Lavorerai col sudore della fronte

C’è questo racconto che si chiama Nanomacchine a Clifford Falls, scritto da Nancy Kress, ed è il primo racconto contenuto nell’antologia Controrealtà, il numero 52 di Urania Millemondi (agosto 2010). È un ottimo racconto e ve lo voglio far conoscere. Se non avete problemi con l’inglese potete direttamente leggerlo qui (html) o qui (pdf), altrimenti vi dovete accontentare del mio riassunto.

***

Fondamentalmente la storia parla della fine del mondo.
La protagonista, narratrice in prima persona al tempo passato, è una madre di tre bambini che è appena stata abbandonata dal marito (il bastardo se l’è filata con un’altra). Abita in un piccolo paese della provincia americana, in mezzo alla prateria, che è appunto Clifford Falls. La donna è in giardino a lavorare (“proseguii a strappare le erbacce, asciugandomi il sudore dalla fronte” – non so se sia una citazione voluta) quando un vicino l’avverte che in paese è arrivata l’ultima novità tecnologica, cioè le nanomacchine: aggeggi che producono istantaneamente qualsiasi cosa, cibo, vestiti, beni di lusso, tutto quello che è nel catalogo. Il sindaco della città tiene sempre accese la nanomacchine e la gente prenota i turni per chiedere quello che vuole. La narratrice guarda gli altri mettersi in coda, ma non chiede niente, anche se ne avrebbe bisogno perché ha grossi problemi economici ora che è da sola; non motiva la sua avversione per le nano, ma lascia che emerga spontaneamente dal narrato.
All’inizio tutto sembra andare bene. Gli abitanti del paese hanno tutto il cibo gratis che vogliono, vestono bene, guidano macchine eleganti. Un’amica della protagonista ostenta orecchini con veri diamanti; lei e suo marito si stanno facendo costruire dalle nano una nuova casa sul lago, un pezzo alla volta. Il marito ha lasciato il lavoro in fabbrica, perché ora non c’è più bisogno di lavorare. A un certo punto la narratrice finisce i soldi e le scorte alimentari, vince la propria ritrosia e comincia a ordinare una razione di cibo quotidiano prodotto dalle nano. Però continua anche a lavorare il proprio giardino.

Alla fine di agosto la fabbrica aveva chiuso. In città la maggior parte degli uomini che non facevano i contadini perse il lavoro, ma nessuno sembrò preoccuparsene molto. Il Bar del Corvo era pieno tutto il tempo di gruppi di individui che giocavano a carte o ridevano davanti alla tv.”
Il granturco delle fattorie, pronto per il raccolto, restava nei campi. Nessuno voleva comprarlo, e a eccezione dei proprietari terrieri, nessuno era stato assunto per raccoglierlo.

 Poi cominciano i problemi.
La protagonista va a trovare la sua amica e scopre che il marito le ha fatto un occhio nero, perché “è terribile per gli uomini rimanere a riposo, diventano così annoiati da impazzire, gira per casa con sguardo minaccioso, sgrida i bambini, critica ogni cosa che faccio, ordina whisky alla nano”, ma lei si aggrappa al pensiero che “la nostra nuova casa sul lago sarà finita in poche settimane, e poi tutto andrà meglio!”.
La scuola del paese soffre deficit di personale, perché “molti insegnanti non vogliono lavorare quando non devono, e perché mai dovrebbero?”. E la situazione è destinata a peggiorare, perché  “l’ufficio delle tasse non sta raccogliendo molto denaro perché nessuno guadagna, e la tv dice che il governo sta cadendo un pezzo dopo l’altro. Quanti insegnanti resteranno, quando smetteranno di essere pagati?” La protagonista tiene a casa i figli e fa da maestra. In cambio di cibo accetta di fare lezione anche ai figli di una coppia di contadini della zona, che sta andando in rovina perché non riesce a raccogliere il fieno per nutrire gli animali.
Il contadino accetta il baratto, ma insiste per mostrare alla protagonista “l’altra faccia della medaglia”. La porta in un’ala della fattoria piena di strane apparecchiature e le presenta una donna con camice da laboratorio che

