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Morale naturale for dummies (ivi incluso Paolo Flores d’Arcais).
Provo a spiegare in modo basilare e comprensibile che il bene oggettivo esiste; per fare ciò userò un esempio preso da LOST, la mia serie tv preferita.

(per inciso LOST è un capolavoro perché ha portato in tv la filosofia come genere narrativo, ma questo è un mio opinabile punto di vista e un discorso a parte; se non siete d’accordo, continuate pure)

Supponete che vi capiti di entrare in possesso di una scatola da cui dipende il destino dell’universo. Per comodità narrativa facciamo che la scatola è stata inventata da uno scienziato pazzo vostro amico – quel tipo di scienziato pazzo che quando va al bagno inventa il flusso canalizzatore per viaggiare nel tempo, quel tipo di scienziato pazzo delle cui capacità non dubitate affatto – che per bizzarri motivi vi affida la scatola scongiurandovi di farne saggio uso.
Il funzionamento della scatola è semplice. C’è un bottone che deve essere periodicamente premuto. Non è necessario che sia una periodicità di 108 minuti; per semplificare le cose ipotizziamo che sia un compito che non richiede alcun sacrificio. Se si preme l’interruttore, il mondo va tranquillamente avanti come ha sempre fatto. Se non si preme l’interruttore, parte una reazione a catena che provoca L’ANNICHILIMENTO DELL’UNIVERSO. Una specie di Big Bang inverso e istantaneo. Finisce tutto, non resta letteralmente più niente, nulla, zero, insieme vuoto, Ø, [   ].
Chiaramente la premessa richiede una certa dose di sospensione d’incredulità, ma fatela questa sospensione, perché qui non interessa la verosimiglianza tecnica della cosa – che peraltro è fantascientifica ma non necessariamente impossibile, o almeno non possiamo escluderlo a priori – ma piuttosto le implicazioni morali della stessa.
Allora insomma bisogna decidere, premere o non premere il bottone.
Domande:

  1. Cosa fate?
  2. Perché lo fate?
  3. Cosa è giusto fare?

 Andiamo oltre. Supponiamo che lo scienziato abbia affidato non a voi soli la scatola, ma a voi e un amico vostro. Ed ecco che, quando si arriva al dunque, l’amico se ne esce dicendo che no, lui il bottone non vuole premerlo. Non spiega perché, ma vuole che il mondo finisca, vuole che tutto smetta di essere. Qualcuno non è d’accordo? E chi se ne frega.
Piglia la scatola e scappa, per evitare che possiate premere il bottone.
Che fate, gli correte appresso?

L’esempio è estremo, ma l’intellettualismo postmoderno è arrivato a un tale punto di impazzimento che servono esempi estremi. Questo ci pone di fronte a un’alternativa infinitamente amletica: o l’essere o il niente, tertium non datur.

E dunque ditemi, cari lettori: vi passa seriamente per la capa di dire che le due opzioni – premere o non premere il bottone – sono oggettivamente indifferenti? Che l’una vale l’altra? Che è una questione di giudizio soggettivo, esclusivamente radicato nella “coscienza” autonoma e nella libera scelta del soggetto agente? Che non c’è nessun intrinseco “questo è meglio di quello”? Che se l’universo, le cose che sono, gli enti tutti quanti, la res cogitans e la res extensa, le sostanze gli accidenti e li mortacci tua, se essi potessero in qualche modo impersonificarsi per un istante e prendere parola, ci direbbero…?
ma sì, che ce frega, pigialo oppure non pigiarlo ‘sto bottone del cavolo: per noi è la stessa cosa!

Insomma: si può dire che da questo FATTO – l’universo è, le cose sono, noi esistiamo o quantomeno cogitiamo di esistere, e quello che è continua ad essere – non si può in alcun modo ricavare un qualche minimo VALORE di preferenza di un’opzione rispetto all’altra ?

 Presumo che una nutrita schiera di lettori – cattolici, teisti razionali, atei, vattelapesca – avrà già raggiunto la conclusione che SI DEVE premere quel fottuto interruttore. Che È MEGLIO rincorrere quello stronzo che se l’è data a gambe (qualcuno dalla regia aggiunge: dargli pure un fracco di botte) ed evitare che l’universo sprofondi nel nulla cosmico, e noi con esso.

 Invece i soggettivisti radicali, se volessero essere coerenti con i loro assiomi, dovrebbero rispondere sì a tutte quelle domande: perché secondo loro dal fatto (ciò che è) non si può dedurre l’etica (ciò che deve essere). Le cose che sono, “sono” e basta. Non esiste una natura che ci “dica” di fare qualcosa o di essere in un modo invece che in un altro: tutto ciò che esiste è già naturale di suo, “naturale” diventa parola priva di confini, dunque priva di significato. Al soggettivista radicale piace tanto un’espressione: “fallacia naturalistica”. Questa fallacia si ha quando da una descrizione si passa indebitamente ad una prescrizione. Esempio banale di fallacia naturalistica:

  1. Ci sono esseri umani che hanno la pelle chiara.
  2. Gli esseri umani devono avere la pelle chiara.
  3. Chi non ha la pelle chiara, non è un essere umano.

Purtroppo, il soggettivista radicale fa ampio abuso della fallacia naturalistica: è sempre pronto a tirarla fuori ovunque, una specie di arbitro della logica col cartellino rosso sempre alzato e il fischietto pronto a fischiare “fallacia naturalistica! Fallacia naturalistica!”. Dal fatto che esistono indebiti salti descrizione→prescrizione, il soggettivista radicale ricava (per inciso mi chiedo se non sia questa, essa stessa, una fallacia naturalistica) che non possono esisterne di debiti.

Come scrive Paolo Flores d’Arcais (La Stampa, 11/12/2012), “l’etica è soggettiva”:

 la questione fondamentale è proprio se i valori morali abbiano una realtà oggettiva come i fatti empiricamente accertabili, o siano invece creati dai diversi gruppi umani (e infine dai singoli individui) e dunque ineludibilmente relativi a ciascuno di essi […]
da un insieme di fatti accertabili non si potrà mai dedurre un giudizio di valore univoco, poiché i valori fondamentali che guidano i nostri giudizi morali non sono dati in natura, non sono conoscibili come i fatti, e meno che mai sono scolpiti eguali e indelebili in tutti i cuori umani. Della specie Homo sapiens fanno parte allo stesso titolo (ahimè) tanto Francesco d’Assisi quanto Adolf Hitler, tanto la «volontà di eguaglianza» quanto la «volontà di potenza», tanto i fautori della democrazia quanto quelli della teocrazia o del Führerprinzip.
Perciò non esistono valori veri (o falsi), ma solo valori creati. Di cui ciascuno di noi è esistenzialmente responsabile, proprio perché la nostra responsabilità non si limita (come vorrebbe Ratzinger e ogni altro cognitivista etico, religioso o meno che sia) a riconoscere valori «oggettivamente» dati (dove?): siamo i creatori e signori «del bene e del male» secondo scelte incompatibili ( aut la democrazia aut la teocrazia o il Führerprinzip: non è questione di conoscenza, ma di lotta). Questa responsabilità abissale ci terrorizza, ma è ineludibile.

