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Le meraviglie del possibile

E tu, Melkor,
t’avvederai che nessun tema può essere eseguito,
che non abbia la sua più remota fonte in me,
e che nessuno può alterare la musica a mio dispetto.
Poiché colui che vi si provi non farà che comprovare
di essere mio strumento nell’immaginare
cose più meravigliose di quante egli abbia potuto immaginare.

Che cos’è la creatività?
Tutte le cose che ho scritto, le storie che ho narrato, le idee che ho pensato, da dove venivano? Le ho tirate fuori da dentro di me? O da fuori di me?
Come nascono le grandi scoperte scientifiche, le invenzioni tecnologiche, le – per citare il titolo di una famosa antologia di fantascienza – “meraviglie del possibile”?

Avevo già parlato del concetto, caro a Tolkien, di sub-creazione. Mentre Dio è il vero e unico creatore, poiché fa esistere ex nihilo tutte le cose, la creatura intelligente può sub-creare: lavorare sul preesistente, svilupparne le potenzialità, portarlo a un più alto grado di perfezione.
Così nel Silmarillion gli Ainur, le gerarchie angeliche, sviluppano il tema musicale proposto loro da Eru Ilùvatar; e successivamente si trasferiscono dal piano metafisico a quello fisico, entrando stabilmente nell’universo e diventando Valar, potenze simili alle divinità pagane. Come spiega JRRT nel suo epistolario, dall’atto divino del “Creare” va distinto il “Fare”, forma di sub-creazione con cui i Valar plasmano la materia e costruiscono il mondo in accordo al progetto divino.
Successivamente nella Terra di Mezzo appariranno gli elfi, e con essi un’altra forma di sub-creazione: la capacità di lavorare la materia per farne cose belle ed utili, l’arte e la tecnica, che al loro livello più alto si identificano (e infatti in origine sono la stessa cosa: la separazione semantica delle due parole avviene in epoca moderna, nel linguaggio medievale tecnica si dice proprio “arte”).

Oggigiorno è stata abbandonata questa concezione dell’artista e dell’inventore come collaboratori di Dio e continuatori della creazione. L’arte si è smarrita nel disordine post-moderno e ha rinunciato a cercare un significato oggettivo di bellezza universale, mentre la tecnologia è degradata a strumento di “dissonanza” da nuovi Melkor che vogliono riscrivere la natura. Tolto il Creatore di mezzo, sorgono tanti piccoli creatori o pretesi tali, dagli esiti faustiani e imprevedibili.
Eppure, ancora oggi, non tutto è stato perduto.
Prendete Steve Jobs, per esempio.

Nel post precedente ho commentato il libro Nella testa di Steve Jobs che descrive il modus operandi dell’inventore del Mac, fondatore della Apple, “stay hungry stay foolish”, insomma uno dei più prolifici creativi di fine secolo.
Per dire, Jobs lavorava così:

Sono molte le aziende cui piace dichiarare di essere orientate al cliente. Si rivolgono agli utenti e chiedono loro che cosa vorrebbero. Questa cosiddetta «innovazione orientata al cliente» si basa su feedback e gruppi di discussione. Ma Steve Jobs non ne vuol sapere di laboriose ricerche condotte su gruppi di utenti chiusi in una sala conferenze. È lui stesso a provare le nuove tecnologie e ad annotare le proprie reazioni, che poi invia ai suoi ingegneri come feedback. Se qualcosa è troppo complicato da usare, dà istruzioni perché sia semplificato. Tutto ciò che è superfluo o disorientante deve essere eliminato. Se funziona per lui, allora funziona per i clienti […]
Nell’arte come nella tecnologia, la creatività ha a che fare con l’espressione individuale. Steve Jobs non si serve dei gruppi di discussione, proprio come un’artista non ci si affiderebbe per dipingere un quadro. Non può innovare chiedendo a un campione di utenti che cosa vorrebbe: la gente non sa quello che vuole. Come ebbe a dire una volta Henry Ford, «se avessi chiesto ai miei clienti che cosa volevano, mi avrebbero risposto: ‘Un cavallo più veloce’» […]
Guy Kawasaki, il primo “Mac-evangelista” della Apple, mi ha detto esagerando soltanto un po’ che il budget stanziato dall’azienda per gruppi di discussione e ricerche di mercato si può rappresentare con un numero negativo: «La ricerca di mercato secondo Steve Jobs è il suo emisfero destro che parla al sinistro».

 Ora, quando ho letto questi brani, la prima cosa che ho pensato è stata: vedi un po’ Jobs, che io ipertrofico, decide lui per tutti.
Successivamente, però, ho realizzato che ero stato troppo affrettato nel mio giudizio. Questo modo di fare derivava non tanto o non solo dall’egocentrismo del manager, ma da altre considerazioni più basilari.
Nel libro si racconta di quando Jobs andò a trovare uno dei suoi miti personali: Edwin Land, l’inventore della Polaroid. Jobs stimava immensamente Land; quando la rivista Time gli aveva chiesto la differenza tra arte e tecnologia, lui aveva citato la sua frase «voglio che la Polaroid si ponga nel punto d’incontro tra arte e scienza» per sostenere il concetto (molto medievale, in un certo senso; molto, per dirla alla Tokien, “elfico”) che non c’è nessuna sostanziale differenza tra le due cose. Quando Land fu costretto alle dimissioni dal consiglio d’amministrazione della Polaroid a seguito di un insuccesso commerciale («il Polavision, una tecnica di sviluppo istantaneo delle riprese video che dovette soccombere di fronte alle più pratiche videocassette e che nel 1979 fu all’origine di una perdita di 70 milioni di dollari»), Jobs si era arrabbiato tantissimo: «Tutto quello che ha fatto è stato mandare in fumo qualche schifoso milione di dollari e loro lo hanno estromesso dalla sua società» (anche Jobs anni dopo fu allontanato dalla Apple).
Subito dopo la cacciata di Land, Jobs andò a trovarlo nel suo laboratorio. John Sculley, il suo vice che lo accompagnava, testimonia che

