E bravo Sergio Romano

E bravo Sergio Romano

  

 

 

Eh sì, ultimamente Sergio Romano mi ha riservato piacevoli sorprese. Ne ha azzeccate addirittura tre di fila.

 

Tanto per cominciare, il dieci giugno il nostro si produceva in un’analisi assai interessante di Giuseppe Dossetti e le “fonti del cattocomunismo”. Mi sembra ampiamente condivisibile la sua descrizione della vicenda dossettiana e del suo grande peccato originale, cioè pensare di poter cristianizzare la rivoluzione sociale comunista. Bene fa Romano a segnalare come Dossetti avesse in gioventù compiuto il medesimo errore verso un altro socialismo, quello fascista, pensando di poterlo “scavare dall’interno” (insomma, tutto va bene, tranne l’aborrito Stato liberale). Questo la dice lunga sul fatto che alla base del dossettismo ci fosse un tragico e colossale, e soprattutto reiterato nel tempo, misunderstanding. Romano segnala inoltre, di Dossetti, la malcomprensione del personalismo di Maritain e Mournier, i due pensatori più abusati da un certo cattolicesimo postconciliare: quel cattolicesimo che come diceva Maritain si volle (si vuole ancora) “inginocchiare al mondo”, col cattocomunismo sovente legato a filo doppio. Anche questo molto interessante: ne ho parlato con Bernardo e WRH, e vi ci rimando.

Insomma, alla fin fine mi viene da dire: povero Dossetti, le sue intenzioni erano sicuramente ottime, ma quanto ha sbagliato.

Aggiungo che finora si contano due risposte all’analisi romana: una in cui si contesta l’uso del termine cattocomunista, parolaccia che non sta bene pronunciare, coniata “dall’integrismo cattolico dei Del Noce e dei Socci” (oibò, colui scrive integrismo invece che integralismo, dev’essere persona di cultura fina); e un’altra scritta nientemeno che da Giuseppe Alberigo, che sappiamo essere il maggior storico del cattolicesimo postconciliare di cui sopra, diffusore della vulgata per cui la “vera” Chiesa è iniziata soltanto con il CVII. Naturalmente da Alberigo non ci aspetteremmo niente di meno che una vigorosa protesta per il modo in cui Romano, mosso dalla sua antipatia personale, ha semplificato e manipolato la figura di Dossetti…

 

Ma non finiva qui. Il giorno dopo, Romano prendeva di petto un argomento specificamente ecclesiastico: il celibato sacerdotale cattolico. Perché mai i preti non si sposano? Non è questo rigido divieto la causa, o almeno un fattore, dell’incidenza di pulsioni pedofile tra il clero? “Un fiume, se non ha la possibilità di scorrere tranquillamente nel proprio letto, straripa, e cerca altre vie”, scrive la lettrice.

M’aspettavo, lo confesso, che Romano annuisse. Macchè. Innanzitutto si va a leggere e cita ciò che scriveva mons. Gianfranco Ravasi sul Sole 24 ore, il quale spiegava che il nesso tra sacerdozio e celibato  ha un alto “rapporto di convenienza”, ma “non è un vincolo teologicamente necessario e strutturale”. Insomma, fa parte di quelle cose che il successore di Pietro può “legare e sciogliere” nella sua autorità. Orbene, allora, perché mai la Chiesa chiede ai suoi sacerdoti il celibato, se esso non sarebbe stricto sensu obbligatorio? Su questo Romano mi sorprende piacevolmente: “Anche quando ha consacrato se stesso al servizio divino, un uomo sposato è sempre necessariamente distratto da altre realtà: la moglie, i figli, i loro studi, le loro carriere, le loro amicizie. La Chiesa è una istituzione totalitaria” (e qui mi si alza il sopracciglio, ma non c’è rosa senza spine…) “e non ama dividere con altri la fedeltà di coloro che hanno liberamente (avverbio prezioso) scelto di servirla. Il quotidiano spettacolo di ciò che accade nelle confessioni religiose in cui il matrimonio è consentito non può che confermarla in questa convinzione. Là dove il pastore si sposa, il vincolo della disciplina si allenta e nessuna autorità può impedire che l’unità ecclesiastica si rompa in una miriade di gruppi e gruppuscoli, divisi da interpretazioni teologiche, lingue nazionali o, più semplicemente, dall’influenza carismatica di un leader. La Chiesa ortodossa cerca di contrastare questo fenomeno permettendo il matrimonio soltanto al «basso clero». Ma in tal modo divide se stessa in due caste: quella dei nobili prelati, destinati al governo della Chiesa, e quella dei pope, legati come servi della gleba al territorio in cui esercitano il loro ministero”.

Insomma, la sessuofobia non c’entra, ci sono eminenti ragioni pratiche.

