Frasi perfette

Rifiutando di credere quello che si ritiene impossibile, si cade nell’inverosimile.

Andrè Frossard

 

Una volta eliminato l’impossibile, ciò che resta, per quanto improbabile, deve essere la verità.

 Sherlock Holmes


20 responses to “Frasi perfette

  • Anonimo

    Ci sta bene anche Chesterton:

    “”I can believe in the impossible, but not the improbable”
    (da Il miracolo di Moon Crescent, mi sembra)

    Complimenti per il blog!

    Davide

  • ClaudioLXXXI

    grazie!

    La prima frase è tratta dal libro di Frossars “Dio. Le domande dell’uomo” che sto leggendo in questi giorni. Mi è piaciuta moltissimo ed è azzeccatissima per descrivere l’atteggiamento di quegli atei diversamente credenti, nel senso che, per respingere l’ipotesi soprannaturale a cui hanno già deciso di non credere, credono a qualsiasi altra teoria per quanto assurda possa sembrare.

    La seconda è di Arthur Conan Doyle, che la fa pronunciare a Sherlock Holmes nel Segno dei quattro, nei suoi famosi ragionamenti deduttivi (in realtà si dice abduttivi, ma vabbè).

    Le due frasi mi sembrano l’una l’ombra dell’altra, complementari.
    Ovviamente ci sta anche la frase di Chesterton (Padre Brown, ovviamente).

    Sarebbe interessante riflettere sulle diverse accezioni – se sono così diverse – delle parole impossibile, improbabile, inverosimile così come sono usate in queste frasi.

  • IlCensore

    La prima frase mi pare completamente sbagliata: se si ritiene qualcosa impossibile, è doveroso scartarla, in quanto “impossibile” significa “che non ha nessuna possibilità di essere vera” (per esempio, pescare un Jack di fiori da un mazzo di carte napoletane). Poi, ovviamente, è possibile che ciò che riteniamo “impossibile” sia invece “possibile”, ma questo è un altro discorso.

    La frase di Holmes (Doyle) è invece azzeccata: se si ha un insieme esaustivo di possibili spiegazioni di un fenomeno, una volta “scartate quelle impossibili” (che significa scartate quelle che non corrispondono agli indizi che abbiamo), l’unica rimasta, per quanto improbabile (non dice “impossibile”, ovviamente) sarà quella vera. Naturalmente Holmes “vive” in un mondo creato da Doyle, per cui è possibile avere un numero limitato di spiegazioni e di scartarle tutte tranne una, ma il principio di base mi pare condivisibile.

    Infine, anche questa frase di Chesterton conferma l’impressione che ho di questo autore: estremamente sopravvalutato come scrittore di aforismi.

    Mi piace l’idea di riflettere sui significati dati a “impossibile”, “improbabile”, “inverosimile”. Per me “impossibile” significa “a probabilità zero di verificarsi”, “improbabile” “a probabilità molto bassa di verificarsi”, mentre “inverosimile” è sinonimo di “improbabile”, ma lo uso preferibilmente quando parlo della stima di probabilità che un evento si sia verificato.

  • Anonimo

    Veramente ci sono un sacco di eventi a probabilità zero che sono possibili: tutte le volte che osservo una realizzazione da una variabile aleatoria continua, l’evento osservato ha probabilità zero (prima dell’esperimento) . Pensa ad esempio se si lancia una freccetta a caso (e con a caso qui intendo una probabilità uniforme) sul bersaglio. La probabilità che la freccetta cada su un punto specifico è zero per ogni punto (questo perché la probabilità deve essere uguale per tutti i punti e l’integrale sull’area deve essere finito, quindi la probabilità di ogni punto deve essere zero), ma evidentemente da qualche parte la freccetta cadrà: ecco realizzato un evento a probabilità zero.