Fu un pomeriggio appassionante. Stavamo seduti in questa grande sala conferenze con un tavolo vuoto. Loro due continuavano a fissare il centro del tavolo, mentre parlavano. Il dottor Land disse: ‘Riuscivo a vedere come la Polaroid avrebbe dovuto essere, proprio come se l’avessi avuta davanti agli occhi ancor prima di costruirne una’. E Steve: ‘Sì, proprio come io vedevo il Macintosh. Se avessi chiesto a qualcuno come avrebbe dovuto essere, non avrebbe saputo dirmelo. Un’indagine tra i consumatori non era semplicemente possibile. Ho dovuto pensarci io, farlo e poi mostrarlo alla gente’.
Entrambi possedevano questa capacità di, come dire… non di inventare un prodotto, ma di scoprirlo. Entrambi sostenevano che quei prodotti erano sempre esistiti, soltanto che nessuno era mai stato in grado di vederli prima di loro. La Polaroid e il Macintosh erano sempre esistiti, si trattava soltanto di scoprirli.

 Lo stesso Steve Jobs, intervistato nel 1996 dalla rivista Wired, disse:

Essere creativi significa soltanto sapere combinare le cose. Quando si chiede ai creativi come abbiano fatto a inventare una cosa, loro si sentono un pochino colpevoli perché non l’hanno davvero creata, hanno semplicemente visto qualcosa che gli è sembrato ovvio. Questo accade perché i creativi sono in grado di combinare ciò che hanno già vissuto e di ricavarne delle cose nuove. E la ragione per cui sono capaci di farlo è che hanno accumulato più esperienze o vi hanno riflettuto più a lungo rispetto alle altre persone… Sfortunatamente, si tratta di una merce molto rara. Troppa gente nel nostro settore non ha avuto esperienze diverse, così non ha abbastanza elementi da combinare e finisce con l’elaborare soluzioni lineari con una visione limitata dei problemi. Quanto più una persona conosce a fondo l’esperienza umana, tanto più produrrà progetti migliori.

Ora, io non so se Jobs e Land ne fossero a conoscenza, ma è degno di nota che il verbo inventare, che oggi significa proprio (cit. Zingarelli) «ideare e realizzare col proprio ingegno qualcosa di nuovo, di non esistente in precedenza», in origine aveva il significato opposto: deriva dal verbo latino invenio che significa “scoprire, trovare”, proprio nel senso in cui si trova un tesoro, qualcosa che già esiste, è lì, quiescente.
(piccola nota giuridica: un residuo di questo vecchio significato resiste nell’articolo 922 del codice civile, che definisce “invenzione” il ritrovamento di una cosa già proprietà di altri)

 

Così, distinto dal Creare divino, come la versione del Fare angelico che ci è propria, sta l’Inventare umano (“elfico”, avrebbe detto Tolkien, perché in questo i suoi elfi impersonano il lato migliore dell’umanità).
L’inventore non è colui che crea dal nulla. L’inventore è colui che scopre ciò che era coperto dall’ignoranza. E il più grande creativo è colui che non insegue le “dissonanze”, le chimere d’onnipotenza titanica, ma sa che la sua creatività è sub-creazione.
Perché nessun tema può essere eseguito senza che abbia la sua più remota fonte in Colui Che È Origine Di Tutte Le Cose.

Ci è stato dato un universo straordinariamente bello, costruito razionalmente, intellegibile secondo logica, pieno di tesori da scoprire e da ammirare.
Tutto ciò che è inventabile, tutto ciò che è esprimibile artisticamente, esiste già ora, invisibile agli occhi, visibile alla mente cioè al cuore.

Le meraviglie del possibile ci aspettano.

Le meraviglie del 2000


L’Uomo con la U maiuscola

 Questo doveva essere un commento al precedente post sulla trilogia fantascientifica di Lewis, ma l’argomento merita un post a parte.
Abbiamo visto che Clive Staples Lewis era contrario alla colonizzazione interplanetaria, perché preoccupato della malvagità che l’uomo avrebbe potuto esercitare sulle specie aliene più deboli che avesse incontrato; difatti Lontano dal Pianeta Silenzioso è una specie di Avatar ante litteram (o meglio, è Avatar ad essere un LPS decristianizzato e risciacquato nel panteismo new age).
Per questo si era beccato le “blande canzonature” (sic) di Arthur C. Clarke, che invece alla colonizzazione interplanetaria ci credeva fervidamente e già nel 1947 aveva scritto Preludio allo spazio, un vero e proprio inno all’Homo Tecnologicus, anzi all’Uomo.
Con la U maiuscola, badate:

Un’obiezione al volo spaziale che questi critici portavano avanti era all’apparenza più convincente. Dal momento che l’uomo, sostenevano, aveva causato tanta infelicità sul suo mondo, ci si poteva fidare che si sarebbe comportato bene su altri mondi? E, soprattutto, l’infelice storia della conquista e della riduzione in schiavitù di una razza da parte di un’altra si sarebbe ripetuta senza fine e perennemente, quando la cultura umana si fosse estesa da un mondo all’altro?
Contro questa obiezione non ci poteva essere alcuna risposta del tutto convincente: solo uno scontro di fedi
[sic] contrastanti – l’antico conflitto tra pessimismo e ottimismo, tra coloro che credevano nell’Uomo e quelli che non vi credevano. Però gli astronomi avevano dato un contributo al dibattito, sottolineando la falsità dell’analogia storica. L’uomo, la cui civiltà aveva occupato solo un periodo equivalente a un milionesimo della vita del pianeta, probabilmente [sic] non avrebbe trovato su altri mondi razze abbastanza primitive da poter sfruttare o rendere schiave. Qualunque nave si fosse apprestata ad attraversare lo spazio con l’idea di costruire un impero interplanetario, avrebbe potuto trovarsi alla fine del viaggio con le stesse speranze di conquista di una flotta di canoe da guerra piene di selvaggi che entrasse lentamente nel porto di New York.
[…]
Cento anni come quelli non c’erano mai stati prima, e probabilmente non si sarebbero più ripetuti. A una a una le dighe erano saltate, le ultime frontiere della mente erano state spazzate via. Quando il secolo aveva albeggiato, l’Uomo aveva cominciato a prepararsi alla conquista dell’aria; alla sua fine l’Uomo stava raccogliendo le forze su Marte per balzare verso i pianeti esterni. […] Mentre salutava il secolo morente, il professor Alexson non provava rimpianti: il futuro, era troppo pieno di meraviglie e di promesse. Di nuovo le orgogliose navi spaziali stavano veleggiando verso terre sconosciute, portando i semi di nuove civiltà che, nelle età a venire, avrebbero superato quella vecchia. La corsa ai nuovi mondi avrebbe distrutto le soffocanti restrizioni che avevano avvelenato quasi mezzo secolo. Le barriere erano state infrante e gli uomini avrebbero potuto dirigere le proprie energie verso le stelle, invece che combattersi l’un l’altro. Uscito dalle paure e dalle miserie della Seconda Età Buia, e liberatosi  – oh fosse per sempre!  – delle ombre di Hiroshima e dei lager nazisti, il mondo stava dirigendosi verso la sua più splendida alba. Dopo cinquecento anni, c’era un nuovo Rinascimento. L’alba che sarebbe spuntata sugli Appennini alla fine della lunga notte lunare non sarebbe stata più radiosa dell’età che era appena incominciata.

 Puah.
Scusate, ma questo patetico peana sul glorioso futuro dell’Uomo mi fa venire il voltastomaco per quanto è grottesco.
Son proprio questi sermoncini, non infrequenti nei suoi romanzi (almeno quelli che ho letto), che mi fanno concludere che Clarke in un certo senso una persona profondamente religiosa, di una religione orribile però: la religione dell’Uomo, appunto. Ed è significativo che gli scappi di definire – almeno nella traduzione italiana, va’ a trovare il testo originale – il conflitto tra chi crede nell’Uomo e chi no, tra gli “ottimisti” e i “pessimisti” (ma io direi tra gli ingenui e i realisti), proprio come uno scontro di “fedi”; com’è significativo anche che, di fronte all’argomento storico della prepotenza del più forte come costante ineluttabile, non trova niente di meglio che rimuovere il problema perché tanto “probabilmente” non si presenterà ( molto open-minded, nevvero).

Ma c’è di peggio: Clarke, positivista illuminista scientista com’era, era un credulone. Assai più credulone, anzi, delle vecchiette sgranarosari e dei superstiziosi grattacoglioni e di tutte le altre macchiette care a un certo immaginario collettivo.
Facile dimostrarlo.
Esiste la prova evidente, irrefutabile, la “smoking gun”, dell’esistenza di Dio?
No. C’è la logica tomista, semmai, la quale però implica un ragionamento che evidente certo non è (si dimostra, non si mostra).
Esiste la prova evidente della NON esistenza di Dio?
No.
Esiste la prova evidente della NON esistenza dell’Uomo, con la U maiuscola?
Sì!!!
Certo che c’è, questa prova. La vediamo quando studiamo la nostra storia, ammesso che si voglia imparare davvero. La vediamo quando leggiamo i giornali. La vediamo quando ci guardiamo attorno. I più umili tra noi la vedono anche quando si guardano allo specchio.
Siamo noi la prova: gli uomini, senza maiuscola. Tutti, chi più chi meno, egoisti e ladri e bugiardi. E siamo qui. Non c’è bisogno di pregare per evocarci. Non si deve fare un atto di fede per credere alla nostra esistenza. Basta aprire gli occhi, cogliere l’evidenza, ragionare correttamente a partire dall’esperienza sensibile.

E allora, chi è il più credulone?


Libri agosto 2012

Fondamentalmente, C.S. Lewis con annessi e connessi.

