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Morale naturale for dummies (ivi incluso Paolo Flores d’Arcais).
Provo a spiegare in modo basilare e comprensibile che il bene oggettivo esiste; per fare ciò userò un esempio preso da LOST, la mia serie tv preferita.

(per inciso LOST è un capolavoro perché ha portato in tv la filosofia come genere narrativo, ma questo è un mio opinabile punto di vista e un discorso a parte; se non siete d’accordo, continuate pure)

Supponete che vi capiti di entrare in possesso di una scatola da cui dipende il destino dell’universo. Per comodità narrativa facciamo che la scatola è stata inventata da uno scienziato pazzo vostro amico – quel tipo di scienziato pazzo che quando va al bagno inventa il flusso canalizzatore per viaggiare nel tempo, quel tipo di scienziato pazzo delle cui capacità non dubitate affatto – che per bizzarri motivi vi affida la scatola scongiurandovi di farne saggio uso.
Il funzionamento della scatola è semplice. C’è un bottone che deve essere periodicamente premuto. Non è necessario che sia una periodicità di 108 minuti; per semplificare le cose ipotizziamo che sia un compito che non richiede alcun sacrificio. Se si preme l’interruttore, il mondo va tranquillamente avanti come ha sempre fatto. Se non si preme l’interruttore, parte una reazione a catena che provoca L’ANNICHILIMENTO DELL’UNIVERSO. Una specie di Big Bang inverso e istantaneo. Finisce tutto, non resta letteralmente più niente, nulla, zero, insieme vuoto, Ø, [   ].
Chiaramente la premessa richiede una certa dose di sospensione d’incredulità, ma fatela questa sospensione, perché qui non interessa la verosimiglianza tecnica della cosa – che peraltro è fantascientifica ma non necessariamente impossibile, o almeno non possiamo escluderlo a priori – ma piuttosto le implicazioni morali della stessa.
Allora insomma bisogna decidere, premere o non premere il bottone.
Domande:

  1. Cosa fate?
  2. Perché lo fate?
  3. Cosa è giusto fare?

 Andiamo oltre. Supponiamo che lo scienziato abbia affidato non a voi soli la scatola, ma a voi e un amico vostro. Ed ecco che, quando si arriva al dunque, l’amico se ne esce dicendo che no, lui il bottone non vuole premerlo. Non spiega perché, ma vuole che il mondo finisca, vuole che tutto smetta di essere. Qualcuno non è d’accordo? E chi se ne frega.
Piglia la scatola e scappa, per evitare che possiate premere il bottone.
Che fate, gli correte appresso?

L’esempio è estremo, ma l’intellettualismo postmoderno è arrivato a un tale punto di impazzimento che servono esempi estremi. Questo ci pone di fronte a un’alternativa infinitamente amletica: o l’essere o il niente, tertium non datur.

E dunque ditemi, cari lettori: vi passa seriamente per la capa di dire che le due opzioni – premere o non premere il bottone – sono oggettivamente indifferenti? Che l’una vale l’altra? Che è una questione di giudizio soggettivo, esclusivamente radicato nella “coscienza” autonoma e nella libera scelta del soggetto agente? Che non c’è nessun intrinseco “questo è meglio di quello”? Che se l’universo, le cose che sono, gli enti tutti quanti, la res cogitans e la res extensa, le sostanze gli accidenti e li mortacci tua, se essi potessero in qualche modo impersonificarsi per un istante e prendere parola, ci direbbero…?
ma sì, che ce frega, pigialo oppure non pigiarlo ‘sto bottone del cavolo: per noi è la stessa cosa!

Insomma: si può dire che da questo FATTO – l’universo è, le cose sono, noi esistiamo o quantomeno cogitiamo di esistere, e quello che è continua ad essere – non si può in alcun modo ricavare un qualche minimo VALORE di preferenza di un’opzione rispetto all’altra ?

 Presumo che una nutrita schiera di lettori – cattolici, teisti razionali, atei, vattelapesca – avrà già raggiunto la conclusione che SI DEVE premere quel fottuto interruttore. Che È MEGLIO rincorrere quello stronzo che se l’è data a gambe (qualcuno dalla regia aggiunge: dargli pure un fracco di botte) ed evitare che l’universo sprofondi nel nulla cosmico, e noi con esso.

 Invece i soggettivisti radicali, se volessero essere coerenti con i loro assiomi, dovrebbero rispondere sì a tutte quelle domande: perché secondo loro dal fatto (ciò che è) non si può dedurre l’etica (ciò che deve essere). Le cose che sono, “sono” e basta. Non esiste una natura che ci “dica” di fare qualcosa o di essere in un modo invece che in un altro: tutto ciò che esiste è già naturale di suo, “naturale” diventa parola priva di confini, dunque priva di significato. Al soggettivista radicale piace tanto un’espressione: “fallacia naturalistica”. Questa fallacia si ha quando da una descrizione si passa indebitamente ad una prescrizione. Esempio banale di fallacia naturalistica:

  1. Ci sono esseri umani che hanno la pelle chiara.
  2. Gli esseri umani devono avere la pelle chiara.
  3. Chi non ha la pelle chiara, non è un essere umano.

Purtroppo, il soggettivista radicale fa ampio abuso della fallacia naturalistica: è sempre pronto a tirarla fuori ovunque, una specie di arbitro della logica col cartellino rosso sempre alzato e il fischietto pronto a fischiare “fallacia naturalistica! Fallacia naturalistica!”. Dal fatto che esistono indebiti salti descrizione→prescrizione, il soggettivista radicale ricava (per inciso mi chiedo se non sia questa, essa stessa, una fallacia naturalistica) che non possono esisterne di debiti.

Come scrive Paolo Flores d’Arcais (La Stampa, 11/12/2012), “l’etica è soggettiva”:

 la questione fondamentale è proprio se i valori morali abbiano una realtà oggettiva come i fatti empiricamente accertabili, o siano invece creati dai diversi gruppi umani (e infine dai singoli individui) e dunque ineludibilmente relativi a ciascuno di essi […]
da un insieme di fatti accertabili non si potrà mai dedurre un giudizio di valore univoco, poiché i valori fondamentali che guidano i nostri giudizi morali non sono dati in natura, non sono conoscibili come i fatti, e meno che mai sono scolpiti eguali e indelebili in tutti i cuori umani. Della specie Homo sapiens fanno parte allo stesso titolo (ahimè) tanto Francesco d’Assisi quanto Adolf Hitler, tanto la «volontà di eguaglianza» quanto la «volontà di potenza», tanto i fautori della democrazia quanto quelli della teocrazia o del Führerprinzip.
Perciò non esistono valori veri (o falsi), ma solo valori creati. Di cui ciascuno di noi è esistenzialmente responsabile, proprio perché la nostra responsabilità non si limita (come vorrebbe Ratzinger e ogni altro cognitivista etico, religioso o meno che sia) a riconoscere valori «oggettivamente» dati (dove?): siamo i creatori e signori «del bene e del male» secondo scelte incompatibili ( aut la democrazia aut la teocrazia o il Führerprinzip: non è questione di conoscenza, ma di lotta). Questa responsabilità abissale ci terrorizza, ma è ineludibile.

Sarebbe inutile obiettare a PFD’A che la sua visione del mondo è dannosa e agghiacciante, perché ci consegna dritti dritti alla guerra brutale del tutti contro tutti, alla legge del più forte. Che, così, contro lo stupratore l’assassino il genocida eccetera non possiamo portare argomenti (che non valgono, perché non esistono “valori” ma solo “valutazioni”); possiamo portare solo una corda per impiccarlo più in alto, perché «non è questione di conoscenza, ma di lotta», e noi prevaricheremo lui oppure lui prevaricherà noi, e la Storia è tutta qua.
Inutile, perché PFD’A non ci sente da quell’orecchio, è troppo inebriato dalla sua terrorizzante & ineludibile “responsabilità” (ma verso chi?). Come può essere brutto, un mondo in cui è “lui” a decidere? Come può essere spaventoso, un mondo in cui è “lui” ad essere creatore e signore del bene e del male?

