Caritas in veritate 3

(3) Un riassunto della Caritas in Veritate

 

 

Introduzione

Capitolo primo: il messaggio della Populorum progressio

 

 

Capitolo secondo: Lo sviluppo umano nel nostro tempo

 

 

Nuovi problemi rispetto ai tempi di Paolo VI. Il profitto non è il fine ma un mezzo. Serve una nuova sintesi umanistica.

21. Le aspettative di Paolo VI sul miglioramento dei popoli sono state soddisfatte dal modello di sviluppo che si è affermato nel mondo negli ultimi decenni? Per rispondere a questa domanda dobbiamo tenere presente che il profitto non è il fine ma soltanto un mezzo, utile se orientato verso lo scopo ulteriore del bene comune che dà un criterio di fondo non solo sul come produrre ricchezza ma anche sul come utilizzarla; se invece il profitto diventa il fine ultimo ed esclusivo, questa prospettiva miope alla lunga distrugge la ricchezza e crea povertà.

Alla luce di ciò, lo sviluppo recente è stato un fattore positivo, perché ha diminuito la miseria, ma è stato distorto da molti problemi, alcuni dei quali del tutto nuovi rispetto a quelli affrontati da Paolo VI (globalizzazione, finanza puramente speculativa, grandi migrazioni malgestite, abuso delle risorse del pianeta…). Per correggere la rotta e uscire dalla crisi attuale c’è bisogno di una nuova sintesi umanistica, ovvero una nuova impostazione mentale per trovare nuove regole adatte, un rinnovamento culturale, una riscoperta dei valori di fondo.

Mentre il capitolo precedente analizzava i problemi già presenti all’epoca della Populorum progressio, e dunque ribadiva e approfondiva l’insegnamento di questa, il presente capitolo concerne i problemi tipici del nostro tempo. Perciò qui si ha un marcato avanzamento “aggiuntivo” della dottrina sociale della Chiesa (ma conviene specificare ancora una volta che queste addizioni in effetti non sono altro che una nuova “declinazione” contemporanea dei principi eterni che fanno da sempre parte della storia della Chiesa).

Mi sembra particolarmente importante la definizione del profitto come mezzo da usare per un fine extraeconomico. In questo modo si mette al bando sia l’utilitarismo assoluto “a destra” che bada al denaro come obiettivo supremo, mentre l’uso che si fa di esso è rimesso all’arbitrio e diciamo pure all’egoismo del singolo, e sia il pauperismo “a sinistra” per cui l’imprenditore è cattivo per definizione e il denaro non va usato perché è sterco del demonio.

 

 

Non c’è più una divisione netta tra paesi ricchi e poveri. Elenco di responsabilità economiche e culturali.

22. Il mondo di oggi è policentrico, concatenato, con colpe e meriti che s’intrecciano tra loro nel quadro delle responsabilità globali. Sono inutili e dannose le semplicistiche ideologie che mettono tutti i buoni da una parte e tutti i cattivi dall’altra. Mentre ai tempi della Populorum progressio c’era una linea di demarcazione netta tra Paesi ricchi e poveri, oggi non è più così:

          la ricchezza mondiale è complessivamente cresciuta, ma sono aumentate anche le disparità;

          sono nate nuove sacche di povertà nei paesi ricchi;

          inversamente, nei paesi poveri sono presenti gruppi sociali supersviluppati che sciupano ricchezza in un inutile consumismo, mentre fuori da queste “oasi nel deserto” regna la miseria;

          corruzione ed illegalità sono diffuse nei paesi ricchi come in quelli poveri;

          i diritti umani dei lavoratori sono spesso violati, sia dalle grandi multinazionali che dalle realtà produttive locali;

          gli aiuti internazionali sono distolti dai loro obiettivi.

Ci sono inoltre alcune responsabilità degli attori mondiali che sono di tipo culturale:

          una particolare responsabilità dei Paesi ricchi è data dall’eccessiva protezione del diritto di proprietà intellettuale, di modo che ai paesi sottosviluppati è negata l’opportunità di accedere alle conoscenze e alle tecniche per migliorare la propria condizione; ciò succede soprattutto nel campo sanitario;

          d’altra parte anche i Paesi poveri sono responsabili, nella misura in cui permangono in essi modelli culturali e sociali che frenano lo sviluppo.

  

 

Fine del comunismo e dei “blocchi contrapposti” à necessità di ripensare lo sviluppo.

23. È un fatto noto che molti paesi che prima erano poveri ora sono diventati grandi potenze; ma se lo sviluppo è soltanto economico e tecnologico, esso non è integrale, e perciò non è autentico sviluppo e non può risolvere davvero i problemi. Dopo il crollo del comunismo e la fine dei cosiddetti “blocchi contrapposti”, Giovanni Paolo II, che aveva indicato in essi una delle cause del sottosviluppo, nel 1991 auspicò che alla fine dei blocchi seguisse un ripensamento globale dello sviluppo; ma questo è avvenuto solo in parte.

 

 

All’epoca di Paolo VI: poca globalizzazione, ambito economico = ambito politico, poteri pubblici forti.

Oggi: globalizzazione avanzata, commercio e finanza internazionali, poteri pubblici deboli à sussidiarietà.

24. All’epoca di Paolo VI il mondo era molto meno integrato e interconnesso di com’è oggi. L’attività economica di uno Stato si svolgeva in gran parte al suo interno e il suo ambito coincideva con quello politico: la produzione industriale avveniva prevalentemente dentro lo Stato, gli investimenti finanziari nei paesi esteri erano limitati, e molti Stati potevano esercitare un’effettiva politica economica con cui governare l’andamento dell’economia. Perciò la Populorum progressio assegnava ai “poteri pubblici” un compito centrale.

Oggigiorno molte cose sono cambiate. La sovranità economica dello Stato è limitata: il commercio e la finanza sono internazionali, i capitali da investire e i mezzi di produzione sono caratterizzati da un’alta mobilità, e questo ha modificato anche il potere prettamente politico degli Stati. I poteri pubblici devono correggere i propri errori, anche per via della crisi attuale, e devono rivalutare il loro ruolo e il loro potere, entrambi diminuiti. D’altra parte, ed è da sperare, si rafforzano forme di partecipazione alla politica che avvengono non attraverso lo Stato, ma attraverso organizzazioni operanti nella società civile che coinvolgono di più i cittadini.

Questo paragrafo ci mostra un esempio concreto e facilmente comprensibile di che cosa vuol dire avanzamento della dottrina sociale e della Tradizione. Mentre Paolo VI allora riteneva che fosse compito centrale dello Stato influire positivamente sull’economia, oggi Benedetto XVI auspica una forte sussidiarietà per cui diminuisce l’attività dello Stato e aumenta l’attività diretta dei cittadini.

L’osservatore disattento o malizioso potrebbe dire che si tratta di una contraddizione e che la Chiesa ha cambiato i suoi principi. In realtà il cambiamento c’è stato non nel principio, che era e resta quello del bene comune, ma nella situazione concreta a cui applicare il principio. All’epoca di Paolo VI lo Stato poteva intervenire con molta più efficacia di oggi perché il perimetro del potere economico grossomodo coincideva con quello del potere politico, oggi con la globalizzazione non è più così e la dottrina sociale della Chiesa ne prende atto, proponendo un criterio operativo diverso che però risponde allo stesso principio di sempre.

