Prigionieri in cerca d’autore

Prigionieri in cerca d’Autore

         

 

          

Premesso che questa recensione è alquanto sospetta, perché l’autore è amico mio e dunque decidete voi se fidarvi della mia parola, questo libro di Niccolò Petrilli è un bel libro. Se non altro testimonia che nell’alveo dei giovani scrittori italiani esiste altro dal giovanilismo autoreferenziale e dall’erotismo lolitesco, e perciostesso merita. Ad onta del riassunto di trama in seconda di copertina scritto da chissà quale editor incompetente, in cui si legge “un romanzo che ha il passo di una sceneggiatura” (a questo ci siamo ridotti, a considerare la letteratura come surrogato del cinema?), Prigionieri di carta è un prodotto squisitamente letterario. Perché la sua essenza è nella scrittura e per la scrittura, perché insinua il sospetto che noi si sia scrittura di qualcun altro, perché regge una weltanschauung che ha uno spessore filosofico di tutto rispetto e purtroppo al cinema la filosofia, salvo rimarchevoli eccezioni, vende poco. All’autore auguro che nessuno pseudomuccino si appropri mai del suo romanzo per farne un film “rivolto ad un pubblico giovane”.

I prigionieri di carta (e il titolo è ambivalente) sono i personaggi del libro, ovviamente. Sofia, Jac, Johann, Josh, Marty. La prima ha a che fare con l’ultima, e i tre nel mezzo hanno in comune qualcosa in più dell’iniziale. Il libro ha una struttura triadica. Nel primo racconto è narrata la storia d’amore in un secondo di Sofia e Jac, e potrebbe essere un usuale libro di vicende adolescenziali. Il lettore che non le sopporta potrebbe avere la tentazione di interrompere la lettura: non lo faccia, perché il secondo racconto riserva la sorpresa e il terzo la sublima.

Tutto al mondo esiste per compiersi in un libro”, sussurrava Mallarmè (che i libri li aveva letti tutti, e in questa teodicea estetica tutto assolveva e tutto contemplava). Prigionieri di carta sposa questa tesi e la rovescia: ogni libro compie un mondo. Scrivere è atto metafisico, gesto di un demiurgo. Il libro stesso è un racconto nel racconto nel racconto, una trilogia con una coda che lascia intravedere altri livelli della creazione-scrittura.

           

Ora, questa visione bibliocosmologica in sé non è affatto una novità, ma la si ritrova in diverse varianti nella storia del pensiero umano. Volendo andare parecchio indietro potremmo addirittura chiamare in causa i cabalisti, per cui il Libro era speculum mundi (isomorfismo tra superiore ed inferiore). Diceva Lèon Bloy che “siamo versetti o parole o lettere di un libro magico, e codesto libro incessante è l’unica cosa che è al mondo: è, per meglio dire, il mondo”.

Per farci una buona cultura in proposito possiamo poi leggere il capitolo Magie parziali del Don Chisciotte della raccolta di saggi Altre inquisizioni, in cui Borges elenca numerosi casi di opere letterarie autoreferenziali (il protagonista legge il libro in cui è contenuto) e conclude: “Perché ci inquieta che Don Chisciotte sia lettore del Don Chisciotte e Amleto spettatore dell’Amleto? Credo di aver trovato la causa: tali inversioni suggeriscono che se i caratteri di una finzione possono essere lettori e spettatori, noi, loro lettori o spettatori, possiamo essere fittizi. Nel 1833, Carlyle osservò che la storia universale è un infinito libro sacro che tutti gli uomini scrivono e leggono e cercano di capire, e nel quale sono scritti anch’essi”.

Invece Tolkien (leggasi il saggio sulle fiabe Albero e foglia) concepiva la narrativa come sub-creazione, creazione di secondo livello, e la codificava in termini lucidamente cristiani: l’uomo, giacché è fatto a immagine e somiglianza di Dio, ha l’impulso di creare a sua volta e “su scala”; nell’istinto affabulatorio, che è un dato antropologico universale, risuona l’eco del Verbo per mezzo del quale tutte le cose sono state create. Andate e moltiplicatevi, ed inoltre scrivete.

Anche il “re dell’horror” Stephen King, nella saga della Torre Nera (che ha dei debiti espliciti con Tolkien, e impliciti con Borges), ha declinato un’idea simile: in questa über-storia che incorpora la sua vastissima opera omnia e la sua medesima vita, la scrittura è però vista non come atto creativo ma evocativo di qualcosa che già pulsa di vita propria, lo scrittore essendo solo un medium tra i diversi livelli del multiverso.

         

Ordunque, Prigionieri di carta si inserisce in una tradizione che ha autorevolissimi esponenti. La sua specificità consiste nel far presagire una ramificazione virtualmente infinita dell’Essere, composto di strati di realtà che si sovrappongono proprio come fogli di un libro. Chi scrive, chi crea un mondo di fantasia, aggiunge una nuova pagina a questo ipertesto; la sua fantasia è realtà per coloro che ne fanno parte, e che a loro volta possono creare altri mondi.

Sofia, la protagonista del romanzo, è un ago che buca le pagine del multiverso e passa di mondo in mondo. È descritta come una ragazza bellissima, dolce, sensibile, coraggiosa; insomma un astro sfolgorante di virtù, una specie di incarnazione concreta dell’eterno femminino (e naturalmente il nome non è casuale). Ma proprio qui si annida il difetto del libro, l’unico serio difetto che vi ritrovo. Lo scopo dello scrittore, tanto più se scrivere è generare mondi, è creare personaggi quanto più verosimili possibile. Persone, non bassorilievi unidimensionali. L’autore realizza quest’intento per vari comprimari del libro, ma non per la protagonista: lei non ha imperfezioni, o se le ha non ci sono sufficientemente descritte. Sofia non è una ragazza, Sofia è l’idealizzazione di una ragazza che nessuna ragazza sarà mai. Nell’intreccio del libro la cosa non è priva di giustificazione (quanti ragazzi innamorati che scrivono un racconto ispirato alla propria lei, da farle leggere successivamente, riescono ad essere spietatamente realisti?); ma dal punto di vista estrinseco resta il fatto ineludibile che Sofia, questa “ragazza quasi scolpita, materia, la perfezione stessa”, è – proprio per questo suo essere così perfetta – la meno adatta a viaggiare di volta in volta dalla fantasia alla realtà. L’eterno femminino, concetto che mi sta cordialmente antipatico (ricordo un’amica che diceva “voglio essere apprezzata come persona, non come un’altra incarnazione della dea-figa”), non tollera d’essere strappato al suo mondo di fantasia.

       

Resta, sullo sfondo, un interrogativo non sciolto: esiste Dio? Questo regressus di scrittori che sono scritti da altri scrittori procede ad infinitum, oppure come nella seconda via di San Tommaso dovrà necessariamente esistere a fondamento del Tutto uno Scrittore che non è scritto da nessuno e per vie dirette o traverse scrive tutte le pagine dell’immenso Libro? L’autore, le cui idee religiose so per certo essere ben lungi dal cristianesimo, non si pronuncia chiaramente a tale proposito. Nel dialogo che chiude il terzo racconto, e lascia intravedere un’altra vertiginosa serie di plurime realtà, una ragazza chiede al fidanzato “E sopra di noi?” e le viene risposto con un sorriso “C’è il cielo”. Ma questo è il cielo infinito dell’Empireo, o un illusorio manto stellato che nasconde un’altra pagina ancora?

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