Un cantico per Leibowitz

Un cantico per Leibowitz

 

 

A proposito del rapporto tra scienza e fede, ho da poco letto questo libro (che è l’Urania del mese scorso, magari in qualche edicola si trova ancora). Non è esagerato parlare di fantascienza cattolica: Walter Miller si convertì nel ’45, partecipò da aviatore al bombardamento dell’abbazia di Monte Cassino, fu sgomento di fronte all’uso bellico della bomba atomica; tutte esperienze che lo hanno chiaramente influenzato nella scrittura di Un cantico per Leibowitz, considerato da molti appassionati di fantascienza un cult e un capolavoro misconosciuto.

La storia si divide in tre parti, originariamente pubblicate come tre distinti racconti negli anni ‘50, che qui di seguito vado a descrivere per sommi capi, senza spoiler troppo pesanti – ma d’altra parte il fascino del libro non risiede tanto nella trama narrativa, quanto nelle tematiche affrontate.

 

Nella prima parte, a mio parere la più suggestiva, è descritto un mondo “tornato al Medioevo”, come si suol dire, a seguito di un’apocalisse atomica e del conseguente Fallout su scala globale. Non si sa quale superpotenza ha colpito per prima: forse tutte, ciascuna illudendosi di precedere gli avversari, e del resto dei passati ordinamenti politici si è quasi perso il ricordo. Il globo è stato devastato dal collasso delle istituzioni, dalla morte di miliardi, dalla radioattività delle piogge e la sterilità del suolo, dalle mostruose mutazioni genetiche che affliggono le generazioni successive ai sopravvissuti, e da un’ondata collettiva di odio indiscriminato per tutti gli scienziati, ritenuti colpevoli di aver consegnato l’arma dell’apocalisse ai politici ingordi. In questo quadro drammatico gli unici a preservare i pochi documenti scientifici salvati dal disastro sono i monaci dell’Ordine di Leibowitz, un ex tecnico ebreo che si è convertito al cattolicesimo ed è stato martirizzato dalla furia luddista. Contrabbandieri di libri, memorizzatori, nuovi amanuensi, per secoli questi monaci fanno quel che possono per preservare dei rimasugli di scienza di cui non capiscono alcunché (infatti spesso vengono conservati come reliquie anche documenti che il lettore capisce essere ininfluenti, come una lista della spesa vicino a un diagramma di circuito elettrico), nell’attesa e nella speranza di una generazione futura che possa nuovamente comprenderli ed usarli.

 

Nella seconda parte vengono descritti i prodromi di un nuovo “rinascimento”, simboleggiato dal dibattito tra il corrente abate dell’Ordine di Leibowitz ed uno studioso “laico”, ansioso di migliorare con la scienza le condizioni di vita dell’umanità, ma anche disposto per questo scopo a compromettersi con un potere politico spregiudicato – una sorta di principe machiavellico che ambisce ad unificare tutti gli staterelli e clan del nordamerica sotto il suo pugno di ferro. E se lo studioso secolare accusa l’abate di non far nulla per il vero progresso, riconoscendo all’Ordine il merito di aver conservato i documenti ma al tempo stesso rinfacciandogli di essersi limitato a una mera custodia senza diffusione e senza avanzamento, l’abate mette in guardia il suo interlocutore dai pericoli di un “fare scienza” autoreferenziale e svincolato da qualsiasi giudizio morale sull’applicazione pratica della scienza stessa. E il dissidio tra i due punti di vista, pur provando entrambi del sincero rispetto l’uno per l’altro, resta intatto.

 

Nella terza parte si descrive un mondo ormai tornato al livello scientifico precedente il disastro, un mondo in ci sono di nuovo macchine e astronavi e colonie extraterrestri e superpotenze mondiali che si combattono. Un mondo dove l’Ordine di Leibowitz sembra diventato superfluo, visto che la scienza si è ormai liberata dalla tutela della religione, ma anche un mondo in cui la pace scricchiola pericolosamente e gli Stati sembrano di nuovo sul punto di cedere all’antica tentazione. Così, quando l’incubo della devastazione nucleare incombe nuovamente, l’Ordine prende la decisione più importante della sua storia – e forse della storia stessa dell’umanità.

 

 

Ho sorvolato su tanti aspetti apparentemente secondari (come la figura ricorrente del vecchio vagabondo, oppure l’innocenza preternaturale di Rachel “la seconda testa”), ma in realtà fondamentali nella simbologia del libro, per rispetto nei confronti del lettore il quale deve scoprirli da soli. Un cantico per Leibowitz è certamente figlio del tempo in cui è stato scritto – gli anni ’50 post-bomba atomica e pre-guerra fredda, saturi dell’ossessione collettiva per un’apocalisse nucleare incombente – ma i temi che affronta sono eterni, intrinseci alla natura stessa dell’uomo, votato tanto al progresso (della tecnica) quanto alla ripetizione (degli errori morali).