una volta lavorava per la Camry Biotech, che ha appena cessato l’attività. È una genetista delle piante. Sta lavorando a creare una pianta di granturco apomittico, cioè che non abbia bisogno dell’impollinazione, così i coltivatori non sarebbero costretti a comprare semi ogni anno.
Non ci ho potuto lavorare molto sopra, prima. La ditta di biotecnologie voleva che lavorassimo a cose che dessero profitti più immediati. Ma ora che non ho più bisogno di guadagnarmi uno stipendio, che i grandi laboratori stanno chiudendo i battenti, e che posso ottenere le attrezzature che voglio dalle nano… la nanotecnologia mi rende possibile fare del vero lavoro!

Intanto il vandalismo si sta diffondendo a livello nazionale. Nei grandi centri urbani le cose vanno sempre peggio, perché “un sacco di persone senza lavoro significava che un sacco di cose guaste non venivano aggiustate. Le nano non potevano fare tubi dell’acqua, testi scolastici, autobus e gabinetti. Non potevano installarli o insegnarli o guidarli.
La protagonista cerca di andare avanti come può. Ospita a casa sua una ragazza quindicenne, perché “il suo patrigno aveva preso a entrare nella sua stanza la notte.” Una sera due uomini fanno irruzione e tentano di stuprarle. Ne escono indenni perché la ragazza tira fuori una pistola e li uccide a sangue freddo. La narratrice prova a chiamare il 911, ma non risponde nessuno se non un nastro registrato.
Carenza di organico.”

 La protagonista e figli si trasferiscono alla fattoria, dove ormai vivono decine di persone in gruppo per proteggersi. A un certo punto il bastardo, cioè il marito della narratrice, si rifà vivo e le chiede di perdonarlo. Lei gli dà una possibilità. Poi lui se ne va di nuovo.
La comunità si ingrandisce. Il contadino detta le regole: chi vuole può usare le nano macchine, ma non per fare cibo o vestiti o riparo o qualcosa di cui si abbia bisogno per sopravvivere: per quelle bisogna lavorare. Tutti devono fare qualcosa di utile, e chi non lo sa, lo impara. Un giorno la protagonista va al lago a pescare, e trova una casa bruciata fino alle fondamenta, tra le ceneri un orecchino di diamante. Lo lascia lì.

“Le cose sono messe piuttosto male qui adesso, sebbene la TV dica che stanno andando meglio “man mano che la società si adatta al più cataclismico dei mutamenti sociali”. Non so se sia vero. Immagino che la situazione sia variabile. Ci sono state parecchie sommosse ed epidemie e incendi. In alcuni posti resta un po’ di governo centrale, in altri no, altri sono come noi adesso e si autogovernano.
Qualcuno dice che la nano è opera di Satana. Qualcun altro dice che è un dono di Dio. Quanto a me, penso qualcosa di diverso. Penso che la nano abbia fatto una selezione. Come quando, una volta, la gente con soldi e istruzione e belle cose fu messa da una parte e il resto di noi da un’altra. Ma la nano ci ha separati in due file differenti: quelli a cui piace lavorare perché è ciò che fanno, e quelli a cui non piace.
È come se tutti avessero vinto alla lotteria nello stesso momento. Una volta ho visto in tv uno spettacolo sui vincitori delle lotterie, un programma che li seguiva per un anno o due dopo che avevano vinto una somma proprio grossa. La maggior parte stava peggio di prima: miserabili e di nuovo in bolletta e con i parenti furibondi. Ma alcuni usavano il denaro per vivere meglio. E altri si limitavano a dare quasi tutto in beneficenza, e tornavano a badare a se stessi.”

Il racconto si chiude com’era iniziato: la protagonista in un giardino, a lavorare la terra. Ma adesso sta insegnando a sua figlia. “Ha solo cinque anni, ma non è mai troppo presto per imparare”.

