce con una impossibilità ontologica di aderire completamente al Bene. Il Bene è nella stragrande maggioranza dei casi il “bene dell’altro”, e nella maggior parte di questi casi il “bene dell’altro” è per me un danno, uno svantaggio, un ostacolo…un male, insomma!

    La volontà non solo non è di aiuto ma anzi è di ostacolo, perché è orientata (in gran parte) verso la propria autoaffermazione e sceglie non sulla base del “bene” ma sulla base della paura di perdersi (= morire) e dell’ansia di vivere (direbbe Chesterton che siamo egoisti per il semplice fatto che abbiamo un ego).

    Ce ne accorgiamo (come dice Lewis) se un giorno decidiamo di provare davvero a fare ciò che sappiamo essere “bene”. Ci accorgiamo a quel punto che non controlliamo la nostra stessa volontà (un altro modo per dirlo sarebbe dire che la volontà è “divisa”). Esempi di questo sono ad es. in Paolo (“faccio il male che non voglio e non il bene che voglio”) e Agostino (quando, la sera della conversione, nel giardino di casa, prova a gettarsi fra le braccia del dio cristiano e scopre di non farcela, scopre che la volontà non lo segue).

    C’è quindi una sorta di “malattia” della volontà, una malattia da cui guarire…in questo senso dicevo che l’uomo è schiavo della sua stessa volontà “malata” e necessita di guarigione. So qual è il bene e non riesco a volerlo, o almeno non fino al punto di farlo (questo si vede bene nelle situazioni limite in cui si arriva al “mors tua vita mea” ed il mio interesse confligge nettamente con quello del mio prossimo, ad esempio nella lotta per una promozione o un miglioramento di orario sul posto di lavoro).

    Scusa la lunghezza. A presto.

  • Cuoredipizza

    Auguri cari per la Solennità di domani!

    La vita è saporita…
    ad Jesum per Mariam!

  • ClaudioLXXXI

    Grazie a te per queste riflessioni molto interessanti, che mi riportano a quello che pensavo in questo periodo su ciò che dice Sant’Agostino a proposito del libero arbitrio e del male come non-essere. La volontà essenzialmente è combattuta tra l’egoismo e l’altruismo, una dicotomia che si presenta in infinite varietà di forme diverse e spesso insiste anche nel medesimo atto, che raramente può essere definito buono o cattivo in sé. Possiamo dare da mangiare agli affamati per bontà o per sbattere in faccia agli altri la nostra superiorità economica, possiamo fare sesso per il nostro piacere esclusivo o per esprimere il nostro amore per l’altra persona. Io stesso, quando scrivo queste riflessioni per aiutare chi ne avesse bisogno a raggiungere la Verità, faccio molta fatica ad allontanare l’orgoglio intellettuale che mi accompagna sempre e mi sussurra malizioso “tu capisci le cose meglio di tutti”. Insomma come dicevi tu la nostra volontà è malata di egoismo e in ogni frangente, in ogni azione che possiamo intraprendere, ci ripropone il leitmotiv dell’affermazione personale.
    Questo riporta anche (tout se tient) al discorso della morale eteronoma —> autonoma, perché per discernere la differenza tra bene e male non ci si può soffermare all’atto in sé ma bisogna considerare alla disposizione d’animo con cui esso è compiuto. Che però è conosciuta solo dall’individuo (che può simulare) e da Dio che scruta nei cuori. E perciò il bene può essere pro-posto (ecco l’eteronomia) ma non im-posto (ecco l’autonomia).

