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Per amore o per forza (proposte legge croce obbligatoria)

Per amore o per forza

 

 

All’inizio non ci volevo credere quando l’ho letta sul sito dell’UAAR, ho pensato fosse mai uno scherzo di quei mattacchioni, ma poi cercando in rete ho trovato delle fonti più istituzionali e ho realizzato, stropicciandomi gli occhi e restando basito come i personaggi di Gli occhi del cuore, che è proprio vero: in Italia c’è una proposta di legge per rendere obbligatoria l’esposizione del crocifisso.

Anzi, ce ne sono due:

1)      una “light”, presentata alla Camera, che si limita ad affermare che “Il Crocifisso è il simbolo della tradizione culturale della Patria” e perciò deve esposto in tutti gli uffici e in tutte le scuole pubbliche;

2)      e l’altra “hard”, presentata al Senato, che riconosce il Crocifisso come “elemento essenziale, costitutivo e perciò irrinunciabile del patrimonio storico, civile e culturale dell’Italia”, e che non solo prescrive la sua esposizione in un elenco notevole di luoghi – scuole di ogni tipo, università, uffici pubblici, seggi elettorali, carceri, uffici giudiziari, ospedali, stazioni, autostazioni, porti, aeroporti, sedi diplomatiche e consolari, uffici pubblici italiani all’estero! – ma anche punisce chi lo rimuove o lo vilipende “con l’arresto fino a sei mesi o con l’ammenda da 500 a 1.000 euro”.

Ma dai, solo questo? Nient’altro ancora?

 

Dicevo, la mia prima reazione è stata la basitudine (un neologismo?). Poi volevo mettermi a ridere. Poi volevo mettermi a piangere.

 

Io spero che nessuno dei miei lettori abituali, conoscendomi, si stupisca nel leggere che sono contrario a una legge del genere (d’altra parte allora che ci sta a fare il titolo di questo blog?). Perché non è riempiendo per legge l’Italia di croci che la si rende un paese migliore; perché una disciplina così pervasiva e sanzionatoria è controproducente, anzi di più, pare fatta apposta (non è complottiamo ma solo iperbole) per dare ragione a chi strilla che l’Italia è una dependance del Vaticano; e poi perché mi sa un po’ di contentino, come a dire, non facciamo granché per aiutare le donne in difficoltà a non abortire, non abbiamo fatto la legge sul quoziente familiare, siamo andati a farci belli al Family Day ma poi di concreto e positivo s’è fatto poco e niente… ma cari cattolici di che vi lamentate, in compenso abbiamo dichiarato per legge il Crocifisso simbolo culturale dell’Italia, abbiamo messo una bella croce in tutti gli uffici dello Stato!

Ah beh, grazie tante allora, sono proprio contento, voi sì che siete bravi cristiani.

 

Ecco, soprattutto mi lascia perplesso il presupposto a base di una proposta del genere: stabilire per legge un contenuto culturale.

A mio avviso, avendo io del diritto una concezione estremamente laica e tecnica, si tratta di un profondo equivoco: una legge del genere non ha senso, sarebbe come voler ordinare imperativamente che il cielo è blu e che la forza di gravità ci attrae verso il suolo. La cultura, qualunque cultura, non si fa per legge: essa è o non è, sussiste di per sé, è il retroterra di pensiero che spiega il perché una certa norma è stata pensata voluta. Una norma fondamentalmente non è che l’ordine di un comportamento obbligatorio, più la sanzione per coloro che trasgrediscono: dire che il crocifisso è un potente simbolo storico-culturale italiano non è né un comportamento né una sanzione, è (in quel contesto) soltanto retorica che confonde le idee su cosa è la legge e a cosa serve.

 

Io non voglio né che l’esposizione del Crocifisso nei luoghi pubblici sia vietata, né che sia obbligatoria: voglio che sia semplicemente lecita, per i molti che in Italia la desiderano. Vorrei che questo potente simbolo fosse esposto ovunque, ma non per obbligo di cittadini-sudditi, bensì per amore di figli liberi.

Altrimenti non avrebbe più senso: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me”.

 


Parliamo del più e del meno

Parliamo del più e del meno

 

 

da:       studenteCS81@universitas.eu

a:         professoreVZ40@universitas.eu

Oggetto: valutazione elaborato finale

 

Egregio professore,

La contatto per chiederLe gentilmente una spiegazione circa la valutazione da Lei assegnata al mio elaborato finale. Senza falsa modestia Le confesso che speravo di poter ottenere un voto positivo, in considerazione dell’impegno profuso e dell’assiduità con cui ho seguito il Suo corso, ed anche – se mi è consentito – della qualità ed originalità del lavoro da me svolto. Constatare invece di aver ottenuto un misero S.V., “senza voto”, mi ha stupito a dir poco e tuttora non ne capisco la ragione. Posso chiederLe di esplicarmene la motivazione?

 

La ringrazio anticipatamente e colgo l’occasione per porgerLe distinti saluti

 

 

da:       professoreVZ40@universitas.eu

a:         studenteCS81@universitas.eu

Oggetto: RE: valutazione elaborato finale

 

Gentile studente,

Riscontro la sua di cui all’oggetto e le fornisco la spiegazione richiestami. Ho dovuto assegnarle un S.V. in quanto il suo elaborato finale era irricevibile per violazione del Decreto Didattico n. 26, che ottemperava ad una recente sentenza della Corte Internazionale dei Diritti dell’Umanità. Il mio è stato un atto dovuto e non avrei potuto assegnarle alcuna valutazione differente.

Le esprimo la mia comprensione per lo spiacevole episodio occorsole.

 

Cordiali  saluti

 

 

da:       studenteCS81@universitas.eu

a:         professoreVZ40@universitas.eu

Oggetto: RE: RE: valutazione elaborato finale

 

Egregio professore,

nel ringraziarLa della spiegazione datami, e scusandomi per l’incomodo, sono a chiederLe cortesemente ulteriori ragguagli. Nel riconoscere la mia ignoranza in merito al contenuto della sentenza da Lei citata, sono a domandarLe se vi è modo per rimediare al mio errore e regolarizzare l’elaborato, atteso che l’attuale valutazione dello stesso sarebbe di grave nocumento alla mia media universitaria.

 

La ringrazio anticipatamente e colgo l’occasione per porgerLe distinti saluti

 

 

da:       professoreVZ40@universitas.eu

a:         studenteCS81@universitas.eu

Oggetto: RE: RE: RE: valutazione elaborato finale

 

Gentile studente,

nell’invitarla per il futuro ad essere più edotto dei regolamenti universitari, per non dire delle norme disciplinanti la società in cui viviamo, debbo informarla che i termini per presentare l’elaborato sono oramai scaduti. Tuttavia, secondo quanto statuito dall’ordinamento accademico, lei potrà ripresentare il suo elaborato debitamente corretto a conclusione del corso del prossimo anno, ed il voto che otterrà sarà bilanciato con la valutazione correntemente assegnatale, della quale pertanto potrà attenuare gli effetti sfavorevoli sulla sua media.

Per quanto concerne la regolarizzazione del suo elaborato, premesso che dopo averne constatata prima facie l’irricevibilità non ho proceduto ad approfondirne il contenuto, sul quale pertanto non posso fornirle alcuna valutazione preventiva, la informo che lei ha fatto uso nel suo lavoro di un simbolo il cui uso è stato dichiarato invalido dalla citata sentenza e dal citato Decreto Didattico. Dovrà pertanto rimuoverlo dal testo e sostituirlo con il corrente simbolo adibito alla medesima funzione. La invito ad accedere al database universitario, dove si trovano i predetti documenti ufficiali che lei potrà agevolmente consultare e conoscere.

 

Cordiali saluti

 

 

da:       studenteCS81@universitas.eu

a:         professoreVZ40@universitas.eu

Oggetto: !!!!!!!!


profesore MA KE STIAMO SKERZANDO????? Il m elaborato era irregolare xkè o usato il ÿ ???????? E lei m boccia e m dice che m devo tenere la media abbassata X QUESTO CAXXO DI MOTIVO????????????????

Ma ki le a decise qeste regole?????!!!!!!!!

 

 

da:       professoreVZ40@universitas.eu

a:         studenteCS81@universitas.eu

Oggetto: RE: !!!!!!!!

 

Gentile studente,

voglio scusare i toni scomposti e l’ortografia traballante della sua precedente comunicazione, in considerazione del suo comprensibilmente alterato stato emotivo. La informo tuttavia che per il suo problema non vi è soluzione diversa da quella da me prospettata.

La informo inoltre che, nonostante il correttore automatico del sistema informatico abbia modificato il simbolo contenuto nella sua e-mail, deduco dal contesto che lei ha nuovamente adoperato il simbolo già usato nell’elaborato. La invito pertanto per il suo stesso bene a prestare più attenzione in futuro, ed a procurarsi una nuova tastiera conforme alle ultime normative in materia (giacché intuisco che lei ne sta usando una obsoleta).