L’ora dei Grandi Vermi, di Philip K. Dick & Ray Nelson.
La Terra è stata invasa dagli abitanti di Ganimede, grossi vermi telepatici, e l’unica resistenza umana è affidata ai “partigiani negri” del Tennessee capeggiati dal telepatico Percy X. Non provo neppure a riassumere tutta la confusa girandola di eventi surreali che si dipana da questo presupposto, dico solo che il libro è molto bello e divertentissimo.
Non sono in grado di capire dove finisca l’apporto creativo di uno dei due autori e cominci quello dell’altro, ma il libro è perfettamente nello stile PKD: personaggi stralunati che perdono anche quando vincono, assoluta confusione tra realtà e irrealtà, umorismo a palate (in particolare, ironia dissacrante su psichiatri e psichiatria: il dottor Balkani è più pazzo dei suoi pazienti, e l’Associazione Mondiale Psichiatri risulta più autocratica degli autocrati che vuole combattere).

 ***

Perelandra, di Clive Staples Lewis.
Desidero cominciare questo commento a Perelandra di Lewis ringraziando l’amico Joe, che mi ha prestato il libro, e parlando di Preludio allo spazio di Arthur C. Clarke.
Preludio allo spazio è praticamente archeo-fantascienza, scritto nel ’47 (dieci anni prima dello Sputnik sovietico, ventidue prima dell’allunaggio) e incentrato sui preparativi del primo volo spaziale. Quando lo lessi un paio di anni fa lo trovai molto noioso per storia e stile ma molto significativo per la filosofia soggiacente, cioè quel tipico positivismo di Clarke, tanto esasperato quanto ingenuo, per il quale l’Uomo – in certi punti l’autore lo scrive proprio con la U maiuscola – potrà costruire un quasi-paradiso-in-terra grazie alla tecnologia e liberandosi dalla zavorra della religione. I buoni del libro riescono a mandare in orbita la prima navicella, ovviamente chiamata “Prometheus”, lottando contro ogni avversità: compresi i fanatici religiosi, che vorrebbero impedirglielo anche con la violenza perché… boh, non si sa, l’autore non fa lo sforzo di spiegarlo, ma tanto sono fanatici religiosi ergo cattivi e scemi, che altro serve sapere.
Perché parlo di questo libro? Perché Clarke nella prefazione scrive

Le blande canzonature [sic] che avevo indirizzate al defunto dottor Clive Staples Lewis portarono in un secondo tempo a un’amichevole corrispondenza epistolare e a un incontro diretto che avvenne nel famoso Eastgate pub di Oxford, nel corso del quale Val Cleaver e io tentammo di dimostrare al dottor Lewis (e al suo collega, professor J.R.R. Tolkien) quanto inverosimile fosse il convincimento che attribuiva a ogni aspirante astronauta disposizioni malevole simili a quelle del Weston di “Lontano dal pianeta silenzioso”. Lewis finì con l’indursi a un volonteroso compromesso considerando che, se pur pessimi soggetti, quali probabilmente eravamo, il mondo tuttavia sarebbe stato un luogo d’insopportabile uggia se ogni essere umano fosse stato buono.

 Ecco, desidero esprimere il mio totale scetticismo sul fatto che Lewis possa aver detto una tale scemenza. Volendo escludere che Clarke stia inventando per fare bella figura, penso che ricordi male oppure abbia frainteso qualche ironia della controparte.
Lewis non può aver veramente voluto dire quella baggianata perché il Marte di “Lontano dal pianeta silenzioso”, e ancor più il Venere di “Perelandra”, sono abitati da genti prive di peccato e proprio per questo sono luoghi dove la noia è sconosciuta. Anzitutto perché la noia è infelicità, mentre chi è buono, figuriamoci se di una bontà incorrotta, è tutt’altro  che infelice; e poi c’è che le creature non-umane di Marte, e ancor più gli umani di Venere, hanno ben altro da fare che annoiarsi. I marziani studiano, cacciano, costruiscono; e quanto ai venusiani, della cui stirpe vediamo la coppia primogenitrice, traduco questo passo dal libro di Sanford Schwartz (commentato più sotto):

In un sorprendente distacco dalla visione tradizione del paradiso terrestre, Lewis presenta l’ordine anteriore alla caduta come uno stato di flusso continuo, un “universo di obiettivi cangianti”, del quale descrive il risultato supremo (i suoi Adamo ed Eva) come creature dinamiche che apprendono immediatamente e sembrano evolvere ad ogni momento che passa. Invece di una immutabile condizione che precede la caduta nel tempo e il cambiamento, il nuovo Eden di Lewis è un mondo di movimento perpetuo in cui l’unica proibizione (il suo Albero della Conoscenza del Bene e del Male) è non abitare sulla “Terra Ferma”.

