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Libri marzo 2013


La Chiesa di Francesco, di Vittorio Messori.

 Vi è qui forse la maggiore delle attuali deformazioni, insidiosa in quanto apparentemente meritoria: la Chiesa come la maggiore delle ONG, una organizzazione di filantropi dediti a soccorrere i bisognosi di assistenza materiale. Nobile ideale, ma che a un cristiano non può bastare.

 È un instant book di piccole dimensioni, pubblicato dal Corriere della Sera immediatamente dopo la conclusione del conclave. Per quanto la copertina possa fuorviare, il libro parla decisamente poco di Bergoglio (un po’ all’inizio, e poi alla fine ci sono degli “appunti per una biografia” a cura di Carlo Alberto Brioschi) ed è invece incentrato sulla Chiesa; infatti, si tratta fondamentalmente di una grande espansione dell’articolo “Ipotesi sul Papa e sulla Chiesa che verrà” pubblicato il 17 febbraio scorso sul Corriere – piccola curiosità: nel quale articolo, ho scoperto rileggendolo, era già contenuta la famosa ammonizione sulla Chiesa come ONG che poi ha segnato l’esordio del pontificato di Francesco… Messori profetico? Ma no, semplicemente dotato di buonsenso.

Tuttavia, ove mai vi cogliesse spontanea la delusione perché vi aspettavate un libro sul nuovo pontefice, leggete il libro e vi ricrederete subito; si tratta di un’analisi a tutto tondo della realtà ecclesiale, cronaca e apologetica, con il tipico stile disincantato ma non cinico cui Messori ci ha ormai abituato. Come al solito la prospettiva non è né l’aut-aut di matrice protestante che porta ad estremi unilaterali, né la sintesi che cerca un impossibile compromesso tra inconciliabili, ma piuttosto l’et-et cattolico: lo sguardo che di ogni problema misura sia l’aspetto umano sia quello soprannaturale, vede questo e quello, e tiene tutto assieme.
La Chiesa che emerge da questo libro è piena di problemi, inutile nasconderselo; certi aneddoti rievocati dall’autore, come i seminaristi sessantottini che accolgono il loro vescovo gridando “viva Marx viva Mao”, o i novizi del monastero che protestano e ottengono di non fare la Benedizione Eucaristica dopo cena perché c’è la finale di Champions in tv, fanno più tristezza come rabbia. Eppure al tempo stesso la Chiesa è ancora vitale, ha più risorse di quante appaiano agli occhi del mondo, e lo dimostra la veloce efficienza con cui ha gestito l’epocale transizione senza precedenti da Benedetto a Francesco.

Paradossalmente ma neanche tanto, La Chiesa di Francesco è forse il più ratzingeriano dei libri di Messori (al limite il secondo, ovviamente dopo quel Rapporto sulla Fede di cui Ratzinger era coautore). Il lascito intellettuale del precedente Papa si sente in molte pagine, nelle considerazioni tanto sulla radice ultima dei problemi, cioè la perdita della fede esplosa dopo il Concilio Vaticano II, quanto sulla soluzione: recuperare la fede, tornare alla fede, applicare il Concilio per come i vescovi l’avevano scritto e non per come i teologi venduti al mondo l’hanno stravolto.
Che questo sia anche l’obiettivo primario del Papa attuale, lo speriamo vivamente, ma attendiamo ben volentieri un prossimo libro di Messori a confermarcelo.

 

L’inconfessabile e il confessato, di Lino Ciccone.

Se vedo un libro che ha sulla copertina un’immagine tratta da LOST, le mie mani si protendono automaticamente verso il libro in questione. Qui poi la copertina è particolarmente adatta, visto che raffigura l’indimenticato Charlie davanti al confessionale (ep. 1×07 “La falena”) e il libro parla per l’appunto di confessioni, dal singolare punto di vista di colui che le amministra.

La struttura è quella di un vero e proprio eserciziario: nella prima parte ci sono “i casi”, le fattispecie raccontate dall’ipotetico penitente in cerca di conforto; nella seconda parte ci sono “le soluzioni”, cioè le valutazioni morali da dare. Il lettore ha tutto l’agio di leggere il caso, applicare il proprio senso morale, e poi andare a controllare.
Il proposito è quello di aiutare i sacerdoti, per consigliarli in questo difficilissimo ministero, eppure il testo si rivela estremamente utile anche per ogni altra tipologia di lettore interessato. L’autore nella prefazione spiega senza mezzi termini la sua posizione difficile, il rischio di essere “visto come un moralista incallito preconciliare, con un deprecabile ritorno alla morale casistica, largamente superata, dal Concilio in poi, per una morale rinnovata”. Laddove la differenza pratica tra queste due impostazioni sta nel fatto che, nei manuali di Teologia Morale per la formazione dei futuri sacerdoti,

 i casi di coscienza erano sistematicamente intrecciati con l’esposizione della dottrina, che veniva così continuamente messa a confronto con la vita vissuta. Questa Teologia Morale aveva perciò come principale obiettivo quello di delineare nei vari ambiti del comportamento umano dove comincia a esserci peccato, e quando il peccato è da valutare come mortale. Il Concilio ha radicalmente cambiato questa impostazione, stabilendo che l’esposizione della Teologia Morale, «maggiormente fondata sulla Sacra Scrittura, illustri l’altezza della vocazione dei fedeli in Cristo e il loro obbligo di apportare frutto nella carità per la vita del mondo» (decr. Optatam totius, n. 16.4).
Nessuno dubbio sulla validità e sui vantaggi enormi di un tale rinnovamento, e non è questa la sede per illustrarli. Ma ne è pure derivato il rischio, per i candidati al presbiterato,  di trovarsi alla fine arricchiti di una visione altamente positiva della morale cristiana, ma impreparati sia al ministero della confessione, sia a trovare, in qualunque altra sede, soluzioni correttamente fondate a problemi morali concreti che si presentano nella vita.

Insomma, per come la vedo io, qui ci sono due estremi errati da evitare entrambi: o le maglie di un legalismo arido che tratta le questioni morali con l’impersonalità d’un libro di matematica, per cui se questo allora questo e dunque quest’altro = peccato (e questo era il rischio di “prima”); oppure un sentimentalismo di belle parole dove però alla fine molto/troppo/tutto dipende dalla coscienza soggettiva, cioè di fatto spesso la coscienza male (in)formata, per cui va a finire che oltre alle belle parole non resta granché da dire a chi chiede giudizi per riconoscere il male compiuto e consigli concreti per rimediarvi (e questo è il rischio di “adesso”).
Il libro evita entrambi questi sbandamenti, grazie alla strada maestra cui si attiene l’autore: distinguere sempre i due aspetti della valutazione oggettiva dell’azione e della valutazione soggettiva della persona. E infatti non sono pochi i casi in cui “la soluzione” è che l’azione è moralmente sbagliata, ma l’autore è poco o niente colpevole per tutta una serie di elementi che sono sempre spiegati in maniera chiara e lineare nei limiti del possibile.
I “casi” sono 30, esposti dettagliatamente, e decisamente spinosi. Ho scoperto di non essere così moralista come credevo, perché per alcuni non avevo la minima idea di quale fosse la “soluzione”. C’erano certe storie che vorresti dire “vabbè ma questo è un film” e poi pensi che cose così succedono davvero, e sei contento di non essere tu al posto del prete che deve confortare e consigliare il povero disgraziato che te le racconta; per esempio la storia del bravo ragazzo cattolico buona-laurea-ottime-prospettive-fidanzamento-casto-tra-poco-si-sposa che viene convinto a fare un addio al celibato dagli Amici Poco Raccomandabili che lo drogano a sua insaputa e lo fanno ubriacare e lo portano in discoteca e rimorchiano La Prima Che Ci Sta con cui organizzano un’orgia e il povero bravo ragazzo cattolico dice no no no però poi alla fine cede e la mattina dopo si svegliano e scoprono che la ragazza è scomparsa però come nella canzone di Elio ha lasciato scritto sullo specchio del bagno “BENVENUTI NELL’AIDS MUAHAHAHAHA” e tutti vanno nell’orrore totale e il ragazzo dice la mia vita è finita sono condannato m’ammazzo poi ci ripensa e va dal sacerdote a confessarsi e chiedergli consiglio su che cosa fare e come metterla a nome con il matrimonio prossimo venturo e se è moralmente tenuto a dire alla promessa sposa che le ha messo le corna e che potrebbe attaccarle il virus.
Argh.

E che gli dici, a uno così?

 

Le quattro cose ultime – La supplica delle anime – Nell’orto degli ulivi, di Thomas More.

Il volume della Ares è una manna, racchiude ben tre libri: Le quattro cose ultime, una meditazione sui Novissimi rimasta però incompiuta perché arriva solo a due; La supplica delle anime, una trattazione del purgatorio; Nell’orto degli ulivi, una meditazione sull’orazione di Cristo poco prima della Passione.

La più interessante mi è parsa l’opera di mezzo. More la scrisse in risposta al luterano Simon Fish, un polemista che aveva scritto il libello La supplica dei mendicanti per negare l’esistenza del purgatorio e per attaccare la Chiesa. Il titolo si spiega perché, secondo Fish, i poveri d’Inghilterra implorano la soppressione della Chiesa e l’incameramento dei suoi beni, dal quale avrebbero tutto da guadagnare. More replica con questo testo scritto dal punto di vista delle stesse anime del purgatorio, che impugnano la penna per difendere la propria esistenza e chiedere di non essere abbandonate dalle preghiere dei vivi. Il pamphlet è bipartito: nella prima parte le anime rispondono per le rime contro gli argomenti di Fish (che vista l’inconsistenza di certi suoi ragionamenti pare una specie di troll ante litteram, sul serio, certe cose non cambiano mai), nella seconda elencano le ragioni a favore dell’esistenza del Purgatorio, fondamenti biblici compresi.
Quest’ultima è particolarmente degna di nota perché More, contro l’argomento luterano “nella Bibbia non si parla di Purgatorio, se l’è inventato la Chiesa cattolica”, non si limita ad attaccare il concetto di sola scriptura ma al contrario fa leva proprio sulla scrittura stessa, individuando dieci passi biblici da cui a suo dire si evince la nozione di una purificazione post-mortem dei defunti (che poi è il problema di fondo del sola scriptura, cioè l’incoerenza con le sue stesse pretese: il “vale solo la Bibbia” ci mette poco a diventare “valgono solo quei passi della Bibbia che dico io”).
Dal basso della mia miserrima conoscenza biblica, alcuni di questi dieci passi mi sembrano un po’ tirati per i capelli, altri invece mi sembrano convincenti e risolutivi. Comunque me li sono segnati tutti in vista di un futuro post.

 

Sono così felice – Montserrat Grases, una ragazza verso gli altari, di Flavio Capucci.

