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Le meraviglie del possibile

E tu, Melkor,
t’avvederai che nessun tema può essere eseguito,
che non abbia la sua più remota fonte in me,
e che nessuno può alterare la musica a mio dispetto.
Poiché colui che vi si provi non farà che comprovare
di essere mio strumento nell’immaginare
cose più meravigliose di quante egli abbia potuto immaginare.

Che cos’è la creatività?
Tutte le cose che ho scritto, le storie che ho narrato, le idee che ho pensato, da dove venivano? Le ho tirate fuori da dentro di me? O da fuori di me?
Come nascono le grandi scoperte scientifiche, le invenzioni tecnologiche, le – per citare il titolo di una famosa antologia di fantascienza – “meraviglie del possibile”?

Avevo già parlato del concetto, caro a Tolkien, di sub-creazione. Mentre Dio è il vero e unico creatore, poiché fa esistere ex nihilo tutte le cose, la creatura intelligente può sub-creare: lavorare sul preesistente, svilupparne le potenzialità, portarlo a un più alto grado di perfezione.
Così nel Silmarillion gli Ainur, le gerarchie angeliche, sviluppano il tema musicale proposto loro da Eru Ilùvatar; e successivamente si trasferiscono dal piano metafisico a quello fisico, entrando stabilmente nell’universo e diventando Valar, potenze simili alle divinità pagane. Come spiega JRRT nel suo epistolario, dall’atto divino del “Creare” va distinto il “Fare”, forma di sub-creazione con cui i Valar plasmano la materia e costruiscono il mondo in accordo al progetto divino.
Successivamente nella Terra di Mezzo appariranno gli elfi, e con essi un’altra forma di sub-creazione: la capacità di lavorare la materia per farne cose belle ed utili, l’arte e la tecnica, che al loro livello più alto si identificano (e infatti in origine sono la stessa cosa: la separazione semantica delle due parole avviene in epoca moderna, nel linguaggio medievale tecnica si dice proprio “arte”).

Oggigiorno è stata abbandonata questa concezione dell’artista e dell’inventore come collaboratori di Dio e continuatori della creazione. L’arte si è smarrita nel disordine post-moderno e ha rinunciato a cercare un significato oggettivo di bellezza universale, mentre la tecnologia è degradata a strumento di “dissonanza” da nuovi Melkor che vogliono riscrivere la natura. Tolto il Creatore di mezzo, sorgono tanti piccoli creatori o pretesi tali, dagli esiti faustiani e imprevedibili.
Eppure, ancora oggi, non tutto è stato perduto.
Prendete Steve Jobs, per esempio.

Nel post precedente ho commentato il libro Nella testa di Steve Jobs che descrive il modus operandi dell’inventore del Mac, fondatore della Apple, “stay hungry stay foolish”, insomma uno dei più prolifici creativi di fine secolo.
Per dire, Jobs lavorava così:

Sono molte le aziende cui piace dichiarare di essere orientate al cliente. Si rivolgono agli utenti e chiedono loro che cosa vorrebbero. Questa cosiddetta «innovazione orientata al cliente» si basa su feedback e gruppi di discussione. Ma Steve Jobs non ne vuol sapere di laboriose ricerche condotte su gruppi di utenti chiusi in una sala conferenze. È lui stesso a provare le nuove tecnologie e ad annotare le proprie reazioni, che poi invia ai suoi ingegneri come feedback. Se qualcosa è troppo complicato da usare, dà istruzioni perché sia semplificato. Tutto ciò che è superfluo o disorientante deve essere eliminato. Se funziona per lui, allora funziona per i clienti […]
Nell’arte come nella tecnologia, la creatività ha a che fare con l’espressione individuale. Steve Jobs non si serve dei gruppi di discussione, proprio come un’artista non ci si affiderebbe per dipingere un quadro. Non può innovare chiedendo a un campione di utenti che cosa vorrebbe: la gente non sa quello che vuole. Come ebbe a dire una volta Henry Ford, «se avessi chiesto ai miei clienti che cosa volevano, mi avrebbero risposto: ‘Un cavallo più veloce’» […]
Guy Kawasaki, il primo “Mac-evangelista” della Apple, mi ha detto esagerando soltanto un po’ che il budget stanziato dall’azienda per gruppi di discussione e ricerche di mercato si può rappresentare con un numero negativo: «La ricerca di mercato secondo Steve Jobs è il suo emisfero destro che parla al sinistro».

 Ora, quando ho letto questi brani, la prima cosa che ho pensato è stata: vedi un po’ Jobs, che io ipertrofico, decide lui per tutti.
Successivamente, però, ho realizzato che ero stato troppo affrettato nel mio giudizio. Questo modo di fare derivava non tanto o non solo dall’egocentrismo del manager, ma da altre considerazioni più basilari.
Nel libro si racconta di quando Jobs andò a trovare uno dei suoi miti personali: Edwin Land, l’inventore della Polaroid. Jobs stimava immensamente Land; quando la rivista Time gli aveva chiesto la differenza tra arte e tecnologia, lui aveva citato la sua frase «voglio che la Polaroid si ponga nel punto d’incontro tra arte e scienza» per sostenere il concetto (molto medievale, in un certo senso; molto, per dirla alla Tokien, “elfico”) che non c’è nessuna sostanziale differenza tra le due cose. Quando Land fu costretto alle dimissioni dal consiglio d’amministrazione della Polaroid a seguito di un insuccesso commerciale («il Polavision, una tecnica di sviluppo istantaneo delle riprese video che dovette soccombere di fronte alle più pratiche videocassette e che nel 1979 fu all’origine di una perdita di 70 milioni di dollari»), Jobs si era arrabbiato tantissimo: «Tutto quello che ha fatto è stato mandare in fumo qualche schifoso milione di dollari e loro lo hanno estromesso dalla sua società» (anche Jobs anni dopo fu allontanato dalla Apple).
Subito dopo la cacciata di Land, Jobs andò a trovarlo nel suo laboratorio. John Sculley, il suo vice che lo accompagnava, testimonia che

Fu un pomeriggio appassionante. Stavamo seduti in questa grande sala conferenze con un tavolo vuoto. Loro due continuavano a fissare il centro del tavolo, mentre parlavano. Il dottor Land disse: ‘Riuscivo a vedere come la Polaroid avrebbe dovuto essere, proprio come se l’avessi avuta davanti agli occhi ancor prima di costruirne una’. E Steve: ‘Sì, proprio come io vedevo il Macintosh. Se avessi chiesto a qualcuno come avrebbe dovuto essere, non avrebbe saputo dirmelo. Un’indagine tra i consumatori non era semplicemente possibile. Ho dovuto pensarci io, farlo e poi mostrarlo alla gente’.
Entrambi possedevano questa capacità di, come dire… non di inventare un prodotto, ma di scoprirlo. Entrambi sostenevano che quei prodotti erano sempre esistiti, soltanto che nessuno era mai stato in grado di vederli prima di loro. La Polaroid e il Macintosh erano sempre esistiti, si trattava soltanto di scoprirli.

 Lo stesso Steve Jobs, intervistato nel 1996 dalla rivista Wired, disse:

Essere creativi significa soltanto sapere combinare le cose. Quando si chiede ai creativi come abbiano fatto a inventare una cosa, loro si sentono un pochino colpevoli perché non l’hanno davvero creata, hanno semplicemente visto qualcosa che gli è sembrato ovvio. Questo accade perché i creativi sono in grado di combinare ciò che hanno già vissuto e di ricavarne delle cose nuove. E la ragione per cui sono capaci di farlo è che hanno accumulato più esperienze o vi hanno riflettuto più a lungo rispetto alle altre persone… Sfortunatamente, si tratta di una merce molto rara. Troppa gente nel nostro settore non ha avuto esperienze diverse, così non ha abbastanza elementi da combinare e finisce con l’elaborare soluzioni lineari con una visione limitata dei problemi. Quanto più una persona conosce a fondo l’esperienza umana, tanto più produrrà progetti migliori.

Ora, io non so se Jobs e Land ne fossero a conoscenza, ma è degno di nota che il verbo inventare, che oggi significa proprio (cit. Zingarelli) «ideare e realizzare col proprio ingegno qualcosa di nuovo, di non esistente in precedenza», in origine aveva il significato opposto: deriva dal verbo latino invenio che significa “scoprire, trovare”, proprio nel senso in cui si trova un tesoro, qualcosa che già esiste, è lì, quiescente.
(piccola nota giuridica: un residuo di questo vecchio significato resiste nell’articolo 922 del codice civile, che definisce “invenzione” il ritrovamento di una cosa già proprietà di altri)

 

Così, distinto dal Creare divino, come la versione del Fare angelico che ci è propria, sta l’Inventare umano (“elfico”, avrebbe detto Tolkien, perché in questo i suoi elfi impersonano il lato migliore dell’umanità).
L’inventore non è colui che crea dal nulla. L’inventore è colui che scopre ciò che era coperto dall’ignoranza. E il più grande creativo è colui che non insegue le “dissonanze”, le chimere d’onnipotenza titanica, ma sa che la sua creatività è sub-creazione.
Perché nessun tema può essere eseguito senza che abbia la sua più remota fonte in Colui Che È Origine Di Tutte Le Cose.

Ci è stato dato un universo straordinariamente bello, costruito razionalmente, intellegibile secondo logica, pieno di tesori da scoprire e da ammirare.
Tutto ciò che è inventabile, tutto ciò che è esprimibile artisticamente, esiste già ora, invisibile agli occhi, visibile alla mente cioè al cuore.

Le meraviglie del possibile ci aspettano.

