Le meraviglie del possibile

E tu, Melkor,
t’avvederai che nessun tema può essere eseguito,
che non abbia la sua più remota fonte in me,
e che nessuno può alterare la musica a mio dispetto.
Poiché colui che vi si provi non farà che comprovare
di essere mio strumento nell’immaginare
cose più meravigliose di quante egli abbia potuto immaginare.

Che cos’è la creatività?
Tutte le cose che ho scritto, le storie che ho narrato, le idee che ho pensato, da dove venivano? Le ho tirate fuori da dentro di me? O da fuori di me?
Come nascono le grandi scoperte scientifiche, le invenzioni tecnologiche, le – per citare il titolo di una famosa antologia di fantascienza – “meraviglie del possibile”?

Avevo già parlato del concetto, caro a Tolkien, di sub-creazione. Mentre Dio è il vero e unico creatore, poiché fa esistere ex nihilo tutte le cose, la creatura intelligente può sub-creare: lavorare sul preesistente, svilupparne le potenzialità, portarlo a un più alto grado di perfezione.
Così nel Silmarillion gli Ainur, le gerarchie angeliche, sviluppano il tema musicale proposto loro da Eru Ilùvatar; e successivamente si trasferiscono dal piano metafisico a quello fisico, entrando stabilmente nell’universo e diventando Valar, potenze simili alle divinità pagane. Come spiega JRRT nel suo epistolario, dall’atto divino del “Creare” va distinto il “Fare”, forma di sub-creazione con cui i Valar plasmano la materia e costruiscono il mondo in accordo al progetto divino.
Successivamente nella Terra di Mezzo appariranno gli elfi, e con essi un’altra forma di sub-creazione: la capacità di lavorare la materia per farne cose belle ed utili, l’arte e la tecnica, che al loro livello più alto si identificano (e infatti in origine sono la stessa cosa: la separazione semantica delle due parole avviene in epoca moderna, nel linguaggio medievale tecnica si dice proprio “arte”).

Oggigiorno è stata abbandonata questa concezione dell’artista e dell’inventore come collaboratori di Dio e continuatori della creazione. L’arte si è smarrita nel disordine post-moderno e ha rinunciato a cercare un significato oggettivo di bellezza universale, mentre la tecnologia è degradata a strumento di “dissonanza” da nuovi Melkor che vogliono riscrivere la natura. Tolto il Creatore di mezzo, sorgono tanti piccoli creatori o pretesi tali, dagli esiti faustiani e imprevedibili.
Eppure, ancora oggi, non tutto è stato perduto.
Prendete Steve Jobs, per esempio.

Nel post precedente ho commentato il libro Nella testa di Steve Jobs che descrive il modus operandi dell’inventore del Mac, fondatore della Apple, “stay hungry stay foolish”, insomma uno dei più prolifici creativi di fine secolo.
Per dire, Jobs lavorava così:

Sono molte le aziende cui piace dichiarare di essere orientate al cliente. Si rivolgono agli utenti e chiedono loro che cosa vorrebbero. Questa cosiddetta «innovazione orientata al cliente» si basa su feedback e gruppi di discussione. Ma Steve Jobs non ne vuol sapere di laboriose ricerche condotte su gruppi di utenti chiusi in una sala conferenze. È lui stesso a provare le nuove tecnologie e ad annotare le proprie reazioni, che poi invia ai suoi ingegneri come feedback. Se qualcosa è troppo complicato da usare, dà istruzioni perché sia semplificato. Tutto ciò che è superfluo o disorientante deve essere eliminato. Se funziona per lui, allora funziona per i clienti […]
Nell’arte come nella tecnologia, la creatività ha a che fare con l’espressione individuale. Steve Jobs non si serve dei gruppi di discussione, proprio come un’artista non ci si affiderebbe per dipingere un quadro. Non può innovare chiedendo a un campione di utenti che cosa vorrebbe: la gente non sa quello che vuole. Come ebbe a dire una volta Henry Ford, «se avessi chiesto ai miei clienti che cosa volevano, mi avrebbero risposto: ‘Un cavallo più veloce’» […]
Guy Kawasaki, il primo “Mac-evangelista” della Apple, mi ha detto esagerando soltanto un po’ che il budget stanziato dall’azienda per gruppi di discussione e ricerche di mercato si può rappresentare con un numero negativo: «La ricerca di mercato secondo Steve Jobs è il suo emisfero destro che parla al sinistro».