 La breve biografia di Montserrat Grases, morta nel 1959 a diciassette anni e mezzo per un sarcoma di Ewing. È in corso il processo di beatificazione e l’autore è per l’appunto il postulatore della causa.

Una bella storia.


Giuseppe sposo di Maria, di Federico Suarez.

Volume di spiritualità incentrato sulla figura di San Giuseppe, che nei Vangeli appare poco, ma così poco che onestamente io – ingenuo – pensavo che in effetti non ci fosse chissà che da dire.
Invece, a quanto pare, c’è eccome: il libro esamina ogni singolo passaggio evangelico relativo a San Giuseppe, e per ognuno riesce a fare una meditazione sensata, perfino non banale.

 

Il quarto segreto di Fatima, di Antonio Socci.

Tutta la storia di Fatima e di questo secolo sta in questa drammatica incapacità di Pietro, degli uomini di Chiesa e dell’umanità di affidarsi pienamente a Colei che è «onnipotente per grazia». Incapacità di confidare in Lei veramente e totalmente. Quasi che le possibilità di salvezza potessero venire per Pietro (solo) dalle sue iniziative, dalla politica vaticana, da propri progetti di riforma della Chiesa.

 Per capire la sensazione che destò a suo tempo questo libro, sarebbe utile rileggersi un articolo del maggio 2007 dello stesso Socci, scritto con il solito tono pacato e sereno che gli è proprio, per replicare a Mons. Tarcisio Bertone. Quest’ultimo infatti nel suo libro L’ultima veggente di Fatima. I miei colloqui con suor Lucia, scritto proprio in risposta a tutti i contestatori fatimisti, ribadiva la sua versione “ufficiale” e gratificava la versione di Socci del prezioso epiteto di “farneticante”.
Prendo subito posizione dicendo che io ho trovato questo “quarto segreto” impressionante come un horror, avvincente come un giallo, e convincente come un teorema. Certo prima di raggiungere una certezza interiore mi riservo di leggere anche l’altra campana, cioè il libro di Bertone, le cui argomentazioni potrebbero anche essere più valide di quanto non sembri a sentire Socci; però quest’ultimo considera così tanti dati di fatto, vaglia anche altre apparizioni e rivelazioni es. il sogno delle due colonne di Don Bosco oppure La Salette, tuttavia non esita a smarcarsi dalle teorie più deliranti e non ha il gusto del sensazionalismo a prescindere, insomma la sua ricostruzione mi ha preso e l’unica critica che posso muovere al libro è che l’esposizione dei fatti a volte si muove troppo disinvoltamente da un periodo storico all’altro, è in alcuni punti un po’ confusa (una cronologia finale avrebbe aiutato molto il lettore a raccapezzarsi), però farneticante non m’è sembrata proprio.

 Ma dunque, quali sono gli oggetti del contendere tra la versione ufficiale e quella di Socci? Sintetizzando:

 1)   La Madonna a Fatima aveva chiesto la consacrazione della Russia al suo Cuore Immacolato. L’hanno accontentata?

  • UFFICIALE: sì, con gli atti di consacrazione del 1981 e del 1984.
  • SOCCI: no, questi atti consacrano (anzi “affidano”) il mondo tutto intero, non la Russia come era stato specificamente chiesto, perché in Vaticano si aveva paura di scatenare la rappresaglia comunista. E non vale dire che tanto è la stessa cosa perché nel mondo c’è anche la Russia: se la Madonna ti chiede una cosa, la fai alla lettera.

 2)   Il testo del terzo segreto rivelato dal cardinale Ratzinger nel 2000 descrive il martirio di un Papa. È già successo?

  • UFFICIALE: sì, è l’attentato subito da Giovanni Paolo II. La profezia si è conclusa, stop.
  • SOCCI: in realtà Ratzinger ha detto che la Chiesa non vincola i fedeli ad una interpretazione ufficiale della profezia. Pertanto si può anche pensare, come fa Socci per motivi dettagliatamente argomentati, che il peggio debba ancora venire e che il Papa pubblicamente martirizzato ci sarà davvero. Il libro presenta anche un’appendice che esamina il terzo segreto dal punto di vista paleografico, linguistico e traduttologico.

 3)   Il terzo segreto è stato interamente rivelato?

  • UFFICIALE: sì, nel 2000.
  • SOCCI: no, perché si divideva in due parti diverse. C’è ancora una parte, che la Madonna aveva detto avrebbe dovuto essere rivelata a partire dal 1960, ma che in Vaticano hanno deciso di seppellire perché troppo dirompente, difficile da far capire alla gente, suscettibile di essere usata per danneggiare gravemente la Chiesa. Questa parte nascosta del terzo segreto (che prosegue direttamente da quel “etc.” con cui si concludeva il secondo) è proprio quella che Socci chiama “quarto segreto”.

 Ovviamente Socci non può dire con precisione cosa caspita contenesse di così esplosivo questo quarto segreto. Però è possibile, da tutta una serie di fattori – le lettere e il comportamento di suor Lucia, una certa cosa detta da Mons. Loris Capovilla che fu segretario di Giovanni XXIII (che Francesco ha incontrato all’inizio del suo pontificato), alcune dichiarazioni di Giovanni Paolo II, e molto altro ancora – farsene un’idea generica, o meglio una serie di ipotesi legate tra loro.

Per comodità espositiva io qui raggruppo queste ipotesi, che vanno tutte nella stessa direzione, in tre “gradi” di gravità crescente:

1) Il primo “grado”, sul quale Socci è del tutto certo (e, per quel che vale, mi ci ha convinto) è che il quarto segreto parli della grande crisi di fede nella Chiesa che sarebbe venuta negli anni del post-concilio (ecco il perché della data del 1960). In particolare, visto che il secondo segreto si chiude dicendo “in Portogallo si conserverà la fede, etc.”, si può pensare che la frase fosse una comparazione e continuasse con una cosa tipo “in altri luoghi, invece, no”. Chiaramente una rivelazione del genere, fatta dalla Madonna, avrebbe alquanto smorzato certi facili entusiasmi sulla “nuova pentecoste”…

2) Il secondo “grado” è che il testo nascosto non profetizzi semplicemente la grande crisi di fede, ma ne indichi anche i responsabili. Il quarto segreto avrebbe predetto l’apostasia silenziosa e/o il compromesso col mondo di una gran parte del clero, vescovi compresi, e per questo sarebbe stato visto con incredulità e spavento. Anche qui, visti i tempi attuali (e purtroppo non ci mancano esempi…), una profezia di tal fatta sarebbe da meditare attentamente.

3) Il terzo “grado” è ESTREMO. Socci non ci crede, non lo afferma come sua personale convinzione, si limita a farsi domande senza risposta. E anche io sono decisamente scettico di fronte a una simile sconvolgente prospettiva. In sintesi la teoria, supportata dagli ambienti più estremi come sedevacantisti eccetera (tutto quel tradizionalismo cattolico così hardcore che ha fatto il giro dall’altra parte ed è diventato tradizionalismo scismatico) è che la profezia parlasse di una crisi che sarebbe arrivata fino al gradino più alto, fino al soglio di Pietro. Un Papa, se non proprio apostata – ovviamente non manca chi sfocia nel millennarismo spinto e tira in ballo anche l’Anticristo e la fine del mondo e la guerra termonuclerare globale eccetera eccetera – quantomeno indegno del suo ruolo, oppure vittima di tragici errori di valutazione in campi che pur non toccando direttamente la sua infallibilità nondimeno avranno conseguenze molto gravi, e che infine avrà molto da soffrire. Un Papa che potrebbe anche essere il Papa descritto nel terzo segreto cioè la parte resa pubblica: il Papa martirizzato, “afflitto”, ovvero forse (Socci dà conto di una possibile traduzione alternativa dal portoghese dell’aggettivo acabrunhado) “pentito”. Ma pentito di cosa?

Certo si comprende la paura che simili profezie, se esistono davvero, una volta rese pubbliche potessero diventare armi in mano ai nemici della Chiesa per danneggiarla quanto il contenuto delle rivelazioni stesse. Ma si comprende altresì la rabbia di chi, come l’autore, dice semplicemente: ma scusate, se la Madonna aveva chiesto una cosa, perché non l’avete accontentata? Avete più fiducia in Dio e nella Madonna o nei vostri calcoli umani?
Una volta sfogliata l’ultima pagina (sfogliata metaforicamente: il libro l’ho preso in ebook su amazon al più che modico prezzo di € 3,90), mi chiedo: quanto c’è di vero? quanto di falso? E soprattutto: cosa cambia? Che differenza fa nella mia vita, qui e ora, ciò che dice questo libro? Quale che sia stato il vero contenuto dei Messaggi di Fatima, si tratta di un contenuto (per dirla alla ratzinger) performativo, non semplicemente informativo: ma cosa si suppone debba performare in me? Cosa devo fare?

La risposta è semplice. Pregare. Pregare di più, pregare meglio. Non vedo altra alternativa. Non posso sapere come sarà il futuro che ci aspetta, ma so che questo è l’unico modo di arrivarci ben preparato.

 

Duello nel mar Ionio, di Patrick O’Brian.

Gli descrissero allora ciò che significava la conquista di una città cristiana da parte di truppe turche, in particolare di quelle irregolari, i bashi-bazuk, totalmente indisciplinati e impiegati da Ismail: assassinii, ovviamente, le donne stuprate e gli uomini e i bambini sodomizzati, ma anche la orribile profanazione delle chiese, delle tombe, di tutto ciò che era sacro. La vista di quegli uomini anziani e pieni di dignità che s’inginocchiavano davanti a lui nella cabina fu una cosa incredibilmente penosa, più penosa di qualsiasi altra esperienza che Jack avesse mai fatto.

 Avendo superato oramai un terzo della saga, essendo questo l’ottavo volume su 21, ne approfitto per a) ricapitolare i precedenti volumi b) fare un po’ di valutazioni generali e per forza di cose rivelatorie.
Perciò se non v’importa degli spoiler avventuratevi pure dopo l’elenco, altrimenti fermatevi immediatamente.

  1. Primo comando
  2. Costa sottovento
  3. Buon vento dell’ovest
  4. Verso Mauritius
  5. L’isola della desolazione
  6. Bottino di guerra
  7. Missione sul Baltico

 

Mi è parso il libro più malinconico della saga. I protagonisti sono ormai arrivati in quella fase della vita dove si fanno i bilanci provvisori, si pesano i successi e i fallimenti, le aspettative di partenza e quanto si sono effettivamente realizzate, e così via.