    Però, a parte la mia puntigliosità da statistico, la questione centrale di queste citazioni è un’altra: su quali basi abbiamo deciso che una cosa è impossibile? Se consideriamo qualcosa di impossibile perché è al di là della nostra esperienza, può essere semplicemente che la nostra esperienza sia troppo limitata. Detto in un altro modo, adattiamo la nostra teoria ai fatti o i fatti alla nostra teoria?

    Davide

  • IlCensore

    Ciao Davide,

    sì, hai ragione da vendere sulla questione della probabilità zero nel caso delle variabili continue, però come vedi si tratta di un caso particolare.

    Sono inoltre d’accordo con te quando dici che “se consideriamo qualcosa di impossibile perché è al di là della nostra esperienza, può essere semplicemente che la nostra esperienza sia troppo limitata”; quando parlo di “impossibilità” mi riferisco a situazioni come quella del “pescare un Jack di fiori da un mazzo di carte napoletane” o situazioni che vanno contro la logica.

    Qualche tempo fa ho scritto un articolo che parlava della risurrezione di Gesù e della sua verosimiglianza sulla base della testimonianza degli apostoli, e nel corso del ragionamento serviva stimare la probabilità che un essere umano risorga. Non siamo a conoscenza di alcun essere umano risorto (ad eccezione del caso in esame, Gesù), ne sappiamo in che modo ciò potrebbe avvenire, ma la probabilità di tale evento non è zero, in quanto in linea teorica non ci sono motivi logici per i quali un essere umano sarebbe impossibilitato a risorgere. Per tale motivo ho scelto di stimare il limite superiore di tale probabilità di risurrezione come uno sul numero totale di esseri umani esistiti sulla terra (circa cento miliardi).

    Questo per dire che sono d’accordo con te quando dici che bisogna adattare le teorie ai fatti.

  • youarethetruthnoti

    “impossibile”: dimensione ontologica-metafisica.
    “improbabile”: dimensione contingente.
    “inverosimile”: dimensione razionale.

    Se si crede impossibile il possibile a livello ontologico si ha un errore a livello logico e dunque una inverosimilità.

    L’impossibilità verificata è ontologica, razionalmente è verità non contingente e quindi non soggetta a probabilità, non “provabile”.

    Ciao!

  • ClaudioLXXXI

    Censore, il senso della prima frase è precisamente che dobbiamo essere pronti, se è il caso, a correggere la nostra idea di impossibile. Altrimenti, per non voler essere umili, diventiamo umiliati.
    Grazie del commento, ma sinceramente, essendomi sparato tutta la tua discussione da Berlicche qui e qui, so già come la vedi e so già che non cambi idea di fronte a niente, perciò, scusami tanto, non ho particolare voglia di iniziare con te una discussione tendenzialmente lunghissima e probabilmente inutile.
    Ergo, stammi bene🙂

    Davide: questa mi sorprende davvero. Da profano matematico, con nozioni molto vaghe di cos’è un integrale, tendo a pensare che, dato un certo set di regole, un evento di probabilità zero non può verificarsi (se poi chi ha fatto le regole le cambia, è un altro discorso)
    Ma sei sicuro che ad essere zero sia la probabilità e non piuttosto la predicibilità?
    (oh, magari è una domanda stupida, però chiedo)

    You are the truth: cioè, spiegato in termini più chiari? °_°

  • IlCensore

    Liberissimo di non volermi rispondere, ma mi permetta una replica.

    “Impossibile” significa che ha probabilità zero di verificarsi. Questo significa che nessuna prova sarà sufficiente a farti cambiare idea sulla sua verosimiglianza (zero per un numero qualunque fa zero), dunque se la probabilità che qualcosa sia vera è zero, nessuna prova è sufficiente. Per questo motivo la prima frase è senza senso: se qualcosa è “impossibile” (e nota che non ho scritto “se pensiamo che qualcosa sia impossibile”, ma proprio “se quella cosa è impossibile”) rifiutarsi di credervi non solo è verosimile, ma è l’unica cosa razionale da farsi. Altro discorso è se riteniamo qualcosa impossibile ma i fatti ci smentiscono: dobbiamo allora cambiare la nostra stima della probabilità di quell’evento, ma tale probabilità di per sé non cambia.