 Ma quale insopportabile uggia, allora!
“Perelandra” è, fondamentalmente, la storia di una tentazione. Ransom, reduce  dal viaggio su Marte descritto nel primo capitolo della trilogia, viene portato dagli eldila ( = gli angeli) su Venere per fermare i piani diabolici. Il pianeta descritto da Lewis è un mondo prevalentemente acquatico, dove le terre “galleggiano” sull’acqua e ne condividono l’instabilità, sicché una pianura può immediatamente trasformarsi in collina e viceversa. L’unica isola del pianeta stabilmente ancorata al fondale sottomarino e geograficamente immutabile è appunto la Terra Ferma, oggetto del divieto di abitazione da parte di Maleldil ( = Dio). Lewis assegna a questa condizione geologica un significato teologico, perché per gli uomini venusiani abitare le terre “acquatiche” significa accettare pienamente la volontà superiore, ogni cambiamento, ogni movimento, ogni alto e ogni basso, “tutte le onde che Lui manda”; mentre risiedere sulla Terra Ferma, sempre nello stesso posto, sapere oggi dove si sarà domani, significherebbe pretendere di farsi da sé e controllare il futuro rifiutando il disegno divino.
Questa è la tentazione. Arrivato su Venere Ransom incontra l’Eva di questo mondo, una donna dalla pelle verde (la diversa pigmentazione probabilmente deriva dal fatto che i suoi ascendenti biologici non sono scimmie ma antropoidi marini simili a tritoni e sirene); incontra Weston, lo scienziato malvagio del precedente libro, che gli fa un sinistro discorso sulla propria conversione dal precedente materialismo a un inquietante “evoluzionismo emergente” sulla falsariga del vitalismo bergsoniano (cfr libro di Sanford Schwartz); e incontra, non dirò come, il Tentatore. Un essere demoniaco, presumibilmente Satana stesso, descritto in modo tanto raccapricciante quanto convincente, che cerca con ogni artifizio dialettico di convincere la donna a violare il divieto di Maleldil e prendere possesso della Terra Ferma. E a lui, Ransom, è affidato il compito di fermarlo e impedire una nuova Caduta.
Il libro mi è piaciuto moltissimo. In particolare l’inno finale a Maleldil, con le benedizioni di ringraziamento per la “Grande Danza” dell’infinita varietà di mondi creati, è un apice di misticismo che non lascia indifferenti. Cito nuovamente da Schwart:

Come una forma aggiornata di neoplatonismo cristiano, la cosmologia dell’inno finale richiama un momento storico antecedente alla moderna dissociazione della natura dalla sua fonte divina. Nell’enfasi duale sulla trascendenza di Dio e la sua immanenza dentro ogni cosa creata, questa visione ricorda particolarmente quanto elaborato dal vescovo e filosofo Nicola Cusano […] l’obiettivo di Lewis è integrare questo platonismo cristiano con una nuova concezione del tempo che sfida le assunzioni meccanicistiche dominanti la scienza moderna fino alla fine del XIX secolo. A questo scopo, egli sviluppa ciò che sembra essere una rimarcabile versione della coincidentia oppositorum di Nicola Cusano – la trascendenza di Dio immanente ad ogni elemento dell’universo – in una cosmologia dinamica che unisce una visione bergsonianamente anti-meccanicistica dello sviluppo continuo con una comprensione cristiana della singolarità, santità, e divina inabitazione in ogni momento del processo creativo.

 Insomma, mi è piaciuto così tanto che il giorno stesso in cui l’ho finito mi sono letteralmente fiondato in biblioteca per prendere in prestito il volume finale della trilogia, nel quale mi aspettavo che Ransom andasse, che so, su Giove o Saturno.
E invece.

 ***

Quell’orribile forza, di Clive Staples Lewis.
Capolavoro.
Però inizialmente mi aveva lasciato perplesso e aveva frustrato le mie aspettative, visto che è molto diverso dagli altri due. Mi aspettavo un altro viaggio interplanetario, e invece tutto si svolge sulla Terra. Ransom qui appare solo a metà del libro e non è più la figura principale. Lo stile di scrittura è sensibilmente diverso. In effetti il libro, che ha per sottotitolo “una fiaba moderna per adulti”, può in teoria essere fruito del tutto separatamente dai suoi precedenti.
Eppure, dopo già cinquanta pagine mi aveva catturato come non mi accadeva da molto tempo. Laddove Lontano dal Pianeta Silenzioso mostrava un mondo edenico privo di peccato, mentre Perelandra mostrava un mondo nascente e una nuova umanità “reboot” al suo grande bivio morale, Quell’orribile forza va invece nel verso opposto: un vero e proprio viaggio nel Male.
In un certo senso, questo è un grande romanzo distopico, al pari di Brave New World oppure 1984, di cui anticipa numerose tematiche. Basti vedere il modus operandi dell’INCE, l’Istituto Nazionale per il Coordinamento degli Esperimenti, ironicamente NICE nella versione inglese (nice significa carino; peraltro mi chiedo se non ci fosse anche un sottile richiamo a Nietzsche), nonché i suoi fini:

 “la sterilizzazione dei disabili, l’eliminazione delle razze arretrate (non vogliamo pesi morti), la riproduzione selettiva. Poi l’educazione vera, compresa l’educazione prenatale. Per vera educazione intendo un’educazione che non ammetta pressappochismi. La vera educazione infallibilmente trasforma chi la subisce in ciò che essa si prefigge, senza che il soggetto in questione o i suoi genitori possano farci nulla. Naturalmente si tratterà, all’inizio, di un influsso soprattutto psicologico, ma alla fine arriveremo al condizionamento biochimico e alla diretta manipolazione del cervello.”