 Jack, dunque. Una volta nella flotta era famoso come Jack il Fortunato, ma adesso quei tempi sono passati. Addirittura lui si vede in piena parabola discendente, anche se temere di finire pubblicamente frustato è un po’ troppo. Mi ha fatto un po’ pena vederlo di nuovo strapazzato dal detestabile ammiraglio Harte, ancora rancoroso per quella vecchia questione di corna, e anche se alla fine Jack gli ha dato il fatto suo, l’episodio è stato comunque decisamente sgradevole.
Certo ci sono i problemi concreti – il padre dissennato, la paura della rovina economica della famiglia, una moglie amatissima a cui però Jack non risparmia qualche scappatella in “letti meno santificati” – ma il difetto che più mi colpisce in lui, forse perché l’ho visto più volte all’opera nella vita reale, è non dico l’ambizione (che non necessariamente è un difetto) ma piuttosto uno sgradevole effetto collaterale dell’ambizione non purificata, cioè l’incapacità di apprezzare il presente. Ecco allora che vedi benestanti che vogliono diventare proprio stra-ricchi, e in mancanza si percepiscono poveri; oppure lavoratori di buon livello che vogliono a tutti i costi diventare i pezzi da novanta del loro ambiente professionale, e se non ci riescono si lamentano come se fossero in fondo alla piramide sociale; oppure… si potrebbero fare esempi a profusione.
Un’ambizione di questo tipo è tra i migliori alleati del diavolo.
Ecco, se io potessi avere di fronte a me Jack Aubrey in carne ed ossa, vorrei prenderlo per le spalle e dargli una buona scrollata e dirgli « ma la smetti di lamentarti perché non diventerai mai ammiraglio? Non t’è già andata bene così? Ti ricordi di quando all’inizio di Primo comando eri un anonimo ufficiale e temevi che non t’avrebbero mai fatto capitano e com’eri contento quando è arrivata la lettera di promozione? E dopo tutte quelle vicissitudini sentimentali, le avventurette tipo quella sgualdrina della moglie di Harte, o lo sciagurato corteggiamento a Diana che quasi ti costò l’amicizia di Stephen, e nonostante l’opposizione implacabile di tua suocera, alla fine sei non sei riuscito a sposarla la tua Sophia? E non t’ha forse dato tre figli sani e belli, tra cui il figlio maschio che in Verso Mauritius volevi così tanto? E allora? Ma perché una buona volta non t’alzi una mattina e dici “sono felice, sono felice, ho avuto tutto quello che chiedevo una volta, sono felice e lo resterò anche se non avrò le cose che chiedo ora, sono molto felice”??? »

Stephen, allora. C’è riuscito finalmente, alla fine dello scorso libro ha sposato Diana Villiers. Certo non è stato il matrimonio più romantico del mondo, visto che è stato dettato fondamentalmente dalla necessità di lei di riguadagnare la nazionalità britannica, ma d’altra parte anche Stephen Maturin non è l’uomo più romantico del mondo.
Neppure lui sembra molto felice, tuttavia. Nel suo caso però non è questione di ambizioni personali: il dottore e agente segreto non sembra averne, indifferente alla sua stessa incolumità, l’unico suo sacro fuoco brucia per la distruzione dell’odiato Napoleone. E se il suo tarlo fosse anzi il contrario stesso dell’ambizione? Se invece di anelare a qualcosa che non ha e che desidera, il suo problema fosse l’aver raggiunto ciò che desiderava – Diana – e aver constatato che non era così degna di desiderio, tuttavia non sapendo o potendo rimpiazzarla con qualcos’altro di più desiderabile?
Non vorrei essere troppo ingiusto sul conto di Diana, che ha comunque i suoi meriti (l’abbiamo vista nello scorso libro privarsi, lei così materialista, di alcuni diamanti preziosissimi per favorire la liberazione dei nostri dalle prigioni francesi) ma temo che quella lettera anonima recapitata a Stephen, la quale lo informa che sua moglie lo tradisce con il bellissimo Jagiello, quella lettera da lui sprezzantemente considerata vile menzogna – ho una mezza sensazione che non sia così mendace. E penso che inconsciamente lo creda anche Stephen, il quale nei suoi pensieri disordinati ripete per tre volte la parola infedeltà. E poi, la gravidanza? In Diana l’istinto materno non pare particolarmente affilato. Non riesco a non sospettare che non sia stato del tutto spontaneo l’aborto che ha terminato la gravidanza che Diana portava come ultimo lascito dell’odiato Johnston, il cattivo dell’avventura “americana” dei precedenti libri. Non ci è ancora dato sapere quale sia a questo riguardo il parere medico del dottor Maturin. Però all’inizio di questo libro Stephen crede che Diana sia incinta, se tuttavia la cosa sembra destare non particolare emozione in lei (il modo con cui gioca a biliardo ce lo dice più di tanti discorsi), e poi quando Stephen è lontano in missione sua moglie lo informa “distrattamente” per lettera che si era sbagliata sulla gravidanza… Mah. Ripeto, non vorrei essere ingiusto io.

 Oltre a questo nel libro ci sono, sì, certe altre cose tipo sparatorie e battaglie navali e morti ammazzati e la complicatissima situazione geopolitica dell’Impero Ottomano nel Mar Ionio.
Ma interessano poi tanto?
In questi libri, l’avventura è lo sfondo, la vita vera è il primo piano.

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Libri febbraio 2013


World War Z, di Max Brooks.

Premessa: sono appassionato di storie di morti viventi e ne difendo la dignità culturale nei confronti di chi le squalifica come mero horror-pulp sensazionalistico.
Gli zombie mi piacciono (come argomento, non li terrei come animali domestici) perché li vedo come l’uomo postmoderno privato della sua retorica ed estremizzato nel concetto: un essere al di là del bene e del male, senza etica, senza razionalità, vittima dell’omologazione di massa eppure al tempo stesso profondamente solo e incapace di empatia, definito dai due impulsi  fondamentali che lo muovono: la vita eterna (nell’aldiquà, essendo l’aldilà scomparso dall’orizzonte concettuale) e la soddisfazione dei propri appetiti.
Posto quanto sopra, WWZ non poteva non piacermi al massimo grado. Si tratta di un libro EPICO, scritto da una massima autorità sull’argomento ovvero Max Brooks già autore del Manuale per sopravvivere agli zombie (da tenere nel comodino a portata di mano, metti caso serva). Io l’ho letto in inglese, perché in italiano non si trova, ma probabilmente lo ripubblicheranno a breve perché tra poco esce nelle sale il film tratto dal libro, di cui è già in circolazione il trailer. Considerato che il protagonista è Brad Pitt e che gli zombie in questo periodo tirano, probabilmente incasserà. Peraltro la pubblicità a me ha fatto alquanto ribrezzo, perché sembra la solita storia azioneazionefuggisparaesplodibumbumbum: o il trailer è infedele rispetto al film, oppure il film col libro c’entra poco e niente.
D’altra parte, mi rendo conto che non era così facile trasporre la storia in film (una serie sarebbe stata un format più adatto). Perché WWZ non è una semplice storia di morti che risorgono e mangiano i vivi. Tecnicamente non è neppure un romanzo. È proprio un’altra cosa, molto migliore.
La particolarità di WWZ è che avviene un mondo in cui c’è già stata la guerra contro gli zombie, e l’umanità ha vinto ed è sopravvissuta, seppure a malapena. L’autore intradiegetico del libro è un giornalista che viaggia per il mondo e intervista persone di tutti i tipi, di ogni continente e ceto sociale, facendosi raccontare quello che hanno vissuto e le cose che hanno fatto. È dunque palese la differenza rispetto alla classica zombie story, alla George A. Romero oppure The Walking Dead: lì il punto di vista è del singolo, qui invece è letteralmente globale.
WWZ è estremamente realistico dal punto di vista geopolitico. Sarebbe perfettamente degno di un numero speciale di Limes. Prende in considerazione una quantità immensa di fattori che nelle altre storie di zombie sono generalmente ignorati: la reazione dei mass-media e dei politici di fronte alle voci di apocalisse (negare sempre, anche l’evidenza, finché non è troppo tardi), le specifiche ragioni tecniche del fallimento delle normali tattiche militari di fronte a un nemico così radicalmente diverso (la battaglia di Yonkers), gli imprevedibili sconvolgimenti politici (Israele si chiude in quarantena e poi scoppia la guerra civile!), l’opportunismo di chi è contento dell’epidemia (Breckenridge “Breck” Scott e il suo vaccino-bufala Phalanx, del quale avevo già parlato qui), il tracollo psicologico collettivo di una società intera (i quisling, gli umani che si convincono di essere zombie), eccetera.
Dove invece WWZ rivela stretta continuità con il genere zombie è invece nella critica morale all’umanità, nel ritratto impietoso dei nostri simili: dalle interviste emerge un coro a 360° di vizi e virtù, eroismi, vigliaccherie, compromessi, dilemmi morali angoscianti. Pensate alla strategia attuata dai governi nazionali, il “Piano Redeker”: fondamentalmente consiste nel sacrificare volontariamente una parte della popolazione, usandola come diversivo e dandola letteralmente in pasto agli zombie, onde permettere al resto della nazione di emigrare verso zone sicure. L’ideatore di questa strategia di sopravvivenza dice che il genere umano per sopravvivere deve semplicemente rinunciare alla sua umanità, nel senso morale del termine. Cosa pensare di una simile scelta? Come giudicarla? Abbiamo il diritto di giudicarla? Ne abbiamo il dovere? La risposta è difficile, ma la domanda è inevitabile.

Altrimenti, se non abbiamo una morale, che differenza c’è tra noi e loro?

 

Missione sul Baltico, di Patrick O’ Brian.

il comandante del porto convocò il comandante Aubrey. «Mi rifiuto di credere, signore», disse, «che tranne uno tutti i vostri ufficiali discendano dalla regina Anna.» «Mi dispiace, signore, ma poiché la regina Anna è morta», rispose Jack, «la comune decenza m’impedisce di fare commenti.»

 Settimo libro della saga marinara (ma la definizione è riduttiva) di Aubrey & Maturin, e diretta continuazione e conclusione delle vicende raccontate nei due libri precedenti. E perbacco, che conclusione! Non lo scrivo perché uno spoiler sarebbe abominevole, ma si tratta di un evento che cambia radicalmente e irreversibilmente lo status di un certo personaggio.
Che ha finito di soffrire, forse… oppure, forse (e dico anche probabilmente), le sue più grandi sofferenze sono appena cominciate.

 

Le lettere di Babbo Natale, di John Ronald Reuel Tolkien.