    Però la riflessione ulteriore che faccio, sulla scia di Agostino, è che amare sé stessi in sé e per sé non è male. Lo è nel momento in cui il nostro bene contrasta col bene di qualcun altro o col Bene supremo che è Dio (cosa che praticamente si verifica nella maggior parte dei casi). Ma allora l’essenza del peccato non consiste tanto nell’amare noi stessi, quanto nel fatto che NON amiamo l’altro. Difatti amare l’altro e amare Dio coincidono in ultima analisi proprio con l’amare ANCHE noi stessi, perché ci fa bene. Difatti nella vita celeste, in cui la malattia della volontà è stata guarita, ogni beato ama sé stesso e ama tutti gli altri con naturalezza e in completa armonia; e come dice Dante la felicità è l’unico bene tale per cui, quand’è condiviso tra più persone, non diminuisce ma aumenta la quantità di cui ognuno ne fruisce.
    Insomma il male non ha una sua dignità ontologica autonoma, esiste solo in quanto mancanza di un bene. Non ci dimentichiamo che Agostino affermava ciò contro i manichei, che credevano in due forze nemiche ma equipotenti e coeterne tali che nessuna delle due è realmente superiore all’altra. Contro questo dualismo (infatti i manichei parlavano davvero di volontà divisa, non nel senso che hai usato prima tu ma proprio per dire che ogni uomo ha due volontà radicalmente distinte) Agostino riafferma il monismo ontologico del cristianesimo per cui Dio è l’Essere, ogni male è un “minus” relazionato ad un bene, ma il male assoluto non può esistere perché sarebbe il Non-Essere totale. Che, per definizione, non è.
    Uhm, mi sono lasciato trascinare dal discorso, comunque tutto questo lo riprenderò in un post autonomo perché anche se può sembrare un astratto volo intellettuale in realtà ha delle ricadute molto importanti nella vita concreta.

    A presto

    P.S. Grazie Cuoredipizza. Auguri a tutti per la festività di oggi!

  • poemen

    Un breve post nel giorno di festa…

    ad una lettura veloce direi che
    concordo con quello che hai scritto, ma lo voglio rileggere con calma.

    Aggiungo subito una cosa, pero’: sappiamo che ci è chiesto di “amare l’altro come noi stessi”. In che modo amiamo noi stessi? Noi amiamo noi stessi per il semplice fatto che “ci siamo”, che esistiamo e desideriamo per noi il bene…vediamo i nostri difetti ma questo non ci impedisce di amarci e desiderare per noi il bene, né di desiderare di diventare migliori. Questo è il modo in cui ci ama Dio ed il modo in cui ci chiede di amare gli altri: perché “ci sono”…non ci chiede di amarli nella misura in cui sono degni d’amore. Quindi amare se stessi non è male…ma desiderare il proprio bene con maggior forza di quanto desidero il bene dell’altro…beh, questa è la nostra realtà, questa è la conseguenza del peccato originale, questo è quello che Maria non ha. Lei è completamente disponibile ed aperta nella relazione…io so di non riuscire a desiderare il bene dell’altro con la stessa forza con cui desidero il mio, e nelle situazioni di conflitto questo viene fuori.

    A presto.

  • poemen

    >Grazie a te per queste riflessioni molto interessanti, che mi riportano a quello che pensavo
    >in questo periodo su ciò che dice Sant’Agostino a proposito del libero arbitrio e del male come
    > non-essere. La volontà essenzialmente è combattuta tra l’egoismo e l’altruismo, una dicotomia
    > che si presenta in infinite varietà di forme diverse e spesso insiste anche nel medesimo atto,
    > che raramente può essere definito buono o cattivo in sé.

    A livello spirituale, c’è tutto un cammino di “purificazione” da percorrere,
    per rendere ogni scelta più lucida, per essere consapevoli delle motivazioni
    delle proprie scelte. Hai presente “Assassinio nella Cattedrale”? Anche
    il martirio si può presentare come una tentazione!
    —-
    >Possiamo dare da mangiare agli affamati per bontà o per sbattere in faccia agli altri la nostra
    >superiorità economica, possiamo fare sesso per il nostro piacere esclusivo o per esprimere il
    >nostro amore per l’altra persona. Io stesso, quando scrivo queste riflessioni per aiutare chi ne
    >avesse bisogno a raggiungere la Verità, faccio molta fatica ad allontanare l’orgoglio
    >intellettuale che mi accompagna sempre e mi sussurra malizioso “tu capisci le cose meglio di
    >tutti”.
    —-
    Conosco molto bene quella voce. 😉
    Eppure so di essere come il paziente di Malacoda, nelle Lettere di Berlicche,
    quando è appena entrato nell’ambiente cristiano della fidanzata e parla e
    straparla sentendosi importante, mentre invece è tollerato e accolto con spirito
    di carità, nonostante dica cose ben note a tutti. :-)))

    Comunque, come dice il mio padre spirituale, “le nostre motivazioni sono sempre
    miste”: è bene esserne consapevoli, anche perché non saremo mai
    completamente padroni di quello che il nostro cuore sente, dato che in
    esso parlano sia la nostra natura, sia lo Spirito, sia l’Avversario.