Infine la rassicuro sulla bontà della ratio dei citati provvedimenti. Il simbolo precedente è stato dichiarato irregolare poiché equivoco e facilmente fraintendibile, attesa la sua stretta rassomiglianza con il simbolo di una particolare religione. In quanto tale esso violava la neutralità confessionale della materia da me insegnata, ed era suscettibile di offendere i sentimenti degli studenti appartenenti ad una religione diversa o non professanti religione alcuna, con grave lesione della loro libertà e dei loro diritti. Pertanto giustamente si è proceduto alla sua sostituzione con il simbolo “┴”, estendendo in via generale una soluzione già adottata dallo Stato di Israele nel XIX secolo.

 

Cordiali saluti

 

 

da:       studenteCS81@universitas.eu

a:         professoreVZ40@universitas.eu

Oggetto: RE: RE: !!!!!!!!

 

Professore, mi scuso per il linguaggio dell’ultima mail che ho scritto d’impulso, ma ritengo di essere vittima di un’ingiustizia. Il simbolo ÿ non ha niente a che fare con la croce, e poi se anche fosse che c’entra con il mio elaborato? Mica l’ho usato per fare propaganda cristiana!

 

La prego per favore di aiutarmi perché non merito questo.

 

 

da:       professoreVZ40@universitas.eu

a:         studenteCS81@universitas.eu

Oggetto: RE: RE: RE:!!!!!!!!

 

Se ne faccia una ragione e la prossima volta stia più attento ai regolamenti universitari, e non continui ad usare quel simbolo altrimenti si renderà passibile di sanzioni disciplinari.

Non ho certo bisogno che lei venga ad insegnarmi la mia materia. La paternità del simbolo precedentemente usato come “più”, così come del segno “–” tuttora usato per il “meno”, è attribuita al matematico tedesco Johann Widmann, che secondo l’aneddotica storica cominciò ad usarli nel 1489 per indicare il peso esatto delle casse di merce, e il loro uso si diffuse in Europa a partire dal XVI secolo. Ora, è ben vero che la ricerca storica non ha finora rilevato se fu a causa di fattori religiosi che il Widmann scelse due segmenti perpendicolari allo scopo di indicare il “più”; tuttavia, come rilevava la Corte Internazionale dei Diritti dell’Umanità nella sua sentenza, il predetto simbolo, a prescindere dalla sua origine non ideologica, era oggettivamente idoneo per la sua conformazione ambigua ad essere frainteso e dunque a perturbare l’imparzialità dell’attività educativa, specialmente in considerazione della particolare vulnerabilità intellettuale del corpo studentesco, mancante della capacità di assumere una distanza critica in relazione al messaggio di una presunta scelta preferenziale in materia religiosa da parte dell’autorità docente e dell’istituzione universitaria.

 

La matematica deve essere neutrale. Accetti il suo sbaglio, faccia tesoro dell’esperienza e ripresenti il suo elaborato di Analisi algebrica al prossimo corso.

 

 

da:       studenteCS81@universitas.eu

a:         professoreVZ40@universitas.eu

Oggetto: i miei ┴ sentiti ringraziamenti

 

Egregio professore,

 

La ringrazio sentitamente per l’aiuto da Lei gentilmente fornitomi e colgo l’occasione per porgerLe un sonoro MAVAFFANCULO!!!

 +

 Distinti saluti


Insoddisfatti

Insoddisfatti

 

 

Sono molto divertito dall’atteggiamento dei “laici” che, mentre rimproverano alla Chiesa di non accettare la legge dello Stato (oggi), rimproverano alla Chiesa di aver accettato la legge dello Stato (settant’anni fa).

 

 

Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, abbiamo cantato un lamento e non avete pianto. È venuto Giovanni, che non mangia e non beve, e hanno detto: Ha un demonio. È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e dicono: Ecco un mangione e un beone, amico dei pubblicani e dei peccatori. Ma alla sapienza è stata resa giustizia dalle sue opere.

 


L’insipienza

L’insipienza

 

Che amarezza. Adesso l’oscurantismo canta vittoria…

 

(continua a leggere sull’Esagono)

 


Le cinque variazioni (2)

Le cinque variazioni

(2)

 

(continua)

 

Il dio e il potere

 

«I Fremen hanno la parola di Muad’Dib» disse Paul. «Sotto il cielo di questo mondo l’acqua scorrerà liberamente, e vi saranno oasi verdeggianti piene di delizie. Ma dobbiamo pensare anche alla spezia. Così vi sarà sempre il deserto su Arrakis… e venti selvaggi, e prove per indurire l’uomo. Noi Fremen abbiamo un detto: Dio creò Arrakis per temprare il fedele. Non si può andare contro la parola di Dio.»

 

«Muad’Dib era diventato la mano di Dio. Dove c’era la guerra, Muad’Dib avrebbe portato la pace. Dove c’era l’odio, Muad’Dib avrebbe portato l’amore, e guidato il popolo verso la vera libertà cambiando la vita di Arrakis.»

 

I testi qui sopra sono citazioni tratte da Dune, rispettivamente il libro di fantascienza di Frank Herbert, il primo di una lunga e famosa saga, ed il film che ne ha tratto David Lynch. Le ho scelte perché mi pare che il momento clou a cui si riferiscono (il trionfo di Paul Atreides, conosciuto come Muad’Dib, il capo dei Fremen, e la sua ascesa sul Trono del Leone Dorato come nuovo Imperatore dell’Universo Conosciuto) esprimano molto bene, e in forma comprensibile ai più, la teocrazia: non si può andare contro la parola di Dio; il leader politico è la mano di Dio, oppure è considerato egli stesso divinità (come poi nella saga di Dune avviene per il figlio di Paul, Leto II, il semi-immortale Imperatore-Dio-Verme di Dune).

 

La teocrazia esprime questa idea semplice e radicale: solo il dio ha il potere. Teo cratòs, governo della divinità, la quale comanda lo Stato o direttamente, perché colui che governa è considerato egli stesso un dio, oppure indirettamente attraverso i suoi sacerdoti, ed in tal caso si parla anche di ierocrazia (hyeròs = sacro). Penso che storicamente possiamo trovare due esempi di queste forme teocratiche rispettivamente nella storia dell’antico Egitto e del popolo d’Israele, anche se qui si potrebbero fare degli approfondimenti che ora non posso sviluppare.

È importante aver ben chiaro che, affinché si abbia una teocrazia, non è sufficiente che l’autorità politica e l’autorità religiosa coincidano nella medesima persona: quella persona potrebbe agire di volta in volta e nelle diverse circostanze in quanto capo politico oppure in quanto capo religioso, ferma restando la distinzione perlomeno in linea teorica (anche se possiamo dubitare che in pratica sia per tutti agevole percepire la differenza, per non parlare degli abusi che possono verificarsi). Questo non è ancora abbastanza: così non si coglie l’essenza, il nudo e crudo punto focale della teocrazia, e cioè che solo e soltanto il dio esercita il potere. Nella teocrazia, l’uomo non ha nessun potere normativo autonomo. Il potere di emettere leggi, di dare ordini a cui tutti nella società devono obbedire o sono puniti, deriva dal fatto che il legislatore è dio oppure il suo rappresentante: il fattore umano è marginale, completamente subordinato.

La prima relazione tra diritto e morale si presenta dunque come pura identificazione (e difatti siamo noi a percepirla come “relazione”, ancorché di uguaglianza, mentre per coloro che pensano teocraticamente non c’è alcun dualismo): la morale è il diritto, ciò che è peccato è perciostesso reato, quello che l’autorità politica mi dice di fare deriva puramente e immediatamente da quello che il dio mi dice di fare. Lo Stato è il sacro guardiano che deve far rispettare il bene e impedire il male.

 

—————————-

 

«In teoria, quella giudaica ha un posto tra le altre religioni dell’impero; ma, in realtà, da secoli Israele si rifiuta di essere un popolo tra gli altri, d’avere un dio tra gli dèi. I Daci più selvaggi non ignorano che il loro Zalmosis si chiama Iuppiter a Roma; il Baal punico del monte Cassio s’è identificato facilmente col Padre che tiene la Vittoria in mano e da cui è nata la Saggezza; gli Egizi, pur tanto vani dei loro dèi dieci volte secolari, consentono d’indentificare in Osiris un Bacco dotato di attributi funerei; l’aspro Mitra sa di essere fratello di Apollo. Non v’è un altro popolo, all’infuori di Israele, così arrogante da pretendere di contenere la verità intera nei limiti angusti d’una sola concezione divina.»

 

«Cabria, sempre ansioso del giusto culto da offrire agli dèi, si preoccupava del progresso delle sette di questo genere [i cristiani] tra la plebe delle grandi città; si sgomentava per le nostre vecchie religioni, che non impongono all’uomo il giogo di alcun dogma, si prestano a interpretazioni tanto varie quanto la natura stessa, e lasciano che i cuori austeri si foggino, se lo vogliono, una morale più alta, senza costringere le masse a precetti troppo rigidi per evitare che ne scaturiscano subito costrizione e ipocrisia.»

