Caritas in veritate 5

(5) Un riassunto della Caritas in Veritate

 

Introduzione

Capitolo primo: il messaggio della Populorum progressio

Capitolo secondo: lo sviluppo umano nel nostro tempo

Capitolo terzo: fraternità, sviluppo economico e società civile

 

Capitolo quarto: Sviluppo dei popoli, diritti e doveri, ambiente

 

 

I diritti, senza doveri e slegati da un fondamento oggettivo, si trasformano in arbitrio e ostacolano la solidarietà universale.

43. La solidarietà universale è ostacolata dalla mentalità diffusa per cui molti ritengono di non dovere niente a nessuno, di essere titolari soltanto di diritti. In questo modo il diritto soggettivo, privo del contrappeso del dovere, si trasforma in arbitrio: si moltiplicano i presunti diritti, che sono rivendicati come irrinunciabili anche quando sono arbitrari e voluttuari e si pretende che siano promossi dalle strutture pubbliche, mentre alcuni veri diritti fondamentali sono disconosciuti e violati. I diritti individuali, non essendo inscritti in un quadro di doveri, perdono significato e alimentano una spirale illimitata di egoismo e pretese prive di criterio: così possiamo notare una relazione effettiva tra la rivendicazione nelle società opulente del diritto al superfluo, ed anche alla trasgressione e al vizio, e la mancanza nei paesi poveri (ma anche nelle periferie e nelle zone povere dei paesi ricchi) di risorse elementari come cibo, acqua, istruzione di base, cure mediche.

I diritti, come i doveri, sono solidi e sensati se fanno riferimento alla verità di un preciso quadro antropologico ed etico. Anzi i doveri, che rimandano al quadro globale, rafforzano i diritti. Se invece si perde di vista il fondamento antropologico, se i diritti si basano esclusivamente sulle deliberazioni di un’assemblea, allora essi sono mutevoli e possono essere più facilmente trascurati. Se i Governi dimenticano l’oggettività e l’indisponibilità dei diritti, lo sviluppo umano è in pericolo.

Questo paragrafo evidenzia una contraddizione di cui solitamente la stampa solidarista, terzomondista, progressista e politicamente corretta (insomma, spiace constatare, molta stampa “di sinistra”) evita accuratamente di parlare: mentre in certe parti del mondo la categoria dei diritti umani si amplia a dismisura, per ricomprendere sempre nuove cazzate bizzarre pretese che lo Stato dovrebbe riconoscere e incoraggiare e soddisfare, altrove i veri diritti fondamentali sono quotidianamente calpestati. Da una parte si crepa di fame e di malattie banali, nell’indifferenza di molti (non tutti) cittadini delle società ricche; dall’altra parte, molti (non tutti) di quegli stessi cittadini lamentano l’intollerabile persecuzione di uno Stato che, ad esempio, non chiama coniugi due persone a cui nessuno impedisce di stare insieme, oppure crudelmente non attribuisce i vantaggi del matrimonio a chi rifiuta di assumersene anche i doveri.

Benedetto XVI fa notare che il relativismo (non solo, ma prevalentemente) occidentale mette in pericolo lo sviluppo umano, per due motivi. Uno perché questa mentalità egocentrica, che eleva a diritto ogni capriccio dell’io voglio e tralascia i doveri, mal si concilia con la solidarietà verso chi soffre nella miseria. Due perché, se i diritti e i doveri dell’uomo non derivano da un fondamento oggettivo ma sono semplicemente decisi a maggioranza, allora essi sono sempre provvisori e l’assemblea, come oggi li concede, domani potrà negarli. Una democrazia fondata sul relativismo è sempre a rischio di scivolare nel totalitarismo.

 

 

Problema demografico e sessualità. L’apertura alla vita è una risorsa, la denatalità è un problema.

 44. La crescita demografica è strettamente intrecciata con il problema dello sviluppo. Considerare l’aumento della popolazione come la causa del sottosviluppo è sbagliato: la diminuzione della mortalità infantile e l’allungamento della vita media sono sintomi di sviluppo economico, mentre il calo delle nascite è un segno di crisi. La procreazione responsabile non può essere attuata riducendo la sessualità a gioco edonistico e trattando la procreazione come un rischio da cui difendersi o un programma da pianificare politicamente.

L’apertura moralmente responsabile alla vita è una risorsa. La denatalità aumenta i costi dei sistemi di assistenza sociale, contrae l’accantonamento di risparmio e dunque gli investimenti, riduce la disponibilità di lavoratori qualificati, impoverisce i rapporti umani e le forme di solidarietà nelle famiglia di piccola dimensione, in sostanza denota poca fiducia nel futuro. Per gli Stati diventa economicamente necessario assumere politiche di centralità della famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna, la prima cellula della società, anche tramite aiuti di carattere economico e fiscale.