  

 

Delocalizzazione produttiva, diminuzione delle reti di sicurezza sociale, mobilità lavorativa, disoccupazione.

25. La globalizzazione, in particolare quel processo noto come delocalizzazione produttiva, ha reso più difficile il compito dei sistemi di protezione e previdenza a tutela dei lavoratori: i paesi ricchi cercano aree in cui spostare la produzione di beni a basso costo, i prezzi di questi beni diminuiscono, il potere d’acquisto dei consumatori aumenta, l’aumento dei consumi fa accelerare nei paesi ricchi il tasso di sviluppo dipendente dal mercato interno. E mentre le imprese cercano luoghi favorevoli in cui delocalizzare, molti Stati cercano di attirare le imprese straniere attraverso la bassa tassazione e la deregolamentazione delle leggi che regolano il lavoro.

In questo modo, la ricerca di maggiori vantaggi competitivi nel mercato globale è pagata con la riduzione delle reti di sicurezza sociale, cioè quelle forme istituzionali con cui i lavoratori sono tutelati. I tagli alla spesa sociale lasciano i lavoratori impotenti di fronte ai rischi e senza protezione, mentre i sindacati hanno più difficoltà a rappresentare gli interessi dei lavoratori, anche perché spesso sono proprio i governi a limitarne la capacità negoziale. L’invito della Rerum novarum affinché ci siano associazioni sindacali che sappiano efficacemente difendere i diritti dei lavoratori è sempre attuale.

Un’altra conseguenza di quanto sopra è la mobilità lavorativa, ovvero la necessità che i lavoratori siano disponibili a spostarsi dove avviene la produzione. Questo fenomeno ha anche dei lati positivi perché può stimolare lo scambio tra culture diverse; ma provoca incertezza, instabilità, difficoltà a costruirsi un futuro certo e stabile, e spesso scoraggia il matrimonio per l’impossibilità di poter fare dei progetti a lungo termine.

La minor tutela dei lavoratori espone inoltre al rischio della disoccupazione, che provoca effetti negativi non solo di tipo economico ma anche di tipo psicologico e spirituale, minando la libertà e la creatività della persona ed usurando i suoi rapporti familiari e sociali. Va sempre ricordato che il primo capitale da salvaguardare è l’uomo stesso: la politica economica-sociale deve avere sempre presente l’obiettivo di garantire la maggiore occupazione possibile.

Questo paragrafo è uno dei più “economici” dell’enciclica e affronta varie questioni legate tra loro attinenti al fatto che le evoluzioni industriali hanno comportato un costo che è stato pagato dai lavoratori in termini di sicurezza e tutela.

Mi sembra inoltre che le considerazioni di Benedetto XVI sulla mobilità lavorativa si possano estendere anche alle situazioni di precariato diffuso, specialmente quando si prolunga oltre i limiti del fisiologico per troppi anni, e diventa un mezzo (consapevolmente usato, temo) per rendere estremamente difficile ai giovani progettare con sicurezza il proprio futuro, e quindi anche sposarsi e fare figli.

 

 

Interazione culturale: dialogo e perdità dell’identità, pericoli opposti  eclettismo VS appiattimento, separazione tra cultura e natura. L’uomo ridotto a cultura senza natura è facilmente manipolabile.

26. All’epoca di Paolo VI vi era una minore interazione non solo tra le economie, ma anche tra le culture, le quali erano ben definite e più difese dai tentativi di imporre un pensiero unico omogeneo. Oggigiorno l’interazione culturale, se da un lato fa sorgere nuove prospettive di dialogo (anche se va ricordato che tale dialogo per essere efficace deve partire dalla consapevolezza dell’identità di tutti gli interlocutori), d’altra parte porta a due pericoli opposti:

          eclettismo culturale, cioè quel relativismo che considera tutte le culture equivalenti e interscambiabili; questo però non aiuta il vero dialogo tra le culture, perché in pratica i diversi gruppi culturali vivono vicini ma comunque separati, senza vera integrazione;

          appiattimento culturale, cioè l’omologazione dei comportamenti e dei modi di vivere, che fa perdere il significato profondo delle culture delle diverse nazioni, delle tradizioni al cui interno la persona si misura con le domande fondamentali dell’esistenza.

Questi due pericoli opposti hanno un tratto caratteristico in comune, e cioè la separazione della cultura dalla natura: le diverse culture non sanno più richiamarsi a un’unica natura che le trascende, e l’uomo separato dalla natura viene ridotto a mero dato culturale modificabile a piacere, manipolabile, asservibile.

Questo paragrafo è molto significativo per l’estrema importanza, ben oltre il livello economico-sociale, del tema affrontato. Entrambi i pericoli individuati dal Papa sono purtroppo assai diffusi in Occidente: da un lato un multiculturalismo sbagliato, “a compartimenti stagni”, che nel nome del rispetto e dell’ospitalità tollera da parte degli stranieri abusi e violazioni dei diritti umani (si pensi ai problemi della penetrazione del fanatismo islamico nell’accogliente e relativista Olanda); d’altra parte la diffusione massificante di un pensiero unico politicamente corretto che nel nome della modernità e del progresso vuole abolire certi tradizionali modi di pensare.

 

 

La fame nel mondo e metodi per superarla. Lo sviluppo dei paesi poveri può aiutare i paesi ricchi a uscire dalla crisi.

27. La fame nel mondo continua ad essere un problema. La sua eliminazione oggi è non solo un imperativo etico universale, ma anche un mezzo per aiutare la pace e la stabilità nel mondo. Essa dipende non tanto da scarsità materiali quanto da cause strutturali, carenze istituzionali, irresponsabilità politiche. È un problema che va affrontato in una prospettiva di lungo periodo, tramite lo sviluppo agricolo dei Paesi poveri, investimenti in infrastrutture, diffusione di tecniche agricole sostenibili, e la cooperazione delle comunità locali. E potrebbe essere utile considerare non solo le tecniche agricole tradizionali ma anche quelle innovative, purché siano state sperimentate e riconosciute utili. Il diritto al cibo e all’acqua devono essere riconosciuti diritti universali di tutti gli esseri umani.

L’attuale crisi globale può essere superata anche grazie una via solidaristica allo sviluppo dei Paesi poveri, finanziandoli in modo tale che siano essi stessi a soddisfare le necessità e lo sviluppo dei propri cittadini: in tal modo essi possono produrre vera crescita economica e possono anche concorrere a sostenere le capacità produttive dei Paesi ricchi compromesse dalla crisi.

 

 

L’apertura alla vita. La mentalità antinatalista si trasmette dai paesi ricchi a quelli poveri e condiziona anche gli aiuti allo sviluppo. Questa mentalità a lungo andare è un ostacolo allo sviluppo integrale.

28. Il rispetto per la vita è un argomento anch’esso attinente al tema dello sviluppo. Esso è minacciato non solo nei paesi poveri dall’alta mortalità infantile, ma anche dalle pratiche di controllo demografico dei governi che arrivano a imporre l’aborto, mentre nei paesi economicamente sviluppati si diffondono leggi e mentalità antinataliste che si cerca di trasmettere ai paesi “arretrati” spacciandolo per progresso culturale. Alcune organizzazioni non governative cercano di diffondere nei paesi poveri l’aborto e la sterilizzazione, e talvolta gli stessi aiuti allo sviluppo sono elargiti dai paesi ricchi ai poveri sotto la condizione-ricatto che questi ultimi adottino politiche sanitarie di controllo delle nascite. È altresì preoccupante la diffusione dell’eutanasia.

