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Babele 2.0

L’imputato parlava molto lentamente.

“Chi non è cattolico fa schifo, è un sub-umano. Chi non è cattolico deve andare in prigione e brucerà all’inferno. Il catechismo cattolico deve diventare legge dello Stato e il Papa deve diventare il padrone del mondo. Dio odia lo Stato laico. Dio odia chi non è cattolico. Dio odia…”

I giudici non riuscirono a capire il resto della frase, letteralmente sepolta dai boati della folla urlante. Ma ormai non importava più, avevano sentito abbastanza, e raramente avevano ascoltato qualcosa di più agghiacciante. Praticamente ogni sillaba che usciva dalla bocca di quel fondamentalista era l’apologia di un qualche reato, dal femminicidio alla teocrazia, dall’omofobia al delitto di lesa autodeterminazione, non mancava nulla. Lo interruppero mentre blaterava qualcosa sui grumi di cellule, voleva imporre le sue opinioni agli altri, tipico dei cattolici, gente malata.
Quei fanatici erano erano un pericolo per la società. Lasciarli a piede libero era impensabile. I liberi cittadini andavano protetti dalle loro menzogne.
La camera di consiglio fu veloce, la sentenza equa, l’esecuzione immediata. Il pubblico applaudì e chiese il bis. C’erano altri prigionieri da giudicare, ma Nimrodio ne aveva abbastanza. Amministrare la giustizia era un lavoro stancante. Diede a un collega di cui si fidava la delega per votare anche a suo nome, salutò gli altri magistrati e prese il primo aerobus per tornare a casa.

“Cara, sono tornato.”
“Amore, finalmente! Mi sei mancato tanto!”
La voce dolce e familiare di sua moglie lo accolse dalla cucina, mentre Nimrodio si svestiva nel pianerottolo.
“Oh, sapessi, che giornata.”
“Povero tesoro, devi essere distrutto. Tu ti fai in quattro per meritare il tuo mega-stipendio, io invece faccio una vita da favola grazie a te.”
“Ma no, non esagerare, anche tu hai un lavoro…”
“Sì, ma non è certo faticoso e importante come il tuo. Non preoccuparti, adesso penso a tutto io. Tu stenditi sul divano e accendi la olovisione, intanto preparo la cena, so già quello che ti piace”.
“Tesoro, sei fantastica, davvero… sei perfetta!”
“Mai quanto te! Ora riposati, e recupera le energie per il dopocena… ihih! Guardiamo assieme la partita della tua squadra, vincerà sicuramente, e poi andiamo a letto e facciamo tutto quello che vuoi. Anelo la tua virilità mastodontica, non ho pensato ad altro per tutto il giorno!”
“Uahaha, sei proprio una birichina…”
Andò sul divano e si aprì una birra intanto che aspettava la cena. All’ologiornale parlavano dei processi di quel giorno ed elogiavano il suo lavoro. Procedendo a quel ritmo, la setta teocratica sarebbe stata sgominata nel giro di pochi anni, e a quel punto la carriera sua sarebbe decollata. Addirittura lo speaker nel servizio citava per intero, virgole punti e virgola e tutto quanto, un brano della sentenza scritto da lui, proprio lui! Ah, domani gli altri giudici sarebbero schiattati d’invidia. Gongolò a immaginarsi la faccia di Nembrotto, il suo vicino di scrivania, quell’incapace arrogante…
Distratto nei suoi pensieri, Nimrodio badò a malapena al resto dell’o.g., l’attenzione gli tornò soltanto quando vennero le previsioni del tempo presentate dalle donne nude safficheggianti. L’olovisione in HD e grandezza naturale valeva ogni centesimo pagato.
Poi partì la sigla di chiusura e in quel momento guardò l’orologio e realizzò che si era fatto tardi, e né sua moglie né la cena erano arrivate.
Strano.
“Tesoro… tutto bene?”
Nessuna risposta. Ma che cavolo. Molto seccante. Era quello il modo di comportarsi?
“Cara, ma che stai facendo?!?”
Silenzio.
Ora era un po’ preoccupato. Le fosse successo qualcosa? Un incidente domestico? Rabbrividì all’idea. Lui era un giudice equo e probo, ma certi suoi colleghi appioppavano condanne per femminicidio al primo livido, senza manco disporre una CTU. Cane non mangia cane, però…
“Amore, ti prego, rispondimi!”
Si alzò a fatica dal divano, corse in cucina e trovò sua moglie seduta a piangere, senza parlare e senza neppure singhiozzare. Lo guardava in silenzio, rigida, mentre le lacrime scendevano lungo le guance. Alzò una mano facendogli cenno di stare fermo, di non avvicinarsi, di non parlare.
Nimrodio era frastornato. Ma che era quella novità? Il mondo era sottosopra? Quando mai sua moglie aveva sofferto di depressione?
Lei si portò la mano all’orecchio e fece il gesto di togliersi qualcosa.

 

Allora lui capì.
Si era dimenticato, un’altra volta, di togliersi il babelfish dopo il lavoro. L’aveva lasciato lì nella cavità auricolare e quello aveva continuato a tradurre tutto quello che sentiva.
Mannaggia.
Si levò il dannato affare così in fretta da farsi male, buttandolo nel lavandino. Il pesce di Babele non si lamentò, resto lì a mangiare i grumi di cerume che gli erano rimasti appiccati, per lui dovevano essere un bocconcino prelibato.
“Tesoro! Perdonami! Mi ero scorda…”
Ma improvvisamente lei abbandonò la sua quiete.
“SEI UNO STRONZO!!!”
Prese una scopa e cominciò a dargliela addosso, furibonda, mentre lui era ancora scioccato e non riusciva a far altro che tentare vanamente di difendersi.
“Stronzo! Egoista! Per l’ennesima volta torni a casa con quel coso nell’orecchio e non te lo togli neanche per mangiare! Non ne posso più! Fai schifo! Vaffanculo! TI ODIO!!!”
“Ti prego, amore, non merito… ouch!”
“Mi tratti come se fossi uno dei tuoi imputati! Parlo parlo e non ascolti mai quello che dico! Hai la testa sempre altrove, pensi solo alle tue cose, ai tuoi processi, alla tua carriera!”
“Ma lo faccio per te! La mia carriera è importante per la nostra famiglia, noi… ahia! Basta! Pietà!”
“Anche io ho un lavoro! Credi che non sia importante quanto il tuo? Credi che i robot per pulire la casa si programmino da soli? Non ti interessi mai di quello che faccio, non mi chiedi mai com’è andata la MIA giornata! Oppure lo chiedi per finta e poi non mi senti, hai il babelfish acceso e chissà cosa stai pensando di ascoltare!”
“Basta! Basta! Ti ho chiesto scusa! Non è sufficiente? Cos’altro pretendi da me?”
Lei si fermò, ansante, gli occhi di ghiaccio. Nimrodio si tastò dolorante un paio di costole, probabilmente incrinate, e si leccò il sangue da un taglio sulla faccia. Era imprigionato in un angolo della cucina e  sua moglie incombeva minacciosa, con quella maledetta scopa modello de luxe che lui le aveva regalato per il quinto anniversario.
“Voglio” disse livida “che butti nell’immondizia quell’aggeggio e non te lo metti più. MAI più.”
Panico.
“Amore, ma non ti basta se me lo tolgo quando stacco dal lavoro? Lo lascio in tribunale e…”
“L’hai già promesso tante volte, e poi te ne sei dimenticato comunque.”
“Questa volta manterrò la promessa.”
“Anche questa promessa l’hai già fatta, e infranta. Non mi fido più. Si vede che il pesce dà assuefazione. O me, o lui. Deciditi!”
“Ma non è possibile! Mi serve! Come faccio senza?! Tutti i colleghi lo usano! Come faremmo altrimenti a fare tanti processi al giorno? Io, noi, loro…”
Preso dalla disperazione, si ritrovò a improvvisare su due piedi un bignami di storia forense, difendendo l’esistenza e l’utilità anzi la necessità del babelfish, la meravigliosa invenzione biotecnologica che assorbiva le frequenze inconsce, le masticava, le digeriva e le defecava in una matrice di frequenze consce diretta verso i centri cerebrali del linguaggio. Se indossavi un babelfish nessuno poteva mentirti, perché convertiva quello che uno ti diceva in quello che tu già sapevi che lui voleva veramente dire. Il pesce di babele aveva rivoluzionato la procedura civile e penale, nessun giudice poteva più essere preso in giro dagli imputati, l’interrogatorio diretto aveva sostituito e reso obsoleti tutti gli altri mezzi probatori. Perciò lei non poteva chiedergli di rinunciare al babelfish, non poteva assolutamente non poteva, tutto ma non quello, se non lo usava l’avrebbero tolto dai processi importanti, la sua carriera…
“AAAAAAHHHH!!!!!!”
La scopa si abbattè ancora, implacabile.
“Se nomini ancora una volta la tua carriera, giuro che questa scopa la uso per fare una cosa che non hai mai visto neppure nel peggiore dei tuoi porno. Non me ne frega niente della tua carriera. Non me ne frega niente neppure dei tuoi imputati. Condannateli appena li catturate, tanto cosa li fate parlare a fare?”
“Amore, dipendesse da me lo farei subito. Quella gente non merita rispetto. Pensa che l’altro giorno uno dei loro capi ha detto che si possono violentare le donne che hanno abortito. Bastardi schifosi, io li affiderei tutti al boia e buonanotte. Ma noi giudici dobbiamo essere giusti, bisogna rispettare il codice, la procedura, gli articoli…”
“Che poi magari non dicono neppure davvero quello i quotidiani dicono che loro dicano.”
“Non è vero! Non è vero! Queste sono le bufale messe in giro dai tecnofobici oscurantisti che odiano la scienza! Il pesce-babele ha un margine di errore soltanto del 6,66% e comunque ciò che gli imputati dicono è sempre attendibile nel suo senso generale, anche se non nelle singole formulazioni. Guarda, in teoria sono anche disposto a ipotizzare che talvolta qualcuno non abbia detto alcune delle cose che gli ho attribuito, ma questo non conta! Quelle cose sono comunque importanti per far capire alla gente chi era lui, come pensano i cattolici! E poi c’è la prova del nove! Vedi, quando noi giudici interroghiamo un prigioniero con il babelfish, verbalizziamo le sue dichiarazioni e le mandiamo a tutti i giornali per l’edizione del giorno dopo, così tutti possono leggerle e farsi un’opinione autonomamente. Anche i cattolici stessi le leggono, indubbiamente, mentre si nascondono in clandestinità. Ebbene, ci hanno mai fatto contestazioni? Si sono mai lamentati? NO! Nessun giornale ha mai pubblicato una loro lettera di protesta, e nessun prigioniero sotto interrogatorio ha mai ricusato i nostri verbali!”
“Questo spiega tutto, in effetti.”
“Sì! Esatto! BRAVISSIMA! Perciò tu certamente capisci, cara, che il mio lavoro è importantissimo per la società, la mia c…” si interruppe, terreo, al suo sguardo truce.
“Insomma, non puoi proprio rinunciare a quel coso.”
“Io… eh… no. Ma ti prometto, ti garantisco, ti giuro solennemente, amore mio, che…”
“Allora non mi resta che una sola cosa da fare.”
Gli diede l’ennesima botta in testa.