 

 

L’etica nell’economia. Abuso della parola etica. La vera etica economica rispetta l’inviolabile dignità della persona umana e il valore delle norme morali naturali.

45. L’economia ha bisogno di un’etica personalista. Oggi si parla molto di etica in campo finanziario e aziendale: business ethics, certificazioni etiche, fondi d’investimento etici, finanza etica. Tutto ciò è positivo, ma c’è il rischio che si abusi della parola etica, usandola per far passare per etico ciò che in realtà non lo è affatto. Quando si ha a che fare con un prodotto “etico” bisogna chiedersi in riferimento a quale sistema morale esso è definito etico. L’etica economica deve rispettare l’inviolabile dignità della persona umana e il valore delle norme morali naturali; se l’etica si allontana da questi principi è strumentalizzata, e anziché correggere le disfunzioni economiche del sistema diventa supinamente funzionale ad esso. E l’etica non deve essere una caratteristica selettiva – non si deve pensare a un “segmento di mercato” etico, l’intera economia deve essere considerata etica per le sue caratteristiche intrinseche.

In effetti la proliferazione della parola “etico” in campo aziendale-finanziario è impressionante. Si moltiplicano i fondi d’investimento che promettono di impiegare il denaro in modo “etico”; le imprese comprano da società specializzate apposite certificazioni attestanti il loro comportamento “etico”; e così via. In alcuni casi la parola etica sembra essere usata a proposito, in altri casi pare invece uno specchietto per le allodole per darsi una maschera di rispettabilità. Attenti a distinguere.

 

 

Area intermedia tra imprese profit e non profit: esempi. Occorre una configurazione giuridica e fiscale particolare.

46. La distinzione tra imprese che sono finalizzate al profitto ed imprese che non lo sono (non profit) non è più efficace. Nel tempo è emersa un’area intermedia tra le due tipologie imprenditoriali: aziende tradizionali che sottoscrivono patti di aiuto ai paesi arretrati, fondazioni collegate a singole imprese, gruppi di imprese che hanno scopi di utilità sociale, soggetti della cosiddetta economia civile. Si tratta di una nuova realtà imprenditoriale che coinvolge tanto il privato quanto il pubblico, che persegue il profitto come mezzo per realizzare finalità specifiche. Queste realtà non possono essere semplicemente ricondotte alla categoria del profit o del non profit, tantomeno basandosi su criteri come l’eventuale distribuzione di utili o della forma societaria assunta. È auspicabile che queste nuove forme di impresa trovino negli ordinamenti legislativi dei vari Stati la giusta configurazione giuridica e fiscale.


 

Gli aiuti allo sviluppo nei Paesi poveri. Sussidiarietà. Per evitare disfunzioni della cooperazione internazionale serve trasparenza sui fondi e sul loro uso.

47. Il potenziamento delle diverse tipologie di imprese, tra cui quelle di cui sopra, va perseguito anche e soprattutto nei Paesi sottosviluppati. Gli aiuti allo sviluppo devono rispettare la centralità della persona umana e devono basarsi sul principio di sussidiarietà, potenziando i diritti dei beneficiari ma al tempo stesso incoraggiando una loro assunzione di responsabilità, includendo quanto più possibile nella realizzazione dei progetti di aiuto i destinatari stessi. D’altra parte bisogna superare alcune disfunzioni della cooperazione internazionale: talvolta la presenza dei poveri da “aiutare” è meramente funzionale a mantenere in vita costose organizzazioni burocratiche, le quali riservano per sé stesse una parte eccessiva delle risorse destinate allo sviluppo. Gli organismi internazionali e le ONG devono impegnarsi ad una piena trasparenza sull’ammontare dei fondi ricevuti, sul loro uso, sull’effettiva realizzazione dei programmi di aiuto.

 

 

L’ambiente. La natura non è frutto del caso o del determinismo. Due errori opposti: neopaganesimo / tecnica. La natura è una vocazione. Giustizia intergenerazionale.