L’apertura alla vita è al centro del vero sviluppo. Una società che nega e sopprime la vita non trova più le motivazioni necessarie a servire il bene dell’uomo: scomparsa la solidarietà e l’accoglienza alla vita nascente, anche le altre forme di solidarietà sociale inaridiscono. Aprendosi alla vita, i popoli ricchi possono evitare di sprecare risorse per i desideri egoistici dei cittadini e promuovere invece una produzione moralmente sana e solidale.

 

 

La libertà religiosa ostacola lo sviluppo. Fanatismo religioso e ateismo pratico negano la libertà religiosa. Dio garantisce lo sviluppo autentico, mentre ridurre l’uomo a frutto del caso lo limita. Incremento sviluppo. Supersviluppo economico / sottosviluppo morale.

29. Anche la negazione della libertà religiosa è un ostacolo allo sviluppo. Essa si presenta spesso sotto la forma della guerra fatta per motivi religiosi (che spesso sono un pretesto per mascherare brame di potere e ricchezza), del terrorismo fondamentalista, del fanatismo che impedisce di professare la propria religione, e in tal modo è un freno al benessere non solo economico ma anche sociale e spirituale dei popoli. Ma la negazione della libertà religiosa si manifesta anche come promozione programmata e consapevole dell’indifferenza e dell’ateismo pratico, che sottrae ai popoli le risorse della fede e la forza morale necessaria per impegnarsi nello sviluppo umano integrale e nella generosità.

Dio garantisce il vero sviluppo dell’uomo, perché fonda la sua dignità trascendente e nutre la sua costante tensione verso qualcosa di superiore. Se invece si considera l’uomo soltanto un atomo sperduto in un universo casuale, limitando le sue aspirazioni all’orizzonte ristretto del suo “qui e ora”, riducendolo a storia e cultura e negando la sua natura destinata alla vita soprannaturale, allora si può parlare di incremento o evoluzione ma non di vero sviluppo. Semmai si ha un “supersviluppo” sul piano economico a cui corrisponde un sottosviluppo sul piano morale; ma questo non è sviluppo autentico, anche se spesso è presentato come tale dai paesi sviluppati o emergenti che esportano nei paesi poveri questa visione riduttiva della persona.

Questo paragrafo è una sorta di continuazione di quanto si diceva prima nel paragrafo 18 sullo sviluppo integrale – cioè uno sviluppo che è per tutti gli uomini e avviene in tutte le dimensioni (economica, sociale, culturale, tecnologica, morale, etc.) dell’essere umano. Le negazioni della libertà religiosa, e le ideologie che spiegano l’uomo e l’universo come prodotti del Caso, sopprimono una dimensione dell’umanità e perciò impediscono lo sviluppo integrale.

il Papa distingue tra incremento e sviluppo (growth / development nella versione inglese dell’enciclica, croissance / développement in francese, Wachstum / Entwicklung in tedesco, la versione latina deve ancora essere pubblicata…): riprendendo l’esempio della coperta troppo corta che avevo fatto nel commento del paragrafo 18, soltanto lo sviluppo “allunga la coperta” ed è vero progresso, l’incremento invece vuol dire soltanto spostare la coperta, e perciò a un supersviluppo da una parte corrisponde un sottosviluppo dall’altra.

 

 

Collaborazione interdisciplinare. Interazione tra intelligenza e carità.

30. Lo sviluppo integrale richiede un’interazione tra i diversi livelli del sapere umano, una collaborazione interdisciplinare. Non basta “fare” ma c’è bisogno anche di un “sapere” che sia orientato dall’intelligenza e dalla carità, la quale va considerata non come un’aggiunta finale ma come  un criterio che condisce ogni fase dello studio razionale dei fenomeni. D’altra parte, andare oltre la mera razionalità non deve significare prescindere dai risultati della ragione o contraddirli.

 

 

Dimensione interdisciplinare della dottrina sociale della Chiesa. Serve un allargamento della ragione.

31. A questa collaborazione interdisciplinare può dare un importante contributo la dottrina sociale della Chiesa, perché essa stessa ha una importante dimensione interdisciplinare in cui coniuga fede e ragione, metafisica e scienze. Paolo VI aveva capito che tra le cause del sottosviluppo ci sono la mancanza della capacità di operare una sintesi orientativa e l’eccessiva settorialità del sapere, perché esse ostacolano la visione dell’intero bene dell’uomo. È indispensabile “un allargamento del nostro concetto di ragione e dell’uso di essa”.

Un piccolo particolare che molti intelligentoni commentatori “laici” non hanno colto: l’intero virgolettato “allargamento del nostro concetto di ragione e dell’uso di essa” è una esplicita citazione, con tanto di nota a piè pagina, dal Discorso all'Università di Regensburg (penultimo paragrafo) fatto da Benedetto XVI il 12 settembre 2006, proprio quello che scatenò infinite stupidissime pretestuose polemiche per l’asserita offesa ai musulmani. L’argomento islam in quel discorso c’entrava in modo meno che marginale, ciò di cui il Papa intendeva parlare era proprio la ragione e la visione riduttiva che ne ha il razionalismo odierno. Adesso Benedetto XVI ribadisce il concetto. Accomodante sì, debole no.

 

 

L’economia deve basarsi su una visione integrale dell’uomo: i costi umani sono costi economici. Breve periodo e lungo termine. Ripensare l’economia e il modello di sviluppo attuale.

32. Le soluzioni nuove ai problemi odierni vanno cercate alla luce di una visione integrale dell’uomo. Le scelte economiche non devono far aumentare in modo eccessivo le differenze di ricchezza e devono avere come priorità l’accesso al lavoro e il suo mantenimento per tutti: ciò per motivi non solo di giustizia e dignità umana, ma anche per motivi propriamente economici, perché eccessive disuguaglianze tra le classi di un paese o tra diversi paesi mettono a rischio la democrazia ed erodono quel capitale sociale fatto di relazioni di fiducia tra i cittadini. L’insicurezza strutturale genera atteggiamenti antiproduttivi, sprechi, adattamenti passivi a meccanismi consolidati e mancanza di creatività. I costi umani sono sempre anche costi economici.

Inoltre, è importante saper ragionare non solo nel breve periodo ma anche nel lungo termine. L’appiattimento delle culture alla sola dimensione tecnologica, l’abbassamento delle tutele dei lavoratori, la rinuncia a meccanismi di redistribuzione del reddito, sono tutti fattori che nell’immediato favoriscono i profitti ma che a lungo termine ostacolano la collaborazione sociale e perciò uno sviluppo solido e di lunga durata. La tendenza attuale verso un’economia attenta solo al breve o al brevissimo termine è dannosa: serve un’attenta riflessione sul senso e lo scopo dell’economia e una revisione profonda dell’attuale modello di sviluppo.

 

 

Interdipendenza planetaria, opportunità e rischio. Dilatare la ragione.

