Caritas in Veritate (2)

(2) Un riassunto della Caritas in Veritate

 

 

Introduzione

 

Capitolo primo: il messaggio della Populorum progressio

 

Leggere oggi la Populorum progressio: interpretazione alla luce della Tradizione.

10. Rileggere oggi la Populorum progressio porta un problema di interpretazione, perché la questione dello sviluppo oggi si pone in termini diversi rispetto a quarant’anni fa. Tale Enciclica deve dunque essere interpretata alla luce della Tradizione della fede apostolica.

 

 

Legame della Populorum progressio con il Concilio Vaticano II. Carità non è mero assistenzialismo. Per uno sviluppo umano integrale serve una prospettiva eterna. Insufficienza delle istituzioni.

11. La Populorum progressio è fortemente legata al Concilio Vaticano II (in particolare alla Costituzione pastorale Gaudium et Spes), che ha approfondito una verità che la Chiesa professa da sempre: essa, essendo al servizio di Dio, è anche al servizio del mondo, in termini di amore e verità.

Sulla base di ciò, Paolo VI ha comunicato al mondo due messaggi fondamentali. Anzitutto, la Chiesa promuove lo sviluppo integrale dell’uomo e non può limitare la propria carità a un semplice assistenzialismo; tuttavia spesso sorgono dei regimi politici che perseguitano la Chiesa o che, pur senza arrivare a livelli di palese oppressione, pretendono di comprimere in tal senso la sua attività e perciò di fatto ne limitano comunque la libertà.

Inoltre, il progresso dell’uomo per essere autentico deve riguardare la totalità della persona in ogni sua dimensione, e per far ciò ha bisogno di una prospettiva eterna. Non può darsi vero progresso se si pensa che l’uomo finisca con la morte, perché questa miope prospettiva priva la società dell’energia necessaria a compiere uno sviluppo integrale. Spesso si è creduto che lo sviluppo potesse essere garantito semplicemente dalle istituzioni, e che esse avrebbero “automaticamente” portato l’uomo al progresso, senza alcun bisogno di una prospettiva trascendente e di Dio. Questa presunzione di auto-salvezza finisce in realtà per promuovere uno sviluppo disumanizzato.

Questo paragrafo è un po’ una sintesi complessiva di questo capitolo incentrato su cosa deve intendersi per sviluppo. Il significato di sviluppo “integrale” verrà spiegato nei dettagli nel paragrafo 18.

 

 

Legame della Populorum progressio con la Tradizione preconciliare. Coerenza come fedeltà dinamica. Compito profetico dei Pontefici.

12. La Populorum progressio è altresì legata al magistero precedente al Concilio Vaticano II, poiché il Concilio stesso è un approfondimento di quel magistero nella continuità della storia bimillenaria della Chiesa. Sono da respingere quelle astratte suddivisioni che vedono due diversi insegnamenti della dottrina sociale, prima e dopo il Concilio, perché quest’insegnamento è unico, coerente e sempre nuovo.  Coerenza che non significa fissità immobile, ma fedeltà dinamica alla luce ricevuta e che conferisce alla dottrina sociale della Chiesa un carattere allo stesso tempo permanente e storico. Nella dottrina sociale si esprime un vero e proprio compito profetico dei Pontefici, che devono capire le nuove esigenze dell’evangelizzazione per guidare apostolicamente la Chiesa di Cristo.

Il concetto di “fedeltà dinamica” rappresenta il nucleo dell’evoluzione della Tradizione. La Tradizione della Chiesa è in costante evoluzione perché essa è un patrimonio di sapienza che non deriva dall’uomo, non è stato prodotto dall’uomo in un dato momento storico-culturale, ma deriva da Dio: La sua origine non è nel tempo, ma nell’eternità. La Tradizione ha un carattere assieme permanente – perché la Rivelazione, di cui la Tradizione è parte, si è compiuta definitivamente – e storico – perché noi dobbiamo capire sempre di più e sempre meglio la Rivelazione, anche alla luce delle nuove situazioni che man mano avvengono nella storia.

I tradizionalisti e i modernisti paradossalmente fanno lo stesso sbaglio, perché pensano alla Tradizione come qualcosa di statico, separato dalla storia, e perciò gli uni vogliono conservarla immutata e gli altri vogliono abolirla. Un tradizionalista non è altro che un modernista riflesso in uno specchio oscuro, e viceversa.