Allora quello che bisogna obiettare, per avere la minima speranza di scuotere PFD’A e tutti i soggettivisti radicali dalla loro illusione (gnostica) di dominio etico, è che la tesi non è semplicemente dannosa: è sbagliata, anzi, è proprio scema.
Perché dei valori morali oggettivi esistono, ancorchè basilari e generali, e con l’esperienza e la ragione – la fede aiuta, ma viene dopo – qualunque essere umano mediamente pensante può arrivarci:

  • ESPERIENZA: il mondo esiste. È un’evidenza. Si mostra, non si dimostra.
  • ESPERIENZA: il mondo continua ad esistere, ed anche gli enti che ne fanno parte continuano ad esistere finchè possono. Gli esseri viventi, noi compresi, hanno volontà e istinto di autoconservazione. Gli oggetti inanimati non hanno “volontà” o “istinto”, ma hanno una “tendenza”: le pietre non si sgretolano da sole, la Terra non ridiventa plasma e polvere cosmica, la forza di gravità continua a “funzionare”.
  • RAGIONE: gli enti hanno un orientamento, una inclinazione, una propensione, una “preferenza”, un fine intrinseco, insomma una teleologia, per cui essere è meglio che non essere.
  • RAGIONE: non è vero che dall’essere non si può dedurre il dover essere; dall’essere si può dedurre almeno un grado minimo di dover essere, cioè il fatto di dover continuare ad essere.

GIUDIZIO DI FATTO:
ciò che è, “vuole”, “deve” continuare ad essere

GIUDIZIO DI VALORE:
PREMI QUEL C**** DI BOTTONE!!!

  Siamo scesi, mi pare, al grado minimo di etica naturale oggettiva. Più sotto c’è solo da scavare (una tomba, ché una società così intellettualmente spappolata da dimenticare l’istinto di conservazione, non ha futuro).
Eppure so già che amabili zuzzurelloni soggettivisti, o perché si divertono così o perché ci credono davvero, negheranno anche questo grado minimo. Non per niente questa è l’epoca disgraziata in cui ci tocca combattere per i prodigi visibili come se fossero invisibili.

 Ecco il valore morale base: essere è oggettivamente meglio che non essere. È “scritto” nel mondo, in ciò che noi stessi siamo, nel nostro “modo” di essere.
Definiamo “natura” (definizione vaga, ma per ora accontentiamoci) questo modo di essere dell’ente. Definiamo “naturale” ciò che asseconda questo modo. Definiamo “innaturale” ciò che lo contrasta.
È naturale, buono, premere il bottone.
È innaturale, cattivo, non premerlo.

MORALE NATURALE
essere = bene
non essere = male

Ora, il nostro è un esempio estremo. La stramaledetta scatola non conosce mezze misure: o l’essere, o il niente. Ci serve per partire proprio dall’ABC della morale naturale, perché a questo ci siamo ridotti.
Ma la vita quotidiana non è così estrema. Noi vediamo (e anche questo è un giudizio di esperienza + ragione) che nel mondo non si dà questa dualità brutale. Alzi la mano chi si è mai trovato davvero a dover decidere tra l’alternativa x e l’annichilimento immediato e totale di tutto ciò che esiste.
Ecco allora che ci accorgiamo che esiste una gradualità, tale per cui gli enti non si limitano semplicemente ad essere o non essere, ma conoscono una fascia di situazioni intermedie, di mescolanza tra essere e non essere.
Perciò la nostra povera grezza morale naturale può già essere riformulata in maniera un po’ meno grezza:

 MORALE NATURALE
+ essere = meglio
– essere = peggio

Buono è ciò che ci porta verso la pienezza dell’essere.
Cattivo è ciò che ce ne allontana.
Da ciò si potrà poi cominciare a concepire – sempre razionalmente – la differenza tra essere e divenire; la differenza tra uno e molteplice (dunque lo spazio); la differenza tra statico e dinamico (dunque il tempo); la differenza tra potenza e atto (dunque la causalità); la differenza tra sostanza e accidente (dunque la persona); la differenza tra singolo e organizzazione sociale (dunque la relazione personale); la differenza tra bene di uno e bene di molti (dunque la possibilità del sacrificio); la differenza tra necessario e contingente (dunque la libertà); la differenza tra immanente e trascendente (dunque la Divinità)…
Ma questi sono già discorsi ulteriori, ben oltre la spiegazione for dummies che mi proponevo. Il soggettivista radicale avrà già problemi a ruminare il concetto che essere è oggettivamente meglio che non essere.

A chi è interessato ad approfondire il discorso, e non è ostile per preconcetto alla roba cattolica (non necessaria, per capire cos’è la morale naturale, ma neanche inutile), segnalo questo testo che ho letto in questi giorni e non mi pare fatto male: “Alla ricerca di un’etica universale: nuovo sguardo sulla legge naturale”. In particolare mi ha aiutato la tripartizione (paragrafo 46) della morale naturale in tre precetti generali ovvero «insiemi di dinamismi naturali che agiscono nella persona umana»:

  1.  Il primo, che le è comune con ogni essere sostanziale, comprende essenzialmente l’inclinazione a conservare e a sviluppare la propria esistenza.
  2. Il secondo, che le è comune con tutti i viventi, comprende l’inclinazione a riprodursi per perpetuare la specie.
  3. Il terzo, che le è proprio come essere razionale, comporta l’inclinazione a conoscere la verità su Dio e a vivere in società.

A partire da queste inclinazioni si possono formulare i precetti primi della legge naturale, conosciuti naturalmente. Tali precetti sono molto generali, ma formano come un primo substrato che è alla base di tutta la riflessione ulteriore sul bene da praticare e sul male da evitare.

Successivamente questi tre precetti morali naturali vengono descritti con maggiore precisione. Dai tre precetti generali saranno poi ricavati i precetti “secondi”, i quali poi dovranno essere calati nel concreto delle diverse culture e contigenze della vita reale, etc.


Conclusione.
La natura esiste. Il bene oggettivo esiste. La morale naturale esiste.
Se indaghiamo il “piano dell’essere” alla luce della ragione, scopriamo che in questo “piano” c’è una “scala” che ci porta al piano superiore, del “dover essere”. Un piano che non è costruito da noi, ma è oggettivamente dato, e fondato precisamente sul piano sottostante dell’essere (anche quello, non lo abbiamo costruito noi).
Noi non siamo i creatori e signori dell’etica: noi non decidiamo ciò che è bene o male. Invece noi decidiamo se fare il bene o il male, perché abbiamo il libero arbitrio.
Siamo liberi di fare la nostra musica; ma il pentagramma su cui la suoniamo, non ce lo siamo fatti da soli.


 


 

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L’uomo che uccise il mondo

un ateo molto leale con cui mi trovai a discutere fece uso di questa espressione: ‘Gli uomini sono stati tenuti in schiavitù per paura dell’inferno’. Gli ho fatto osservare che se avesse detto che gli uomini erano stati affrancati dalla schiavitù per paura dell’inferno, avrebbe almeno fatto riferimento a un inoppugnabile fatto storico.

Gilbert Keith Chesterton

World War Z.
C-A-P-O-L-A-V-O-R-O A-S-S-O-L-U-T-O.
L’apocalisse zombie come non l’avete mai conosciuta.
Ma prima di parlare di Breckenridge “Breck” Scott e del Phalanx, è d’uopo una premessa.