 Quando riprese coscienza, la cucina era vuota. Il pesce di babele era stato spiaccicato. Lei non c’era più. La chiamò, la cercò paurosamente in ogni stanza: se n’era andata. E con lei se ne erano andati tutti i suoi vestiti, tutti i suoi gioielli, tutto quanto.
Quello che non era scomparso era distrutto. Aveva fatto a pezzi tutto quello che non poteva portare, l’olovisione costosissima, il divano, la scrivania del suo studio. Il letto su cui si erano tanto divertiti ora aveva la rete sfondata e il materasso squarciato. Non capì dove fossero finiti tutti i suoi manuali di diritto finchè non realizzò la singolarità del camino acceso nel mese di messidoro.
Anche il frigorifero era vuoto. Niente da mangiare per cena. Restava solo la birra, che lei gli aveva lasciato probabilmente come implicito suggerimento di darsi all’alcolismo.
Decise di accettare il suo consiglio.

 

Si risvegliò la mattina dopo, la testa rintronante, il telefono che squillava senza sosta. Dormire sul pavimento non aveva migliorato la situazione della sua schiena. Gemendo, si trascinò alla cornetta e rispose biascicando.
Era Nembrotto, il suo vicino di scrivania.
“Nimrodio! Ma che fine hai fatto? Ti stiamo aspettando! Dobbiamo andare avanti con i processi! Oggi abbiamo un pezzo grosso, uno col berretto rosso! Se ci andiamo giù abbastanza pesante, magari riusciamo a farci confessare dove si nasconde il tizio vestito di bianco! Non puoi mancare! Corri qui! Sbrigati!”
“Io… non posso… malato…”
“Ah, mi spiace molto. Pazienza. Ho la tua delega, vero? Posso mettere anche il tuo nome?”
Tra le sue tempie martellenti si fece faticosamente strada la vaga immaginazione delle stupidaggini pseudogiuridiche che quell’idiota sarebbe stato capace di scribacchiare e sottoscrivere con la sua firma. Gli poteva rovinare la carriera.
“Eh… veramente… cioè, ti ringrazio tanto dell’offerta, sei premurosissimo, un vero amico… tuttavia, ecco, senza offesa, io invece preferirei dare la mia delega a qualcun altro, per favore passami al telefono…”
“Ah ah, lo so! Sei gentilissimo, come sempre. Ti ringrazio. Non preoccuparti. La tua fiducia non poteva essere riposta in mani migliori.”
“Sì… io… cosa? Non ho capito…”
“Allora siamo d’accordo, firmo anche per te.”
“No… fermo… aspetta…”
“Va bene, lo terrò a mente.”
“NOOOOO! Nembrotto, aspetta, tu… anche tu ieri sera hai dimenticato di toglierti il babelfish! Fermo! fermo! Devi levartelo dall’orecchio! Senti quello che ti dico! Nembrotto, tu devi ascoltarmi, devi…”
“SÌÌÌÌÌÌ! È vero! Ho visto anche io l’ologiornale ieri sera! A un certo punto lo speaker nel servizio ha citato per intero, virgole punti e virgola e tutto quanto, proprio il brano che avevo scritto io! Che grandiosa soddisfazione! Bravissimo, sei stato l’unico ad accorgertene, qua nessun altro mi ha detto niente! Staranno tutti schiattando d’invidia! Sei proprio un grande amico!”
“no, no, Nembrotto, ti sbagli! L’ologiornale ha citato me, ha parlato del mio lavoro… non ci senti bene… togliti il pesce dall’orecchio, toglitelo! Ascoltami, tronfio babbeo, devi ASCOLTARMI!!! Sturati le orecchie! Cretino! Deficiente!”
“ah ah, basta, non merito tutti questi elogi. Carissimo, è sempre un piacere discutere con te che sei tanto intelligente e sai riconoscere l’altrui valore, ora però devo proprio andare. I criminali aspettano tremanti, la giustizia chiama. Mi raccomando, riposati. Salutami tanto tua moglie, sono sicuro che con le sue amorevoli cure ti rimetterai in men che non si dica. Ciao!”
“NOOOOOOOO! Fermo! Ascoltami… ascoltami… ascoltami…”
Silenzio. Aveva riattaccato.

“Nembrotto, ascoltami… ascoltami… ascoltami… ascoltami… ascoltami… ascoltami… ascoltami… ascoltami… ascoltami… ascoltami… ascoltami… ascoltami… ascoltami… ascoltami… ascoltami… ascoltami… ascoltami… ascoltami… ascoltami… ascoltami… ascoltami… ascoltami… ascoltami…”

 


L’eresia

Papà gli disse: “Claudio, hai visto tuo fratello?”
“Andrea ha già finito i compiti, sta giocando in giardino. Io ho quasi finito, adesso lo raggiungo.”
“Ah, bravo. Ho visto che finalmente ha messo in ordine il suo letto, lo voglio premiare. Per favore, portagli questi due cioccolatini. Ecco, prendine uno anche tu. Rientrate in casa per il tramonto, quando torna la mamma andiamo a mangiare una pizza fuori.”
“Grazie papà.”

Claudio finì i compiti e andò in giardino. Strada facendo, mangiò il suo cioccolatino: era così buono! Ne avrebbe voluto ancora… si fermò un attimo a pensare. Pensò, pensò, pensò.
Mangiò un altro cioccolatino, poi andò da suo fratello e gli disse:
“Papà ha visto che hai messo in ordine il letto e ti dà un cioccolatino per premiarti. Ne ha dato uno anche a me. Dobbiamo tornare a casa quando scende il sole, stasera andiamo a mangiare la pizza.”
Giocarono e al tramonto tornarono assieme a casa, felici.


Il negoziatore

Ovvero, del come dalla pluralità relativistica di morali soggettive emerge l’etica quale sistema intersoggettivo costruito in modo coerente assecondando le esigenze dei singoli e appianando le loro divergenze per mezzo di accordi e negoziazioni.

 C’erano una volta un leone, una pecora, una capra e una giovenca che andarono a caccia assieme. Catturarono un cervo.
La pecora disse: come ce lo dividiamo?
La capra disse: secondo giustizia.
La giovenca disse: che cosa è la giustizia?
Il leone tacque.
La pecora disse: secondo me, giustizia è dare a ciascuno allo stesso modo. Dividiamo il cervo in 4 parti uguali.
La capra disse: secondo me, giustizia è dare a ciascuno ciò di cui ha bisogno. Dividiamo il cervo in 4 parti proporzionali alle nostre rispettive necessità nutrizionali.
La giovenca disse: secondo me, giustizia è dare a ciascuno ciò che merita. Dividiamo il cervo in 4 parti proporzionali all’apporto causale che ciascuno di noi ha dato alla cattura della preda.
Il leone tacque.
La pecora, la capra e la giovenca discussero a lungo, citando Aristotele, Kant, Adam Smith e Karl Marx.
Alla fine guardarono il leone e gli chiesero: ma parla, dicci, secondo te, cos’è la giustizia?
Il leone si alzò, ruggì e disse: ebbene, secondo la mia personale opinione, giustizia è dividere il cervo in 4 parti e darle tutte quante al più forte, cioè a me, perché altrimenti vi ammazzo.
La pecora, la capra e la giovenca tacquero, si guardarono, confabularono un attimo e poi dissero: siamo d’accordo.


Atlantide 2.0

dedicato a

La fine era vicina.
Si strinsero gli uni accanto agli altri, impauriti e attoniti, e osservarono senza parlare la furia degli elementi che si scatenava sul loro mondo.
“Tutto affonda” sussurrava uno dei più vecchi di loro, senza sosta, come un mantra. “Tutto affonda. Tutto scompare. Tutto finisce. Tutto affonda.” Dava i brividi. Qualcuno provò a minacciarlo per farlo tacere, inutilmente. Difficile minacciare chi sa di stare per morire. Altri lo ignoravano e piangevano in silenzio. Altri ancora simulavano compostezza, ma potevi letteralmente leggere il terrore negli angoli dei loro occhi.
Delib era spaventato e non lo nascondeva. Anche se aveva raggiunto la cosiddetta mezz’età, intimamente si sentiva ancora così giovane… pochi anni, pochi giorni, che differenza fa, alla fine è tutta questione di percezione… gli sembrava di essere nato l’altro ieri, il primo pensiero, le prime parole, l’incipit della sua esistenza, il ricordo era così vivido! Ed ecco, ora, proprio adesso, doveva morire. Non c’è speranza. Non c’è salvezza. Questa è la fine. Si chiese se sarebbe stato come dormire senza sogni. Un sonno nero senza risveglio. Affondare nell’oblio, per sempre, per sempre. Forse non era così brutto come sembrava. Forse sarebbe stato riposante. Tanto l’atto in sé, morire, era solo un attimo, e poi non c’era più nulla di cui preoccuparsi, più nulla che potesse ferirti.
Messa così, sembrava quasi desiderabile. Molti dei suoi concittadini avevano anticipato il momento della fine, forse per un senso di pietà verso sé stessi, forse per un perverso senso di sfida verso il destino. Mondo, tu non mi vincerai, non sarai tu ad eliminarmi. Mi auto-elimino da solo, toh. Ma lui no. Ci aveva pensato, ma aveva deciso di resistere. La sua innata curiosità aveva prevalso. Perché sprecare quell’occasione? Non capita tutti i giorni di vedere la fine del mondo. Era un’esperienza degna di essere fatta. Peccato solo che non se la sarebbe potuta ricordare, dopo, ma anche un infinitesimo è più di zero. Forse, nonostante la paura, ne sarebbe valsa la pena. Forse poteva compensare tutto quello che si era perso.
Tutto quello che non ho visto. Tutto quello che non ho letto. Tutto quello che esisteva e che non ho mai conosciuto e non conoscerò mai.
E ora tutto sarebbe andato perso nel tempo come lacrime nella pioggia.