Marguerite Yourcenar, Memorie di Adriano

 

Il rovescio della teocrazia è lo Stato etico.

“Stato etico” è un’espressione relativamente recente, entrata in uso credo all’incirca verso il diciassettesimo secolo e poi adoperata massicciamente da Hegel, la cui filosofia è stata in vario modo supporto filosofico per i totalitarismi del nazismo (assieme alle idee nicciane), del fascismo (con la mediazione dell’idealismo di Gentile, e assieme al retaggio dell’impero romano), e del comunismo (passando per il rovesciamento dialettico di Marx).

È importante chiarire subito che la parola “etica”, anche se oggigiorno è usata comunemente come puro sinonimo di “morale”, nel vocabolario filosofico ha una sfumatura diversa: la morale è una concezione del bene e del male che esiste di per sé, posta dalla divinità e/o dalla natura e/o dalla ragione universale (e per ora lasciamo da parte il quesito se sia teoricamente e praticamente possibile una morale senza dio); l’etica è quella concezione del bene e del male a cui fa riferimento lo Stato, che assume rilevanza pubblica e politica.

Chi crede in una morale la percepisce come qualcosa che è fuori da sé: io non decido la morale (casomai la capisco), non posso cambiare la morale con un atto della mia volontà (casomai posso cambiare la mia volontà per accettare o rifiutare la morale), perché l’origine della morale non sono io ma è qualcuno o qualcos’altro. D’altra parte, l’etica dello Stato può sovrapporsi parzialmente o completamente ad una morale prestabilita che è molto diffusa nella società, oppure a più morali diffuse che si trovano d’accordo su certe questioni fondamentali; ma l’etica può anche esistere da sola, senza nessuna morale antecedente, perché lo Stato – con lo strumento del diritto – decide semplicemente da sé, in quanto fonte autonoma e originaria, che cosa va considerato bene e male: e quest’ultimo è appunto ciò che intendiamo con la definizione “Stato etico”.

Lo Stato etico nelle sue varianti nazista e fascista è stato sconfitto alla fine della seconda guerra mondiale; è durato molto più a lungo nella variante sovietica, come applicazione concreta nei regimi comunisti, e come anelito ideale per i comunisti dei paesi democratici che osannavano ciò che succedeva altrove (di solito, senza sapere cosa veramente succedeva). La fine del comunismo – perlomeno come applicazione, mentre i comunisti non sono ancora finiti – non ha portato alla fine dello Stato etico: nel mondo esistono ancora paesi che impongono l’etica pubblica e praticano persecuzioni su ogni morale, e il più grande esempio in tal senso ci è dato dalla Cina, che ormai comunista lo è solo a parole; in Europa invece l’idea di Stato etico non è morta, ma è sprofondata in un sonno inquieto e agitato, in cui sta subendo un’ulteriore trasformazione. Si va formando un’idea democratica di Stato etico, tale per cui il bene e il male e il vero e il falso possono e devono semplicemente essere decisi a maggioranza, nell’ambito delle procedure formali dello Stato democratico. Requisito per accedere a queste procedure è non pretendere di conoscere il vero e il bene, perché questi non devono essere i dati iniziali da cui partire per una discussione di confronto (si deve partire solo dalle opinioni, dai “secondo me”) ma bensì i risultati finali, ancorché perennemente provvisori (validi fino al prossimo voto), del processo dialettico democratico che produce il diritto – il quale dunque esiste unico e solitario, trasfigurato in etica, senza alcuna morale che lo possa limitare.

In questo modo lo Stato etico celebra il potere assoluto dell’uomo, solo e soltanto dell’uomo. Non c’è dio, né natura prefissata, né ragione universale, e dunque non c’è morale ma solo diritto uguale etica. Lo Stato etico è intrinsecamente basato sull’ateismo, se non addirittura sull’antropoteismo, parola difficile che vuol dire: l’uomo è dio. Come lo Stato teocratico è il trono su cui siede il dio sceso sulla terra per governare l’uomo, così lo Stato etico diventa il trono che l’uomo costruisce per innalzarvisi e proclamarsi dio del mondo. L’antropoteosofia, parola ancor più difficile per cui l’uomo deve capire di essere dio, è il nucleo dell’autocomprensione hegeliana.

 

Ebbene: della filosofia di Hegel, e di come nel corso della storia lo Stato etico ha cambiato più volte la propria pelle, come un serpente, dovrò parlare ancora in questo discorso. Quello che ora vorrei spiegare, è che, pur se la definizione “Stato etico” è nuova, il concetto in sé è molto antico. L’Impero romano fu la prima veste dello Stato etico, forma preliminare e per vari versi incompleta, ma che ne aveva già in sé il nucleo essenziale: tutti gli dèi vanno bene, purché gli uomini non ci credano veramente ed esclusivamente, purché non rifiutino di prestare adorazione all’unica divinità che conta davvero – cioè Roma eterna, lo Stato creato dall’uomo.

Consiglio a questo proposito la lettura di Memorie di Adriano, l’immaginaria autobiografia dell’imperatore scritta da Marguerite Yourcenar (qui ne avevo citato dei passi a mio avviso molto significativi, tra cui anche quelli che ho riportato in apertura): a mio avviso la scrittrice ha saputo cogliere perfettamente i fermenti che animavano quel mondo, rappresentando il carattere proprio del paganesimo – che non fu semplicemente politeismo, credere in molti dèi, ma piuttosto crearsi da sé i propri dèi, in cui si credeva come simbolo, come mito, ma non come pura e semplice verità.

L’Impero romano usava a proprio vantaggio le antiche religioni, instrumentum regni, grazie a due loro caratteristiche molto peculiari, che oggi possono sembrare strane e difficili da comprendere: l’interscambiabilità degli dèi, e la separazione tra verità e culto.

Innanzitutto, v’era il fatto che le figure divine potessero essere “tradotte” da un linguaggio religioso all’altro, che fossero all’incirca equivalenti dal punto di vista funzionale. Beninteso, questo non si verificava sempre e spesso nient’affatto pacificamente, perché anche il mondo pagano ha conosciuto le sue furiose guerre di religione; ma era possibile, e in effetti abbastanza possibile perché Roma potesse approfittarne, inglobando i popoli sottomessi nel proprio Impero, accogliendo tutte le più disparate divinità nel pantheon e non rifiutando a nessuna il culto richiesto.

D’altra parte, questo era possibile perché l’Impero considerava la religione come una questione politica, non come una veritiera rappresentazione del mondo e di ciò che è dentro e al di là di esso. Il culto è necessario per l’ordine dello Stato, per il buon comportamento dei popoli sottomessi, ma non è “vero” nel senso preciso della parola – al massimo si dica pure che è vero in quanto mito, simbolo di una realtà ulteriore sempre sfuggente e perciò politicamente innocua… emerge così il carattere esoterico della religione romana: credano pure agli dèi le masse, i non iniziati, i semplici, i sottomessi, ci credano e siano timorosi di violare le leggi per paura della punizione divina, e lo Stato porterà il massimo rispetto a questa utile fede purché non essa sia d’intralcio all’adorazione dell’unica “divinità” che ha davvero il potere assoluto (Roma); se poi i singoli avessero a capire che gli dèi e il loro culto non sono “veri”, ebbene, buon per loro, ma che non si provino ad annunciarlo pubblicamente e politicamente, perché lo Stato ne sarebbe scosso alle fondamenta.

 

E infatti lo Stato etico romano, alla fine, fu scosso alle fondamenta.

Non posso approfondire la discussione su quali e quanti siano stati i fattori che hanno provocato la caduta dell’Aquila Imperiale; faccio soltanto cenno dei due che mi interessano. Innanzitutto, la pretesa di verità della religione ebraica, la cosiddetta “distinzione mosaica” (definizione in chiave critica dell’egittologo Jan Assmann): Israele, questo Stato rigidamente teocratico, non era disposto né a tradurre il proprio Dio in altri linguaggi religiosi e né tantomeno a ridurre il suo culto a orpello politicamente utile. A Dio bisognava crederci, davvero, e non c’era posto per altre divinità inventate, figuriamoci per l’adorazione di un Impero creato dall’uomo e che dell’uomo celebrava il potere assoluto. Nonostante il dispiacere del saggio Adriano, Israele restò sempre cocciutamente non assimilabile a Roma.

Ma a un certo punto sia la teocrazia ebraica che lo Stato etico romano dovettero fare i conti con un terzo attore. Cominciò a diffondersi una religione che non solo aveva ereditato dall’ebraismo la pretesa di verità, ma proclamava anche un concetto per quei tempi rivoluzionario – distinguere tra quello che spetta a Cesare e quello che spetta a Dio – una religione i cui fedeli si dichiaravano disposti alla sottomissione politica all’Imperatore, ma allo stesso tempo gli rifiutavano quella religiosa, scardinando l’equivalenza tra esse su cui si reggeva l’Impero.