Buffissime e tenerissime lettere dal Polo Nord, condite delle disastrose avventure di un Orso Polare pasticcione e degli auguri in Quenya degli elfi aiutanti, che Tolkien inventava per i suoi figli e faceva loro arrivare ogni Natale da parte di “Babbo Natale” – si badi bene, non Santa Claus, ma nel titolo originale “The Father Christmas Letters”.
Ora io non mi dilungo sui rapporti tra Santa Claus e Father Christmas, né su tutta l’annosa questione della valutazione “cattolica” di Babbo Natale, anche perché c’è già chi l’ha fatto molto bene; ma m’interessa far notare la posizione che implicitamente assume Tolkien nella vicenda, e che secondo me è strettamente legata alla sua concezione dello speciale rapporto tra paganesimo e cristianesimo: il primo rivalutato in positivo e visto non come opponente del secondo, ma come antecedente logico oltre che cronologico, veicolo di semina Verbi, propedeutico al messaggio cristiano.
Ecco allora che Babbo Natale, il quale ormai non è più il vecchio San Nicola bensì un personaggio ormai decristianizzato e paganeggiante, un mito per esprimere dei generici valori positivi di calore familiare, non viene da Tolkien semplicemente negato; viene piuttosto “ri-cristianizzato” nella figura di ­ Father Nicholas Christmas, che ha millenovecentoventi anni nel 1920 e ne ha millenovecentotrenta nel 1930 (cioè nasce con il cristianesimo) e che in un passaggio delle sue lettere accenna all’esistenza di suo padre… “Nonno Yule”.
Yule, capite?
Come sempre in Tolkien, una semplice parola basta per implicare concetti, epoche storiche, mondi lontani: il simbolo pagano che si fa da parte per far posto al simbolo cristiano, non già come Saturno che viene scalzato da Zeus, bensì come il padre che lascia serenamente in gestione al figlio “l’attività di famiglia” del portare regali all’umanità; il cristianesimo come successione del paganesimo, non per rigettarne in toto il passato, ma per ereditarne i contenuti positivi.

 Grazie, professore.

 

L’infanzia di Gesù, di Benedetto XVI.

Naturalmente ottimo, e fa venire voglia di rileggere tutto il trittico in successione continua. Anzi fa venir voglia di rileggersi tutta l’opera omnia dell’autore.

Anche perchè leggerlo proprio nel periodo contemporaneo all’evento storico che sappiamo, sapendo che non ce ne saranno altri, fa un certo effetto.

 

Dottor Futuro, di Philiph K. Dick.

Se non avessero limitato le nascite, adesso ci sarebbe una popolazione umana preziosa su Marte e Venere […] invece abbiamo una società calcificata che passa il tempo meditando sulla morte; che non ha progetti, non ha una meta, non ha nessun desiderio di crescita. Come la società egizia… la morte e la vita sono così strettamente collegate che il mondo è diventato un cimitero, e le persone nient’altro che custodi che vivono tra le ossa dei morti. In pratica, dentro di sé, si considerano premorti, non individui vivi. Così il loro grande retaggio è stato sprecato.

 Pubblicato nel 1960, eppure ancora una volta PKD si mostra straordinario profeta di quelle tendenze distruttive che oggi sono il nostro presente.
Jim Parsons è un medico che per ignoti motivi viene rapito dal suo presente (il 2012) e trasportato nel remoto futuro del 2405. Si ritrova così in una società caratterizzata da una profonda cultura di morte: il numero della popolazione è fisso, tutti sono sterilizzati e le fecondazioni avvengono solo per via artificiale, il governo decide di procedere ad una nuova nascita solo quando qualcuno è morto, e la morte è incoraggiata. L’omicidio è legale, il suicidio è lodato come un gesto di coscienza civica, mentre le cure mediche sono criminali e viste come un’indebita interferenza nelle leggi di natura. Quando la gente sta male, non va dal dottore, va dall’eutanasista: Parsons, per aver onorato il suo giuramento d’Ippocrate, passerà dei guai con la giustizia.
E così cominciano le allucinanti traversie spaziotemporali del Dottore, l’unico uomo al mondo rimasto a credere che la vita valga più della morte; l’unico uomo al mondo che può salvare la specie umana dall’estinzione.
Un PKD ingiustamente poco noto, da riscoprire, da farci un film, da far conoscere.


Parabola del Tempio edificando

Dall’introduzione de
La Russia e la Chiesa Universale,
di Vladimir Solov’ëv:

*

“Un grande architetto, partendo per un lungo viaggio, chiamò i suoi discepoli e disse loro:

«Voi sapete che io sono venuto per ricostruire il santuario principale del paese, distrutto da un terremoto. L’opera, ormai, è iniziata: ho tracciato il piano generale, il terreno è stato spianato e le fondamenta sono gettate. Voi mi sostituirete durante la mia assenza. Io tornerò senz’altro, ma non so dirvi quando. Lavorate dunque come se doveste compiere tutta l’opera senza di me. È il momento di mettere in pratica gli insegnamenti che vi ho impartito. Ho fiducia in voi e non starò ad imporvi tutti i particolari dell’opera. Badate soltanto di osservare le regole della nostra arte. Del resto, vi lascio le fondamenta incrollabili del Tempio, che io stesso ho gettato, e il piano generale che ho tracciato: il che vi basterà se sarete fedeli al vostro dovere.
E comunque non vi lascio soli: in ispirito e col pensiero sarò sempre con voi.»

 Poi li portò nel luogo dove sarebbe dovuta sorgere la nuova chiesa, mostrò loro le fondamenta e consegnò loro il piano.

Dopo la sua partenza, i discepoli lavorarono di comune accordo; e circa un terzo dell’edificio fu ben presto costruito. Tuttavia, dato che l’opera era molto grande ed estremamente complicata, i primi compagni non furono sufficienti e se ne dovettero ammettere di nuovi. Non passò così molto tempo che tra i principali capi dei lavori sorse una grave contesa.
Ci fu chi pretese che delle due cose lasciate in eredità dal maestro assente – le fondamenta dell’edificio e il piano generale – solo quest’ultimo fosse veramente importante e vincolante, mentre nulla impediva di abbandonare le fondamenta già poste e costruire in altro luogo. Contestati energicamente dal resto dei loro colleghi, costoro, nel calore della disputa, arrivarono sino ad affermare (in contrasto con il loro stesso sentire, più volte apertamente espresso) che il maestro non aveva mai posto né indicato le fondamenta del Tempio; e che questa non era che un’invenzione dei loro avversari.
Tra questi ultimi, poi, ve ne furono molti che, a forza di difendere l’importanza delle fondamenta, caddero nell’estremo opposto ed affermarono che l’unica cosa veramente seria fosse la base dell’edificio posta dal maestro: così che il loro compito specifico consisteva unicamente nel conservare, riparare e consolidare la parte già esistente dell’edificio, senza preoccuparsi di portarlo a termine, perché – dicevano – il compimento dell’opera spetterà esclusivamente al maestro stesso quando sarà ritornato.

Gli estremi si toccano e i due opposti si trovarono ben presto d’accordo su un punto: che non si doveva portare a termine l’edificio.
E però, il partito che aspirava a conservare in buono stato le fondamenta e la navata incompiuta si consacrava, a tale scopo, a molti lavori secondari e vi dispiegava un’energia indefessa, mentre il partito che credeva di poter fare a meno dell’unica base del Tempio, dopo essersi vanamente sforzato di costruire su un’altra area, dichiarò che non si doveva fare assolutamente nulla: secondo questi ultimi, nell’arte dell’architettura l’essenziale era la teoria, la contemplazione dei suoi modelli e la meditazione delle sue regole e non invece l’esecuzione di un piano preciso; e se il maestro aveva lasciato loro il proprio piano del Tempio, non lo aveva certo fatto per farli lavorare in comune alla sua costruzione reale, ma soltanto perché ciascuno di loro, studiando questo piano perfetto, potesse diventare lui stesso un buon architetto. E a questo proposito, i più zelanti di questo gruppo consacrarono la loro vita a meditare sul progetto del Tempio ideale, ad imparare ed a recitare a memoria ogni giorno le spiegazioni di questo progetto che alcuni loro vecchi compagni avevano fatto sulla base delle parole del maestro. Ma la maggioranza si accontentava di pensare al Tempio un giorno alla settimana, riservando tutto il resto del tempo ai propri affari.
Tra questi operai separatisti, però, ve ne furono alcuni che, studiando il piano del maestro e le sue spiegazioni autentiche, vi ravvisarono delle indicazioni precise, dalle quali risultava che la base del Tempio era stata effettivamente posta e non poteva essere più cambiata; costoro si imbatterono tra l’altro in queste parole del grande architetto:

«Ecco le fondamenta incrollabili che io stesso ho posto; è su di loro che si deve edificare il mio Tempio se si vuole che esso possa resistere in eterno ai terremoti ed a qualsiasi flagello.»

 Colpiti da queste parole, i buoni operai risolsero di rinunciare al loro separatismo e di unirsi immediatamente a coloro che avevano custodito le fondamenta per partecipare alla loro opera di conservazione.
Ci fu però un operaio che disse:
«Riconosciamo i nostri torti, rendiamo tutta la giustizia e tutti gli onori dovuti ai nostri antichi compagni, riuniamoci con loro attorno al grande edificio soltanto iniziato, che noi abbiamo vilmente abbandonato e che essi hanno avuto il merito impagabile di aver custodito e conservato in buono stato. Ma innanzitutto bisogna essere fedeli al pensiero del maestro. Ora il maestro non ha posto queste fondamenta perché non vi si mettesse mano, ma perché il suo Tempio fosse costruito su di esse. Dobbiamo dunque riunirci tutti per innalzare sulle fondamenta che ci sono state offerte l’edificio in tutta la sua interezza. Se avremo o meno il tempo sufficiente per terminarlo prima del ritorno del maestro, è un altro problema che lui stesso non ha voluto risolvere. Egli però ci ha espressamente comandato di lavorare per far avanzare la sua opera ed ha anzi aggiunto che noi faremo più di lui.»
L’esortazione di questo operaio parve strana alla maggior parte dei suoi compagni. Alcuni lo definirono un utopista, altri lo accusarono di orgoglio e presunzione.

Ma la voce della coscienza gli diceva chiaramente che il maestro assente era con lui in ispirito e verità.”


L’uomo che uccise il mondo

un ateo molto leale con cui mi trovai a discutere fece uso di questa espressione: ‘Gli uomini sono stati tenuti in schiavitù per paura dell’inferno’. Gli ho fatto osservare che se avesse detto che gli uomini erano stati affrancati dalla schiavitù per paura dell’inferno, avrebbe almeno fatto riferimento a un inoppugnabile fatto storico.

Gilbert Keith Chesterton

World War Z.
C-A-P-O-L-A-V-O-R-O A-S-S-O-L-U-T-O.
L’apocalisse zombie come non l’avete mai conosciuta.
Ma prima di parlare di Breckenridge “Breck” Scott e del Phalanx, è d’uopo una premessa.