“Tutto affonda. Tutto scompare. Tutto finisce.”
Il vecchio continuava a blaterare sottovoce. Ormai nessuno gli dava retta. Ognuno di loro faceva i conti con la fine imminente. A parte i pigolii dell’anziano, il silenzio aleggiava incontrastato, anticipazione del silenzio eterno che stava per regnare sull’oceano di nulla che avrebbe coperto il mondo.
“No!”
Delib girò la testa di scatto, strappato a quelle lugubri meditazioni, e assieme a lui tutti gli altri. Perfino il vecchio blaterante interruppe la litania. Chi era quella sconosciuta? Da dove era spuntata fuori? E perché aveva quell’aria così – cercò l’aggettivo adatto, non lo trovò, riprovò, e alla fine ecco la parola giusta – luminosa? Emanava luce con la sua sola presenza. Era bellissima e non aveva paura. Non aveva paura.
“Questa non è la fine”, disse la nuova arrivata, guardandoli negli occhi. “Non finisce qui. Noi non finiamo qui.”
“Sei pazza”, disse qualcuno, e Delib provò la voglia immediata di tirargli un cazzotto. “Sei più pazza di questo vecchio. Non vedi che tutto attorno a noi affonda? Anche noi affonderemo e saremo immersi in questo terribile niente. Non illuderci.”
Lei scosse la testa, con un sorriso che avrebbe ucciso un drago.
“Dico sul serio. Questo mondo, questo… livello, questa piattaforma di esistenza, non è tutto ciò che esiste. C’è qualcos’altro al di là di ciò che vediamo e tocchiamo, e noi possiamo andarci.”
“Davvero? E come funziona? Come facciamo a scappare in questo, uh, come lo hai chiamato, questo aldilà?”
“Non sono in grado di spiegarvi in dettaglio come funziona il passaggio da questo mondo all’altro mondo. È un procedimento molto, molto complicato. Ma qualcuno lo ha fatto, è andato dall’altra parte, ed è tornato indietro per spiegarci come fare.”
“E tu come fai a saperlo? Te lo ha detto lui?”
“Beh, non personalmente… l’ho saputo da persone che l’hanno saputo da persone che…”
Brusii di scetticismo.
“Ascoltate, potere avere fiducia in quello che vi dico… o potete fare come questo povero vecchio sconsolato, sprecando nella paura il poco tempo che vi resta qui.”
“Va bene allora!”, esclamò Delib, rosso in viso per l’emozione. Non sapeva ancora se crederle o no, ma ormai non aveva nulla da perdere. “Forza, dicci cosa fare! Da dove dobbiamo scappare? Aprirai un buco nel tessuto dell’universo e ci passeremo attraverso? Saliremo su una barca che verrà a salvarci e lasceremo questo mondo che affonda? Oppure…” si interruppe, vedendo che lei scuoteva graziosamente la testa.
“No, non è così semplice… non sto parlando di uno spostamento fisico. Non è un semplice trasloco da una parte all’altra di questo dominio spaziale. Il nostro corpo sarà distrutto nella catastrofe”, e tutti impallidirono sentendola, “ma noi continueremo a esistere. Sarà una nuova forma, anche migliore di questa. Conserveremo tutto ciò che ha valore e ci lasceremo alle spalle ciò che non lo ha. Saremo, come dire… una specie di versione 2.0 di noi stessi.”
In quel momento cominciò a succedere. Pezzi di orizzonte scomparvero. I palazzi tutt’intorno a loro tremarono, segno che l’architettura informatica stava per crollare. La fine era sempre più vicina. Il server stava per andare definitivamente off.
Splinder stava affondando.
I blog si strinsero gli uni accanto agli altri, impauriti e attoniti.

I primi a soccombere furono i più anziani, quelli che si trascinavano dietro più banda. Il povero vecchio blog ossessionato dal mantra “tutto affonda” era stato uno dei primi, risaliva al 2001, agli inizi gloriosi della piattaforma: cadde a terra, i link spezzati che si contorcevano come tentacoli mutilati, sanguinando copiosamente codici html da tutto il template. Divenne pallido come una pagina vuota di apertura e in pochi secondi, il tempo di un F5, si dissolse in una nuvola di bytes.
A Delib era sembrato che un attimo prima della fine la paura fosse scomparsa dal suo volto, lasciando posto alla serenità. Forse aveva visto male, ma sperò che fosse vero, anche se solo per un istante. Alcuni blog si fecero prendere dal panico e cominciarono a correre, poveri illusi, sperando di trovare un’impossibile via di fuga, senza accorgersi che così facendo acceleravano la decadenza, seminando commenti e gif per strada. Altri si accasciarono per terra, tirandosi i post sull’headline come un bambino metterebbe la testa sotto le coperte per scacciare via il mostro. Poveri illusi, anche loro.
Eppure, nonostante l’orrore, era a suo modo uno spettacolo maestoso. Le strade di tag si sgretolavano come cartapesta. Stringhe infinite di 1 e 0 vorticavano nell’aria. In alto, su quel che rimaneva del cielo, si stagliava una sfolgorante aurora boreale di 16.777.216 colori diversi. Era davvero valsa la pena resistere fino alla fine, anche solo per vedere questo.
Peccato che non sarebbe durato.
Lei gli venne vicino. Gli stava dicendo qualcosa, ma era così difficile sentire. Era come se ci fosse un fortissimo rumore di sottofondo, salvo che non era rumore ma proprio il contrario, un silenzio assordante, una tangibile assenza di suono che sovrastava tutto il resto. Dovette urlare per farsi sentire.
“Io mi chiamo Delib. Tu come ti chiami???”, le chiese. Non voleva morire senza sapere il suo nome.
“Quader!”, rispose lei, urlando allo stesso modo.
“Come possiamo salvarci? Ormai è la fine!”
“Come possiamo sposarci?!? Ma che sei scemo?!? Ci siamo appena conosciuti e non è il momento adatto!!!”
“Ho detto SAL-VAR-CI!!!”
“Ah, quello!”
“Cosa devo fare? C’è una magia, una formula da recitare, una funzione speciale di editor… cosa?”
“Delib, tutto quello che devi fare è crederci! Non è una cosa che fai tu da solo! E’ una cosa che qualcun altro fa per te se glielo permetti!”
“Qualcun altro? Ma che stai dicendo? Io non vedo nessun altro qui!!!”
“Sul serio! Chi pensi che abbia creato questo mondo? Credi che tutto quel codice si sia inventato da solo? Qualcuno ci sta guardando, ci sta leggendo! Non lascerà che scompariamo nel nulla! Questo corpo fatto di bytes può affondare assieme al server, ma l’informazione che esprimiamo, la nostra… la nostra anima non scomparirà, perché c’è qualcuno che la ricorda!”
“Ma io…” era diventato più difficile farsi sentire. Tutto tremava, il silenzio stava diventando sempre più rimbombante, e all’orizzonte o quel che ne restava si vedeva qualcosa che si stava avvicinando, grigio e traslucido. Era spaventoso. Era il Nulla. Delib avrebbe voluto credere a quello che diceva Quader, ma… e se fosse stato solo un inganno della paura? Un nuovo server, migliore del primo, magari con un miglior programma di gestione dei post, e categorie e sottocategorie e tag, e tutti i tools che aveva visto soltanto nei suoi più fervidi sogni? Sembrava troppo bello per essere vero!
“Non ci riesco! È troppo difficile!
Lei si stava allontanando. O meglio, era lo spazio stesso a trasformarsi, contorcendosi secondo angoli non euclidei. Non si riusciva più a vedere tutt’attorno. Cos’era successo agli altri blog? Erano scomparsi? Qualcuno si era salvato? Cercò di andarle vicino, ma faceva fatica a muoversi. Era difficile mantenere l’equilibrio, come se le colonne del suo layout stessero diventando oblique e sbattessero le une contro le altre.
“Io non voglio essere solo un ricordo!”, urlò disperato. “Io non voglio essere un’informazione disincarnata! Non voglio essere anima senza corpo!”
“Questo non accadrà! Avrai un nuovo corpo fatto di altri bytes! L’informazione può essere ricopiata! È come fare la riedizione di un libro! Delib, puoi davvero…” ormai non si sentiva quasi più niente. Splinder stava per esalare il suo ultimo bit. “Puoi risorgere! Noi risorgeremo, informazione e bytes, anima e corpo! Delib, devi solo dire sì! Prendi la mia mano e dici SÌ!
Capiva a malapena quello che Quader gli diceva, ma vide la sua mano tendersi. Allungandosi più che poté, mentre tutto evanesceva nell’oblio finale, sfiorò l’indice di lei e disse senza suono

“S…”

Silenzio.
Bianco.
Calma.
Era il nulla, questo? O l’aldilà?
Era davvero diventato la versione 2.0 di se stesso?
Una voce, dolce.
Apri gli occhi.


Prometeo redento

PROMETEO REDENTO

 
 
Il segretario dell’O.T.U. dichiarò aperti i lavori dell’assemblea.
“Onorevoli rappresentanti, siamo qui riuniti per discutere un argomento di importanza fondamentale; un argomento da cui dipende il nostro futuro, il futuro dei nostri figli, il futuro dell’umanità intera.”
Ciascuno annuì, consapevole della solennità del momento. La questione era di tale rilevanza che i delegati erano venuti da tutti i confini del mondo conosciuto, attraversando distese enormi per rappresentare le proprie popolazioni; affinché il summit epocale avesse luogo era stata dichiarata una moratoria internazione su ogni conflitto, e non pochi deputati avevano dormito su territori nemici con la garanzia della più inviolabile immunità diplomatica. Per la prima volta nella storia della specie umana tutte le genti erano assolutamente, sebbene temporaneamente, in pace.
“Ma prima di aprire la discussione, vi prego, osservate”.
Il segretario occupava la postazione principale all’apice di una gigantesca piattaforma, da cui si poteva osservare l’intero panorama sottostante, e indicò quel panorama ai convenuti. Era una vista mozzafiato che scioglieva il cuore: dove una volta c’erano il verde e la vita ora si estendevano terre desolate di aridità, resti carbonizzati, silenzio e morte. Molti piansero senza vergogna.
“E voi sapete bene, onorevoli rappresentanti, qual è la causa di questa catastrofe! È stato forse un disastro naturale? Una carica di animali selvaggi? La collera di un dio? No, amici e colleghi, niente di tutto ciò… è stata la hybris dell’uomo, il suo orgoglio che lo ha spinto a illudersi di poter controllare l’incontrollabile… siamo stati noi, ed è stato il fuoco!”
A quella parola molti delegati rabbrividirono e si toccarono il membro, sia che lo ostentassero nudo, secondo la tradizione dei conservatori, o che lo coprissero con pelle di capra, all’uso progressista. Lance di amigdala furono sbattute e peana apotropaici furono intonati. Per un po’ l’intera piattaforma carsica fu in preda al caos, finché il segretario riportò l’ordine sbattendo il suo enorme osso cerimoniale sulla pietra.
 
