Le cinque variazioni (2)

Le cinque variazioni

(2)

 

(continua)

 

Il dio e il potere

 

«I Fremen hanno la parola di Muad’Dib» disse Paul. «Sotto il cielo di questo mondo l’acqua scorrerà liberamente, e vi saranno oasi verdeggianti piene di delizie. Ma dobbiamo pensare anche alla spezia. Così vi sarà sempre il deserto su Arrakis… e venti selvaggi, e prove per indurire l’uomo. Noi Fremen abbiamo un detto: Dio creò Arrakis per temprare il fedele. Non si può andare contro la parola di Dio.»

 

«Muad’Dib era diventato la mano di Dio. Dove c’era la guerra, Muad’Dib avrebbe portato la pace. Dove c’era l’odio, Muad’Dib avrebbe portato l’amore, e guidato il popolo verso la vera libertà cambiando la vita di Arrakis.»

 

I testi qui sopra sono citazioni tratte da Dune, rispettivamente il libro di fantascienza di Frank Herbert, il primo di una lunga e famosa saga, ed il film che ne ha tratto David Lynch. Le ho scelte perché mi pare che il momento clou a cui si riferiscono (il trionfo di Paul Atreides, conosciuto come Muad’Dib, il capo dei Fremen, e la sua ascesa sul Trono del Leone Dorato come nuovo Imperatore dell’Universo Conosciuto) esprimano molto bene, e in forma comprensibile ai più, la teocrazia: non si può andare contro la parola di Dio; il leader politico è la mano di Dio, oppure è considerato egli stesso divinità (come poi nella saga di Dune avviene per il figlio di Paul, Leto II, il semi-immortale Imperatore-Dio-Verme di Dune).

 

La teocrazia esprime questa idea semplice e radicale: solo il dio ha il potere. Teo cratòs, governo della divinità, la quale comanda lo Stato o direttamente, perché colui che governa è considerato egli stesso un dio, oppure indirettamente attraverso i suoi sacerdoti, ed in tal caso si parla anche di ierocrazia (hyeròs = sacro). Penso che storicamente possiamo trovare due esempi di queste forme teocratiche rispettivamente nella storia dell’antico Egitto e del popolo d’Israele, anche se qui si potrebbero fare degli approfondimenti che ora non posso sviluppare.

È importante aver ben chiaro che, affinché si abbia una teocrazia, non è sufficiente che l’autorità politica e l’autorità religiosa coincidano nella medesima persona: quella persona potrebbe agire di volta in volta e nelle diverse circostanze in quanto capo politico oppure in quanto capo religioso, ferma restando la distinzione perlomeno in linea teorica (anche se possiamo dubitare che in pratica sia per tutti agevole percepire la differenza, per non parlare degli abusi che possono verificarsi). Questo non è ancora abbastanza: così non si coglie l’essenza, il nudo e crudo punto focale della teocrazia, e cioè che solo e soltanto il dio esercita il potere. Nella teocrazia, l’uomo non ha nessun potere normativo autonomo. Il potere di emettere leggi, di dare ordini a cui tutti nella società devono obbedire o sono puniti, deriva dal fatto che il legislatore è dio oppure il suo rappresentante: il fattore umano è marginale, completamente subordinato.

La prima relazione tra diritto e morale si presenta dunque come pura identificazione (e difatti siamo noi a percepirla come “relazione”, ancorché di uguaglianza, mentre per coloro che pensano teocraticamente non c’è alcun dualismo): la morale è il diritto, ciò che è peccato è perciostesso reato, quello che l’autorità politica mi dice di fare deriva puramente e immediatamente da quello che il dio mi dice di fare. Lo Stato è il sacro guardiano che deve far rispettare il bene e impedire il male.

 

—————————-

 

«In teoria, quella giudaica ha un posto tra le altre religioni dell’impero; ma, in realtà, da secoli Israele si rifiuta di essere un popolo tra gli altri, d’avere un dio tra gli dèi. I Daci più selvaggi non ignorano che il loro Zalmosis si chiama Iuppiter a Roma; il Baal punico del monte Cassio s’è identificato facilmente col Padre che tiene la Vittoria in mano e da cui è nata la Saggezza; gli Egizi, pur tanto vani dei loro dèi dieci volte secolari, consentono d’indentificare in Osiris un Bacco dotato di attributi funerei; l’aspro Mitra sa di essere fratello di Apollo. Non v’è un altro popolo, all’infuori di Israele, così arrogante da pretendere di contenere la verità intera nei limiti angusti d’una sola concezione divina.»