 

Legame della Populorum progressio con il magistero complessivo di Paolo VI.

13. La Populorum progressio è inoltre legata all’intero magistero di Paolo VI. Egli capì che la “questione sociale” era diventata una questione mondiale e individuò nello sviluppo, inteso sia da un punto di vista naturalmente umano che da una vera e propria prospettiva cristiana, il cuore del messaggio sociale cristiano, affrontando con fermezza importanti questioni etiche senza cedere alle debolezze culturali del suo tempo.

 

 

La Octogesima adveniens. Utopie tecnocratiche VS utopie naturalistiche: entrambe separano il progresso dalla valutazione morale.

14. In particolare, ricordiamo che con la Lettera apostolica Octogesima adveniens Paolo VI mise in guardia non solo dal pericolo dell’utopia politica e ideologica, allora imperante, ma anche dall’ideologia tecnocratica che oggi è particolarmente radicata. Poiché la tecnica presa in sé stessa è ambivalente, vi sono due pericoli opposti: da un lato c’è chi vuole affidare esclusivamente alla tecnica lo sviluppo dell’uomo; dall’altro vi è chi in odio alla tecnocrazia rifiuta del tutto il concetto di sviluppo, vagheggiando un utopico ritorno all’originario stato di natura, e condanna non solo l’abuso delle scoperte scientifiche ma anche la scienza di per sé, manifestando così una profonda sfiducia nell’uomo e in Dio. I due estremi si toccano perché queste entrambe visioni, l’una vedendo il progresso tecnico come assolutamente buono e l’altra come assolutamente cattivo, in concreto lo separano dalla valutazione morale e lo pongono al di fuori della responsabilità umana.

La tecnica di per sé è uno strumento, e perciò è moralmente neutra e diventa buona o cattiva soltanto in relazione all’uso che se ne fa e alle intenzioni di chi la usa.

Oggi, nell’epoca dello scientismo imperante, forse non possiamo capire appieno questo riferimento di Paolo VI ai pericoli dell’avversione alla tecnologia e al progresso. Ma la Populorum progressio fu pubblicata nel 1967: i figli dei fiori, le comunità hippy, la beat generation, l’ecologia luddista, e due anni dopo usciva al cinema Easy Rider!

(che a me invero piace pure come film, ma visto al di là della retorica è proprio una testimonianza drammatica di una controcultura sostanzialmente incapace di andare oltre i propri limiti strutturali – insomma appunto incapace di svilupparsi)

 

 

L’Enciclica Humanae vitae e l’Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi.

15. Ricordiamo altri due documenti di Paolo VI connessi allo sviluppo umano proposto dalla Chiesa.

Anzitutto l’Enciclica Humanae vitae, che sottolineava il significato unitivo e procreativo della sessualità e collegava strettamente l’etica della vita e l’etica sociale, perché (come diceva Giovanni Paolo II nella Evangelium vitae) una società si contraddice e mina alle fondamenta sé stessa se afferma certi valori come la giustizia e la pace mentre al tempo stesso tollera la disistima e la violazione della vita umana.

Inoltre, l’Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi poneva un profondo legame tra la promozione dello sviluppo e l’attività missionaria. La testimonianza della carità di Cristo non è completa se non contempla opere di giustizia e di pace.

 

 

Lo sviluppo umano è vocazione.

16. Il messaggio profondo della Populorum progressio è che il progresso è essenzialmente una vocazione, perché nel disegno divino ogni uomo è chiamato ad uno sviluppo. Se lo sviluppo fosse solo un fatto tecnico, la Chiesa non avrebbe competenze per occuparsene; ma poiché lo sviluppo umano implica il fatto che ogni uomo cammina nella storia assieme ai suoi fratelli, nonché l’individuazione della meta verso cui l’umanità si dirige, esso rientra tra le materie su cui la Chiesa deve proiettare la luce del Vangelo.

 

 

Lo sviluppo umano non è automatico perché non dipende solo dall’uomo. La libertà responsabile.