 

Non riesco purtroppo a ritrovare un articolo che ho letto molto tempo fa, e che non ho avuto l’accortezza di conservare, in cui si riassumeva un concetto esposto da (mi pare) Hannah Arendt nel suo La banalità del male: l’ateismo come oppiaceo della coscienza individuale.
Di fronte alla concezione marxista della religione come anestetico che trattiene il proletariato dalla sollevazione di massa contro le catene del padrone, la Arendt oppone che il nazismo ha potuto quel che ha potuto proprio in virtù dell’idea contraria: la consolazione infusa al singolo che nessun Giudizio lo avrebbe mai giudicato, nessun inferno lo avrebbe mai retribuito, dunque non c’era limite a ciò che egli poteva fare. L’orrore diventa normale quotidiano, il male è banale. Così si avvera il teorema di Dostoevksij per cui “se Dio non esiste, tutto è lecito”.
Viene alla mente quel che dice Saint-Savin, personaggio del romanzo L’isola del giorno prima di Umberto Eco, un ateo molto simpatico:

Ma non mi guardate come se non avessi sani princìpi e non fossi un fedele servitore del mio re. Un vero filosofo non chiede affatto di sovvertire l’ordine delle cose. Lo accetta. Chiede solo che gli si lascino coltivare i pensieri che consolano un animo forte. Per gli altri, fortuna che ci siano e papi e vescovi a trattener le folle dalla rivolta e dal delitto. L’ordine dello stato esige una uniformità della condotta, la religione è necessaria al popolo e il saggio deve sacrificare parte della sua indipendenza affinché la società si mantenga ferma. Quanto a me, credo di essere un uomo probo: sono fedele agli amici, non mento se non quando faccio una dichiarazione d’amore, amo il sapere e faccio, a quanto dicono, buoni versi.

 Su cosa si basano questi sani princìpi e quest’auto-definizione di probità, non è spiegato: presumibilmente la personale coscienza filosofica del personaggio e le convenzioni sociali, e su cosa esse sono fondate a propria volta, non si sa. Ma comunque Saint-Savin vive e pensa nel 1600, il suo ateismo è ancora del singolo e per il singolo, ed è controbilanciato da una ferrea morale individuale e dalla fedeltà al re. Cosa succede una volta venuta meno la prima e corrotta la seconda? La risposta a questa domanda è proprio quella data da Hannah Arendt e Dostoevskij.
Mi azzardo ad affermare storicamente, senza averne le competenze e dunque aperto a confutazioni documentate, che è proprio fino al ‘600 che non si ha notizia nella storia dell’umanità di una società complessa – il mito del buon selvaggio meriterebbe un discorso a parte – che abbia abbracciato l’ateismo collettivo e sia sopravvissuta nel lungo termine. È invece nel ‘700 (preceduto beninteso da una lunga gestazione sotterranea) che gli intellettuali cominciano a sognare in massa ed esplicitamente la scristianizzazione totale (la patina di teismo o deismo, la verniciatura di diritto naturale razionalista, si scrosta molto presto) ed è lì che comincia il cammino che porta al pensiero dominante contemporaneo: Dio non esiste, verità e giustizia sono scatole vuote da riempire volta per volta, tutto è lecito o liceizzabile a piacere, non c’è peccato né giudizio.
Su questi presupposti, quanto può durare?

 

Fine della premessa e torno a parlare di World War Z.
Si tratta di un libro epico, scritto da una massima autorità sull’argomento ovvero Max Brooks già autore del Manuale per sopravvivere agli zombie (da tenere nel comodino a portata di mano, metti caso serva). Io l’ho letto in inglese, perché in italiano non è ancora uscito, perciò le prossime citazioni sono mie traduzioni alla buona. Potreste averne già sentito parlare perché tra due mesi esce il film tratto dal libro, di cui è già in circolazione il trailer. Considerato che il protagonista è Brad Pitt e che gli zombie in questo periodo tirano, probabilmente incasserà. Peraltro la pubblicità a me ha fatto ribrezzo, perché sembra la solita storia azioneazionefuggisparaesplodibumbumbum: o il trailer è infedele rispetto al film, oppure il film col libro c’entra ben poco. D’altra parte, mi rendo conto che non era così facile trasporre la storia in film (una serie sarebbe stata un format più adatto, ma ormai questo c’abbiamo e ci accontentiamo, pazienza).
Perché WWZ non è una semplice storia di morti che risorgono e mangiano i vivi. Tecnicamente non è neppure un romanzo. È proprio un’altra cosa – molto migliore.
La particolarità di WWZ è che avviene un mondo in cui c’è già stata la guerra contro gli zombie, e l’umanità ha vinto, seppure a malapena. L’autore intradiegetico del libro è un giornalista che viaggia per il mondo e intervista persone di tutti i tipi, di ogni continente e ceto sociale, facendosi raccontare quello che hanno vissuto e le cose che hanno fatto. La differenza rispetto alla classica zombie story, alla George A. Romero oppure The Walking Dead per intenderci, è palese: lì il punto di vista è del singolo, qui è letteralmente globale. WWZ è estremamente realistico dal punto di vista geopolitico e considera una miriade di fattori che di solito nelle altre storie di zombie sono ignorati: la reazione di mass-media e politici di fronte alle voci di apocalisse (negare sempre, anche l’evidenza, finchè non è troppo tardi), le ragioni tecniche del fallimento delle normali tattiche militari di fronte a un nemico così radicalmente diverso (la battaglia di Yonkers), gli imprevedibili sconvolgimenti politici (Israele si chiude in quarantena e poi scoppia la guerra civile!).
Vorrei citare ogni intervista che mi ha entusiasmato, ma non posso. Sono troppe, praticamente tutte. È stato il libro più bello che abbia letto da un paio d’anni a questa parte (parliamo di un numero a tre cifre). Mi limito allora a quella che mi ha colpito di più, quella che mi ha fatto venire in mente, per motivi che saranno chiari alla fine, le considerazioni che ho riportato all’inizio di questo post.

Breckenridge “Breck” Scott, quel grandissimo stronzo.
Se v’interessa e capite l’inglese, l’intervista è riassunta sulla pagina di Zombiepedia, la wikipedia sugli zombie (sì, esiste davvero), dedicata al Phalanx.
Il Phalanx è un falso vaccino che Scott ha messo in circolazione sul mercato mondiale nella fase iniziale dell’epidemia, quando la gente non voleva credere che si trattasse davvero di zombie. Era meglio pensare che fosse una nuova forma di rabbia africana, più “scientifico”, più accettabile. Le alte sfere politiche, i poteri economici invece sì, sapevano che si trattava davvero di zombie, ma non volevano dirlo per non seminare il panico, perché il panico avrebbe distrutto ancora di più la fragile fiducia dei consumatori e avrebbe ripiombato il mondo in un’altra crisi finanziaria. E tutti quei grandi e blasonati giornali, i cui azionisti incidentalmente erano quegli stessi gruppi economici e politici che non volevano il panico, semplicemente guardavano da un’altra parte: a parlare di zombie erano solo le fonti non ufficiali su internet e social network, ovviamente facili da screditare.
Scott nella sua intervista ci tiene a puntualizzare che “tecnicamente” lui non ha imbrogliato nessuno, perché infatti il Phalanx previene davvero alcuni tipi di rabbia. Ha solo omesso di dire ai consumatori che il suo vaccino era inutile, perché non si trattava di rabbia ma di un’altra cosa, ma “tecnicamente” (lo dice ridendo) non ha mai mentito. Non solo, ma insiste sarcasticamente sulle conseguenze positive della sua truffa:
A causa del Phalanx, il settore biomedico ha cominciato a risalire, questo come conseguenza ha risollevato il mercato azionario, questo ha dato l’impressione di una ripresa, questo poi ha restaurato abbastanza fiducia nei consumatori per stimolare effettivamente la ripresa! Il Phalanx ha interrotto la recessione mondiale… IO ho interrotto la recessione mondiale!
Bravo.
Certo, poi sono morti tutti, ma che ti frega.