    >Insomma come dicevi tu la nostra volontà è malata di egoismo e in ogni frangente, in ogni
    >azione che possiamo intraprendere, ci ripropone il leitmotiv dell’affermazione personale.
    >Questo riporta anche (tout se tient) al discorso della morale eteronoma —> autonoma, perché
    >per discernere la differenza tra bene e male non ci si può soffermare all’atto in sé ma bisogna
    > considerare alla disposizione d’animo con cui esso è compiuto. Che però è conosciuta solo
    > dall’individuo (che può simulare) e da Dio che scruta nei cuori. E perciò il bene può essere
    > pro-posto (ecco l’eteronomia) ma non im-posto (ecco l’autonomia).

    Questo è uno dei tipici discorsi in cui sento l’incapacità della mia logica.
    Sento che c’è qualcosa che non mi convince, ma non sono sicuro di cosa…
    forse perché mescola un po’ piani diversi o forse perché si sofferma su
    un singolo atto, trascurando il divenire della persona che lo compie.
    Infatti, è vero che per il vissuto di chi lo compie è molto diverso compiere
    il bene per la propria autoaffermazione o per amore, compiere il male
    per scarso discernimento o in piena consapevolezza, ma ciò non toglie
    che il male fatto (o il bene fatto) una volta “messo in circolo” si
    riveli come male o come bene per il prossimo. D’altra parte, una persona
    che compie regolarmente il bene per la propria affermazione personale,
    difficilmente si manterrà a lungo in una disposizione d’animo positiva
    e finirà prima o poi per compiere il male o per intristirsi a morte
    (come dice anche Lewis nel “Cristianesimo così com’è”, cap VIII del quarto libro).
    Quindi il piano “morale”, bontà o cattiveria dell’atto in sé, va tenuto
    separato dal “problema salvezza”, che investe le motivazioni. Ma qui
    mi accorgo di aver detto qualcosa che forse avevi già detto tu… 🙂

    >Però la riflessione ulteriore che faccio, sulla scia di Agostino, è che amare sé stessi in sé e
    > per sé non è male. Lo è nel momento in cui il nostro bene contrasta col bene di qualcun altro
    > o col Bene supremo che è Dio (cosa che praticamente si verifica nella maggior parte dei casi).
    > Ma allora l’essenza del peccato non consiste tanto nell’amare noi stessi, quanto nel fatto che
    > NON amiamo l’altro. Difatti amare l’altro e amare Dio coincidono in ultima analisi proprio con >l’amare ANCHE noi stessi, perché ci fa bene.

    Su questo credo di aver risposto ieri…

    >Insomma il male non ha una sua dignità ontologica autonoma, esiste solo in quanto mancanza di
    > un bene etc…

    Purtroppo sono poco ferrato in filosofia…direi che concordo e mi piace come
    concetto. Credo anche che alla radice di ogni atteggiamento sbagliato e di ogni
    situazione di peccato ci sia una ricerca del bene “sviata”, per cui si cerca
    un bene parziale e se ne fa un idolo, un assoluto.
    Non credo che l’uomo desideri il male in quanto male, alla fine si desidera sempre
    un bene, ma si vede il bene nella cosa sbagliata, o se ne vede solo una parte etc etc.
    Questo è il compito dell’Avversario: tutto ciò che è creato è stato creato buono,
    ma è possibile servirsene nel modo sbagliato e lui cerca di fare in modo che
    ciò avvenga. Un vitello di per sé è cosa buona, ma se ne fabbrico uno d’oro
    e mi prostro ai suoi piedi diventa “dia-bolico”, mi svia dal Creatore.

    A presto

    P.S.
    Anche l’Avversario è stato creato come un bene e dotato di libero arbitrio (un bene enorme!). Per questo può eccellere tanto nel male!

  • utente anonimo

    Scusa per il ritardo, comunque nelle tue parole sento in effetti un’eco profonda del libro di Lewis, specie nel fatto che dobbiamo amare gli altri non perchè se lo meritano ma perchè esistono, che del resto è il modo in cui amiamo noi stessi.
    Per quanto riguarda la bontà o malvagità dell’azione in sè, connessa o separata dalla salvezza dell’individuo che la compie, ci sto pensando su…

    Ciao

    Claudio

  • poemen

    >Scusa per il ritardo, comunque nelle tue
    >parole sento in effetti un’eco profonda >del libro di Lewis…

    Hai ragione.