***

E insomma, questa è la storia.

Cosa ne pensate?


16 responses to “Lavorerai col sudore della fronte

  • libri novembre 2011 « de libero arbitrio

    […] Nanomacchine a Clifford Falls: la diffusione della nanotecnologia (macchine che producono istantaneamente qualsiasi cosa, dal cibo ai beni di lusso) promette il paradiso in terra. Tutti possono avere tutto. Fine della povertà, fine della fame nel mondo, fine dei bisogni materiali. Doveva essere il trionfo glorioso della Tecnica e invece è la distruzione della società. Bisognerebbe farlo leggere a Emanuele Severino. Mi è piaciuto così tanto che si merita un post a parte. […]

  • Sissi2002

    Non leggo l’inglese e tremo al pensiero di ciò che accadrebbe se osassi tentare di prenotare in edicola un arretrato … come già avvenne qualche mese fa sempre in seguito ad una tua segnalazione sul blog, Claudio.
    Mi ricorda un certo Steve, “autor di romanzetti” vari, che qualche anno fa scrisse un libro: “Cose preziose” …
    Se avrai voglia di dare un seguito al post, che ne diresti di un paragone critico fra le due opere?
    Ciao
    Sissi2002

  • Ros

    Ho letto il tuo sunto…ma per quanto riguarda l’inglese anch’io come Sissi sono negata purtroppo….conosco poco la lingua quindi mi sono dovuta adeguare al tuo post.
    Se decidessi di fare un post a parte…fai un fischio😉
    Sarà molto interessante leggere i commenti e partecipare.
    Bye!

  • Lucyette

    Ma la nano ci ha separati in due file differenti: quelli a cui piace lavorare perché è ciò che fanno, e quelli a cui non piace“.

    Io non riesco a capire come faccia ad esserci gente a cui non piace lavorare in assoluto.
    Nel senso: posso capire benissimo che ci sia gente a cui non piace fare il lavoro che fa, ci mancherebbe altro.
    Posso capire altrettanto bene che ci sia gente che vorrebbe lavorare di meno, o con orari più riposanti, o con uno stipendio più alto, o con colleghi diversi, o così via dicendo.
    Posso capire che ci sia gente che giustamente si stanca a lavorare e quindi sogna di potersi prendere una lunghissima vacanza di tutto riposo, due-tre mesi di relax… ma facciamo anche quattro… ma facciamo anche cinque o sei.
    Ma poi basta!

    Cioè, davvero: ogni tanto sento persone che sognano di poter passare tutta la vita a far niente: ma io mi annoierei a morte! O più che altro, non mi sentirei più io: io “sono” quello che faccio, e onestamente non mi sentirei molto realizzata a passare tutta la vita a prendere il sole su una spiaggia caraibica. Alla lunga mi sentirei sprecata, sospetto che andrei addirittura in “depressione”. Penso di poter combinare qualcosa di meglio nella vita, voglio dire: sognare per sognare, mi diverto di più a sognare una vita in cui riesco a mettere a frutto i miei talenti. O no?
    Insomma: nella mia vita ideale, io sogno di fare il lavoro dei miei sogni; alcuni miei amici sognano di non lavorare proprio. Boh? Per me è stranissimo.

    (NB specifico che con “lavoro” io intendo anche lo stare a casa con i figli piccoli, o lo studio di un materia che ti appassiona, ma anche un hobby portato avanti con serietà. Quello, lo capisco; quello che mi sconcerta è il sogno di una vita intera a far niente, tipo una eterna vacanza ai Caraibi senza fine o cose simili🙂 )