48. Il tema dello sviluppo è collegato anche al rapporto tra l’uomo e l’ambiente. Questo ci è stato donato da Dio, e il suo giusto uso è una responsabilità verso i posteri e l’umanità intera: considerare la natura e l’uomo come frutti del caso o del determinismo evolutivo attenua tale senso di responsabilità. Se si perde la visione della natura come dono, si può incorrere in due errori opposti: o elevarla a tabù intoccabile, a cui si può anche sacrificare l’uomo stesso, pensando che l’uomo possa essere salvato da un felice rapporto con la natura (una visione neopagana e neopanteista), o ridurla a materia da laboratorio di cui abusare a piacimento (una visione tecnicista). Queste false concezioni provocano molti danni allo sviluppo. Il credente respinge entrambi questi errori, perché sa che la natura esprime un disegno divino di amore e verità, è destinata ad essere ricapitolata alla fine dei tempi ed è anch’essa in un certo senso una vocazione, un modo in cui Dio ci chiama a fare il bene. In tal modo l’uomo deve rispettare principi di giustizia intergenerazionale, cioè non può consumare le risorse ambientali lasciando poco o nulla per le generazioni successive.

Con questo paragrafo Benedetto XVI comincia un discorso molto importante sull’ecologia e sul giusto modo di intenderla, riprendendo un concetto già accennato al paragrafo 14 e cioè l’opposizione tra l’ideologia della Natura e l’ideologia della Tecnica, entrambe nemiche del cristianesimo e dannose per l’umanità.

A proposito di neopaganesimo, è vero che esistono oggigiorno realtà come le streghe di Wicca e i movimenti esoterici che in vario modo inneggiano alla Madre Terra, ma io credo che parlando di neopaganesimo il Papa intendesse riferirsi non tanto a questi fenomeni (che allo stato attuale sono statisticamente minoritari) ma semmai a quella mentalità “laica” ambientalista, questa sì abbastanza diffusa, che vede nell’uomo un animale come gli altri, se non addirittura un pericolo intrinseco per l’ecosistema (penso per esempio al film di M. Night Shyamalan “E venne il giorno”).

 In questo modo si innalza la natura per abbassare l’uomo e di fatto, senza neanche rendersene conto (proprio perché non è una religione ma una mentalità che si presume laica) ci si avvicina alla mentalità degli antichi che deificavano i vulcani e l’oceano e offrivano sacrifici umani al sole. Il che in effetti era anche comprensibile per tempi e luoghi in cui l’uomo era come sperduto in un mondo ostile, dove la natura era una variabile indipendente, feroce e indomabile.

Questa mentalità è stata superata in occidente dapprima dai filosofi greci come Talete e seguenti, che hanno cominciato a farsi domande sul mondo cercando risposte razionali, e poi dal cristianesimo. Sulla scia dell’ebraismo il cristianesimo ha desacralizzato la natura nella stessa misura in cui le ha riconosciuto la dignità di creazione divina. Dio affida all’uomo la natura affinché egli possa coltivare e costruire. La natura va rispettata ma non adorata e l’uomo deve operare su di essa, senza temere la collera degli dei superi e inferi, perciò può sorgere il concetto embrionale di progresso scientifico. L’uomo esercita sulla natura la propria “arte”, che è come i cristiani antichi chiamavano quello che noi oggi chiamiamo tecnica: “l’arte è figlia della natura” (si veda ad esempio il canto XI della Divina Commedia, vv. 101-105, dove si spiega il perché della punizione degli usurai).

La concezione cristiana della natura e della tecnica va in crisi dapprima con il cosiddetto rinascimento (che fu rinascimento proprio della mentalità pagana) e poi con l’Illuminismo. Con essi l’uomo rispetto alla natura non è più un comodatario, un amministratore delegato, uno che ha ricevuto un incarico di conservare e migliorare: nossignore, è proprio il dominus, il padrone che può usare e abusare come gli pare. Se volessimo fare una carrellata lungo i secoli potremmo partire da Francesco Bacone, il cui Novum Organum può forse essere considerato il manifesto fondativo della “vittoria della tecnica sulla natura” (con la scienza l’uomo può conoscere perfettamente la natura, e con la tecnica può dominarla); attraversare le scoperte della modernità e della Rivoluzione Industriale, in cui l’ostilità della nuova tecnica verso la natura si mostra chiaramente ed emerge il problema ecologico (la tecnica distrugge la natura); passare per il Frankenstein, o il Prometeo moderno di Mary Shelley, l’archetipo dello scienziato pazzo e un inascoltato monito contro il delirio di onnipotenza di una tecnica senza controllo; assistere alla metamorfosi della modernità in post-modernità, in cui il conflitto diventa ancora più radicale (mentre nella modernità la natura è succube della tecnica, nella post-modernità si arriva a negare che la natura esista); fino ad arrivare alla filosofia di un Emanuele Severino, che essendo un post-hegeliano (per lui la tecnica è ciò che per Marx era il comunismo, ovvero la realizzazione della coincidenza tra Realtà e Idea Razionale), lucidamente parla di un “paradiso della Tecnica” prossimo venturo in cui l’uomo potrà diventare il dio-in-terra e completare il percorso del Geist.