 

«Cabria, sempre ansioso del giusto culto da offrire agli dèi, si preoccupava del progresso delle sette di questo genere [i cristiani] tra la plebe delle grandi città; si sgomentava per le nostre vecchie religioni, che non impongono all’uomo il giogo di alcun dogma, si prestano a interpretazioni tanto varie quanto la natura stessa, e lasciano che i cuori austeri si foggino, se lo vogliono, una morale più alta, senza costringere le masse a precetti troppo rigidi per evitare che ne scaturiscano subito costrizione e ipocrisia.»

Marguerite Yourcenar, Memorie di Adriano

 

Il rovescio della teocrazia è lo Stato etico.

“Stato etico” è un’espressione relativamente recente, entrata in uso credo all’incirca verso il diciassettesimo secolo e poi adoperata massicciamente da Hegel, la cui filosofia è stata in vario modo supporto filosofico per i totalitarismi del nazismo (assieme alle idee nicciane), del fascismo (con la mediazione dell’idealismo di Gentile, e assieme al retaggio dell’impero romano), e del comunismo (passando per il rovesciamento dialettico di Marx).

È importante chiarire subito che la parola “etica”, anche se oggigiorno è usata comunemente come puro sinonimo di “morale”, nel vocabolario filosofico ha una sfumatura diversa: la morale è una concezione del bene e del male che esiste di per sé, posta dalla divinità e/o dalla natura e/o dalla ragione universale (e per ora lasciamo da parte il quesito se sia teoricamente e praticamente possibile una morale senza dio); l’etica è quella concezione del bene e del male a cui fa riferimento lo Stato, che assume rilevanza pubblica e politica.

Chi crede in una morale la percepisce come qualcosa che è fuori da sé: io non decido la morale (casomai la capisco), non posso cambiare la morale con un atto della mia volontà (casomai posso cambiare la mia volontà per accettare o rifiutare la morale), perché l’origine della morale non sono io ma è qualcuno o qualcos’altro. D’altra parte, l’etica dello Stato può sovrapporsi parzialmente o completamente ad una morale prestabilita che è molto diffusa nella società, oppure a più morali diffuse che si trovano d’accordo su certe questioni fondamentali; ma l’etica può anche esistere da sola, senza nessuna morale antecedente, perché lo Stato – con lo strumento del diritto – decide semplicemente da sé, in quanto fonte autonoma e originaria, che cosa va considerato bene e male: e quest’ultimo è appunto ciò che intendiamo con la definizione “Stato etico”.

Lo Stato etico nelle sue varianti nazista e fascista è stato sconfitto alla fine della seconda guerra mondiale; è durato molto più a lungo nella variante sovietica, come applicazione concreta nei regimi comunisti, e come anelito ideale per i comunisti dei paesi democratici che osannavano ciò che succedeva altrove (di solito, senza sapere cosa veramente succedeva). La fine del comunismo – perlomeno come applicazione, mentre i comunisti non sono ancora finiti – non ha portato alla fine dello Stato etico: nel mondo esistono ancora paesi che impongono l’etica pubblica e praticano persecuzioni su ogni morale, e il più grande esempio in tal senso ci è dato dalla Cina, che ormai comunista lo è solo a parole; in Europa invece l’idea di Stato etico non è morta, ma è sprofondata in un sonno inquieto e agitato, in cui sta subendo un’ulteriore trasformazione. Si va formando un’idea democratica di Stato etico, tale per cui il bene e il male e il vero e il falso possono e devono semplicemente essere decisi a maggioranza, nell’ambito delle procedure formali dello Stato democratico. Requisito per accedere a queste procedure è non pretendere di conoscere il vero e il bene, perché questi non devono essere i dati iniziali da cui partire per una discussione di confronto (si deve partire solo dalle opinioni, dai “secondo me”) ma bensì i risultati finali, ancorché perennemente provvisori (validi fino al prossimo voto), del processo dialettico democratico che produce il diritto – il quale dunque esiste unico e solitario, trasfigurato in etica, senza alcuna morale che lo possa limitare.

In questo modo lo Stato etico celebra il potere assoluto dell’uomo, solo e soltanto dell’uomo. Non c’è dio, né natura prefissata, né ragione universale, e dunque non c’è morale ma solo diritto uguale etica. Lo Stato etico è intrinsecamente basato sull’ateismo, se non addirittura sull’antropoteismo, parola difficile che vuol dire: l’uomo è dio. Come lo Stato teocratico è il trono su cui siede il dio sceso sulla terra per governare l’uomo, così lo Stato etico diventa il trono che l’uomo costruisce per innalzarvisi e proclamarsi dio del mondo. L’antropoteosofia, parola ancor più difficile per cui l’uomo deve capire di essere dio, è il nucleo dell’autocomprensione hegeliana.