Le meraviglie del 2000


L’Uomo con la U maiuscola

 Questo doveva essere un commento al precedente post sulla trilogia fantascientifica di Lewis, ma l’argomento merita un post a parte.
Abbiamo visto che Clive Staples Lewis era contrario alla colonizzazione interplanetaria, perché preoccupato della malvagità che l’uomo avrebbe potuto esercitare sulle specie aliene più deboli che avesse incontrato; difatti Lontano dal Pianeta Silenzioso è una specie di Avatar ante litteram (o meglio, è Avatar ad essere un LPS decristianizzato e risciacquato nel panteismo new age).
Per questo si era beccato le “blande canzonature” (sic) di Arthur C. Clarke, che invece alla colonizzazione interplanetaria ci credeva fervidamente e già nel 1947 aveva scritto Preludio allo spazio, un vero e proprio inno all’Homo Tecnologicus, anzi all’Uomo.
Con la U maiuscola, badate:

Un’obiezione al volo spaziale che questi critici portavano avanti era all’apparenza più convincente. Dal momento che l’uomo, sostenevano, aveva causato tanta infelicità sul suo mondo, ci si poteva fidare che si sarebbe comportato bene su altri mondi? E, soprattutto, l’infelice storia della conquista e della riduzione in schiavitù di una razza da parte di un’altra si sarebbe ripetuta senza fine e perennemente, quando la cultura umana si fosse estesa da un mondo all’altro?
Contro questa obiezione non ci poteva essere alcuna risposta del tutto convincente: solo uno scontro di fedi
[sic] contrastanti – l’antico conflitto tra pessimismo e ottimismo, tra coloro che credevano nell’Uomo e quelli che non vi credevano. Però gli astronomi avevano dato un contributo al dibattito, sottolineando la falsità dell’analogia storica. L’uomo, la cui civiltà aveva occupato solo un periodo equivalente a un milionesimo della vita del pianeta, probabilmente [sic] non avrebbe trovato su altri mondi razze abbastanza primitive da poter sfruttare o rendere schiave. Qualunque nave si fosse apprestata ad attraversare lo spazio con l’idea di costruire un impero interplanetario, avrebbe potuto trovarsi alla fine del viaggio con le stesse speranze di conquista di una flotta di canoe da guerra piene di selvaggi che entrasse lentamente nel porto di New York.
[…]
Cento anni come quelli non c’erano mai stati prima, e probabilmente non si sarebbero più ripetuti. A una a una le dighe erano saltate, le ultime frontiere della mente erano state spazzate via. Quando il secolo aveva albeggiato, l’Uomo aveva cominciato a prepararsi alla conquista dell’aria; alla sua fine l’Uomo stava raccogliendo le forze su Marte per balzare verso i pianeti esterni. […] Mentre salutava il secolo morente, il professor Alexson non provava rimpianti: il futuro, era troppo pieno di meraviglie e di promesse. Di nuovo le orgogliose navi spaziali stavano veleggiando verso terre sconosciute, portando i semi di nuove civiltà che, nelle età a venire, avrebbero superato quella vecchia. La corsa ai nuovi mondi avrebbe distrutto le soffocanti restrizioni che avevano avvelenato quasi mezzo secolo. Le barriere erano state infrante e gli uomini avrebbero potuto dirigere le proprie energie verso le stelle, invece che combattersi l’un l’altro. Uscito dalle paure e dalle miserie della Seconda Età Buia, e liberatosi  – oh fosse per sempre!  – delle ombre di Hiroshima e dei lager nazisti, il mondo stava dirigendosi verso la sua più splendida alba. Dopo cinquecento anni, c’era un nuovo Rinascimento. L’alba che sarebbe spuntata sugli Appennini alla fine della lunga notte lunare non sarebbe stata più radiosa dell’età che era appena incominciata.

 Puah.
Scusate, ma questo patetico peana sul glorioso futuro dell’Uomo mi fa venire il voltastomaco per quanto è grottesco.
Son proprio questi sermoncini, non infrequenti nei suoi romanzi (almeno quelli che ho letto), che mi fanno concludere che Clarke in un certo senso una persona profondamente religiosa, di una religione orribile però: la religione dell’Uomo, appunto. Ed è significativo che gli scappi di definire – almeno nella traduzione italiana, va’ a trovare il testo originale – il conflitto tra chi crede nell’Uomo e chi no, tra gli “ottimisti” e i “pessimisti” (ma io direi tra gli ingenui e i realisti), proprio come uno scontro di “fedi”; com’è significativo anche che, di fronte all’argomento storico della prepotenza del più forte come costante ineluttabile, non trova niente di meglio che rimuovere il problema perché tanto “probabilmente” non si presenterà ( molto open-minded, nevvero).

Ma c’è di peggio: Clarke, positivista illuminista scientista com’era, era un credulone. Assai più credulone, anzi, delle vecchiette sgranarosari e dei superstiziosi grattacoglioni e di tutte le altre macchiette care a un certo immaginario collettivo.
Facile dimostrarlo.
Esiste la prova evidente, irrefutabile, la “smoking gun”, dell’esistenza di Dio?
No. C’è la logica tomista, semmai, la quale però implica un ragionamento che evidente certo non è (si dimostra, non si mostra).
Esiste la prova evidente della NON esistenza di Dio?
No.
Esiste la prova evidente della NON esistenza dell’Uomo, con la U maiuscola?
Sì!!!
Certo che c’è, questa prova. La vediamo quando studiamo la nostra storia, ammesso che si voglia imparare davvero. La vediamo quando leggiamo i giornali. La vediamo quando ci guardiamo attorno. I più umili tra noi la vedono anche quando si guardano allo specchio.
Siamo noi la prova: gli uomini, senza maiuscola. Tutti, chi più chi meno, egoisti e ladri e bugiardi. E siamo qui. Non c’è bisogno di pregare per evocarci. Non si deve fare un atto di fede per credere alla nostra esistenza. Basta aprire gli occhi, cogliere l’evidenza, ragionare correttamente a partire dall’esperienza sensibile.

E allora, chi è il più credulone?


Libri agosto 2012

Fondamentalmente, C.S. Lewis con annessi e connessi.

L’ora dei Grandi Vermi, di Philip K. Dick & Ray Nelson.
La Terra è stata invasa dagli abitanti di Ganimede, grossi vermi telepatici, e l’unica resistenza umana è affidata ai “partigiani negri” del Tennessee capeggiati dal telepatico Percy X. Non provo neppure a riassumere tutta la confusa girandola di eventi surreali che si dipana da questo presupposto, dico solo che il libro è molto bello e divertentissimo.
Non sono in grado di capire dove finisca l’apporto creativo di uno dei due autori e cominci quello dell’altro, ma il libro è perfettamente nello stile PKD: personaggi stralunati che perdono anche quando vincono, assoluta confusione tra realtà e irrealtà, umorismo a palate (in particolare, ironia dissacrante su psichiatri e psichiatria: il dottor Balkani è più pazzo dei suoi pazienti, e l’Associazione Mondiale Psichiatri risulta più autocratica degli autocrati che vuole combattere).

 ***

Perelandra, di Clive Staples Lewis.
Desidero cominciare questo commento a Perelandra di Lewis ringraziando l’amico Joe, che mi ha prestato il libro, e parlando di Preludio allo spazio di Arthur C. Clarke.
Preludio allo spazio è praticamente archeo-fantascienza, scritto nel ’47 (dieci anni prima dello Sputnik sovietico, ventidue prima dell’allunaggio) e incentrato sui preparativi del primo volo spaziale. Quando lo lessi un paio di anni fa lo trovai molto noioso per storia e stile ma molto significativo per la filosofia soggiacente, cioè quel tipico positivismo di Clarke, tanto esasperato quanto ingenuo, per il quale l’Uomo – in certi punti l’autore lo scrive proprio con la U maiuscola – potrà costruire un quasi-paradiso-in-terra grazie alla tecnologia e liberandosi dalla zavorra della religione. I buoni del libro riescono a mandare in orbita la prima navicella, ovviamente chiamata “Prometheus”, lottando contro ogni avversità: compresi i fanatici religiosi, che vorrebbero impedirglielo anche con la violenza perché… boh, non si sa, l’autore non fa lo sforzo di spiegarlo, ma tanto sono fanatici religiosi ergo cattivi e scemi, che altro serve sapere.
Perché parlo di questo libro? Perché Clarke nella prefazione scrive

Le blande canzonature [sic] che avevo indirizzate al defunto dottor Clive Staples Lewis portarono in un secondo tempo a un’amichevole corrispondenza epistolare e a un incontro diretto che avvenne nel famoso Eastgate pub di Oxford, nel corso del quale Val Cleaver e io tentammo di dimostrare al dottor Lewis (e al suo collega, professor J.R.R. Tolkien) quanto inverosimile fosse il convincimento che attribuiva a ogni aspirante astronauta disposizioni malevole simili a quelle del Weston di “Lontano dal pianeta silenzioso”. Lewis finì con l’indursi a un volonteroso compromesso considerando che, se pur pessimi soggetti, quali probabilmente eravamo, il mondo tuttavia sarebbe stato un luogo d’insopportabile uggia se ogni essere umano fosse stato buono.

 Ecco, desidero esprimere il mio totale scetticismo sul fatto che Lewis possa aver detto una tale scemenza. Volendo escludere che Clarke stia inventando per fare bella figura, penso che ricordi male oppure abbia frainteso qualche ironia della controparte.
Lewis non può aver veramente voluto dire quella baggianata perché il Marte di “Lontano dal pianeta silenzioso”, e ancor più il Venere di “Perelandra”, sono abitati da genti prive di peccato e proprio per questo sono luoghi dove la noia è sconosciuta. Anzitutto perché la noia è infelicità, mentre chi è buono, figuriamoci se di una bontà incorrotta, è tutt’altro  che infelice; e poi c’è che le creature non-umane di Marte, e ancor più gli umani di Venere, hanno ben altro da fare che annoiarsi. I marziani studiano, cacciano, costruiscono; e quanto ai venusiani, della cui stirpe vediamo la coppia primogenitrice, traduco questo passo dal libro di Sanford Schwartz (commentato più sotto):

In un sorprendente distacco dalla visione tradizione del paradiso terrestre, Lewis presenta l’ordine anteriore alla caduta come uno stato di flusso continuo, un “universo di obiettivi cangianti”, del quale descrive il risultato supremo (i suoi Adamo ed Eva) come creature dinamiche che apprendono immediatamente e sembrano evolvere ad ogni momento che passa. Invece di una immutabile condizione che precede la caduta nel tempo e il cambiamento, il nuovo Eden di Lewis è un mondo di movimento perpetuo in cui l’unica proibizione (il suo Albero della Conoscenza del Bene e del Male) è non abitare sulla “Terra Ferma”.

 Ma quale insopportabile uggia, allora!
“Perelandra” è, fondamentalmente, la storia di una tentazione. Ransom, reduce  dal viaggio su Marte descritto nel primo capitolo della trilogia, viene portato dagli eldila ( = gli angeli) su Venere per fermare i piani diabolici. Il pianeta descritto da Lewis è un mondo prevalentemente acquatico, dove le terre “galleggiano” sull’acqua e ne condividono l’instabilità, sicché una pianura può immediatamente trasformarsi in collina e viceversa. L’unica isola del pianeta stabilmente ancorata al fondale sottomarino e geograficamente immutabile è appunto la Terra Ferma, oggetto del divieto di abitazione da parte di Maleldil ( = Dio). Lewis assegna a questa condizione geologica un significato teologico, perché per gli uomini venusiani abitare le terre “acquatiche” significa accettare pienamente la volontà superiore, ogni cambiamento, ogni movimento, ogni alto e ogni basso, “tutte le onde che Lui manda”; mentre risiedere sulla Terra Ferma, sempre nello stesso posto, sapere oggi dove si sarà domani, significherebbe pretendere di farsi da sé e controllare il futuro rifiutando il disegno divino.
Questa è la tentazione. Arrivato su Venere Ransom incontra l’Eva di questo mondo, una donna dalla pelle verde (la diversa pigmentazione probabilmente deriva dal fatto che i suoi ascendenti biologici non sono scimmie ma antropoidi marini simili a tritoni e sirene); incontra Weston, lo scienziato malvagio del precedente libro, che gli fa un sinistro discorso sulla propria conversione dal precedente materialismo a un inquietante “evoluzionismo emergente” sulla falsariga del vitalismo bergsoniano (cfr libro di Sanford Schwartz); e incontra, non dirò come, il Tentatore. Un essere demoniaco, presumibilmente Satana stesso, descritto in modo tanto raccapricciante quanto convincente, che cerca con ogni artifizio dialettico di convincere la donna a violare il divieto di Maleldil e prendere possesso della Terra Ferma. E a lui, Ransom, è affidato il compito di fermarlo e impedire una nuova Caduta.
Il libro mi è piaciuto moltissimo. In particolare l’inno finale a Maleldil, con le benedizioni di ringraziamento per la “Grande Danza” dell’infinita varietà di mondi creati, è un apice di misticismo che non lascia indifferenti. Cito nuovamente da Schwart:

Come una forma aggiornata di neoplatonismo cristiano, la cosmologia dell’inno finale richiama un momento storico antecedente alla moderna dissociazione della natura dalla sua fonte divina. Nell’enfasi duale sulla trascendenza di Dio e la sua immanenza dentro ogni cosa creata, questa visione ricorda particolarmente quanto elaborato dal vescovo e filosofo Nicola Cusano […] l’obiettivo di Lewis è integrare questo platonismo cristiano con una nuova concezione del tempo che sfida le assunzioni meccanicistiche dominanti la scienza moderna fino alla fine del XIX secolo. A questo scopo, egli sviluppa ciò che sembra essere una rimarcabile versione della coincidentia oppositorum di Nicola Cusano – la trascendenza di Dio immanente ad ogni elemento dell’universo – in una cosmologia dinamica che unisce una visione bergsonianamente anti-meccanicistica dello sviluppo continuo con una comprensione cristiana della singolarità, santità, e divina inabitazione in ogni momento del processo creativo.