    Quanto a Berlicche, mancava una lettera nella sua frase per essere corretta: di fronte al niente non cambio idea. È per questo che le argomentazioni di Berlicche non mi hanno fatto cambiare idea, perché quelle argomentazioni erano speciose; magari ho torto, ma quei ragionamenti non lo dimostravano.

    Buone cose.

  • shostakovich

    Davide,

    Veramente ci sono un sacco di eventi a probabilità zero che sono possibili: tutte le volte che osservo una realizzazione da una variabile aleatoria continua, l’evento osservato ha probabilità zero (prima dell’esperimento)

    E’ senz’altro vero se ci limitamo alle condizioni teoriche, ovvero che l’insieme delle variabili sia continuo. Ma per dire che si tratta di una “realizzazione” è necessario che anche le condizioni fisiche (parliamo di esperimenti, di fenomeni fisici) corrispondano a quelle teoriche, ovvero che vi siano condizioni di effettiva continuità nel mondo.

    L’esempio della freccetta e del bersaglio, per esempio, non ha proprio quelle caratteristiche per poter concludere che ci troviamo di fronte a un esito con probabilità a priori zero (o impossibile): la superficie del bersaglio è di fatto discontinua, non perché è realizzata in modo imperfetto, ma perchè discontinua è la struttura della materia. Se immaginiamo, per semplicità, il bersaglio come uno strato piano e monoatomico di un certo materiale (es. rame), anche il bersaglio realizzato con la massima cura non sarà comunque una superficie continua – cioè i punti fisici non sono tutti equivalenti ed equiprobabili per quanto riguarda l’interazione freccetta-bersaglio – ma a struttura discreta, corrispondente al reticolo cristallino del rame; anche la punta della freccetta non è effettivamente puntiforme (nel senso geometrico) e non ha continuità per le sue dimensioni: la punta non sarà comunque più piccola del raggio atomico (che è una misura fissa e discreta) del metallo con cui è forgiata.

    Affinché il discorso dell’evento impossibile a priori che si realizza abbia un significato fisico (ovvero, che esistano davvero eventi impossibili che si realizzano), è necessario che le condizioni siano appunto continue. Per quanto riguarda la materia, le onde elettromagnetiche, le energie ecc. questa continuità è smentita dalla fisica quantistica.
    Resta la spazio-tempo: che esso sia davvero continuo è ancora questione di dibattito e diverse teorie fisiche moderne lo contemplano come una struttura discreta e granulare, col noto limite della lunghezza di Planck. Se così è, una superficie reale non è come una superficie geometrica continua di punti adimensionali, per cui trattarla come un’insieme di variabili continue, con ciascun esito a probabilità a priori nulla, è solo una questione di comodità; se così è, non si può dire che l’impossibile si realizzi davvero, si è chiamato impossibile una cosa in verità ha una probabilità a priori non nulla.

  • Anonimo

    Quanta carne al fuoco, cerco di rispondere per quanto possibile:

    @sostakovich

    hai ragione, il mio esempio era semplificato e non voleva descrivere la fisica dell’universo, era solo per spiegare il concetto di probabilità zero diverso da impossibilità di accadere. Tu proponi di mantenere questa equivalenza e invece abbandonare tutte le variabili continue perché non fisiche… non lo so, mi sembra un po’ una forzatura, mi sembra più semplice accettare il fatto che un evento sia possibile ma abbia probabilità zero. Tutto dipende dal concetto di probabilità che abbiamo in mente, visto che ci sono due secoli di discussione su questo non credo che la affronterò qui…

    @ Il Censore

    Non ho ben capito se siamo d’accordo, perché dici di adattare le teorie ai fatti (e su questo sono d’accordo) ma poi parli di una impossibilità a priori che nessun fatto può smentire.. Questa conoscenza da dove ci è venuta?