 

Ebbene: della filosofia di Hegel, e di come nel corso della storia lo Stato etico ha cambiato più volte la propria pelle, come un serpente, dovrò parlare ancora in questo discorso. Quello che ora vorrei spiegare, è che, pur se la definizione “Stato etico” è nuova, il concetto in sé è molto antico. L’Impero romano fu la prima veste dello Stato etico, forma preliminare e per vari versi incompleta, ma che ne aveva già in sé il nucleo essenziale: tutti gli dèi vanno bene, purché gli uomini non ci credano veramente ed esclusivamente, purché non rifiutino di prestare adorazione all’unica divinità che conta davvero – cioè Roma eterna, lo Stato creato dall’uomo.

Consiglio a questo proposito la lettura di Memorie di Adriano, l’immaginaria autobiografia dell’imperatore scritta da Marguerite Yourcenar (qui ne avevo citato dei passi a mio avviso molto significativi, tra cui anche quelli che ho riportato in apertura): a mio avviso la scrittrice ha saputo cogliere perfettamente i fermenti che animavano quel mondo, rappresentando il carattere proprio del paganesimo – che non fu semplicemente politeismo, credere in molti dèi, ma piuttosto crearsi da sé i propri dèi, in cui si credeva come simbolo, come mito, ma non come pura e semplice verità.

L’Impero romano usava a proprio vantaggio le antiche religioni, instrumentum regni, grazie a due loro caratteristiche molto peculiari, che oggi possono sembrare strane e difficili da comprendere: l’interscambiabilità degli dèi, e la separazione tra verità e culto.

Innanzitutto, v’era il fatto che le figure divine potessero essere “tradotte” da un linguaggio religioso all’altro, che fossero all’incirca equivalenti dal punto di vista funzionale. Beninteso, questo non si verificava sempre e spesso nient’affatto pacificamente, perché anche il mondo pagano ha conosciuto le sue furiose guerre di religione; ma era possibile, e in effetti abbastanza possibile perché Roma potesse approfittarne, inglobando i popoli sottomessi nel proprio Impero, accogliendo tutte le più disparate divinità nel pantheon e non rifiutando a nessuna il culto richiesto.

D’altra parte, questo era possibile perché l’Impero considerava la religione come una questione politica, non come una veritiera rappresentazione del mondo e di ciò che è dentro e al di là di esso. Il culto è necessario per l’ordine dello Stato, per il buon comportamento dei popoli sottomessi, ma non è “vero” nel senso preciso della parola – al massimo si dica pure che è vero in quanto mito, simbolo di una realtà ulteriore sempre sfuggente e perciò politicamente innocua… emerge così il carattere esoterico della religione romana: credano pure agli dèi le masse, i non iniziati, i semplici, i sottomessi, ci credano e siano timorosi di violare le leggi per paura della punizione divina, e lo Stato porterà il massimo rispetto a questa utile fede purché non essa sia d’intralcio all’adorazione dell’unica “divinità” che ha davvero il potere assoluto (Roma); se poi i singoli avessero a capire che gli dèi e il loro culto non sono “veri”, ebbene, buon per loro, ma che non si provino ad annunciarlo pubblicamente e politicamente, perché lo Stato ne sarebbe scosso alle fondamenta.

 

E infatti lo Stato etico romano, alla fine, fu scosso alle fondamenta.

Non posso approfondire la discussione su quali e quanti siano stati i fattori che hanno provocato la caduta dell’Aquila Imperiale; faccio soltanto cenno dei due che mi interessano. Innanzitutto, la pretesa di verità della religione ebraica, la cosiddetta “distinzione mosaica” (definizione in chiave critica dell’egittologo Jan Assmann): Israele, questo Stato rigidamente teocratico, non era disposto né a tradurre il proprio Dio in altri linguaggi religiosi e né tantomeno a ridurre il suo culto a orpello politicamente utile. A Dio bisognava crederci, davvero, e non c’era posto per altre divinità inventate, figuriamoci per l’adorazione di un Impero creato dall’uomo e che dell’uomo celebrava il potere assoluto. Nonostante il dispiacere del saggio Adriano, Israele restò sempre cocciutamente non assimilabile a Roma.

Ma a un certo punto sia la teocrazia ebraica che lo Stato etico romano dovettero fare i conti con un terzo attore. Cominciò a diffondersi una religione che non solo aveva ereditato dall’ebraismo la pretesa di verità, ma proclamava anche un concetto per quei tempi rivoluzionario – distinguere tra quello che spetta a Cesare e quello che spetta a Dio – una religione i cui fedeli si dichiaravano disposti alla sottomissione politica all’Imperatore, ma allo stesso tempo gli rifiutavano quella religiosa, scardinando l’equivalenza tra esse su cui si reggeva l’Impero.