 Insomma, mi è piaciuto così tanto che il giorno stesso in cui l’ho finito mi sono letteralmente fiondato in biblioteca per prendere in prestito il volume finale della trilogia, nel quale mi aspettavo che Ransom andasse, che so, su Giove o Saturno.
E invece.

 ***

Quell’orribile forza, di Clive Staples Lewis.
Capolavoro.
Però inizialmente mi aveva lasciato perplesso e aveva frustrato le mie aspettative, visto che è molto diverso dagli altri due. Mi aspettavo un altro viaggio interplanetario, e invece tutto si svolge sulla Terra. Ransom qui appare solo a metà del libro e non è più la figura principale. Lo stile di scrittura è sensibilmente diverso. In effetti il libro, che ha per sottotitolo “una fiaba moderna per adulti”, può in teoria essere fruito del tutto separatamente dai suoi precedenti.
Eppure, dopo già cinquanta pagine mi aveva catturato come non mi accadeva da molto tempo. Laddove Lontano dal Pianeta Silenzioso mostrava un mondo edenico privo di peccato, mentre Perelandra mostrava un mondo nascente e una nuova umanità “reboot” al suo grande bivio morale, Quell’orribile forza va invece nel verso opposto: un vero e proprio viaggio nel Male.
In un certo senso, questo è un grande romanzo distopico, al pari di Brave New World oppure 1984, di cui anticipa numerose tematiche. Basti vedere il modus operandi dell’INCE, l’Istituto Nazionale per il Coordinamento degli Esperimenti, ironicamente NICE nella versione inglese (nice significa carino; peraltro mi chiedo se non ci fosse anche un sottile richiamo a Nietzsche), nonché i suoi fini:

 “la sterilizzazione dei disabili, l’eliminazione delle razze arretrate (non vogliamo pesi morti), la riproduzione selettiva. Poi l’educazione vera, compresa l’educazione prenatale. Per vera educazione intendo un’educazione che non ammetta pressappochismi. La vera educazione infallibilmente trasforma chi la subisce in ciò che essa si prefigge, senza che il soggetto in questione o i suoi genitori possano farci nulla. Naturalmente si tratterà, all’inizio, di un influsso soprattutto psicologico, ma alla fine arriveremo al condizionamento biochimico e alla diretta manipolazione del cervello.”

 Sennonché, a differenza di Huxley e Orwell che operano una prospettiva atea, Lewis… è Clive Staples Lewis, ecco. L’autore delle Lettere di Berlicche, e hai detto niente.
In effetti, per il lettore che ha letto e si ricorda quel sulfureo epistolario, leggere Quell’orribile forza è un’esperienza doppiamente sconvolgente, perché sembra quasi di osservare le “esercitazioni pratiche” dell’allievo demone; vediamo comportamenti e discorsi e pensieri di cui il lettore consapevole può scorgere, come in controluce, la causa diabolica. Come scriveva il demonio Berlicche nella sua lettera n. 7,

Mio caro Malacoda,
mi fa meraviglia che tu mi chieda se sia essenziale tenere il tuo paziente nell’ignoranza della tua esistenza. A codesta domanda, almeno per l’attuale fase della lotta, è già stato risposto per noi dall’Alto Comando. La nostra politica per il momento, è di tenerci nascosti. Naturalmente non è stato sempre così. Noi siamo di fronte a un dilemma crudele. Quando gli esseri umani non credono alla nostra esistenza perdiamo tutti i piacevoli risultati del terrorismo diretto e non riusciamo a far sorgere i fattucchieri. D’altra parte, quando credono in noi non siamo capaci di farli diventare materialisti o scettici. Almeno, non ancora. Ho grandi speranze che apprenderemo, a tempo debito, il modo di emozionalizzare e mitologizzare la loro scienza a tal punto che ciò che è, in realtà, fede in noi (quantunque non sotto questo nome) riuscirà a insinuarsi, mentre la mente umana rimarrà chiusa alla fede nel Nemico. La “Forza Vitale”, l’adorazione del sesso, e alcuni aspetti della psicanalisi, potranno qui dimostrarsi utili. Se riusciremo a produrre il nostro capolavoro, il Mago Materialista – l’uomo che, non usi, ma veramente adori ciò che chiama vagamente “forze”, mentre nega l’esistenza degli “spiriti” – allora sarà in vista la fine della guerra.

 Confrontatelo dunque con la descrizione, fatta da un preoccupatissimo Ransom, degli scopi ultimi dell’INCE:

 Si sarebbe attuato un congiungimento tra due tipi di potere che insieme avrebbero deciso il fato del nostro pianeta. Senza dubbio quella era stata per secoli la volontà degli Eldil Oscuri. Le scienze fisiche, buone e innocenti in sé, avevano già cominciato, anche nell’epoca di Ransom, a essere distorte e subdolamente manovrate in una certa direzione. Negli scienziati si era sempre più affievolita la speranza di raggiungere verità obiettive; il risultato era l’indifferenza per questo problema e la ricerca esclusiva del potere puro e semplice. Ciance sullo slancio vitale e amoreggiamenti con il panpsichismo promettevano di ripristinare l‘Anima Mundi dei maghi. I sogni di un destino lontano e futuro dell’uomo disseppellivano dal sepolcro basso e inquieto il vecchio sogno dell’Uomo-Dio. […] Sceglievano proprio il primo momento in cui era possibile farlo. Sarebbe stato impossibile con gli scienziati del diciannovesimo secolo. L’incrollabile materialismo obiettivo l’avrebbe escluso dalle loro menti; e anche se si fosse potuto indurli a credere, il moralismo ereditato avrebbe impedito loro di toccare il lerciume. Adesso le cose erano cambiate. […] Ci sarebbero state cose incredibili, dal momento che non credevano più in un universo razionale? Ci sarebbero state cose oscene, dal momento che sostenevano che ogni moralità era un semplice sottoprodotto soggettivo delle situazioni fisiche ed economiche degli uomini? I tempi erano maturi.

 Frost (nomen omen?), il vicedirettore dell’INCE, è la personificazione più piena del Mago Materialista; i paragrafi a lui dedicati sono tra i più agghiaccianti del libro e mi hanno impressionato più di quanto saprei descrivere. Ma tutti i componenti dell’Istituto sono pressoché mostruosi; quelli che più mi hanno colpito sono Miss “Fata” Hardcastle, di cui i  lettori abituali di questo blog hanno già fatto la conoscenza, Filostrato, che odia il corpo e la natura, e Straik, l’ecclesiastico eretico (che in qualche modo, anche se non saprei dire esattamente per cosa, mi ha ricordato Vito Mancuso).

Questi loschi figuri sono descritti dal punto di vista di Mark Studdock, il protagonista maschile del libro, il quale si ritrova man mano invischiato e irretito nell’INCE. Lewis è abilissimo a descrivere, attraverso i processi mentali del giovane ambizioso, la mentalità dell’Istituto, che poi è quella di tutte le “cricche”, le mutue associazioni di uomini basate sul fine esclusivo del potere: il disprezzo reciproco che cova sotto la simpatia di facciata, l’immediatezza dei voltafaccia e dei tradimenti, l’istinto costante di simulare un’importanza e un’ampiezza di conoscenze che in realtà non si possiedono affatto… e sempre, sempre, il desiderio di far parte della “cerchia ristretta”: di quelli che contano di più, che decidono del destino degli altri, che sono i veri potenti. Una mentalità letteralmente gnostica ed esoterica (ad ogni “livello” si apprende una verità segreta, che però al livello superiore si svela come apparenza “essoterica” che cela un altro segreto, il quale viene a sua volta smentito al livello successivo che rivela un’altra verità ancora; nel libro tutta la vicenda del misterioso Capo dell’INCE, e della progressiva serie di contraddittorie “rivelazioni” che ne riceve Mark, ne è un esempio), di fatto diabolica (perché, sì: all’apice di tutte le massonerie, sulla cima di ogni piramide esoterica, oltre il 33° grado Kadosch o come cavolo si chiama, ci sono loro, gli angeli caduti).

 Coloro che hanno il compito di fermare l’INCE sono un piccolo gruppo di uomini e donne (e… un orso), diretti da Ransom, con il quale entra in contatto la protagonista femminile Jane Studdock, la moglie di Mark. Tutta la narrazione del libro oscilla tra i punti di vista dei due coniugi e relative descrizioni dei due gruppi; e l’ago della bilancia tra i due poli, il fattore che entrambi cercano per assicurarlo al proprio campo, è nientemeno che Mago Merlino, redivivo dopo un sonno magico (“stato para-cronico”) di circa 1500 anni.
Qui emerge un altro aspetto interessante del libro: si tratta di un tentativo – non so dire se riuscito, però indubbiamente ad altissimi livelli – di dare legittimità cristiana a tutto un patrimonio culturale (miti, figure epiche, tòpoi) ereditato dal paganesimo. Non per caso Quell’orribile forza ha un forte debito verso altri due autori che hanno significato molto per CSL: il primo è Charles Williams, amico di Lewis e autore di un ciclo gotico-arturiano che lo colpì molto; il secondo è Tolkien, esplicitamente citato nella premessa e raccomandato a “chi vorrà saperne di più su Numinor e sul Vero Occidente”, Numinor essendo il nome che Lewis usa nel libro per indicare Atlantide, nome derivato dall’isola di Numenòr nel Silmarillion che Tolkien leggeva ai suoi amici decenni prima che fosse sistemato e pubblicato.
(peraltro, vedere qui per leggere cosa scrive Tolkien nelle sue lettere a proposito della trilogia di Lewis e l’influenza – a suo giudizio rovinosa! – di Williams sull’opera e sulla stessa amicizia tra JRRT e CSL)
Il “tentativo” di cui parlo si vede anzitutto (e questa a quanto ne capisco è l’influenza di Williams, del quale però non ho letto nulla) nell’uso del personaggio di Merlino, dell’accreditamento del ciclo arturiano come verità storica sebbene dimenticata e misconosciuta; nonché nella legittimazione cristiana della sua “magia bianca”, sotto l’argomento che è sì sbagliata oggi, ma non lo era ancora ai suoi tempi:

 « Merlino. Per un uomo di quell’epoca c’erano ancora possibilità che non esistono più per l’uomo di oggi. La Terra stessa era più simile a un animale a quei tempi, e i processi mentali assomigliavano più ad azioni fisiche. E c’erano… be’, i Neutri, in circolazione. Non intendo dire, naturalmente, che esista qualcosa che possa essere un vero neutro. Un essere cosciente o ubbidisce a Dio o gli disubbidisce. Ma ci possono essere cose neutre rispetto a noi. Il punto è che, mentre alla fine del mondo, e forse anche adesso, descrivere ogni eldil come un angelo o un diavolo potrebbe essere vero, lo era molto meno ai tempi di Merlino. Allora c’erano su questa terra creature che si facevano gli affari loro, per così dire. Non erano spiriti provvidenziali mandati ad aiutare l’umanità caduta, ma non erano neppure nemici che si accanivano contro di noi. Anche in san Paolo [dove???, ndr] appare a sprazzi una popolazione che non rientra nelle nostre due categorie degli angeli e dei diavoli. E se andiamo ancora più indietro… tutti gli dèi, gli elfi, i nani, le sirene, le fate, i longaevi… tu e io ne sappiamo troppo per pensare che siano solo delle illusioni. Credo che esistessero un tempo creature del genere. Credo che allora ci fosse spazio per loro, ma l’universo si è avvicinato di più al punto. Non erano tutte creature razionali, forse. Talora semplici volontà inerenti alla materia, non proprio coscienti, più simili ad animali. Altre… ma non so veramente. Comunque,questo è il tipo di situazione da cui scaturisce un uomo come Merlino».
«Mi sembrano tutte cose orribili».
«
Erano piuttosto orribili. Voglio dire, neppure ai tempi di Merlino (lui visse alla fine di quell’epoca), sebbene ci si potesse ancora servire in maniera innocente di quel tipo di vita nell’universo, lo si poteva fare senza rischi. Gli esseri non erano cattivi in sé, ma lo erano già nei nostri confronti. Svigorivano, per così dire, chi avesse a che fare con loro. Non di proposito, ma non potevano farne a meno. Merlino è svigorito. La sua calma è un po’ morta, come la calma di un edificio sventrato. È il risultato di aver aperto la mente a qualcosa che allarga un po’ troppo l’orizzonte. Come la poligamia. Non era sbagliata per Abramo, ma non ci si può trattenere dal pensare che anche lui perse qualcosa praticandola».

 C’è poi (ma ormai, vi avverto, siamo in zona spoiler pesante) il discorso degli dèi. E qui si sente l’influenza di Tolkien.
Chi ha letto il Silmarillion si ricorderà del concetto di sub-creazione e del ruolo estremamente attivo ed importante, praticamente sub-divino, che svolgono in Arda le schiere angeliche dei Valar. Lewis riprende questo concetto, applicandolo però non ad un mondo “altro” ma al nostro stesso universo, e soprattutto non a figure inventate ma alle divinità del pantheon greco-romano: le quali perciò sono davvero angeli, o meglio, sono angeli così come sono stati erroneamente visti prima del cristianesimo.
Così, nel capitolo La discesa degli dèi, Ransom e Merlino (unitosi al gruppo dei buoni) ricevono la visita di Mercurio, Venere, Marte, Saturno e Giove. Lewis li chiama dèi, ma ha a cura di specificare all’inizio del capitolo che “Merlino in un primo momento aveva fatto l’atto di inginocchiarsi, ma Ransom glielo aveva proibito. «Bada di non farlo! » gli aveva detto. «Hai scordato che sono dei servitori come noi?»” (questa sembra una citazione letterale da Apocalisse 19: 10); comunque essi conservano intatte le principali caratteristiche attribuite loro dalla mitologia classica, essendo in tutto e per tutto le Potenze del linguaggio, dell’amore, del coraggio, del tempo e del potere. Ciò viene espresso in una struttura alternata molto efficace: mentre in cucina gli altri membri del gruppo sperimentano l’influsso dei visitatori celesti sotto forma di impulsi psicologici, al piano superiore Ransom e Merlino fanno un’esperienza diretta e quasi mistica dei loro ospiti. Lo stile di Lewis in questo capitolo è davvero molto bello, ma non potendo qui riportare tutto (su anobii ho trascritto molto di più, consiglio la lettura perché merita davvero) mi accontento di citarne solo pochi brani:

Per Ransom, che per anni e anni si era dedicato allo studio delle parole, fu un piacere celestiale. Si trovò seduto nel cuore stesso del linguaggio, nella fornace incandescente dell’idioma essenziale. Tutta la realtà venne spezzata, liberata in cateratte, afferrata, rivoltata, impastata, uccisa e rigenerata come significato; perché il signore stesso del Significato, l’araldo, il messaggero, l’uccisore di Argo, era con loro: l’angelo che ruota più vicino al sole, Viritrilbia, che gli uomini chiamano Mercurio e Thoth.
[…]
era la Carità, non come l’immaginano i mortali, e neppure come venne umanizzata dall’Incarnazione del Verbo, ma la virtù translunare caduta direttamente su di loro dal Terzo cielo, indomita. Ne furono accecati, storditi, riarsi. Pensarono che li avrebbe consumati fino alle ossa. Non sopportavano che continuasse; non sopportavano che cessasse. Così venne Perelandra, trionfante tra i pianeti, colei che gli uomini chiamano Venere, e fu con loro nella stanza.
[…]
Ransom riconobbe, come si riconosce il ferro quando lo si tocca, lo splendore fermo e nitido di quello spirito celeste che ora rifulgeva in mezzo a loro: il vigile Malacandra, capitano di una fredda orbita, colui che gli uomini chiamano Marte e Mavors e Tyr, colui che mette la mano nella bocca del lupo.
[…]
Saturno, che in cielo è chiamato Lurga, era nella Sala Azzurra. Il suo spirito si era posato sulla casa, o forse su tutta la terra, con una pressione fredda che avrebbe potuto appiattire Tellus fino a ridurla a una cialda. Di fronte al fardello pesante come il piombo della sua antichità persino gli altri dèi, forse, si sentirono giovani ed effimeri.
[…]
Era simile a un’onda alta tre metri illuminata dal sole, con la cresta di spuma bianca e il ventre di smeraldo, che avanza, terribile, con un ruggito e con una risata inestinguibile. Era come quando attacca la musica nelle sale di un re talmente eccelso, a una festa talmente solenne che i cuori giovani vengono presi da un tremore analogo alla paura, quando la sentono. Era, infatti, il grande Glund-Oyarsa, Re dei Re, per mezzo del quale principalmente soffia la gioia della creazione attraverso questi campi di Arbol,
[il sistema solare, ndr] noto agli uomini nei tempi antichi come Giove, e sotto quel nome, per fatale ma non inspiegabile errore, confuso col suo Creatore – ben poco gli uomini si immaginavano quanti erano i gradi della scala dell’essere creato che s’innalzano al di sopra di lui.

 Non saprei dire se teologicamente questa identificazione così stretta tra pantheon pagano e angelologia cristiana stia in piedi (e mi lascia leggermente perplesso, anche se non so indicare in cosa); ma impressionante è impressionante, altroché.

 ***

C.S. Lewis on the Final Frontier – Science and the Supernatural in the Space Trilogy, di Sanford Schwartz.
Come si capisce dal titolo, si tratta di un saggio in inglese incentrato sulla trilogia spaziale di Lewis. L’ho trovato in e-book su amazon, a un prezzo non precisamente irrisorio, però i soldi se li merita davvero perché è molto interessante.
La tesi principale è che la trilogia di Lewis vuole essere la risposta cristianamente e scientificamente plausibile, ancorché espressa nella forma ipotetica tipica della narrativa, al paradigma cosmologico e antropologico imperante nell’Occidente post-copernicano e post-darwiniano. Per CSL questo paradigma però non è completamente falso, ma si pone come “ec-type (che è una parola intraducibile, o almeno io non riesco a tradurla, gradisco suggerimenti) ovvero la corruzione di un archetipo (arche-type) di per sè originario e vero e santo.
Insomma (mia traduzione, pag. 138):

Adottando l’agostiniana nozione privativa del male come nient’altro che una distorsione del bene, Lewis descrive l’apparente antitesi tra il pensiero cristiano e le correnti post-darwiniane del pensiero moderno come la relazione tra l’originale trascendente e la sua parodistica imitazione. Allo stesso tempo, possiamo osservare un significativo slittamento nelle caratteristiche del bersaglio satirico nel corso della trilogia. In Lontano dal Pianeta Silenzioso, Lewis sta criticando quel naturalismo evoluzionistico basato su assunti strettamente materialistici ed una visione di incessante conflitto tra o dentro le specie. In Perelandra, il tentatore demoniaco espone una dottrina di evoluzionismo “creativo” o “emergente” che sorge da una critica alla scienza meccanicistica e offre una “via di mezzo” tra i punti di vista “spirituale” e “materiale”. E, come nel secondo romanzo si passa dal regno materiale all’organico, così nel romanzo finale il mito dell’evoluzione ci proietta oltre il mondo organico verso il regno spirituale del “nuovo uomo che non muore mai”. Sebbene il desiderio di trascendere la nostra condizione finita sia soggiacente all’intera trilogia, questa progressione – colonizzazione interplanetaria, evoluzionismo “creativo”, trasformazione tecno-magica dell’uomo in Dio – segue una precisa traiettoria dal piano materiale a quello spirituale.

 Così, in Lontano dal Pianeta Silenzioso, la concezione stile H.G. Wells della guerra dei mondi come prosecuzione interstellare della (pseudo)darwinistica sopravvivenza del più forte non viene a priori negata, ma bensì “redenta” dalla sua natura “ectipica” e trasfigurata nell’archetipo del mondo di Marte (non a caso, dio della guerra) dove sì le tre specie intelligenti convivono pacificamente, ma al tempo l’ecosistema marziano presenta la caccia e la lotta; intese però non come il forte che schiaccia il debole ma come simbiosi, agonismo, mutuo rispetto nella consapevolezza che per ogni creatura immacolata la morte non è che un passo verso la Vita.
E analogamente in Perelandra, come detto sopra, il vitalismo bergsoniano viene trasceso nell’universo in perenne creazione divina, mentre in Quell’orribile Forza l’unione perversa tra scientismo e spiritismo, incarnata nella diabolica figura del Mago Materialista, non è che la corruzione di quello che dovrebbe essere il giusto connubio tra scienza e religione.
L’autore argomenta molto bene, citando ampiamente dalle altre opere di CSL a dimostrazione di quanto radicato in lui fosse il nucleo concettuale su espresso (stranamente, però, mancano riferimenti alle Lettere di Berlicche) e inquadrandolo nel clima intellettuale del suo tempo (ho trovato molto ben fatta la parentesi descrittiva del pensiero di Bergson, di cui Lewis era tanto intellettualmente debitore quanto spiritualmente critico).
Da rileggere, anzi, da studiare.