  • Stefano

    Davvero interessante, lo metto nella lista delle Cose Che Vale La Pena Leggere. Trovarne una recensione su un blog che si chiama “de libero arbitrio” è pertinente quanto il proverbiale cacio sui maccheroni.
    Lavorare è necessario, sì. Ma a cosa? Se è necessario soltanto al sostentamento, allora il libero arbitrio non c’entra niente. Nessuno sceglierebbe consapevolmente di non lavorare sapendo che morirà di fame. Ma il punto è che il lavoro “nobilita” l’uomo. Non “sostenta” l’uomo. Serve sì come fonte di sostentamento materiale, ma anche spirituale: serve all’uomo per realizzarsi, per maturare, per non cadere nel torpore e nella rassegnazione, o addirittura nel nichilismo. Ecco dov’è il libero arbitrio. Cosa vuoi fare, vivere o sopravvivere?
    “Se non ha le maniche rimboccate, non è un essere umano”, dico io. Senza lavoro potremmo tutti andare ad abbronzarci ai Caraibi (credo che Lucyette troverebbe un po’ di calca…), magari consolandoci col fatto che “tanto c’è la Provvidenza”. Non funziona così, sennò sarebbe inutile combattere o darsi da fare, lasceremmo che tutto ci piovesse in testa senza nemmeno aprire l’ombrello, perderemmo i connotati umani: saremmo tutti grassi maialini in attesa di qualcuno che gli riempia il truogolo. E nel racconto che tu hai segnalato, in effetti, le persone che non lavorano più si abbrutiscono, degenerano, si abbandonano a istinti animaleschi: in definitiva, smettono di essere persone.

    Certo, come dice Lucyette, lo sfruttamento di un lavoratore non riguarda questi discorsi: quello è soltanto violenza. Ma il lavoro sano ci è necessario esattamente come il pane. Uno nutre il corpo, l’altro nutre l’anima. Possiamo far campare di rendita il corpo (basta una vincita milionaria) ma non possiamo fare altrettanto con l’anima. Anche chi ha vinto al superenalotto deve necessariamente dedicarsi a qualcosa, che sia lo studio di una lingua morta, la costruzione di casette per gli uccelli o la coltivazione del rabarbaro.

    “La fede nella Provvidenza non dispensa dalla faticosa lotta per una vita dignitosa, ma libera dall’affanno per le cose e dalla paura del domani”. Non sono in grado di formulare concetti così profondi, quindi ho ripreso le parole di un certo Benedetto XVI… e i benedettini qualcosa ne sapranno, sul lavoro, no?

  • claudiolxxxi

    #2 Sissi2002
    al paragone con Cose preziose non avevo pensato… anche lì c’è il tema del “ottengo quello che desidero –> sto peggio di prima”.
    Però l’approccio è parzialmente diverso perchè lì c’è un cattivo che trama sullo sfondo, il proprietario del negozio che manipola, inganna, mette uno contro l’altro.
    Qui no. Non c’è nessun grande cattivo. Sono le persone che da sole si fanno del male o lo fanno agli altri. In un certo senso, è ancora più spaventoso.

    #3 Ros, il post di commento al racconto è questo.
    Avevo pensato di scrivere le mie osservazioni sopra, ma poi ho pensato che sarebbe stato più interessante vedere prima che ne pensavano i commentatori.

    #4 Lucyette
    il tuo paragone con l’eterna vacanza ai Caraibi mi ha fatto venire in mente quel libro di David Foster Wallace di cui parlavo qualche mese fa – in uno dei pochi post che sono andati persi nell’importazione su wordpress: mi sa che devo ricopiarli io personalmente uno alla volta, il problema non sono i post, sono gli ottocento e passa commenti che c’erano proprio in quei post … – quello dove va in crociera e all’inizio è tutto perfetto perchè non deve fare niente e ci pensa l’equipaggio a fare tutto per lui, e poi diventa insoddisfatto per questo e questo e quest’altro dettaglio.
    Un essere umano, finchè vive, non sarà mai in grado di essere completamente felice. C’è sempre qualcosa che non ci piace. Non possiamo mai essere assolutamente contenti del mondo, con gli altri, con noi stessi. Alcuni parlano di peccato originale, altri di altre cose, ma la sostanza è questa.
    Chi sogna di realizzare un mondo perfetto è un illuso. Anzi spesso sono proprio le utopie che producono i peggiori disastri. Ecco, il mio commento al racconto è che bisognerebbe farlo leggere a chi parla di Tecnica con la T maiuscola, tipo Emanuele Severino: chi pensa che la scienza ci può garantire il paradiso in terra. Sono illusioni.
    (e comunque, se qualcuno mi dicesse “ok ClaudioLXXXI, d’ora in poi non devi più lavorare per vivere, pensiamo noi ai tuoi bisogni materiali, tu pensa solo a scrivere post tutto il giorno”… WOW!!!)