 Ora, quando ho letto questi brani, la prima cosa che ho pensato è stata: vedi un po’ Jobs, che io ipertrofico, decide lui per tutti.
Successivamente, però, ho realizzato che ero stato troppo affrettato nel mio giudizio. Questo modo di fare derivava non tanto o non solo dall’egocentrismo del manager, ma da altre considerazioni più basilari.
Nel libro si racconta di quando Jobs andò a trovare uno dei suoi miti personali: Edwin Land, l’inventore della Polaroid. Jobs stimava immensamente Land; quando la rivista Time gli aveva chiesto la differenza tra arte e tecnologia, lui aveva citato la sua frase «voglio che la Polaroid si ponga nel punto d’incontro tra arte e scienza» per sostenere il concetto (molto medievale, in un certo senso; molto, per dirla alla Tokien, “elfico”) che non c’è nessuna sostanziale differenza tra le due cose. Quando Land fu costretto alle dimissioni dal consiglio d’amministrazione della Polaroid a seguito di un insuccesso commerciale («il Polavision, una tecnica di sviluppo istantaneo delle riprese video che dovette soccombere di fronte alle più pratiche videocassette e che nel 1979 fu all’origine di una perdita di 70 milioni di dollari»), Jobs si era arrabbiato tantissimo: «Tutto quello che ha fatto è stato mandare in fumo qualche schifoso milione di dollari e loro lo hanno estromesso dalla sua società» (anche Jobs anni dopo fu allontanato dalla Apple).
Subito dopo la cacciata di Land, Jobs andò a trovarlo nel suo laboratorio. John Sculley, il suo vice che lo accompagnava, testimonia che

Fu un pomeriggio appassionante. Stavamo seduti in questa grande sala conferenze con un tavolo vuoto. Loro due continuavano a fissare il centro del tavolo, mentre parlavano. Il dottor Land disse: ‘Riuscivo a vedere come la Polaroid avrebbe dovuto essere, proprio come se l’avessi avuta davanti agli occhi ancor prima di costruirne una’. E Steve: ‘Sì, proprio come io vedevo il Macintosh. Se avessi chiesto a qualcuno come avrebbe dovuto essere, non avrebbe saputo dirmelo. Un’indagine tra i consumatori non era semplicemente possibile. Ho dovuto pensarci io, farlo e poi mostrarlo alla gente’.
Entrambi possedevano questa capacità di, come dire… non di inventare un prodotto, ma di scoprirlo. Entrambi sostenevano che quei prodotti erano sempre esistiti, soltanto che nessuno era mai stato in grado di vederli prima di loro. La Polaroid e il Macintosh erano sempre esistiti, si trattava soltanto di scoprirli.

 Lo stesso Steve Jobs, intervistato nel 1996 dalla rivista Wired, disse:

Essere creativi significa soltanto sapere combinare le cose. Quando si chiede ai creativi come abbiano fatto a inventare una cosa, loro si sentono un pochino colpevoli perché non l’hanno davvero creata, hanno semplicemente visto qualcosa che gli è sembrato ovvio. Questo accade perché i creativi sono in grado di combinare ciò che hanno già vissuto e di ricavarne delle cose nuove. E la ragione per cui sono capaci di farlo è che hanno accumulato più esperienze o vi hanno riflettuto più a lungo rispetto alle altre persone… Sfortunatamente, si tratta di una merce molto rara. Troppa gente nel nostro settore non ha avuto esperienze diverse, così non ha abbastanza elementi da combinare e finisce con l’elaborare soluzioni lineari con una visione limitata dei problemi. Quanto più una persona conosce a fondo l’esperienza umana, tanto più produrrà progetti migliori.