33. Il tema di fondo della Populorum progressio, il progresso, è tuttora un problema aperto. Alcune cause dei problemi attuali erano state individuate già allora (come i dazi doganali che i paesi ricchi impongono sui beni provenienti dai paesi poveri), altre sono emerse in seguito (come i problemi successivi alla decolonizzazione). La novità principale è l’interdipendenza planetaria, un processo che ha coinvolto tutte le economie e rappresenta una grande opportunità per molte regioni sottosviluppate ma anche un pericolo di nuove divisioni nella famiglia umana. Perciò siamo posti di fronte all’impegno di dilatare la ragione, per renderla capace di guidare queste nuove dinamiche nella prospettiva della carità nella verità.

Si riafferma la necessità di allargare la ragione e si anticipa l’argomento della “famiglia umana”, che sarà un tema portante del prossimo capitolo dell’Enciclica incentrato sulla fraternità.

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16 responses to “Caritas in veritate 3

  • licenziamentodelpoeta

    Ma come si fa a dire che “il profitto non è il fine ma soltanto un mezzo, utile se orientato verso lo scopo ulteriore del bene comune”? Mi sembra una sesquipedale assurdità, peraltro degna di un apologo marxista. I profitti li fanno le imprese, che non sono enti filantropici (anzi, tutt’altro). Per una impresa che produce sistemi d’arma, una guerra con morti a secchiate è una manna dal cielo. Per una finanziaria che vende prodotti di credito al consumo, il miglior cliente è quello che tende a indebitarsi (cosicché si stabilisce tra lui e l’impresa un rapporto di totale dipendenza, da cui non riesce più a svincolarsi). Per una impresa che lavora nel campo del software, il vantaggio economico non è (come ingenuamente qualcuno crede) produrre software efficiente, ma produrre software che ha bisogno di manutenzione costante e aggiornamenti (e il più grande colosso mondiale dell’informatica, la Microsoft, è diventata quello che è facendo proprio questo). Il comandamento del capitalista verace è: spremere, spremere, spremere. E le occasionali crisi economiche e finanziarie, anche imponenti come quella attuale o il crack del ’29, non influiscono minimamente su questa impostazione. Anzi, nella fase di ripresa che segue la crisi, la accentuano.

  • licenziamentodelpoeta

    Ma come si fa a dire che “il profitto non è il fine ma soltanto un mezzo, utile se orientato verso lo scopo ulteriore del bene comune”? Mi sembra una sesquipedale assurdità, peraltro degna di un apologo marxista. I profitti li fanno le imprese, che non sono enti filantropici (anzi, tutt’altro). Per una impresa che produce sistemi d’arma, una guerra con morti a secchiate è una manna dal cielo. Per una finanziaria che vende prodotti di credito al consumo, il miglior cliente è quello che tende a indebitarsi (cosicché si stabilisce tra lui e l’impresa un rapporto di totale dipendenza, da cui non riesce più a svincolarsi). Per una impresa che lavora nel campo del software, il vantaggio economico non è (come ingenuamente qualcuno crede) produrre software efficiente, ma produrre software che ha bisogno di manutenzione costante e aggiornamenti (e il più grande colosso mondiale dell’informatica, la Microsoft, è diventata quello che è facendo proprio questo). Il comandamento del capitalista verace è: spremere, spremere, spremere. E le occasionali crisi economiche e finanziarie, anche imponenti come quella attuale o il crack del ’29, non influiscono minimamente su questa impostazione. Anzi, nella fase di ripresa che segue la crisi, la accentuano.

  • ClaudioLXXXI

    Oddio, marxista marxista proprio no: se non ricordo male il simpatico barbuto pensava del profitto che esso fosse niente di meno che un furto propinato dal capitalista al proletariato. Ratzinger non arriva a tanto…

    Vedi licenziamento, forse forse si potrebbe fare qualche piccolo appunto di ordine morale al tuo assioma che è ok che la gente schiatti ammazzata in guerra o discenda in una spirale consumistica diventando economicamente asservita ad una finanziaria pesudo-usuraria o cose così, tipo si potrebbe dire che sono cose che fanno schifo e se è così che è un capitalista verace uno che spremespremespreme allora il capitalista verace è uno stronzo succhiasangue parassitario che si arricchisce sulle disgrazie altrui ed è una persona non buona e poi non c’è da stupirsi se qualcuno comincia a sbraitare contro i nemici del popolo e gambizzare la gente e fare processi sommari nel cuore della notte e amministrare la giustizia proletaria con la P38 e insomma cose del genere.

    Sennonchè la cosa interessante detta da Benedetto XVI (al paragrafo 32) è che un simile meccanismo capitalistico è criticabile non solo sul piano morale, ma anche e proprio sul piano economico. I costi umani alla fine diventano anche costi economici. Una guerra arricchisce i mercanti d’armi ma impoverisce tutti gli altri tipi di mercanti. Il povero stolto che si è indebitato fino al collo per comprare le stronzate consumistiche e vivere al di sopra delle proprie possibilità, che tanto c’è la fatina buona che ti fa il credito al consumo, azzera la propria propensione al risparmio e poichè la microeconomia fa la macroeconomia più sono gli stolti incapaci di risparmiare e più si ha una flessione globale del risparmio e perciò degli investimenti. La rabbia e le diseguaglianze erodono la coesione sociale del paese e aumentano l’insicurezza generale, atteggiamenti antiproduttivi, sprechi, paura e incapacità di innovare.
    Il capitalista che spreme spreme spreme, vede solo il breve termine e non vede il lungo periodo. Pensa a massimizzare i suoi profitti personali a scapito del benessere sociale e non fa mente locale che a lungo andare il malessere sociale gli taglierà le gambe azzerando i suoi profitti. E’ come il contadino che ammazza la gallina dalle uova d’oro.

  • licenziamentodelpoeta

    Claudio, dove mai io avrei scritto che “è ok che la gente schiatti ammazzata in guerra o discenda in una spirale consumistica diventando economicamente asservita ad una finanziaria pesudo-usuraria?” Ho scritto, semmai, che il capitalista deve agire in modo da massimizzare il profitto. E’ il suo ruolo: il suo mestiere è quello lì. Non lo dico io, bada bene, ma Adam Smith: quando asserisce che è nell’ordine delle cose che il capitalista, per es., sfrutti i lavoratori. Infatti Smith stesso consiglia ai lavoratori, se vengono sfruttati dal capitalista, di non cascare dalle nuvole: è il tipo di atteggiamento che anzi devono aspettarsi; e devono, semmai, organizzarsi in un sindacato per far valere i propri diritti.

    Il capitalista verace, ci dice Smith, è esattamente questo: uno che spreme. Per questo debbono esserci (lo dice sempre Smith, bada) strumenti per tenerlo sotto controllo: enti che vigilino sugli abusi di posizione dominante, sullo sfruttamento dei lavoratori, sul confine tra credito e usura, e via discorrendo. Più tardi Keynes asserì pure che ci vuole anche uno stato sociale che si occupi dei più deboli, di chi si ammala, di chi si infortuna sul lavoro, e di tante altre belle cose: e che i soldi per mettere su questo stato sociale dovevano essere acquisiti tramite il prelievo fiscale.

    Affermare quello che afferma il papa equivale a confondere i ruoli: una cosa è produrre ricchezza, altro è ridistribuirla. I ruoli sono distinti. L’imprenditore deve accumulare danaro: quella è la sua missione. Lo stato sociale deve tassarlo, prelevando parte dei suoi guadagni, per poi ridistribuirli.