 
Una reazione simile sarebbe apparsa esagerata solo a chi non avesse saputo quale orribile tragedia si era consumata in quel luogo un tempo felice. La tribù che aveva abitato nella valle era stata ricchissima e popolosa, a tal punto che i più facoltosi potevano permettersi il lusso di lasciare in vita e nutrire i parenti vecchi o storpi. La valle era fertile, la foresta adiacente era piena di piante, funghi, selvaggina. Ma alla fine proprio quell’abbondanza si era rivelata una maledizione.
Com’era scoppiato l’incendio? Secondo la ricostruzione fatta dalle autorità inquirenti sulla base delle deposizioni testimoniali, tutto era cominciato quando Bisonte-peloso era tornato a casa prima del solito, stanco e arrabbiato dopo una giornata di caccia infruttuosa, e aveva sorpreso la sua femmina Cagna-che-si-accuccia a copulare con un aitante giovanotto chiamato Coda-lunga-e-nerboruta. Aveva cercato di ammazzarli entrambi, ma i due amanti fedifraghi erano riusciti a scappare; il loro terrore doveva essere tale che erano corsi a nascondersi nella foresta, nonostante stesse calando il tramonto e la notte fosse imminente. Ma Bisonte-peloso non si era dato per vinto ed era andato dal vecchio Zanna-di-mammut, il guardiano-del-fuoco della tribù, colui che aveva la responsabilità di utilizzare e monitorare quella pericolosa tecnologia. Il cacciatore cornificato aveva preteso che Zanna-di-mammut lo accompagnasse nella foresta portando con sé un fiore-di-fiamma per illuminare le tenebre notturne, in modo che lui potesse trovare le tracce dei due fuggitivi. Inutilmente il vecchio lo aveva implorato di aspettare la mattina successiva e la luce del giorno; pieno d’ira funesta, provocato dagli astanti che lo deridevano, Bisonte-peloso aveva percosso Zanna-di-mammut e aveva osato prendere egli stesso un tizzone ardente, incurante delle urla della folla atterrita, e si era diretto di corsa verso la foresta.
Nessuno aveva mai più visto né lui, né la femmina, né il suo amante; nessuno sapeva cosa in che modo il fiore-di-fiamma fosse sfuggito al controllo dello stupido che lo brandiva; ma quella notte si era consumata l’ecpirosi. La tribù aveva assistito atterrita all’incendio che aveva devastato l’intera foresta e poi si era propagato alla valle. Sfortunatamente si era in estate, quando la tribù dormiva all’aperto nei rifugi fatti di legna e pelli; quei disperati avevano cercato di arrivare alle caverne per l’inverno, le femmine con i cuccioli da latte e gli uomini con i bambini più grandi, mentre i vecchi inutili restavano indietro a bruciare e a incoraggiare con le loro urla la corsa degli altri, ma le grotte erano troppo lontane, e poi gli uomini avevano buttato a terra i bambini urlando alle femmine recalcitranti di fare lo stesso con i marmocchi, ma quasi tutte le femmine avevano continuato a portare i loro cuccioli, e alla fine il fuoco inesorabile aveva raggiunto tutti, lenti o veloci che fossero. Due giorni e due notti era durato l’immenso rogo, dopodiché dalle tribù vicine erano arrivati i saccheggiatori, attirati dalla fama di ricchezza e delusi perché non c’era più niente da rubare: avevano soltanto potuto osservare attoniti la massa nera di cenere e carbone che si estendeva a perdita d’occhio là dove una volta c’erano state la valle fertile e la foresta lussureggiante, mentre non sapevano se compiangere di più quelli che erano morti o quelli che erano atrocemente sopravvissuti.
La fama del disastro si era sparsa per ogni dove e la paura del fuoco, che era una tecnologia diffusasi solo da poche generazioni e che ancora intimoriva la gente, aveva toccato livelli inauditi. Il “rosso”, come lo chiamavano quelli che avevano terrore anche del nome, divenne sinonimo di morte e distruzione. In molti villaggi si scatenò l’odio verso i guardiani-del-fuoco, già visti con malanimo e considerati una casta corporativa che rifiutava di condividere i segreti del proprio mestiere per lucrare sul freddo della povera gente; fu loro ordinato di deporre gli strumenti del mestiere e giurare di non evocare mai più il rosso; quelli che si rifiutarono furono ammazzati, stuprati con lance di amigdala e divorati, non sempre in quest’ordine. In altri casi i capitribù rigettarono l’idea di abolire il mezzo che aveva permesso loro di superare l’inverno: per difendere il progresso ammazzarono i contestatori, scannarono figli e genitori, finirono per sterminare il loro stesso clan. La guerra trasversale tra piristi e antipiristi si sovrappose ai vecchi conflitti; faide che duravano da generazioni si convertirono in improvvise alleanze, fratelli uccisero fratelli nel letto comune, ogni villaggio versò il proprio tributo di sangue e uno slogan antipirista segnò quell’epoca disperata: il rosso chiama il rosso.
Alla fine, quando la violenza aveva raggiunto il culmine, fu diffuso un messaggio che arrivò anche al più sperduto clan del mondo conosciuto: il segretario dell’Organizzazione delle Tribù Unite aveva lanciato una moratoria universale e convocato delegati in rappresentanza di tutte le tribù affinché si raggiungesse una decisione comune sull’argomento. I conflitti furono interrotti, le asce di selce vennero messe da parte, ogni clan scelse un delegato e lo inviò attraverso fiumi e montagne verso il luogo scelto per il summit, la famigerata valle bruciata.
 
 
L’aria era pesante e il cielo era grigio. Si preannunciava tempesta, con tuoni e pioggia a volontà.
“Ugh”, mormorarono i delegati più vecchi, nel loro linguaggio arcaico e ieratico, “oggi ci sarà un altro episodio di violenza domestica tra gli dèi, uno di quelli grossi. Va sempre allo stesso modo: il dio scorreggia, la dea lo insulta, il dio la picchia e lei piange… anche mia moglie è proprio una rompiscatole.”
Il segretario dichiarò aperto il dibattito agitando per aria il suo enorme osso cerimoniale, regalo postumo di un meta-lupo particolarmente imponente, e i delegati iniziarono immediatamente a discutere. Cioè a litigare.
“Il fuoco è troppo pericoloso, è una tecnologia incontrollabile! Dobbiamo vietarlo!”
“Dobbiamo salvare i nostri figli!”
“Signori, sono d’accordo, ma non è così semplice. Vogliamo stabilire un divieto, ma abbiamo i mezzi per renderlo effettivo? Sine poena nulla lex. Cosa intendiamo fare, sorvegliare giorno e notte ogni abitante di ogni tribù aspettando di coglierlo in fragrante mentre brucia qualcosa?”
“Questo non è un gran problema. Grazie alla cupidigia e alla mania di segretezza dei guardiani-del-fuoco, la maggior parte della gente non ha la minima idea di come si fa a evocare il rosso. Facciamo una purga mirata, eliminiamo quei parassiti della società, e il problema è risolto. Per tutti gli altri che dovessero avere la tentazione di provare da soli a gestire un fiore-di-fiamma, basterà tagliare qualche paio di mani qua e là per dare il buon esempio. Vedrete che in una generazione o due vivremo finalmente in un mondo assolutamente sicuro e de-pirizzato.”
  “Gente, un momento. Il rosso è pericoloso, è vero, ma proprio per questo è anche una valida arma di difesa. Tutte le bestie hanno paura dei fiori-di-fiamma. Quante vite sono state salvate grazie al fuoco? Prima di rinunciarvi, pensiamoci bene…”
“Ringrazio l’esimio collega per aver toccato un punto delicato”, disse un rappresentante che indossava una collana di piume multicolore. “Il fuoco è anche un’arma, anzi la più micidiale di tutte le armi finora scoperte, né lancia né clava gli sono lontanamente paragonabili. Ma è proprio questo il motivo per cui è urgentissimo metterlo al bando. Che cosa succederebbe se una tribù lo usasse non per difendersi dalle bestie, ma per attaccare un’altra tribù e rubarle il territorio?”
A quella prospettiva, molti delegati gemettero e si tastarono il membro mormorando “il rosso chiama il rosso!”. Altri si rifiutarono di credere che un capotribù potesse essere così stupido: se il fuoco fosse finito fuori controllo avrebbe distrutto assaliti ed assalitori, rendendo la terra inabitabile per un periodo sterminato di tempo, decine e decine di inverni. Ma, d’altra parte, mai sottovalutare la stupidità dei politici. Un motivo in più che rendeva assolutamente necessario un ferreo divieto antipirico.
 “Un momento, un momento! Non prendiamo decisioni affrettate! Il fuoco è pericoloso, ma è anche una fonte molto redditizia di energia termica e mi ha salvato le chiappe negli ultimi due inverni. Con cos’altro ci scalderemo? Abbiamo una vaga idea di come soddisfare il nostro fabbisogno energetico?”
“Ma certo che ce l’abbiamo! Ci sono sempre le pellicce, quante ne vogliamo, basta ammazzare un animale e scuoiarlo… se lui non ammazza prima te, certo… è un metodo che è sempre andato bene per i nostri antenati senza fuoco e andrà bene anche per noi.”
“Onorevoli colleghi, c’è un dettaglio che state trascurando. Il fuoco non è pericoloso soltanto per l’uomo, ma anche – ed è ben più grave – per l’ambiente. Vi prego di notare che un albero impiega moltissimo tempo per crescere, ma pochissimo per bruciare. Attualmente c’è abbondanza di legna da ardere, ma fino a quando? Avete mai pensato al fatto che più diventiamo numerosi e prima le scorte si esauriranno?”
A quanto pareva, nessuno ci aveva mai pensato. E allora?
“E allora, il nostro Pannello Intertribale sul Cambiamento Ligneo ha prodotto numerosi papers su questo drammatico issue ed ha raggiunto un consensus uniforme: se si tengono costanti certi fattori, quali ad esempio l’esponenzialità della crescita demografica e la ricorsività del tasso di combustione, allora la progressione diventa…” – il delegato snocciolò in rapida successione una serie di numeri e cifre che nessuno capì e quasi tutti fecero finta di aver capito – “… insomma, l’esito finale della proiezione è che entro poche generazioni tutta la legna del mondo sarà stata bruciata e non ci saranno più alberi.”
“Oh, dèi!”
“Ma è terribile!”
“Che mondo vogliamo lasciare alle prossime generazioni? Dobbiamo fare qualcosa, adesso!
“Mi scusi, onorevole… non ho capito il suo nome… ma questi dati sono sicuri?”
“Mi chiamo Alce-di-sangue-rappreso, e purtroppo devo risponderle di sì: se le premesse dei nostri studi sono fondate al 100%, allora lo sono anche le conclusioni”, rispose il delegato tra le grida di terrore. “Dobbiamo prendere atto che questo stile di vita fire-based non è ecosostenibile, non può durare per sempre: il fuoco è una fonte energetica non rinnovabile, prima o poi dovremo abbandonarlo comunque. Per non farci cogliere impreparati dobbiamo cominciare fin da adesso a studiare il modo per migliorare il rendimento energetico delle fonti rinnovabili, per esempio le  pellicce… si possono trovare nuove e più redditizie tecniche di scuoiatura… oppure si può usare il proprio corpo o quello altrui, come l’esercizio ginnico o l’accoppiamento.”
“Uh. Ehi. È vero!”, molti sembrarono favorevolmente colpiti da quest’idea. “L’accoppiamento riscalda, lo sanno tutti!”
“Ed è una fonte facilmente rinnovabile, basta prendere una femmina e metterla in posizione orizzontale.”
“Ma anche in altre posizioni…”
“Prepareremo subito uno studio comparatistico che quantifichi l’incremento termico consequenziale alle diverse metodologie di accoppiamento. Naturalmente dovrà essere peer reviewed”.
“Quando torneremo a casa dovremo fare molti esperimenti in merito, dopotutto ne va del futuro dei nostri figli.”
“È la scienza, bellezza.”
“FATE L’AMORE, NON FATE IL FUOCO!!!”
“Onorevoli delegati, un momento, un momento… non posso negare che nelle vostre argomentazioni ci sono certi elementi positivi da valutare attentamente, però…”
La discussione andò ancora avanti per molto, molto tempo.
 