Sarebbe inutile obiettare a PFD’A che la sua visione del mondo è dannosa e agghiacciante, perché ci consegna dritti dritti alla guerra brutale del tutti contro tutti, alla legge del più forte. Che, così, contro lo stupratore l’assassino il genocida eccetera non possiamo portare argomenti (che non valgono, perché non esistono “valori” ma solo “valutazioni”); possiamo portare solo una corda per impiccarlo più in alto, perché «non è questione di conoscenza, ma di lotta», e noi prevaricheremo lui oppure lui prevaricherà noi, e la Storia è tutta qua.
Inutile, perché PFD’A non ci sente da quell’orecchio, è troppo inebriato dalla sua terrorizzante & ineludibile “responsabilità” (ma verso chi?). Come può essere brutto, un mondo in cui è “lui” a decidere? Come può essere spaventoso, un mondo in cui è “lui” ad essere creatore e signore del bene e del male?

Allora quello che bisogna obiettare, per avere la minima speranza di scuotere PFD’A e tutti i soggettivisti radicali dalla loro illusione (gnostica) di dominio etico, è che la tesi non è semplicemente dannosa: è sbagliata, anzi, è proprio scema.
Perché dei valori morali oggettivi esistono, ancorchè basilari e generali, e con l’esperienza e la ragione – la fede aiuta, ma viene dopo – qualunque essere umano mediamente pensante può arrivarci:

  • ESPERIENZA: il mondo esiste. È un’evidenza. Si mostra, non si dimostra.
  • ESPERIENZA: il mondo continua ad esistere, ed anche gli enti che ne fanno parte continuano ad esistere finchè possono. Gli esseri viventi, noi compresi, hanno volontà e istinto di autoconservazione. Gli oggetti inanimati non hanno “volontà” o “istinto”, ma hanno una “tendenza”: le pietre non si sgretolano da sole, la Terra non ridiventa plasma e polvere cosmica, la forza di gravità continua a “funzionare”.
  • RAGIONE: gli enti hanno un orientamento, una inclinazione, una propensione, una “preferenza”, un fine intrinseco, insomma una teleologia, per cui essere è meglio che non essere.
  • RAGIONE: non è vero che dall’essere non si può dedurre il dover essere; dall’essere si può dedurre almeno un grado minimo di dover essere, cioè il fatto di dover continuare ad essere.

GIUDIZIO DI FATTO:
ciò che è, “vuole”, “deve” continuare ad essere

GIUDIZIO DI VALORE:
PREMI QUEL C**** DI BOTTONE!!!

  Siamo scesi, mi pare, al grado minimo di etica naturale oggettiva. Più sotto c’è solo da scavare (una tomba, ché una società così intellettualmente spappolata da dimenticare l’istinto di conservazione, non ha futuro).
Eppure so già che amabili zuzzurelloni soggettivisti, o perché si divertono così o perché ci credono davvero, negheranno anche questo grado minimo. Non per niente questa è l’epoca disgraziata in cui ci tocca combattere per i prodigi visibili come se fossero invisibili.

 Ecco il valore morale base: essere è oggettivamente meglio che non essere. È “scritto” nel mondo, in ciò che noi stessi siamo, nel nostro “modo” di essere.
Definiamo “natura” (definizione vaga, ma per ora accontentiamoci) questo modo di essere dell’ente. Definiamo “naturale” ciò che asseconda questo modo. Definiamo “innaturale” ciò che lo contrasta.
È naturale, buono, premere il bottone.
È innaturale, cattivo, non premerlo.

MORALE NATURALE
essere = bene
non essere = male

Ora, il nostro è un esempio estremo. La stramaledetta scatola non conosce mezze misure: o l’essere, o il niente. Ci serve per partire proprio dall’ABC della morale naturale, perché a questo ci siamo ridotti.
Ma la vita quotidiana non è così estrema. Noi vediamo (e anche questo è un giudizio di esperienza + ragione) che nel mondo non si dà questa dualità brutale. Alzi la mano chi si è mai trovato davvero a dover decidere tra l’alternativa x e l’annichilimento immediato e totale di tutto ciò che esiste.
Ecco allora che ci accorgiamo che esiste una gradualità, tale per cui gli enti non si limitano semplicemente ad essere o non essere, ma conoscono una fascia di situazioni intermedie, di mescolanza tra essere e non essere.
Perciò la nostra povera grezza morale naturale può già essere riformulata in maniera un po’ meno grezza:

 MORALE NATURALE
+ essere = meglio
– essere = peggio

Buono è ciò che ci porta verso la pienezza dell’essere.
Cattivo è ciò che ce ne allontana.
Da ciò si potrà poi cominciare a concepire – sempre razionalmente – la differenza tra essere e divenire; la differenza tra uno e molteplice (dunque lo spazio); la differenza tra statico e dinamico (dunque il tempo); la differenza tra potenza e atto (dunque la causalità); la differenza tra sostanza e accidente (dunque la persona); la differenza tra singolo e organizzazione sociale (dunque la relazione personale); la differenza tra bene di uno e bene di molti (dunque la possibilità del sacrificio); la differenza tra necessario e contingente (dunque la libertà); la differenza tra immanente e trascendente (dunque la Divinità)…
Ma questi sono già discorsi ulteriori, ben oltre la spiegazione for dummies che mi proponevo. Il soggettivista radicale avrà già problemi a ruminare il concetto che essere è oggettivamente meglio che non essere.

A chi è interessato ad approfondire il discorso, e non è ostile per preconcetto alla roba cattolica (non necessaria, per capire cos’è la morale naturale, ma neanche inutile), segnalo questo testo che ho letto in questi giorni e non mi pare fatto male: “Alla ricerca di un’etica universale: nuovo sguardo sulla legge naturale”. In particolare mi ha aiutato la tripartizione (paragrafo 46) della morale naturale in tre precetti generali ovvero «insiemi di dinamismi naturali che agiscono nella persona umana»:

  1.  Il primo, che le è comune con ogni essere sostanziale, comprende essenzialmente l’inclinazione a conservare e a sviluppare la propria esistenza.
  2. Il secondo, che le è comune con tutti i viventi, comprende l’inclinazione a riprodursi per perpetuare la specie.
  3. Il terzo, che le è proprio come essere razionale, comporta l’inclinazione a conoscere la verità su Dio e a vivere in società.