Ora, io non so se Jobs e Land ne fossero a conoscenza, ma è degno di nota che il verbo inventare, che oggi significa proprio (cit. Zingarelli) «ideare e realizzare col proprio ingegno qualcosa di nuovo, di non esistente in precedenza», in origine aveva il significato opposto: deriva dal verbo latino invenio che significa “scoprire, trovare”, proprio nel senso in cui si trova un tesoro, qualcosa che già esiste, è lì, quiescente.
(piccola nota giuridica: un residuo di questo vecchio significato resiste nell’articolo 922 del codice civile, che definisce “invenzione” il ritrovamento di una cosa già proprietà di altri)

 

Così, distinto dal Creare divino, come la versione del Fare angelico che ci è propria, sta l’Inventare umano (“elfico”, avrebbe detto Tolkien, perché in questo i suoi elfi impersonano il lato migliore dell’umanità).
L’inventore non è colui che crea dal nulla. L’inventore è colui che scopre ciò che era coperto dall’ignoranza. E il più grande creativo è colui che non insegue le “dissonanze”, le chimere d’onnipotenza titanica, ma sa che la sua creatività è sub-creazione.
Perché nessun tema può essere eseguito senza che abbia la sua più remota fonte in Colui Che È Origine Di Tutte Le Cose.

Ci è stato dato un universo straordinariamente bello, costruito razionalmente, intellegibile secondo logica, pieno di tesori da scoprire e da ammirare.
Tutto ciò che è inventabile, tutto ciò che è esprimibile artisticamente, esiste già ora, invisibile agli occhi, visibile alla mente cioè al cuore.

Le meraviglie del possibile ci aspettano.

Le meraviglie del 2000


11 responses to “Le meraviglie del possibile

  • ago86

    Ciò che esiste in maniera confusa e indistinta viene portata ad una evidenza sempre più grande, finché non ti accorgi che è ciò che cercavi da sempre senza sapere a cosa stavi pensando. Anche lo scopo della filosofia è distinguere per portare a sempre maggiore chairezza concetti indistinti e confusi, finché non diventano intelleggibili e costruttivi. Ex umbris ad lucem (credo si scriva così).

  • anonimok

    Le tue osservazioni sono centrate e condivisibili, ma bisogna tenere in conto altri aspetti. Vado un po’ in disordine, visto il giorno e l’ora.

    Confermo per esperienza che le indagini tra utenti e consumatori servono a poco, a migliorare incrementalmente l’esistente, ma non ad inventare il nuovo. D’altronde, perché dovrebbero?
    Invece è fondamentale la disposizione ad osservare ed ascoltare utenti e consumatori, per capire che difficoltà possono incontrare e come attuarli, e questa disposizione inizia da sé stessi, smettendo i panni del professionista e mettendosi in altri. Questa disposizione non è comune, anzi, i professionisti più specializzati tendono ad escluderla deliberatamente dal proprio patrimonio di competenze.
    Lo ha sperimentato una conoscente architetto, che dopo aver iniziato ad occuparsi di edilizia per disabili mi ha confessato: “mi sono resa conto che quasi tutto quello che ho progettato finora e che progettano i miei colleghi è faticoso da vivere anche per persone normali.”
    Io stesso ho dovuto imporre una piccola, ovvia modifica ad un portale web, che ha portato di colpo a uan riduzione degli errori di input da parte degli utenti: per gli sviluppatori non era necessaria perché, a loro, la logica sottostante era evidente.

    Altro punto importante, dai miei trent’anni di esperienza di lavoro in gruppo, dagli studi universitari in poi, posso attestare che la scoperta, l’invenzione, l’intuizione risolutiva sono sempre PERSONALI e mai collettive. Magari si può avere la stessa folgorazione in due o tre, allo stesso momento, nella stessa riunione, ma poi tocca spiegarlo agli altri.
    Così come tutti ci siamo trovati le “palline” di Arctium attaccate ai vestiti dopo una passeggiata, ma solo Georges de Mestral ne ha inventato il Velcro. Da notare anche che Georges de Mestral non ha inventato tutto, ma solo il Velcro e che persone che non hanno inventato il Velcro hanno inventato altre cose.

