Contatto!

Anzitutto: buona Santa Pasqua a tutti voi lettori ed ai vostri cari!

***

Questo libro è bellissimo. Ne stavo preparando la scheda per il post sui libri del mese, ma mi è venuta un po’ lunga – e il libro è così interessante che se la merita – e allora ne faccio un post a parte.
Avevo già visto e apprezzato il film di Robert Zemeckis, ma la storia originale di Carl Sagan è ben superiore: descrive un “primo contatto” tra umani ed alieni e ne esplora le conseguenze politiche e teologiche. La protagonista, astronoma che partecipa al progetto SETI, capta un messaggio radio proveniente dallo spazio che non può essere casuale, perché è una successione ordinata e smisuratamente lunga di numeri primi. L’ordine implica razionalità, intelligenza, intenzionalità, logos: è un messaggio alieno.
(già, ma come si fa ad avere la sicurezza assoluta su base puramente razionale? La biblioteca di Babele…)
Una volta decifrato il contenuto informativo del messaggio, emerge dapprima una riproduzione del filmato di Adolf Hitler all’apertura delle Olimpiadi del ‘36 – il che genera comprensibile sconcerto, e che gli alieni sono nazisti?, ma c’è una spiegazione ragionevole – e poi una serie di istruzioni tecniche per costruire una macchina, si suppone una sorta di astronave per raggiungere gli alieni. L’umanità, con varie forme di choc culturale (rifiuto entusiasmo diffidenza etc.) segue le istruzioni e costruisce la macchina, e … contatto.

Il libro è stato pubblicato nel 1985 e l’autore immaginava che all’inizio del terzo millennio ci sarebbe ancora stato il comunismo, e descrive la relazione conflittuale tra istanze scientifiche e istanze politiche (guerra fredda, diffidenza tra scienziati e militari, etc.) in termini abbastanza comuni in questo tipo di letteratura ante 1989. Questa parte è stata pressoché omessa nel film del 1997. (uno degli scienziati sovietici, godendosi le libertà americane, sfoggia un distintivo goliardico universitario che dice “pregate per il sesso”;lo sfoggiava persino alle riunioni scientifiche e quando gliene si chiedeva la ragione, soleva dire: Nel vostro paese, è offensivo soltanto in un modo. Nel mio, invece, è offensivo in due modi indipendenti; LOL)
Molto più attuale è invece l’aspetto teologico. Carl Sagan professava quel che io chiamerei un agnosticismo aperto, e su wikipedia gli è attribuita la frase “Un ateo deve sapere molto di più di quello che so io. Un ateo è qualcuno che sa che Dio non esiste. Quello che alcuni chiamano ateismo è molto stupido”. Questo ci aiuta a capire il filo religioso della storia: la protagonista Ellie Arroway, teoricamente agnostica e praticamente atea, con molta antipatia verso la religione (in parte dovuta al suo dolore profondo per aver perso l’amatissimo padre da bambina e aver visto la madre risposarsi con un odioso bigottone), si trova a discutere delle implicazioni religiose del messaggio alieno con una coppia di predicatori cristiani che riassumono le diversità d’atteggiamento dell’opinione pubblica religiosa. Uno è un becero fondamentalista che sembra la summa dell’ignoranza arrogante e fideista, e con la sua opposizione ostinata alla scienza e al messaggio (ovviamente trappola del demonio) svolge in pratica la funzione narrativa di far fare bella figura all’altro predicatore, Palmer Joss, assai più pacato e ragionevole, con cui la protagonista instaura un rapporto di crescente stima. In tutte le loro discussioni la posizione di Ellie rimane religiosamente scettica: non nego in astratto la possibilità che Dio esista, ma non ci credo finché non lo vedo; voglio prove certe e tangibili, non mi fido di niente che non possa controllare con i miei occhi.
(nel film, approfittando di avere due attori di bell’aspetto come Jodie Foster e Matthew McConaughey, hanno fatto scoccare l’immancabile storia d’amore; hanno dovuto tagliare quelle numerose pagine di dense discussioni teologiche, cinematograficamente irriproducibili, ma le hanno riassunte in uno
scambio di battute estremamente efficace:
Ellie
:      [si parla dell’esistenza di Dio] Come fai a sapere che non ti stai illudendo? Quanto a me, io… io vorrei una prova.
Joss:      Ah, una prova. Volevi bene a tuo padre?
Ellie:      Come?
Joss:      Sì, gli volevi bene?
Ellie:      … Sì, moltissimo.
Joss:      Provalo.