Disgraziatamente, il danno provocato dal Phalanx è stato amplificato da ­un altro fattore in gioco: i “quisling”, una delle migliori invenzioni di Max Brooks.
La parola deriva da Vidkun Quisling, politico norvegese che tradì il suo paese e collaborò con i nazisti, il cui nome è passato alla storia come sinonimo di traditore, come dire un giuda. Si tratta di una psicopatologia di massa che si è diffusa ad ampio raggio nella popolazione, anche se sfortunatamente è stata diagnosticata molto in ritardo, e consiste nel fatto che gli umani che ne sono colpiti si convincono di essere zombie. Agiscono come zombie, camminano come zombie, mordono come zombie, possono addirittura essere più pericolosi dei veri zombie. La spiegazione che è stata elaborata per questo fenomeno consiste in una specie di versione evoluta della Sindrome di Stoccolma:
c’è un tipo di gente che non accetta una  situazione lotta-o-muori. Sono attratti da ciò che temono. Invece di resistergli cercano di fare compromessi, compiacerlo, assomigliargli. Ci sono sempre stati collaborazionisti in tutte le guerre, pronti a saltare sul carro dei vincitori… Ma questo non poteva essere fatto in questa guerra, perché gli zombie sono diversi. Non puoi avvicinarti a uno zombie sventolando bandiera bianca e dicendo non uccidetemi, sono dalla vostra parte. Non c’è una zona grigia, nessun compromesso possibile. Ecco, alcune persone semplicemente non riuscivano ad accettare una situazione così drastica. Era troppo. Questo le ha fatte impazzire.
Ora, provate a immaginare la seguente situazione. Un uomo che si è vaccinato con l’inutile Phalanx viene morso da un quisling, quando ancora non si sa che esistono i quisling. Il quisling viene subito abbattuto, nessuno nota la differenza con un vero zombie. L’uomo che è stato morso sopravvive. Cosa devono pensare lui e quelli che gli stanno accanto? Che il Phalanx funziona, ovvio. Si sparge la voce che IL VACCINO FUNZIONA DAVVERO. Siamo al sicuro. Cerchiamo di non farci divorare, ma se si tratta di un solo morso, pazienza, siamo vaccinati.
Allora, situazione n. 2. Un uomo che ha assunto il Phalanx viene morso da uno zombie. È condannato ineluttabilmente a trasformarsi, ma non lo sa, anzi crede di essere salvo. Così quell’uomo torna da dove è venuto – base militare, cittadella fortificata, qualunque cosa – e dopo pochi giorni quel posto non esiste più perché è stato distrutto DALL’INTERNO.
Situazioni come questa succedono a centinaia. A migliaia.
Non è facile calcolare quante persone sono morte nella guerra contro gli zombie, ma siamo sicuramente nell’ordine dei miliardi di persone. Probabilmente metà del genere umano, diciamo grossomodo 3.000.000.000 di morti, ma probabilmente anche quattro o cinque. Un numero così grande da diventare astratto, privo di significato.

 Sarebbe esagerato dire che la responsabilità di tutti questi morti sia colpa di Breckenridge “Breck” Scott. Ci sono molte altre responsabilità, come abbiamo visto. Ma lui colpisce particolarmente per il modo con cui affronta la tragedia mondiale.
Ride.
Comprensibilmente, alla fine della guerra Scott è l’uomo più odiato del mondo. Ma non se ne cura. Non ha sofferto, lui. Con il suo falso vaccino ha fatto una quantità enorme di soldi, e al momento giusto ha tagliato la corda: si è rifugiato in Antartide, nella Base Vostok, il luogo più remoto della terra, dove gli zombie non possono arrivare (col freddo intenso l’acqua del loro corpo ghiaccia e sono immobilizzati) e dove vive come un pascià. Compra le cose che gli servono dal governo russo, che non si fa scrupoli ad accettare i suoi milioni di dollari sporchi di sangue (incidentalmente, la Russia è diventata una teocrazia). È qui che lo intervista l’autore di WWZ, e per tutta l’intervista Scott scherza, si sganascia dalle risate, si diverte alle spalle di quelli che sono morti. Non mostra il minimo rimorso. Sembra essere divertito dal concetto stesso di rimorso.
Non riesco a descrivere l’impressione di viscido che mi hanno fatto le sue parole. Dovete leggere per credere. Max Brooks è uno scrittore con gli attributi.
L’ultima domanda dell’intervista è

D. lei non assume nessuna personale responsabilità [per tutti questi morti]?

La risposta merita di essere considerata attentamente.

“R. Per cosa? per aver fatto un po’ di fottuti soldi?… beh, non proprio un po’ [ride]. Tutto quello che ho fatto era quello che si suppone voglia fare chiunque. Ho inseguito il mio sogno, mi sono preso il mio pezzo di torta. […] Non ho mai ferito direttamente nessuno, e se qualcuno è stato così stupido da farsi male da solo, boo-fuckin-hoo – [NdT credo che si possa approssimativamente tradurre con “e chi se ne fotte ha-ha”]
Certo… se c’è un inferno… [ride mentre parla] non voglio pensare a quanti di quei coglioni potrebbero stare ad aspettarmi. Spero solo che non vogliano un rimborso.”


L’esperimento

il  mondo perdonerà solo dei peccati che non ritiene siano davvero peccaminosi
Padre Brown
(cioè Gilbert Keith Chesterton)

Ok, proviamoci.
Cari relativisti.
Sì, dico a voi. Voi che leggete, che ogni tanto commentate, oppure che finora avete sempre lurkato. Voi che non credete a una morale oggettiva; che ritenete il bene e il male una questione di punti di vista, da decidere volta per volta; che considerate il dubbio uno stato finale di cui ritenersi all’incirca soddisfatti, piuttosto che un processo transitorio che serve a conseguire una maggiore certezza della verità; insomma quella roba là. Mi rivolgo proprio a voi.
Facciamo un esperimento.

PAVIA. Ha filmato la collega a sua insaputa, mentre faceva sesso con lei. E poi ha messo il video hard su internet. Una serata di scambio amoroso, di effusioni e di piacere che doveva restare confinata nell’intimità di una camera da letto e limitata alla complicità di due amanti e che invece è finita sui siti pornografici di mezzo mondo. […]
La telecamera, piazzata a pochi passi dal letto e di cui lei non sa niente, filma tutto: 19 minuti e 41 secondi di sesso. Gesti, carezze, parole. Frasi in cui vengono citati anche alcuni amici comuni e che vengono tradotte in inglese per le didascalie che accompagnano le scene. I due amanti hanno il viso in parte schermato, ma sono proprio le frasi a renderli riconoscibili. Sono gli amici della ragazza a trovare, per caso, il video navigando in rete. E sono loro ad avvisarla, dopo mesi ormai che il filmato è a disposizione di chiunque voglia vederlo. Basta un click.
La giovane è sgomenta. Preoccupata per la sua reputazione. Non accetta che la sua immagine, la sua personalità più intima, possa essere spiata e condivisa da altri, su siti pornografici. Chiede spiegazioni al suo collega e amante. Lui si scusa, spiega di averlo fatto senza la volontà di ferirla e promette di togliere il video da internet, ma ormai la frittata è fatta. Il filmato non può più essere cancellato.

(Fonte: La Provincia Pavese 13/07/2012, Maria Fiore)

Di episodi simili ne accadono tanti nel mondo, ma questo colpisce per due motivi.
Uno è il fatto che questi tizi si mettono a parlare dei loro amici. Mentre fanno sesso! L’abietto umanoide si era preso la briga di schermare parte del viso, ma non ha pensato a tagliare l’audio (forse non voleva rinunciare ai mugolii d’amore?). E ne parlano anche con un certo grado di dettaglio, si presume, visto che poi questi amici comuni si sono riconosciuti nell’oggetto della discussione! Immagino con quale sorpresa. La faccia della sventurata quando le hanno detto una cosa tipo “sai, l’altro giorno, mentre stavamo… ehm… abbiamo trovato un video dove c’era il tuo corpo nudo che faceva cose, ci siamo accorti che stavi parlando proprio di noi e quella eri proprio tu”, invece, non me la immagino proprio. Infatti sono venuto a conoscenza dell’episodio a seguito della segnalazione di un’abitante di Pavia, che commentava stupita l’ennesima bizzarria dei suoi concittadini (ché pare che in quel posto, di cose strane, ne succedano
un bel po’).
L’altra cosa che mi ha colpito è l’idiozia o la faccia di tolla (a seconda se gli attribuiamo o no un grado infinitesimo di buona fede) dell’essere putrescente di materia escrementizia il quale, richiesto di spiegazioni da parte di colei che aveva reso pornostar a sua insaputa, se ne è uscito dicendo “non volevo ferirti”. Ah, ecco. Pensa se avesse voluto ferirla, invece, cosa avrebbe potuto fare. E certo che non voleva…

Ma, un momento. E se avesse ragione lui?
Dai, sul serio. Se avesse davvero ragione.
Davvero.