    Altro punto importante, la differenza tra artigianato ed arte. L’artigiano è colui che conosce perfettamente tutte le regole del proprio mestiere che portano ad un prodotto di qualità, l’artista è colui che le sa violare in modo tale da rendere il prodotto perfetto.
    Tra i miei collaboratori ho qualche artigiano pedante, che spesso provoco spiegando che un buon artigiano sa fare telefoni e tablet in modo che sia facile impugnarli “al dritto”, e sa usare un accelerometro nella centralina ABS di un’auto. Magari il buon artigiano sa anche mettere un accelerometro dentro telefoni e tablet per verificare se hanno subito un urto che invalida la garanzia. Ma solo un’artista usa l’accelerometro in telefoni e tablet per far sì che siano “al dritto” comunque li si impugni.

    Ancora da tenere in conto nella nostra percezione dei processi creativi sono alcuni meccanismi psico-neurologici del pensiero. Noi siamo abituati ad associare alla parola “pensiero” l’idea del flusso di ragionamento cosciente e razionale. Tuttavia, la maggior parte dell’attività di elaborazione del nostro cervello è inconscia. Basti pensare a quante idee o soluzioni a problemi difficili ci si presentano al risveglio o ci si affacciano alla mente mentre pensavamo a tutt’altre cose. Solo dopo avviene la fase di comprensione e razionalizzazione dell’idea, che sembra nata da sé perché frutto di un lavoro cerebrale inconscio (ma osservabile con tecniche opportune).

    Infine, nel raffrontare il lavoro di chi crea un’opera d’arte con quello di chi crea un nuovo prodotto o strumento, non dobbiamo dimenticare che questi ultimi sono sviluppati secondo il principio funzionalista che “la forma segue la funzione”. Il che ricorda molto una caratteristica fondamentale dell’opera d’arte: che in essa forma e sostanza sono talmente permeate a vicenda da essere inseparabili. E in fondo è proprio questo che fa la bellezza dei corpi maschile e femminile, degli animali, degli uccelli, dei pesci, degli insetti, delle piante, di tutte le forme di vita: la perfezione artistica con cui la forma segue la funzione.
    Allo stesso modo, quando puoi condensare due pagine di istruzioni (non fa differenza che siano indirizzate a macchine o a esseri umani) in quattro righe perfette, a cui non puoi togliere altro e a cui non serve aggiungere nulla, tale perfezione, credimi, è bellezza, quell’essere così e non altrimenti ha la stessa necessità dell’opera d’arte. E così la percepiscono i competenti.

    Buon anno nuovo!

  • La nostra febbre « Seme di salute

    […] nell’arte. Però non posso dimenticare che la mia indole è un’altra, e mi impone di vivificare quel che ho dentro, che non è solo roba mia, anche all’esterno della mia psiche, dei miei […]

  • ClaudioLXXXI

    Ago86: sì, ma adesso non definiamo la filosofia un’arte, che già i filosofi se la tirano abbastanza!!!😀

    Anonimok, anzitutto complimenti: anche io spesso commento alle 6 e mezza del mattino, ma il primo gennaio…! :-O

    Ti ringrazio per le tue osservazioni basate sulla tua pluridecennale esperienza.
    Capisco e condivido quel che dici sull’importanza della “esperienza utente”, sull’individualità dell’intuizione (anche nelle mitiche differenziali di House, non si arriva mai a un ABBIAMO PENSATO, ma semmai ciascuno è occasione per l’intuizione di qualcun altro), e le altre cose.
    Però approfondirei meglio la relazione tra artigiano e arte. Perché limitare lo statuto di arte solo al “limite superiore”, all’individuo eccezionale che inventa nuove regole? Per me anche un buon prodotto d’artigianato, realizzato bene secondo i dettami di quello che si chiama appunto “stato dell’arte”, è arte, sebbene di rango meno eccelso. Secondo te questo vuol dire che ho una concezione troppo bassa dell’arte?

    Un’altra domanda, collegata alla precedente. Cosa pensi dell’identificazione sostanziale tra arte e tecnologia di cui parlavano Land e Jobs? Secondo te ha senso solo in qualche caso limitato (oggetti tecnologici che sono anche belli, per il principio funzionalista che descrivi) oppure è un discorso ampliabile in senso generale? Insomma pensi che forse in futuro si possa tornare a considerare le due parole come (quasi) sinonimi?