Ellie
:      l’espressione che passa sulla faccia di Jodie Foster vale più di mille parole)

Ma insomma, qual è questo contatto?
Viene costruita la macchina. Cinque persone tra cui Ellie vengono scelte come equipaggio e l’attivano. Si apre una specie di tunnel dimensionale e la macchina “viaggia” fino a raggiungere quella che sembra una spiaggia tropicale, di chissà dove o chissà quando, dove appaiono finalmente gli alieni, ciascuno dei quali assume la forma di una persona significativa per uno dei viaggiatori. Ovviamente per Ellie è suo padre, che lei abbraccia con infinita gioia e gratitudine – e pazienza se quello non è proprio lui ma piuttosto la materializzazione del ricordo e dell’amore estratti dal cervello di lei, la scena è commovente e se Ellie non fa la puntigliosa a noi lettori va bene così.
Gli alieni rispondono a un sacco di domande dei viaggiatori, per poi rimandarli indietro colmi di gioia e speranza. I cinque tornano sulla Terra, già assaporando la gloria e le implicazioni scientifiche, e … sorpresa.
Per coloro che hanno visto la macchina dall’esterno, non è successo niente. I cinque sono entrati; hanno passato circa venti minuti là dentro; e poi sono usciti. Basta. La videocamera che avevano portato non ha registrato niente. Per i cinque è passato più di un giorno, per gli altri meno di mezz’ora. Ellie ipotizza di essere stata rimandata indietro nel tempo, ma è appunto una supposizione.
Non possono provare empiricamente.
Non possono spiegare razionalmente.
Possono solo sperare di essere creduti da coloro che li hanno mandati, i leader politici e scientifici, i pezzi grossi che hanno costruito quel costosissimo giocattolo dal valore approssimativo di 2.000.000.000.000.000.000,00 $ per ricavarne solo una bella storiella.
Non ci credono. I cinque vengono accusati di essersi inventati tutto, di far parte di un piccolo complotto accademico-industriale che ha falsificato il messaggio un po’ per la gloria, un po’ per il profitto della costruzione della macchina, un po’ per allontanare l’incubo della guerra mondiale dando ai due poli della guerra fredda un obiettivo comune su cui lavorare assieme. La storia di come Ellie ha riabbracciato l’immagine di suo padre viene fatta a pezzi con argomentazioni stringenti:

“lei, per Dio, ha ricevuto la visita del suo defunto padre che le dice che lui e i suoi amici sono stati impegnati a ricostruire l’universo, per Dio. ‘Padre nostro che sei nei cieli…’? Questa è pura religione. Questa è pura antropologia culturale. Questo è puro Freud. Non se ne accorge? Non solo lei dichiara che suo padre è ritornato dalla tomba, lei si aspetta veramente che noi crediamo che abbia fatto l’universo…”
“Lei sta travisando…”
“L’incontro con suo padre in cielo e tutto il resto, dottor Arroway, è significativo, perché lei è cresciuta nella cultura giudeo-cristiana. Lei è l’unica dei Cinque ad appartenere a tale cultura, e lei è l’unica che incontra suo padre. La sua storia è proprio troppo su misura. Non abbastanza fantasiosa.”