E altresì fa sorridere, ma di un sorriso un po’ amaro, che gli uomini della Chiesa pronosticata da Miller, perfino se giunti all’anno 3781 d.C., usano abitualmente il latino nelle preghiere e nelle comunicazioni ecclesiali!

A quanto ne so, Miller ha scritto un seguito di questo romanzo, Saint Leibowitz and the Wild Horse Woman, mai tradotto in italiano. Ma questo è stato lasciato incompiuto dall’autore (un altro scrittore ha poi completato il libro), perché Miller ha fatto una brutta fine: caduto in depressione, tagliati i contatti con moglie e figli, si è suicidato. Poveretto, merita una preghiera per la sua anima.

 

Infine, se trovate il libro, sappiate che la traduzione dei ringraziamenti dell’autore è sbagliata. Neli’edizione italiana si legge “alle sorelle Francis e Clare, e a Mary, per le ragioni che loro sanno”. L’originale inglese dice “to Ss Francis Clare, and to Mary”: bastava poco a capire che le persone ringraziate dall’autore sono San Francesco, Santa Chiara, e Maria – ricordata dalle litanie anche come Sede della Sapienza.

 

 

P.S. 
A proposito di Urania, anche il libro di queste mese attualmente in edicola, seppur di argomento e impostazione diversa, è un capolavoro misconosciuto: L’uomo stocastico di Robert Silverberg, la descrizione psicologicamente realistica delle ipotetiche conseguenze di una prescienza assoluta e ineluttabile. Una delle opere migliori che abbia mai letto sul determinismo e sul libero arbitrio. Ve lo consiglio!


12 responses to “Un cantico per Leibowitz

  • anonimo

    sembra lo specchio di quest’altro Urania.

    futuro al rogo
    http://www.anobii.com/books/Futuro_al_rogo/016bf0c9c13a9cac5a/

    paolo

  • martayensid

    ma ti sei abbonato alla collana o cosa?

  • donmario

    Lo lessi tempo fa e mi lasciò molto perplesso. Bella la prospettiva temporale di lungo periodo e intrigante la figura del vagabondo, ma per il resto è troppo cupo. D’accordo sulla preferenza per la prima parte.

  • berlic

    Fu uno dei primi libri di SF in inglese che mi comprai, visto che in italiano era introvabile. Mi colpirono particolarmente Rachel, la figura dello scienziato "illuminato", la fine del libro (che ancora mi fa rabbrividire, quando ci penso). Forse dovrei rileggerlo ora.
    "L’uomo stocastico" è un’altro di quei libri che mi fanno star male…

  • quidestveritas

    Robert Silverberg è stato il mio autore preferito di SF.
    "Shadrach nella fornace" (chiara citazione al libro dei Maccabei) lo ricordo ancora oggi come se lo avessi letto ieri.

  • ClaudioLXXXI

    #1
    Futuro al rogo non lo conoscevo. Ma che è?

    Marta #2
    Non sono abbonato e non sono pagato dalla Urania per fare pubblicità! E’ che se pubblicano libri belli, li consiglio…
    A proposito, il mese prossimo esce Norstrilia, dicono che sia bello, tenersi pronti.

    Don Mario #3
    cupissimo. Si vede che è stato scritto proprio in quel periodo storico, quando tutti avevano paura della Bomba. Però si chiude con una nota di speranza.

    Berlic #4
    Ecco infatti a me il finale sembra tra virgolette ottimistico… ma più che altro proprio perchè legato alla figura di Rachel, la quale a parer mio simboleggia la presenza costante ancorchè invisibile di Dio, che anche tra le peggiori catastrofi aiuta l’umanità in modi inimmaginabili.

    Quid #5
    Di Silverberg ho letto solo qualche racconto, un romanzo che mi è parso mediocre di cui non ricordo il nome, e anni fa "L’uomo stocastico" che invece mi è piaciuto moltissimo, la miglior dimostrazione dell’insostenibilità del determinismo, difatti per me il protagonista (specie riguardo al suo orribile progetto finale) non è affatto un eroe, anzi proprio l’opposto.

  • anonimo

    oi…niente spoiler, grazie!

    Prenditi "I predatori del Suicidio".

    Ale

  • nihilalieno

    L’altra volta ci hai avvertiti appena in tempo, questa volta troppo tardi (te lo chiederò in prestito)…

  • piccic

    Allora quando ho citato Miller Jr. l'avevi già letto… :)Per me è un testo “inquieto”, e la bomba non c’entra, non strettamente almeno. A me pare un testo che può essere apprezzatissimo dal lettore di fantascienza, senza che per questo venga minimamente toccato dalle tematiche "spirituali" (vere o presunte). A me pare che, come nei tanti romanzi dei suoi colleghi coevi, la fede – e la chiesa – sono un *tema*, ma non sostanziali alla narrazione.In questo senso, come ti dicevo di recente, trovo più convincenti romanzi che non espongono un simile ventaglio di temi religiosi, ma che sanno trasmettere frammenti delle virtù teologali.A me ha poi colpito il fatto che un altro autore importante del periodo, ma ateo e ferocemente anticlericale, Thomas M. Disch, sia ugualmente morto suicida, in tempi più recenti.Di Silverberg, come romanzi di argomento per così dire "religioso" c'è "Violare il cielo", ma è completamente immanentistico. A me pare sia estremamente difficile rinvenire il fatto della fede, come realmente vissuto, tra gli autori della fs "mainstream" statunitense.