Era l’inizio della fine per le prime due relazioni tra diritto e morale (perlomeno per quei tempi e luoghi, perché lo Stato teocratico e lo Stato etico sarebbero poi tornati nella storia), relazioni che sono all’opposto quanto a contenuto ma che pure, come se l’una fosse l’altra riflessa in uno specchio oscuro, condividono la stessa forma: identificazione tra morale e diritto, ovvero tra diritto e morale (etica politica). Quando all’Aquila dell’Impero si sostituì l’Agnus Dei, cominciò un’epoca in cui il diritto e la morale avrebbero avuto ciascuno un proprio ambito operativo; e cominciavano nuovi problemi, perché era ancora da trovare il criterio per la difficile convivenza tra questi ambiti, il limite tra i due insiemi. Il seme della laicità era stato piantato, ma per vederne i frutti ci sarebbe voluto ancora molto tempo.

 

(continua…)


Le cinque variazioni (1)

Le cinque variazioni

 

 

 

  

Lo schema qui sopra, e tutto il post che segue, è una versione migliorata di quanto a suo tempo esprimevo qui (e adesso ho imparato a farmi da solo i disegni che mi servono). Ora cercherò di approfondire il discorso sul rapporto tra diritto e morale, un rapporto che a mio parere può porsi in cinque diverse varianti.

 

1) Innanzitutto c’è la teocrazia: non esiste il diritto, esiste solo la morale. La legge dello Stato si identifica con la religione, peccato e reato coincidono. Lo Stato recepisce una determinata concezione del bene e del male, e si identifica pienamente con essa.

2) All’opposto c’è lo Stato etico: non esiste la morale, esiste solo il diritto. Lo Stato non ammette nessuna autorità all’infuori della propria; non riceve da altrove una concezione del bene e del male, ma la produce esso stesso, e la morale prodotta dallo Stato si chiama etica (oggigiorno nel linguaggio comune i due termini sono sinonimi, ma nel lessico filosofico morale ed etica sono concetti diversi). Lo Stato etico nasce ai tempi del paganesimo, dell’Impero che ammetteva tutti gli dèi purché fossero sottomessi a Roma, e risorge dapprima nella filosofia di Hegel (morale-tesi à diritto-antitesi à etica-sintesi) e poi nella realtà dei moderni totalitarismi nazifascisti e comunisti.

Queste due concezioni sono opposte nella sostanza, ma simili nel fatto che concepiscono il rapporto tra morale e diritto come pura identificazione: o la morale è il diritto, o il diritto è la morale (etica). Aut aut. L’ipotesi che uno dei due insiemi possa esistere autonomamente dall’altro non è ammissibile.

Ci sono poi altre due relazioni tra diritto e morale che invece ammettono l’esistenza autonoma di entrambi questi insiemi, purché tra i due non ci sia alcun tipo di contatto, e se un contatto si verifica allora uno dei due deve sottomettersi e cedere il campo all’altro. Qui il rapporto è inteso come disgiunzione: il diritto può esistere solo dove non arriva la morale, oppure viceversa. Ubi maior minor cessat.

3) Nel giusnaturalismo, anche noto nelle sue forme più deteriori come confessionalismo o clericalismo (ma io preferisco il primo termine perché è più preciso: tra poco parlerò della differenza tra giusnaturalismo e giuspositivismo), la legge dello Stato è valida soltanto se conforme alla legge naturale, cioè la morale. Il diritto ha un suo ambito di autonomia, ma soltanto su ciò che non ha rilevanza morale; su ciò che attiene alla morale di riferimento dello Stato, invece, questa vale come fondamento legislativo e il diritto deve necessariamente essere conforme ad essa. Il giusnaturalismo, concetto assai antico, viene elaborato in forma rigorosa durante il Medioevo cristiano, e oggi in occidente è prevalentemente considerato superato (ma va notato che il processo di Norimberga e la teoria dei diritti umani universali sono proprio un ritorno di giusnaturalismo).

4) All’opposto c’è il laicismo, parola che a me non garba del tutto perché può far intendere si tratti di una forma di laicità, sia pur deteriorata, mentre invece è qualcosa di completamente diverso (per la precisione, si tratta della forma più radicale di giuspositivismo); ma dato che ormai è entrata nel linguaggio comune, debbo adattarmi ad adoperarla. Il laicismo è lucidamente elaborato per la prima volta da Machiavelli nel Principe, e consiste nell’espellere le considerazioni morali da ciò che riguarda lo Stato: il buon principe dev’essere pronto a disapplicare la morale ogniqualvolta agisce politicamente. Oggigiorno il laicismo è molto diffuso in occidente (anche se confuso con la laicità, tant’è che i laicisti si fregiano del titolo di laici), e cerca di confinare la morale nel cosiddetto “ambito meramente privato” oltre il quale ogni giudizio morale sul diritto e sulle vicende politiche dello Stato costituisce “ingerenza”.

5) Infine, la laicità considera il rapporto tra morale e diritto come intersezione: esiste una zona comune tanto al diritto quanto alla morale, in cui valutazione giuridica e valutazione morale coesistono senza mai confondersi. Qui il rapporto tra morale e diritto non è immediato, ma mediato dalla volontà del soggetto legislatore: questo produce il diritto filtrando e traducendo (trans-ducere, “portare oltre”) le istanze morali, che pertanto si trasformano in fondamenti giuridici e politici. Il fine ultimo che mi propongo è dimostrare che la laicità è la variante preferibile, specialmente se si accompagna alla forma democratica in cui soggetto legislatore è il popolo: ne parlerò più approfonditamente alla fine del mio discorso.

Ma ora, prima di spiegare in dettaglio queste cinque variazioni sul rapporto tra morale e diritto, bisogna parlare della differenza tra giusnaturalismo e giuspositivismo.

 

 

tra Antigone e Socrate

 

La posizione del giusnaturalismo è ben esemplificata dall’Antigone, l’ultimo dramma del ciclo di Sofocle sulle vicende di Tebe.

Eteocle e Polinice, figli di Edipo, avrebbero dovuto dividersi il governo della città di Tebe secondo il volere del padre, un anno ciascuno. Eteocle alla scadenza dell’anno ha rifiutato di cedere lo scettro al fratello e l’ha scacciato; Polinice ha radunato un esercito per reclamare il trono e ha scatenato la “guerra dei sette contro Tebe”; alla fine i due si sono uccisi a vicenda. Tuttavia resta il fatto che Polinice ha  mosso guerra contro la città, e pertanto il nuovo re Creonte ha decretato che egli non dovrà ricevere onoranze funebri. Ma ecco che Antigone, sorella dei due, decide di seppellire comunque Polinice: la giovane rifiuta di obbedire al decreto del re, giudicando superiore l’affetto fraterno del suo cuore e “le leggi sacre e incrollabili degli dèi, leggi non scritte”. Per questo il re la punirà, e ovviamente tutto si concluderà nell’immancabile bagno di sangue tipico della tragedia greca.

 

Ma esaminiamo la posizione opposta del giuspositivismo: Socrate, così come appare nel Critone platonico. Socrate è stato condannato a morte da Atene: la sentenza è ingiusta, ma la procedura è stata regolare. Il discepolo Critone esorta il suo maestro a fuggire e gli espone una serie di motivi che giustificherebbero la fuga. Ma Socrate rifiuta, perchésupponi che mentre noi stiamo per scappare ci venissero davanti le Leggi e lo stesso Stato e ci chiedessero: «dì un po’, Socrate, che cosa hai in mente di fare? Non è, forse, per distruggerci, per quanto sta in te, noi, le Leggi e tutto lo Stato insieme, che ti accingi a compiere quest’impresa? Pensi proprio che possa reggersi ancora, senza che ne sia sovvertito, quello Stato in cui le leggi non hanno efficacia, calpestate e rese vane da cittadini privati?»

Socrate sceglie di obbedire alle leggi, anche se esse ingiustamente lo mettono a morte, e beve la cicuta.

 

Questi due esempi ci permettono di capire bene il contrasto tra giusnaturalismo e giuspositivismo. La domanda di fondo è: perché bisogna obbedire alla legge? Da dove deriva la validità del diritto? Per il giusnaturalismo, essa viene dalla sua conformità allo ius (= diritto) naturale, alle “sacre leggi non scritte” che capiamo con la ragione o sentiamo nel cuore; per il giuspositivismo, essa deriva dal semplice requisito formale che lo ius è positum, cioè “posto”, regolarmente emanato da chi ha l’autorità. Antigone non riconosce validità alla legge ingiusta; Socrate obbedisce alla legge, anche se è ingiusta; entrambi pagano con la vita la loro scelta, entrambi a modo loro eroi.

Quale di queste due posizioni è la migliore? Molti nei secoli hanno sostenuto con varie argomentazioni la superiorità o addirittura la perfezione dell’una o dell’altra; io sostengo che è preferibile il giuspositivismo, per la precisione una forma di giuspositivismo che recupera alcuni aspetti del giusnaturalismo, e mi propongo di spiegare alla fine che quella forma è appunto la laicità; qui intanto voglio sottolineare come nessuna delle due opzioni sia esente da difetti.