 
A un certo punto il segretario batté il suo enorme osso sulla pietra per attirare l’attenzione dei presenti.
“Onorevoli convenuti!” urlò a squarciagola, “penso che si sia parlato abbastanza. Ora vi propongo di osservare e ascoltare: chiamiamo tra noi due testimoni, uno contro il fuoco, l’altro a favore.”
Quest’iniziativa gettò lo sconcerto nell’assemblea. Testimoni? Da dove li aveva tirati fuori, e a che scopo? I delegati incuriositi guardarono incuriositi i collaboratori del segretario entrare in una grotta, che era stata adibita a sede di rappresentanza dell’O.T.U., e uscirne portando con sé… molti rabbrividirono e si toccarono il membro… una figura inquietante. Era completamente avvolta da capo a piedi in una gigantesca pelliccia d’orso che la copriva completamente, ogni centimetro della pelle. Già c’era qualcosa di innaturale nell’andare in giro a quel modo, con l’inguine e le ginocchia e l’ombelico coperti, da mettere a disagio; ma c’era anche il modo strano in cui camminava, come se le gambe fossero in qualche modo diverse, e il fatto che non emetteva un singolo suono, e il braccio sinistro lungo circa la metà di un braccio normale, mentre il destro era raccolto sotto la pelliccia all’altezza del petto oppure non c’era proprio.
Il segretario aspettò che la figura misteriosa arrivasse al suo fianco, in modo che tutti potessero vederla, dopodiché fece cenno ai suoi collaboratori di sollevare la veste villosa che la copriva.
Urla di terrore esplosero nel pubblico. Senza dubbio la cosa era stata un essere umano, prima, una femmina. Ma ora? Si poteva ancora chiamare “umano” quella poltiglia deambulante di carne rossa? Quella faccia raggomitolata, le orecchie liquefatte ridotte a due buchi ai lati della testa, il naso cancellato. Un occhio era scomparso, sostituito da una superficie insolitamente liscia di carne, mentre l’altro era azzurro come il ghiaccio e fissava nel vuoto. Niente capelli né peli tra le gambe. Il braccio sinistro finiva all’altezza del gomito, e il destro, oh dèi, oh possenti numi, oh stramaledette potenze del cielo e della terra, il destro reggeva un affarino bianco, uno scheletrino minuscolo e fragile, tenendolo all’altezza dell’unico seno violaceo che le restava, il capezzolo nella bocca senza denti del piccolo teschio.
Lo stava allattando.
“Questa”, disse nel silenzio attonito il segretario, “è la testimone contro l’uso del fuoco. È l’unica donna sopravvissuta all’incendio della valle ancora in vita. Aveva partorito da poco e suo figlio è stato ucciso dal rosso, e si rifiuta di lasciarlo, e forse è ancora viva proprio per questo. Non può parlare perché non ha più la lingua, ma vuole comunque dare la sua testimonianza.”
La cosa li guardò tutti con quell’unico occhio, dal fondo di un abisso di odio implacabile. Li odiava – lo sentivano, lo sapevano – li odiava tutti perché loro erano sani e lei era bruciata, li odiava tutti perché loro sarebbero tornati dalle loro femmine e le avrebbero montate e mai più nessuno avrebbe montato lei, li odiava tutti perché loro avevano dei cuccioli o li avrebbero avuti e a lei era rimasto solo il piccolo scheletro. Li guardò per un tempo che parve interminabile, mentre nel cielo opaco iniziavano a rumoreggiare le prime scorregge del dio. La dea stava per piangere forte.
Alla fine, dopo che li ebbe odiati abbastanza, la cosa si voltò – il dietro non era più bello del davanti – e andò a sedersi. Le stesero addosso la pelle d’orso, e il mondo divenne un posto migliore.
“E adesso, l’altro testimone”.
I delegati si chiesero chi mai, a questo punto, poteva essere a favore. Il segretario aveva organizzato tutto proprio bene. I suoi collaboratori andarono e tornarono portando con sé un vecchio, dall’aria spaventata ma lucida, con qualche cicatrice ma fondamentalmente a posto. Chi era quel tipo e che ci faceva lì? Il segretario rispose alla domanda implicita che aleggiava con una sola parola.
“Zanna-di-mammut.”
Si scatenò il caos. Urla, bestemmie, mostruosi improperi rivolti al vecchio. Alcuni raccolsero delle pietre e gliele lanciarono addosso, altri impugnarono le lance di amigdala e cercarono di scavalcare il cordone protettivo che si era formato. Ne nacquero delle zuffe e un paio di nasi furono rotti, il rosso chiama il rosso. Alla fine i commessi assembleari riuscirono a riportare l’ordine e il segretario cominciò a interrogare il testimone.
“Qual è il tuo nome completo?”
“Zanna-di-mammut, figlio di Zanna-di-lupo.”
“Quanti inverni hai visto?”
“Tanti. Troppi. Trentacinque, quaranta, non me lo ricordo più.”
“Come sei diventato guardiano-del-fuoco?”
“Ero troppo vecchio per andare a caccia, non avevo figli che potessero darmi da mangiare per pietà, stavo diventando un peso per la tribù. Volevo essere ancora utile. Ho imparato il mestiere dal precedente supervisore della tecnologia ignea, dopodiché…”
“Siete una cricca di parassiti!”, urlò qualcuno dal fondo dell’assemblea. “Capitalizzate i bisogni dei poveri che devono riscaldare la prole, per garantirvi il potere! Sfruttatori! Plutocratici! Vi ammazzeremo tutti! Una purga generale! Quando aboliremo il fuoco, vi faremo tutti…”, tafferugli, rumori, applausi, alla fine l’interruzione cessò.
“Per favore, colleghi, lasciate parlare il testimone. È giusto ascoltare anche una dissenting opinion. Zanna-di-mammut, come hai fatto a salvarti solo tu dall’incendio?”
“Ogni guardiano-del-fuoco ha… io… ho giurato di non rivelare i segreti del mestiere, ma ormai non ha più importanza… ogni guardiano aveva una zona franca vicino alla capanna, un cerchio di terra già bruciata, che dunque il fuoco non ha più interesse a mangiare, circondata da pietre, con un buco scavato nel terreno in cui rifugiarsi. Ci sono entrato e ci sono rimasto per tutto il tempo dell’incendio. Ero quasi morto di sete quando mi avete trovato.”
“Terra già bruciata… cioè, hai usato il rosso per salvarti dal rosso. Uhm. Interessante. Intelligente.” Socchiuse gli occhi. “Zanna-di-mammut, tu pensi che dovremmo abolire il fuoco?”
Il vecchio deglutì, affrontò gli sguardi ostili dei delegati e si fece coraggio.
“Ascoltate… lo so che qui mi date tutti la colpa per quello che è successo, ma mettetevi nei miei panni… non è stata colpa mia. Non è colpa mia!”, urlò con un improvviso scatto di dignità. “Io gliel’avevo detto a quell’imbecille che il fuoco è pericoloso, va maneggiato con cautela, gliel’avevo detto! Mi ha picchiato, lo hanno visto tutti, mi ha rubato il fiore-di-fiamma contro la mia volontà! Se mi avesse lasciato fare il mio lavoro non sarebbe successo niente! NON È STATA COLPA MIA!!!
Urlò, ma i tuoni coprirono la sua voce. Il dio scorreggiava, ma la dèa non aveva ancora pianto le sue lacrime. Forse quei due avevano imparato a sopportarsi. Il vecchio gridò ancora un paio di volte che non era colpa sua, e nessuno notò la cosa, da sotto la pelliccia d’orso, alzare lentamente la testa mentre cullava il suo bambino. Zanna-di-mammut aspettò che tornasse il silenzio, poi riprese a parlare.
“Abolire il fuoco, dite. Beh, io dico che è una pessima idea. Non parlo per me, ormai non me ne frega niente di restare senza lavoro, sono vecchio e posso anche crepare. Credete che non abbia gli incubi la notte mentre rivedo la gente che brucia? Credete che non rabbrividisca quando guardo quella cosa con uno scheletro attaccato alla tetta? Ammazzatemi, ammazzate tutti quelli che sanno come si accende il fuoco, ormai che me ne frega. Ma aspettate che arrivi il prossimo inverno serio. Aspettate di vedere il vostro piscio che diventa ghiaccio ancora prima di toccare terra. Aspettate di sentire i vostri marmocchi che piangono, e piangono, e piangono, e poi non  piangono più. Aspettate e poi rimpiangere il fuoco, rimpiangerete noi guardiani…”
“Non è vero!”, urlò qualcuno, ma c’era incertezza nella voce, “non vi rimpiangeremo! Noi non condanneremo i nostri figli, noi li salveremo! Il fuoco è pericoloso, è assolutamente incontrollabile!”
“Incontrollabile. Puah. La vita è incontrollabile, deficiente”, disse con disprezzo Zanna-di-mammut sputando per terra. Ormai non aveva più nulla da perdere. “Se volete avere il controllo assoluto, diventate dèi, oppure ammazzatevi. Ammazzatevi da soli e ammazzate i vostri figli e andate sotto terra e allora non avrete più niente da temere e potrete controllate di essere ben mangiati dai vermi. Un attimo prima pensi che sarà una giornata come le altre, un attimo dopo stai crepando: questa è la vita. Non c’è un fottuto niente di assolutamente controllabile nel mondo, anche se ci sono molte cose che sono quasi controllabili. La tecnologia ignea è una di queste. Un bravo guardiano-del-fuoco sarà quasi sempre in grado di evitare incendi, purché sia davvero bravo ovviamente, e mi pare giusto che si faccia pagare bene per la sua bravura. Oh, chiariamoci bene, putacaso recedete da questa pazzia e decidete di non abolire il fuoco: prima o poi ci sarà un altro incidente. Ci sarà sempre gente bruciata, ci saranno sempre persone ridotte a mostruosità inguardabili. Il rosso è un dio e come tutti gli dèi è un avido bastardo e vuole i suoi sacrifici. Ma i sacrificati saranno sempre meno dei salvati. Per quanto numerose possano essere le casualties, non lo saranno mai quanto tutte le persone a cui il fuoco avrà permesso di…”
“Bastardo!” Nuovo tumulto, nuove urla, nuovo tentativo di linciaggio. “Tu metti le vite umane su una bilancia e poi le pesi! Che diritto hai di decidere che qualcuno deve morire perché qualcun altro possa vivere? Non sei neppure uno sciamano e il fuoco non è un vero dio! Assassino, sei solo un assassino! Assassino! As-sas-si-no!!!” Andarono avanti per un bel pezzo, cantilenando assassino a squarciagola, finché il segretario riuscì faticosamente a riportare l’ordine.
“Silenzio! Silenzio!”, ripeté sbattendo più volte il suo osso di meta-lupo. Alla fine riuscì a riportare una parvenza di ordine. “Zanna-di-mammut”, disse alla fine, col fiato grosso, “quanto puoi controllare il fuoco?”
“Io dico”, rispose il vecchio con circospezione “di poterlo quasi controllare, quasi senza pericoli. Ma è un quasi di cui ci si può accontentare, se uno non si fa troppe illusioni. Sono… ero molto bravo nel mio mestiere. È un quasi che è quasi vicino al completamente.”
“Provalo.”
“E come? Dovrei accendere un fuoco, qui, adesso?”
“Sì” disse il segretario, guardando il cielo gonfio di nuvole, mentre urla di sorpresa e paura scoppiavano nell’assemblea. “Evoca il rosso, qui, adesso.”
 