Per non perdere la faccia i governi mondiali mettono tutto a tacere, raccontando all’opinione pubblica che c’è stato un piccolo guasto e che riproveranno ad azionare la macchina quando l’avranno capita meglio; e minacciano i cinque di detenzione a vita se violeranno il segreto imposto.
E cosa fanno questi cinque, questi scienziati, che conoscono una verità che non possono provare scientificamente? Beh, se ne fregano del segreto militare, delle intimidazioni e tutto quanto. Perché la verità è più importante.

“Non importa quello che ci dicono di fare. L’importante è che siamo vivi. In seguito, racconteremo la nostra storia – noi cinque – in maniera discreta, naturalmente. Da principio, soltanto a coloro in cui abbiamo fiducia. Ma quelle persone la racconteranno ad altre. La storia si diffonderà. Non ci sarà modo di fermarla.”

Ebbene, se questa non è una catechesi universale, ci si avvicina molto. Non è quello che è successo con il cristianesimo? Persone che hanno fatto un’esperienza straordinaria e l’hanno raccontata ad altre persone, e queste altre persone ad altre ancora, e ancora, e ancora, e la storia si diffonde inarrestabile e cambia letteralmente il mondo. È la catena della fiducia.

Questo succede grossomodo anche nel film, dove la protagonista è l’unica a fare il viaggio e a tornare senza prove, chiedendo di essere creduta sulla base di un leap of faith – che solo Palmer Joss sarà disposto a fare.
Il libro di Sagan, però, non finisce qui, ma ha una conclusione molto più teologicamente impegnativa (che il film ha tagliato; eccheccavolo).
L’alieno con le sembianze di suo padre aveva confidato a Ellie un segreto: anche loro hanno trovato un Messaggio mandato da qualcun altro. Però questo è nella matematica, nel pi greco, nel rapporto tra la circonferenza di un cerchio e il suo diametro: una divisione che non ha mai fine, in un numero infinito di cifre. E tuttavia, se continui la divisione abbastanza a lungo, dice l’alieno,

“succede qualcosa. Le cifre che variavano a caso spariscono, e per un tempo incredibilmente lungo non ci sono altro che unità e zeri. E il numero di unità e zeri che si susseguono è uguale al prodotto di undici numeri primi.”
“Mi stai dicendo che c’è un messaggio in undici dimensioni celato in profondità all’interno del pi greco? Qualcuno nell’universo comunica con… la matematica? Ma… dammi una mano, sto davvero facendo fatica a capirti. La matematica non è arbitraria. Intendo dire che il pi deve avere lo stesso valore dovunque. Come si può nascondere un messaggio all’interno del pi? Fa parte della struttura dell’universo.”
“Esattamente”.

Tornata sulla Terra, costretta al silenzio ufficiale sulla sua esperienza, Ellie riprogramma uno dei computer del progetto SETI per cercare anomalie statistiche nelle cifre del pi greco, e infine – proprio nel momento preciso in cui fa un’importante scoperta personale su suo padre, che qui non rivelo – trova ciò che stava cercando:

L’anomalia si manifestava con maggiore evidenza nell’aritmetica a base 11, dove poteva essere trascritta interamente come zeri e unità. Confrontato con quello che era stato ricevuto da Vega, questo poteva essere al massimo un messaggio semplice, ma la sua rilevanza statistica era notevole. Il programma riuniva le cifre in un percorso di scansione quadrato, una quantità uguale da un capo all’altro e sotto. La prima riga era una fila ininterrotta di zeri, da sinistra a destra. La seconda riga mostrava un solo uno, esattamente al centro, con zeri ai lati, a sinistra e a destra. Dopo alcune altre righe, si era formato un inequivocabile arco, composto di unità. La semplice figura geometrica era stata costruita rapidamente, riga per riga, autoriflessiva, ricca di promesse. Emerse l’ultima riga della figura, tutti zeri tranne un solitario uno al centro. La linea susseguente era soltanto di zeri, parte della cornice.
Celato negli schemi che si alternavano di cifre, profondamente all’interno del numero trascendente, c’era un cerchio perfetto, dalla forma tracciata da unità in un campo di zeri.
L’universo era stato creato intenzionalmente, diceva il cerchio
. In qualunque galassia ci si trovi, si prende la circonferenza di un cerchio, la si divide per il suo diametro, si fa un calcolo abbastanza accurato e si scopre un miracolo: un altro cerchio, disegnato chilometri più in giù della virgola decimale. Proseguendo, ci sarebbero stati messaggi più ricchi. Non importa l’aspetto che si ha, o di che cosa si è fatti o da dove si proviene. Finché si vive in questo universo, e si possiede un modesto talento per la matematica, prima o poi la si troverà. E già qui. E all’interno di tutto. Non si è obbligati a lasciare il proprio pianeta per trovarla. Nella struttura dello spazio e nella natura della materia, come in una grande opera d’arte, c’è, scritta in piccolo, la firma dell’artista. Sopravanzando gli uomini, gli dei e i demoni, includendo i Guardiani e i Costruttori dei tunnel, c’è un’intelligenza che precede l’universo.

Logos.

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26 responses to “Contatto!

  • Giuseppe

    Per combinazione, sto leggendo in questi giorni The Sparrow, un romanzo di Mary Doria Russell (mai tradotto in italiano). Il radiotelescopio di Arecibo capta trasmissioni radio provenienti da Alpha Centauri, che si rivelano contenere musica aliena. Una missione di gesuiti (!) parte immediatamente per il lontano pianeta. Abbastanza appassionante, finora (sono a metà).

  • Jacopog

    Il film mi era piaciuto moltissimo ed era evidente che il nel libro ci fosse molto di più. Ora però devo scoprire se questa proprietà del pi sia vera, completamente inventata o del tutto “casuale”. Hai fatto ricerche in merito?

  • ClaudioLXXXI

    Giuseppe, in che modo il libro tratta il problema di come riconoscere la musica aliena e distinguerla dal rumore (suoni casuali privi di ordine intenzionale)?
    E’ un problema notevole. Già tra una cultura umana e l’altra ci sono notevoli differenze su ciò che è considerato “musicale” e ciò che non lo è; figuriamoci quanta può essere la differenza tra umani e alieni (a meno di non ricorrere a cliché di antropomorfizzazione spesso ingenui).

    JacopoG, l’anomalia statistica del pi greco è un’invenzione dell’autore.
    E’ molto affascinante, direi poetica, perché esprime l’anelito di un vero scienziato agnostico: uno che non si accontenta del suo non sapere come stato definitivo, ma in quanto scienziato vuole sapere davvero.
    Però solleva un paio di questioni interessanti.
    Anzitutto non sarebbe davvero una prova matematica dell’esistenza di Dio, perché in un numero infinito di cifre può presentarsi, letteralmente, un’infinità di combinazioni. E ogni combinazione è equiprobabile all’altra, anche quelle che a noi sembrano significative. Se giochi al superenalotto ed esce la successione 4-8-15-16-23-43, all’appassionato di LOST questo sembrerà una coincidenza straordinaria, ma in realtà quella combinazione di numeri ha assolutamente la stessa possibilità di uscita di ogni altra.
    Nella Biblioteca di Babele ogni libro, ogni frase, ogni parola è casuale. Oh tempo le tue piramidi non è più significativo di dhcmrlchtdj.
    Insomma, se si trovasse il “cerchio dentro il cerchio”, non sarebbe ancora un argomento risolutivo.
    Anche perché, ragionando da credente: ma se Dio voleva davvero dare la prova inconfutabile per impedire l’ateismo, perché metterla così complicata? Dividere il cerchio per il diametro fino alla decimiliardesima cifra o giù di lì? Non dico che non possa averlo farlo, magari per divertimento (Dio ha più senso dell’ironia di quanto generalmente gliene attribuiscono), ma se voleva essere evidente aveva mille altri modi.
    Non penso che Dio voglia essere evidente. Penso che voglia stare in penombra.