    Tra l’altro le cose che scrivi nella tua replica, sul piano economico, sono false. Non è vero che “una guerra arricchisce i mercanti d’armi ma impoverisce tutti gli altri tipi di mercanti”: la crisi del ’29 fu superata economicamente negli USA proprio grazie al riarmo e alla seconda guerra mondiale.

    Non è vero che “la microeconomia fa la macroeconomia più sono gli stolti incapaci di risparmiare e più si ha una flessione globale del risparmio e perciò degli investimenti”: in molti dei Paesi più ricchi, poiché i mercati interni non crescevano (la popolazione dei Paesi ricchi è solitamente stabile) e i conti correnti erano semplici conti atti alla movimentazione del danaro e non conservavano il capitale, la finanza si è attrezzata per non aver bisogno del risparmio per gli investimenti, contando esclusivamente sull’indebitamento. Se a un certo punto il sistema ha smesso di funzionare, producendo la crisi attuale, è perché si è voluto forzare la mano: in pratica si è accettato l’indebitamento non solo di chi non avrebbe mai potuto restituire il capitale, ma di chi non aveva neanche i soldi per pagarne ammortamenti e interessi.

    Non è vero che “il capitalista che spreme spreme spreme, vede solo il breve termine e non vede il lungo periodo”: alcune delle più grandi realizzazioni dell’economia occidentale, destinate a durare a lungo e a dare lavoro a molti, sono state realizzate da imprenditori privi di scrupoli che non avevano scrupoli a spremere, e se ne fregavano perfino che gli operai ci lasciassero la pelle: ad es. la rete ferroviaria americana è nata così.

    Il capitalista non deve essere buono: deve produrre danaro. Questa è, in senso sociale, la sua missione. Altri (sindacati, stato sociale, corpo legislativo) sono coloro che hanno il compito di addomesticarne la brama di denaro, volgendo in risorse pubbliche i soldi che il capitalista ha guadagnato con la sua rapacità.

  • ClaudioLXXXI

    Oddio, marxista marxista proprio no: se non ricordo male il simpatico barbuto pensava del profitto che esso fosse niente di meno che un furto propinato dal capitalista al proletariato. Ratzinger non arriva a tanto…

    Vedi licenziamento, forse forse si potrebbe fare qualche piccolo appunto di ordine morale al tuo assioma che è ok che la gente schiatti ammazzata in guerra o discenda in una spirale consumistica diventando economicamente asservita ad una finanziaria pesudo-usuraria o cose così, tipo si potrebbe dire che sono cose che fanno schifo e se è così che è un capitalista verace uno che spremespremespreme allora il capitalista verace è uno stronzo succhiasangue parassitario che si arricchisce sulle disgrazie altrui ed è una persona non buona e poi non c’è da stupirsi se qualcuno comincia a sbraitare contro i nemici del popolo e gambizzare la gente e fare processi sommari nel cuore della notte e amministrare la giustizia proletaria con la P38 e insomma cose del genere.

    Sennonchè la cosa interessante detta da Benedetto XVI (al paragrafo 32) è che un simile meccanismo capitalistico è criticabile non solo sul piano morale, ma anche e proprio sul piano economico. I costi umani alla fine diventano anche costi economici. Una guerra arricchisce i mercanti d’armi ma impoverisce tutti gli altri tipi di mercanti. Il povero stolto che si è indebitato fino al collo per comprare le stronzate consumistiche e vivere al di sopra delle proprie possibilità, che tanto c’è la fatina buona che ti fa il credito al consumo, azzera la propria propensione al risparmio e poichè la microeconomia fa la macroeconomia più sono gli stolti incapaci di risparmiare e più si ha una flessione globale del risparmio e perciò degli investimenti. La rabbia e le diseguaglianze erodono la coesione sociale del paese e aumentano l’insicurezza generale, atteggiamenti antiproduttivi, sprechi, paura e incapacità di innovare.
    Il capitalista che spreme spreme spreme, vede solo il breve termine e non vede il lungo periodo. Pensa a massimizzare i suoi profitti personali a scapito del benessere sociale e non fa mente locale che a lungo andare il malessere sociale gli taglierà le gambe azzerando i suoi profitti. E’ come il contadino che ammazza la gallina dalle uova d’oro.

  • licenziamentodelpoeta

    Claudio, dove mai io avrei scritto che “è ok che la gente schiatti ammazzata in guerra o discenda in una spirale consumistica diventando economicamente asservita ad una finanziaria pesudo-usuraria?” Ho scritto, semmai, che il capitalista deve agire in modo da massimizzare il profitto. E’ il suo ruolo: il suo mestiere è quello lì. Non lo dico io, bada bene, ma Adam Smith: quando asserisce che è nell’ordine delle cose che il capitalista, per es., sfrutti i lavoratori. Infatti Smith stesso consiglia ai lavoratori, se vengono sfruttati dal capitalista, di non cascare dalle nuvole: è il tipo di atteggiamento che anzi devono aspettarsi; e devono, semmai, organizzarsi in un sindacato per far valere i propri diritti.

    Il capitalista verace, ci dice Smith, è esattamente questo: uno che spreme. Per questo debbono esserci (lo dice sempre Smith, bada) strumenti per tenerlo sotto controllo: enti che vigilino sugli abusi di posizione dominante, sullo sfruttamento dei lavoratori, sul confine tra credito e usura, e via discorrendo. Più tardi Keynes asserì pure che ci vuole anche uno stato sociale che si occupi dei più deboli, di chi si ammala, di chi si infortuna sul lavoro, e di tante altre belle cose: e che i soldi per mettere su questo stato sociale dovevano essere acquisiti tramite il prelievo fiscale.

    Affermare quello che afferma il papa equivale a confondere i ruoli: una cosa è produrre ricchezza, altro è ridistribuirla. I ruoli sono distinti. L’imprenditore deve accumulare danaro: quella è la sua missione. Lo stato sociale deve tassarlo, prelevando parte dei suoi guadagni, per poi ridistribuirli.

    Tra l’altro le cose che scrivi nella tua replica, sul piano economico, sono false. Non è vero che “una guerra arricchisce i mercanti d’armi ma impoverisce tutti gli altri tipi di mercanti”: la crisi del ’29 fu superata economicamente negli USA proprio grazie al riarmo e alla seconda guerra mondiale.

    Non è vero che “la microeconomia fa la macroeconomia più sono gli stolti incapaci di risparmiare e più si ha una flessione globale del risparmio e perciò degli investimenti”: in molti dei Paesi più ricchi, poiché i mercati interni non crescevano (la popolazione dei Paesi ricchi è solitamente stabile) e i conti correnti erano semplici conti atti alla movimentazione del danaro e non conservavano il capitale, la finanza si è attrezzata per non aver bisogno del risparmio per gli investimenti, contando esclusivamente sull’indebitamento. Se a un certo punto il sistema ha smesso di funzionare, producendo la crisi attuale, è perché si è voluto forzare la mano: in pratica si è accettato l’indebitamento non solo di chi non avrebbe mai potuto restituire il capitale, ma di chi non aveva neanche i soldi per pagarne ammortamenti e interessi.