Era l’inizio della fine per le prime due relazioni tra diritto e morale (perlomeno per quei tempi e luoghi, perché lo Stato teocratico e lo Stato etico sarebbero poi tornati nella storia), relazioni che sono all’opposto quanto a contenuto ma che pure, come se l’una fosse l’altra riflessa in uno specchio oscuro, condividono la stessa forma: identificazione tra morale e diritto, ovvero tra diritto e morale (etica politica). Quando all’Aquila dell’Impero si sostituì l’Agnus Dei, cominciò un’epoca in cui il diritto e la morale avrebbero avuto ciascuno un proprio ambito operativo; e cominciavano nuovi problemi, perché era ancora da trovare il criterio per la difficile convivenza tra questi ambiti, il limite tra i due insiemi. Il seme della laicità era stato piantato, ma per vederne i frutti ci sarebbe voluto ancora molto tempo.

 

(continua…)

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9 responses to “Le cinque variazioni (2)

  • holdenC

    Cattolici del blogsenso/2[..] Pisco segnala quest’articolo che ritengo utilissimo. Spero troviate il tempo di leggerlo, con la dovuta serenità d’animo. Sarebbe bello se si riuscisse a parlare di certi temi, ogni tanto, con pacatezza e cognizione di causa. Su magisamica un’os [..]

  • mulongo

    … sul distacco tra etica e morale e tra diritto e morale (e soprattutti dai fondamenti della morale)… ci faccio un blog… a modo mio.
    ciao

  • sebastianomallia

    Dio si è fatto bambino, uno di noi!
    Buon Natale da Sebastiano Mallia

  • gjiada

    Tanti auguri anche a te,
    Gjiada

  • ago86

    Buon Natale, avvocato.

  • unapersonaintorno

    Grazie degli auguri, Claudio. Spero tu possa passare una giornata davvero significativa per te e la tua vita.
    A presto!

  • factum

    Non so, Buon Natale vale anche il giorno dopo?
    Credo di si perchè la memoria dura.

  • ClaudioLXXXI

    Grazie a tutti per gli auguri!

    Faccio alcune segnalazioni riguardo il post.
    Innanzitutto, la seconda citazione all’inizio, che nel film “Dune” è la voce fuori campo della Principessa Irulan che descrive gli eventi, può fuorviare rispetto alla trama complessiva dell’opera: nei libri della saga, dopo l’ascesa politica di Paul Atreides c’è il jihad dei Fremen, l’orgia di vittoria di un feroce popolo appena uscito dal proprio stato di sottomissione, la guerra santa che farà più di sessanta miliardi di morti nell’universo per diffondere ovunque il culto di Muad’Dib. Mica rose e fiori, insomma (tant’è che Paul avrebbe voluto evitare il jihad, ma infine è costretto ad accettarlo perché l’alternativa – che lui ha visto grazie ai suoi poteri profetici di Kwisatz Haderach – è l’estinzione totale dell’umanità; sulla saga di Dune dovrò prima o poi fare un discorso a parte).

    Poi, mi si fa notare che nel post io ho usato la parola “etica” in senso à la Hegel; tuttavia in altri pensatori la parola “etica” non ha tutta questa forte connotazione statale-politica, e designa semplicemente una morale fondata esclusivamente su basi razionali. Ringrazio e segnalo la cosa, comunque avverto che continuerò a usare i termini “morale” ed “etica” nel significato che finora gli ho attribuito: ai fini del mio discorso non m’importa tanto il fondamento di una morale (divino e/o naturale e/o razionale) – ovvero la ragione per cui i seguaci di quella morale sono convinti che essa è giusta – quanto piuttosto la sua rilevanza/irrilevanza/incompatibilità verso il diritto e lo Stato.

    Ancora, mi si fa notare che il diritto romano in sé non era (non si presentava) affatto come insensibile al diritto naturale: vedasi il molto stoico Cicerone del De repubblica, e da qui ci sarebbe tutto un discorso sul rapporto tra jus naturae e jura civilia e jus gentium.
    Fatta la giusta citazione ciceroniana, devo però dire due cose. Una è che noi conosciamo il pensiero giuridico romano del periodo classico in gran parte grazie alle fonti di Giustiniano, e da qui ci sarebbe tutto un altro interessante discorso su quanto il pensiero bizantino cristiano-romano abbia rappresentato fedelmente il pensiero romano classico (ed è un discorso che io non ho la forza di affrontare; sarebbero graditi interventi di maggior competenza).
    In secondo luogo, nel mio piccolo sono convinto che, al di là della bella retorica e senza voler offendere la memoria di quel brav’uomo di Cicerone, se pure Roma onorò lo jus naturae come diritto vigente e incancellabile, lo onorò allo stesso modo in cui si veneravano tutti gli dèi: come un culto, come belle frasi utili da declamare ma non da credere veramente. Il diritto romano recepiva lo jus naturae in quanto e quel tanto in cui lo jus naturae tornava comodo alla politica romana. Perciò, detto questo, continuo a tener ferma la considerazione di Roma come Stato etico.

  • unapersonaintorno

    Intanto pure Buon Anno! 😉

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