    Poi c’è il problema dell’onnipotenza razionale.
    Dio potrebbe sul serio modificare il valore del pi greco, o comunque deciderlo arbitrariamente?
    Per quel che ne so, Dio potrebbe anche aver creato altri universi dove le costanti fisiche sono diverse. La luce va 100.000 km al secondo, l’idrogeno ha due elettroni anziché uno, eccetera. Potrebbero anche esistere universi dove la struttura della materia è completamente differente, non esiste nessun atomo ma qualche altra cosa, e potrebbero esistere in questo o altri universi forme di vita basate su biologie radicalmente aliene dalla nostra (e io lo spero fortemente).
    E’ la discrezionalità di Dio e non possiamo immaginare limiti.
    Ma la matematica è razionale e Dio è razionale, anzi è proprio lui la razionalità (Logos); perciò non può contraddirla, non per un limite alla sua onnipotenza ma per la coerenza della sua natura.
    Dio potrebbe creare un universo dove 1+1=3?
    Io penso di no.
    Tu che ne dici?

  • ago86

    Claudio, leggendo su google pare che si sia arrivati a calcolare 2,7 trilioni di decimali del pi greco. Lo dico en passant, giusto per far sapere che c’è gente più “sfigata” di me in giro 😀 Battute a parte, potrei dire qualcosa sulla possibilità di un universo del tutto diverso dal nostro e se fossero posibili matematiche differenti, ma temo che poi TUTTI i commenti a questo post verterebbero su tale argomento.

  • Giuseppe

    Claudio: purtroppo l’autrice glissa elegantemente sul problema; temo che sia richiesta al lettore una certa sospensione dell’incredulità…

    Comunque esistono sistemi per distinguere tendenzialmente segnali radio di origine naturale da quelli artificiali, che dovrebbero seguire uno schema regolare e avere banda ristretta e intensità elevata e costante (credo che il famoso segnale Wow! avesse qualcuna di queste caratteristiche).

  • lycopodium

    OT Ho trovato questo commento tuo in un post di R. Mmanfredini: “se si intende a questo modo la kenosi, allora l’odio anticristiano diventa ipso facto cristiano. Così il secondo comandamento diventa praticamente inconsistente, e ogni bestemmia diventa preghiera”.
    Quando avrai tempo, riprendi l’argomento,

  • ClaudioLXXXI

    ago, adesso mi hai fatto incuriosire… scrivi pure!

    Giuseppe, purtroppo l’autrice glissa elegantemente sul problema… e vabbè ma così è troppo facile!
    Comunque ora che ci penso il problema di come riconoscere un codice “naturale” (casuale) da uno “artificiale” (intenzionale) è trattato anche nel libro di Robert J Sawyer “WWW Wake” (l’ho letto nel 2009 su Urania, è il primo di una trilogia), dove si narra la nascita nel web di un’intelligenza che arriva all’autoconsapevolezza e alla comunicazione con una ragazza. Si parla di alcuni criteri per dedurre l’intenzionalità di un messaggio, ma non ricordo i dettagli.

    lycopodium, si parlava dello spettacolo di Castellucci e della sua interpretazione da parte di Antonio Socci. Puoi leggere cosa ne pensavo qui.

  • Anonimo

    Claudio … molto più bello ( ad occhio! Evidenza senza certezza) Ayn Randt, Antifona, Liberilibri.
    Matteo Dellanoce

  • Berlicche

    Esiste un racconto di Roberto Vacca dove il reticolo dei numeri primi ha caratteristiche simili a quella del Pi di Sagan, con la differenza che l’autore si serve di quello per diimostrare l’assurdità dell’Universo.
    Un romanzo carino, vecchissimo Urania, sul tema, è “Messaggio da Cassiopea”. Può darsi che sia stato tra le fonti di Sagan, dato che anche qui abbiamo un astronomo che non viene creduto. E’ interessante perché approfondisce il tema di come dovrebbe essere un messaggio alieno – musica no, matematica sì.
    Ad onor del vero, per quello che ne sappiamo il Pi già calcolato potrebbe avere caratteristiche simili a quelle descritte. Perché nessuno ha “guardato” davvero miliardi di cifre, specie in una base diversa dalla decimale…