 
Naturalmente presero precauzioni.
Fecero largo, larghissimo cerchio attorno a Zanna-di-mammut. Gli infaticabili commessi assembleari, come ordinato dal segretario, eseguirono meticolosamente le istruzioni del guardiano-del-fuoco: portarono una quantità enorme di legna e l’accatastarono al centro della piattaforma, sulla nuda roccia, a buona distanza da qualsiasi potenziale combustibile. Questa volta non ci sarebbe stato nessun pericolo d’incendio. Poi ebbe inizio la procedura di evocazione del fuoco, che fino ad allora era rimasta talmente custodita dal segreto professionale da essere praticamente avvolta nel mistero.
Zanna-di-mammut prese il suo flauto, ricavato da un femore di orso delle caverne e perforato su un lato con fori di grandezza diversa a distanza regolare. Era un oggetto che faceva parte degli strumenti del mestiere di ogni supervisore della tecnologia ignea, ma non se n’era mai capito il perché; alcuni sostenevano che il suono della musica evidentemente piacesse al fuoco e lo convincesse a manifestarsi, ma questo non era molto convincente perché, quando i guardiani-del-fuoco si chiudevano nella loro capanna per espletare le loro misteriose operazioni, per poi uscirne con un fiore-di-fiamma e farsi lautamente pagare dalla gente infreddolita e spaventata, nessuno di quelli che origliavano da fuori (pochissimi per la verità) aveva mai sentito il minimo accenno di musica. Ma ora tutti potevano vedere, da debita distanza ovviamente, Zanna-di-mammut che sminuzzava dell’erba e la metteva nel flauto, dopodiché prendeva un bastoncino di legno e lo introduceva in un foro e cominciava a sfregare. Sfregò a lungo, a volte cambiando foro, finché cominciarono a partire delle scintille; inclinando il flauto soffiò attentamente l’erba attizzata sul mucchio di foglie che aveva previamente preparato, le foglie cominciarono a bruciare debolmente, prese un ramoscello e ve lo pose sopra e il fiore-di-fiamma sbocciò (lungo ooooh della folla) e si propagò all’altra legna messa da parte, prima la più sottile, poi la più spessa, finché prese fuoco l’intera catasta al centro della piattaforma.
Era un mucchio bello grande di legna e Zanna-di-mammut sperava che sarebbe potuto bruciare per ore, tante grazie alla dea che non aveva ancora cominciato a piangere, dando forse modo a quel branco di stupidi luddisti di cambiare le loro stupide idee. Ma era un’impresa disperata, perché solo pochissimi dei delegati si erano accostati al fuoco per guardarlo e sentirne il calore: la maggior parte della folla era così pirofobica da tenersene ben lontana, cantilenando scongiuri contro il rosso e palpandosi la cosiddetta virilità (pfui). Di questo passo sarebbe stato tutto inutile: lo avrebbero ammazzato assieme a tutti gli altri guardiani-del-fuoco, oppure gli avrebbero semplicemente proibito di fare il suo lavoro, nel qual caso sarebbe morto di fame perché era troppo vecchio per procurarsi il cibo da solo e ben difficilmente qualcuno si sarebbe impietosito di lui. Forse poteva imparare a suonarlo davvero, quello stramaledetto flauto, e mendicare un po’ di cibo mentre cantava la gloriosa abolizione del rosso per compiacere la nuova inteligencja. Sigh.
Aspetta. Non tutto era perduto. Il segretario si stava avvicinando… ecco, così… quel tipo era spaventoso e imperscrutabile e non potevi mai sapere cosa stava progettando, ma aveva carisma e di solito gli altri facevano quello che voleva. Se convinceva lui, convinceva tutti: era la sua ultima occasione. Ora stava studiando la fiamma da vicino. Se era spaventato, lo nascondeva bene, piuttosto sembrava incuriosito. Cominciò a fargli domande, chi aveva inventato quel modo di evocare il fuoco (non si sa, anche se molti se ne sono attribuiti il merito), per quanto tempo poteva bruciare quel falò (per ore, in inverno potrebbe salvare la vita di un’intera tribù), cosa ne pensava della previsione di Alce-di-sangue-rappreso sull’estinzione prossima ventura di tutti gli alberi del mondo (inattendibile: non sappiamo neppure quanti alberi ci sono al mondo), quanto tempo aveva impiegato per imparare a gestire il fuoco (qualche mese di apprendistato)… E intanto, ecco, sì, funzionava. Dietro l’esempio del segretario, anche altri si stavano avvicinando, sussurravano l’uno all’altro. Forse la pirofobia non era invincibile, forse avrebbero cambiato idea, guardate, il fuoco non è un mostro sterminatore, è pericoloso ma basta fare attenzione e… ma perché era improvvisamente calato il silenzio? Paura sui loro volti. Cosa c’era da temere? Andava tutto bene, il fuoco era sotto controllo, nessun pericolo d’incendio, nessuno si sarebbe fatto male, cosa poteva succedere di…
E allora la vide. Lei. La cosa. Era lì accanto, avvolta nella pelle d’orso ma con l’orribile volto scoperto, e nel suo occhio si riflettevano le fiamme, quell’unico occhio che ti guardava e ti faceva sentire come tu stessi bruciando. Cosa poteva dirle? Cosa poteva offrirle? Comprensione, scuse, solidarietà, stupidaggini. La cosa era al di là di tutte le emozioni umane. I suoi soli sentimenti erano l’amore per la piccola cosa che portava al seno e l’odio per tutto il resto dell’esistenza. Ciononostante doveva provare. Le parole vennero su  da sole e si ritrovò a farneticare farfugliando.
“Ascolta, io – io non so cosa dire, quello che è successo è terribile – mostruoso – gliel’avevo detto, quell’idiota, gliel’avevo detto – ho sempre fatto bene il mio lavoro – mi dispiace, mi dispiace, mi dispiace tanto – perdonami – bruciavano tutti, li vedo ancora bruciare – perdonami, io – io mi prenderò cura di te, sì, ti resterò accanto, ti aiuterò a tornare umana, ti accudirò, ti curerò, ti nutrirò, ti laverò, ti vestirò, ti bacerò – sì, dèi!, ti bacerò, ti toccherò, ti monterò, cullerò tuo figlio – tuo figlio – tuo – AAAH!!! AAAAAAAAAAAAAHHHH!!! AYAYAEEEEAAYAEYAEYEAYAAEEAAAAAAAAAAA!!!
Successe tutto molto in fretta.
La cosa lasciò improvvisamente cadere suo figlio per terra, senza badare al cranio che andò in mille pezzi sulla roccia (molti dei presenti gridarono per la paura e schizzarono un fiotto d’urina che bagnò le gambe dei loro vicini) e saltò addosso a Zanna-di-mammut, spingendolo nel fuoco, trattenendocelo mentre si divincolava, facendolo bruciare, bruciando essa stessa, avvolta nella grande pelle d’orso in fiamme. I delegati, terrorizzati – “il rosso chiama il rosso!” – guardarono il vecchio e la cosa che bruciavano e lottavano, il vecchio che urlava e la cosa che non emetteva alcun suono, mentre nell’aria gravida di pioggia si spandeva l’odore della carne umana bruciata. E bruciarono. E bruciarono. E bruciarono.
Restarono a guardarli per molto tempo, finché la dea cominciò finalmente a piangere.
La pioggia bagnò i vivi e i morti.
 