Se optiamo per il giuspositivismo, dobbiamo accettare il rischio concreto che in nome del diritto siano compiute cose che sentiamo come abominevoli: Socrate è condannato a morte per aver insegnato ai giovani a cercare la verità, e questo è perfettamente legale; la monarchia assoluta sancisce il potere di uno solo sulle masse, e questo è perfettamente legale; il regime produce i lager nazisti, i gulag comunisti, i laogai cinesi e le morti occulte dei desaparecidos sudamericani, e questo è perfettamente legale (e proprio l’abisso nazista ha prodotto il “ritorno di fiamma” di giusnaturalismo che è stato costituito dal processo di Norimberga, come vedremo poi).

D’altra parte, se optiamo per il giusnaturalismo, allora l’ordinata convivenza civile è sempre esposta ad un pericolo attuale o latente: chiunque può rifiutare la validità della legge scritta, perché segue la “sua” legge non scritta che sente o pretende di sentire. Ogni criminale con un’infarinatura culturale, e motivi meno nobili di quelli di Antigone, può rifiutare la legge perché (così sostiene) sa che è giusto; i ribelli provocano rivoluzioni e disordini, perché sanno che è giusto; i terroristi organizzano attentati e stragi, perché sanno che è giusto. Così la certezza del diritto affonda nell’eterno conflitto tra le diverse morali.

 

Ma allora qual è la soluzione? Io sostengo che non c’è soluzione perfetta, perché ogni sistema politico è imperfetto, perché non ci sarà mai un sistema politico così buono da non aver più bisogno che gli uomini siano buoni. Resta purtuttavia la ricerca del meno peggio, e in questa ricerca l’umanità ha sperimentato nella storia le cinque variazioni che costituiscono l’argomento di questo post.

E ora che abbiamo posto le premesse, possiamo esaminare in dettaglio le cinque figure di quello schema iniziale.

 

(continua)

 

P.S. come forma di esperimento, piuttosto che scrivere per mesi e poi pubblicare tutto il mattone in una volta, proverò a mettere su web paragrafo per paragrafo. Peraltro avviso subito che dati i miei incostanti ritmi di scrittura, e il carico di lavoro di questo periodo della mia vita, non ho alcuna idea di quanto tempo ci vorrà per la “prossima puntata”. Mi spiace, ma dovete farvene una ragione, miei cari impazienti lettori… (ma come sono ottimista)

 

 

 


la laicità accoglie, il laicismo esclude

La laicità accoglie, il laicismo esclude

 

    

Aderisco con piacere alla richiesta di Pescevivo e riporto qui il seguente volantino:

           

CHI HA PAURA DELLA LIBERTA’?

Ieri 7 marzo, alla fine di una interminabile seduta, il Collegio dei docenti dell’Istituto Professionale “Paolo Frisi” di Milano ha espresso parere sfavorevole riguardo la proposta dei rappresentanti degli studenti al Consiglio d’Istituto e alla Consulta Provinciale di recitare la preghiera dell’Angelus tre volte la settimana, durante l’intervallo, all’interno della scuola.

Il che equivale alla richiesta di sostare in un luogo dell’edificio per circa 8 minuti alla settimana in un gruppo di persone che a stento si immagina possa raggiungere le 10 unità.

Ma tant’è. Il collegio ha recepito questa richiesta come una grave minaccia alla libertà delle persone e alla laicità della scuola e, nonostante l’intervento ragionevole e pacato di diversi colleghi a favore della richiesta degli studenti, ha votato contro, a larga maggioranza.

Premesso che il problema sta all’origine, nel senso che non solo tale richiesta non costituisce materia di collegio, ma nemmeno necessita dell’autorizzazione di alcuno, essendo la possibilità di esprimere pubblicamente la propria fede religiosa anche attraverso gesti comunitari, ampiamente tutelata dalla Costituzione e dalle leggi dello Stato italiano, il fatto merita qualche considerazione e suscita qualche domanda.

1.       Chi ha paura della libertà? Le scomposte reazioni che si sono viste ieri in collegio ci paiono francamente sproporzionate alla richiesta, del tutto libera, avanzata dagli alunni. Perché degli studenti che preferiscono radunarsi nel tempo libero dell’intervallo, condividendo un gesto che ritengono costitutivo della loro amicizia, piuttosto che parlare di calcio, andare al bar, fumare in cortile… o altro, non possono farlo? E’ semmai impositiva e gravemente lesiva della libertà personale la pretesa del collegio di vietare un simile gesto.

2.       Chi ha paura del pluralismo? La paventata minaccia alla laicità della scuola ci pare altrettanto infondata. Una scuola è laica se è veramente pluralista, ovvero se consente a tutto tondo l’espressione della tradizione, religiosa e culturale, di ciascuno. Questo è un contributo e una ricchezza. Se altri, di diversa appartenenza religiosa e culturale, avessero avanzato la stessa richiesta, avremmo forse avuto, finalmente, l’opportunità reale di un dialogo e di un confronto multiculturale. Perché il dialogo vero si crea ed esiste laddove ciascuno è seriamente impegnato con la propria tradizione e la propria storia, laddove la persona si spende per qualcosa che incide sulla propria vita, la propone e la mette al vaglio della ragione nel presente. Viceversa l’apertura alla diversità ha i confini che gli diamo noi, censurando ciò che ci disturba o non rientra nei nostri schemi, divenendo così vuota retorica, argomento di scuola che non suscita più il minimo interesse.

3.       Chi ha paura dell’educazione? Come adulti ed educatori che lavorano in una scuola pubblica, finanziata con il denaro di tutti i contribuenti italiani abbiamo il compito e il dovere di promuovere, valorizzare e difendere l’espressione ideale e la proposta culturale di tutti. Nessuno escluso. In particolare se l’iniziativa viene dagli studenti. Il compito dell’educatore è quello, ne siamo certi, di accompagnare gli studenti ad andare a fondo della tradizione cui appartengono e a verificare l’adeguatezza o meno di quest’ultima alla loro esperienza umana, anche se il loro credo non coincide con il nostro. Negare a degli studenti la possibilità di riconoscere pubblicamente la loro appartenenza religiosa è un fatto altamente diseducativo.

4.       Chi ha paura dell’ideale? Lamentiamo spesso che i nostri alunni non hanno impeto, non hanno ideali per i quali impegnarsi. Sono figli della noia. E allora perché, per una volta che si verifica il contrario, lo si vuole stroncare sul nascere? Si ha forse paura del risvolto comunitario di questo ideale, della sua ricaduta sociale? Chi conosce la storia, e tutti noi in quanto adulti e laureati dovremmo conoscerla, sa che il fatto religioso, e in particolare quello cattolico, si pone per sua natura come un fatto sociale e comunitario. Ma questo, per chi almeno è leale con la storia, è un contributo alla convivenza, non una minaccia.

E in democrazia è fatta salva la libertà di tutti e la libertà di tutti va difesa.

Anche quella dei cattolici.

INVITIAMO TUTTI COLORO CHE LO RITENGONO OPPORTUNO A SOTTOSCRIVERE QUESTO COMUNICATO.

Esp. Un gruppo di docenti del Frisi

8 marzo 2006

           

Capito il ragionamento? Siccome la scuola è laica, Dio non ha ragion d’essere in questo luogo. Andate a pregare da un’altra parte.

In realtà questo modo di pensare non è laico, è laicista. E non credete a chi vi dice che non c’è nessuna differenza, che laicismo è una parola inventata dai cattolici per combattere la laicità. La differenza esiste e mi perito di poterla spiegare facendo ricorso ai semplici disegnini: la laicità è intersezione, incontro, luogo comune a credenti e non credenti. Alla scuola cattolica si prega, alla scuola laica c’è chi prega e chi non prega. Il laicismo è disgiunzione, esclusione dal discorso pubblico di ogni riferimento religioso, un clericalismo rovesciato che si pretende imparziale senza esserlo affatto. E le battute di Capezzone “furbi-furbisti-Casini-casinisti”, e di chi altri pretende di avere il copyright della laicità, servono solo ad aggirare la questione.


Ingerenze di voto

Ingerenze di voto

  

Cari amici ed amiche, una modesta iniziativa. Se andate sulla home page dell’UAAR (Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti), troverete un sondaggio in cui vi si chiede di dire la vostra sugli interventi dei vescovi nel dibattito politico italiano. Non si può non notare che il sondaggio preseleziona già la vostra opzione, la prima (“E’ un’inammissibile ingerenza, la laicità dello Stato è a rischio”), cosa che non avevo mai visto prima per un sondaggio on line. Forse si dà per scontato che sarà quella che vincerà, considerato l’ambiente, il che è effettivamente probabile. Però…

A questo punto vi chiedo, almeno a quelli che la pensano come me, di andare sul sito e votare un’altra opzione, e magari di contattare qualche amico e chiedergli la stessa cosa. Magari pure, se non è chiedere troppo, di segnalare la cosa sui vostri blog. Mi piacerebbe tanto veder primeggiare un risultato diverso da quello preselezionato. Una piccola soddisfazione, ma la vita è fatta anche di piccole soddisfazioni.