  • Matteo Dellanoce

    E se gli alieni … scoreggiassero? Sarebbero meno credibili come alieni?
    Matteo

  • Giuseppe

    “Esiste un racconto di Roberto Vacca dove il reticolo dei numeri primi ha caratteristiche simili a quella del Pi di Sagan, con la differenza che l’autore si serve di quello per diimostrare l’assurdità dell’Universo.”

    To’, Berlicche che legge Roberto Vacca! La solidarietà tra ingegneri supera ogni altra considerazione? (Il racconto è “Un giocattolo inutile e complicato”, e sta nell’antologia Carezzate con terrore la testa dei vostri figli. Il diagramma dei numeri primi in base 13 tracciato dal protagonista forma delle pitture murali etrusche, l’inizio del Libro di Mormon, e il terzo capitolo del Romanzo di un giovane povero…)

  • ClaudioLXXXI

    Matteo segnato Randt, grazie della segnalazione.

    Berlicche, in effetti nel pi greco potrebbe nascondersi qualsiasi messaggio.
    Ma allora che senso ha?

    Giuseppe: perché, quali considerazioni si potrebbero fare su Vacca? (ho dato un’occhiata a wikipedia ma non dice granché)

  • Giuseppe

    “quali considerazioni si potrebbero fare su Vacca?”

    Vacca ha un atteggiamento convintamente antireligioso, che emerge spesso da quello che scrive (anche se naturalmente dice anche tante altre cose).

  • ClaudioLXXXI

    Ah, quello.
    E allora? Sia io che Berlicche apprezziamo (letteriamente) anche gente come Asimov e Douglas Adams, che di atteggiamento antireligioso non sono certo privi.
    A te capita di apprezzare (tre nomi a caso) Tolkien, Dostoevskij, Chesterton?

  • orientalisti2

    Io penso che l’affinità ideologica abbia un certo ruolo nell’apprezzamento estetico, anche se è chiaro che di fronte a valori letterari molto elevati è un fattore che passa in secondo piano. Così, per un certo tempo ho considerato Memorie del sottosuolo il mio libro preferito, mentre Tolkien mi ha sempre lasciato freddino: il Signore degli anelli è abbastanza appassionante, ma alla fine ti accorgi che il vero eroe è Sauron… 🙂 Quanto a Chesterton, ricordo di essermi accostato con molte aspettative a uno dei libri della serie di Padre Brown, ma di averne tratto soltanto un’impressione di angustia asfissiante (va detto che ero molto giovane, e forse questo può aver giocato un ruolo).

  • Giuseppe

    Il commento sopra è mio (c’è qualcosa che non va con il mio account di WordPress).

  • ClaudioLXXXI

    Mmm, ma così non si va verso la chiusura mentale? Limitarsi ad apprezzare soltanto gli autori che ci dicono quel che vogliamo sentirci dire? Mi sembra un po’ deprimente…

    Uno dei concetti che sto cercando di sviluppare da anni, ma ancora non sono arrivato a definire compiutamente, dovrebbe essere una sorta di “laicità artistica”: i libri, ma anche i film, sono valutabili sia per il “messaggio” – la “morale”, la weltanschauung cui l’autore aderisce – sia per la forma estetica. I due aspetti sono distinti e vanno valutati separatamente: l’affinità ideologica gioca su un piano diverso rispetto all’apprezzamento estetico.

  • Denise Cecilia S.