 Sennonché, a differenza di Huxley e Orwell che operano una prospettiva atea, Lewis… è Clive Staples Lewis, ecco. L’autore delle Lettere di Berlicche, e hai detto niente.
In effetti, per il lettore che ha letto e si ricorda quel sulfureo epistolario, leggere Quell’orribile forza è un’esperienza doppiamente sconvolgente, perché sembra quasi di osservare le “esercitazioni pratiche” dell’allievo demone; vediamo comportamenti e discorsi e pensieri di cui il lettore consapevole può scorgere, come in controluce, la causa diabolica. Come scriveva il demonio Berlicche nella sua lettera n. 7,

Mio caro Malacoda,
mi fa meraviglia che tu mi chieda se sia essenziale tenere il tuo paziente nell’ignoranza della tua esistenza. A codesta domanda, almeno per l’attuale fase della lotta, è già stato risposto per noi dall’Alto Comando. La nostra politica per il momento, è di tenerci nascosti. Naturalmente non è stato sempre così. Noi siamo di fronte a un dilemma crudele. Quando gli esseri umani non credono alla nostra esistenza perdiamo tutti i piacevoli risultati del terrorismo diretto e non riusciamo a far sorgere i fattucchieri. D’altra parte, quando credono in noi non siamo capaci di farli diventare materialisti o scettici. Almeno, non ancora. Ho grandi speranze che apprenderemo, a tempo debito, il modo di emozionalizzare e mitologizzare la loro scienza a tal punto che ciò che è, in realtà, fede in noi (quantunque non sotto questo nome) riuscirà a insinuarsi, mentre la mente umana rimarrà chiusa alla fede nel Nemico. La “Forza Vitale”, l’adorazione del sesso, e alcuni aspetti della psicanalisi, potranno qui dimostrarsi utili. Se riusciremo a produrre il nostro capolavoro, il Mago Materialista – l’uomo che, non usi, ma veramente adori ciò che chiama vagamente “forze”, mentre nega l’esistenza degli “spiriti” – allora sarà in vista la fine della guerra.

 Confrontatelo dunque con la descrizione, fatta da un preoccupatissimo Ransom, degli scopi ultimi dell’INCE:

 Si sarebbe attuato un congiungimento tra due tipi di potere che insieme avrebbero deciso il fato del nostro pianeta. Senza dubbio quella era stata per secoli la volontà degli Eldil Oscuri. Le scienze fisiche, buone e innocenti in sé, avevano già cominciato, anche nell’epoca di Ransom, a essere distorte e subdolamente manovrate in una certa direzione. Negli scienziati si era sempre più affievolita la speranza di raggiungere verità obiettive; il risultato era l’indifferenza per questo problema e la ricerca esclusiva del potere puro e semplice. Ciance sullo slancio vitale e amoreggiamenti con il panpsichismo promettevano di ripristinare l‘Anima Mundi dei maghi. I sogni di un destino lontano e futuro dell’uomo disseppellivano dal sepolcro basso e inquieto il vecchio sogno dell’Uomo-Dio. […] Sceglievano proprio il primo momento in cui era possibile farlo. Sarebbe stato impossibile con gli scienziati del diciannovesimo secolo. L’incrollabile materialismo obiettivo l’avrebbe escluso dalle loro menti; e anche se si fosse potuto indurli a credere, il moralismo ereditato avrebbe impedito loro di toccare il lerciume. Adesso le cose erano cambiate. […] Ci sarebbero state cose incredibili, dal momento che non credevano più in un universo razionale? Ci sarebbero state cose oscene, dal momento che sostenevano che ogni moralità era un semplice sottoprodotto soggettivo delle situazioni fisiche ed economiche degli uomini? I tempi erano maturi.

 Frost (nomen omen?), il vicedirettore dell’INCE, è la personificazione più piena del Mago Materialista; i paragrafi a lui dedicati sono tra i più agghiaccianti del libro e mi hanno impressionato più di quanto saprei descrivere. Ma tutti i componenti dell’Istituto sono pressoché mostruosi; quelli che più mi hanno colpito sono Miss “Fata” Hardcastle, di cui i  lettori abituali di questo blog hanno già fatto la conoscenza, Filostrato, che odia il corpo e la natura, e Straik, l’ecclesiastico eretico (che in qualche modo, anche se non saprei dire esattamente per cosa, mi ha ricordato Vito Mancuso).

Questi loschi figuri sono descritti dal punto di vista di Mark Studdock, il protagonista maschile del libro, il quale si ritrova man mano invischiato e irretito nell’INCE. Lewis è abilissimo a descrivere, attraverso i processi mentali del giovane ambizioso, la mentalità dell’Istituto, che poi è quella di tutte le “cricche”, le mutue associazioni di uomini basate sul fine esclusivo del potere: il disprezzo reciproco che cova sotto la simpatia di facciata, l’immediatezza dei voltafaccia e dei tradimenti, l’istinto costante di simulare un’importanza e un’ampiezza di conoscenze che in realtà non si possiedono affatto… e sempre, sempre, il desiderio di far parte della “cerchia ristretta”: di quelli che contano di più, che decidono del destino degli altri, che sono i veri potenti. Una mentalità letteralmente gnostica ed esoterica (ad ogni “livello” si apprende una verità segreta, che però al livello superiore si svela come apparenza “essoterica” che cela un altro segreto, il quale viene a sua volta smentito al livello successivo che rivela un’altra verità ancora; nel libro tutta la vicenda del misterioso Capo dell’INCE, e della progressiva serie di contraddittorie “rivelazioni” che ne riceve Mark, ne è un esempio), di fatto diabolica (perché, sì: all’apice di tutte le massonerie, sulla cima di ogni piramide esoterica, oltre il 33° grado Kadosch o come cavolo si chiama, ci sono loro, gli angeli caduti).