    #5 Stefano
    Ciao! mi sa che abbiamo una conoscenza in comune!😉
    E’ vero: il lavoro non è solo sostentamento, ma anche nobilitazione.
    Sopra parlavo di peccato originale, ma in effetti se uno ci fa caso nella Genesi il lavoro viene prima del fattaccio: anche prima, quando Adamo ed Eva sono perfetti, si parla di lavoro. C’era da coltivare il giardino dell’eden e continuare il lavoro di Dio. La tragedia del peccato originale non è “tu lavorerai” ma “tu lavorerai col sudore della fronte”: la fatica del lavoro, non il lavoro in sè.
    Naturalmente uno può anche non credere alla storia o allegorizzarla o che altro, però qui c’è una saggezza spicciola da non sottovalutare, la non coincidenza tra lavoro e fatica.
    Una delle cose che non piacciono del dialetto napoletano è che in questo idioma il lavoro si dice proprio a’ fatica. D’altra parte mi hanno detto che in spagnolo lavoro si dice trabajo, che mi sembra simile a “travaglio”. Mi sembra che sotto sotto ci sia una concezione da miserabili che passano la vita nella sofferenza, il lavoro è sofferenza, praticamente un pensiero da schiavi. Cioè gente che non può scegliere, non può esercitare il proprio libero arbitrio.
    Tutti, salvo forse pochi “fortunati” (che fortunati poi mica tanto…), dobbiamo necessariamente lavorare per sostentarci; poi sta a noi decidere se lavorare per nobilitarci.

  • Lucyette

    Beh: anche l’Italiano lavoro deriva dal latino LABOR, cioè “fatica”… mi sa che è così per (quasi?) tutte le lingue, in realtà😉

    Comunque se qualcuno ti dicesse “ok ClaudioLXXXI, d’ora in poi non devi più lavorare per vivere, tu pensa solo a scrivere post tutto il giorno”, la scrittura dei post, per i miei canoni, diventerebbe il tuo nuovo lavoro, la tua nuova occupazione (se la prendi seriamente e ti ci dedichi sul serio). Si può lavorare a qualcosa anche se non si è pagati per farlo, al limite: e sta lavorando comunque; in ogni caso🙂

  • claudiolxxxi

    Ahem… davvero? e’ terribile!

  • Berlicche

    Non c’è niente che mi stanchi di più del non lavorare.
    Lavorare (agire) è ciò che ci fa capire chi siamo.
    E comunque è noto qual è il terzo desiderio…

  • Maturin

    Mi viene in mente Flaiano: “la felicità è desiderare ciò che si ha”. Per quel che riguarda il lavoro, parafrasando Von Clausewitz, direi che esso è la continuazione della Creazione con altri mezzi.
    E farei una piccola correzione di rotta a quello che dice Claudio sul fatto che
    “La tragedia del peccato originale non è “tu lavorerai” ma “tu lavorerai col sudore della fronte”: la fatica del lavoro, non il lavoro in sè”.
    Non sono sicuro se sia “la fatica” il problema quanto le preoccupazioni, le ansie, le paure che al lavoro sono spesso legate (il sudore “freddo” della fronte…).
    Dico questo perché, facendo sempre riferimento al libro della Genesi, anche Dio si “riposa” dopo la Creazione cosa che implica una sorta di Sua “stanchezza” (abbiate pietà, passatemi le semplificazioni). Dunque il lavoro esisteva prima del peccato originale, ma anche la fatica: ciò che non c’era era l’ansia, o, se volete, lo stress da lavoro.
    By the way, anche nel mio dialetto, che poi è similgenovese (ma sarebbe troppo lungo spiegare tutta la storia), lavoro si dice “travaggiu”, ancor più simile dello spagnolo a “travaglio”.
    Saluti.