E di ingerenze come questa.


Una visione d’insieme

Una visione d’insieme

 

Dopo aver ripassato sul mio vecchio libro di geometria i diagrammi di Eulero–Venn, provo a fare ricorso alla teoria degli insiemi per dare uno sguardo generale ai modi in cui può intendersi il rapporto tra diritto e morale, tra religione e politica; in particolar modo m’interessa spiegare degnamente la differenza tra laicità e laicismo, questi due concetti troppo spesso usati come puri sinonimi. A questo scopo stabiliamo due insiemi D e M, che rappresentano rispettivamente il diritto e la morale (e su cosa siano le norme giuridiche e morali, e quale profonda differenza vi sia tra esse, ho già discettato abbastanza); ci avvediamo che essi possono relazionarsi in tre modi diversi.

(e un grazie a Cuoredipizza che mi ha spiegato come inserire le figure, essendo io troppo scemo per capirlo da solo)

 

 

1) Identificazione: D = M. Totale coincidenza del diritto e della morale. Questo può avvenire sia per la totale prevalenza della religione (teocrazia) che della politica (il paganesimo nel passato remoto, lo Stato etico hegeliano nel passato prossimo). In entrambi i casi, una delle due annichilisce l’altra e le toglie completamente ogni ragion d’essere.

 

 

2) Intersezione: D Ç M. Ecco la laicità. Mi autocito: la norma giuridica e la norma morale cattolica si pongono su due piani nettamente distinti. L’una ha riguardo al comportamento materiale, e può efficacemente influenzarlo perché è dotata di sanzione. L’altra si rivolge alla volontà interiore, ma può solo fare appello al libero arbitrio perché non esiste coercizione all’amore. Analogamente, il giudizio politico è quello che valuta un evento o un’idea per le sue conseguenze sulla polis, sulla società; il giudizio religioso valuta un evento o un’idea per la sua connotazione buona o cattiva o profana nell’ambito di un sistema religioso. Laicità non è altro che tenere distinti questi due giudizi, sicché non tutto ciò che è illecito è ingiusto e non tutto ciò che è ingiusto è illecito.

E tuttavia, il diritto e la morale sono distinti ma non distanti. In molte questioni essi convergono. Non coincidono: convergono, ovvero arrivano alla stessa conclusione da origini diverse. Per esempio, l’articolo 575 del codice penale punisce chiunque cagiona la morte di un uomo con la reclusione non inferiore ad anni ventuno, e l’articolo 56 punisce il tentativo in tal senso; ma l’articolo 115 dichiara non punibili, salva l’applicazione di misure di sicurezza, l’accordo e l’istigazione a commettere un reato che poi non sia stato effettivamente commesso. Specularmente, il quinto comandamento prescrive di non uccidere, ma l’ho già violato se ardentemente desidero la morte del mio prossimo. In questo caso (come in molti altri) il peccato e il reato hanno lo stesso oggetto, ma ciascuno nel proprio ordine e per i propri motivi. Ovvero, nella rappresentazione grafica, i due insiemi D e M hanno uno spazio in comune. È in questo spazio che possono convivere e dialogare i laici cattolici ed i laici non cattolici (e ribadisco che mi rifiuterò fino alla morte di usare la parola “laico” come fosse l’opposto di cattolico).

 

 

3) Disgiunzione: D Ç M = Æ. Ciò che è proprio di un insieme non può essere dell’altro. Ubi maior, minor cessat.

Il laicismo è appunto questo: ciò che è stato deciso dal diritto non può essere oggetto di comandamento morale. Ciò che riguarda la politica, per ciò stesso non può riguardare anche la religione. Mentre la laicità riconosce uno spazio d’intersezione comune ad entrambe (et–et), il laicismo interpreta il rapporto tra esse in termini di rigido esclusivismo (aut–aut).

La politica, l’organizzazione della polis, la disciplina della res publica: di ciò la religione non deve occuparsi, non deve neppure parlare. In Italia, specialmente dopo che a qualcuno sono saltati i nervi per l’inattesa sconfitta referendaria (non se l’aspettavano, non era così che doveva andare, loro sono il progresso, noi siamo solo la scomoda eredità dei secoli bui…), ne abbiamo avuto parecchi esempi. Laicismo è urlare all’ingerenza se il Cardinale Ruini si permette di far notare cosa dice l’articolo 29 della Costituzione. Laicismo è pretendere che

la Chiesa non rimproveri a coloro che se ne dicono fedeli l’adesione a partiti politici dai valori fortemente e irrimediabilmente anticristiani (come fu per il Pci a suo tempo, come personalmente direi che è per i radicali adesso). Laicismo era la folle pretesa che i vescovi tacessero sulle implicazioni morali del referendum sulla fecondazione assistita.

L’equivoco tramite il quale il laicismo si spaccia per laicità è di base questo: che per entrambi la politica e la religione sono separati, il diritto e la morale hanno criteri diversi. La qual cosa, per chi si ricorda la famosa frase sul dare a Cesare ed a Dio, è praticamente un’ovvietà. Salvo che poi un conto è distinguere il giudizio politico dal giudizio religioso; un altro è negare alla Chiesa la qualifica di legittimo interlocutore su ciò che attiene alla società, estromettendola dal discorso pubblico. Questo non è soltanto distinguere il diritto dalla morale, questo è mutilare la libertà religiosa di una sua dimensione essenziale: ciò che residua, l’utopistico “ambito meramente privato” entro il quale dovrebbe starsene zitta e buona, la differenza M D, è come un arto amputato dal tronco e perciò condannato a marcire (il che, francamente, è proprio il fine ultimo di tanti laicisti che rispettano la libertà religiosa solo se così ben compressa).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Specularmente, è possibile un modo d’intendere la relazione disgiuntiva D Ç M = Æ in cui è la religione a prevalere sulla politica e la morale limita il campo d’azione del diritto, un modo a cui oggi sono dati vari nomi: confessionalismo e clericalismo, per esempio. Esso consiste nel ritenere che l’unico ambito in cui la norma giuridica abbia libero spazio sia quello che riguarda ciò che è assolutamente profano e scevro di ogni implicazione religiosa. Per tutto il resto, essa deve essere fedele traduzione della norma morale.

Una simile posizione talvolta è confusa con la teocrazia. Non è così: teocrazia è negare al diritto ogni autonomia ancorché monca e residuale, cercare nelle Sacre Scritture la disciplina di qualunque ambito dell’esistenza e del vivere sociale. Ma questa è la sharia, è il Califfato islamico. Una teocrazia cristiana non è mai stata lecitamente teorizzata, né poteva esserlo per il noto versetto evangelico già citato, quantunque nella prassi si siano verificate deviazioni anche notevoli (qualcuno obietterà: bella differenza; ma distinguere la teoria dalla pratica e l’uso dall’abuso è fondamentale per chi voglia capire veramente, evitando comode scorciatoie). Anche i medievali ebbero sempre presente la differenza tra il diritto canonico ed il Corpus iuris civilis, il diritto civile ereditato da Giustiniano e rielaborato dai glossatori, che assieme formavano lo ius commune (anche detto utrumque ius, l’uno e l’altro diritto: la distinzione c’era).

Il fatto che il clericalismo sia un minus rispetto alla teocrazia non può però esimermi dal dover dire che lo reputo comunque uno sbaglio, una “scorciatoia” inutile quando non controproducente. Il perché lo dicevo sempre nel mio post sulle norme giuridiche e morali, e ne specificavo un esempio parlando con Poemen a proposito della dissolubilità civile delle unioni matrimoniali: sarà che politicamente inclino al liberalismo (un liberalismo cattolico), ma io non nutro molta fiducia nello strumento legislativo come mezzo di elevazione morale. La morale riguarda principalmente il libero arbitrio, con la volontà interiore, mentre la legge con queste cose ha poco a che fare perché si basa sul comando e sulla sanzione, in ultima analisi sulla costrittività. La legge di Dio fa affidamento sul cuore umano; la legge dell’uomo non può permetterselo. Cercare il totale isomorfismo tra ciò che è sopra e ciò che è sotto come suprema via per il bene comune e la pace sociale, per quanto possa sembrare di primo acchito la soluzione ideale, in definitiva non funziona. Mi rendo conto di essere in disaccordo con molti cattolici dalla diversa visione politica: ma è quello che penso. Amicus Plato, sed magis amica Veritas.

 

Per finire, provo a riassumere la mia (spero non troppo complicata) pentapartizione:

 

 

 


         Prevalenza della religione                       Prevalenza della politica

 

1) Identificazione           Teocrazia                             Paganesimo / Stato etico

 

2) Intersezione                                             Laicità

 

3) Disgiunzione            Clericalismo                                     Laicismo

 

Mi auguro che questo modesto schema che ho abbozzato riesca a mostrare con chiarezza qual è lo sbaglio di chi oggigiorno, protestando contro le ingerenze ecclesiastiche, mette da una parte se stesso (il “vero” laico) e all’altro estremo i propri avversari bollati come clericali, nostalgici della teocrazia, fautori dello Stato etico, applicando queste disomogenee etichette come fossero intercambiabili. E magari in mezzo qualche compromesso fastidioso ma necessario, per esempio il Concordato.