Cari relativisti.
Se bazzicate questo blog, sapete che io sono nemico del relativismo [che non vuol dire nemico dei relativisti (almeno, non necessariamente)] e gli muovo critiche molto pesanti. Una di queste critiche è il fatto che, stringi stringi, il relativismo è una bolla di sapone. Una maschera, da indossare per sentirsi a posto con lo Zeitgeist postmoderno; un’autosuggestione, indotta da troppa teoria e poca pratica. Incoerente. Inapplicabile. Il relativista non crede all’esistenza della Verità, io invece non credo all’esistenza del relativista.
Scusandomi in anticipo per la volgarità, desidero citare quella locuzione d’incerta origine, molto rozza ma molto efficace, che si dà sotto la forma di “son tutti froci col culo degli altri” (accertate numerose varianti dialettali). Il modo di dire ha varie applicazioni, io vorrei proporne qui una di tipo epistemologico-assiologico: è facile fare grandi elegie del dubbio, quando le uniche certezze di cui dubitare sono quelle altrui; è facile negare l’oggettività del bene e del male, purché non venga qualcuno a mettere in discussione proprio quella cosa che, dai, è ovvio che è bene / che è male, no?
Insomma, quando leggo / ascolto relativisti di chiarissima fama che difendono concetti tipo “l’atteggiamento che suppone nel pre-giudizio dell’altro un gradiente di verità superiore al nostro” oppure “il diritto di ogni opinione ad avere pubblici difensori”, ho sempre l’impressione che stiano facendo i froci col culo degli altri. Che stiano parlando di pregiudizi e opinioni su cui in cuor loro non  hanno proprio nessun dubbio che sono bene. Che poi di solito gli argomenti sono sempre quelli, la morale sessuale, l’aborto, l’eutanasia, eccetera eccetera. Dove sono i relativisti pubblici difensori della galera per chi ammazza i consenzienti? Chi è che quel relativista che attribuisce alla necessaria eterosessualità del matrimonio un gradiente di verità superiore? Boh. Cerco e ricerco, ma non ne trovo. Che strano.
Ma questi sarebbero ancora discorsi astratti, che un bravo giocoliere verbale potrebbe piegare per dritto e per rovescio, senza perdere un colpo dialettico.
Parliamo di fatti concreti.

La giovane della notizia è vera. Esiste sul serio (spero che la Provincia Pavese non se la sia inventata per riempire la pagina). Corpo, sentimenti, rabbia, tutto reale. È successo effettivamente.
Cari relativisti, ditemi che dubitate che abbia ragione lei. Che non sta scritto da nessuna parte, oggettivamente, che il tizio abbia compiuto un’azione cattiva; si potrebbe anche decidere che aveva tutto il diritto di mettere su internet il video, tiè, che ganzo che sono, mondo guarda che performance. Non voleva ferirla; pensava che non ci fosse nulla di sbagliato. Embè? Perché lui si è dovuto adeguare al gradiente di verità di lei e non viceversa? La sua opinione che il porno segretamente sparato sul world wide web fosse ok, non dovrebbe avere un pubblico difensore? Se si può discutere di tutto, vogliamo discutere di questo?

Cari relativisti, ditemi che il bene e il male di per sè non esistono; che dubitate che esistano.
Ditemelo.
L’esperimento è partito.


Il negoziatore

Ovvero, del come dalla pluralità relativistica di morali soggettive emerge l’etica quale sistema intersoggettivo costruito in modo coerente assecondando le esigenze dei singoli e appianando le loro divergenze per mezzo di accordi e negoziazioni.

 C’erano una volta un leone, una pecora, una capra e una giovenca che andarono a caccia assieme. Catturarono un cervo.
La pecora disse: come ce lo dividiamo?
La capra disse: secondo giustizia.
La giovenca disse: che cosa è la giustizia?
Il leone tacque.
La pecora disse: secondo me, giustizia è dare a ciascuno allo stesso modo. Dividiamo il cervo in 4 parti uguali.
La capra disse: secondo me, giustizia è dare a ciascuno ciò di cui ha bisogno. Dividiamo il cervo in 4 parti proporzionali alle nostre rispettive necessità nutrizionali.
La giovenca disse: secondo me, giustizia è dare a ciascuno ciò che merita. Dividiamo il cervo in 4 parti proporzionali all’apporto causale che ciascuno di noi ha dato alla cattura della preda.
Il leone tacque.
La pecora, la capra e la giovenca discussero a lungo, citando Aristotele, Kant, Adam Smith e Karl Marx.
Alla fine guardarono il leone e gli chiesero: ma parla, dicci, secondo te, cos’è la giustizia?
Il leone si alzò, ruggì e disse: ebbene, secondo la mia personale opinione, giustizia è dividere il cervo in 4 parti e darle tutte quante al più forte, cioè a me, perché altrimenti vi ammazzo.
La pecora, la capra e la giovenca tacquero, si guardarono, confabularono un attimo e poi dissero: siamo d’accordo.


Memento

IL SOLIPSISMO SECONDO WITTGENSTEIN
E IL REALISMO SECONDO MEMENTO


La lettura del libro di/su David Foster Wallace (Fate, Time and Language – an essay oh Free Will) sta andando molto a rilento, sia perché usa un inglese filosoficamente hardcore che mette a dura prova il mio upper intermediate, sia perché offre spunti di riflessione talmente interessanti che ogni poche pagine devo fermarmi per ruminare quanto assorbito. Già solo nell’introduzione di James Ryerson ho trovato materiale per almeno due post, di cui uno è questo.
L’introduzione (se v’interessa la trovate qui) comincia riassumendo il contenuto del libro, poi abbozza una biografia di DFW da giovane, poi parla del suo primo libro La scopa del sistema, poi parla di un argomento ivi emergente ovvero Ludwig Wittgenstein e il solipsismo. E a tal proposito:

For Wallace, the most disquieting feature of the Tractatus was its treatment of solipsism. Toward the end of the book, Wittgenstein concludes, “The limits of my language mean the limits of my world.” This is a natural corollary of the picture theory of meaning: Given that there is a strict one-to-one mapping between states of affairs in the world and the structure of sentences, what I cannot speak of (that is, what I cannot meaningfully speak of) is not a fact of my world. But where am “I” situated in this world? By “I,” I don’t mean the physical person whom I can make factual reports about. I mean the metaphysical subject, the Cartesian “I,” the knowing consciousness that stands in opposition with the external world. “Where in the world,” Wittgenstein writes, “is a metaphysical subject to be found?”
On the one hand, the answer is nowhere. Wittgenstein can’t make any sense of the philosophical self—any talk of it is, strictly speaking, nonsense. On the other hand, Wittgenstein can get some purchase on this question. He draws an analogy between the “I” (and the external world) and the eye (and the visual field): Though I cannot see my own eye in my visual field, the very existence of the visual field is nothing other than the working of my eye; likewise, though the philosophical self cannot be located in the world, the very experience of the world is nothing other than what it is to be an “I”. Nothing can be said about the self in Wittgenstein’s philosophy, but the self is made manifest insofar as “the world is my world”—or, as Wittgenstein more strikingly phrases it, “I am my world.” This, he declares, is “how much truth there is in solipsism.”