A partire da queste inclinazioni si possono formulare i precetti primi della legge naturale, conosciuti naturalmente. Tali precetti sono molto generali, ma formano come un primo substrato che è alla base di tutta la riflessione ulteriore sul bene da praticare e sul male da evitare.

Successivamente questi tre precetti morali naturali vengono descritti con maggiore precisione. Dai tre precetti generali saranno poi ricavati i precetti “secondi”, i quali poi dovranno essere calati nel concreto delle diverse culture e contigenze della vita reale, etc.


Conclusione.
La natura esiste. Il bene oggettivo esiste. La morale naturale esiste.
Se indaghiamo il “piano dell’essere” alla luce della ragione, scopriamo che in questo “piano” c’è una “scala” che ci porta al piano superiore, del “dover essere”. Un piano che non è costruito da noi, ma è oggettivamente dato, e fondato precisamente sul piano sottostante dell’essere (anche quello, non lo abbiamo costruito noi).
Noi non siamo i creatori e signori dell’etica: noi non decidiamo ciò che è bene o male. Invece noi decidiamo se fare il bene o il male, perché abbiamo il libero arbitrio.
Siamo liberi di fare la nostra musica; ma il pentagramma su cui la suoniamo, non ce lo siamo fatti da soli.


 


 

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La grande marcia della distruzione intellettuale…

…terminerà.
Non potrà non terminare, perchè si basa su una bugia.
Proseguirà fino al suo apice. Seguirà l’inevitabile declino.

 Allora inizierà una una nuova grande marcia. La marcia della ricostruzione intellettuale. La marcia del ritorno alla realtà.
Tutto ciò che è reale sarà affermato.
Tutto ciò che non è reale sarà negato.
Ridiventerà ragionevole affermare le pietre della strada; ridiventerà un dogma fideista negarle.
Sarà di nuovo una forma dissennata di misticismo dire che siamo tutti immersi in un sogno; sarà di nuovo razionale asserire che siamo tutti svegli.

Noi saremo lì.
Attizzeremo i nostri fuochi per testimoniare che due più due fa quattro.
Sguaineremo le nostre spade per dimostrare che le foglie sono verdi in estate.
Noi ci ritroveremo a difendere non solo qualcosa di veramente credibile, come le virtù e la sensatezza della vita umana; cose che sono veramente credibili, perché SONO VERE; ma noi difenderemo qualcosa di più credibile ancora: questo immenso, evidente, evidente, EVIDENTE universo che ci fissa in volto.

Combatteremo per i prodigi visibili precisamente PERCHÈ SONO VISIBILI.

Guarderemo l’erba e i cieli straordinari con un coraggio più straordinario ancora.

Perchè noi saremo coloro che hanno visto.
E PROPRIO PER QUESTO hanno creduto.


Libertà religiosa e legge naturale

Traduco in forma libera un articolo apparso sulla CNA (Catholic News Agency).

 

SE Robert C. Morlino, SJ

Arlington (Virginia). 28 agosto 2013, 12:00 am (CNA/EWTN News)

 

Robert C. Morlino, vescovo della diocesi di Madison, nello Stato americano del Wisconsin, ha chiesto ai cattolici di schierarsi a favore della libertà religiosa e della verità dopo aver spiegato il nesso tra le due cose nella sua lezione tenuta il 23 agosto nella città di Arlington (Stato della Virginia) all’Istituto di Cultura Cattolica.

La libertà di religione, dice il vescovo, è il più basilare di tutti i diritti umani. Questo perché gli altri diritti umani riguardano solo questioni temporali, contingenti; la libertà di religione riguarda invece la mia salvezza eterna, che io sono libero di conseguire – per grazia di Dio – oppure no. Non c’è nulla di più importante di questo.

 Il vescovo Morlino ha parlato della Dignitatis Humanae, la dichiarazione del Concilio Vaticano II che descrive la relazione tra la Chiesa e gli Stati e la giusta comprensione del concetto di libertà religiosa. Spiegando lo sviluppo storico di tale concetto, ha detto che gli ultimi tre concili ecumenici – il Concilio di Trento, il Vaticano primo, il Vaticano secondo – sono la risposta della Chiesa alla modernità.
Il vescovo ha illustrato come, prima della filosofia moderna, sia la Chiesa sia la società civile fossero consapevoli che conoscere la verità significa che c’è una corrispondenza tra la mente e la realtà fuori da essa. Questa corrispondenza rende capace l’uomo di conoscere la legge naturale, che è “la partecipazione della ragione umana nella legge divina”.

Prima della filosofia moderna si sapeva che c’era una conformità della mente con ciò che era reale e indipendente dalla mente. Ma la filosofia moderna è stata una rivoluzione copernicana nel modo in cui l’essere umano concepisce la conoscenza; ha causato una visione più soggettiva della realtà, in cui è la percezione dell’individuo a determinare ciò che lui o lei crede essere reale.
In questa visione moderna, non è il mio pensiero ad essere responsabile verso ciò che è indipendente dalla mente, a dover rendere conto dei propri errori; invece è il mondo ad essere come io lo penso. Si è deciso che non c’è una realtà indipendente dal pensiero.

Questa visione della realtà e della verità ha profonde implicazioni per il significato della parola coscienza. Nel significato originale del termine, la legge naturale mantiene la coscienza responsabile, perché la coscienza guida l’individuo a riconoscere la verità ed agire secondo la legge morale naturale. La coscienza non ci dispensa da ciò che oggettivamente giusto, anche se è così che viene intesa oggi. Questo fraintendimento della coscienza ha trasformato gli argomenti di morale naturale in credenze confessionali prese per fede.

 Ma questo è sbagliato: noi cattolici osserviamo la legge naturale non solo perché siamo cattolici, ma soprattutto perché è vera.

 La legge naturale, in sé e per sé, non è una questione di fede, perché le posizioni di legge naturale possono essere capite con la sola ragione e valgono per tutti. Tuttavia, se ciascuno costruisce il suo proprio mondo, allora ci sarà per forza un conflitto; e il conflitto tra la modernità e la legge naturale ha avuto gravi implicazioni per le persone di fede.
La legge naturale mi rede libero di cercare la verità su Dio, dunque cercare la mia salvezza eterna. Nessuno ha il diritto di interferire nella mia relazione con Dio, nessuno ha il diritto di bloccare la mia abilità di fare ciò che è giusto.

La libertà religiosa è un problema unico nel suo genere, diverso dagli altri diritti umani, proprio perché ha conseguenze eterne e dunque non c’è nulla di più importante o fondamentale. Concepita nel modo corretto, la libertà religiosa è la libertà della persona dallo Stato su ciò che riguarda le questioni religiose. Ma questo non è il concetto di libertà religiosa che abbiamo oggi; invece abbiamo un secolarismo, imposto dallo Stato e dai mass media, che travalica ogni possibile confine. Questo secolarismo distrugge la coscienza, rigetta il diritto naturale, e vieta alle persone di agire secondo ciò che esse sanno (proprio attraverso la ragione e la legge naturale) essere vero.