  • anonimok

    Peché arte e artigianato sono diversi? Perché la qualità del secondo è la riproducibilità, mentre la qualità della prima è l’irriproducibilità.
    La bravura di un artigiano si misura dalla capacità di essere costante nelle capacità raggiunte, così come le dimostra nelle sue “performance”: se una volta nella vita ha realizzato una buona pentola e tutte le altre che ha fatto fanno schifo, non è uno stagnaro ma un cane, la buona pentola gli è riuscita per caso, e non arà molti clienti.
    Per l’artista la questione è molto meno rilevante, perché ogni opera d’arte è un unicum che sta a se e vive di vita propria. Ci sono artisti che hanno prodotto un solo capolavoro e per il resto cose irrilevanti, e artisti che hanno prodotto diversi capolavori, ma questo sul livello artistico conta poco.
    Il problema della costanza dell’artista nasce quando si abbandona il punto di vista della contemplazione artistica e si abbraccia quello deprecabilissimo della critica, mentre il problema della costanza dell’artigiano è cruciale per la sua sopravvivenza e per la qualità della vita della società in cui opera.
    Visti anche i tuoi commenti sulla questione del genere, direi che purtroppo hai un concetto troppo basso dell’arte. L’artigiano fa genere, l’artista fa capolavori. Bene facevano i greci a non usare la stessa parola per due concetti così diversi e ad usare techne per l’artigianato.

    La questione dell’identificazione tra arte e tecnologia è assai complessa perché il legame tra le due è moltplice.
    Da un lato, ogni opera artistica non può prescindere dalla tecnologia, che si tratti di come si sfrega un archetto sulle corde di uno strumento, di come si descrive un paesaggio, del modo in cui si impastano i colori e dell’ordine in cui le pennellate sono stese sulla tela, delle tecnologie applicate in un’installazione artistica multimediale.
    Dall’altro lato, come ho scritto sopra, oggetti tecnologici sono in grado, per come si presentano all’utente o per la loro struttura interna (a chi è in grado di apprezzarla) di offrire emozioni estetiche.
    Però è necessario tenere conto di una differenza fondamentale tra arte e tecnologia, di nuovo legata alla questione della riproduzione. Se “Il geografo” di Vermeer è un capolavoro, non lo sono le sue riproduzioni, per quanto utili a far conoscere l’opera. Qualcosa di simile avviene con gli oggetti tecnologici: ogni tablet di un certo modello (è un esempio legato a Job, non uno spot pubblicitario) in sé non è e non può essere opera d’arte, può però essere considerato opera d’arte il progetto di quel modello di tablet, se combina funzioni e tecnologie in modo sufficientemente unico e perfetto, al di là dei singoli difetti ed imperfezioni che comunque presenti in ogni tablet fisicamente realizzato, diversi dall’uno all’altro.
    Non bisogna però dimenticare anche che la spinta verso una presunta convergenza di arte e tecnologia.non è puramente concettuale: in una società basata su produzione e commercio di massa c’è un forte interesse ad attribuire valore artistico ai prodotti in serie, per stimolarne il desiderio. Il che non è sorprendente, perché anche le opere d’arte hanno un valore utilitaristico (non foss’altro riempire quel muro vuoto) e perché tutti i grandi artisti vendevano per vivere. Però è da osservare che se molti dipingevano o componevano musica su commissione, ben pochi al paragone sono i Vermeer ed i Mozart che hanno retto la sfida del tempo. Ma il modello consumistico di cui sopra ha anche la sua contraddizione intrinseca: caratteristica del capolavoro è di reggere appunto la sfida del tempo (di essere sempre contemporaneo), mentre per vedere il nuovo iPhone hai bisogno che quello precedente non sia un capolavoro, e questo ad ogni ciclo innovativo.
    Bisogna anche osservare che come in ogni vero capolavoro osserviamo una coincidenza di forma e sostanza che è necessaria alla sua perfezione, così vi cogliamo una gratuità che trascende lo scopo utilitaristico immediato dell’opera. Io ho avuto per le mani oggetti tecnologici nei quali ho percepito questa perfezione e gratuità, ma anche molto ciarpame appena sufficiente alla sua funzione e a far guadagnare il costruttore.