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Felix Culpa, Felicissima Innocentia, di Elvis Spadoni.
Non si tratta esattamente di un libro, ma di una tesi di baccalaureato che ho trovato su internet a questo indirizzo cercando materiale su Lewis. L’argomento è il peccato originale così come concepito e descritto nel magistero cattolico, in Teilard de Chardin e nel libro Perelandra.
Mi riservo di parlarne in un post a parte, perché qui ho scritto anche troppo!!! il focus principale non mi è sembrato tanto Perelandra (a cui pure è dedicata la seconda metà della tesi) ma la teologia di Teilard de Chardin, che si vuole rivalutare e per quanto possibile accordare con quella di Lewis (e mi pare onestamente che il compito sia assai arduo, ma il tentativo merita).

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La porta chiusa, di Barbara Di Clemente.
Una gradita sorpresa. Si tratta di uno di quei cinquanta libri in formato elettronico che mi ero ritrovato gratis in un lettore ebook da me acquistato (prima che passassi al kindle). Il fatto che mi fossero stati così sbolognati, e che fossero pubblicati dal Gruppo Albatros che è una di quelle case stampatrici più che editrici, che non a caso in area anglosassone chiamano “vanity press”, non deponeva certo a loro favore. Comunque una mattina avevo voglia di dare un’occasione a qualcuno di essi, e ho pescato a caso questo La porta chiusa, senza aspettarmi niente di che.
Invece sapete cosa, il libro mi è piaciuto molto. È la vicenda straziante di una ragazza vittima fin dall’infanzia degli abusi sessuali di suo padre, con la complicità di sua madre: la poveretta viene stuprata ogni notte, messa incinta, e infine segregata dai genitori in uno sgabuzzino e tenuta a pane e acqua per niente meno che dieci anni. Gulp.
L’argomento è ovviamente pesantissimo, ma l’autrice (in veste dell’io narrante di un pazzo, che poi sarebbe l’ex psichiatra della ragazza, rinchiuso in un manicomio per motivi che saranno chiari solo alla fine) riesce a comunicarlo in un modo non insostenibile, puntando più sul lato emotivo che sui dettagli cruenti. In alcuni punti ha commosso perfino me, e ce ne vuole. Brava.


Contatto!

Anzitutto: buona Santa Pasqua a tutti voi lettori ed ai vostri cari!

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Questo libro è bellissimo. Ne stavo preparando la scheda per il post sui libri del mese, ma mi è venuta un po’ lunga – e il libro è così interessante che se la merita – e allora ne faccio un post a parte.
Avevo già visto e apprezzato il film di Robert Zemeckis, ma la storia originale di Carl Sagan è ben superiore: descrive un “primo contatto” tra umani ed alieni e ne esplora le conseguenze politiche e teologiche. La protagonista, astronoma che partecipa al progetto SETI, capta un messaggio radio proveniente dallo spazio che non può essere casuale, perché è una successione ordinata e smisuratamente lunga di numeri primi. L’ordine implica razionalità, intelligenza, intenzionalità, logos: è un messaggio alieno.
(già, ma come si fa ad avere la sicurezza assoluta su base puramente razionale? La biblioteca di Babele…)
Una volta decifrato il contenuto informativo del messaggio, emerge dapprima una riproduzione del filmato di Adolf Hitler all’apertura delle Olimpiadi del ‘36 – il che genera comprensibile sconcerto, e che gli alieni sono nazisti?, ma c’è una spiegazione ragionevole – e poi una serie di istruzioni tecniche per costruire una macchina, si suppone una sorta di astronave per raggiungere gli alieni. L’umanità, con varie forme di choc culturale (rifiuto entusiasmo diffidenza etc.) segue le istruzioni e costruisce la macchina, e … contatto.

Il libro è stato pubblicato nel 1985 e l’autore immaginava che all’inizio del terzo millennio ci sarebbe ancora stato il comunismo, e descrive la relazione conflittuale tra istanze scientifiche e istanze politiche (guerra fredda, diffidenza tra scienziati e militari, etc.) in termini abbastanza comuni in questo tipo di letteratura ante 1989. Questa parte è stata pressoché omessa nel film del 1997. (uno degli scienziati sovietici, godendosi le libertà americane, sfoggia un distintivo goliardico universitario che dice “pregate per il sesso”;lo sfoggiava persino alle riunioni scientifiche e quando gliene si chiedeva la ragione, soleva dire: Nel vostro paese, è offensivo soltanto in un modo. Nel mio, invece, è offensivo in due modi indipendenti; LOL)
Molto più attuale è invece l’aspetto teologico. Carl Sagan professava quel che io chiamerei un agnosticismo aperto, e su wikipedia gli è attribuita la frase “Un ateo deve sapere molto di più di quello che so io. Un ateo è qualcuno che sa che Dio non esiste. Quello che alcuni chiamano ateismo è molto stupido”. Questo ci aiuta a capire il filo religioso della storia: la protagonista Ellie Arroway, teoricamente agnostica e praticamente atea, con molta antipatia verso la religione (in parte dovuta al suo dolore profondo per aver perso l’amatissimo padre da bambina e aver visto la madre risposarsi con un odioso bigottone), si trova a discutere delle implicazioni religiose del messaggio alieno con una coppia di predicatori cristiani che riassumono le diversità d’atteggiamento dell’opinione pubblica religiosa. Uno è un becero fondamentalista che sembra la summa dell’ignoranza arrogante e fideista, e con la sua opposizione ostinata alla scienza e al messaggio (ovviamente trappola del demonio) svolge in pratica la funzione narrativa di far fare bella figura all’altro predicatore, Palmer Joss, assai più pacato e ragionevole, con cui la protagonista instaura un rapporto di crescente stima. In tutte le loro discussioni la posizione di Ellie rimane religiosamente scettica: non nego in astratto la possibilità che Dio esista, ma non ci credo finché non lo vedo; voglio prove certe e tangibili, non mi fido di niente che non possa controllare con i miei occhi.
(nel film, approfittando di avere due attori di bell’aspetto come Jodie Foster e Matthew McConaughey, hanno fatto scoccare l’immancabile storia d’amore; hanno dovuto tagliare quelle numerose pagine di dense discussioni teologiche, cinematograficamente irriproducibili, ma le hanno riassunte in uno
scambio di battute estremamente efficace:
Ellie
:      [si parla dell’esistenza di Dio] Come fai a sapere che non ti stai illudendo? Quanto a me, io… io vorrei una prova.
Joss:      Ah, una prova. Volevi bene a tuo padre?
Ellie:      Come?
Joss:      Sì, gli volevi bene?
Ellie:      … Sì, moltissimo.
Joss:      Provalo.

Ellie
:      l’espressione che passa sulla faccia di Jodie Foster vale più di mille parole)

Ma insomma, qual è questo contatto?
Viene costruita la macchina. Cinque persone tra cui Ellie vengono scelte come equipaggio e l’attivano. Si apre una specie di tunnel dimensionale e la macchina “viaggia” fino a raggiungere quella che sembra una spiaggia tropicale, di chissà dove o chissà quando, dove appaiono finalmente gli alieni, ciascuno dei quali assume la forma di una persona significativa per uno dei viaggiatori. Ovviamente per Ellie è suo padre, che lei abbraccia con infinita gioia e gratitudine – e pazienza se quello non è proprio lui ma piuttosto la materializzazione del ricordo e dell’amore estratti dal cervello di lei, la scena è commovente e se Ellie non fa la puntigliosa a noi lettori va bene così.
Gli alieni rispondono a un sacco di domande dei viaggiatori, per poi rimandarli indietro colmi di gioia e speranza. I cinque tornano sulla Terra, già assaporando la gloria e le implicazioni scientifiche, e … sorpresa.
Per coloro che hanno visto la macchina dall’esterno, non è successo niente. I cinque sono entrati; hanno passato circa venti minuti là dentro; e poi sono usciti. Basta. La videocamera che avevano portato non ha registrato niente. Per i cinque è passato più di un giorno, per gli altri meno di mezz’ora. Ellie ipotizza di essere stata rimandata indietro nel tempo, ma è appunto una supposizione.
Non possono provare empiricamente.
Non possono spiegare razionalmente.
Possono solo sperare di essere creduti da coloro che li hanno mandati, i leader politici e scientifici, i pezzi grossi che hanno costruito quel costosissimo giocattolo dal valore approssimativo di 2.000.000.000.000.000.000,00 $ per ricavarne solo una bella storiella.
Non ci credono. I cinque vengono accusati di essersi inventati tutto, di far parte di un piccolo complotto accademico-industriale che ha falsificato il messaggio un po’ per la gloria, un po’ per il profitto della costruzione della macchina, un po’ per allontanare l’incubo della guerra mondiale dando ai due poli della guerra fredda un obiettivo comune su cui lavorare assieme. La storia di come Ellie ha riabbracciato l’immagine di suo padre viene fatta a pezzi con argomentazioni stringenti:

“lei, per Dio, ha ricevuto la visita del suo defunto padre che le dice che lui e i suoi amici sono stati impegnati a ricostruire l’universo, per Dio. ‘Padre nostro che sei nei cieli…’? Questa è pura religione. Questa è pura antropologia culturale. Questo è puro Freud. Non se ne accorge? Non solo lei dichiara che suo padre è ritornato dalla tomba, lei si aspetta veramente che noi crediamo che abbia fatto l’universo…”
“Lei sta travisando…”
“L’incontro con suo padre in cielo e tutto il resto, dottor Arroway, è significativo, perché lei è cresciuta nella cultura giudeo-cristiana. Lei è l’unica dei Cinque ad appartenere a tale cultura, e lei è l’unica che incontra suo padre. La sua storia è proprio troppo su misura. Non abbastanza fantasiosa.”

Per non perdere la faccia i governi mondiali mettono tutto a tacere, raccontando all’opinione pubblica che c’è stato un piccolo guasto e che riproveranno ad azionare la macchina quando l’avranno capita meglio; e minacciano i cinque di detenzione a vita se violeranno il segreto imposto.
E cosa fanno questi cinque, questi scienziati, che conoscono una verità che non possono provare scientificamente? Beh, se ne fregano del segreto militare, delle intimidazioni e tutto quanto. Perché la verità è più importante.

“Non importa quello che ci dicono di fare. L’importante è che siamo vivi. In seguito, racconteremo la nostra storia – noi cinque – in maniera discreta, naturalmente. Da principio, soltanto a coloro in cui abbiamo fiducia. Ma quelle persone la racconteranno ad altre. La storia si diffonderà. Non ci sarà modo di fermarla.”

Ebbene, se questa non è una catechesi universale, ci si avvicina molto. Non è quello che è successo con il cristianesimo? Persone che hanno fatto un’esperienza straordinaria e l’hanno raccontata ad altre persone, e queste altre persone ad altre ancora, e ancora, e ancora, e la storia si diffonde inarrestabile e cambia letteralmente il mondo. È la catena della fiducia.