 

E non c’è due senza tre. Il tredici giugno, ricorrenza a me assai lieta, Romano rispondeva a un lettore (di cognome Sansonetti, come il direttore di Liberazione, e pure le idee paiono simili) sulla visita del Papa ad Auschwitz ed i tanto famigerati silenzi della Chiesa. E qui l’Ambasciatore tocca l’apice:

 

[…] I termini della questione sono ormai storicamente chiari. La Chiesa ha evitato di denunciare pubblicamente la politica genocida del Terzo Reich, ma si è prodigata per sottrarre parecchie migliaia di ebrei alla loro tragica sorte.

So che molti vedono in questa contraddizione una buona dose di ipocrisia e opportunismo.
A me sembra invece che fra il silenzio ufficiale e l’assistenza personale agli ebrei minacciati di morte vi sia uno stretto legame. Se avesse parlato a voce alta, la Chiesa sarebbe diventata la nemica del regime nazista, ne avrebbe subito le persecuzioni, avrebbe abbandonato il suo gregge alla vendetta di Hitler e non avrebbe menomamente alleviato le sofferenze degli ebrei. Molti sostengono che la Chiesa aveva il dovere di «testimoniare», vale a dire di lasciare nella storia il segno della sua reazione alla più grande tragedia del secolo.

Chi adotta questa posizione ritiene evidentemente che la verità sia più importante della prudenza. Ma dimentica che di fronte a una simile denuncia della Chiesa olandese nell’ultima fase della guerra, le autorità naziste reagirono ordinando le deportazione degli ebrei convertiti al cristianesimo, fra cui la suora Edith Stein: un gruppo della popolazione che aveva goduto sino ad allora di qualche garanzia. È certamente possibile criticare i silenzi della Chiesa. Ma può farlo legittimamente soltanto chi ritiene il valore del martirio superiore a quello di qualsiasi scopo umanitario. […]

 

Dopodichè, elevo una prece in favore dell’anima sua (egregio professore, casomai si trovasse a passare, spero che apprezzi o almeno sorrida) e mi riprometto di sventolare il ritaglio di giornale davanti a tutti gli stolidi che in mia presenza si troveranno a blaterare “Pio XII era filonazista, è acclarato, così è. Basta. Stop. Amen.

 

Conclusione: non credo che m’iscriverò al fanclub di Sergio Romano, che purtroppo laicista era e laicista presumibilmente resterà, ma apprezzo molto. Bene, molto bene, benissimo. Magari non è neppure finita. Troppa grazia. Naturalmente non m’illudo, Romano avrà ancora modo di dire che lo Stato italiano non è laico essendo concordatario et similia, ma insomma. A ogni giorno la sua pena e la sua gioia.

 

Omne verum, a quocumque dicatur, a Spiritu Sancto est

San Tommaso

 

UPDATE:

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I nazisti in America Latina e il ruolo della Chiesa

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17 responses to “E bravo Sergio Romano

  • berlic

    Forse con totalitaria intendeva dire totalizzante…il che è sicuramente vero. E considerando quanto tempo mi pigliano i figli, sono sempre più convinto che il celibato sia la scelta giusta.

    PS: ma allora, l’evento c’è stato io no?

  • berlic

    errata corrige: “…o no?”

  • utente anonimo

    Claudio…più ti leggo e più mi pare che tu stia abbandonando il laicismo cattolico per un’idea di partecipazione più ampia alla tribù talare…

  • ClaudioLXXXI

    Sì, il senso era quello. Il lapsus è forse freudiano, conoscendo Romano, comunque va già di lusso così.

    L’evento accadrà in autunno, settembre/ottobre, naturalmente annuncerò per tempo.

    Un amico mi faceva notare che l’abolizione del celibato sacerdotale potrebbe essere un’ottima “offerta da mettere sul piatto” in vista di una (utopica?) riunificazione con le altre chiese, orientali o protestanti. Io non so se potrebbe bastare (il primato petrino è una divergenza mica da poco), penso che il celibato non abbia affatto finito di svolgere la sua funzione nell’economia della Chiesa, e se in futuro un Pontefice volesse modificarlo dovrebbe farlo ad avvedutissima ragione; ma se potesse davvero risanare almeno in parte le divisioni della Chiesa… allora, forse, anche la cessazione del celibato obbligatorio avrebbe una sua funzione provvidenziale.
    Mah.
    (che poi sono convinto che se un cristiano cattolico prende sul serio il sacerdozio, non si sposa comunque, obbligo o non obbligo)

  • ClaudioLXXXI

    Lo prendo come un complimento, Niccolò, ma escludo completamente l’idea di entrare in seminario. Uno perchè mi sento perfettamente a posto così, cattolico laico. Due perchè presumo sarei un pessimo prete: tra le altre cose, sono troppo incline a inseguire l’amore umano (che non mi ricambia, ma io lo inseguo ugualmente). Che non è un difetto, intendiamoci, ma se il tempo è poco non si può fare tutto.