    @ Claudio

    No, è proprio la probabilità. Cerco di spiegarmi con un linguaggio un po’ grezzo, gli esperti non mi facciano le pulci.. Immagina di avere un insieme molto grande di possibili esiti di un evento, pensa ad esempio ad un dado con moltissime facce. Ciascuna faccia avrà probabilità molto bassa di uscire, perché sono tante! Se il numero di facce diventa infinito, la probabilità diventa zero… Però se lanci il dado, una di queste sicuramente uscirà.. ed ecco avvenuto un evento a probabilità zero.

    Come dicevo prima, la chiave di tutto è l’interpretazione della probabilità. E’ una questione molto dibattuta, ma ci sono due scuole di pensiero che vanno per la maggiore:

    1) Interpretazione frequentista: la probabilità è il limite delle frequenze quando ripeto l’esperimento infinite volte.

    2) Interpretazione soggettivista: la probabilità è una misura della convinzione soggettiva dello sperimentatore.

    Adesso devo scappare, se riesco tornerò sull’argomento nei prossimi giorni, comunque su wikipedia trovi spiegate queste cose meglio di come possa fare io…

    Davide

  • ClaudioLXXXI

    Scusa Davide, ma se il numero di facce del dado è infinito, la probabilità dovrebbe essere un infinitesimo, non zero.
    Mi rendo conto che il concetto di infinito è già complicato di suo (ho letto il libro di David Foster Wallace ma ne avrò capito un quinto), ma almeno

    1/∞ > 0

    lo davo per acquisito.

  • shostakovich

    Davide,

    Tu proponi di mantenere questa equivalenza e invece abbandonare tutte le variabili continue perché non fisiche… non lo so, mi sembra un po’ una forzatura, mi sembra più semplice accettare il fatto che un evento sia possibile ma abbia probabilità zero.

    No, aspetta, dico che è comodo e utile trattare certe condizioni fisiche che non sono continue assumendo per semplicità che invece lo siano (per cui una trattazione con variabili continue non va abbandonata!), ma dico anche che bisogna dire esplicitamente che è il modello statistico preso in considerazione ad assumere la continuità e che essa non è necessariamente un dato fisico reale del fenomeno preso in considerazione: in questo caso non si può concludere che un evento che ha fisicamente probabilità a priori zero si realizza. E’ una questione più filosofica che matematica.

    Tutto dipende dal concetto di probabilità che abbiamo in mente, visto che ci sono due secoli di discussione su questo non credo che la affronterò qui…

    Sono senz’altro d’accordo.

    Claudio,

    ma almeno

    1/∞ > 0

    lo davo per acquisito.

    Be’, no: lim(x → ∞) 1/x = 0.

  • youarethetruthnoti

    Effettivamente spesso risulto troppo “striminzito”🙂 Probabilmente(!) non sarò chiaro, ma spero di “alimentare” in qualche modo la riflessione.

    L’affermazione di impossibilità implica l’assoluta certezza.

    L’assoluta certezza è un grado gnoseologico che è… possibile
    solo nella dimensione metafisica della realtà perchè in essa le cose sono eterne.

    Infatti solo se ho una certa conoscenza della cosa in sè, e quindi della sua essenzialità (dunque della sua partecipazione all’eidos), posso apprenderne la possibilità e da qui affermare l’impossibilità di altre cose.

    Esempio: i principi.

    Conoscendo l’essere in sè conosciamo la realtà del principio di non contraddizione. Per questo dico che con il termine “impossibile” siamo nel campo ontologico.

    Dei tre termini questo per me è l’unico che è direttamente conosciuto, difatti noi conosciamo direttamente ciò che è possibile ed in quanto conosciuto è “impossibile” che non sia. Non esiste, e quindi non può essere conosciuta, la negazione radicale.