 

Non riesco purtroppo a ritrovare un articolo che ho letto molto tempo fa, e che non ho avuto l’accortezza di conservare, in cui si riassumeva un concetto esposto da (mi pare) Hannah Arendt nel suo La banalità del male: l’ateismo come oppiaceo della coscienza individuale.
Di fronte alla concezione marxista della religione come anestetico che trattiene il proletariato dalla sollevazione di massa contro le catene del padrone, la Arendt oppone che il nazismo ha potuto quel che ha potuto proprio in virtù dell’idea contraria: la consolazione infusa al singolo che nessun Giudizio lo avrebbe mai giudicato, nessun inferno lo avrebbe mai retribuito, dunque non c’era limite a ciò che egli poteva fare. L’orrore diventa normale quotidiano, il male è banale. Così si avvera il teorema di Dostoevksij per cui “se Dio non esiste, tutto è lecito”.
Viene alla mente quel che dice Saint-Savin, personaggio del romanzo L’isola del giorno prima di Umberto Eco, un ateo molto simpatico:

Ma non mi guardate come se non avessi sani princìpi e non fossi un fedele servitore del mio re. Un vero filosofo non chiede affatto di sovvertire l’ordine delle cose. Lo accetta. Chiede solo che gli si lascino coltivare i pensieri che consolano un animo forte. Per gli altri, fortuna che ci siano e papi e vescovi a trattener le folle dalla rivolta e dal delitto. L’ordine dello stato esige una uniformità della condotta, la religione è necessaria al popolo e il saggio deve sacrificare parte della sua indipendenza affinché la società si mantenga ferma. Quanto a me, credo di essere un uomo probo: sono fedele agli amici, non mento se non quando faccio una dichiarazione d’amore, amo il sapere e faccio, a quanto dicono, buoni versi.

 Su cosa si basano questi sani princìpi e quest’auto-definizione di probità, non è spiegato: presumibilmente la personale coscienza filosofica del personaggio e le convenzioni sociali, e su cosa esse sono fondate a propria volta, non si sa. Ma comunque Saint-Savin vive e pensa nel 1600, il suo ateismo è ancora del singolo e per il singolo, ed è controbilanciato da una ferrea morale individuale e dalla fedeltà al re. Cosa succede una volta venuta meno la prima e corrotta la seconda? La risposta a questa domanda è proprio quella data da Hannah Arendt e Dostoevskij.
Mi azzardo ad affermare storicamente, senza averne le competenze e dunque aperto a confutazioni documentate, che è proprio fino al ‘600 che non si ha notizia nella storia dell’umanità di una società complessa – il mito del buon selvaggio meriterebbe un discorso a parte – che abbia abbracciato l’ateismo collettivo e sia sopravvissuta nel lungo termine. È invece nel ‘700 (preceduto beninteso da una lunga gestazione sotterranea) che gli intellettuali cominciano a sognare in massa ed esplicitamente la scristianizzazione totale (la patina di teismo o deismo, la verniciatura di diritto naturale razionalista, si scrosta molto presto) ed è lì che comincia il cammino che porta al pensiero dominante contemporaneo: Dio non esiste, verità e giustizia sono scatole vuote da riempire volta per volta, tutto è lecito o liceizzabile a piacere, non c’è peccato né giudizio.
Su questi presupposti, quanto può durare?

 

Fine della premessa e torno a parlare di World War Z.
Si tratta di un libro epico, scritto da una massima autorità sull’argomento ovvero Max Brooks già autore del Manuale per sopravvivere agli zombie (da tenere nel comodino a portata di mano, metti caso serva). Io l’ho letto in inglese, perché in italiano non è ancora uscito, perciò le prossime citazioni sono mie traduzioni alla buona. Potreste averne già sentito parlare perché tra due mesi esce il film tratto dal libro, di cui è già in circolazione il trailer. Considerato che il protagonista è Brad Pitt e che gli zombie in questo periodo tirano, probabilmente incasserà. Peraltro la pubblicità a me ha fatto ribrezzo, perché sembra la solita storia azioneazionefuggisparaesplodibumbumbum: o il trailer è infedele rispetto al film, oppure il film col libro c’entra ben poco. D’altra parte, mi rendo conto che non era così facile trasporre la storia in film (una serie sarebbe stata un format più adatto, ma ormai questo c’abbiamo e ci accontentiamo, pazienza).
Perché WWZ non è una semplice storia di morti che risorgono e mangiano i vivi. Tecnicamente non è neppure un romanzo. È proprio un’altra cosa – molto migliore.
La particolarità di WWZ è che avviene un mondo in cui c’è già stata la guerra contro gli zombie, e l’umanità ha vinto, seppure a malapena. L’autore intradiegetico del libro è un giornalista che viaggia per il mondo e intervista persone di tutti i tipi, di ogni continente e ceto sociale, facendosi raccontare quello che hanno vissuto e le cose che hanno fatto. La differenza rispetto alla classica zombie story, alla George A. Romero oppure The Walking Dead per intenderci, è palese: lì il punto di vista è del singolo, qui è letteralmente globale. WWZ è estremamente realistico dal punto di vista geopolitico e considera una miriade di fattori che di solito nelle altre storie di zombie sono ignorati: la reazione di mass-media e politici di fronte alle voci di apocalisse (negare sempre, anche l’evidenza, finchè non è troppo tardi), le ragioni tecniche del fallimento delle normali tattiche militari di fronte a un nemico così radicalmente diverso (la battaglia di Yonkers), gli imprevedibili sconvolgimenti politici (Israele si chiude in quarantena e poi scoppia la guerra civile!).
Vorrei citare ogni intervista che mi ha entusiasmato, ma non posso. Sono troppe, praticamente tutte. È stato il libro più bello che abbia letto da un paio d’anni a questa parte (parliamo di un numero a tre cifre). Mi limito allora a quella che mi ha colpito di più, quella che mi ha fatto venire in mente, per motivi che saranno chiari alla fine, le considerazioni che ho riportato all’inizio di questo post.

Breckenridge “Breck” Scott, quel grandissimo stronzo.
Se v’interessa e capite l’inglese, l’intervista è riassunta sulla pagina di Zombiepedia, la wikipedia sugli zombie (sì, esiste davvero), dedicata al Phalanx.
Il Phalanx è un falso vaccino che Scott ha messo in circolazione sul mercato mondiale nella fase iniziale dell’epidemia, quando la gente non voleva credere che si trattasse davvero di zombie. Era meglio pensare che fosse una nuova forma di rabbia africana, più “scientifico”, più accettabile. Le alte sfere politiche, i poteri economici invece sì, sapevano che si trattava davvero di zombie, ma non volevano dirlo per non seminare il panico, perché il panico avrebbe distrutto ancora di più la fragile fiducia dei consumatori e avrebbe ripiombato il mondo in un’altra crisi finanziaria. E tutti quei grandi e blasonati giornali, i cui azionisti incidentalmente erano quegli stessi gruppi economici e politici che non volevano il panico, semplicemente guardavano da un’altra parte: a parlare di zombie erano solo le fonti non ufficiali su internet e social network, ovviamente facili da screditare.
Scott nella sua intervista ci tiene a puntualizzare che “tecnicamente” lui non ha imbrogliato nessuno, perché infatti il Phalanx previene davvero alcuni tipi di rabbia. Ha solo omesso di dire ai consumatori che il suo vaccino era inutile, perché non si trattava di rabbia ma di un’altra cosa, ma “tecnicamente” (lo dice ridendo) non ha mai mentito. Non solo, ma insiste sarcasticamente sulle conseguenze positive della sua truffa:
A causa del Phalanx, il settore biomedico ha cominciato a risalire, questo come conseguenza ha risollevato il mercato azionario, questo ha dato l’impressione di una ripresa, questo poi ha restaurato abbastanza fiducia nei consumatori per stimolare effettivamente la ripresa! Il Phalanx ha interrotto la recessione mondiale… IO ho interrotto la recessione mondiale!
Bravo.
Certo, poi sono morti tutti, ma che ti frega.

Disgraziatamente, il danno provocato dal Phalanx è stato amplificato da ­un altro fattore in gioco: i “quisling”, una delle migliori invenzioni di Max Brooks.
La parola deriva da Vidkun Quisling, politico norvegese che tradì il suo paese e collaborò con i nazisti, il cui nome è passato alla storia come sinonimo di traditore, come dire un giuda. Si tratta di una psicopatologia di massa che si è diffusa ad ampio raggio nella popolazione, anche se sfortunatamente è stata diagnosticata molto in ritardo, e consiste nel fatto che gli umani che ne sono colpiti si convincono di essere zombie. Agiscono come zombie, camminano come zombie, mordono come zombie, possono addirittura essere più pericolosi dei veri zombie. La spiegazione che è stata elaborata per questo fenomeno consiste in una specie di versione evoluta della Sindrome di Stoccolma:
c’è un tipo di gente che non accetta una  situazione lotta-o-muori. Sono attratti da ciò che temono. Invece di resistergli cercano di fare compromessi, compiacerlo, assomigliargli. Ci sono sempre stati collaborazionisti in tutte le guerre, pronti a saltare sul carro dei vincitori… Ma questo non poteva essere fatto in questa guerra, perché gli zombie sono diversi. Non puoi avvicinarti a uno zombie sventolando bandiera bianca e dicendo non uccidetemi, sono dalla vostra parte. Non c’è una zona grigia, nessun compromesso possibile. Ecco, alcune persone semplicemente non riuscivano ad accettare una situazione così drastica. Era troppo. Questo le ha fatte impazzire.
Ora, provate a immaginare la seguente situazione. Un uomo che si è vaccinato con l’inutile Phalanx viene morso da un quisling, quando ancora non si sa che esistono i quisling. Il quisling viene subito abbattuto, nessuno nota la differenza con un vero zombie. L’uomo che è stato morso sopravvive. Cosa devono pensare lui e quelli che gli stanno accanto? Che il Phalanx funziona, ovvio. Si sparge la voce che IL VACCINO FUNZIONA DAVVERO. Siamo al sicuro. Cerchiamo di non farci divorare, ma se si tratta di un solo morso, pazienza, siamo vaccinati.
Allora, situazione n. 2. Un uomo che ha assunto il Phalanx viene morso da uno zombie. È condannato ineluttabilmente a trasformarsi, ma non lo sa, anzi crede di essere salvo. Così quell’uomo torna da dove è venuto – base militare, cittadella fortificata, qualunque cosa – e dopo pochi giorni quel posto non esiste più perché è stato distrutto DALL’INTERNO.
Situazioni come questa succedono a centinaia. A migliaia.
Non è facile calcolare quante persone sono morte nella guerra contro gli zombie, ma siamo sicuramente nell’ordine dei miliardi di persone. Probabilmente metà del genere umano, diciamo grossomodo 3.000.000.000 di morti, ma probabilmente anche quattro o cinque. Un numero così grande da diventare astratto, privo di significato.