  • ClaudioLXXXI

    A me invece pare che la Chiesa, e il suo rapporto con la scienza, sia proprio il tema della storia!Silverberg è, come molti altri autori della sf mainstream, ateo e irreligioso. Nell'uomo stocastico lo si nota, però la storia merita ugualmente. C'è da dire però che il rapporto tra sf e religione negli ultimi venti-trent'anni è diventato molto più sfaccettato e composito rispetto alla tradizionale impostazione positivistica. Hai mai visto Battlestar Galactica?

  • piccic

    Ti riferisci a Miller Jr:? Sì, è precisamente quello che intendevo dire: la Chiesa è il tema, è pieno di considerazioni se vogliamo positivamente sviluppabili per l’epoca, ma parte proprio con questo che definirei un "handicap", ovvero il considerare già una contrapposizione tra il pensiero “positivistico” della fs mainstream USA e il cammino di fede. A me pare evidente che continua ad essere a tutt'oggi un problema male impostato. Ratzinger, da quel che ricordo, lo diceva già, in rapporto ad un utilizzo male inteso della filosofia di Tommaso d'Aquino sulla rivista "Communio".Sulla fantascienza non sono preparato per poter fare un discorso complessivo soddisfacente, però per quel che è il mio personale sentire, questa ha perso tantissimo dal momento che si è confuso il concetto di scienza con quello di tecnica. Il "sense of wonder" apparteneva ancora alla generazione di autori, inevitabilmente "scientifica" come impostazione, di Asimov. Eppure loro in "sense of wonder" lo avevano ancora.Asimov stesso, ateo, in "Paria dei cieli" tocca qualcosa di profondo, che non avrebbe più toccato, non so dirti perché.Sarà che il protagonista è un anziano ebreo alle soglie della pensione, e che il romanzo inizia ai giorni nostri, ma è del tutto particolare. Nei suoi romanzi successivi la matrice si fa' già più "scientistica" (psicostoria e menate varie). Asimov certamente sa tenere in piedi una storia. La drammaticità, sopratutto dei personaggi robotici è grande, e anche molto bella. Ma dagli anni 1970, per quella che è la mia impressione, la fantascienza si è "divisa" in tanti rivoli, vuoi per la contaminazione con la emergente fantasy come genere di successo commerciale, vuoi perché la scienza stessa ha perso il "sense of wonder" e l'incanto per cui era vista in maniera quasi mistica.Ci saranno romanzi più complessi, ma a mio avviso sono molto meno drammatici, molto meno coinvolgenti e toccano molto meno le profondità dell'anima.Ma ripeto, io sono ignorante. Già non mi piacciono autori importanti come la LeGuin, o Sheckley.Il pensiero contemporaneo è troppo contaminato per coinvolgermi da un punto di vista di emozionalità narrativa.Posso arrivare giusto a Philip K. Dick, che – ripeto – è troppo autoreferenziale per me…Le serie televisive non riesco a guardarle per lo stesso motivo, però ho un minimo di conoscenza di come si è evoluto il genere super-robotico giapponese, in rapporto a questi temi.

  • piccic

    Annoto solo un paio di altre cose, che da parte mia spiegano la poca attrattiva che ho per il “Cantico”:- La prima versione del "Cantico" era una serie di racconti usciti su rivista. Avevano un carattere prevalentemente satirico, da quel che ne ho letto, e perciò non spingevano la riflessione fantastica laddove l’avrebbe poi portata col romanzo.Ciò non toglie che il “Cantico” resti un’opera unica, ma lo è anche – in modo diverso – “Gomorra e dintorni” di Thomas M. Disch, che inizialmente trovai disgustoso, ma che ora considero molto più emblematico e importante del “Cantico”. Il punto per me è che il “Cantico”, che si palesa come romanzo “cattolico”, non parla realmente di fede in quanto fondante per l’esistenza dei protagonisti, o se ne parla non riesce a farla sentire al lettore.- “Saint Leibowitz and the Wild Horse Woman” è uscito in Italiano qualche mese fa, con il titolo abbastanza suggestivo di “San Liebowitz e il Papa del giorno dopo”, l’ho notato in libreria solo da poco. Non so come sia la traduzione (l’edizione è bruttissima), ma ho letto l’apparato redazionale e le ultime pagine, e ti assicuro che siamo in pieno “neo-paganesimo”, e in un clima più vicino alla fantasy che alla fantascienza.Penso sia davvero importante che preghiamo per Miller Jr., ma già che ci siamo anche per Disch.

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