Ovvero (mia traduzione alla meno peggio; ho messo in rosso alcuni punti dove gradirei suggerimenti / correzioni):

Per Wallace, la caratteristica più inquietante del Tractatus era il suo trattamento del solipsismo. Verso la fine del libro, Wittgenstein conclude “I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo”. Questo è un naturale corollario della teoria raffigurativa del linguaggio: dato un rigoroso rapporto uno-a-uno tra le circostanze del mondo e la struttura delle frasi, ciò di cui non posso parlare (ovvero, ciò di cui non posso significativamente parlare) non è un fatto del mio mondo. Ma dov’è che “io” sono situato nel mondo? Per “io”, non intendo la persona fisica di cui posso concretamente parlare. Intendo il soggetto metafisico, l’Io cartesiano, la coscienza conoscente che sta in opposizione al mondo esterno. “Dov’è nel mondo”, scrive Wittgenstein, “che può essere trovato un soggetto metafisico?”
Da un lato, la risposta è da nessuna parte. Per Wittgenstein un sé filosofico non ha alcun senso; ogni discorso su di esso è , strettamente parlando, insensato. D’altra parte, Wittgenstein può trovare qualche appiglio su questo interrogativo, tracciando un’analogia tra la relazione “io” / mondo esterno e la relazione occhio / campo visivo: sebbene io non possa vedere il mio proprio occhio nel mio campo visivo, l’esistenza stessa del campo visivo non è altro che il prodotto del mio occhio; allo stesso modo, sebbene il sé filosofico non possa essere localizzato nel mondo, l’esperienza stessa del mondo non è altro che ciò che significa essere un “io”. Niente può essere detto circa il sé nella filosofia di Wittgenstein, eppure il sé si manifesta in quanto “il mondo è il mio mondo”, ovvero, come si esprime più marcatamente Wittgenstein, “io sono il mio mondo”. Questo, a suo dire, è “quanto c’è di vero nel solipsismo”.

Ah, il solipsismo.
Ora, devo confessare che io Wittgenstein non me lo ricordo granché bene, però a me non pare che fosse precisamente un solipsista – infatti se ci fate caso sopra non si dice l’esistenza ma l’esperienza del mondo, e le due cose coincidono solo per un solipsista – casomai da tutta l’introduzione evinco semmai l’impressione che sia James Ryerson a essere proprio lui solipsista, ma potrei sbagliare, comunque: il solipsismo.
Puah.
Se seguite questo blog, forse vi siete accorti che io tengo in forte disistima il solipsismo e in genere tutte le forme di idealismo. Buttiamo giù un po’ di nozionismo filosofico for dummies e diciamo rozzamente che ci sono grossomodo due tipi di ontologie (= “che cos’è l’essere? parliamone!”), il realismo e l’idealismo. Mentre per il realismo la realtà oggettiva è indipendente dal pensiero con cui il soggetto conoscente se la immagina / ricostruisce / rappresenta nella propria testa, per l’idealismo la realtà in un certo qual modo dipende dall’idea pensata dall’Io che la rappresenta / la traduce / la crea.
Sennonché, chi diamine è quest’Io? Sono io, sei tu, siamo tutti quanti? Fondamentalmente l’idealismo può essere individuale o collettivo. Il solipsismo è la forma estrema dell’idealismo individuale: ogni individuo, tutto da solo (= solus ipse), crea la realtà che lo circonda, perciò ci sono tante realtà quanti sono gli individui (perciò facilmente il solipsismo coincide con la versione diffusa del relativismo). L’estremo opposto è la filosofia hegeliana, ovvero la realtà è unica ma non perché sia oggettiva, bensì perché è il prodotto di un Io Assoluto rispetto al quale il nostro piccolo io individuale è soltanto una cellula (si ricorda che Hegel è la radice dei vari nazifasciocomunismi, perché la traduzione politica dell’Io Assoluto è precisamente lo Stato totalitario).
Bene, detto questo, professo la mia fede ontologica: io sono un realista. Le cose sono come sono e non come le percepiamo: l’esistenza del mondo non si riduce alla nostra esperienza di esso. Un gatto in una scatola è vivo o è morto, anche se nessuno apre la scatola per controllare. In sostanza, anche se l’analogia io / mondo esterno = occhio / campo visivo è affascinante, il fatto è che il mondo continua a esistere anche quando chiudo gli occhi.

§§§

Ed ecco che, dopo aver scritto l’ultima frase, mi sono ricordato di Memento.
Per chi se lo fosse perso, Memento ( = “ricordati” in latino) è il film che nel 2000 ha reso noto il regista Christopher Nolan. Come anche altri film di Nolan (principalmente Inception, ma da una particolare angolatura anche The Prestige), è basato sulla relazione-opposizione tra la realtà e la percezione, in questo caso quella particolare forma di percezione del passato che è la memoria. Memento, anche se la cosa può passare inosservata di fronte agli altri suoi numerosi meriti, è un film filosofico.
Di più: Memento è un film ontologicamente realista.
Evitando spoiler indesiderati sulla “fine” perché sarebbero un atto abominevole, diciamo solo che tutto si basa sulla contrapposizione tra la complessità labirintica del mondo esterno e la difettosità della ricostruzione soggettiva che ne fa il protagonista, Leonard, il quale perde la memoria a breve termine quando un paio di balordi fanno irruzione notturna in casa sua; Leonard ne uccide uno ma l’altro lo stordisce danneggiandogli il cervello, uccide sua moglie e poi scompare. Tutto ciò che gli succede dopo l’incidente è come scritto sulla sabbia nella sua memoria, che cancella ogni esperienza pochi minuti dopo averla vissuta (questa sindrome pare esista sul serio: ne parla Oliver Sacks in L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello). Ciononostante Leonard insegue il suo desiderio di vendetta e dà la caccia con scopi omicidi all’assassino, l’inafferrabile “John G”, e per superare il suo handicap usa se stesso come post-it vivente tatuandosi sul corpo gli indizi che man mano raccoglie e conservando fotografie commentate di cose e persone, aiutato e/o intralciato nella sua ricerca da estranei, come l’enigmatico Teddy, che agiscono per i più vari motivi.
La particolarità che ha reso famoso il film è di essere girato al contrario, ovvero comincia dalla fine e termina con l’inizio. Più precisamente: se etichettiamo gli eventi della storia in ordine cronologico da A fino a Z, c’è una linea temporale girata a colori che parte da Z e arriva ad M e c’è una linea temporale girata in b/n che parte da A e arriva ad L, e le due linee si alternano sicché il film segue l’ordine

Z A V B U C T D S E R F Q G P H O I N L M

Non vi preoccupate se vi gira la testa, è normale, se poi lo vedete si capisce meglio. La parte in b/n è una serie di brevi flashback dove Leonard parla al telefono e spiega la sua condizione; la parte a colori è la sua “indagine”, la cui struttura a blocchi regressivi mette noi spettatori nella stessa condizione del protagonista, perché ci troviamo scaraventati nel flusso degli eventi senza conoscerne le cause: il che è molto comico, come nella scena della doccia “non mi sento ubriaco…”, oppure è molto drammatico, come quando all’inizio del film – “Z”, cronologicamente la fine – Leonard uccide Teddy, convinto che sia lui John G. Se abbia ragione o no, per capirlo bisognerà arrivare alla conclusione del film – “M” – dopo averlo visto andare avanti tra innumerevoli peripezie seguendo “ordine e metodo” che gli permettono di sopperire alle sue deficienze gnoseologiche.
Bene, perché dico che Memento è un film ontologicamente realista? Innanzitutto perché è lo stesso protagonista a prendere questa posizione. Posto di fronte ai limiti della sua coscienza conoscente, realizza quanto è assurdo porre il proprio Io come pietra angolare del mondo in cui vive. La percezione non è tutto, la memoria non è totalmente affidabile per nessuno: “i ricordi possono essere distorti, sono una nostra interpretazione, non sono la realtà, sono irrilevanti rispetto ai fatti”. A chi gli chiede che senso ha prendere l’assassino di sua moglie, perché “anche se ci riesci, poi non te lo ricorderai, non saprai mai che è successo”,  Leonard replica “mia moglie merita vendetta, che io lo sappia o no è indifferente. Il fatto che io ricordi o meno le cose non toglie nulla al senso delle mie azioni: il mondo continua ad esserci anche se chiudo gli occhi”, e ribadisce la sua ontologia realista nel monologo finale, quando lanciato a gran velocità al volante della sua macchina chiude gli occhi (!) e, mentre immagina un paradisiaco lieto fine in cui ha vendicato sua moglie (“I’VE DONE IT” scritto sul cuore) e lei è con lui, pensa:

Devo credere in un mondo fuori dalla mia mente. Devo convincermi che le mie azioni hanno ancora un senso, anche se non riesco a ricordarle. Devo convincermi che quando chiudo gli occhi, il mondo continua ad esserci. Allora, sono convinto o no che il mondo continua ad esserci? C’è ancora? (riapre gli occhi alla realtà) Sì. Tutti abbiamo bisogno di ricordi che ci rammentino chi siamo. Io non sono diverso. (dimentica quello che gli è successo poco fa) Allora, a che punto ero?