 Coloro che hanno il compito di fermare l’INCE sono un piccolo gruppo di uomini e donne (e… un orso), diretti da Ransom, con il quale entra in contatto la protagonista femminile Jane Studdock, la moglie di Mark. Tutta la narrazione del libro oscilla tra i punti di vista dei due coniugi e relative descrizioni dei due gruppi; e l’ago della bilancia tra i due poli, il fattore che entrambi cercano per assicurarlo al proprio campo, è nientemeno che Mago Merlino, redivivo dopo un sonno magico (“stato para-cronico”) di circa 1500 anni.
Qui emerge un altro aspetto interessante del libro: si tratta di un tentativo – non so dire se riuscito, però indubbiamente ad altissimi livelli – di dare legittimità cristiana a tutto un patrimonio culturale (miti, figure epiche, tòpoi) ereditato dal paganesimo. Non per caso Quell’orribile forza ha un forte debito verso altri due autori che hanno significato molto per CSL: il primo è Charles Williams, amico di Lewis e autore di un ciclo gotico-arturiano che lo colpì molto; il secondo è Tolkien, esplicitamente citato nella premessa e raccomandato a “chi vorrà saperne di più su Numinor e sul Vero Occidente”, Numinor essendo il nome che Lewis usa nel libro per indicare Atlantide, nome derivato dall’isola di Numenòr nel Silmarillion che Tolkien leggeva ai suoi amici decenni prima che fosse sistemato e pubblicato.
(peraltro, vedere qui per leggere cosa scrive Tolkien nelle sue lettere a proposito della trilogia di Lewis e l’influenza – a suo giudizio rovinosa! – di Williams sull’opera e sulla stessa amicizia tra JRRT e CSL)
Il “tentativo” di cui parlo si vede anzitutto (e questa a quanto ne capisco è l’influenza di Williams, del quale però non ho letto nulla) nell’uso del personaggio di Merlino, dell’accreditamento del ciclo arturiano come verità storica sebbene dimenticata e misconosciuta; nonché nella legittimazione cristiana della sua “magia bianca”, sotto l’argomento che è sì sbagliata oggi, ma non lo era ancora ai suoi tempi:

 « Merlino. Per un uomo di quell’epoca c’erano ancora possibilità che non esistono più per l’uomo di oggi. La Terra stessa era più simile a un animale a quei tempi, e i processi mentali assomigliavano più ad azioni fisiche. E c’erano… be’, i Neutri, in circolazione. Non intendo dire, naturalmente, che esista qualcosa che possa essere un vero neutro. Un essere cosciente o ubbidisce a Dio o gli disubbidisce. Ma ci possono essere cose neutre rispetto a noi. Il punto è che, mentre alla fine del mondo, e forse anche adesso, descrivere ogni eldil come un angelo o un diavolo potrebbe essere vero, lo era molto meno ai tempi di Merlino. Allora c’erano su questa terra creature che si facevano gli affari loro, per così dire. Non erano spiriti provvidenziali mandati ad aiutare l’umanità caduta, ma non erano neppure nemici che si accanivano contro di noi. Anche in san Paolo [dove???, ndr] appare a sprazzi una popolazione che non rientra nelle nostre due categorie degli angeli e dei diavoli. E se andiamo ancora più indietro… tutti gli dèi, gli elfi, i nani, le sirene, le fate, i longaevi… tu e io ne sappiamo troppo per pensare che siano solo delle illusioni. Credo che esistessero un tempo creature del genere. Credo che allora ci fosse spazio per loro, ma l’universo si è avvicinato di più al punto. Non erano tutte creature razionali, forse. Talora semplici volontà inerenti alla materia, non proprio coscienti, più simili ad animali. Altre… ma non so veramente. Comunque,questo è il tipo di situazione da cui scaturisce un uomo come Merlino».
«Mi sembrano tutte cose orribili».
«
Erano piuttosto orribili. Voglio dire, neppure ai tempi di Merlino (lui visse alla fine di quell’epoca), sebbene ci si potesse ancora servire in maniera innocente di quel tipo di vita nell’universo, lo si poteva fare senza rischi. Gli esseri non erano cattivi in sé, ma lo erano già nei nostri confronti. Svigorivano, per così dire, chi avesse a che fare con loro. Non di proposito, ma non potevano farne a meno. Merlino è svigorito. La sua calma è un po’ morta, come la calma di un edificio sventrato. È il risultato di aver aperto la mente a qualcosa che allarga un po’ troppo l’orizzonte. Come la poligamia. Non era sbagliata per Abramo, ma non ci si può trattenere dal pensare che anche lui perse qualcosa praticandola».