Questo semplicistico modo di presentare le cose ha la pecca di essere lineare: per capire la profondità della questione bisogna aggiungere una dimensione. Il laicismo e il clericalismo sono errori uguali ed opposti, proprio come lo sono ad un livello maggiore la teocrazia e lo Stato etico (storicamente e forse inevitabilmente diventato Stato totalitario, non a caso definito dalla Chiesa come neopagano). Ognuno è agli antipodi di tutti gli altri. L’unico modo corretto di relazionare la politica e la religione, il diritto e la morale, è la laicità: al centro di quella che mi piace visualizzare come una croce, perché è stato l’Uomo sulla Croce il primo a parlarci di laicità.


Libero arbitrio in libero stato

Libero arbitrio in libero Stato,

ovvero

Manifesto per
la laicità cattolica

 

 

 

Avvertenza: questo post (per compensare il silenzio mantenuto finora) è lungo, denso, verboso e concettoso, pretenzioso e filosofeggiante. Insomma mi ci sono applicato, e non ho neppure detto tutto quello che ho da dire sull’argomento. Scusate tanto, sono fatto così.

  

Una delle prime cose che gli studenti di giurisprudenza imparano (o non imparano) nel corso di Teoria generale del diritto, infelicemente ribattezzato dopo la riforma universitaria Metodologia delle scienze giuridiche, è una simpatica formula secondo la quale il diritto esiste ne cives ad arma veniant; ovvero affinché le persone non vengano alle armi per risolvere i propri conflitti, essendo protette da leggi e tribunali contro la prepotenza altrui. Insomma, non il diritto della forza ma la forza del diritto. A questo scopo l’autorità sociale (che nel presente momento storico è lo Stato) emana delle norme, ovvero dei precetti rivolti alle persone che le obbligano a tenere un certo comportamento (si devono pagare le tasse, non si deve uccidere, il tale contratto va stipulato per iscritto) e che se trasgrediti provocano una sanzione variamente configurata (la prigione, il pagamento di denaro, l’invalidità o l’inefficacia di un atto giuridico). La norma giuridica necessita ineluttabilmente di una sanzione che garantisca l’osservanza del precetto, e il relativo potere coercitivo è affidato allo Stato e solo ad esso. È comune tra i teorici del diritto la costruzione della norma come di un periodo ipotetico: se A, allora B; se si viola il precetto, si è puniti con la sanzione.

Ma ecco un’altra elegante frase latina: cogitationis poenam nemo patitur. L’ho appresa studiando diritto penale, e significa che lo Stato non può punire la semplice intenzione di commettere un illecito. Sia perché la psiche interna di un individuo è indagabile con estrema difficoltà (a meno che non si possieda l’abilità della Psicopolizia di 1984), sia perché l’allarme sociale è attualmente inesistente fintantoché il reato resta solo un desiderio, per quanto ardente, nella mente dell’eventuale autore. È solo quando egli compie un atto materiale (che può anche essere la semplice istigazione verbale affinché qualcun altro commetta qualcosa, o l’omissione di un atto da lui dovuto) che sorge la punibilità, foss’anche a titolo di tentativo. Questo principio di materialità è cristallizzato nel diritto penale, ma può essere esteso a tutto il sistema giuridico dello Stato.

Della norma giuridica, dunque, posso dire che:

a)      proviene non dalla volontà dell’individuo ma da un’autorità superiore, la quale è dotata di potere coattivo per costringere all’obbedienza. Nella democrazia liberale questa caratteristica è attenuata, perché la norma è espressione della volontà collettiva, ma non eliminata perché l’individuo dissenziente è comunque tenuto al rispetto della legge.

b)      riguarda non tanto la volontà interiore delle persone (che nel suo nucleo più intimo, per quanto educabile, è incoercibile – questa distinzione però non è condivisa da tutti, e porterebbe a discutere di plagio e indottrinamento), ma la loro condotta materiale. Non che la prima sia insignificante: ma essa rileva proprio in quanto presupposto della seconda.

Non a caso ho voluto descrivere, di tutte le caratteristiche della norma giuridica, proprio queste due che hanno a che fare con la volontà. Ma andiamo oltre.

       

Passiamo alla norma morale. Il mio preferito tra i filosofi non credenti, Immanuel Kant, nella Critica della ragion pratica definisce morale autonoma quella che deriva dalla volontà umana libera e non influenzata, soggetta a null’altro che alla propria ragione; viceversa la morale eteronoma deriva da fattori esterni come il comando divino oppure il piacere personale.

In quest’ultima si realizza un imperativo ipotetico: se vuoi ottenere questo, devi fare quest’altro; sicché il fine della volontà non è il bene, ma l’oggetto ulteriore desiderato. Coerentemente il filosofo di Königsberg non assegna alla norma eteronoma un vero valore morale, poiché l’atto compiuto per un secondo fine (sia esso il Paradiso, l’evitare la galera, la soddisfazione del proprio ventre o del proprio intelletto) non è intrinsecamente buono. È solo nella morale autonoma che si realizza quella legge morale che, al pari del cielo stellato, “riempie l’animo di ammirazione e venerazione”: l’imperativo categorico dal valore assoluto e universale, non condizionato da alcun utile personale. Devi fare questo perché devi farlo, perché la ragione ti dice che è bene, pur se non ne ricaverai nulla.

Questo è quanto mi dice la memoria e mi conferma il mio vecchio libro di testo. Mi permetto, dal basso della mia cultura filosofica da liceo classico arricchita da letture personali, di avanzare alcune osservazioni. Innanzitutto la struttura dell’imperativo ipotetico è proprio quella che i teorici di diritto assegnano alla norma giuridica, la quale dunque rientra nella definizione kantiana di eteronomia. Il cittadino forse osserva la legge anche perché la vuole osservare, ma sicuramente vuole evitare di essere punito ed è su questo timore che lo Stato fa leva; giustamente, perché affidarsi esclusivamente al buon cuore degli individui garantirebbe una brevissima pace sociale.

Sarebbe inoltre bello riflettere sul fatto che il cristianesimo, che non è e non vuol essere definibile come razionale secondo i criteri illuministi, non per questo può essere rigettato in blocco come irrazionale; piuttosto si configura come metarazionale, che va oltre la ragione ma non la contraddice (assunto che l’illuminismo non accetta, guai a deviare di una sola virgola dalla razionalità pura); e da qui si va alla distinzione del cardinale Newman tra razionale e ragionevole, all’enciclica di Giovanni Paolo II Fides et Ratio, e a tante altre belle cose che mi conservo per un’altra notte insonne.

Ma la cosa che mi sta più a cuore adesso è quella distinzione secca tra autonomia ed eteronomia della morale. Se proviene dalla volontà razionale dell’individuo è autonoma, se proviene da un ente superiore è eteronoma. Con tutta la stima per il buon Kant, che spero sinceramente di incontrare dall’altra parte, vorrei provare qui a superare il suo rigido aut-aut e definire la morale cattolica, che contempla il libero arbitrio, come una morale eteronoma che diventa autonoma.

      

La diatriba tra determinismo e libero arbitrio è una questione filosofica e teologica che muove da millenni (credo sia dai tempi delle controversie di Sant’Agostino contro i manichei prima e Pelagio poi, fino all’opposizione unanime contro il determinismo calvinista, che nella Chiesa si discute e si questiona) e non sarò certo io a risolverla una volta per tutte. Mi prenderò in futuro un po’ di spazio per parlarne diffusamente e spiegare perché, l’ho detto fin dall’inizio, credo nel libero arbitrio e rifiuto il determinismo: qui mi limiterò a esporre certe mie riflessioni sulla libertà e preminenza della volontà umana.

“Ama e fa’ ciò che vuoi”. Quant’è meravigliosa questa frase dell’Ipponate. Quant’è semplice. Quant’è completa, perché contiene tutto: la libertà e il comandamento dell’amore,
la Grazia
e la volontà. Quant’è complessa, perché è una frase che si presta a pericolosi fraintendimenti: quelli operati da qualche elitaria setta gnostica del passato (siamo così puri che possiamo permetterci di fare ogni cosa, qualsiasi schifezza, tanto nulla può contaminare gli eletti) e quelli affermati da qualche consolatorio protestantesimo che esaltando la fede svaluta le opere (C.S. Lewis nel Cristianesimo così com’è, mettendo in guardia da questa teologia, la sintetizza così: “pecca pure, figliolo, vai e divertiti, e il sangue di Cristo risolverà tutto”). Del resto sono secoli che Sant’Agostino se lo contendono cattolici e protestanti.