Questo succede grossomodo anche nel film, dove la protagonista è l’unica a fare il viaggio e a tornare senza prove, chiedendo di essere creduta sulla base di un leap of faith – che solo Palmer Joss sarà disposto a fare.
Il libro di Sagan, però, non finisce qui, ma ha una conclusione molto più teologicamente impegnativa (che il film ha tagliato; eccheccavolo).
L’alieno con le sembianze di suo padre aveva confidato a Ellie un segreto: anche loro hanno trovato un Messaggio mandato da qualcun altro. Però questo è nella matematica, nel pi greco, nel rapporto tra la circonferenza di un cerchio e il suo diametro: una divisione che non ha mai fine, in un numero infinito di cifre. E tuttavia, se continui la divisione abbastanza a lungo, dice l’alieno,

“succede qualcosa. Le cifre che variavano a caso spariscono, e per un tempo incredibilmente lungo non ci sono altro che unità e zeri. E il numero di unità e zeri che si susseguono è uguale al prodotto di undici numeri primi.”
“Mi stai dicendo che c’è un messaggio in undici dimensioni celato in profondità all’interno del pi greco? Qualcuno nell’universo comunica con… la matematica? Ma… dammi una mano, sto davvero facendo fatica a capirti. La matematica non è arbitraria. Intendo dire che il pi deve avere lo stesso valore dovunque. Come si può nascondere un messaggio all’interno del pi? Fa parte della struttura dell’universo.”
“Esattamente”.

Tornata sulla Terra, costretta al silenzio ufficiale sulla sua esperienza, Ellie riprogramma uno dei computer del progetto SETI per cercare anomalie statistiche nelle cifre del pi greco, e infine – proprio nel momento preciso in cui fa un’importante scoperta personale su suo padre, che qui non rivelo – trova ciò che stava cercando:

L’anomalia si manifestava con maggiore evidenza nell’aritmetica a base 11, dove poteva essere trascritta interamente come zeri e unità. Confrontato con quello che era stato ricevuto da Vega, questo poteva essere al massimo un messaggio semplice, ma la sua rilevanza statistica era notevole. Il programma riuniva le cifre in un percorso di scansione quadrato, una quantità uguale da un capo all’altro e sotto. La prima riga era una fila ininterrotta di zeri, da sinistra a destra. La seconda riga mostrava un solo uno, esattamente al centro, con zeri ai lati, a sinistra e a destra. Dopo alcune altre righe, si era formato un inequivocabile arco, composto di unità. La semplice figura geometrica era stata costruita rapidamente, riga per riga, autoriflessiva, ricca di promesse. Emerse l’ultima riga della figura, tutti zeri tranne un solitario uno al centro. La linea susseguente era soltanto di zeri, parte della cornice.
Celato negli schemi che si alternavano di cifre, profondamente all’interno del numero trascendente, c’era un cerchio perfetto, dalla forma tracciata da unità in un campo di zeri.
L’universo era stato creato intenzionalmente, diceva il cerchio
. In qualunque galassia ci si trovi, si prende la circonferenza di un cerchio, la si divide per il suo diametro, si fa un calcolo abbastanza accurato e si scopre un miracolo: un altro cerchio, disegnato chilometri più in giù della virgola decimale. Proseguendo, ci sarebbero stati messaggi più ricchi. Non importa l’aspetto che si ha, o di che cosa si è fatti o da dove si proviene. Finché si vive in questo universo, e si possiede un modesto talento per la matematica, prima o poi la si troverà. E già qui. E all’interno di tutto. Non si è obbligati a lasciare il proprio pianeta per trovarla. Nella struttura dello spazio e nella natura della materia, come in una grande opera d’arte, c’è, scritta in piccolo, la firma dell’artista. Sopravanzando gli uomini, gli dei e i demoni, includendo i Guardiani e i Costruttori dei tunnel, c’è un’intelligenza che precede l’universo.

Logos.


Il mistero dell’Oggetto Eterno (2)

( continua da)

Spiegazione.
Chi mi conosce sa che a me piacciono molto le storie di fantascienza, e mi piacciono le storie di viaggi nel tempo e le speculazioni sui paradossi insiti nell’operazione. Sulla wikipedia inglese c’è una pagina molto interessante, di cui purtroppo non esiste la versione italiana (qualcuno la traduca!), che riporta numerosi esempi tratti dalla fiction di paradossi ontologici: cioè quelle situazioni in cui è l’esistenza stessa di qualcosa o qualcuno ad apparire impossibile, paradossale, una clamorosa deroga alla regola per cui ogni effetto è preceduto dalla causa.
La storia del precedente post è un esempio di paradosso ontologico basato su quel che a me piace chiamare un Oggetto Eterno, laddove eterno non significa “illimitato”, ma bensì qualcosa che è in qualche modo fuori dal tempo, sganciato dalla normale catena di cause ed effetti. La chiave della storia è un Oggetto Eterno: ogni versione temporale dell’uomo la riceve dalla versione precedente e la passa alla versione successiva, ma non si può capire in quale momento abbia fatto il suo ingresso nel tempo, e perciò non si capisce neppure chi l’abbia costruita – se mai lo è stata. La chiave è un effetto senza una comprensibile causa fisica: la sua storia è un circolo chiuso senza inizio e senza fine.
Affascinante, no?
E se ci fosse davvero, là fuori, qualcosa del genere? Cosa implicherebbe?

Naturalmente sarebbe facile liquidare facilmente la questione dicendo che gli Oggetti Eterni non esistono, o almeno non se ne è ancora scoperto uno, e che perciò queste sono chiacchiere inutili su argomenti vani.
È un approccio legittimo, ma forse un po’ troppo facile, perché “qualcuno” sostiene che una sorta di Oggetto Eterno esista davvero, e se è così, allora la sua esistenza pone delle domande che non possono essere liquidate così facilmente.
Chi sia questo qualcuno e quale sia la cosa misteriosa di cui stiamo parlando, sarà chiaro al prossimo post (ma qualcuno potrebbe anche capirlo prima).
Ora però, per spiegare al meglio le problematiche dell’argomento (ma in realtà è che mi sono divertito un sacco a scriverla), vi propino questa mia personale tassonomia super-nerd dei paradossi temporali. Se avete altri esempi da aggiungere alla collezione, siete invitati a contribuire. Buona lettura!

***

Il viaggio nel tempo come causa sui.
Un tipico paradosso del viaggio del tempo è quello in cui il viaggiatore torna indietro nel tempo e contribuisce a determinare le circostanze che provocato o reso possibile il viaggio nel tempo stesso. Esempi:

  • Il primo film di Terminator si basa su questo paradosso, perché John Connor manda indietro nel tempo Kyle Reese a proteggere sua madre Sarah, la quale fa l’amore con Kyle e concepisce John, il quale perciò ha fatto in modo che suo padre fosse suo padre.
  • In Harry Potter e il Prigioniero di Azkaban, Harry viene salvato dai Dissennatori grazie ad un incantesimo Patronus lanciato da se stesso dopo essere tornato di qualche ora indietro nel tempo; si specifica che Harry è stato in grado di lanciare il difficile incantesimo perché sapeva di averlo già lanciato.
  • Nel libro I.N.R.I. di Michael Moorcock, il protagonista è un nevrotico religioso (endiadi, ovviamente) che si procura una macchina del tempo e torna indietro per incontrare Cristo; dopo aver scoperto che il Gesù storico era solo uno scimunito deforme figlio di una sgualdrina, comincia a girare per la Palestina e impersona lui stesso il messia – tanto lo sanno tutti che i vangeli sono chiaramente stati scritti secoli dopo i fatti – fino a farsi crocifiggere.

Non si contano inoltre le numerose variazioni sul tema dell’inventore della macchina del tempo che torna indietro nel tempo e aiuta sé stesso a inventare la macchina del tempo (es. nel primo Ritorno al futuro Marty McFly fa vedere a Doc Brown la macchina del tempo che quest’ultimo costruirà trent’anni dopo).
In questi casi abbiamo un effetto – cioè il viaggio nel tempo – che non solo è precedente alla propria causa, ma che addirittura contribuisce alla catena causale che ha dato luogo all’effetto stesso, insomma è causa sui, causa di sé stesso.

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Il paradosso del nonno.
L’inverso del paradosso precedente è l’ipotesi in cui il viaggiatore nel tempo, tornato nel passato, fa qualcosa che rende impossibile il viaggio nel tempo. Questa idea è nota come paradosso del nonno: un uomo torna indietro nel tempo e uccide suo nonno. Allora lui non nascerà. Ma se non nascerà, non tornerà indietro nel tempo e perciò non ucciderà suo nonno. Ma se non ucciderà suo nonno, allora lui nascerà e tornerà indietro nel tempo. Ma se tornerà indietro nel tempo, ucciderà suo nonno. Allora lui non nascerà. Ma se non nascerà…
Vedete bene che in realtà questo contorcimento logico è una variante spaziotemporale del paradosso di Epimenide cretese (“Epimenide dice che tutti i cretesi dicono sempre bugie, lui lo sa perché è di Creta e li conosce bene”), cioè un’auto-contraddizione. Un effetto che annulla la propria causa annulla non solo sé stesso, ma anche l’annullamento medesimo. Il primo Ritorno al futuro gioca con questo paradosso immaginando che Marty McFly, per aver ostacolato l’innamoramento dei suoi genitori, rischi di essere cancellato dalla foto di famiglia e dall’esistenza stessa – sennonché, se Marty fosse stato cancellato, non avrebbe mai potuto ostacolare l’unione che stava ostacolando…
Ci sono possibili linee di pensiero sulle conseguenze di questo paradosso. Una implica la coesistenza e/o il conflitto tra diverse linee temporali o “universi paralleli”. Il viaggiatore nel tempo, cambiando il passato, fa nascere una nuova linea temporale alternativa a quella da cui proviene. La linea temporale di provenienza può restare immutata e proseguire tranquillamente per il suo corso, oppure può essere “sovrascritta” e scomparire. Per esempi cinematografici vedere il secondo Ritorno al futuro oppure Donnie Darko. La quarta stagione di Fringe gioca con l’idea di un “palinsesto” temporale, con una Macchina che cambia retroattivamente un evento e costruisce un secondo passato che si sovrappone al primo, del quale però (come appunto in un palinsesto) affiorano tracce qua e là. Il concetto di riscrittura temporale è poi portato al parossismo nell’anime capolavoro Steins Gate, che cita John Titor (l’unico viaggiatore del tempo “ufficiale” finora conosciuto) e dipana un complicatissimo intreccio “circolare” in cui un team di giovani otaku scopre ben tre diversi modi per modificare il passato (mandando un sms indietro nel tempo; mandando la memoria di un individuo indietro nel tempo; con il “classico” viaggio fisico) e alterare le linee temporali, la cui divergenza rispetto alla linea originaria può perfino essere misurata con un apposito divergence meter!
Chi non crede alle diramazioni o sovrascritture temporali invece ritiene che questo paradosso non possa essere possibile: il viaggiatore nel tempo non riuscirà mai, qualsiasi cosa faccia, a uccidere il proprio nonno. Non può accadere una cosa simile proprio perché il viaggiatore nel tempo esiste e perciò non ha mai provocato il proprio annichilimento. Questa teoria, descritta in LOST come “meccanismo del course-correcting”, implica un principio di autoconservazione dell’Universo tale per cui, se si verificasse un paradosso del nonno, l’intero tessuto spaziotemporale ne sarebbe distrutto e non ci sarebbe né passato né presente né futuro né niente; tuttavia il fatto stesso che noi ora esistiamo è la prova tangibile che questo paradosso non si è mai verificato né mai si verificherà. Se poi questo principio di autoconservazione faccia parte delle leggi razionali intrinseche e soggiacenti alla struttura stessa dell’universo, oppure dipenda da una qualche Provvidenza benevola e trascendente che preserva il continuum, è argomento aperto alla speculazione.