 I cattolici devono migliorare la loro difesa della legge naturale e del giusto concetto di coscienza, allo scopo di promuovere il rispetto per ciò che la Chiesa insegna. Purtroppo invece molti di essi, mentre affermano a parole di testimoniare che Cristo è unito alla Chiesa, di fatto professano con le loro azioni che Cristo è diviso dalla Chiesa.
Ma nessuno può vivere per sempre nella contraddizione: queste persone inevitabilmente finiranno per affermare o l’una o l’altra cosa, o la fede che professano, o le regole mondane secondo cui vivono.

 Il vescovo ha esortato tutte le persone cui importa la libertà religiosa, e la libertà in generale, a parlare in difesa della legge naturale, per esempio scrivendo lettere ai giornali. In particolare, dice Morlino, noi cattolici dobbiamo smettere di stare zitti: i cattolici devono promuovere la legge naturale e la giusta interpretazione della coscienza, non solo perché noi siamo cattolici, ma prima di tutto perché esse sono vere. Altrimenti, se continuimo a perdere tempo senza fare niente, renderemo un terribile disservizio alla società.


Frasi perfette

Rifiutando di credere quello che si ritiene impossibile, si cade nell’inverosimile.

Andrè Frossard

 

Una volta eliminato l’impossibile, ciò che resta, per quanto improbabile, deve essere la verità.

 Sherlock Holmes


Meat Me

LXXXI:         Ma il titolo che significa?

 Claudio:         Si tratta di un gioco di parole che ha senso solo in inglese, una fusione tra i verbi eat e meet, che significano mangiare e incontrare. Il risultato è l’impossibile verbo meat, che non esiste perché meat è un sostantivo che significa carne, nel senso di carne da mangiare, come una bistecca. Il significato del gioco di parole sarà chiaro alla fine del post.

 LXXXI:         Insomma, incontrami + mangiami = “càrnami”. Ma come ti/mi/ci è venuto di fare un titolo così? E a proposito, perché stai/sto/stiamo scrivendo   questo post a mo’ di domande e risposte, se tu sei me e io sono te?

 Claudio:         Mi piacciono i titoli bizzarri, e questo voleva essere un omaggio ad Anthony Burgess. Anche a lui piacevano i giochi di parole. La forma e le riflessioni di questo post sono  ispirate al suo libro “1984 & 1985”, quello che ci/ti/mi ha regalato il commentatore piccic, che ringrazio ancora.

 LXXXI:         Grazie piccic anche da parte mia, cioè sua, insomma nostra, quello che è.

 Claudio:         Il libro è diviso in due parti. La prima è un saggio su 1984 di Orwell, anche se poi il discorso si allarga ad altre famose distopie letterarie, es. Brave New World di Huxley, Noi di Zamjatin, Arancia meccanica di Burgess medesimo…

 LXXXI:         Cosa significa distopia?

 Claudio:         Il contrario dell’utopia. Per utopia si intende una storia ambientata in un luogo immaginario (ou topos = luogo che non esiste) in cui va tutto bene. La distopia parla di un luogo, ma più spesso di un possibile futuro, in cui va tutto male. Peraltro Burgess conia e predilige i termini eutopia (eu = buono) e cacotopia (kakòs = cattivo), ma ormai le parole correnti sono utopia e distopia e perciò usiamo quelle.

 LXXXI:         Forse Burgess ne sarà dispiaciuto.

 Claudio:         Peggio per lui. Comunque, la particolarità della prima parte è che i capitoli sono scritti alternativamente in forma discorsiva e in forma di domanda e risposta. Pensa che all’inizio credevo che fossero una vera intervista, solo che non capivo se lui era la D. o la R., poi ho letto su wikipedia che si era auto-intervistato. Questo mi ha fatto venire l’idea per il post. La seconda parte invece è un lungo racconto distopico ambientato nel 1985, in un’Inghilterra messa in ginocchio dal socialismo, dell’ideologia della totale eguaglianza a tutti i costi che porta all’appiattimento verso il basso, dallo strapotere dei sindacati e dall’avanzante colonizzazione culturale dell’islam.

 LXXXI:         Può darsi che non siamo molto lontani dalla realtà.

 Claudio:         Eh già. Comunque, il libro è molto bello e interessante. Un vero nutrimento culturale, e l’espressione è da intendere alla lettera. Infatti una cosa che mi ha colpito particolarmente è la metafora che Burgess tira fuori a un certo punto a proposito di erbivori e carnivori dal punto di vista gnoseologico. Ne parla nel settimo capitolo della prima parte, “I figli di Bakunin”, una disamina estremamente acuta di quello che oggi chiameremmo giovanilismo. Parte analizzando la figura di Bakunin e il suo impatto sull’anarchismo, che è stato anzitutto un mito giovanile perché “Lo Stato è, e sbadigliamo a dirlo, un’immagine paterna”. Da qui passa all’eterno conflitto generazionale e le sue ricadute politiche: “La causa degli studenti diventa qualsiasi causa universale diventata di colpo urgente. In larga misura, gli studenti ribelli di Parigi del maggio 1968 furono diretti da agitatori adulti. I gruppi giovanili sono macchine utilissime: i giovani possiedono energia, sincerità e ignoranza.” Infatti nel libro 1984 i bambini sono fondamentali per il potere totalitario del Grande Fratello, il quale peraltro “ha il buon senso di non farsi chiamare Padre Nostro.

 LXXXI:         LOL.

 Claudio:         E poi, senti qua:

 In qualsiasi discussione sul futuro politico dei Paesi del mondo libero, dobbiamo prendere in seria considerazione il pericolo che i movimenti giovanili rappresentano per la causa della libertà tradizionale. Questa affermazione sembrerà priva di senso alla gioventù stessa, la quale è convinta di essere l’unica custode della libertà in un’epoca in cui i vecchi sembrano desiderosi di limitarla sempre più. È vero che la vecchiaia cerca di limitare la libertà della gioventù, ma solo perché questa libertà è licenza. Se gli uomini sono nati liberi, è solo nel senso socing che anche gli animali sono nati liberi: la libertà di scegliere fra due modi di azione presuppone la conoscenza di ciò che la scelta comporta. Noi acquistiamo conoscenza tramite l’esperienza diretta, come il bambino che si è scottato ha paura del fuoco, oppure tramite l’esperienza altrui, che è contenuta nei libri. La voce dei neoanarchici è quella del cineasta Dennis Hopper: “Non c’è niente nei libri, amico”, o quella del cantante pop inglese che dice “La gioventù non ha bisogno d’istruzione. La gioventù le cose se le cerca per conto suo”. Il dottor Samuel Johnson, dopo aver ascoltato un esponente del primitivismo, osservava: “Questo è molto triste, signore. Questo è animalesco”. Più che leonino è bovino. Ci vuole molto tempo per ottenere brucando in un prato la proteina che si trova in un rapido pasto di carne. Noi vecchi offriamo la carne dell’istruzione: la controcultura ritorna all’erba.