    Non è vero che “il capitalista che spreme spreme spreme, vede solo il breve termine e non vede il lungo periodo”: alcune delle più grandi realizzazioni dell’economia occidentale, destinate a durare a lungo e a dare lavoro a molti, sono state realizzate da imprenditori privi di scrupoli che non avevano scrupoli a spremere, e se ne fregavano perfino che gli operai ci lasciassero la pelle: ad es. la rete ferroviaria americana è nata così.

    Il capitalista non deve essere buono: deve produrre danaro. Questa è, in senso sociale, la sua missione. Altri (sindacati, stato sociale, corpo legislativo) sono coloro che hanno il compito di addomesticarne la brama di denaro, volgendo in risorse pubbliche i soldi che il capitalista ha guadagnato con la sua rapacità.

  • ClaudioLXXXI

    Mah, mi sembra che la tua frase “per un’impresa una guerra con morti a secchiate è una manna dal cielo” lasciasse poco spazio all’immaginazione. Ma il problema del capitalismo che tu descrivi (e se lo descrive anche Adam Smith, pazienza) è che è fin troppo fallibile. Regge finchè regge quel sistema di contrappesi di forza negoziale tra impresa-sindacato-Stato. Quando questo non accade più, se il tessuto sociale attraversa mutazioni strutturali che mettono in crisi il ruolo dei sindacati e l’efficienza dello Stato sociale, l’avidità dell’imprenditore da te descritto resta senza opposizioni e si moltiplica senza freni.

    Mi permetto di citare un pezzo dall’enciclica (visto che è da lì che parte la discussione), il paragrafo 37 del prossimo capitolo, che tratta proprio di quest’argomento:

    la giustizia riguarda tutte le fasi dell’attività economica, perché questa ha sempre a che fare con l’uomo e con le sue esigenze. Il reperimento delle risorse, i finanziamenti, la produzione, il consumo e tutte le altre fasi del ciclo economico hanno ineluttabilmente implicazioni morali. Così ogni decisione economica ha una conseguenza di carattere morale. Tutto questo trova conferma anche nelle scienze sociali e nelle tendenze dell’economia contemporanea. Forse un tempo era pensabile affidare dapprima all’economia la produzione di ricchezza per assegnare poi alla politica il compito di distribuirla. Oggi tutto ciò risulta più difficile, dato che le attività economiche non sono costrette entro limiti territoriali, mentre l’autorità dei governi continua ad essere soprattutto locale. Per questo, i canoni della giustizia devono essere rispettati sin dall’inizio, mentre si svolge il processo economico, e non già dopo o lateralmente. Inoltre, occorre che nel mercato si aprano spazi per attività economiche realizzate da soggetti che liberamente scelgono di informare il proprio agire a principi diversi da quelli del puro profitto, senza per ciò stesso rinunciare a produrre valore economico. Le tante espressioni di economia che traggono origine da iniziative religiose e laicali dimostrano che ciò è concretamente possibile.

    Proprio l’esempio che tu hai fatto della mutazione dell’economia finanziaria, che decide di basarsi sull’indebitamento invece che sul risparmio, mi pare pertinente nel senso da me espresso. Un aumento del debito può aumentare la redditività di un’impresa, tramite il meccanismo della leva finanziaria che certo tu conosci, ma difficilmente può aiutare un privato focalizzato sul consumo a breve. Il sistema dell’incoraggiare i privati a indebitarsi e poi saldare i debiti contraendo altri debiti è crollato non perchè “si è voluto forzare la mano” ma perchè era bacato in sè stesso, non poteva non diventare uno schema di Ponzi su scala globale (sicuramente un uomo della tua cultura sa chi era Charles Ponzi, per i non addetti ai lavori metto un link su wikipedia), strepitoso nel breve termine e catastrofico nel lungo periodo.

  • ClaudioLXXXI

    Mah, mi sembra che la tua frase “per un’impresa una guerra con morti a secchiate è una manna dal cielo” lasciasse poco spazio all’immaginazione. Ma il problema del capitalismo che tu descrivi (e se lo descrive anche Adam Smith, pazienza) è che è fin troppo fallibile. Regge finchè regge quel sistema di contrappesi di forza negoziale tra impresa-sindacato-Stato. Quando questo non accade più, se il tessuto sociale attraversa mutazioni strutturali che mettono in crisi il ruolo dei sindacati e l’efficienza dello Stato sociale, l’avidità dell’imprenditore da te descritto resta senza opposizioni e si moltiplica senza freni.

    Mi permetto di citare un pezzo dall’enciclica (visto che è da lì che parte la discussione), il paragrafo 37 del prossimo capitolo, che tratta proprio di quest’argomento:

    la giustizia riguarda tutte le fasi dell’attività economica, perché questa ha sempre a che fare con l’uomo e con le sue esigenze. Il reperimento delle risorse, i finanziamenti, la produzione, il consumo e tutte le altre fasi del ciclo economico hanno ineluttabilmente implicazioni morali. Così ogni decisione economica ha una conseguenza di carattere morale. Tutto questo trova conferma anche nelle scienze sociali e nelle tendenze dell’economia contemporanea. Forse un tempo era pensabile affidare dapprima all’economia la produzione di ricchezza per assegnare poi alla politica il compito di distribuirla. Oggi tutto ciò risulta più difficile, dato che le attività economiche non sono costrette entro limiti territoriali, mentre l’autorità dei governi continua ad essere soprattutto locale. Per questo, i canoni della giustizia devono essere rispettati sin dall’inizio, mentre si svolge il processo economico, e non già dopo o lateralmente. Inoltre, occorre che nel mercato si aprano spazi per attività economiche realizzate da soggetti che liberamente scelgono di informare il proprio agire a principi diversi da quelli del puro profitto, senza per ciò stesso rinunciare a produrre valore economico. Le tante espressioni di economia che traggono origine da iniziative religiose e laicali dimostrano che ciò è concretamente possibile.

    Proprio l’esempio che tu hai fatto della mutazione dell’economia finanziaria, che decide di basarsi sull’indebitamento invece che sul risparmio, mi pare pertinente nel senso da me espresso. Un aumento del debito può aumentare la redditività di un’impresa, tramite il meccanismo della leva finanziaria che certo tu conosci, ma difficilmente può aiutare un privato focalizzato sul consumo a breve. Il sistema dell’incoraggiare i privati a indebitarsi e poi saldare i debiti contraendo altri debiti è crollato non perchè “si è voluto forzare la mano” ma perchè era bacato in sè stesso, non poteva non diventare uno schema di Ponzi su scala globale (sicuramente un uomo della tua cultura sa chi era Charles Ponzi, per i non addetti ai lavori metto un link su wikipedia), strepitoso nel breve termine e catastrofico nel lungo periodo.

  • ClaudioLXXXI

    Mah, mi sembra che la tua frase “per un’impresa una guerra con morti a secchiate è una manna dal cielo” lasciasse poco spazio all’immaginazione. Ma il problema del capitalismo che tu descrivi (e se lo descrive anche Adam Smith, pazienza) è che è fin troppo fallibile. Regge finchè regge quel sistema di contrappesi di forza negoziale tra impresa-sindacato-Stato. Quando questo non accade più, se il tessuto sociale attraversa mutazioni strutturali che mettono in crisi il ruolo dei sindacati e l’efficienza dello Stato sociale, l’avidità dell’imprenditore da te descritto resta senza opposizioni e si moltiplica senza freni.