    Perdonate se mi intrometto, per altro senza dir nulla di che.
    Anch’io ho sempre separato, per scelta, morale ed estetica di ogni opera, pur consapevole che le influenze reciproche delle due sfere non mancano.
    A patto, però, che la dicotomia se c’è non sia troppo forte: penso, personalmente, soprattutto alla saggistica di ambito esoterico, che spesso vanta proposte di vita allettanti per la loro logicità e finezza (intellettuale e letteraria), ma proprio per questo più preoccupanti e fastidiose di quelle morali esplicitamente distanti da quella di chi legge.
    Voglio dire che l’estetica non è un vezzo, che conta poco; ma rimane subordinata alla morale, e quando la “viola” oltre una certa misura non mi consente di apprezzarla in sè e per sè, separatamente.

  • Denise Cecilia S.

    Ehm, preciso: separato nel senso di apprezzato anche separatamente, non di considerato ed analizzato a sè, smembrando l’opera…

  • Giuseppe

    Claudio: mi pare però che stiamo dicendo la stessa cosa: a me Dostoevskij piace tantissimo, anche se gran parte delle sue idee mi fanno inorridire (certo aiuta il fatto che non le abbia espresse troppo esplicitamente nei suoi romanzi). Come diceva Charles Snow nelle Due culture, dovendo scegliere fra I fratelli Karamazov dell’antisemita Dostoevskij e Che fare? del progressista e umanitario Cernicevskij, facciamo un sogghigno imbarazzato e poi compiamo la scelta inevitabile.

    Invece, là dove i valori estetici non sono così elevati, è abbastanza inevitabile che si scelga anche per simpatia ideologica: a me Tolkien non mi entusiasma, tu “non reggi proprio” Arthur C. Clarke…

  • Berlicche

    Francamente io cerco di non avere niente a che fare con l’ideologia, che è di per sé limite e chiusura. Anche per questo leggo assolutamente di tutto. In un’opera letteraria cerco quello che cerco in ogni cosa: bellezza, verità, amore, che sono tutte connesse tra loro.
    Un’opera ben scritta che non dice la verità può piacermi come qualcosa di scritto malissimo che però è attinente alla verità. Si valorizza quello che c’è.
    In un Vangelo apocrifo si narra di Gesù che incappa con i discepoli in una carogna di cane, putrida, piena di vermi. I discepoli passano alla larga, Gesù si ferma e dice: “Però, guardate che bei denti bianchi”.

    Il bello e il vero si valorizzano dove si trovano, ovunque si trovino. Questo mi ha insegnato il cattolicesimo, ogni bene arriva da Dio. Vacca scrive (spesso) bene, e quel racconto comunque dà interessanti spunti di riflessione. Perché dovrei privarmene?

  • ClaudioLXXXI

    Cecilia: la saggistica è già un ambito diverso dalla narrativa, nella saggistica c’è sempre (quasi sempre?) un “messaggio” consapevole, esplicito, patti chiari.
    La narrativa è più sfumata e può anche voler essere (o presentarsi apparentemente) come una pura storia d’intrattenimento, votata unicamente alla “bellezza” – nel senso più ampio. In realtà questo non è mai possibile, perchè nessun autore può fare a meno di comunicare i suoi valori e disvalori nell’opera (qualsiasi essi siano).

    Io tengo presente alcune opere che mi colpiscono proprio la valutazione opposta che ne faccio. Mi viene in mente al volo un esempio, il musical The Rocky Horror Picture Show, che tanto mi piace sotto il lato estetico (la musica superlativa, la recitazione degli attori soprattutto il mitico Tim “it” Curry, le trovate registiche-scenografiche supergeniali) quanto mi repelle sotto il lato del messaggio trasmesso (pansessualismo + nichilismo totale, l’ultima canzone dice chiaramente che la vita non ha senso e siamo solo insetti striscianti, e allora tanto vale godersela e fottere).

    Giuseppe: non sapevo dell’antisemitismo di D. Ma ne sei sicuro?
    Diciamo che mi spaventa questo concetto di scelta inevitabile. Subordinare il giudizio estetico a quello morale, non conosco ricetta migliore per l’autoghettizzazione culturale.