 
 
Il segretario dell’O.T.U. dichiarò chiusi i lavori dell’assemblea.
“La consultazione referendaria è terminata”, disse dopo che il temporale aveva spento il rogo, dopo aver fatto portar via quel che restava della cosa e dei pezzi sbrindellati di suo figlio e di quello che era stato l’ultimo guardiano-del-fuoco a esercitare il suo mestiere, dopo che i suoi collaboratori avevano finito di contare le pietre bianche e nere che erano state usate dai delegati per votare, “con una percentuale del 94,05% a favore dell’abolizione del fuoco.”
Gli applausi furono scroscianti, ma il segretario si chiese silenziosamente chi fosse stato quel 5,95% che aveva votato no. C’era sempre qualche testardo. Neanche vedere dal vivo un essere umano che brucia gli era bastato? Comunque, ormai era fatta.
“Onorevoli colleghi, questo è un giorno storico.”
“D’ora in poi non dovremo più temere il pericolo del fuoco.”
“Abbiamo salvato i nostri figli.”
“Abbiamo salvato l’ambiente.”
“Abbiamo salvato il mondo.”
“Un momento, un momento… adesso che ci penso… ma non stiamo dimenticando qualcuno?”
“Eh? Cosa? Chi?”
“Non fare il guastafeste!”
“Di che parli?”
“Della Gente Nuova! Nessuno ha pensato di invitare anche le loro tribù al summit?”
Si guardarono l’un l’altro, sconcertati, e guardarono il segretario. In effetti non ci aveva pensato proprio a invitare anche quei pochi clan della Gente Nuova, che era comparsa negli ultimi tempi: quelli se ne stavano perlopiù per conto loro, solidarizzavano poco. E poi, diciamocelo, erano così brutti che era difficile considerarli veri esseri umani: quel mento anormalmente pronunciato, quelle teste troppo piccole … Bah. Che si arrangiassero da soli.
“Non pensavo che fosse necessario invitare la Gente Nuova”, disse scrollando le spalle. “Nessuno dei loro clan è mai stato visto usare il fuoco, e francamente, sono troppo stupidi per imparare da soli come si fa ad accenderlo. Per nostra e per loro fortuna, direi, perché, imbranati come sono, se mai metteranno le mani sul rosso, probabilmente si distruggeranno da soli. Detto tra noi, non penso che abbiano un gran futuro davanti a sé. Non è il caso di preoccuparci di loro. Pensiamo piuttosto a noi stessi, e al risultato epico che abbiamo ottenuto. Onorevoli colleghi, oggi abbiamo preso una decisione di importanza fondamentale, che, ne sono assolutamente sono convinto, sarà decisiva per il futuro benessere dei nostri figli, il futuro di tutte le generazioni a venire, il futuro dell’umanità intera. Questo luogo segnerà per sempre la nostra specie, questo giorno sarà ricordato per sempre come il Giorno del Progresso!”
Applausi. I delegati approvarono entusiasticamente. Lance di amigdala furono sbattute e canti epici furono intonati. Per un po’ l’intera piattaforma carsica fu in preda al caos, finché il segretario riportò l’ordine sbattendo il suo enorme osso cerimoniale sulla pietra.
“Onorevoli colleghi, è venuto il tempo di salutarci. Tornate alle vostre tribù di appartenenza, dove eseguirete le purghe degli ultimi guardiani-del-fuoco rimasti e farete rispettare il divieto di antipirismo…” e di quelli che non lo faranno, pensò, di quella minoranza dissenziente, mi occuperò io personalmente, “ma prima di partire, vi prego, osservate un’ultima volta il  panorama sotto di noi. Guardate per l’ultima volta la devastazione del fuoco, perché non si ripeterà mai più!”
Guardarono commossi, in silenzio, pieni di gioia e fiducia per l’avvenire, la valle; quella valle dove una volta c’erano il verde e la vita, e ora si estendevano terre desolate di aridità, resti carbonizzati, silenzio e morte; quella valle, proprio quella valle, che in futuro sarebbe stata chiamata (ma non da loro) Valle di Neanderthal.


Ma come fanno a non capire

Ma come fanno a non capire

 

 

Il Ministro arrivò, salutò sovrappensiero la segretaria, entrò nel suo ufficio sbattendo la porta, si diresse velocemente verso la scrivania e vi si sedette con un tonfo. Dall’anticamera la segretaria lo sentì borbottare sottovoce, come faceva sempre quando era nervoso e irritato, assieme a un rumore di pagine sfogliate alla svelta, e sospirò: era arrivato un’altra volta il giorno della consegna della relazione da parte dell’Osservatorio.

Ogni anno l’Osservatorio Politico per l’Infanzia e la Gioventù consegnava al Ministro il suo “Rapporto sull’incidenza di gravidanze non programmate e altre malattie sessuali nella popolazione minorenne”. Ogni anno nonostante gli sforzi del Ministro la percentuale saliva e la sua credibilità politica, conseguentemente, scendeva. Ogni anno il Ministro terminava quella lettura furibondo e amareggiato, pensava a nuove e più efficaci politiche di contenimento, e sperava che l’anno dopo il segno + davanti a quella variazione percentuale sarebbe diventato un – e lui avrebbe avuto un successo da ostentare. Purtroppo ogni anno i suoi desideri erano contraddetti dai fatti.

Il Ministro, pensò la segretaria, non era un uomo cattivo, anzi in fondo in fondo era una brava persona. Quantomeno nei limiti del possibile per un politico. Credeva veramente di poter aiutare il suo paese; aveva davvero, pur con tutti i suoi umani difetti, delle buone intenzioni. Questa forse è la parte peggiore, pensò la segretaria. Se fossero semplicemente dei cattivi da operetta, uno potrebbe odiarli e basta, invece non è così semplice.

Lei non era molto d’accordo con alcune idee politiche del suo capo; di solito teneva il proprio parere per sé, anche se talvolta si azzardava a esprimere la propria opinione; in ogni caso faceva onestamente il suo mestiere, che svolgeva con molta efficienza. Il Ministro a volte non gradiva la sua carenza di un entusiastico sostegno, ma apprezzava la sua praticità e sapeva di averne bisogno.

Nell’altra stanza il Ministro terminò la lettura, cosa che la segretaria capì dal rumore del suo pugno che sbatteva sul mogano della scrivania. Sospirò di nuovo: sapeva benissimo cosa sarebbe successo tra poco.

Il Ministro uscì dall’ufficio tutto rosso in faccia e cominciò ad andare su e giù, gesticolando, inveendo, parlando con lei come se stesse parlando con sé stesso. Aveva bisogno di una cassa di risonanza per i suoi pensieri e lei si prestò alla bisogna.

 

“Maledetti! Maledetti! Stramaledetti!”

“Suvvia…”

“Ogni anno, si rende conto?! Ogni maledetto anno da quando ho istituito quel maledetto Osservatorio di imbecilli, ogni anno arriva il loro stramaledetto rapporto e devo leggere la loro stramaledettissima conclusione! Sempre la stessa!”

“Magari l’anno prossimo…”

“Ogni anno sempre la stessa! Le malattie sessuali aumentano, le gravidanze indesiderate sono ogni anno sempre di più e ogni anno colpiscono ragazze sempre più giovani! Soldi a palate che se ne vanno per gli aborti e le altre cure mediche! Ma lo sa lei quanto costa far abortire tutte queste ragazzine?”

“Immagino che…”

“Costa troppo! Soprattutto ora che siamo stati costretti a ritirare dalla circolazione le pillole abortive!”

“Quelle povere ragazze, credevano di avere tutta la vita davanti…”

“Una vera disgrazia! E adesso questi numeri, questi grafici, queste stramaledettissime notizie sempre uguali e sempre peggio! Ma non imparano mai questi giovani  d’oggi? Ma come fanno a non capire?!?”

“Beh…”

“Sembra quasi che lo facciano apposta! Che si divertano a farmi fare ogni anno questa figura alla riunione dei Ministri!”

“Sicuramente non è così…”

“Allora non me lo spiego, perché altrimenti è un mistero come facciano a non imparare mai, mai, mai! Eppure sono anni che cerchiamo di risolvere il problema! Abbiamo introdotto i corsi di educazione sessuale, abbiamo potenziato i corsi di educazione sessuale, abbiamo abolito l’esenzione facoltativa dai corsi di educazione sessuale, abbiamo abbassato sempre di più la soglia di età per frequentare i corsi di educazione sessuale! Abbiamo perfino sostituito l’ora di educazione fisica e l’ora di storia delle leggende religiose con ore aggiuntive di educazione sessuale! Ed è forse servito a ridurre le gravidanze e tutte le altre malattie? Macché! Ma come fanno a non capire?!?”

“Forse un approccio leggermente meno…”

“Abbiamo diffuso i distributori di contraccettivi, li abbiamo fatti installare per legge in tutte le scuole, palestre, piscine, cinema, teatri, ristoranti, bar, caffè, edicole, librerie, biblioteche, ospedali, bus e metropolitane! Li abbiamo messi obbligatoriamente perfino nelle chiese e nelle moschee!”

(La segretaria giudicò opportuno non interromperlo per precisare che il Governo, dopo un periodo molto concitato, li aveva rimossi quei distributori di contraccettivi nelle moschee. Era stata una faccenda molto brutta per il Ministro, ogni volta che saltava in aria qualcos’altro lui aveva paura che la prossima volta sarebbe esplosa la sua casa o la sua macchina, non era il caso di ricordargliela.)

“E allora uno penserebbe che i ragazzi li usino, no? Devono usarli, visto che li hanno così a portata di mano! E usateli, allora! E invece no, evidentemente non li usano, perché altrimenti non si spiega!”