  • Alberico Minucci

    Ciao Claudio, complimenti per il post e per il blog.
    In merito alla questione della identificazione sostanziale
    tra arte e tecnologia osserverei quanto segue.

    Il rapporto è certamente stretto, anzi inscindibile ma, a
    mio parere, non si tratta di identità. La tecnologia fornisce
    il metodo, quando l’opera trascende la sua fisicità (ottenuta
    con metodo) allora c’è, a mio avviso, arte.

    In altri termini l’arte è presenza di valore estetico, la tecnologia
    è presenza di valore pratico.I due atti sono in rapporto ed uniti,
    un pò come tutto del resto, nel, dal e per il valore.

    Se questo mio parere è condivisibile allora, forse, è possibile
    parlare di arte anche in presenza di un oggetto riprodotto
    artigianalmente o serialmente.

  • ClaudioLXXXI

    Anonimok: molto interessante. Non avevo pensato alla possibilità che il discorso di Jobs “oggetto artistico = tecnologico” potesse non essere così disinteressato. Anzi in effetti si inquadra benissimo nella strategia di marketing della Apple (come la trovo descritta nel libro) volta a fidelizzare i clienti al punto da vendere loro non solo degli oggetti, ma una vera e propria filosofia di vita, un insieme di simboli e valori in cui riconoscersi. La definizione di Guy Kawasaki come “Mac-evangelista” non è troppo esagerata.
    Continuo a essere in disaccordo con te sulla questione del genere artistico, che è valido a patto di non assolutizzarlo troppo, ma per il resto mi hai convinto, non si possono strettamente identificare arte e tecnica. È più corretto dire che sono due distinte facoltà sub-creative, che possono convergere in un unico oggetto, ma in sé hanno obiettivi diversi.

    Alberico, grazie per i complimenti.
    Penso che ad essere riproducibile, a rigore, sia l’oggetto artistico ma non l’arte in sé. Voglio dire, se gli elfi di Tolkien, per stare all’esempio originale del post, fanno dieci cotte d’argento che oltre a proteggere chi le indossa sono pure splendide (perché per loro l’oggetto pratico deve essere anche bello), allora tutte e dieci le cotte sono oggetti d’arte, ma il prodotto artistico è concettualmente unico e consiste nel “disegno”, il modello comune.
    Se io costruisco l’undicesima cotta seguendo fedelmente quel disegno, ho sì (ri)prodotto un oggetto artistico, ma non ho “fatto arte” nel senso di portare valore aggiunto artistico. A meno che non apporti delle modifiche mie personali al disegno.
    Penso però che si possa parlare, non di riproducibilità, ma di serialità artistica in un altro senso: quello dei prodotti artistici che sono composti da molte unità, valutabili singolarmente oltre che nel loro insieme ampio. Intendo dire serie televisive, fumetti, film / romanzi / racconti aventi appartenenti a una stessa linea tematica-narrativa…
    Per esempio, se uno guarda le puntate di “House MD”, può notare vari elementi ricorrenti – il cold open con la presentazione del paziente e della sua patologia, le diagnosi sbagliate, i problemi personali del paziente che interferiscono con la terapia, la stronzaggine di House e/o le vicende personali del team, eccetera – che ogni puntata declina in molteplici varianti. Oppure, i racconti di Sherlock Holmes, con i vari “topoi” come Holmes che deduce la biografia del suo cliente guardandogli i vestiti.
    (peraltro Holmes si presta benissimo al discorso seriale perché ha generato una mole immensa di apocrifi e adattamenti di tutti i tipi, anzi, in effetti House MD è esso stesso un adattamento alla lontana di Holmes)
    In questi casi l’arte seriale si muove in un delicato equilibrio tra la declinazione concreta del “topos” e la brutale ripetizione che, alla lunga, squalifica l’apporto artistico al prodotto.