 LXXXI:         Quando dice che gli hippy tornano all’erba, allude alle canne?

 Claudio:         Non so il testo originale, può essere. Sarebbe un altro gioco di parole tipicamente burgessiano. Ma attenzione ai concetti fondamentali che qui sono espressi. Anzitutto c’è che la libertà presuppone la conoscenza di ciò che è vero; come in Gv 8: 32, “conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”; come in 1984, “La libertà consiste nella libertà di dire che due più due fanno quattro.” È la verità a fondare la libertà e non viceversa. La libertà non è semplicemente la possibilità materiale di fare questo invece di quello, dire quest’opinione o quell’altra. Se io non so cosa è vero, se non conosco le vere cause e circostanze e conseguenze delle mie decisioni, allora la mia libertà è indebolita, perché non ho tutti gli elementi per compiere una scelta consapevole. Si scopre così che il primo ostacolo che la mia libertà incontra non è il prepotente che vuole opprimermi, ma il mio stesso istinto. Per istinto qui intendo l’impulso atavico a fare senza sapere, fare prima di pensare. Il nemico è dentro di me.

 LXXXI:         Questo mi ricorda quel proverbio Bene Gesserit che dice grossomodo “cerca i tuoi istinti e troverai la schiavitù, cerca la disciplina e troverai la libertà”. È una di quelle simpatiche citazioni con cui iniziavano i capitoli dei libri della saga di Dune.

 Claudio:         La terribile sorellanza non rientra tra le mie autorità morali predilette, ma questa l’hanno centrata. Un sistema di pensiero che ci incoraggia a perseguire la libertà in senso puramente materiale, trascurando l’importanza della verità oggettiva in favore dell’opinione che “decide” cosa è vero, di fatto indebolisce la libertà. Decidiamo senza sapere davvero cosa stiamo decidendo, e spesso (perché siamo ignoranti, perché siamo manipolabili) decidiamo quello che qualcun altro aveva già deciso che dovessimo decidere. Così il liberalismo estremo, la visione anarco-radicaloide, alla lunga si rivela illiberale.

 LXXXI:         Stai forse suggerendo che il paternalismo è una soluzione migliore?

 Claudio:         Dipende da cosa intendi per paternalismo. In linea generale, non voglio un’autorità che ci impedisca di agire, ma che ci avverta di ciò che veramente comporta il nostro agire. È una brutale semplificazione, ma diciamo grossomodo che sono paternalista per il sapere e liberalista per l’agire. Sto parlando insomma di educazione, che è il luogo dove il problema gnoseologico si lega al problema del libero arbitrio. Perché nessuno nasce con la conoscenza innata. Se non sbaglio, l’etimo di educare è tirare fuori. Ma tirare fuori lo si può fare solo, appunto, da fuori. Nessuno può educarsi da solo, proprio come nessuno può tirarsi fuori da un fosso prendendosi da solo per i capelli come faceva il barone di Munchausen­. Abbiamo bisogno di maestri. Ecco la fiducia. Ecco la dietetica conoscitiva di Burgess.

 LXXXI:         Erbivori e carnivori. La metafora cui accennavi all’inizio. “Noi acquistiamo conoscenza tramite l’esperienza diretta, come il bambino che si è scottato ha paura del fuoco, oppure tramite l’esperienza altrui, che è contenuta nei libri … Ci vuole molto tempo per ottenere brucando in un prato la proteina che si trova in un rapido pasto di carne”.

 Claudio:         Esatto. Il paragone cibo-conoscenza mi ha profondamente colpito. Sono andato su wikipedia a dare una rapida occhiata alla pagina sugli erbivori e ho appreso che “il ruolo funzionale dell’erbivoro nella catena alimentare è quello di trasformare le molecole vegetali (cellulosa, amido), in molecole animali (glicogeno), che poi potranno essere assimilate dai carnivori. La loro efficienza di assimilazione è molto bassa a causa della loro posizione anteriore nella catena.” Meravigliosamente affascinante, non trovi? Possiamo costruirci tutta un’articolata metafora nutritiva-gnoseologica.

 LXXXI:         Ok. Giochiamo a costruirla. Mi piacciono le metafore articolate. Se ci fossero anche figure geometriche sarebbe meglio, ma pazienza.

 Claudio:         Terra = realtà. Dico terra nel senso proprio di suolo, quello che abbiamo sotto le scarpe. La realtà come sostanza della conoscenza, substantia, sta sotto.

 LXXXI:         Malkhut.

 Claudio:         Lascia perdere le sephirot. Non complicare il discorso. Dunque, la terra è la realtà. Un terreno può essere fertile o infertile. Terra fertile = realtà conoscibile. I vegetali, strappati direttamente dal suolo, sono la conoscenza “grezza”, basilare, acquisita direttamente per esperienza personale. L’erbivoro gnoseologico è chi conosce fondamentalmente per esperienza. Come dice wikipedia (va’ a sapere se è vero, ma fidiamoci), la sua efficienza di assimilazione è molto bassa. Chi rifiuta per principio l’esperienza altrui, impara poco e male. Ma, al tempo stesso, l’erbivoro è indispensabile, perché la catena alimentare deve pur avere un inizio. Non ho alcuna particolare conoscenza etologica, ma sospetto che un ecosistema composto interamente di carnivori che si mangiano l’un l’altro sia insostenibile. Il carnivoro gnoseologico è chi conosce per fiducia, e come il carnivoro ha bisogno dell’erbivoro, così le catene della fiducia – credo la cosa che mi ha detto x e lui la crede perché gliel’ha detta y che la credeva perché gliel’aveva detta z che eccetera – iniziano sempre da qualcuno che ha fatto l’esperienza. Il discente apprende per fiducia verso il docente, ma il docente, o il docente del docente, ha appreso perché ha sperimentato. Posso credere senza vedere, purché qualcuno abbia davvero visto. Fatti, avvenimenti, incontri. D’altra parte il carnivoro ha un’efficacia di assimilazione molto maggiore dell’erbivoro: io posso imparare in dieci giorni un libro alla cui scrittura l’autore ha lavorato per dieci anni. E forse – mi arrischio a dire una cosa biologica che non so, in caso correggetemi – più lunga è la catena alimentare, più elaborate possono diventare le trasformazioni a cui sono sottoposte le molecole nutritive. Il discente che diventa docente rielabora, approfondisce, migliora ciò che ha “mangiato” del suo predecessore.

 LXXXI:         Ma non stai lasciando fuori qualcosa? Esperienza, fiducia. E dov’è la ragione? Nella tua metafora, come chiami colui che conosce per ragione?