    >Per quanto riguarda la bontà o
    >malvagità dell’azione in sè, connessa o
    >separata dalla salvezza dell’individuo >che la compie, ci sto pensando su…
    >

    Ci ripensavo anch’io…mi è venuto in mente che la dottrina della Chiesa condiziona il cosiddetto “peccato mortale” (quello che preclude la salvezza) alla piena avvertenza ed al deliberato consenso. Quindi non solo l’azione deve essere “grave” ma l’individuo deve esserne pienamente consapevole e acconsentire ad essa…

    ciao.

  • ClaudioLXXXI

    * la dottrina della Chiesa condiziona il cosiddetto “peccato mortale” (quello che preclude la salvezza) alla piena avvertenza ed al deliberato consenso. Quindi non solo l’azione deve essere “grave” ma l’individuo deve esserne pienamente consapevole e acconsentire ad essa… *

    Sì, è uno degli elementi che mi spingono a sottolineare l’importanza della volontà umana e del libero arbitrio. Chi compie un’azione malvagia, convinta che essa non sia tale, non è colpevole. Credo si chiami “errore invincibile”. Colpevole è semmai chi ha seminato l’errore. Ma la non-colpevolezza soggettiva non basta a rendere l’azione buona…
    Per fare un esempio concreto, penso a un aborto praticato da chi in buona fede crede sinceramente che quel feto non sia vita umana. L’aborto è un omicidio (uso il termine nel senso morale cristiano, non nel senso giuridico) ma l’autore non è un assassino, anche se possono entrare in gioco numerose variabili psicologiche che solo Dio (che scruta nei cuori) può conoscere. Però complici morali sono semmai tutti i cattivi maestri che senza posa ripetono che quella “cosa” è soltanto “un ammasso di cellule”, e anestetizzano il senso morale della società.

  • poemen

    >la non-colpevolezza soggettiva non >basta a rendere l’azione buona…

    sono d’accordo con te. Infatti io dicevo
    che “il fatto che l’azione sia cattiva non basta a rendere la persona colpevole (dal punto di vista della salvezza)”.

    Le due affermazioni non si escludono a vicenda.

    Fra l’altro, il tuo discorso sull’aborto mi ha fatto tornare in mente quello che Lewis dice a proposito dei roghi delle streghe: se fosse vera la teoria che esistono persone che hanno fatto un patto col diavolo e operano mediante magie per fare male ad altri, allora cercare e colpire queste persone sarebbe assolutamente ragionevole. Noi condanniamo i roghi delle streghe per il semplice fatto che non crediamo che le streghe esistano. E’ cambiata la teoria, insomma…

    Sono comunque convinto anche che il male (anche se commesso involontariamente, anche se commesso da altri ed in altre epoche) ha una sua “chimica” per cui una volta messo in circolo non può che far danni.

  • ClaudioLXXXI

    Il discorso di Lewis lo condivido in linea di massima, però ho due osservazioni da fare, una che sarebbe qualificabile come “reazionaria”, l’altra “progressista” (a dimostrazione di quanto siano futili queste etichette):
    – D’accordo che la probabile gran parte di quei processi fu un tragico errore giudiziario, ma io credo che autentiche streghe (e in generale uomini e donne in collaborazione col Maligno) siano esistite ed esistano anche oggi. E non stiamo parlando certo delle streghe di Harry Potter. Le messe nere e le sette sataniche non sono purtroppo scomparse, come ci ricorda anche la recente cronaca giudiziaria.
    – sono contrario alla pena di morte in generale, perchè non si deve mai abbandonare la speranza della redenzione. Certo quando si deve impedire che il reo continui le sue attività molto dannose per gli altri, e sembra che non ci si possa riuscire in nessun altro modo, l’uccisione è purtroppo necessaria (penso per esempio a un secondino che spara a un criminale pericoloso che tenta di evadere dal carcere, dilemma “o lo uccido o lo lascio fuggire”). Ma che sia proprio l’extrema ratio. Con il nostro sistema carcerario moderno, del quale tutto si può dire ma che è comunque un passo avanti rispetto al medioevo, quest’eventualità è davvero configurata come rara eccezione.

    Ciao 🙂

  • poemen

    Sulle streghe forse sono andato oltre quello che dice Lewis. Il suo argomentare non riguardava l’esistenza o meno delle streghe, quanto il fatto che oggi troviamo assurde quelle uccisioni non perché sia cambiata la legge morale, ma perché non crediamo all’esistenza delle streghe:

    “But surely the reason we do not
    execute witches is that we do not believe there are such things. If we did – if we really thought that there were people going about who had sold
    themselves to the devil and received supernatural powers from him in return
    and were using these powers to kill their neighbours or drive them mad or
    bring bad weather – surely we would all agree that if anyone deserved the
    death penalty, then these filthy quislings did? There is no difference of moral principle here: the difference is simply about matter of fact. It may
    be a great advance in knowledge not to believe in witches: there is no moral
    advance in not executing them when you do not think they are there.”