Ma il senso della frase è ben altro: chi ama Dio può davvero fare tutto ciò che vuole, perché la sua volontà non si dirigerà mai verso qualcosa che offende Dio, verso il male. È la libertas maior che si coniuga con
la Grazia
, che nel racconto biblico godevano Adamo ed Eva prima del peccato originale, che limitatamente sperimenta in questa vita chi è in stato di grazia e definitivamente assaporano nell’altra i santi ormai cristallizzati nell’eterna beatitudine. Libertas maior, ovvero scegliere tra diversi tipi di bene, che si distingue dalla libertas minor ovvero scegliere tra il bene e il male.

Parlando precedentemente di Amadeus, il film di Milos Forman, avevo criticamente stigmatizzato il personaggio di Salieri: “uno che segue i precetti di Dio, ma non esattamente per amore di Dio, e s’infuria quando vede uno che non li ha mai seguiti ed è trattato meglio di lui. La sua fede è prettamente utilitaristica, legata ai vantaggi materiali che egli consegue o crede di conseguire in virtù di essa”. Kantianamente parlando, questa è una morale puramente eteronoma: faccio il bene non perché la mia intima volontà tende al bene, non perché amo Dio, ma per ottenere un utile terreno o celeste. Torno a dire che non è così che si deve vivere la religione, che questo è un subdolo e insidioso pseudo-cristianesimo. Il comandamento supremo è il comandamento dell’amore: amare Dio e amare il prossimo. Da esso seguono consequenzialmente tutti gli altri. Il “rapporto causa–effetto”, se così si può definire, va invertito: il vero cristiano non vuole il bene come fine strumentale per poi andare in Cielo, il vero cristiano va in Cielo come conseguenza per l’aver voluto il bene.

La volontà è più importante anche del comportamento materiale: Avete inteso che fu detto: Non commettere adulterio; ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore. Ed io sono fermamente convinto che questa frase di Cristo, benché rivolta all’adulterio, sia estensibile a tutto il resto. La morale cristiana non si ferma superficialmente alla condotta esterna, ma coinvolge il più intimo nucleo interiore dell’uomo, il suo cuore, ovvero la sua volontà. La esatta formulazione del comandamento non è “non devi rubare, non devi fornicare, non devi uccidere”, ma bensì “non devi voler rubare, non devi voler fornicare, non devi voler uccidere”. Voler peccare è già peccare: il resto è conseguenza.

Ma come si fa a dire “devi volere”? Non si tratta di un ossimoro? La volontà è incoercibile. L’amore, che è la base su cui si edifica la costruzione morale cristiana, è incoercibile. Nessuno può obbligarmi ad amare Dio e amare i miei simili, neppure Dio stesso (che altrimenti violerebbe le regole che si è dato). Il mio corpo può essere costretto con le catene; il mio animo può essere intimorito dalla minaccia; il mio intelletto può essere educato, finanche ingannato; ma la pura volontà e l’amore non possono essere oggetto di obblighi.

Siamo arrivati al dunque. Nel momento in cui io scelgo di amare Dio e volere il bene, la morale eteronoma diventa autonoma. Per chi esercita la libertas maior (gli angeli che non sono caduti, i beati in cielo, le anime purganti) essa lo è ormai definitivamente; per chi si trova nella libertas minor (noi, Chiesa militante in terra, in ogni momento della nostra vita fino al momento ultimativo della nostra morte) essa lo diventa con l’atto di volontà, che è innanzitutto volontà d’amare. Quando avviene l’interiorizzazione del comportamento virtuoso, esso non è più un mero comando, ma un fine della nostra volontà che si è armonizzata alla volontà divina e con essa vibra all’unisono.

Della norma morale cattolica, dunque, posso dire che:

a)      proviene dall’autorità superiore di Dio, ma diventa autonoma nel momento in cui la volontà dell’individuo liberamente acconsente, scegliendo di conformarsi ad essa e farla propria.

b)      riguarda non tanto la condotta materiale delle persone, ma la loro volontà interiore. Non che la prima sia insignificante: ma essa rileva in quanto conseguenza della seconda.Dal cuore, infatti, provengono i propositi malvagi, gli omicidi, gli adultèri, le prostituzioni, i furti, le false testimonianze, le bestemmie.

            

La conclusione, a questo punto, è palese: il diritto dello Stato e la morale cattolica sono incommensurabili e speculari. Non limitiamoci a usare la parola “separati”, che può essere intesa in tanti modi differenti (alcuni dei quali oltremodo inesatti); diciamo che essi si pongono su due piani nettamente distinti. L’uno ha riguardo al comportamento materiale, e può efficacemente influenzarlo perché è dotato di sanzione. L’altra si rivolge alla volontà interiore, ma può solo fare appello al libero arbitrio perché non esiste coercizione all’amore. Ebbene, la laicità non è altro che avere sempre a mente tale differenza essenziale.

Ma se il diritto statale e la morale cattolica sono nettamente distinti, non per questo sono assolutamente distanti (scusate: i giochi di parole esercitano un fascino perverso su di me). In molte questioni, essi si troveranno a convergere. Non coincidere: convergere, ovvero arrivare alla stessa conclusione da origini diverse. Per esempio, l’articolo 575 del codice penale punisce chiunque cagiona la morte di un uomo con la reclusione non inferiore ad anni ventuno, e l’articolo 56 punisce il tentativo in tal senso; ma l’articolo 115 dichiara non punibili, salva l’applicazione di misure di sicurezza, l’accordo e l’istigazione a commettere un reato che poi non sia stato effettivamente commesso. Specularmente, il quinto comandamento prescrive di non uccidere, ma l’ho già violato se ardentemente desidero la morte del mio prossimo. In questo caso (come in molti altri) il peccato e il reato hanno lo stesso oggetto, ma ciascuno nel proprio ordine e per i propri motivi. Il che già basterebbe per criticare chi in Italia, per ovvi motivi politici, usa l’aggettivo “laico” come se fosse l’opposto di “cattolico”.

D’altra parte, ci sono molti altri svariati esempi in cui ciò che è peccato non è reato, e viceversa. Ed è giusto che sia così: né
la Chiesa
può obbligare all’amore per Dio e per il prossimo; né lo Stato può pretendere di avere dominio sull’anima del cittadino oltre che sul suo corpo, se non vuol essere uno Stato totalitario (figlio dello Stato etico di matrice hegeliana). Avevo di sfuggita citato all’inizio
la Psicopolizia
di 1984; adesso copio un paragrafo dal libro nel libro, “La teoria e la pratica del collettivismo oligarchico” di Emmanuel Goldstein, il libro proibito che il protagonista Winston Smith legge poco prima del suo arresto:

   

Paragonate con quella in atto ai nostri giorni, tutte le tirannie del passato si debbono considerare fiacche, mantenute su compromessi, e soprattutto inefficienti. I gruppi di governo erano sempre più o meno partecipi di ideologie liberali e tolleravano scappatoie d’ogni genere, giudicando solo degli atti materiali e palesi e disinteressandosi di quel che i sudditi effettivamente pensavano dentro le loro coscienze. Persino
la Chiesa Cattolica
del Medio Evo, considerata secondo lo standard odierno, era abbastanza tollerante. Tra le ragioni per questo comportamento c’era anche quella che i governi del passato non avevano il potere e i mezzi di tenere i cittadini sotto una sorveglianza costante e continua. L’invenzione della stampa, tuttavia, rese più semplice il compito di manipolare l’opinione pubblica, e il cinematografo e la radio perfezionarono non poco tale tecnica e ne accrebbero le possibilità. Con l’invenzione e lo sviluppo della televisione, e il progresso tecnico che rese possibile di ricevere e trasmettere simultaneamente sullo stesso apparecchio, il concetto di vita privata si poteva considerare del tutto scomparso. […] La possibilità d’ottenere non solo una totale ubbidienza alla volontà dello Stato, ma anche una completa uniformità di vedute su tutti gli argomenti, esistette, da allora, per la prima volta.

 

La considerazione della Chiesa come di una precorritrice dei regimi totalitari, che ne avrebbe raggiunto le stesse vette di oppressione se solo avesse avuto gli strumenti adatti, è ricorrente nel libro di Orwell ed è comune del resto a un bel po’ di pensatori liberali e socialisti; ma le discussioni storiche (senza acquiescenze alle varie “leggende nere”, ma anche senza tentazioni d’insostenibile revisionismo) teniamocele da parte. Diciamo solo che lo Stato totalitario, così come la teocrazia stile sharia islamica, sono incompatibili con il libero arbitrio e con la laicità. In questo frangente politico, tuttavia, entrambe queste forme di assetto statale sono (nonostante le lamentele di clerical harrassment da parte della Bonino) abbastanza lontane e decisamente improbabili. Troppo vicina, semmai, è la tentazione del laicismo, che è un modo scorretto di intendere la laicità di cui spesso e volentieri usurpa il nome (vero, Luzzatto?).

Ma questa è per un’altra volta, ché oggi ho messo già abbastanza carne al fuoco, e non so chi avrà la pazienza di digerirla tutta. Per adesso spero solo di avervi dato, se siete arrivati a leggermi fino alla fine, un’idea di quanto io consideri importante il libero arbitrio.