Ma naturalmente la filosofia di vita del protagonista, in generale e particolarmente in questo caso, non può essere automaticamente identificata con la filosofia di fondo del film. Memento è realista non solo e neanche tanto perché Leonard è realista, ma perché la storia mostra la contrapposizione tra l’Io del protagonista e quello che è il grande rimosso del solipsismo: l’Altro, anzi gli altri. Perché la verità è che Leonard, nonostante il suo sistema di ordine e metodo, è terribilmente indifeso di fronte alle complessità della vita e praticamente chiunque si può approfittare di lui. Il gestore del motel dove alloggia gli fa pagare due stanze, la misteriosa Natalie “chiede” il suo aiuto per liberarsi di uno scomodo creditore, e c’è di peggio: a un certo punto Leonard ha dei sospetti ed esclama “c’è qualche stronzo che vuole farmi uccidere la persona sbagliata!”, ma naturalmente se ne dimentica. E poi c’è Teddy, il misterioso comprimario che conosce molto bene Leonard (ma come?) e lo aiuta a tirarsi fuori da un paio di guai (ma perché?), e in cambio ha ricevuto / riceverà in “Z” una pallottola in testa in quanto identificato come John G (è vero?). Il rapporto tra Leonard e Teddy è chiarito soltanto alla fine del film ovvero all’inizio dell’indagine, in “M”, in un confronto che non è esagerato definire epistemologico (segue spoiler-spiegazione, evidenziate se volete leggere a vostro rischio e pericolo): §→ Teddy, ovvero John Edward Gammell, è il poliziotto che si era occupato dell’irruzione in casa di Leonard. Da quello che dice Teddy emergono diverse ipotetiche verità dei fatti:

•    che Leonard ha già trovato e ucciso il vero John G ma non se lo ricorda;

•    che non c’è nessun John G perché quella notte c’era solo un balordo, quello che aveva già ucciso sua moglie prima di essere ucciso da Leonard che poi ha battuto la testa scivolando in bagno;

•    che sua moglie in realtà era sopravvissuta all’aggressione ed è lui stesso ad averla uccisa per sbaglio, con una serie di ripetute iniezioni di insulina, e poi ha trasferito il ricordo troppo doloroso nella storia immaginaria di “Sammy Jankis” (un precedente caso di perdita di memoria a breve che Leonard racconta nei flashback in b/n), mentre ha alienato il senso di colpa sull’irreale John G a cui dare la caccia.

Tutte queste ipotesi sono possibili e nessuna è certa, fatto sta che da allora Teddy sfrutta Leonard mettendolo su una pista dopo l’altra onde fargli uccidere gente per i propri fini personali. Infatti in “L”, l’ultimo pezzo in b/n, vediamo Leonard strangolare Jimmy Grantz, il fidanzato di Natalie e l’ultimo dei John G designati (uno dei tatuaggi dice che il nome John poteva anche essere James), mandatogli da Teddy che compare a omicidio compiuto per rubare i soldi del morto. Ma Leonard ha capito da un particolare che Jimmy non è il “vero” John G e affronta Teddy, il quale gli dice cose contraddittorie da cui si ricavano le ipotesi qui sopra e soprattutto gli propone una visione decisamente relativista della vita: quando Leonard dice che Jimmy “non era l’uomo giusto”, l’altro risponde “lo era per te… tu non vuoi sapere la verità, tu crei la tua verità… tu vivi in un sogno”. Teddy non nasconde di ricavare un utile dalla caccia ai John G, ma al tempo stesso afferma di farlo per il bene di Leonard, perché fabbricandogli queste verità fittizie gli dà uno scopo di vita. Da spettatori possiamo pensare che ci sia un po’ di sincerità almeno in questa pretesa di buona fede… oppure possiamo pensare che in sostanza Teddy sta incoraggiando in Leonard una visione solipsista perché sa che questo è il miglior modo per sfruttarlo, perché tanto più intensamente crediamo che il nostro io sia il centro del nostro mondo, quanto più facilmente possiamo diventare burattini mossi da qualcun altro.

La nemesi per Teddy è che lui stesso è anagraficamente un altro John G; Leonard, per porre fine a questa catena di cacce all’uomo in cui il suo manipolatore lo ha intrappolato, gli rivolge contro il suo stesso meccanismo relativistico di creazione della verità. Sapendo che dimenticherà inevitabilmente l’epifania che ha appena avuto, segna come indizio da tatuarsi il numero di targa di Teddy, prevedendo che prima o poi “scoprirà” che John Edward Gammell è John G e lo ucciderà, come infatti è accaduto / accadrà in “Z”. ←§ Dopodiché si lancia nella corsa al volante a occhi chiusi e fa il monologo già descritto sopra, e dimentica l’esperienza precedente, e il film finisce.

Ed ecco allora perché l’assioma di (Ryerson che spiega) Wittgenstein per cui «l’esperienza stessa del mondo non è altro che ciò che significa essere un “io”» è falso: non è solo e neanche tanto l’esistenza del mondo ad essere indipendente dal nostro io (questo richiederebbe in un certo senso un atto di fede: Christopher Nolan ha affrontato anche questo problema ontologico in Inception – prima o poi ci farò un post…); è che proprio l’esperienza del mondo, il nostro continuo accumulare percezioni e ricordi di ciò che ci accade, non può essere ridotta al nostro io perché dipende sempre in qualche modo anche (e forse soprattutto) dagli altri. Può essere un bene o un male, ma così è. Gli altri sono a volte un paradiso e a volte un inferno, ma inevitabilmente sono, ci sono: agiscono, ci aiutano, ci intralciano, ci amano, ci odiano, ci salvano, ci uccidono, e tante altre cose.
Io non sono il mio mondo, io non potrò mai essere il mio mondo, perché nel mondo e anche nel “mio” mondo (la piccola parte di mondo che vivo) ci sono anche gli altri io. Oltre il mio ego ci sono gli altri, anche se questo non a tutti fa piacere. Il solipsismo è fondamentalmente un’auto-gratificazione per egocentrici: nessuno è il proprio mondo, tutti siamo un po’ il mondo di qualcun altro e viceversa.
Nessun uomo è un’isola, nessun io è un mondo a sè.

Ricordatevelo.


Epimenide 2011

Bambini.

#1:       Mio papà mi ha detto che non devo giudicare gli altri.
#2:       Perché?
#1:       Perché è da arroganti pensare di essere superiori agli altri.
#2:       Perché?
#1:       Perché è una cosa cattiva.
#2:       Perché?
#1:       Perché è pericoloso pensare di possedere la verità.
#2:       …
#1:       …
#2:       Che cosa significa possedere la verità?
#1:       … Non lo so.
#2:       Significa che uno ruba la verità e se la possiede tutta per sé e non ne dà neppure un po’ agli altri?
#1:       Ehm. Sì. Sì, significa proprio quello.
#2:       Ah.
#1:       Comunque chi giudica gli altri è cattivo. Io voglio essere buono, così non giudico nessuno.
#2:       Io…
#1:       …
#2:       Io, ecco… qualche volta giud…
#1:       AH AH! Allora sei cattivo! Cattivo! Gne gne gne!