    Sulla pena di morte, Lewis in effetti argomenta che essa non è in contraddizione con la morale cristiana,
    così come non lo è (sempre secondo lui) uccidere il nemico in guerra. Nel paragrafo sul perdono scrive:

    “Now a step further. Does loving your enemy mean not punishing him? No,
    for loving myself does not mean that I ought not to subject myself to
    punishment – even to death. If you had committed a murder, the right
    Christian thing to do would be to give yourself up to the police and be
    hanged. It is, therefore, in my opinion, perfectly right for a Christian
    judge to sentence a man to death or a Christian soldier to kill an enemy. I
    always have thought so, ever since I became a Christian, and long before the
    war, and I still think so now that we are at peace. It is no good quoting
    ‘Thou shall not kill.’ There are two Greek words: the ordinary word to kill
    and the word to murder. And when Christ quotes that commandment He uses the
    murder one in all three accounts. Matthew, Mark, and Luke.”

    Non posso riportare qui tutto il passo, piuttosto lungo. Ci sto riflettendo, ma ho delle perplessità (come te).
    Altre perplessità le ho quando dice che un politico cristiano non dovrebbe tentare di imporre per legge ad altri cose come l’indissolubilità del matrimonio. Ma nel complesso è un gran libro… 😉

  • ClaudioLXXXI

    * Altre perplessità le ho quando dice che un politico cristiano non dovrebbe tentare di imporre per legge ad altri cose come l’indissolubilità del matrimonio *

    Lewis era anglicano, ma io da cattolico sinceramente condivido… 😐

  • poemen

    Le mie perplessità sono di due tipi…

    Il primo è interno al libro. Visto che in precedenza Lewis ha parlato del matrimonio indissolubile come fattore di stabilità sociale, di maggiore giustizia…se il matrimonio indissoubile è per lui un bene per la società, perché un politico non dovrebbe, sempre secondo lui, favorire leggi che lo rendano tale?

    La seconda perplessità è di ordine generale. In politica la maggior parte delle decisioni (salvo degenerazioni, purtroppo frequenti ai giorni nostri) sono frutto di compromessi fra visioni diverse. Se un politico cristiano è convinto della bontà di rendere il matrimonio indissolubile, secondo me, fa bene a portare avanti la sua visione, cercando di convincere più persone possibili della sua utilità sociale (non ricorrendo ad argomenti religiosi). Dal compromesso verrà fuori una regolamentazione che sarà quasi di sicuro non rispondente alla dottrina cristiana, ma sicuramente molto di più di quanto sarebbe stata se egli non si fosse “arreso in partenza”.

  • ClaudioLXXXI

    Non ricordo cosa dicesse esattamente Lewis sull’argomento, ma provo a spiegare sinteticamemnte quello che sono arrivato a pensare io – dopo molte perplessità e riflessioni.

    Da un punto di vista politico, la stabilità matrimoniale è certamente un fattore positivo: coesione sociale, maggiore protezione per i bambini, ammortizzatore economico per le traversie di uno dei due coniugi, ed altri effetti positivi che lo Stato deve prendere in considerazione. Ma quello che pessimisticamente credo è che l’indissolubilità CONCRETA del matrimonio non possa essere raggiunta con lo strumento dell’indissolubilità LEGALE. Troppo dipende dai due coniugi, e troppe scappatoie sono possibili a livello pratico (separazione di fatto, abuso della dichiarazione ecclesiastica di nullità del vincolo…), perché la legge sia efficace. Il male minore è una dissolubilità regolamentata che tuteli il coniuge debole, cercando comunque di incoraggiare la conservazione del vincolo. C’è chi propone un doppio regime di matrimonio, dissolubile o indissolubile (per un certo periodo o a vita) a scelta, e mi sembra un’ipotesi su cui riflettere.