    Quando invece trattiamo le cose dal punto di vista contingente allora stiamo “valutando” la realtà di una nostra conoscenza. Se la valutazione è condotta con i metodi della scienza sulla forma fisica parliamo di probabilità, se la valutazione è frutto di una argomentazione razionale sulla forma logica allora parliamo di verosimiglianza.

    Ora provo ad “applicare” questa riflessione alle frasi del post.

    “Rifiutare di credere a quello che si ritiene impossibile” vuol dire credere che non ci sia alcuna possibilità di essere per un ente. Ciò vuol dire negare l’essere di un ente. Tuttavia possiamo negare l’essere di un ente se e solo se tale ente è posto teoreticamente come esistente, solo così posso rilevare la sua effettiva impossibilità. Se l’essere teoretico non presenta impossibilità ne consegue che il mio crederlo impossibile non è vero, non è verosimile e di conseguenza cado nell’inverosimile.

    Per quanto riguarda SH. Tolta l’impossibilità resta la possibilità. Più la possibilità si colloca metafisicamente meno è probabile contingentemente, per questo Dio, l’ente metafisicamente perfetto, è Verità. Rimanendo al nostro livello🙂 osserviamo che molti stati di fatto, ad esempio le motivazioni, non sono probabili, nel senso che la loro possibilità non è “osservabile” come probabilità.

  • IlCensore

    @Davide: “poi parli di una impossibilità a priori che nessun fatto può smentire.. Questa conoscenza da dove ci è venuta?”

    Dalla logica. Come ho detto precedentemente, la probabilità di pescare un jack di fiori da un mazzo di carte napoletane è zero, e nessuna testimonianza a favore potrà cambiare tale probabilità (ovviamente è possibile che tra le carte napoletane fosse stata inserita proprio quel jack di fiori, ma allora non era un “mazzo di carte napoletane”).

  • shostakovich

    youarethetruthi,

    Infatti solo se ho una certa conoscenza della cosa in sè, e quindi della sua essenzialità (dunque della sua partecipazione all’eidos), posso apprenderne la possibilità e da qui affermare l’impossibilità di altre cose. […] Più la possibilità si colloca metafisicamente meno è probabile contingentemente, per questo Dio, l’ente metafisicamente perfetto, è Verità.

    Questo però genera dei problemi:

    1) La conoscenza della cosa in sé (“certa” nel senso di certezza o di una qualche?) è raggiungibile effettivamente?
    2) La deducibilità (interna al sistema) degli asserti metafisici può garantire la coerenza ma non è un criterio di verità fuori del sistema. Se qualcuno pretendesse che un sistema metafisico abbia valore assoluto e non sia solo il prodotto logico di una serie di assiomi appositamente scelti, come se ne mostra l’assolutezza?
    3) Metafisiche diverse, individualmente coerenti ma contradditorie fra loro, sono entrambe Verità, essendo lontane dalla probabilità contingente?

  • youarethetruthnoti

    @shostakovich

    Si, sono convinto che la conoscenza della cosa in sè è raggiungibile.

    E’ chiaro che “conoscenza della cosa in sè” non vuol dire un sapere esaustivo, esauriente per ogni aspetto di tutto ciò che è. Altrettanto chiaro che il nostro intelletto acquisisce cognizione essenziale a seconda del tipo di oggetto che gli si presenta.

    Nondimeno, mi sento di affermare, noi cogliamo aspetti essenziali — nb: essenziale — delle cose, e quindi cogliamo “la cosa in sè”. Che poi questo questo cogliere necessiti di chiarificazione, della distinzione da “interferenze” o dalla inintelligibilità del contingente, è un altro discorso.

    In merito alla questione del sistema: è da vedere se la filosofia, e quindi la metafisica, costruiscano sistemi oppure agiscano sistematicamente, sono due atti del tutto diversi.

    “Agire sistematicamente” per me non è “seguire un sistema” ma costantemente ritornare al datum originale per comparalo ala conoscenza ottenuta.