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L’invenzione senza autore, cioè l’Idea platonica.
Il paradosso dell’effetto causa sui si può presentare in una versione molto interessante e cioè nell’ipotesi di un’opera dell’ingegno il cui apparente autore, in realtà, non ha fatto assolutamente nessuno sforzo intellettuale.

  • Nel secondo film di Terminator, si scopre che il supercomputer Skynet è stato creato attraverso un reverse engineering a partire dai resti del T-1000 mandato nel passato da Skynet medesimo. Nessuno ha veramente concepito i circuiti di Skynet, ci si è limitati a copiarli.
  • Un fisico, dopo aver ricevuto una visita dal suo futuro sé stesso che gli spiega nei dettagli come costruire la macchina del tempo, segue pedissequamente le istruzioni e costruisce la macchina del tempo, dopodiché torna nel passato e istruisce nei dettagli il suo precedente sé stesso su come costruire la macchina del tempo.
  • Un uomo viaggia nel futuro, scopre di essere diventato un famoso scrittore, compra in libreria i libri che ha scritto, torna indietro nel tempo, copia i libri parola per parola e diventa un famoso scrittore.

Lo stesso concetto si può applicare a un quadro, a un teorema di matematica, a una qualunque manifestazione di creatività.
Questo paradosso è sostanzialmente una versione soft dell’Oggetto Eterno. Qui non è la concretizzazione materiale dell’idea ad essere a-causale, ma l’idea in sé: il contenuto letterario del libro, la trama e lo stile, la scelta delle parole e la loro disposizione, tutte cose che di cui l’autore materiale del libro non ha nessun merito.
Ma allora Chi è il vero autore del libro?
A pensarci bene, c’è qualcosa dell’idealismo platonico in questo paradosso: abbiamo un’Idea che entra nel tempo come se provenisse dall’iperuranio, un’Idea che preesiste alle sue applicazioni concrete e sussiste a prescindere dalla loro esistenza. Un’Idea che è stata soltanto imitata, non inventata; ma conviene notare che – poiché l’idealismo platonico non è idealismo nel senso corrente del termine, ma semmai una forma trascendente di realismo – invenio, inventare, originariamente significa proprio scoprire (qualcosa che già esiste).

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La profezia auto-avverante.
La versione psicologica del paradosso precedente è data dall’ipotesi in cui qualcuno, venendo a conoscenza di una previsione che riguarda un suo comportamento futuro, tiene quel comportamento non perché lo desidera spontaneamente ma perché ritiene di dover agire come previsto. In tal caso sorge il quesito su chi sia stato a voler davvero quel comportamento, perché il soggetto agente appare in realtà come l’esecutore materiale di qualcosa che è stato già deciso al di fuori della sua volontà. Tutto ciò conduce a numerosi interrogativi sul libero arbitrio e sul determinismo. Esempi:

  • Tutta la serie televisiva FlashForward trattava questo dilemma. Ma lo faceva malissimo, infatti è stata cancellata.
  • Nel libro La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo, e nel film che ne è stato tratto (film a cui gli abominevoli distributori italiani hanno appioppato lo stucchevole titolo Un amore all’improvviso… vergogna!) la protagonista ha incontrato già da bambina l’uomo che amerà e sposerà, affetto da una malattia genetica che lo fa saltare avanti e indietro nel tempo, e nei momenti di crisi del suo matrimonio recriminerà inevitabilmente sul suo sentirsi vittima designata di un destino prestabilito.
  • Ma la miglior illustrazione di questo paradosso l’ho trovata in un bellissimo libro di Robert Silverberg, L’uomo stocastico, in cui il protagonista è un consulente specializzato in previsioni statistiche la cui vita è sconvolta dall’incontro con un uomo che invece “vede” il proprio futuro nel vero senso della parola. Il personaggio dell’uomo presciente è immensamente tragico: un individuo la cui volontà è stata annichilita dal determinismo, che vive la sua vita senza alcun desiderio e fa ciò che fa soltanto perché ha visto se stesso farlo, a cui la precognizione della propria morte ha tolto ogni possibile illusione d’immortalità e perciò aspetta con indifferenza, e infine con sollievo, la fine del “copione da recitare”.

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L’antenato dell’antenato.
In una celeberrima puntata di Futurama, con la sua tipica sbadataggine Fry fa in modo che la navetta spaziale della Planet Express torni indietro nel tempo fino all’anno 1947 e provoca l’incidente di Roswell. Quando scopre che uno dei soldati della base militare è suo nonno, si impegna a proteggerlo, ma scemo com’è ottiene l’effetto contrario e ne provoca la morte in un incidente. A questo punto Fry dovrebbe smettere di esistere, anzi non essere mai esistito, ma quando ciò non accade capisce che quell’uomo non era veramente suo nonno. Tira un sospiro di sollievo e va a consolare la sua vedova, per poi finire a letto con lei… il mattino dopo Fry realizza che quella donna è proprio sua nonna e lui è il nonno di sé stesso.
Questa storia non è solo una soluzione ironica al paradosso del nonno, ma anche una versione biologica dell’Oggetto Eterno: in questo caso abbiamo un patrimonio genetico senza progenitori, una stirpe ciclica senza capostipite. Due racconti in particolare hanno portato al parossismo questo concetto:

  • All You Zombies (it. Tutti i miei fantasmi) di Robert Heinlein, nel quale un ermafrodito viaggiatore del tempo è simultaneamente padre e madre e figlio/figlia di sé stesso, un vero e proprio unicum genealogico;
  • Star, Bright (it. Star, brillante) di Mark Clifton, in cui alcuni bambini super-intelligenti imparano a viaggiare nel tempo e scoprono che gli uomini del futuro, quando la vita sulla Terra sarà sull’orlo dell’estinzione, torneranno in massa nel passato – perciò la storia dell’umanità è un nastro di Moebius: Darwin si sbagliava, l’uomo non discende dalle scimmie, discende da se stesso! E ora chi lo dice a Dawkins?

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L’Oggetto Eterno.
Ma tutti i paradossi spazio-crono-ontologici fin qui esaminati impallidiscono a fronte di quello che è il paradosso per eccellenza: l’oggetto senza causa, l’oggetto eterno.
Perché nei precedenti esempi abbiamo sì una violazione della leggi della causalità, un attorcigliamento della catena causale su sé stessa, ma il flusso eracliteo della materia è comunque salvaguardato: tutto ciò che esiste deriva fisicamente la sua materia costitutiva da qualcos’altro. Per esempio, nell’invenzione senza autore, l’idea è di origine ignota, ma la sua realizzazione fisica è origine assolutamente normale, intra-temporale: la disposizione delle parole è stata concepita da non-si-capisce-cosa, ma gli atomi che compongono la carta del libro sono normalissimi atomi che vengono da qualunque cosa fosse la carta prima di essere trasformata in carta.
Nel caso dell’antenato dell’antenato siamo già a un livello più spinto, perché il corpo di A genera B e B genera A (oppure addirittura A genera A): ma il corto circuito può essere confutato ricordando che in realtà il nostro stesso corpo non ha mai continuità materiale, perché noi abbiamo un corpo (noi siamo un corpo) i cui atomi vengono sostituiti ad ogni istante (inspiriamo, espiriamo, mangiamo, beviamo, oriniamo, defechiamo, assorbiamo, sudiamo e così via). L’identità del corpo nel tempo non è meramente materiale ma bensì strutturale, e gli esseri viventi si distinguono dagli oggetti inanimati in quanto sono dinamici, ovvero sostituiscono ad ogni momento la materia del proprio corpo secondo un piano organizzato e teleologico (una roccia non mangia, non suda, non cambia le proprie molecole; un liquido può parzialmente evaporare, ma il liquido subisce questo cambiamento, non lo opera). Le molecole che compongono il corpo dell’antenato di sé stesso provengono comunque dall’esterno: è solo la costellazione genetica, l’informazione contenuta nella catena di nucleotidi, che resta entropicamente incomprensibile.
Ecco, l’Oggetto Eterno invece no. Queste considerazioni per l’Oggetto Eterno non valgono, perché è acausale non solo eziologicamente, ma anche materialmente. Le molecole che compongono l’Oggetto Eterno sono fuori dal panta rei, non vengono da nessuna parte: semplicemente sono lì. Continuano ad essere, e sono sempre state, e sempre saranno, in tutte le iterazioni che attraversa l’Oggetto nel suo ciclo continuo attraverso la limitata finestra temporale in cui esso esiste.
L’Oggetto Eterno è un mistero assoluto e una sfida tangibile al continuum.
Forse proprio per la complessità dei problemi ontologici che solleva, gli esempi di Oggetti Eterni nella fiction di fantascienza siano abbastanza rari.

  • Ci potrebbe essere la bussola in LOST, quella che nella quinta stagione Richard Alpert dà a Locke e poi Locke dà 50 anni prima a Richard Alpert, ma la questione è controversa e si discusso molto tra i fan se fosse davvero la stessa bussola (io dico di no, non è un circolo, è un loop; lunga storia).
  • Nel libro Piramidi di Terry Pratchett, il sacerdote Dios è stato consigliere dei faraoni per migliaia di anni, e alla fine torna indietro nel tempo e diventa il consigliere del primo faraone; ma ho già spiegato i motivi per cui un essere vivente, il quale sostituisce ordinatamente e gradualmente le proprie molecole, non può essere considerato a rigore un puro Oggetto Eterno.
  • Per fortuna mi soccorre la pagina di wikipedia che ho linkato all’inizio, che riporta qualche esempio che non conoscevo (es. gli occhiali magici della serie The Last Rune).

La storia che ho raccontato all’inizio è una mia piccola creazione: mi pare che la chiave funzioni abbastanza bene come Oggetto Eterno.

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E allora, gente. Complimenti se siete riusciti ad arrivare alla fine.
Avviluppamenti temporali, effetti acausali, loop logici, di tutto e di più.
Ma di fronte a questi contorcimenti, come si pone la ragione? È ragionevole credere all’esistenza degli Oggetti Eterni?
Vorrei leggere, se possibile, il parere di atei / agnostici sull’argomento.

(continua)

(↓ commenti)


Lavorerai col sudore della fronte

C’è questo racconto che si chiama Nanomacchine a Clifford Falls, scritto da Nancy Kress, ed è il primo racconto contenuto nell’antologia Controrealtà, il numero 52 di Urania Millemondi (agosto 2010). È un ottimo racconto e ve lo voglio far conoscere. Se non avete problemi con l’inglese potete direttamente leggerlo qui (html) o qui (pdf), altrimenti vi dovete accontentare del mio riassunto.

