Tolleranza e società compartimentalizzata

La tolleranza e

la società compartimentalizzata

 

Vivamente consigliata la lettura sul Corriere di oggi dell’articolo “L’Europa è la Mecca dell’Islam Globale” di Francis Fukuyama, uno degli intellettuali neo-cons più ascoltati a Washington, che fa il punto della situazione sullo stato del multiculturalismo in Olanda e in Europa dopo l’omicidio del povero Theo Van Gogh (che brutta fine, per un ateo che si chiamava Theo, sgozzato in nome di Dio) da parte di un cinefilo che non aveva apprezzato il suo cortometraggio Submission (la sceneggiatura assai prolissa e l’uso eccessivo del fade off pare siano stati il movente).

L’articolo, nonostante quello che può sembrare dal titolo, non è un rabbioso grido antislamico stile Fallaci: “se consideriamo l’ideologia islamista contemporanea come un’affermazione dei valori o della cultura tradizionali musulmani, fraintendiamo profondamente la natura del problema”. Bin Laden fa leva sullo spaesamento dei figli e nipoti di immigrati, recisi dalla loro cultura d’origine ma non integrati nel continente europeo. Crisi d’identità, disoccupazione diffusa, esclusione coatta che per orgoglio e rancore diventa esclusione per scelta: a questi problemi esistenziali offre rimedio il moderno islamismo di Al Qaeda.

Questo complica le cose, perché rende l’esportazione democratica una mossa necessaria ma non sufficiente. Il problema è intraeuropeo, e riguarda “le controproducenti politiche multiculturaliste che hanno protetto il radicalismo”. E qui torniamo all’Olanda, zoccolo duro del relativismo europeo, che dopo il caso Van Gogh ha fortunatamente (ed era ora) avviato un dibattito sul modello di tolleranza. E la stessa cosa è successa in Inghilterra dopo le bombe di luglio. “La tolleranza liberale è stata interpretata come rispetto non per i diritti dei singoli ma dei gruppi, alcuni dei quali proprio loro intolleranti (con l’imposizione, ad esempio, di chi le proprie figlie dovessero frequentare o sposare). Per un senso sbagliato di rispetto nei confronti delle altre culture, si è dunque lasciato che le minoranze musulmane autodisciplinassero i propri comportamenti”.

Attenzione però, questo non significa abbracciare la difesa oltranzista dell’identità primigenia. Figuriamoci se Fukuyama, che è nippo-americano, ci metterebbe in guardia dal meticciato culturale. La sua esortazione finale alla Vecchia Europa è proprio per il modello USA del melting pot, questo bel calderone: ridefiniamo l’identità, mischiamoci tra di noi, prendiamo il meglio dalle nostre culture e formiamone una sola in cui credere fermamente, pronti a difenderla se necessario.

 

Questo è Fukuyama. Aggiungo qualche considerazione personale già diffusa. Sono perfettamente d’accordo nel criticare non tanto la tolleranza, quanto l’interpretazione moderna che se ne è data in questi tristi tempi di pensiero debole. Questa parola ha cambiato significato più o meno dopo il Trattato sulla tolleranza di Voltaire; prima tollerare qualcuno equivaleva a dirgli: tu sbagli, e mettiamo bene in chiaro che sbagli, ma io ti rispetto comunque. Bisogna odiare il peccato e amare il peccatore. Oggi invece le si dà un significato relativistico: non esistono il Bene e il Male, nessuno può avere l’arroganza di dire “io ho ragione e tu hai torto”, l’unico modo per vivere senza farci la guerra è tollerare i nostri reciproci costumi quali che essi siano.

Così  la tolleranza diventa l’unico criterio di convivenza sociale. E ciò è male: contestualizzata in un sistema con delle solide coordinate morali è una bellissima cosa, da sola non basta ed è anzi molto dannosa perché conduce alla dissoluzione della società, che si divide in compartimenti stagni dove tante piccole microcomunità se ne stanno per conto proprio. Ma questo non è più con-vivere, perché non restano più valori condivisi che formino una comunità; che è tale se, pur permettendo e magari anche incoraggiando varie opzioni culturali, ha comunque alla base un comune sentire, un denominatore minimo che chi non accetta deve essere estromesso.

Pym Fortuyn, il politico olandese ammazzato nel 2003, diceva “Sì alla tolleranza, ma non verso gli intolleranti”. Una presa di posizione tanto più encomiabile in quanto proveniente da un omosessuale dichiarato (e spiace dire che l’avanzata culturale gay fa del suo meglio per diffondere il modello ipertrofico di tolleranza). I Paesi Bassi, all’epoca insanguinati dalle guerre di religione, finora hanno relativizzato la verità ed assolutizzato la tolleranza. Speriamo che qualcosa stia cambiando. Perché la società compartimentalizzata è proprio il contrario della società aperta.

 


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