17. Poiché lo sviluppo umano è una vocazione, una risposta a un appello divino, esso non è mai un fatto interamente umano e presuppone nell’uomo – sia nel singolo che nei popoli – un sì alla chiamata divina che sia libero e responsabile. Le utopie e le visioni messianiche invece, negando l’aspetto trascendente dello sviluppo, si cullano nell’illusione che esso sia esclusivamente una questione umana e sia un fatto sicuro, spontaneo, automaticamente garantito. In questo modo alla lunga lo sviluppo diventa il fine mentre l’uomo viene degradato a mezzo, e questa falsa sicurezza diventa una debolezza.

Paolo VI osservava che ogni uomo e ogni popolo, proprio in quanto libero, non è deterministicamente vincolato dall’ambiente ostile ma deve assumersi la responsabilità dei propri successi e dei propri fallimenti; e questo anche con riguardo alle situazioni di sottosviluppo, che dipendono non dal caso o dalla necessità storica ma dalla responsabilità umana. Anche gli appelli rivolti dai popoli della fame ai popoli dell’opulenza sono a loro modo una vocazione che esige una risposta libera e un’assunzione di responsabilità.

Spesso si pensa al progresso come a qualcosa di scontato e inarrestabile. Un ottimismo che nasce dal positivismo illuminista (togli la religione e automaticamente il mondo andrà meglio) e che regge perfino dopo i fiumi di sangue del ‘900.

Dev’essere per questo che mi piacciono molto i libri e i film di ambientazione cosiddetta postapocalittica – L’ombra dello scorpione, Waterworld, Jericho, la trilogia di Interceptor, gli zombie-movie…, sono come uno scossone che dice: sveglia, tutto quello che abbiamo non è mai scontato, l’uomo è sempre capace di rovinare tutto. Pattiniamo sul ghiaccio sottile.

 

 

Il vero sviluppo umano è integrale, cioè riguarda ogni ambito umano e ogni persona umana.

18. Paolo VI insegnava che lo sviluppo umano deve essere integrale nel senso che esso deve essere volto alla promozione di tutto l’uomo e di tutti gli uomini. La Chiesa fa affidamento per questa integralità dello sviluppo su Cristo e sul suo Vangelo, e sui suoi ammaestramenti offre al mondo la propria visione globale dell’umanità, che riguarda sia il piano naturale e sia il piano soprannaturale.

Mi sembra dunque che Paolo VI e con lui Benedetto XVI intendano l’integralità dello sviluppo in senso sia qualitativo – tutto l’uomo, cioè tutto ciò che riguarda l’umano – e sia quantitativo – tutti gli esseri umani. Uno sviluppo che coinvolge solo alcune nazioni o alcune classi sociali mentre gli altri restano o diventano ancora più poveri, o un progresso che concerne solo l’aspetto tecnologico o economico o ludico di una società mentre altri aspetti sono tralasciati o abbandonati, non è integrale e dunque non è un vero sviluppo.

Un po’ come la storia della coperta troppo corta: uno sviluppo del genere si limita a spostare la coperta da un lato mentre lascia scoperto l’altro, ovvero attua una diversa riallocazione delle risorse – economiche, culturali, sociali – travasandole da un paese all’altro o da un settore all’altro. Soltanto uno sviluppo integrale come quello descritto da Paolo VI è vero sviluppo perché “allunga la coperta”.  

 

 

Lo sviluppo umano presuppone la carità fraterna. La globalizzazione e la ragione da sole non bastano.

19. Lo sviluppo umano presuppone la carità. Le cause principali delle situazioni di sottosviluppo non sono di ordine materiale, ma derivano dalla mancanza di carità e di fratellanza. La globalizzazione di per sé rende gli uomini vicini, ma non li rende fratelli. La ragione da sola coglie l’uguaglianza tra gli uomini e può fondare le basi della convivenza civica, ma non può riconoscerli come fratelli di una sola famiglia, perché questa deriva da un appello di Dio Padre che ci ama e nell’amore del Figlio ci insegna cos’è la carità fraterna.

 

 

Persistenza dell’urgenza delle riforme chieste dalla Populorum progressio.

20. Le prospettive aperte dalla Populorum progressio rimangono fondamentali anche nel nostro tempo, e dobbiamo constatare che le riforme che in essa erano richieste sono urgenti ora come allora, un’urgenza che deriva da Cristo stesso: caritas Christi urget nos (2 Cor 5 14).

 


One response to “Caritas in Veritate (2)

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