    Mi permetto di citare un pezzo dall’enciclica (visto che è da lì che parte la discussione), il paragrafo 37 del prossimo capitolo, che tratta proprio di quest’argomento:

    la giustizia riguarda tutte le fasi dell’attività economica, perché questa ha sempre a che fare con l’uomo e con le sue esigenze. Il reperimento delle risorse, i finanziamenti, la produzione, il consumo e tutte le altre fasi del ciclo economico hanno ineluttabilmente implicazioni morali. Così ogni decisione economica ha una conseguenza di carattere morale. Tutto questo trova conferma anche nelle scienze sociali e nelle tendenze dell’economia contemporanea. Forse un tempo era pensabile affidare dapprima all’economia la produzione di ricchezza per assegnare poi alla politica il compito di distribuirla. Oggi tutto ciò risulta più difficile, dato che le attività economiche non sono costrette entro limiti territoriali, mentre l’autorità dei governi continua ad essere soprattutto locale. Per questo, i canoni della giustizia devono essere rispettati sin dall’inizio, mentre si svolge il processo economico, e non già dopo o lateralmente. Inoltre, occorre che nel mercato si aprano spazi per attività economiche realizzate da soggetti che liberamente scelgono di informare il proprio agire a principi diversi da quelli del puro profitto, senza per ciò stesso rinunciare a produrre valore economico. Le tante espressioni di economia che traggono origine da iniziative religiose e laicali dimostrano che ciò è concretamente possibile.

    Proprio l’esempio che tu hai fatto della mutazione dell’economia finanziaria, che decide di basarsi sull’indebitamento invece che sul risparmio, mi pare pertinente nel senso da me espresso. Un aumento del debito può aumentare la redditività di un’impresa, tramite il meccanismo della leva finanziaria che certo tu conosci, ma difficilmente può aiutare un privato focalizzato sul consumo a breve. Il sistema dell’incoraggiare i privati a indebitarsi e poi saldare i debiti contraendo altri debiti è crollato non perchè “si è voluto forzare la mano” ma perchè era bacato in sè stesso, non poteva non diventare uno schema di Ponzi su scala globale (sicuramente un uomo della tua cultura sa chi era Charles Ponzi, per i non addetti ai lavori metto un link su wikipedia), strepitoso nel breve termine e catastrofico nel lungo periodo.

  • ClaudioLXXXI

    vorrei anche aggiungere che gli USA si ripresero dalla crisi del ’29 anche grazie alla guerra per due particolarità
    a) il loro territorio non ebbe quasi alcun danno dal conflitto;
    b) avevano un’industria bellica già ben avviata.

    Bello partecipare a una guerra così. Se invece la guerra te la vengono a fare a casa tua, allora è diverso… in Africa è pieno di guerre, eppure stranamente questo non aiuta quei paesi poveri a diventare meno poveri…

  • ClaudioLXXXI

    Mah, mi sembra che la tua frase “per un’impresa una guerra con morti a secchiate è una manna dal cielo” lasciasse poco spazio all’immaginazione. Ma il problema del capitalismo che tu descrivi (e se lo descrive anche Adam Smith, pazienza) è che è fin troppo fallibile. Regge finchè regge quel sistema di contrappesi di forza negoziale tra impresa-sindacato-Stato. Quando questo non accade più, se il tessuto sociale attraversa mutazioni strutturali che mettono in crisi il ruolo dei sindacati e l’efficienza dello Stato sociale, l’avidità dell’imprenditore da te descritto resta senza opposizioni e si moltiplica senza freni.

    Mi permetto di citare un pezzo dall’enciclica (visto che è da lì che parte la discussione), il paragrafo 37 del prossimo capitolo, che tratta proprio di quest’argomento:

    la giustizia riguarda tutte le fasi dell’attività economica, perché questa ha sempre a che fare con l’uomo e con le sue esigenze. Il reperimento delle risorse, i finanziamenti, la produzione, il consumo e tutte le altre fasi del ciclo economico hanno ineluttabilmente implicazioni morali. Così ogni decisione economica ha una conseguenza di carattere morale. Tutto questo trova conferma anche nelle scienze sociali e nelle tendenze dell’economia contemporanea. Forse un tempo era pensabile affidare dapprima all’economia la produzione di ricchezza per assegnare poi alla politica il compito di distribuirla. Oggi tutto ciò risulta più difficile, dato che le attività economiche non sono costrette entro limiti territoriali, mentre l’autorità dei governi continua ad essere soprattutto locale. Per questo, i canoni della giustizia devono essere rispettati sin dall’inizio, mentre si svolge il processo economico, e non già dopo o lateralmente. Inoltre, occorre che nel mercato si aprano spazi per attività economiche realizzate da soggetti che liberamente scelgono di informare il proprio agire a principi diversi da quelli del puro profitto, senza per ciò stesso rinunciare a produrre valore economico. Le tante espressioni di economia che traggono origine da iniziative religiose e laicali dimostrano che ciò è concretamente possibile.

    Proprio l’esempio che tu hai fatto della mutazione dell’economia finanziaria, che decide di basarsi sull’indebitamento invece che sul risparmio, mi pare pertinente nel senso da me espresso. Un aumento del debito può aumentare la redditività di un’impresa, tramite il meccanismo della leva finanziaria che certo tu conosci, ma difficilmente può aiutare un privato focalizzato sul consumo a breve. Il sistema dell’incoraggiare i privati a indebitarsi e poi saldare i debiti contraendo altri debiti è crollato non perchè “si è voluto forzare la mano” ma perchè era bacato in sè stesso, non poteva non diventare uno schema di Ponzi su scala globale (sicuramente un uomo della tua cultura sa chi era Charles Ponzi, per i non addetti ai lavori metto un link su wikipedia), strepitoso nel breve termine e catastrofico nel lungo periodo.

  • ClaudioLXXXI

    vorrei anche aggiungere che gli USA si ripresero dalla crisi del ’29 anche grazie alla guerra per due particolarità
    a) il loro territorio non ebbe quasi alcun danno dal conflitto;
    b) avevano un’industria bellica già ben avviata.

    Bello partecipare a una guerra così. Se invece la guerra te la vengono a fare a casa tua, allora è diverso… in Africa è pieno di guerre, eppure stranamente questo non aiuta quei paesi poveri a diventare meno poveri…

  • licenziamentodelpoeta

    Claudio, le questioni che poni sono diverse e molteplici, quindi provo a esaminarle una alla volta.

    1. E’ vero che “gli Stati Uniti si ripresero dalla crisi del ’29 grazie alla guerra” anche perché “il loro territorio non ebbe quasi alcun danno dal conflitto”. Ma, se ci fai caso, oggi le grandi imprese che producono armi sono situate in Paesi che non combattono guerre a casa loro. Parlando di realtà che conosco personalmente, MBDA Missile Systems (leader mondiale nella produzione di missili) ha le sue sedi principali, e i suoi impianti di produzione, nell’UE, dove non mi pare che ci siano guerre in corso. Dunque, la sua attività (che aumenta, ovviamente, in caso di guerre: quando ci fu quella delle Falkland, per es., gli ordinativi s’impennarono di colpo…) non impoverisce le imprese del territorio ove essa è localizzata, anzi.