E siccome gli errori uguali e opposti si nutrono a vicenda, le catastrofi ecologiche provocate dall’uomo che si crede il padrone del mondo hanno rafforzato la propria opposizione, la mentalità “neopagana” che vede nell’uomo un pericolo per la terra, una minaccia da contenere e diminuire.

Entrambe queste visioni presuppongono la visione dell’uomo come un frutto del caso e/o della necessità evolutiva (e si coglie facilmente il riferimento al nefasto libro di Monod), spuntato da solo grazie a una macrocosmica botta di culo dose di fortuna e aggressività in un mondo privo di significato intrinseco. L’uomo è una creatura insignificante tra le altre, salvo che ha un po’ meno pelliccia e un po’ più materia grigia, e proprio con questa materia grigia può subordinare la natura ai propri desideri e spassarsela come un bambino di pochi anni che gioca con i fiammiferi quando i genitori non sono in casa (o meglio, crede che in casa non ci sia nessuno perché non vede nessuno).

E perciò, o dalla parte della natura contro l’uomo, o dalla parte dell’uomo contro la natura.

E i cristiani che propongono un’alleanza con la natura, e vedono l’uomo come il custode responsabile del giardino di Dio, stanno come tra l’incudine e il martello.

 

 

Risorse non rinnovabili e solidarietà. Riduzione del fabbisogno energetico, redistribuzione planetaria.

49. Bisogna poi considerare i problemi energetici, come l’esclusione dei paesi poveri dall’acquisizione delle risorse naturali, o il fatto che questi stessi paesi in cui si trovano le risorse sono teatro di conflitti sanguinosi per assicurarsene lo sfruttamento. Il problema delle risorse non rinnovabili deve essere affrontato nella prospettiva della solidarietà, sia tramite una riduzione del fabbisogno energetico da parte delle società tecnologicamente avanzate, sia tramite una redistribuzione planetaria delle risorse energetiche.

 

 

Alleanza tra l’uomo e l’ambiente. Chi usa delle risorse comuni ambientali non può scaricarne il costo su altri.

50. L’uomo deve pertanto esercitare un governo responsabile sulla natura, affinché tutta la famiglia umana possa vivere dignitosamente sulla terra: l’alleanza tra l’uomo e l’ambiente deve essere come uno specchio dell’amore di Dio. I costi economici e sociali derivanti dall’uso delle risorse comuni devono essere pagati da chi ne usufruisce, e non da altri popoli o dalle generazioni future. L’economia ha il compito di individuare l’uso più efficiente delle risorse, senza scivolare nell’abuso e tenendo presente che il concetto di efficienza non è neutrale rispetto ai valori morali di riferimento.

 

 

Ecologia ambientale ed ecologia umana. La natura non è una variabile indipendente. Antinomia della mentalità contemporanea, che chiede di rispettare l’ambiente mentre non rispetta l’essere umano.

51. Il modo in cui l’uomo tratta l’ambiente è strettamente legato al modo in cui tratta sé stesso. La società odierna ha bisogno di riflettere sui danni dell’edonismo e di sviluppare nuovi stili di vita. Il progresso è arrivato a un punto tale che la natura non è più una variabile indipendente: perciò il degrado dell’ambiente è strettamente correlato al degrado della società. Tutelare l’uno vuol dire tutelare l’altra e viceversa.

La Chiesa ha una responsabilità per il creato, a cui non può rinunciare. Essa deve difendere i doni della creazione, e facendo ciò contribuisce alla difesa dell’uomo da sé stesso. Accanto all’ecologia ambientale esiste un’ecologia umana. Come si può impedire che la natura sia un mero strumento della tecnica se lo diventa l’uomo stesso, che nasce artificialmente e può essere sacrificato in embrione alla scienza? È contraddittorio chiedere alle nuove generazioni di rispettare l’ambiente mentre non viene rispettato l’essere umano. Questa è una grave e sottovalutata antinomia della mentalità contemporanea, che danneggia sia l’ambiente e sia la società.

 

 

La verità e l’amore sono prodotti da Dio e accolti dall’uomo. Essi indicano la strada verso il vero sviluppo.

52.  Non è l’uomo ad essere la fonte di verità e amore, ma bensì Dio, perché Egli stesso è Verità e Amore, che l’uomo non può produrre da sé ma solo accogliere e trasmettere. Questo principio si applica anche allo sviluppo umano, perché la vocazione allo sviluppo non si basa solo su decisioni umane ma è inscritta in un piano che fa parte di noi, ci precede ed è un dovere che siamo chiamati ad accogliere liberamente. L’Amore e la Verità che sussistono in noi ci indicano che cosa sono il bene e la felicità, perciò ci indicano la strada verso il vero sviluppo.

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