 Claudio:         Lo zappatore.

 LXXXI:         …

 Claudio:         …

 LXXXI:         Mario Merola icona del razionalismo. Mi vergogno di essere te.

 Claudio:         Fammi spiegare. Se la terra fertile è quella parte di realtà che possiamo esperire, la terra infertile è la realtà oltre i nostri limiti percettivi. Il deserto, arido, privo di vita vegetale, è ignoto. Eppure la terra sterile può essere coltivata. Nessun deserto è per sempre. Ci sono animali che mangiano erba o carne o entrambi, ma solo l’uomo coltiva la terra; guarda caso, similmente gli animali fanno esperienze, e si fidano del branco, ma non hanno qualcosa di paragonabile alla nostra razionalità. La ragione è un ampliamento dell’esperienza, perché inferisce dai dati sensibili ciò che sta oltre il nostro piccolo limitato ambito percettivo: studio il passato per sapere il futuro, studio il vicino per sapere il lontano. Il contadino coltiva la terra per trarne frutto, il razionalista coltiva la realtà ignota e la rende nota. “Campi del sapere” è un’espressione assolutamente confacente.

 LXXXI:         Ma l’uomo, in sostanza, che animale gnoseologico è?

 Claudio:         Ah, qui arriviamo al clou. L’uomo è onnivoro. Deve esserlo, se vuole stare bene. Il principio basilare del mio piccolo sistema gnoseologico, quello che chiamo la tridimensionalità della conoscenza…

 LXXXI:         Hai presente quando i filosofi da strapazzo s’inventano nomi altisonanti che complicano idee semplici, per far credere di essere più intelligenti?

 Claudio:         Ehm. Touchè. L’idea è che, se pensiamo a esperienza ragione fiducia come alle tre dimensioni del sapere, la nostra conoscenza si muove sempre in uno spazio 3D. Ma d’ora in poi posso anche chiamarlo teoria dell’onnivoro gnoseologico. Non è che una cosa la sappiamo per esperienza e basta, un’altra per ragione e basta, un’altra ancora per sola fide… Ogni volta che sappiamo una cosa esercitando una di queste facoltà, la dobbiamo corroborare con le altre due. Insomma dobbiamo avere una dieta integrata. Il fideismo e l’ideologia sono l’equivalente gnoseologico dello scorbuto. Chi non mangia verdura fresca si ammala, perde i denti, avvizzisce. L’empiria e il raziocinio sono imprescindibili. È insano credere senza cercare conferme, senza voler capire ciò che è creduto. D’altra parte, chi rifiuta di mangiare carne, per compensare le mancanze proteiche, è costretto ad assumere quantità molto ingenti di vegetali, e non sono sicuro che basti. Chi rifiuta qualunque autorità educativa, è gnoseologicamente denutrito.

 LXXXI:         Sembra tutto molto interessante, ma è lapalissiano dirlo nella mia posizione. Adesso si spiega il titolo. Bella metafora.

 Claudio:         Per noi, non è una metafora.

 LXXXI:         Noi chi?

 Claudio:         Noi cattolici.

 LXXXI:         ?

Claudio:         Vedi, questa metafora del mangiare la conoscenza mi aveva molto impressionato la prima volta che l’ho letta, e l’ho masticata e ruminata – appunto – per un bel po’, prima di capire perché mi colpiva così. Perché è eucaristica. Perché per noi cattolici mangiare la verità non è una metafora, è un sacramento. La verità ci renderà liberi, c’è scritto nel vangelo, ma c’è di più. Cristo non ci ha semplicemente detto che ci stava dicendo la verità: ha detto di essere lui stesso, la verità. La catena della fiducia su cui si fonda la Chiesa comincia con l’esperienza degli apostoli, il loro incontro personale, i fatti che hanno visto e tramandato. Ma questa catena è alimentare nel vero senso della parola, perché si regge su davvero su una serie continua di pasti senza i quali crollerebbe. Se un maestro è uno che si fa metaforicamente mangiare per far assimilare agli altri ciò che lui ha imparato, noi abbiamo un Maestro che si offre letteralmente in banchetto e in olocausto. Il Cristo che nell’eucaristia si rende realmente presente, meetable, incontrabile, si fa anche realmente eatable, mangiabile. Carne. Meat. Una carne, che per fede sappiamo essere sostanzialmente carne, che però alla nostra esperienza sensibile è pane – cioè, fondamentalmente, un vegetale coltivato.

 LXXXI:         Esperienza.

 Claudio:         Ragione.

 LXXXI:        Fede.

 Claudio:         Prendete e mangiatene tutti.


L’Uomo con la U maiuscola

 Questo doveva essere un commento al precedente post sulla trilogia fantascientifica di Lewis, ma l’argomento merita un post a parte.
Abbiamo visto che Clive Staples Lewis era contrario alla colonizzazione interplanetaria, perché preoccupato della malvagità che l’uomo avrebbe potuto esercitare sulle specie aliene più deboli che avesse incontrato; difatti Lontano dal Pianeta Silenzioso è una specie di Avatar ante litteram (o meglio, è Avatar ad essere un LPS decristianizzato e risciacquato nel panteismo new age).
Per questo si era beccato le “blande canzonature” (sic) di Arthur C. Clarke, che invece alla colonizzazione interplanetaria ci credeva fervidamente e già nel 1947 aveva scritto Preludio allo spazio, un vero e proprio inno all’Homo Tecnologicus, anzi all’Uomo.
Con la U maiuscola, badate:

Un’obiezione al volo spaziale che questi critici portavano avanti era all’apparenza più convincente. Dal momento che l’uomo, sostenevano, aveva causato tanta infelicità sul suo mondo, ci si poteva fidare che si sarebbe comportato bene su altri mondi? E, soprattutto, l’infelice storia della conquista e della riduzione in schiavitù di una razza da parte di un’altra si sarebbe ripetuta senza fine e perennemente, quando la cultura umana si fosse estesa da un mondo all’altro?
Contro questa obiezione non ci poteva essere alcuna risposta del tutto convincente: solo uno scontro di fedi
[sic] contrastanti – l’antico conflitto tra pessimismo e ottimismo, tra coloro che credevano nell’Uomo e quelli che non vi credevano. Però gli astronomi avevano dato un contributo al dibattito, sottolineando la falsità dell’analogia storica. L’uomo, la cui civiltà aveva occupato solo un periodo equivalente a un milionesimo della vita del pianeta, probabilmente [sic] non avrebbe trovato su altri mondi razze abbastanza primitive da poter sfruttare o rendere schiave. Qualunque nave si fosse apprestata ad attraversare lo spazio con l’idea di costruire un impero interplanetario, avrebbe potuto trovarsi alla fine del viaggio con le stesse speranze di conquista di una flotta di canoe da guerra piene di selvaggi che entrasse lentamente nel porto di New York.
[…]
Cento anni come quelli non c’erano mai stati prima, e probabilmente non si sarebbero più ripetuti. A una a una le dighe erano saltate, le ultime frontiere della mente erano state spazzate via. Quando il secolo aveva albeggiato, l’Uomo aveva cominciato a prepararsi alla conquista dell’aria; alla sua fine l’Uomo stava raccogliendo le forze su Marte per balzare verso i pianeti esterni. […] Mentre salutava il secolo morente, il professor Alexson non provava rimpianti: il futuro, era troppo pieno di meraviglie e di promesse. Di nuovo le orgogliose navi spaziali stavano veleggiando verso terre sconosciute, portando i semi di nuove civiltà che, nelle età a venire, avrebbero superato quella vecchia. La corsa ai nuovi mondi avrebbe distrutto le soffocanti restrizioni che avevano avvelenato quasi mezzo secolo. Le barriere erano state infrante e gli uomini avrebbero potuto dirigere le proprie energie verso le stelle, invece che combattersi l’un l’altro. Uscito dalle paure e dalle miserie della Seconda Età Buia, e liberatosi  – oh fosse per sempre!  – delle ombre di Hiroshima e dei lager nazisti, il mondo stava dirigendosi verso la sua più splendida alba. Dopo cinquecento anni, c’era un nuovo Rinascimento. L’alba che sarebbe spuntata sugli Appennini alla fine della lunga notte lunare non sarebbe stata più radiosa dell’età che era appena incominciata.

 Puah.
Scusate, ma questo patetico peana sul glorioso futuro dell’Uomo mi fa venire il voltastomaco per quanto è grottesco.
Son proprio questi sermoncini, non infrequenti nei suoi romanzi (almeno quelli che ho letto), che mi fanno concludere che Clarke in un certo senso una persona profondamente religiosa, di una religione orribile però: la religione dell’Uomo, appunto. Ed è significativo che gli scappi di definire – almeno nella traduzione italiana, va’ a trovare il testo originale – il conflitto tra chi crede nell’Uomo e chi no, tra gli “ottimisti” e i “pessimisti” (ma io direi tra gli ingenui e i realisti), proprio come uno scontro di “fedi”; com’è significativo anche che, di fronte all’argomento storico della prepotenza del più forte come costante ineluttabile, non trova niente di meglio che rimuovere il problema perché tanto “probabilmente” non si presenterà ( molto open-minded, nevvero).

Ma c’è di peggio: Clarke, positivista illuminista scientista com’era, era un credulone. Assai più credulone, anzi, delle vecchiette sgranarosari e dei superstiziosi grattacoglioni e di tutte le altre macchiette care a un certo immaginario collettivo.
Facile dimostrarlo.
Esiste la prova evidente, irrefutabile, la “smoking gun”, dell’esistenza di Dio?
No. C’è la logica tomista, semmai, la quale però implica un ragionamento che evidente certo non è (si dimostra, non si mostra).
Esiste la prova evidente della NON esistenza di Dio?
No.
Esiste la prova evidente della NON esistenza dell’Uomo, con la U maiuscola?
Sì!!!
Certo che c’è, questa prova. La vediamo quando studiamo la nostra storia, ammesso che si voglia imparare davvero. La vediamo quando leggiamo i giornali. La vediamo quando ci guardiamo attorno. I più umili tra noi la vedono anche quando si guardano allo specchio.
Siamo noi la prova: gli uomini, senza maiuscola. Tutti, chi più chi meno, egoisti e ladri e bugiardi. E siamo qui. Non c’è bisogno di pregare per evocarci. Non si deve fare un atto di fede per credere alla nostra esistenza. Basta aprire gli occhi, cogliere l’evidenza, ragionare correttamente a partire dall’esperienza sensibile.

E allora, chi è il più credulone?


XXX e i pregiudizi, ovvero

come ho acquisito la mia nomea pornografica
a causa dell’id quod plerumque accidit

Il presente post vuole essere nell’ordine:

  • una richiesta d’aiuto informatico;
  • il racconto di un piccolo fatto di vita quotidiana;
  • un tentativo di estrapolare principi gnoseologici da tale fatto.

 Allora, è successo che da un po’ di tempo sono spam.
Così, all’improvviso, mi sono accorto che non vedevo più i commenti che scrivevo sui blog altrui. Finivo, e finisco tuttora, nella sezione dove si accumulano i commenti classificati a priori come indesiderati: i troll ostinati, le offerte di lavoro retribuito a 1.000 € l’ora, i miracoli farmaco-tecnologici per ingrandire il pene, eccetera.
La cosa ha assunto dimensioni di sublime tragicomicità quando, dopo aver qui risposto a un mio commentatore, ho realizzato sgomento che IL MIO STESSO BLOG  mi aveva messo in spam.
Non so, potrebbe essere un record.
(disgraziato, dopo che
t’ho salvato dall’oblio, così mi ringrazi?)

 Ovviamente sono andato nella coda di commenti spam e mi sono approvato da solo il commento. Successivamente ho chiesto a coloro dai quali commento più frequentemente di despammizzarmi. Naturalmente, alcuni di essi hanno notato la mia richiesta giorni o settimane dopo che l’avevo fatta.
Sfortunatamente, non posso contattare di persona la totalità dei blogger dell’universo mondo intero per chiedere l’approvazione dei commenti.
Lucyette mi ha fornito l’indirizzo mail del suo amato Anthony, il quale mi ha segnalato questo form “akismet support” da compilare; sono già passate due settimane, ma non è cambiato niente. Forse sono in spam anche da loro. Boh.

 Insomma, qualcuno mi aiuti.
Cheddevofà???

Quanto alle possibili cause della mia caduta in disgrazia, è un enigma aperto. Non ho fatto niente di male, lo giuro sui capelli che non mi so contare.
Berlicche
mi ha suggerito un’ipotesi, l’unica che riesco a congetturare: colpa del nome. Il nickname. ClaudioLXXXI. Potrebbe essere finito nelle maglie dei filtri, a seguito di una modifica antispam particolarmente drastica, in quanto contenente la tripla ics nel nome­. XXX. Per chi non lo sapesse, è la sigla che indica i contenuti di un certo tipo.
Del tipo porno, per la precisione.
Se è andata così, il programma informatico vede l’XXX nel mio nome e, vuoi perché non conosce i numeri romani, vuoi perché non ha intuito, non gli viene in mente che sia da leggersi in congiunzione con quella L antecedente e quella I susseguente.
Il programma non sa che ClaudioLXXXI è un blogger cattolico che non affitta carne umana né offre materiale per pippe ma banalmente, dovendo a suo tempo scegliersi un nickname, optò per la semplice soluzione di unire il proprio nome di battesimo all’anno di nascita, espresso però in cifre romane per darsi un tocco di distinzione. Il programma non si pone minimamente il problema. Gli hanno detto “blocca i contenuti con la XXX” e lui esegue, da brava macchina senz’anima. Ci vuole un qualche umano che mi sblocchi.