Elogio del dubbio

ELOGIO DEL DUBBIO

 
Sorpresi, eh?
 
In un post precedente ho trascritto una storiella didascalica raccontata dallo scrittore David Foster Wallace durante un discorso di fronte a dei neo-laureati. Devo purtroppo constatare che nei commenti successivi il significato della storia è stato quasi completamente ignorato o frainteso.
Vediamo cosa diceva Wallace nel suo discorso:
 
È facile analizzare questa storiella secondo i criteri classici delle scienze umanistiche: la stessa identica esperienza può significare due cose completamente diverse per due persone diverse che abbiano due diverse impostazioni ideologiche e due diversi modi di attribuire un significato all’esperienza. Siccome diamo grande valore alla tolleranza e alla diversità ideologica, la nostra analisi di stampo umanistico non ci consente nel modo più assoluto di dire che l’interpretazione dell’uno è vera e quella dell’altro è falsa o disdicevole. Il che va benissimo, solo che così facendo trascuriamo puntualmente l’origine di tali impostazioni e credenze individuali, la loro origine, cioè, all’interno di quei due tizi. Quasi che l’orientamento di fondo di una persona rispetto al mondo e al significato della sua esperienza fosse cablato in automatico, come l’altezza o il numero di scarpa, o assorbito dalla cultura come la lingua. Quasi che il nostro modo di attribuire un significato non fosse questione di scelta personale e deliberata, di decisione consapevole.

Messa così, potrebbe sembrare una specie di elegia del relativismo: c’è chi la pensa in un modo, c’è chi la pensa in un altro, stop. Ma vediamo come continua.
 
C’è poi la questione dell’arroganza. Il non credente liquida con estrema petulanza e sicumera l’eventualità che gli eschimesi avessero qualcosa a che fare con la preghiera di aiuto. D’altro canto i credenti che mostrano un’arrogante sicurezza nelle loro interpretazioni non si contano nemmeno. E forse sono anche peggio degli atei, almeno per la maggior parte di noi qui riuniti, ma il fatto è che il problema dei dogmatici religiosi è identico a quello dell’ateo della storiella: arroganza, convinzione cieca, una ristrettezza di idee che si traduce in una prigionia completa al punto che il prigioniero non sa nemmeno di essere sotto chiave. Il punto secondo me è che il mantra delle scienze umanistiche – «insegnami a pensare» – in parte dovrebbe significare proprio questo: essere appena un po’ meno arrogante, avere un minimo di «consapevolezza critica» riguardo a me stesso e alle mie certezze… perché un’enorme percentuale delle cose di cui tendo a essere automaticamente certo risultano, a ben vedere, del tutto erronee e illusorie. Io l’ho imparato a mie spese e altrettanto, ho il sospetto, toccherà a voi.
 
Questo cambia decisamente la prospettiva.
Il problema dell’ateo della storia è molto semplice: non sa o non vuole dubitare. Di fronte a quella che potrebbe essere o non essere una coincidenza, non si interroga minimamente, non mette in discussione le sue certezze (anche se forse lui le chiama “opinioni”, fa più modesto), non si chiede se la verità sia da qualche altra parte, insomma non ha il minimo dubbio. Lui sa già che Dio non esiste e che “tutta quella roba” non è vera; la sua preghiera disperata viene archiviata come un momento di debolezza, il giusto ordine del mondo (Io Ateo Intelligente. Tu Credente Cretino) viene ripristinato, e basta. Tutto torna come prima.
Se avesse dubitato. Se avesse preso davvero in considerazione quell’altro punto di vista, la possibilità che ci fosse Qualcuno che lo ha ascoltato. Se.
 
Che cosa sarebbero gli uomini senza la capacità di dubitare, di questionare le loro certezze pregresse, di cambiare idea? Sarebbero incatenati per sempre alla stessa visione del mondo, a prescindere dal suo essere vera o falsa. Un automatismo inamovibile, ineluttabile come la lingua d’origine che abbiamo imparato da bambini o i tratti genetici che abbiamo ereditato dai nostri avi. Una prigione invisibile, indistruttibile, inescapable. Non ci sarebbero conversioni, non ci sarebbero missionari, la Chiesa non sarebbe mai esistita. Sarebbe un mondo terribile. In un mondo così io non sarei mai diventato, da anticlericale che ero, cattolico. Brrrr.
Mi rendo conto che può suonare bizzarro, ma leggendo i Vangeli mi pare di trovare vari esempi positivi di dubbio, di gente che mette in discussione il vecchio modo di pensare per interrogarsi sulla persona e sulle parole di Gesù:
 
«Chi è mai costui, che perfino i venti e il mare gli obbediscono?»
«Maestro, che cosa devo fare di buono per avere la vita eterna?».
«Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne avremo?»
Mentre egli entrava in Gerusalemme, tutta la città fu presa da agitazione e diceva: «Chi è costui?».
Quello si alzò e subito presa la sua barella, sotto gli occhi di tutti se ne andò, e tutti si meravigliarono e lodavano Dio, dicendo: «Non abbiamo mai visto nulla di simile!»
Gli replicò Nicodèmo: «Come può accadere questo?».
«Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?»
«Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai?
«Come mai costui conosce le Scritture, senza avere studiato?»
«Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?»
 
Dubitare. Dubitare. Dubitare.
Ma che cos’è davvero il dubbio?
Oggi siamo circondati da filosofi alla moda che si riempiono la bocca sull’importanza del dubbio, anzi del Dubbio. Il dubbio è bene, perciò dobbiamo dubitare di tutto. Bisogna mettere tutto in discussione, sempre. Le certezze assolute uccidono, solo il relativismo salva la democrazia.
Che montagna di stronzate. Che clamoroso inganno. Che trucco fantastico per non capire e non far capire proprio un cazzo di niente sul mondo e sulla vita.
Il dubbio non serve a dubitare e basta: serve a passare da una presunta verità ad una verità effettiva. Il dubbio è un mezzo, non è un fine; è un processo, non è uno stato; è un viaggio, non è una destinazione. Il dubbio è il bulldozer che spiana le macerie di un vecchio palazzo, affinché si possano costruire solide fondamenta per quello nuovo. Il dubbio è la vanga che smuove le zolle di terra di un campo incrostato di false certezze, affinché il seminatore possa piantare nel profondo il seme che porta molto frutto. Il dubbio è l’anticorpo che cura la malattia, affinché il malato possa guarire e stare bene senza più medicine.
Quando sento il relativista medio vantarsi di non avere certezze ma solo dubbi, e vedo la gente intorno annuire con ammirazione (è così modesto…), mi sembra di sentire qualcuno vantarsi di essere perennemente malato e farmacodipendente; vedo un homeless orgoglioso di viaggiare sempre e non arrivare mai; sbriciolare la roccia per abitare torri di sabbia, zappare il pomeriggio per sradicare ciò che si è seminato la mattina, eccetera eccetera. Le metafore non sono abbastanza per esprimere l’assurdo e  la ridicolaggine del dubbio eretto a sistema totale.
Se il dubbio è il contrario dell’arroganza, allora il vero dubbio è umile. Non si bulla della propria grandezza e non erige statue a sé stesso. A volte non bussa prima di entrare, ma saluta sempre tutti prima di uscire. Fa quello che deve fare e quando ha finito si fa da parte e guarda soddisfatto il risultato. Il dubbio è l’apripista di sua sorella maggiore, che è la verità.
Avercene più spesso, dubbi così.
 
 
Dio mio, ti ringrazio perché mi hai fatto capace di dubitare. Quando ero lontano da te e non ti conoscevo, ero intrappolato nelle certezze sbagliate di un edificio intellettuale in rovina. Dei dubbi me ne hanno fatto vedere le crepe, dei dubbi mi hanno indicato la via di fuga, dei dubbi mi hanno condotto fino a te. Ho dubitato, ho dubitato, ho dubitato, e alla fine ho trovato la verità indubbia: ho trovato te, e in te ho trovato anche me stesso.