  • youarethetruthnoti

    Senz’altro, a rigore, l’arte in sè non è riproducibile, forse potremmo dire che “si riproduce”. Vorrei chiarire meglio il senso del mio commento perchè trovo numerosi punti di contatto con il tuo.

    Tu dici “l’arte in sè non è riproducibile”, e sono d’accordo, ma a mio avviso vanno condotte alcune, importanti, distinzioni. Mi soffermerei sulla coppia di contenuti indicati con termini produrre e riprodurre.

    Con “produrre” siamo pienamente in uno spazio pervaso dall’arte, tant’è che, se non ricordo male, nell’antica Grecia era d’uso chiamare “arte” ogni attività di produzione, ogni “tecnica” atta a guidare i passaggi da forma a forma.

    Intesa nel modo “antico” l’arte è, a mio parere, del tutto riproducibile, nel senso che la “tecnica” è, nella sua forma compiuta, un atto necessariamente riproducibile.

    Rifacendomi al tuo esempio delle cotte elfiche (avvertiamo gli eventuali lettori che non stiamo parlando delle vicissitudini affettive degli elfi) direi che la bellezza delle dieci, o enne, cotte è tale grazie all’unione della concezione del disegno, all’eidos, e della tecnica.

    L’eidos e’ unico e come tale non è riproducibile, tuttavia è imitabile, attraverso la tecnica, nella materia. L’oggetto compiuto riassume in sè l’unicità dell’idea e la riproducibilità della tecnica.

    In altri termini: la tua distinzione di prodotti artistici composti da molte unità, diaciamo (anche se il termine non mi soddisfa appieno) multimediali, per me invece è già operante nel prodotto artistico più “diretto”, o meno mediato, quale può essere una scultura o un dipinto. Questo perchè, a mio avviso, un’opera artistica per quanto unica nella sua immediatezza è sempre l’unione di idea e tecnica.

    Ecco che per me “riproducibilità” e “serialità” sono sinonimi ed a tutti gli effetti delle proprietà che appartengono alla sfera dell’arte in quanto “tecnica” o “canone”. Ovviamente non possono sostituire, e quindi non si identificano, con l’atto creativo (secondo) dell’artista.

    Arrivati a questo punto però devo dire che la riflessione è stata condotta senza considerare il ruolo del fruitore dell’opera, non lo faccio perchè dilungherei troppo il commento, accenno solo al fatto che il fruitore è un elemento che partecipa alla ri-producibilità dell’arte.

    Grazie

    Ciao

    A.

  • ClaudioLXXXI

    Sono d’accordo con te sull’unione necessaria tra l’idea (anzi l’eidos, alla greca) e la tecnica. Anzi è il caso di osservare che il dramma dell’arte moderna (anzi postmoderna, insomma contemporanea), cui alludevo nel post, è proprio quello di aver eliminato la necessità della tecnica e ridotto l’arte ad una pura idea soggettivistica per cui “se a me piace, è arte”.
    Una volta sono andato al Tate Modern Art Museum e sono rimasto orrificato dalle opere in esposizione: mattonelle sul pavimento, singole pennellate su tele bianche, e così via. Non che fossero tutte così, ma quelle che lo erano avevano lo stesso “diritto di cittadinanza” nel museo di un quadro o una scultura realizzati alla vecchia maniera (dove per vecchia maniera intendo anche l’arte moderna, anche un Picasso o un Klee, ma insomma qualcosa che per farlo almeno bisogna saper disegnare o scolpire). Era il caos soggettivistico, il trionfo del “così è se vi pare”.
    A un certo punto – e questo, lo giuro, NON è un aneddoto inventato – ho visto quello che sembrava un ascensore guasto, e vicino c’era una targhetta con la biografia in inglese di un artista, e non riuscivo a capire se la targhetta si riferiva all’ascensore o a qualcos’altro, insomma non sapevo se quello era un vero ascensore del museo temporaneamente fuori uso oppure fosse un’opera d’arte che simulava un ascensore guasto. Sono andato a chiedere a un commesso e quello mi ha risposto che beh, in effetti era proprio un ascensore del museo temporaneamente guasto, ma se io volevo, poteva anche essere un’opera d’arte, se quella era la mia opinione.
    Spero che stesse scherzando, ma temo di no.