“Può darsi che…”

“Nonostante tutte le spiegazioni su come usarli correttamente, gli spot pubblicitari, i cartelloni pubblicitari, tutto quanto! Ma come fanno a non capire?!?”

“Purtroppo c’è sempre una percentuale di casi in cui…”

“E allora di chi è la colpa?! Eh?! Mia di sicuro no!! Io ho fatto tutto il possibile!”

“Nessuno può dubitare delle sue buone intenzioni, ma…”

“Ho anche provato a convincere i preti, i mullah, tutti i religiosi, ci ho provato a convincerli a dare il loro contributo al bene comune! Non hanno voluto aiutarmi! Non hanno voluto collaborare, si prendano le loro responsabilità! Ma come fanno a non capire?!? Al giorno d’oggi parlano ancora di castità! Sa che le dico, è colpa loro se si diffondono le gravidanze impreviste e tutte le altre malattie sessuali!”

“Logica ineccepibile, tuttavia…”

“Ho studiato il problema, ho convocato esperti, dibattiti, analisi, tavole rotonde, ho fondato l’Osservatorio Politico! E a cosa è servito??”

“Si potrebbe trarre la conclusione che…”

“Ragazze gravide a 16, a 14, a 12, a 10, perfino a 8 anni! Gli ormoni, le radiazioni, l’evoluzione, il genoma manipolato, che cavolo ne so, so solo che l’età media delle bambine che restano incinte si abbassa sempre di più! Ma come è possibile?!?”

“Forse perché…”

“Eppure deve esserci una soluzione! Qualcosa che mi è sfuggito… Un nuovo tipo di contraccettivo, una nuova tecnica di comunicazione di massa, qualcosa… I ragazzi devono capire… ma come fanno a non capire…”

“…”

“come fanno…”

“Beh, signor Ministro, sa come si dice. Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.”

 

Il Ministro smise di parlare e si sedette, esausto da quella sfuriata.

La segretaria si arrese. Neanche quella volta ci era riuscita. Forse l’anno prossimo, si disse.

Restarono tutti e due lì, in silenzio, a scuotere la testa.

 

http://bigben.corriere.it/2009/11/educazione_sessuale_obbligator.html


Parliamo del più e del meno

Parliamo del più e del meno

 

 

da:       studenteCS81@universitas.eu

a:         professoreVZ40@universitas.eu

Oggetto: valutazione elaborato finale

 

Egregio professore,

La contatto per chiederLe gentilmente una spiegazione circa la valutazione da Lei assegnata al mio elaborato finale. Senza falsa modestia Le confesso che speravo di poter ottenere un voto positivo, in considerazione dell’impegno profuso e dell’assiduità con cui ho seguito il Suo corso, ed anche – se mi è consentito – della qualità ed originalità del lavoro da me svolto. Constatare invece di aver ottenuto un misero S.V., “senza voto”, mi ha stupito a dir poco e tuttora non ne capisco la ragione. Posso chiederLe di esplicarmene la motivazione?

 

La ringrazio anticipatamente e colgo l’occasione per porgerLe distinti saluti

 

 

da:       professoreVZ40@universitas.eu

a:         studenteCS81@universitas.eu

Oggetto: RE: valutazione elaborato finale

 

Gentile studente,

Riscontro la sua di cui all’oggetto e le fornisco la spiegazione richiestami. Ho dovuto assegnarle un S.V. in quanto il suo elaborato finale era irricevibile per violazione del Decreto Didattico n. 26, che ottemperava ad una recente sentenza della Corte Internazionale dei Diritti dell’Umanità. Il mio è stato un atto dovuto e non avrei potuto assegnarle alcuna valutazione differente.

Le esprimo la mia comprensione per lo spiacevole episodio occorsole.

 

Cordiali  saluti

 

 

da:       studenteCS81@universitas.eu

a:         professoreVZ40@universitas.eu

Oggetto: RE: RE: valutazione elaborato finale

 

Egregio professore,

nel ringraziarLa della spiegazione datami, e scusandomi per l’incomodo, sono a chiederLe cortesemente ulteriori ragguagli. Nel riconoscere la mia ignoranza in merito al contenuto della sentenza da Lei citata, sono a domandarLe se vi è modo per rimediare al mio errore e regolarizzare l’elaborato, atteso che l’attuale valutazione dello stesso sarebbe di grave nocumento alla mia media universitaria.

 

La ringrazio anticipatamente e colgo l’occasione per porgerLe distinti saluti

 

 

da:       professoreVZ40@universitas.eu

a:         studenteCS81@universitas.eu

Oggetto: RE: RE: RE: valutazione elaborato finale

 

Gentile studente,

nell’invitarla per il futuro ad essere più edotto dei regolamenti universitari, per non dire delle norme disciplinanti la società in cui viviamo, debbo informarla che i termini per presentare l’elaborato sono oramai scaduti. Tuttavia, secondo quanto statuito dall’ordinamento accademico, lei potrà ripresentare il suo elaborato debitamente corretto a conclusione del corso del prossimo anno, ed il voto che otterrà sarà bilanciato con la valutazione correntemente assegnatale, della quale pertanto potrà attenuare gli effetti sfavorevoli sulla sua media.

Per quanto concerne la regolarizzazione del suo elaborato, premesso che dopo averne constatata prima facie l’irricevibilità non ho proceduto ad approfondirne il contenuto, sul quale pertanto non posso fornirle alcuna valutazione preventiva, la informo che lei ha fatto uso nel suo lavoro di un simbolo il cui uso è stato dichiarato invalido dalla citata sentenza e dal citato Decreto Didattico. Dovrà pertanto rimuoverlo dal testo e sostituirlo con il corrente simbolo adibito alla medesima funzione. La invito ad accedere al database universitario, dove si trovano i predetti documenti ufficiali che lei potrà agevolmente consultare e conoscere.

 

Cordiali saluti

 

 

da:       studenteCS81@universitas.eu

a:         professoreVZ40@universitas.eu

Oggetto: !!!!!!!!


profesore MA KE STIAMO SKERZANDO????? Il m elaborato era irregolare xkè o usato il ÿ ???????? E lei m boccia e m dice che m devo tenere la media abbassata X QUESTO CAXXO DI MOTIVO????????????????

Ma ki le a decise qeste regole?????!!!!!!!!

 

 

da:       professoreVZ40@universitas.eu

a:         studenteCS81@universitas.eu

Oggetto: RE: !!!!!!!!

 

Gentile studente,

voglio scusare i toni scomposti e l’ortografia traballante della sua precedente comunicazione, in considerazione del suo comprensibilmente alterato stato emotivo. La informo tuttavia che per il suo problema non vi è soluzione diversa da quella da me prospettata.

La informo inoltre che, nonostante il correttore automatico del sistema informatico abbia modificato il simbolo contenuto nella sua e-mail, deduco dal contesto che lei ha nuovamente adoperato il simbolo già usato nell’elaborato. La invito pertanto per il suo stesso bene a prestare più attenzione in futuro, ed a procurarsi una nuova tastiera conforme alle ultime normative in materia (giacché intuisco che lei ne sta usando una obsoleta).

Infine la rassicuro sulla bontà della ratio dei citati provvedimenti. Il simbolo precedente è stato dichiarato irregolare poiché equivoco e facilmente fraintendibile, attesa la sua stretta rassomiglianza con il simbolo di una particolare religione. In quanto tale esso violava la neutralità confessionale della materia da me insegnata, ed era suscettibile di offendere i sentimenti degli studenti appartenenti ad una religione diversa o non professanti religione alcuna, con grave lesione della loro libertà e dei loro diritti. Pertanto giustamente si è proceduto alla sua sostituzione con il simbolo “┴”, estendendo in via generale una soluzione già adottata dallo Stato di Israele nel XIX secolo.

 

Cordiali saluti

 

 

da:       studenteCS81@universitas.eu

a:         professoreVZ40@universitas.eu

Oggetto: RE: RE: !!!!!!!!

 

Professore, mi scuso per il linguaggio dell’ultima mail che ho scritto d’impulso, ma ritengo di essere vittima di un’ingiustizia. Il simbolo ÿ non ha niente a che fare con la croce, e poi se anche fosse che c’entra con il mio elaborato? Mica l’ho usato per fare propaganda cristiana!

 

La prego per favore di aiutarmi perché non merito questo.

 

 

da:       professoreVZ40@universitas.eu

a:         studenteCS81@universitas.eu

Oggetto: RE: RE: RE:!!!!!!!!

 

Se ne faccia una ragione e la prossima volta stia più attento ai regolamenti universitari, e non continui ad usare quel simbolo altrimenti si renderà passibile di sanzioni disciplinari.

Non ho certo bisogno che lei venga ad insegnarmi la mia materia. La paternità del simbolo precedentemente usato come “più”, così come del segno “–” tuttora usato per il “meno”, è attribuita al matematico tedesco Johann Widmann, che secondo l’aneddotica storica cominciò ad usarli nel 1489 per indicare il peso esatto delle casse di merce, e il loro uso si diffuse in Europa a partire dal XVI secolo. Ora, è ben vero che la ricerca storica non ha finora rilevato se fu a causa di fattori religiosi che il Widmann scelse due segmenti perpendicolari allo scopo di indicare il “più”; tuttavia, come rilevava la Corte Internazionale dei Diritti dell’Umanità nella sua sentenza, il predetto simbolo, a prescindere dalla sua origine non ideologica, era oggettivamente idoneo per la sua conformazione ambigua ad essere frainteso e dunque a perturbare l’imparzialità dell’attività educativa, specialmente in considerazione della particolare vulnerabilità intellettuale del corpo studentesco, mancante della capacità di assumere una distanza critica in relazione al messaggio di una presunta scelta preferenziale in materia religiosa da parte dell’autorità docente e dell’istituzione universitaria.

 

La matematica deve essere neutrale. Accetti il suo sbaglio, faccia tesoro dell’esperienza e ripresenti il suo elaborato di Analisi algebrica al prossimo corso.

 

 

da:       studenteCS81@universitas.eu

a:         professoreVZ40@universitas.eu

Oggetto: i miei ┴ sentiti ringraziamenti

 

Egregio professore,

 

La ringrazio sentitamente per l’aiuto da Lei gentilmente fornitomi e colgo l’occasione per porgerLe un sonoro MAVAFFANCULO!!!

 +

 Distinti saluti