 Sarebbe esagerato dire che la responsabilità di tutti questi morti sia colpa di Breckenridge “Breck” Scott. Ci sono molte altre responsabilità, come abbiamo visto. Ma lui colpisce particolarmente per il modo con cui affronta la tragedia mondiale.
Ride.
Comprensibilmente, alla fine della guerra Scott è l’uomo più odiato del mondo. Ma non se ne cura. Non ha sofferto, lui. Con il suo falso vaccino ha fatto una quantità enorme di soldi, e al momento giusto ha tagliato la corda: si è rifugiato in Antartide, nella Base Vostok, il luogo più remoto della terra, dove gli zombie non possono arrivare (col freddo intenso l’acqua del loro corpo ghiaccia e sono immobilizzati) e dove vive come un pascià. Compra le cose che gli servono dal governo russo, che non si fa scrupoli ad accettare i suoi milioni di dollari sporchi di sangue (incidentalmente, la Russia è diventata una teocrazia). È qui che lo intervista l’autore di WWZ, e per tutta l’intervista Scott scherza, si sganascia dalle risate, si diverte alle spalle di quelli che sono morti. Non mostra il minimo rimorso. Sembra essere divertito dal concetto stesso di rimorso.
Non riesco a descrivere l’impressione di viscido che mi hanno fatto le sue parole. Dovete leggere per credere. Max Brooks è uno scrittore con gli attributi.
L’ultima domanda dell’intervista è

D. lei non assume nessuna personale responsabilità [per tutti questi morti]?

La risposta merita di essere considerata attentamente.

“R. Per cosa? per aver fatto un po’ di fottuti soldi?… beh, non proprio un po’ [ride]. Tutto quello che ho fatto era quello che si suppone voglia fare chiunque. Ho inseguito il mio sogno, mi sono preso il mio pezzo di torta. […] Non ho mai ferito direttamente nessuno, e se qualcuno è stato così stupido da farsi male da solo, boo-fuckin-hoo – [NdT credo che si possa approssimativamente tradurre con “e chi se ne fotte ha-ha”]
Certo… se c’è un inferno… [ride mentre parla] non voglio pensare a quanti di quei coglioni potrebbero stare ad aspettarmi. Spero solo che non vogliano un rimborso.”


Libri gennaio 2013

Recuperando velocemente i passati mesi di letture:


Lo Hobbit, di J.R.R. Tolkien, con annotazioni di Douglas Anderson.

 Ri-ri-riletto ad anni di distanza, subito dopo esser tornato dal cinema, e amato come la prima volta (e la seconda e la terza).
Il film  è molto fedele, tranne che per alcune aggiunte narrative che tolgono ritmo all’insieme (cose che capitano quando ti dicono a metà produzione che devi fare 3 film invece di 2 e ti tocca raschiare il fondo del barile delle scene che ti eri riservato per la extended version) nonchè per la caratterizzazione di Thorin Scudodiquercia (che nel libro partecipa della comicità dei nani mentre nel film se ne distacca per diventare un personaggio eroico e tragico); ed è molto bello, motivo per cui aspetto il prossimo film onde poi poter ri-ri-ri-rileggere il libro.
Grazie JRRT.

 

La città dei libri sognanti, di Walter Moers.

Come fu che Ildefonso De’ Sventramitis giunse per la prima volta a Librandia, la città dei libri, e quel che vi trovò di sopra e di sotto.
Come avevo già detto, trattasi di un libro BELLISSIMO, cosa che acuisce la delusione per la mediocrità del seguito ma intanto fa sì che il libro, in quanto singolo libro, sia consigliabilissimo a tutti coloro che amano i libri.
Ripeto: se amate i libri, questo dovete leggerlo. Ci troverete libri, libri e libri; libri viventi, libri volanti, libri perigliosi, libri trappola, libri fantasma; e poi scrittori di libri, venditori di libri, nasconditori di libri, cacciatori di libri, ciclopi librovori cioè mangiatori di libri (insomma), e non ricorso quanti altri -ori di libri ancora.
Tutto ciò che può concepibilmente avere a che fare con un libro, e molto di ciò che non può ma lo ha comunque, è qui. In questo libro.

 

American Dust, di Richard Brautigan.

 Il titolo originale era So the Wind Won’t Blow It All Away, ma forse l’editore ha deciso che era troppo difficile da leggere e però voleva comunque pubblicare un titolo inglese perché italiano fa troppo provinciale che non si può trattare così un Autore colonna della Controcultura Hippy, così è andato a pescare l’altra metà della frase che apre ogni capitolo del libro:

so the wind won’t blow it all away… Dust… American… Dust.

 Non precisamente allegro, ma di allegro c’è ben poco in questo viaggio nella coscienza di un adolescente americano, non tanto a posto con la testa, controfigura dell’autore, segnato da un evento tragico in cui sono implicati sangue e proiettili, di cui si porterà la responsabilità per tutta la vita, e attorno a cui ruota tutto il libro in un continuo andirivieni cronologico.
Non sono stato sorpreso più di tanto nello scoprire che Brautigan, due anni dopo la pubblicazione di questo libro così malinconico e depresso-deprimente, s’è fatto saltare le cervella.
Requiescat in æternum.

 

Il suicidio della rivoluzione, di Augusto del Noce.

 Dovevo saperlo che era troppo bello per essere vero: il famoso libro di Del Noce, contenente la sua famosa profezia all’epoca derisa e poi puntualmente realizzata sulla futura dissoluzione del marxismo, in vendita a soli 3 euro in edicola, nella collana “Laicicattolici – I maestri del pensiero democratico” del Corriere della sera (quanti bei nomi, eh?).
Era troppo bello.
E infatti non era vero: quest’agile volumetto di 168 pagine NON è il vero libro Il suicidio della rivoluzione (che di pagine, nell’edizione in brossura della Rusconi, ho scoperto poi contarne 368) ma bensì una collazione di capitoletti presi da Scritti politici 1930-1950 (edito da Rubbattino) e un solo capitolo tratto dal libro di cui porta il nome, cioè il capitolo su Gramsci.
Il che è bello ed istruttivo, per dirla guareschianamente.
Dopodiché, pazienza: anche incompleto e parte di un tutto, il capitolo di Del Noce su Gramsci (e su Gentile, e Benedetto Croce, e la stupidità dei cattolici che si sono fatti mettere nel sacco dalla strategia gramsciana fino a individuare il vero avversario non già nel comunismo ma bensì “nel vecchio cattolicesimo preconciliare, come se il Concilio avesse significato l’estensione della rivoluzione alla Chiesa, e l’universalità della Chiesa dovesse venire interpretata come permeabilità a tutte le rivoluzioni che hanno avuto successo”) vale comunque i 3 €, altroché.
Però, potevano dirmelo prima.

 

Dio – le domande dell’uomo, di Andrè Frossard.

Il cristianesimo è la religione della ragione. Si distingue dal razionalismo perché non si tappa le orecchie quando la ragione dice «Dio».

Fantastico questo libro, scritto da un famoso ed eccellente convertito, di godibilissima e facilissima lettura. Si tratta delle risposte date da Frossard a più di duemila domande ricevute da studenti dell’ultimo anno di scuola superiore.
La particolarità di Frossard è che segue una metodologia espositiva che sarei tentato di definire “tomista”. Voglio dire che, come faceva San Tommaso nella Summa, prima espone le obiezioni a lui portate, e poi espone le ragioni per cui tali obiezioni sono sbagliate.
(N.B. questa metodologia è anche il motivo per cui è pieno così di ignoranti che attribuiscono a San Tommaso idee da egli esplicitamente confutate, ma le dimensioni del libro di Frossard sono ben più esigue della Summa ed egli non corre questo rischio)
Così l’autore spiega brevemente ed efficacemente i perché di tante cose, con una capacità di sintesi e un’ironia che – esagero? – lo pongono a livelli degni di un Chesterton:

Il consiglio di Pascal (siate stupidi) era rivolto a gente che non aveva bisogno di ascoltarlo per metterlo in pratica.

Cartesio temeva effettivamente di annoiarsi a contemplare Dio per diecimila anni. Mai ha avuto l’idea chiara e distinta che Dio potrebbe annoiarsi molto prima a contemplare Cartesio.

Come non amarlo?


I dodici segni dello zodiaco + Sei problemi per don Isidro Parodi,
di Jorge Luis Borges & Adolfo Bioy Casa
res.

 Trattasi di due libri da poco prezzo, ordinati su Amazon perché avevo voglia di leggere qualcos’altro di Borges e perché, appunto, costavano poco. Così ho scoperto solo quando mi sono arrivati che i racconti del primo libro sono già contenuti nei sei del secondo, ergo potevo fare a meno di comprarlo. Pazienza.
A parte questo, impossibile lamentarsi: puro Borges, godibilissimo.Ma chi è Don Isidro Parodi?

il macellaio Agustìn R. Bonorino, che aveva partecipato al carnevale di Belgrano vestito da calabrese, ricevette una bottigliata mortale alla tempia. Nessuno ignorava che la bottiglia di Bilz che lo aveva ucciso era stata lanciata da uno dei ragazzi della banda Pata Santa. Ma poiché Pata Santa era un prezioso elemento elettorale, la polizia decise che il colpevole fosse Isidro Parodi, che alcuni affermavano fosse anarchico, volendo dire in realtà che si trattava di uno spiritista. Di fatto, Isidro Parodi non era né una cosa né l’altra: era padrone di un negozio di barbiere nel quartiere sud e aveva commesso l’imprudenza di affittare una camera a uno scrivano dell’8° Commissariato, il quale gli doveva ormai più di un anno di affitto. Quest’insieme di circostanze avverse segnò il destino di Parodi: le dichiarazioni dei testimoni (che appartenevano alla banda di Pata Santa) furono unanimi: il giudice lo condannò a ventun anni di reclusione.

 Naturalmente, sappiamo bene che queste cose succedono solo nei libri e nelle cose di fantasia, e che nel mondo reale gli organi inquirenti e requirenti sono sempre mossi soltanto dal più puro amore di giustizia.
E così Isidro Parodi, senza mai muoversi dal suo loculo, passa i suoi anni di galera a risolve enigmi polizieschi: la gente va a trovarlo in carcere e gli espone i propri problemi con la giustizia, e l’insolito detective li ascolta, ricostruisce la verità e indica il vero colpevole. Dalla sua cella passano personaggi stravaganti e sopra le righe, come il playboy Gerardino Montenegro o lo scrittorucolo Carlos Anglada, altrettante parodie di tipi esistenziali dell’ambiente “bene” di Buenos Aires, quello stesso ambiente che Borges e Bioy Casares satireggiano con grande piacere loro e dei lettori, muovendo i racconti su tre diversi livelli (struttura gialla, satira sociale e virtuosismo letterario) in un mix eccellente e divertentissimo.