    Mi ribello a questo concezione dell’arte, anche senza arrivare agli estremi della merda d’artista di Piero Manzoni (quello che ha messo i suoi escrementi in scatola e li ha venduti come opere artistiche) mi rifiuto di considerare arte un quadratino rosso su una tela bianca. Manca del tutto la tecnica, l’abilità artistica, un’abilità che necessariamente non è alla portata di chiunque ma richiede talento e impegno. Il quadratino rosso non richiede alcuna abilità, è solo un’idea “uh, fico, adesso prendo una matita colorata e in cinque minuti faccio un quadrato”; una volta avuta l’idea, anche il più cane dei disegnatori potrebbe riprodurla, e la copia sarebbe indistinguibile dall’originale.
    Ecco che, tolta di mezzo la tecnica, anche l’eidos, l’idea, si perde. Non esiste più alcun criterio oggettivo per distinguere ciò che è arte da ciò che non lo è. Infatti il vero soggetto artistico non è più colui ha realizzato l’opera, ma il critico che “decide” che la tal cosa è o non è arte. Un pubblico che applaude a prescindere si trova sempre.

    Buona giornata

  • youarethetruthnoti

    Dicesi “arte concettuale”. La mia opinione è che una tale “concezione” coincide, anzi si sovrappongono a vicenda, con certe derive della filosofia.

    Ritengo che ogni nostra attività quando provoca in noi una “presa di coscienza” si relaziona necessariamente con la dimensione filosofica.

    Con questo non voglio dire che l’arte è filosofia, e di conseguenza che l’artista sia filosofo, osservo invece che ogni conoscenza intenzionale tende, per questa sua natura, ad essere in rapporto con la filosofia; destinata, se così si può dire, ad essere coniugata con la filosofia.

    (necessariamente, aggiungerei, dato che il Bene, il Vero, ed il Bello sono le perfezioni pure dell’Essere)

    Ora, quel che penso accada è che fino a quando si ha una filosofia forte, consapevole di sè, il rapporto arte-conoscenza è fruttuoso,

    Quando si diffonde una filosofia debole, che problematicizza radicalmente la sua essenza fino a fare della problematica il suo oggetto formale, quando il suo metodo si fonda unicamente, ed arbitrariamente, in una pura critica teoretica affermando l’impossibilità per la conoscenza di apprendere la verità, ne consegue che tutti gli atti che giovano del rapporto con la filosofia subiscono una precipitazione dall’essenziale al concettuale — il quale abortito l’essenziale diventa concettualismo, perdendo così quel rapporto-limite che li vivificava, sostituito da una sorta di pseudofilosofia chiusa in sè.

    Questo è particolarmente evidente nel postmodernismo, ma non è del tutto una novità sotto il sole, già ai tempi dei sofisti si aveva lo stesso fenomeno, tuttavia i sofisti di allora non dubitavano della forza della filosofia e non si sognavano neppure nei peggiori incubi di insegnare che il loro prodotto non era vero.

    Quindi sono del tutto d’accordo con te. La tecnica non è solo un’attività materiale, quello è il suo aspetto finale, la sua essenza è intellettiva (tecno-logia), consegue dal rapporto con l’oggetto-idea-eidos che è sempre un rapporto con la realta’ intelliggibile, che è veramente conoscenza oggettiva.

    Regards

  • ClaudioLXXXI

    Grazie a te per l’interessante discussione

Ciao. Se vuoi commentare, accomodati. Non c'è bisogno di nome o e-mail, non c'è approvazione preventiva, no censura. Hai il libero arbitrio e io lo rispetto, anche se potresti usarlo male. Ricorda però che la libertà implica la responsabilità. Se sei un troll, ignorerò i tuoi commenti - a meno che tu non faccia un flood. Se pensi che quel che dico è sbagliato, fammelo notare. Attenzione però, perchè chiunque tu sia, se non sei d'accordo con me, proverò a convincerti del contrario. Qui il dialogo non sono belle chiacchiere per scambiarsi "secondo me" e sentirsi più buoni e tolleranti: qui il dialogo serve a cercare, trovare, amare la Verità.

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