  • Mara nada

    Segnalo che oggi Berlicche si è reso conto che non tutti i cristiani ritengono il suo pensare cristianesimo!

  • crosta

    Beh, se l’uomo è fatto a immagine e somiglianza di Dio, e Dio è Creatore, allora l’uomo è creatore anche lui nel suo piccolo, penso.
    Il riposo di Dio alla fine della Creazione mi fa pensare, più che ad una pausa per riprendere le forze, a quel momento in cui, finito il nostro lavoro più appassionante, ci fermiamo a contemplarne con soddisfazione l’ottimo risultato e ne siamo contenti, sia perché vediamo che abbiamo fatto qualcosa di buono, sia perché quello che abbiamo fatto parlerà di noi agli altri. Forse Adamo ed Eva prima della caduta erano come artisti, ogni cosa che facevano era un capolavoro. Solo dopo il peccato originale il lavoro è diventato travaglio.
    Comunque anche in francese lavoro si dice “travaille”.
    Buonanotte,
    Cri

  • thestrangeguy

    Ecco qui… tornato dopo una lunga assenza.
    Ma sono contento comunque di essere tornato, dato che l’ultimo post è di eccellente pregio.
    Non conoscendo però lingue e dialetti vari, non mi intratterrò in discussioni sul significato della parola “lavoro” nelle varie lingue.
    Vi dirò invece ciò che penso io: io credo che per “lavoro” si possa intendere qui, più genericamente, qualunque attività che davvero ci tenga impegnati, sia dal punto di vista fisico che mentale.
    In un certo senso, e qui sono d’accordo con Lucyette e Claudio e tutti gli altri, non è (quasi) possibile non lavorare: persino il divertimento può essere considerato un “lavoro minore”. Esistono a tal proposito due definizioni di ozio: “l’ozio affaticato”, ovvero quello in cui uno svolge attività ricreative, e quello “benefico”, che è invece quello davvero totale, dove non si compiono attività di sorta.
    Riallacciandomi a Lucyette, i credo che si possa effettivamente vivere in uno stato di ozio del primo tipo per lunghi periodi ( il cosiddetto “otium” dei latini, per esempio, in cui gli antichi si dedicavano in attività intellettuali e speculative, mica passavano anni a grattarsi la pancia), ma che bisogni anche dar spazio all’ozio benefico, proprio perché è quello che più di tutti quello che ci permette di “ricaricare le pile” e tornare con maggior foga alle attività lavorative.
    Quello che conta, a mio avviso, è che i due ozi, paradossalmente rispetto alla loro stessa definizione, devono essere momenti estremamente produttivi e proficui. Insomma, credo che oziare sia un’arte, di cui bisogna imparare, specie nella nostra vita post-moderna, tutti i trucchi e i segreti, così da poterci riposare nei momenti giusti e nei modi giusti.

    a Claudio:
    non ho dimenticato la tua risposta di prima per il mio nickname. Diciamo che la faccenda è forse un po’ sciocca: in realtà mi ero presentato con un altro nickname sul tuo blog, che ho cambiato apposta perché, in un certo senso, desideravo “rinascere”. Voglio una nuova vita su questo blog, migliore di quella vecchia (quasi un battesimo, se mi passate il paragone).
    Comunque, io sono ancora il “dubbioso triplo” di un tempo, e ho paura (e in un certo senso spero…) che questo non cambierà.
    Per il resto… ti auguro di trovare un modo per organizzare i tuoi post meglio ( con tutti i suoi limiti, i link per argomento erano utilissimi per chi volesse trovare un post specifico).