 

Io sono febbraio – storia dell’inverno che non voleva finire mai, di Shane Jones.

 Vabè che avevo pagato solo € 1,99 per l’ebook di questa fiaba mal scritta, senza né capo né coda, di incerta trama e ancor più incerto significato, ma sono comunque 1,99 € che rimpiango. Almeno era breve e non ci ho perso molto tempo.

 

 

 Veritatis splendor, di Giovanni Paolo II.

La legge morale naturale è la partecipazione della legge eterna nella creatura razionale.

 Ecco, se solo questa fosse l’unica cosa che avessi capito leggendo l’enciclica, già sarei molto contento. Per fortuna, ho capito anche qualcos’altro. Non abbastanza, però, motivo per cui dovrò rileggere.


Il Papa definitivo

Il Papa definitivoCominciare a leggere il romanzo di fantascienza Il Papa definitivo (Clifford Simak, 1964), proprio il giorno in cui si è aperto il conclave, e sorridere agli sguardi incuriositi della gente attorno che sbircia il libro.

*

Aggiornamento post-conclave: abbiamo il nuovo Papa!
Naturalmente non è quello definitivo, a meno che non sia imminente l’Apocalisse… anche se ha detto lui di essere arrivato “dalla fine del mondo” 🙂

Oremus pro Beatissimo Sancto Patre Francisco I

Visto che per ora ovviamente i commenti si moltiplicano (peraltro, pare esista una specie di legge matematica per cui, maggiore l’ignoranza mostrata da certi commentatori cosiddetti laici prima, minore il pudore con cui pontificano e tutto-so-io-eggiano poi) sull’argomento mi tengo da parte per un po’, in silenzio quaresimale diciamo, a “vedere e custodire queste cose nel mio cuore”.

Viva Francesco I, Viva Pietro… e viva anche il nostro “altro” Papa, l’emerito Benedetto XVI!


Libri dicembre 2012

Una buona annata.

 

Per il mio Angelo, di Giuseppe Ampola.

A volte occorre leggere libri brutti.
È necessario, se vogliamo forgiarci un’estetica letteraria completa, perché la mente umana tendenzialmente funziona per relazioni di opposizione. Come tanto più apprezziamo una cosa o una persona quanto più ne abbiamo sentito la mancanza, così è difficile o impossibile percepire il bello senza l’esperienza del brutto, gustare l’abbondanza senza aver sopportato la scarsità, nonché (qui c’è una teodicea implicita) vivere appieno l’infinito senza prima essere passati per una vita finita.
Come l’uomo vivo di Chesterton, che lascia la sua abitazione per girare il mondo onde poi tornare a casa con la stessa gioia con cui ci mise piede per la prima volta, ogni tanto bisogna distaccarsi dagli autori preferiti e leggere cose noiose, sciatte, ridicole, insomma brutte.
Ringraziamo il cielo per le cose brutte, perché ci permettono di assaporare le cose belle.

Il libro in questione è, per i summenzionati motivi, utilissimo ad apprezzare tutti gli altri libri.
Dire che è brutto sarebbe poco. Dire che è bruttissimo sarebbe più preciso. Non mi arrischio a dire che è la cosa più brutta che abbia letto da un sacco di tempo a questa parte, potrei averne lette di peggiori e averle rimosse; mi accontenterò di dire che è stato per me Il Libro Più Brutto Del 2012, il che, considerato che durante l’anno ne ho letti circa 77,  è comunque un traguardo ragguardevole. Non posso dire di esserne stato deluso, ma solo perché per esserlo bisogna prima avere delle speranze.
L’ho trovato per caso, su amazon, quando si poteva scaricare gratuitamente per il kindle. La Koi Press è una casa di self-publishing, il che non vuol dire automaticamente che sia una vanity press (mi paghi = ti pubblico = osanna, sei un Autore), ma il dubbio è lecito visti i risultati. Comunque constato che la diffusione di ebook gratuiti su amazon sta prendendo piede. Peraltro dev’essere stata una fase di autopromozione, perché sono andato a ricontrollare e adesso l’ebook costa € 1,99. Non li vale.

La prima cosa che si nota è che l’opera, scritta dall’autore italiano Giuseppe Ampola, è ambientata a New York. Per inciso, non so se sia questo il caso, ma ho osservato diverse volte che molti italiani soffrono di una strana forma di sudditanza culturale per cui, se devono pensare a una storia, usano nomi e ambientazioni tipicamente statunitensi. Capitava anche a me le prime volte che ho impugnato la metaforica penna, e ho dovuto fare una certa fatica per scrollarmi di dosso questa specie di scomodo laccio mentale. Come se far vivere un’avventura a Giacomo e Tommaso fosse meno realistico che farla vivere a Jack e Tom. Mi chiedo se succeda anche in altri paesi europei, oppure siamo solo noi italiani che abbiamo l’immaginario collettivo così colonizzato da tutti quei libri e film d’oltreoceano da non riuscire neppure a narrare in termini non americani.
Comunque, fondamentalmente il libro parla di un detective della omicidi che deve fermare un serial killer di preti. E da qui si dipana un canovaccio che non si fa mancare nulla dei più triti standard del genere danbrowniano, dalla caccia all’indizio per chiese all’enigma crittografico da risolvere – che poi non si capisce chi glielo ha fatto fare all’assassino di anagrammare negli omicidi il nome del bersaglio finale, visto che è proprio questo che permette all’insonne detective di intervenire risolutivamente, ma vabbè – dal grande segreto nero clericale al prevedibile colpo di scena sull’identità del cattivo.
Tutto questo potrebbe essere ancora controbilanciato da una scrittura brillante e da protagonisti ben caratterizzati. Ma purtroppo lo stile è sciatto ai limiti del sopportabile, mentre i personaggi sono letteralmente stereotipi che camminano – es. il detective che non ha una vita privata, la bella gnocca donna intelligente coinvolta nelle indagini con la quale ovviamente scatterà la trombata finale, il prete che ogni cinque minuti esclama a proposito e a sproposito che Dio ci aiuti! / la fede ci guiderà! / combinazioni dei precedenti lemmi – e le indagini procedono fondamentalmente più per colpi di fortuna, nei quali si vede pesantemente la volontà dell’autore di far andare le cose in un certo modo, che per effettive virtù investigative dell’investigatore.
La scena sessuale a circa metà libro, del tutto avulsa dal contesto, probabilmente messa lì per far alzare l’attenzione del lettore e illuderlo che ce ne sarà una seconda, impreziosisce per modo di dire il tutto.
Mi sono chiesto se sia il caso di commentare anche il finale, che ho trovato sommamente ridicolo, ma non toglierò agli eventuali lettori il piacere di scoprirlo da soli.

Insomma, il libro è brutto.
Ora, bisogna sapere che esistono alcuni libri brutti, così brutti, ma così brutti, che fanno il giro dall’altra parte e diventano perversamente belli.
Sfortunatamente, non è questo il caso. Resta semplicemente brutto.

 

La borsa e la vita, di Jacques Le Goff.

Libro storico, che presumo attendibile essendomi stato regalato dalla mia storica di fiducia, su come fino al basso medioevo circa tutti i prestiti ad interesse fossero moralmente condannati dalla Chiesa in quanto usurari (la condanna totale venne meno col nascere del sistema bancario attorno al XII secolo).
Molto utile, in vista di futuri post.

 

 

Lettera pastorale 2012 – alla scoperta del Dio vicino, di Angelo Scola.

Come da titolo.
Breve, scorrevole, gradevole.
Se la volete leggere, si può scaricare qui.

 

 

Bottino di guerra, di Patrick O’Brian.

[Stephen] Si vestì in fretta e furia, ma il sacerdote era già all’altare quando ebbero raggiunto la cappella buia in un vicolo laterale, avanzando nell’odore d’incenso, un odore dall’immenso potere evocativo. Seguì un intervallo di tempo su un piano completamente diverso dell’essere: con le parole antiche e familiari, sempre le stesse in qualsiasi parte del mondo, sebbene in quel momento pronunciate in un largo latino fortemente accentato, aveva la sensazione di vivere libero dal tempo o dalla geografia, tanto che avrebbe potuto uscire di lì ragazzo nelle strade di Barcellona alla luce accecante del sole o in quelle di Dublino sotto la pioggia fine.

 Con questo che è il VI libro della saga, O’Brian aggiunge alcune rilevanti variazioni alla formula narrativa precedentemente sperimentata.
E questo vuol dire che è un autore coraggioso, perché poteva accontentarsi e propinare ai lettori una minestra riscaldata, e invece osa. Ammirevole.
Variazione n. 1: messa da parte (temporaneamente? definitivamente?) la formula dell’avventura autoconclusiva, il libro è la diretta continuazione del precedente, di cui tornano anche molti personaggi secondari (Herapath, la signora Wogan, etc).
Variazione n. 2: la trama non si svolge più principalmente per mare, ma a terra, a Boston, dove i nostri due eroi sono prigionieri del governo americano che è entrato in guerra con l’Inghilterra.
Variazione n. 3: mentre prima i punti di vista di Aubrey e Maturin erano grossomodo bilanciati nell’economia della storia, gli opposti poli caratteriali formando un perfetto contraltare, qui l’equilibrio salta. Jack avrà modo di farsi valere nel movimentato finale, ma per mezzo libro giace infermo in ospedale ed è il suo amico a doversi occupare di tutti i guai. Questo è il libro di Stephen, non c’è altro modo di dirlo. Il personaggio, come dire, esplode: fin dall’inizio abbiamo saputo che era immerso a fondo nello spionaggio britannico, ma questa è la prima volta che lo vediamo fare cose da spia quasi come uno 007 ante litteram, scopre agenti nemici, è da essi scoperto, insegue, è inseguito, è ferito, ferisce, uccide, e altro ancora.
Oltretutto, è anche tornata Diana Villiers. E non si fa neppure odiare (ma ci sono fondati sospetti che lo farà in seguito).
Bellissimo.
L’avventura continua.

 

The Walking Dead n. 1 – risveglio nella città dei morti, di Robert Kirkman & Tony Moore.

Tecnicamente non è un libro, ma visto che anobii lo copre, ne parlo una tantum.
Se state seguendo la serie tv, sappiate che il fumetto è meglio. Molto, molto meglio.
Un’epopea spietata. Un viaggio nelle pieghe più oscure dell’uomo.
Senza essere minimamente religioso, senza affrontare mai alcun tema anche solo vagamente filosofico, la saga è in più punti una mostruosa esemplificazione – sarei quasi tentato di dire “dimostrazione” – del fatto che il relativismo, stringi stringi, semplicemente non funziona. Se non c’è una ferma bussola morale, bastano solo le circostanze adatte e qualunque uomo, qualunque, regredisce a una bestia selvaggia che vuole solo sopravvivere costi quel che costi.
Prendetelo in considerazione, anche perché l’edizione Saldapress è convenientissima – per € 2,9 un albo che copre quattro numeri dell’edizione originale: considerato che in America è arrivato al cento e qualcosa, tra un paio d’anni li avranno raggiunti, o rallentano o s’inventano qualcosa.