    Infatti, per quanto ci siano persone che sostengono esserci, non esiste un “sistema metafisico” perchè la metafisica è una conoscenza di tipo filosofico, non è una conoscenza di prassi, ne consegue che non è legata ad un sistema costruito ma alla realtà (vogliamo forse “colpevolizzare” la realtà perchè presenta un ordine conoscibile?).

    Quindi respingo l’identificazione della metafisica con un sistema, allo stesso modo respingo l’identificazione della metafisica con una serie di assiomi appositamente scelti (il che, a ben vedere, si offre facilmente ad essere un sistema).

    Tra ogni metafisica reale non avremo mai contraddizioni reali, le contraddizioni reali le puoi trovare, non solo “tra” ma in nuce, nelle “metafisiche” dell’idealismo trascendentale.

    Infine, l’oggetto della metafisica, e la sua implicita tendenza a non essere un sistema, è tale che ritengo del tutto “naturale” l’esistenza di metafisiche diverse. Ovviamente la metafisica non prescinde dall’uomo che l’attua, resta da vedere se le contraddizioni sono reali o solo apparenti, magari una metafisica (sempre che sia tale) esprime un giudizio non corretto o incompleto.

    Con ciò non pretendo di aver eliminato le difficoltà della metafisica, però per quanti problemi si possono incontrare, parafrasando grossolanamente Newman, questi non possono mettere in dubbio la realtà in cui, da cui e per cui quei problemi sorgono. Ergo, ritengo che la conoscenza della cosa in sè non solo non è impossibile: è necessaria. Impossibile è avere conoscenza senza alcuna cognizione essenziale.

  • shostakovich

    youarethetruthi, grazie per aver risposto. Condivido a grandi linee la professione di realismo che mi pare sia sottesa al tuo discorso, anche se sul resto ho alcune perplessità, ma transeat.
    Tralasciando per il momento la questione se una metafisica debba avere una struttura formale, alle corte, la facoltà di una metafisica di poter identificare l’impossibile (ovvero affermare l’impossibilità di qualcosa) dovrebbe equivalere, anche se non in modo puntuale, alla facoltà di un sistema formale, come può esserlo la geometria euclidea, di dimostrare la verità o la falsità di un teorema. Se della geometria euclidea riesco a comprenderne il metodo e i limiti, nella metafisica (o meglio, in una metafisica che si vuole assoluta) non riesco vedervi quelle garanzie (metodologiche, strutturali, formali ecc.) che ritengo le siano indispensabili per poter sostenere che la sua conoscenza della cosa in sé sia giustificata. In altre parole, il suo obiettivo è troppo indefinito perché riesca a raggiungerlo e possa dire davvero di averlo raggiunto.

  • ago86

    Il padre Brown è un cattolico che prende in giro il modo di pensare meccanico dei protestanti e il libro è fondamentalmente un’apologia della Chiesa Romana contro la Chiesa Anglicana. Sherlock Holmes è il poliziotto “protestante” che trova il bandolo di una matassa criminale partendo dall’esterno, basandosi sulla scienza, sul metodo sperimentale, sull’induzione.

    Padre Brown è il prete cattolico, che attraverso le raffinate esperienze psicologiche date dalla confessione e dal lavorio di casistica morale dei padri, pur senza trascurare la scienza e l’esperienza, ma basandosi specialmente sulla deduzione e sull’introspezione, batte Sherlock Holmes in pieno, lo fa apparire un ragazzetto pretenzioso, ne mostra l’angustia e la meschinità.

    D’altra parte Chesterton è grande artista, mentre Conan Doyle era un mediocre scrittore, anche se fatto baronetto per meriti letterari; perciò in Chesterton c’è un distacco stilistico tra il contenuto, l’intrigo poliziesco e la forma, quindi una sottile ironia verso la materia trattata che rende più gustosi i racconti.

    Antonio GRAMSCI – Lettere dal carcere.

  • shostakovich

    D’altra parte, è cosa nota che il comunista è più prete del prete. : D

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