  • claudiolxxxi

    # Berlicche
    ehm. Terzo desiderio?
    (mi sfugge la citazione, anche se sento che è semplicissima)

    # Maturin + Crosta
    Non avevo pensato al riposo di Dio, anche se nel suo caso direi che va interpretato non letteralmente come come conseguenza della consunzione di energia creativa, ma come pausa per assaporare il lavoro ben fatto, come dice Crosta, e soprattutto come consegna all’umanità: io sono arrivato fin qui, adesso continuate voi.
    Resto comunque basito nell’apprendere che in tutte ma proprio tutte le lingue lavoro deriva etimologicamente da dolore. Argh.

    # thestrangeguy
    Interessante il concetto di ozio come arte. Dopotutto uno dei problemi della società post-nanomacchine, nel racconto, è che “è terribile per gli uomini rimanere a riposo, diventano così annoiati da impazzire“.
    Per un certo tipo di gente il lavoro, il “dover fare”, è una sofferenza faticosa ma al tempo stesso distrae dal “dover pensare”. E non vale solo per quel tipo di gente nel cui ambiente è collocata la novella (operai, a dirla tutta bifolchi della provincia americana), ma per chiunque. Anche un top manager da 16 ore lavorative al giorno e stipendi a sei cifre può soffrire della stessa malattia spirituale.
    Adesso però mi fai venire un’idea, e cioè lanciare un piccolo sondaggio per chiedere ai commentatori cosa fanno nel “tempo libero” (inteso come comprensivo delle due forme di ozio). E sarebbe interessante vedere in quale forma di ozio mettiamo la tale attività, e perchè.
    Vuoi cominciare tu?🙂

    P.S. devo ancora completare la transizione a wordpress, nel passaggio mi sono perso una decina di post tra cui alcuni con più di cento commenti cadauno. Ho rifatto l’importazione una decina di volte, inutilmente. Penso che dovrò reinserirli a mano, anzi voglio dedicarmici questo weekend (e questo sì che è faticoso). E devo anche riorganizzare i post per categorie.

    P.P.S. eri “ba”?😉

  • thestrangeguy

    No… ero dubious
    Ad ogni modo, non so se sono la persona adatta da cui possa partire questa catena ( non sono un blogger, e nemmeno ho grandi conoscenze). Ad ogni modo, forse come idea non è così male… direi che è curiosa.
    Ad ogni modo, faccio il tifo per te, in modo che rimetta tutto a posto (e anche tutti i link nel modo migliore).

  • AlphaT

    In piccolo il contenuto del racconto si sta pian piano verificando. Sia nelle zone depresse tipo Detroit, ma in sempre più tante città; dove specialmente le minoranze nere sono state abituate all’idea che, non tutto, ma la maggior parte di quel che serve, non a vivere ma a sopravvivere, gli verrà elargito dallo stato senza dover fare nulla: le periferie degradate dal Welfare.
    E nel frattempo si sta affermando sempre più una trasformazione del processo produttivo che marginalizza il lavoro. Il processo è altamente asimmetrico: dove arriva pesantemente la tecnologia (e, pian piano, in tutto) ci sono lavori specializzati o privilegiati o di nicchia dove magari si lavora anche tanto e si guadagna sempre di più; ed invece masse di lavoratori che diventano davvero inutili e non hanno modo di reinventarsi. Trasformazione pesante, saremo molto più vicini alla situazione di questo racconto di quanto ancora ci aspettiamo.

Ciao. Se vuoi commentare, accomodati. Non c'è bisogno di nome o e-mail, non c'è approvazione preventiva, no censura. Hai il libero arbitrio e io lo rispetto, anche se potresti usarlo male. Ricorda però che la libertà implica la responsabilità. Se sei un troll, ignorerò i tuoi commenti - a meno che tu non faccia un flood. Se pensi che quel che dico è sbagliato, fammelo notare. Attenzione però, perchè chiunque tu sia, se non sei d'accordo con me, proverò a convincerti del contrario. Qui il dialogo non sono belle chiacchiere per scambiarsi "secondo me" e sentirsi più buoni e tolleranti: qui il dialogo serve a cercare, trovare, amare la Verità.

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