  • quidestveritas

    Poi ne ha aggiunta un’altra. È per il sì al referendum. 😉

  • martik

    Ciao giovane, un pezzo che non ci si sente…
    Mi sto dedicando poco al blog eh…
    E cerco di tenere libera la mente da cose che non mi riguardano in prima persona… ne ho egoisticamente un pò bisogno.
    Sarà grave?
    Intanto ti lascio il mio saluto, scopo della visita, poi vedrò se ritornare sulla retta via o no 🙂
    ciao Marce

  • holdenC

    il celibato si è imposto come obbligatorio per i presbiteri solo intorno all’anno mille. nei primi gloriosi mille anni della storia cristiana non c’era, eppure la Chiesa è prolificata non credo che i “risultati pratici” siano stati peggiori rispetto alla seconda metà della sua storia.
    Con ciò non voglio pronunciarmi pro o contro il celibato, del quale riconosco tutte le buone ragioni. Credo che la tradizione delle chiese orientali, che su questa come su altre prassi, mantengono più vicinanza alla Chiesa degli apostoli rispetto alla Chiesa di Roma, potrebbe essere una via per lo meno su cui riflettere. Ma in generale non reputo il “problema” (lo è?) del celibato una questione di primaria importanza.

    Quanto a Romano, lo aprezzo molto spesso perchè non risponde a quello schema molto italiano per cui quando una persona apre bocca su un tema sai già cosa dirà. Ecco, chi non dispensa opinioni preconfezionate ha sempre avuto la mia stima.

  • ClaudioLXXXI

    Beh, Ravasi (citato da Romano) diceva che «la disciplina del celibato presbiterale fa capolino solo nel IV secolo coi concili locali di Elvira (306) e di Roma (386). Anzi, anche dopo, per secoli continuerà a sussistere fino a oggi nelle stesse Chiese orientali cattoliche (e quindi non solo ortodosse) la prassi del sacerdozio coniugato».
    Capisco che il tema possa non sembrare di straordinaria importanza ai giorni nostri, ma ogni volta che si mette in discussione qualcosa della dottrina cattolica, che è qualcosa a cui tengo molto, per me è un problema :-/

  • ClaudioLXXXI

    Ehm, quid. Non volermene, ma io sarei per il no… ^_^

  • quidestveritas

    immaginavo, immaginavo… 😉

  • frodolives

    Per me il celibato dei preti è una imposizione e basta. Sarebbe come che anche il presidente del consiglio non potesse sposarsi perché nuocerebbe alla sua carica, al suo porsi al servizio collettivo.
    Nel farsi una metà di un’unione matrimoniale non vi è nessuna limitazione per me, ma ne divengono molte grazie.
    Oltrettutto non si trova da nessuna parte che Gesù o uno dei primi apostoli di Cristo abbia mai detto che per servire Gesù e Dio occorreva fare una vita completamente casta. Oppure non mi risulta di averlo letto. Si può supporre tra le righe questa cosa, San Paolo è quello che si è espresso maggiormente, dicendo che una vita senza moglie è meglio, ma tra questo è affermare che Dio e Gesù hanno delegato Santa Romana Chiesa a proibire a chiunque voglia diventare prete di contrarre matrimonio e non essere vergine per tutta la vita, be’ questo non è corretto.

  • ClaudioLXXXI

    Imposizione? Intendi casi come la monaca di Monza? :-/

    Gesù parla di coloro che si sono fatti eunuchi per il regno dei cieli (Mt 19,12). Comunque prima si è spiegato che il celibato è opportuno più che necessario.

  • frodolives

    Farsi eunuchi per il regno dei Cieli? A questo punto dico a Gesù che io preferisco passare. Leggerò quel passo sulla Bibbia. Mi fa quasi paura…

  • ClaudioLXXXI

    Ma no, non aver paura 😀
    Il termine “eunuchi” usato da Gesù è metaforico, almeno secondo l’interpretazione cattolica.
    Poi c’è stato chi come Origene ha preso alla lettera il versetto e si è tagliato i testicoli: questo mostra la pericolosità di un’interpretazione meramente letterale della Bibbia che non tenga conto del contesto storico e delle modalità espressive dell’autore (e Gesù, parlando agli ebrei del suo tempo, ne adottava i canoni linguistici).

  • piccolozaccheo

    Pare che quella dell’auto-mutilazione di Origene sia una leggenda, forse attribuibile ad Epifanio di Salamina. In effetti Origene, maestro nell’allegoresi e finissimo intellettuale (tra i più grandi, nel cristianesimo dei primi secoli ma anche oltre), fu tutto tranne che un letteralista.

    Complimenti per il post, caro Claudio: la frase di Tommaso dimostra tutta la sua efficacia, in questo caso. Guardando al Corriere in generale, non posso che pensare a un intervento dello Spirito Santo! 😉

  • ClaudioLXXXI

    Grazie.
    Leggenda? Questa non la sapevo. Vatti a fidare di Epifanio di Salamina, me lo diceva sempre la mia mamma.
    Quelli del Corriere avrebbero proprio bisogno dell’influsso dello Spirito Santo, anche se magari qualcuno pensa più al Grande Architetto…

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