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Fondamentalmente la storia parla della fine del mondo.
La protagonista, narratrice in prima persona al tempo passato, è una madre di tre bambini che è appena stata abbandonata dal marito (il bastardo se l’è filata con un’altra). Abita in un piccolo paese della provincia americana, in mezzo alla prateria, che è appunto Clifford Falls. La donna è in giardino a lavorare (“proseguii a strappare le erbacce, asciugandomi il sudore dalla fronte” – non so se sia una citazione voluta) quando un vicino l’avverte che in paese è arrivata l’ultima novità tecnologica, cioè le nanomacchine: aggeggi che producono istantaneamente qualsiasi cosa, cibo, vestiti, beni di lusso, tutto quello che è nel catalogo. Il sindaco della città tiene sempre accese la nanomacchine e la gente prenota i turni per chiedere quello che vuole. La narratrice guarda gli altri mettersi in coda, ma non chiede niente, anche se ne avrebbe bisogno perché ha grossi problemi economici ora che è da sola; non motiva la sua avversione per le nano, ma lascia che emerga spontaneamente dal narrato.
All’inizio tutto sembra andare bene. Gli abitanti del paese hanno tutto il cibo gratis che vogliono, vestono bene, guidano macchine eleganti. Un’amica della protagonista ostenta orecchini con veri diamanti; lei e suo marito si stanno facendo costruire dalle nano una nuova casa sul lago, un pezzo alla volta. Il marito ha lasciato il lavoro in fabbrica, perché ora non c’è più bisogno di lavorare. A un certo punto la narratrice finisce i soldi e le scorte alimentari, vince la propria ritrosia e comincia a ordinare una razione di cibo quotidiano prodotto dalle nano. Però continua anche a lavorare il proprio giardino.

Alla fine di agosto la fabbrica aveva chiuso. In città la maggior parte degli uomini che non facevano i contadini perse il lavoro, ma nessuno sembrò preoccuparsene molto. Il Bar del Corvo era pieno tutto il tempo di gruppi di individui che giocavano a carte o ridevano davanti alla tv.”
Il granturco delle fattorie, pronto per il raccolto, restava nei campi. Nessuno voleva comprarlo, e a eccezione dei proprietari terrieri, nessuno era stato assunto per raccoglierlo.

 Poi cominciano i problemi.
La protagonista va a trovare la sua amica e scopre che il marito le ha fatto un occhio nero, perché “è terribile per gli uomini rimanere a riposo, diventano così annoiati da impazzire, gira per casa con sguardo minaccioso, sgrida i bambini, critica ogni cosa che faccio, ordina whisky alla nano”, ma lei si aggrappa al pensiero che “la nostra nuova casa sul lago sarà finita in poche settimane, e poi tutto andrà meglio!”.
La scuola del paese soffre deficit di personale, perché “molti insegnanti non vogliono lavorare quando non devono, e perché mai dovrebbero?”. E la situazione è destinata a peggiorare, perché  “l’ufficio delle tasse non sta raccogliendo molto denaro perché nessuno guadagna, e la tv dice che il governo sta cadendo un pezzo dopo l’altro. Quanti insegnanti resteranno, quando smetteranno di essere pagati?” La protagonista tiene a casa i figli e fa da maestra. In cambio di cibo accetta di fare lezione anche ai figli di una coppia di contadini della zona, che sta andando in rovina perché non riesce a raccogliere il fieno per nutrire gli animali.
Il contadino accetta il baratto, ma insiste per mostrare alla protagonista “l’altra faccia della medaglia”. La porta in un’ala della fattoria piena di strane apparecchiature e le presenta una donna con camice da laboratorio che

una volta lavorava per la Camry Biotech, che ha appena cessato l’attività. È una genetista delle piante. Sta lavorando a creare una pianta di granturco apomittico, cioè che non abbia bisogno dell’impollinazione, così i coltivatori non sarebbero costretti a comprare semi ogni anno.
Non ci ho potuto lavorare molto sopra, prima. La ditta di biotecnologie voleva che lavorassimo a cose che dessero profitti più immediati. Ma ora che non ho più bisogno di guadagnarmi uno stipendio, che i grandi laboratori stanno chiudendo i battenti, e che posso ottenere le attrezzature che voglio dalle nano… la nanotecnologia mi rende possibile fare del vero lavoro!

Intanto il vandalismo si sta diffondendo a livello nazionale. Nei grandi centri urbani le cose vanno sempre peggio, perché “un sacco di persone senza lavoro significava che un sacco di cose guaste non venivano aggiustate. Le nano non potevano fare tubi dell’acqua, testi scolastici, autobus e gabinetti. Non potevano installarli o insegnarli o guidarli.
La protagonista cerca di andare avanti come può. Ospita a casa sua una ragazza quindicenne, perché “il suo patrigno aveva preso a entrare nella sua stanza la notte.” Una sera due uomini fanno irruzione e tentano di stuprarle. Ne escono indenni perché la ragazza tira fuori una pistola e li uccide a sangue freddo. La narratrice prova a chiamare il 911, ma non risponde nessuno se non un nastro registrato.
Carenza di organico.”

 La protagonista e figli si trasferiscono alla fattoria, dove ormai vivono decine di persone in gruppo per proteggersi. A un certo punto il bastardo, cioè il marito della narratrice, si rifà vivo e le chiede di perdonarlo. Lei gli dà una possibilità. Poi lui se ne va di nuovo.
La comunità si ingrandisce. Il contadino detta le regole: chi vuole può usare le nano macchine, ma non per fare cibo o vestiti o riparo o qualcosa di cui si abbia bisogno per sopravvivere: per quelle bisogna lavorare. Tutti devono fare qualcosa di utile, e chi non lo sa, lo impara. Un giorno la protagonista va al lago a pescare, e trova una casa bruciata fino alle fondamenta, tra le ceneri un orecchino di diamante. Lo lascia lì.

“Le cose sono messe piuttosto male qui adesso, sebbene la TV dica che stanno andando meglio “man mano che la società si adatta al più cataclismico dei mutamenti sociali”. Non so se sia vero. Immagino che la situazione sia variabile. Ci sono state parecchie sommosse ed epidemie e incendi. In alcuni posti resta un po’ di governo centrale, in altri no, altri sono come noi adesso e si autogovernano.
Qualcuno dice che la nano è opera di Satana. Qualcun altro dice che è un dono di Dio. Quanto a me, penso qualcosa di diverso. Penso che la nano abbia fatto una selezione. Come quando, una volta, la gente con soldi e istruzione e belle cose fu messa da una parte e il resto di noi da un’altra. Ma la nano ci ha separati in due file differenti: quelli a cui piace lavorare perché è ciò che fanno, e quelli a cui non piace.
È come se tutti avessero vinto alla lotteria nello stesso momento. Una volta ho visto in tv uno spettacolo sui vincitori delle lotterie, un programma che li seguiva per un anno o due dopo che avevano vinto una somma proprio grossa. La maggior parte stava peggio di prima: miserabili e di nuovo in bolletta e con i parenti furibondi. Ma alcuni usavano il denaro per vivere meglio. E altri si limitavano a dare quasi tutto in beneficenza, e tornavano a badare a se stessi.”

Il racconto si chiude com’era iniziato: la protagonista in un giardino, a lavorare la terra. Ma adesso sta insegnando a sua figlia. “Ha solo cinque anni, ma non è mai troppo presto per imparare”.

***

E insomma, questa è la storia.

Cosa ne pensate?


La magia e la stampella

LA MAGIA E LA STAMPELLA

 
 

Ogni tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia.

Arthur C. Clarke
 
Un tempo gli uomini dedicavano il proprio pensiero alle macchine, nella speranza che esse li avrebbero liberati. Ma questo consentì ad altri uomini di servirsi delle macchine per renderli schiavi. La Grande Rivolta ci ha liberati da una stampella. Ha costretto la mente umana a svilupparsi.

Frank Herbert, Dune

 
 
Leggo sul blog di Cecilia che sono state prodotte e vendute penne ergonomiche a misura di destrimani e mancini. Condivido le sue deplorazioni:
"invece di lasciar imparare alle mani dei bambini quello che sanno per loro natura fare, li si porta a disabituarsi ad ogni singola difficoltà. Così al momento di sostituire la matita firmata ed ergonomica (costosa) con una matita normale (chissà: alle superiori o addirittura entrando nel mondo del lavoro?), sembreranno e si sentiranno degli handicappati."
Mi sembrano considerazioni perfettamente ragionevoli, ma evidentemente non sono passate per la testa a chi ha creato quelle penne (o forse sì, ma se c’è da vendere, che ce frega…) e soprattutto a chi le ha comprate per i propri figli: la tecnologia esiste, ci semplifica la vita, dunque serviamocene e basta. Facile, tutto facile.
Troppo facile.
 
Se mai dovessi scrivere una storia della letteratura fantascientifica, ne dividerei gli autori tra quelli che considerano la tecnologia come una magia e quelli che la considerano come una stampella.
 
Chi la considera come una magia, ne vede solo l’aspetto di potere. Posso volare nello spazio, posso viaggiare nel tempo, posso fare questo, posso fare quello, posso fare tutto ciò che prima non potevo fare. Posso, posso, posso.
Il campione di questa rappresentazione potrebbe benissimo essere Arthur Clarke. Non ho letto moltissimo di suo (la quadrilogia di Odissee, Preludio allo spazio, La città e le stelle, Terra imperiale), ma vi ho sempre trovato una concezione della tecnologia praticamente soteriologica: zero religione + progresso scientifico + promiscuità sessuale = mondo quasi perfetto. Roba che manco i più positivisti degli illuministi settecenteschi, praticamente un Emanuele Severino solo meno incomprensibile.
 
Poi c’è chi considera la tecnologia come una stampella. Frank Herbert e la saga di Dune (più nei primi libri che in seguito), per dire, ma ci sono anche tanti racconti brevi di Isaac Asimov che esplicano il concetto. Qui ce n’è uno bellissimo, Nove volte sette, ambientato in un futuro in cui tutti hanno dimenticato come fare da soli le operazioni di matematica, anche una semplice tabellina, perché tanto ci sono le calcolatrici. Oppure vi consiglio Una così bella giornata, sull’abuso del teletrasporto tanto che nessuno esce più a piedi da casa, o La professione, in cui le nozioni tecniche necessarie alle mansioni professionali sono imprintate direttamente nel cervello e nessuno sa più imparare le cose da solo, o ancora Tutti i problemi del mondo, e così via.
(non è affatto raro trovare in Asimov una messa in guardia dall’ingenua illusione che il progresso scientifico sia sempre e comunque foriero di novità positive: vedi anche i racconti Diritto di voto e il mio preferito in assoluto, Il cronoscopio).

Insomma, avete capito. La tecnologia è come una stampella. Una stampella permette a chi è zoppo di camminare bene, e allora è un aiuto. Ma se camminare con le stampelle diventa così facile che tutti diventano incapaci di camminare senza stampelle, allora la stampella non è più un aiuto ma una droga, un qualcosa da cui siamo dipendenti. Così la tecnologia, invece di aumentare le nostre possibilità, le diminuisce. Dovevamo diventare più liberi, e invece siamo diventati schiavi.
 

Se avete problemi ai piedi, usate pure una stampella per deambulare. Ma state attenti a non riporre la vostra totale fiducia nella stampella e in chi ve la vende: c’è il rischio che non sappiate più camminare da soli.