    Tra l’altro, quando scrivi “bello partecipare a una guerra così”, tu sintetizzi magnificamente la politica delle grandi imprese che fabbricano armi oggi, specie se europee: vendere soprattutto per l’esportazione, in Paesi bellicosi o impegnati in guerre a bassa intensità di lunga durata, o in strazianti conflitti interni, cosicché gli ordinativi siano continuativi e costanti nel tempo. Il che mi sembra una politica vincente, sul piano commerciale: infatti paga e continuerà a pagare nel futuro.

    2. Vero che il capitalismo che io descrivo è fallibile, lo è sempre stato: da cui le lotte operaie, i sommovimenti anarchici, etc. etc. A volte i conflitti tra le parti sociali esplodono, e vi sono rivoluzioni, violenza, morti. E’ una realtà che dobbiamo serenamente accettare. Gli esseri umani, come primati, hanno più affinità con gli scimpanzé che con i bonobo: sono animali territoriali, violenti, egoisti.

    In compenso, il solidarismo utopistico di cui parli tu è proprio inattuabile. Presume che la grande finanza mondiale diventi di colpo piena di filantropi, il che è un po’ comico. Quando chiesero al grande Rothschild – che era sparagnino anche da miliardario – perché lui non facesse mai beneficenza, rispose che se uno entra nella finanza è perché gli piace che la cifra del saldo attivo del proprio conto bancario aumenti il più possibile, e diminuisca il meno possibile.

    3. Tu dici che “Il sistema dell’incoraggiare i privati a indebitarsi e poi saldare i debiti contraendo altri debiti è crollato non perchè si è voluto forzare la mano ma perchè era bacato in sè stesso”. Veramente, quel sistema negli USA è andato avanti per oltre vent’anni, finché l’economia è stata in crescita. Un sistema così può funzionare, se cresce il PIL e crescono i salari. Per questo i guru della economia attuale sono fissati con la “crescita” come volano di tutta l’economia: perché se l’economia cresce, tutti possono indebitarsi di più. Naturalmente, ci sono anche scuole di pensiero diverse (come la “decrescita” propugnata da Latouche & C.). Il bello è che sia il meccanismo dell’indebitamento costante, sia altri, potrebbero funzionare se non obbligati a “girare” oltre un certo regime (perché ogni modello di economia ha un “regime” di giri oltre il quale, a forzarlo, crolla). L’economia è una realtà sfaccettata, dove non c’è una soluzione giusta e tutte le altre sono sbagliate. Date le stesse condizioni di partenza, anche sistemi molto diversi possono funzionare.

    Salvo quelli che presumono l’utopia, o un cambiamento dell’atteggiamento umano – tendenzialmente egoistico, rapace, territoriale – verso la ricchezza, il benessere, il denato. Che sono invece destinati a fallire in partenza.

  • licenziamentodelpoeta

    Ah, grazie per il complimento implicito nella locuzione “un uomo della tua cultura”. Ma ci terrei a precisare che io non sono una persona colta. Sono, tuttalpiù, una persona decorosamente istruita. Oggi non è più possibile essere persone colte, non si può, non ci sono più i mezzi. Nel Settecento, forse, era ancora possibile. Oggi è possibile, al massimo, cercare d aver pazienza.

  • licenziamentodelpoeta

    Claudio, le questioni che poni sono diverse e molteplici, quindi provo a esaminarle una alla volta.

    1. E’ vero che “gli Stati Uniti si ripresero dalla crisi del ’29 grazie alla guerra” anche perché “il loro territorio non ebbe quasi alcun danno dal conflitto”. Ma, se ci fai caso, oggi le grandi imprese che producono armi sono situate in Paesi che non combattono guerre a casa loro. Parlando di realtà che conosco personalmente, MBDA Missile Systems (leader mondiale nella produzione di missili) ha le sue sedi principali, e i suoi impianti di produzione, nell’UE, dove non mi pare che ci siano guerre in corso. Dunque, la sua attività (che aumenta, ovviamente, in caso di guerre: quando ci fu quella delle Falkland, per es., gli ordinativi s’impennarono di colpo…) non impoverisce le imprese del territorio ove essa è localizzata, anzi.

    Tra l’altro, quando scrivi “bello partecipare a una guerra così”, tu sintetizzi magnificamente la politica delle grandi imprese che fabbricano armi oggi, specie se europee: vendere soprattutto per l’esportazione, in Paesi bellicosi o impegnati in guerre a bassa intensità di lunga durata, o in strazianti conflitti interni, cosicché gli ordinativi siano continuativi e costanti nel tempo. Il che mi sembra una politica vincente, sul piano commerciale: infatti paga e continuerà a pagare nel futuro.

    2. Vero che il capitalismo che io descrivo è fallibile, lo è sempre stato: da cui le lotte operaie, i sommovimenti anarchici, etc. etc. A volte i conflitti tra le parti sociali esplodono, e vi sono rivoluzioni, violenza, morti. E’ una realtà che dobbiamo serenamente accettare. Gli esseri umani, come primati, hanno più affinità con gli scimpanzé che con i bonobo: sono animali territoriali, violenti, egoisti.

    In compenso, il solidarismo utopistico di cui parli tu è proprio inattuabile. Presume che la grande finanza mondiale diventi di colpo piena di filantropi, il che è un po’ comico. Quando chiesero al grande Rothschild – che era sparagnino anche da miliardario – perché lui non facesse mai beneficenza, rispose che se uno entra nella finanza è perché gli piace che la cifra del saldo attivo del proprio conto bancario aumenti il più possibile, e diminuisca il meno possibile.

    3. Tu dici che “Il sistema dell’incoraggiare i privati a indebitarsi e poi saldare i debiti contraendo altri debiti è crollato non perchè si è voluto forzare la mano ma perchè era bacato in sè stesso”. Veramente, quel sistema negli USA è andato avanti per oltre vent’anni, finché l’economia è stata in crescita. Un sistema così può funzionare, se cresce il PIL e crescono i salari. Per questo i guru della economia attuale sono fissati con la “crescita” come volano di tutta l’economia: perché se l’economia cresce, tutti possono indebitarsi di più. Naturalmente, ci sono anche scuole di pensiero diverse (come la “decrescita” propugnata da Latouche & C.). Il bello è che sia il meccanismo dell’indebitamento costante, sia altri, potrebbero funzionare se non obbligati a “girare” oltre un certo regime (perché ogni modello di economia ha un “regime” di giri oltre il quale, a forzarlo, crolla). L’economia è una realtà sfaccettata, dove non c’è una soluzione giusta e tutte le altre sono sbagliate. Date le stesse condizioni di partenza, anche sistemi molto diversi possono funzionare.

    Salvo quelli che presumono l’utopia, o un cambiamento dell’atteggiamento umano – tendenzialmente egoistico, rapace, territoriale – verso la ricchezza, il benessere, il denato. Che sono invece destinati a fallire in partenza.

  • licenziamentodelpoeta

    Ah, grazie per il complimento implicito nella locuzione “un uomo della tua cultura”. Ma ci terrei a precisare che io non sono una persona colta. Sono, tuttalpiù, una persona decorosamente istruita. Oggi non è più possibile essere persone colte, non si può, non ci sono più i mezzi. Nel Settecento, forse, era ancora possibile. Oggi è possibile, al massimo, cercare d aver pazienza.

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