    Quelle sopra erano le considerazioni politiche, cioè relative alle conseguenze sulla polis. Come ogni buon laico, distinguo le considerazioni morali attinenti alla salute dell’anima dei coniugi. L’indissolubilità legale può impedire il peccato? No. Come ho detto, il peccato nasce dalla volontà. Un uomo che odia sua moglie non ha infranto il matrimonio religioso (se c’era solo il matrimonio civile, il problema non si pone: cristianamente parlando c’è concubinato), che resterà valido per sempre, ma ha già infranto la promessa matrimoniale. Che poi abbandoni il tetto coniugale, si prenda un’amante o che altro, queste sono estrinsecazioni di un peccato già avvenuto (che lo aggravano).
    Il problema, come vedi, torna sempre alla volontà. Non ho molta fiducia nello strumento legislativo come mezzo di elevazione morale, perché – come ho detto sopra – la legge ha ben poco a che fare con la volontà interiore. La legge si basa sul comando e sulla sanzione.

  • poemen

    Sul tenere ben distinti l’aspetto morale e quello legislativo sono perfettamente d’accordo, così come sul fatto che l’indissolubilità concreta del matrimonio (di ogni singolo matrimonio!) sia impossibile ottenerla (tanto meno per via legale).

    Due osservazioni:

    1)
    se applicassimo il tuo primo argomento all’assassinio non dovremmo dire “l’eliminazione CONCRETA dell’omicidio non può essere raggiunta con lo strumento del suo perseguimento LEGALE. Troppo dipende dai singoli, e troppe scappatoie sono possibili a livello pratico (occultamento del cadavere, corruzione dei testimoni), perché la legge sia efficace. Il male minore è un omicidio regolamentato che limiti i danni (il dolore inflitto alla vittima?) cercando comunque di scoraggiare la scelta dell’assassinio”?? 🙂

    2)
    Nel caso dell’aborto abbiamo visto come rendere una cosa possibile per legge diminuisca anche la sensibilità collettiva per i suoi risvolti morali. Non è che la cosa potrebbe funzionare anche nell’altro verso?
    (qui ci sarebbe un lungo discorso da fare: se le leggi sono fondate solo sul sentire collettivo allora le cose non possono che andare sempre peggio, salvo una conversione di massa come quella che accadde a Ninive 😉

    Ciao e a presto.

  • ClaudioLXXXI

    Hai ragione, ma io non applico questo mio ragionamento nè all’omicidio nè all’aborto, che sono molto più gravi del divorzio: non sono rimediabili (un’unione familiare si può ricostituire, ma una vita umana soppressa – sia un embrione o un ottuagenario – è perduta per semore) e hanno la loro essenza in un danno inflitto a un terzo innocente. Anche nel divorzio ci sono terzi innocenti che patiscono (i figli), ma sono eventuali e il danno può essere diminuito con uno sforzo di buona volontà da parte degli ex-coniugi (ahi quanto raro).

  • ClaudioLXXXI

    Dal paragrafo 17 dell’enciclica di Benedetto XVI “Deus Caritas Est”:

    “Idem velle atque idem nolle [Sallustio, De coniuratione Catilinae, XX, 4] — volere la stessa cosa e rifiutare la stessa cosa, è quanto gli antichi hanno riconosciuto come autentico contenuto dell’amore: il diventare l’uno simile all’altro, che conduce alla comunanza del volere e del pensare. La storia d’amore tra Dio e l’uomo consiste appunto nel fatto che questa comunione di volontà cresce in comunione di pensiero e di sentimento e, così, il nostro volere e la volontà di Dio coincidono sempre di più: la volontà di Dio non è più per me una volontà estranea, che i comandamenti mi impongono dall’esterno, ma è la mia stessa volontà, in base all’esperienza che, di fatto, Dio è più intimo a me di quanto lo sia io stesso.[10] Allora cresce l’abbandono in Dio e Dio diventa la nostra gioia (cfr Sal 73 [72], 23-28).”

Ciao. Se vuoi commentare, accomodati. Non c'è bisogno di nome o e-mail, non c'è approvazione preventiva, no censura. Hai il libero arbitrio e io lo rispetto, anche se potresti usarlo male. Ricorda però che la libertà implica la responsabilità. Se sei un troll, ignorerò i tuoi commenti - a meno che tu non faccia un flood. Se pensi che quel che dico è sbagliato, fammelo notare. Attenzione però, perchè chiunque tu sia, se non sei d'accordo con me, proverò a convincerti del contrario. Qui il dialogo non sono belle chiacchiere per scambiarsi "secondo me" e sentirsi più buoni e tolleranti: qui il dialogo serve a cercare, trovare, amare la Verità.

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