P.S. piccola chicca per intenditori.
A pagina 52, Rick parla con sua moglie. A un certo punto, lei fa una faccia e orripilata ed esclama: la tua mano!
Spiegazione del marito, è  il segno della flebo rimasto da quando ha lasciato l’ospedale. Ok.
Ma alla luce di quello che succederà dopo, molto dopo, è lecito chiedersi: è una coincidenza? Oppure, già allora, Kirkman sapeva?


 

Questione di spazio, di Mauro Corona.

 Un racconto breve, di ambiente montanaro, gratuitamente scaricabile per kindle a scopo promozionale per un’antologia di novelle dell’autore.
Si legge senza dispiacere, se a uno piace il genere.

 

 

Il tempo della verità, di Glenn Cooper.

Raccontino scaricabile aggratis da amazon, pensato come lead-in per portare i lettori nel mondo della Biblioteca dei Morti in cui sono ambientati altri romanzi dell’autore.
L’idea della Biblioteca sembra intrigante, ma non sono abbastanza incuriosito da voler leggere gli altri libri.

 

 

Quattro chiacchiere con Francesco Guccini, di Federica Pegorin.

Come da titolo, interviste all’autore, che parla di sé e della sua musica.
Anche questo si scarica gratis da amazon e si può leggere sul kindle. Se non avete un kindle, sappiate che potete farvi un profilo amazon sul pc e ovviare al problema.
Se siete interessati, chiedete nei commenti e vi spiego come.


Il Labirinto dei Libri Sognanti, di Walter Moers.

 Ebbene.
Delusione, delusione, delusione.
Io in genere apprezzo molto i libri di Moers.
Ma questo è una fregatura bella e buona.

Breve premessa: Walter Moers è un fumettista tedesco che ha scritto una serie di libri fantasy (ma un fantasy del tutto sui generis) ambientati nel continente perduto di Zamonia, cominciando da Le 13 vite e ½ del Capitano Orso Blu e poi con altri libri famosi come Rumo e i prodigi nell’oscurità nonché La Città dei Libri Sognanti.
In genere i suoi libri mi piacciono molto, sia per la trama che prevede avventure folli e improbabili con personaggi strani (orsi, dinosauri, specie inventate dall’autore come croccamauri e tenebroni e squalombrichi), sia per il taglio molto visuale che dà ai suoi libri, pieni di particolarità tipografiche e disegni molto belli, il genere di cose per cui il libro di carta è decisamente meglio di un ebook.

In particolare La Città dei Libri Sognanti, di cui questo Labirinto è il seguito, è un libro bellissimo. BELLISSIMO. B-E-L-L-I-S-S-I-M-O. L’ho letto 4 volte, di cui l’ultima pochi giorni fa (per riprendermi dalla delusione), ed è migliorato ogni volta. Baratterei le proverbiali parti del corpo per essere in grado di scrivere io una cosa così bella. È il libro che ogni amante dei libri dovrebbe leggere.

E dunque, quando ho visto che era uscito il seguito, dovevo averlo.
E avevo tante belle speranze.
E invece.

Il problema del libro non sta nel fatto che non è autoconclusivo. Altri si sentono fregati dai libri che lasciano il protagonista a metà di una situazione spinosa, io no. Se il libro mi è piaciuto, sono anzi contento, la prendo come una promessa di ulteriori piaceri letterari.
Ma di solito, “lasciare a metà” implica che ci sia, una prima metà.
Il problema non è che la storia non finisce: è che praticamente NEMMENO COMINCIA. Tutto il libro non è che una lunghissima, per gran parte inutile, premessa.

STORIA: sono passati duecento anni dalla fine degli eventi descritti nel libro precedente. Ildefonso De’ Sventramitis, il dinosauro protagonista che descrive autobiograficamente le proprie avventure, è diventato il maggiore scrittore vivente di Zamonia. La folle girandola di eventi occorsagli a Librandia, la città dei libri, è diventata un bestseller della letteratura zamonica (cioè: La Città dei Libri Sognanti non è solo il prequel extradiegetico di questo libro, ma anche un libro intradiegetico di cui si parla dentro Il Labirinto dei Libri Sognanti). Quand’ecco Ildefonso riceve una misteriosa lettera da Librandia, e decide di tornare in città per chiarire il mistero.
LETTORE: bene.
STORIA: Ildefonso a Librandia. Giro turistico. Sunto degli ultimi duecento anni di storia librandiese.
LETTORE: bello. Sono sempre interessato alle follie dell’urbanistica zamonica.
STORIA: Ildefonso saluta alcuni vecchi amici del precedente libro.
LETTORE: toh, guarda chi si rivede!
STORIA: tra una cosa e l’altra, siamo arrivati a pagina 221 di 451 (49%).
LETTORE: di già? Ehm… ma quando arriviamo al dunque?
STORIA: aspetta. Ecco, adesso Ildefonso va a teatro. A vedere uno spettacolo di pupazzi.
LETTORE: bell…
STORIA: lo spettacolo è un adattamento teatrale di La Città dei Libri Sognanti.
LETTORE: ?
STORIA: sì, hai capito bene: per TRE capitoli e OTTANTADUE pagine, il libro riassume gli eventi del libro precedente.
LETTORE: ehm. Beh. Mediamente interessante, forse. Però, adesso…
STORIA: e non è finita. Siamo arrivati a pag. 303. Adesso Ildefonso è impazzito per il pupazzismo, la nuova arte dilagante per Librandia. Marionette, burattini, fantocci, pupi, automi, pupazzi di ogni foggia e dimensione.
LETTORE: …
STORIA: pupazzi! Pupazzi! Pupazzi! CENTOVENTIDUE pagine di appunti sventramitisiani sul pupazzismo librandiese! C’è pure la calligrafia di Ildefonso riprodotta tipograficamente!
LETTORE: … ma che stai SCHERZANDO?!?
STORIA: NOOOOOO!!!!!! PUPAZZI! PUPAZZI! PUPAZZI! PUPAZZI! PUPAZZI!
LETTORE: non ci posso credere.
STORIA: PUPAZZI! PUPAZZI! PUPAZZI! PUPAZZI! PUPAZZI! PUPAZZI! PUPAZZI!
LETTORE: voglio indietro i soldi.
STORIA: PUPAZZI! PUPAZZI! PUPAZZI! PUPAZZI! PUPAZZI! PUPAZZI! PUPAZZI!
LETTORE: voglio uccidere Walter Moers.
STORIA: PUPAZZI! PUPAZZI! PUPAZZI! PUPAZZI! PUPAZZI! PUPAZZI! PUPAZZI!
LETTORE: voglio defungere.
STORIA: pupazzi.
LETTORE: ?!? forse, finalmente…?
STORIA: a pag. 425 di 451, cioè faticosamente trascinatici al 94% del libro, Ildefonso viene invitato a fare una visita guidata nelle catacombe di Librandia. Con immensa cautela, considerata l’esperienza della scorsa volta, accetta. Viaggio in carrozza. Ingresso nelle catacombe. Si ritrova da solo al buio. Paura. Ma ecco che legge una scritta.
LETTORE: …
STORIA: “Qui comincia la storia”.
LETTORE: :-O
STORIA: sì.
LETTORE: e poi?
STORIA: fine.
LETTORE: come, fine???
STORIA: è l’ultima frase del libro.
LETTORE: ma hai detto che comincia la storia!!!
STORIA: appunto. La storia comincia quando il libro finisce (€ 18). Arrivederci al prossimo seguito (presumibilmente stesso prezzo).
LETTORE: accìrete tu e mammeta.

Ecco.
Io non so come Walter Moers abbia potuto.
Cosa gli sia saltato per la testa.
Un’ipotesi è che si sia così identificato nel suo alter ego zamonico Ildefonso De’ Sventramitis (di cui Moers si presenta come il traduttore e illustratore) da volerne riprodurre, con un audace esperimento meta-testuale, la proverbiale pesantezza letteraria. Lo Sventramitis è infatti un autore capace di mostruosi abissi di prolissità, come quando all’inizio del Labirinto si vanta di aver inserito 26.000 pagine di infiniti dialoghi sulla contabilità a partita doppia nel suo ciclo di romanzi La casa nattiftoffa (i nattiftoffi sono l’elite amministrativa di Zamonia, e amano tutto ciò che è noioso e burocratico). Queste voragini letterarie sono divertenti quando l’autore vi allude mentre sta parlando d’altro, certo, ma leggerle direttamente è tutt’altra faccenda.
Un’altra ipotesi sarebbe che l’autore e/o l’editore fosse/fossero in gravissima crisi finanziaria e avesse/avessero urgente bisogno di liquidità, e non c’era tempo per scrivere un vero romanzo, così ha/hanno trovato questo escamotage per anticipare i profitti.
Oppure Moers è morto ed è stato rimpiazzato da un sosia che non ha lo stesso talento dell’originale.
Oppure è semplicemente impazzito.

Leggerò comunque il prossimo libro, in parte perché voglio sapere che combina Ildefonso nelle catacombe, in parte perché spero che Moers rinsavisca.
Però.
Sono contento che i dinosauri si siano estinti.

 

Manalive, di Gilbert Keith Chesterton.

Edizione straordinaria: è stata compiuta una scoperta meravigliosa, stupefacente, eccezionale.
È stato trovato un uomo vivo con due gambe.
Sconcerto degli studiosi. Incredulità degli eruditi. Protesta degli intellettuali. Risate degli opinionisti.
Eppure, respira e cammina.

Bellissimo.
Se ci ho messo un sacco di tempo a leggerlo, non è stato solo perché l’inglese di GKC è vecchio di un secolo – grazie, dizionario incorporato di kindle, senza di te non ce l’avrei fatta – ma anche perché volevo centellinare quanto più possibile il piacere di questa storia.
L’uomo vivo di Chesterton è un inno al senso comune, di cui oggi abbiamo un disperato bisogno.
L’uomo vivo è tale perché si accorge di essere vivo e capisce che è bello vivere.
Colui che dopo una lunga ricerca impara l’ovvio e lo celebra come se fosse una meravigliosa novità, perché è davvero tale, perché così l’ha resa una cultura decadente che si è così persa nei propri labirinti mentali da dimenticare i fatti basilari, le evidenze immediate, i “prodigi visibili” per cui oggi dobbiamo davvero combattere come se fossero invisibili.

Dopo aver letto questo libro ho appreso, con un vero senso di sorpresa, di essere vivo.
E sono felice.