    Berlicche: sono certamente d’accordo sul fatto che la valorizzazione del bello e del vero, questa “laicità estetica”, in effetti è un portato naturale del cattolicesimo. Ogni bene è da Dio.
    Però mi permetto una piccola provocazione: ma questo discorso quanto veramente ha trovato spazio nella cultura cattolica, o più precisamente, nelle tante forme storico-culturali di cui il cattolicesimo è stato lievito? Mi ricordo la tua catena di post sulla Mirari Vos e la questione dell’Indice.
    E se siamo d’accordo sulle buone intenzioni che l’Indice si proponeva (proteggere la fede dei deboli), queste buone intenzioni, oltre alle conseguenze negative di cui già discutemmo, non hanno forse portato a malcomprendere la connessione tra bello e vero, applicando la valorizzazione del primo soltanto come pura funzione strumentale del secondo?

  • Giuseppe

    Claudio: sì, Dostoevskij era antisemita. Una raccolta dei passi pertinenti si trova in David I. Goldstein, Dostoievski et les Juifs, Gallimard, 1976 (il libro è stato anche tradotto in inglese: Dostoyevsky and the Jews, Austin University Press, 1981).

    Sulla “scelta inevitabile”, temo che tu non abbia capito cosa intendeva dire Charles Snow nel passo che ti ho citato: la scelta è a favore di Dostoevskij!

  • Denise Cecilia S.

    Vedo ora la risposta.
    Lo dici tu stesso: nella narrativa, per sfumata che sia, è impossibile alienare un discorso morale anche indiretto, poco marcato, dalla storia in sè e per sè.
    Sotto questo profilo, pur rimanendo ambiti molto diversi, non c’è differenza tra saggistica e narrativa, che affrontano comunque due piani (estetico e morale-comunicativo): se l’opera fa il suo ‘lavoro’, comunica, e se comunica, trasmette una morale. O al limite, se uno è veramente bravo, può anche trasmettere una presa di distanza dal giudizio morale: ma è un caso d’eccezione.

    Subordinare il giudizio estetico a quello morale, non conosco ricetta migliore per l’autoghettizzazione culturale.
    So che ti rivolgevi a Giuseppe.
    Aggiungo di mio soltanto che subordinare non significa necessariamente escludere tout court.
    Non subordinerei mai la valutazione estetica a quella morale, casomai vi subordinerei la lettura (integrale) di un’opera, di un autore.
    In altre parole: come già detto, non mi basta che un testo sia stupendo, se mi repelle il suo contenuto di idee. E ho detto repelle, non ‘mi trova in disaccordo’. Dev’essere un dissidio forte, chiaro: altrimenti, chessò, non leggerei più nemmeno Angela Carter, nè le fiabe popolari che cruentemente non fanno altro che riprodurre la realtà sotto mentite spoglie.
    Ma l’estremizzazione rigida, ideologica, non riguarda mi pare i casi citati più su.

  • Berlicche

    In parte hai ragione, Claudio. Molte volte c’è stata chiusura, ma rivendico il fatto che ce ne sia stata meno di quanto si possa pensare. Credo che una certa storica possa illustrare con esempi, ma per quanto ne so gli indici non si sono concentrati su cose belle. Anzi, valorizzando quanto di meglio c’è in altre tradizioni. Il peccato voluto ed insistito, però…
    Ecco, Rocky Horror. Se ne può restare affascinati, e confondere l’estetica con il messaggio. Tu non hai ancora figli e non puoi capire (a prescindere, non puoi capire perché te ne mancano le “viscere”) l’angoscia quando faccio vedere qualcosa ai miei figli che potrebbe anche sviarli. Però poi mi dico che la strada si costruisce e in fondo io sono venuto su lo stesso…
    Ma la responsabilità è enorme.

  • ago86

    Tra parentesi, oggi è il compleanno di Carl Sagan.

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