Ora, è bene che sappiate che, nel mio piccolo block notes cerebrale in cui appuntavo la prima stesura di questo post, la moraletta conclusiva che ricavavo da quanto sopra era una specie di consolazione post-luddista per la perdurante superiorità dell’uomo sulla macchina. Il computer è un intelligente idiota, il fattore umano è ancora necessario, Beccati Questa Deep Thought, cose così. Possiamo stare tranquilli, finché i programmi commetteranno questi errori marchiani, HAL 9000  e Skynet sono ancora di là da venire.
Tuttavia, mentre scrivevo effettivamente il post, ho realizzato che le cose non sono così semplici.
Perché anche noi spesso ragioniamo così.
Si chiama pregiudizio.

Le parole sono importanti. Pregiudizio è una parola oggigiorno fortemente connotata in senso negativo, eppure, se ci pensiamo bene, non necessariamente i pregiudizi sono una brutta cosa. Anzi perlopiù i pregiudizi svolgono una funzione positiva, direi fondamentale: ci fanno risparmiare tempo.
State camminando per strada. Vedete un leone, arrivata da chissà dove, che vi viene incontro. Cosa fate?

  1. Scappate, perché i leoni sono animali feroci e voi avete una paura fottuta di essere divorati;
  2. Vi fermate e pensate “ordunque, tale mio pregiudizio negativo sui leoni come animali feroci è deplorevole ed indegno di un umano civilizzato del XXI secolo: questa bestia potrebbe essere affamata e volermi mangiare, ma potrebbe altresì essere addomesticata e non avere alcuna intenzione ostile; io non posso saperlo finché non lo verifico per diretta esperienza personale, perciò restiamo qui e vediamo che succede” → in bocca al lupo (leone).

L’esempio è volutamente paradossale ed estremo, ma se ne potrebbero fare ben altri di scottante rilevanza politica – del tipo: siete da soli, in un vagone della metropolitana a mezzanotte, con alcuni rom: quali sono i vostri sinceri sentimenti?
In realtà il pregiudizio di per sé è una componente essenziale della vita, non solo in ambienti o situazioni potenzialmente ostili dove la velocità d’azione può essere necessaria alla sopravvivenza, ma anche in moltissime altre circostanze. Comprerò il nuovo libro di Stephen King perché, avendone letti già altri 63 di cui la maggior parte molto belli, ho un pregiudizio positivo sulle sue opere: potrei provare a dire al libraio “io non voglio avere pregiudizi, lasciami prima leggere il libro, poi se lo giudico bello ti pago”, ma dubito che approverebbe questa gnoseologia. Mangio il cibo che ho comprato al supermercato perché ho il pregiudizio che sia commestibile, salgo sull’autobus perché ho il pregiudizio che l’autista sappia portarmi a destinazione, eccetera. Insomma la nostra vita è piena di pregiudizi, non possiamo fare un passo senza farne uso.
Dico letteralmente non possiamo fare un passo: che alzo il piede per appoggiarlo a terra e spostare il mio baricentro, ho il pregiudizio che il pavimento reggerà il mio peso. Finora non sono mai sprofondato. Provate a immaginare quanto sarebbe produttiva la vostra vita se doveste ogni volta, ogni singola volta, tastare con circospezione davanti a voi per giudicare se potete camminarci su.

Possiamo allora definire approssimativamente il pregiudizio come una forma di fiducia radicata nell’esperienza.
Ma, naturalmente, un pregiudizio può essere sbagliato.

Chi dei lettori avesse un’infarinatura di giurisprudenza potrebbe forse ricordarsi di una formula nota come “id quod plerumque accidit”. È una di quelle locuzioni latine che gli autori dei manuali di diritto amano usare per far vedere quanto sono giuridicamente fighi. La traduzione letterale è ciò che accade nella maggior parte dei casi, ed è un concetto piuttosto importante nel diritto, perché il diritto è una regola per ciò che accade e per regolare qualcosa devi conoscerlo, ma (la grande domanda gnoseologica) come si fa a conoscere? Come fa il diritto, occasionalmente personificato in un giudice, a sapere che Tizio è davvero debitore di Caio o che Sempronio ha davvero sparato a Mevio?
Beh, si presume. Cioè si risale da un fatto noto a un fatto ignoto, seguendo quella che di solito è la catena causale. Se solitamente A causa B, allora vedendo B (fatto noto) posso indurre che c’è stato A pur se non l’ho direttamente visto (fatto ignoto). Per esempio, se Caio possiede una promessa di pagamento scritta con la calligrafia di Tizio, posso desumere che Tizio sia debitore di Caio, perché di solito se si firma una promessa di pagamento è proprio perché si è debitore. Se si trovano tracce di polvere da sparo sulla mano di Sempronio e le sue impronte digitali sulla pistola che ha sparato a Mevio, Sempronio è in grossi guai.
Ovviamente, queste presunzioni sono ben lungi dall’infallibilità. Fondamentalmente tutta la faccenda si basa sul metodo induttivo e tale metodo ha i suoi limiti, come mostra la tragica storia del tacchino induttivista. Quello che succede di solito non è detto che sia quello che succede sempre (contingente ≠ necessario). La promessa di pagamento potrebbe essere un falso calligrafico, e Tizio può proporre querela di falso, oppure Tizio ha già pagato Caio, e può dimostrarlo esibendo una quietanza di pagamento posteriore alla promessa (altra presunzione). Sempronio potrebbe essere stato abilmente incastrato, potrebbe aver sparato con quella pistola in circostanze lecite e poi della pistola si sarebbe impossessato il vero assassino: uno scenario complottista, ma astrattamente possibile.
In un certo senso la legge è fatta di pre-giudizi, i quali poi dovranno eventualmente essere vagliati e confermati da un giudice: cioè diventeranno, appunto, giudizi.

Così come la tigre di cui sopra potrebbe essere addomesticata a mangiare solo pollame, il prossimo libro di King potrebbe essere una schifezza, l’autista dell’autobus potrebbe essere ubriaco, eccetera.

E per tornare al caso da cui siamo partiti – e se l’ipotesi sul malfunzionamento di wordpress è corretta – il programma vede i commenti scritti da un tizio che ha XXX nel nome e pensa (metaforicamente) “uh, eccone un altro: id quod plerumque accidit i commenti che contengono XXX sono porno, questi commenti contengono XXX, ergo questi commenti sono porno, perciò buttiamoli nello spam”.
Insomma, wordpress non fa che applicare il pregiudizio che gli hanno insegnato.

Ma allora, qual è la vera differenza tra un computer e un cervello umano?

E io che devo fare per non essere più spam?