 C’è poi (ma ormai, vi avverto, siamo in zona spoiler pesante) il discorso degli dèi. E qui si sente l’influenza di Tolkien.
Chi ha letto il Silmarillion si ricorderà del concetto di sub-creazione e del ruolo estremamente attivo ed importante, praticamente sub-divino, che svolgono in Arda le schiere angeliche dei Valar. Lewis riprende questo concetto, applicandolo però non ad un mondo “altro” ma al nostro stesso universo, e soprattutto non a figure inventate ma alle divinità del pantheon greco-romano: le quali perciò sono davvero angeli, o meglio, sono angeli così come sono stati erroneamente visti prima del cristianesimo.
Così, nel capitolo La discesa degli dèi, Ransom e Merlino (unitosi al gruppo dei buoni) ricevono la visita di Mercurio, Venere, Marte, Saturno e Giove. Lewis li chiama dèi, ma ha a cura di specificare all’inizio del capitolo che “Merlino in un primo momento aveva fatto l’atto di inginocchiarsi, ma Ransom glielo aveva proibito. «Bada di non farlo! » gli aveva detto. «Hai scordato che sono dei servitori come noi?»” (questa sembra una citazione letterale da Apocalisse 19: 10); comunque essi conservano intatte le principali caratteristiche attribuite loro dalla mitologia classica, essendo in tutto e per tutto le Potenze del linguaggio, dell’amore, del coraggio, del tempo e del potere. Ciò viene espresso in una struttura alternata molto efficace: mentre in cucina gli altri membri del gruppo sperimentano l’influsso dei visitatori celesti sotto forma di impulsi psicologici, al piano superiore Ransom e Merlino fanno un’esperienza diretta e quasi mistica dei loro ospiti. Lo stile di Lewis in questo capitolo è davvero molto bello, ma non potendo qui riportare tutto (su anobii ho trascritto molto di più, consiglio la lettura perché merita davvero) mi accontento di citarne solo pochi brani:

Per Ransom, che per anni e anni si era dedicato allo studio delle parole, fu un piacere celestiale. Si trovò seduto nel cuore stesso del linguaggio, nella fornace incandescente dell’idioma essenziale. Tutta la realtà venne spezzata, liberata in cateratte, afferrata, rivoltata, impastata, uccisa e rigenerata come significato; perché il signore stesso del Significato, l’araldo, il messaggero, l’uccisore di Argo, era con loro: l’angelo che ruota più vicino al sole, Viritrilbia, che gli uomini chiamano Mercurio e Thoth.
[…]
era la Carità, non come l’immaginano i mortali, e neppure come venne umanizzata dall’Incarnazione del Verbo, ma la virtù translunare caduta direttamente su di loro dal Terzo cielo, indomita. Ne furono accecati, storditi, riarsi. Pensarono che li avrebbe consumati fino alle ossa. Non sopportavano che continuasse; non sopportavano che cessasse. Così venne Perelandra, trionfante tra i pianeti, colei che gli uomini chiamano Venere, e fu con loro nella stanza.
[…]
Ransom riconobbe, come si riconosce il ferro quando lo si tocca, lo splendore fermo e nitido di quello spirito celeste che ora rifulgeva in mezzo a loro: il vigile Malacandra, capitano di una fredda orbita, colui che gli uomini chiamano Marte e Mavors e Tyr, colui che mette la mano nella bocca del lupo.
[…]
Saturno, che in cielo è chiamato Lurga, era nella Sala Azzurra. Il suo spirito si era posato sulla casa, o forse su tutta la terra, con una pressione fredda che avrebbe potuto appiattire Tellus fino a ridurla a una cialda. Di fronte al fardello pesante come il piombo della sua antichità persino gli altri dèi, forse, si sentirono giovani ed effimeri.
[…]
Era simile a un’onda alta tre metri illuminata dal sole, con la cresta di spuma bianca e il ventre di smeraldo, che avanza, terribile, con un ruggito e con una risata inestinguibile. Era come quando attacca la musica nelle sale di un re talmente eccelso, a una festa talmente solenne che i cuori giovani vengono presi da un tremore analogo alla paura, quando la sentono. Era, infatti, il grande Glund-Oyarsa, Re dei Re, per mezzo del quale principalmente soffia la gioia della creazione attraverso questi campi di Arbol,
[il sistema solare, ndr] noto agli uomini nei tempi antichi come Giove, e sotto quel nome, per fatale ma non inspiegabile errore, confuso col suo Creatore – ben poco gli uomini si immaginavano quanti erano i gradi della scala dell’essere creato che s’innalzano al di sopra di lui.

 Non saprei dire se teologicamente questa identificazione così stretta tra pantheon pagano e angelologia cristiana stia in piedi (e mi lascia leggermente perplesso, anche se non so indicare in cosa); ma impressionante è impressionante, altroché.

 ***

C.S. Lewis on the Final Frontier – Science and the Supernatural in the Space Trilogy, di Sanford Schwartz.
Come si capisce dal titolo, si tratta di un saggio in inglese incentrato sulla trilogia spaziale di Lewis. L’ho trovato in e-book su amazon, a un prezzo non precisamente irrisorio, però i soldi se li merita davvero perché è molto interessante.
La tesi principale è che la trilogia di Lewis vuole essere la risposta cristianamente e scientificamente plausibile, ancorché espressa nella forma ipotetica tipica della narrativa, al paradigma cosmologico e antropologico imperante nell’Occidente post-copernicano e post-darwiniano. Per CSL questo paradigma però non è completamente falso, ma si pone come “ec-type (che è una parola intraducibile, o almeno io non riesco a tradurla, gradisco suggerimenti) ovvero la corruzione di un archetipo (arche-type) di per sè originario e vero e santo.
Insomma (mia traduzione, pag. 138):

Adottando l’agostiniana nozione privativa del male come nient’altro che una distorsione del bene, Lewis descrive l’apparente antitesi tra il pensiero cristiano e le correnti post-darwiniane del pensiero moderno come la relazione tra l’originale trascendente e la sua parodistica imitazione. Allo stesso tempo, possiamo osservare un significativo slittamento nelle caratteristiche del bersaglio satirico nel corso della trilogia. In Lontano dal Pianeta Silenzioso, Lewis sta criticando quel naturalismo evoluzionistico basato su assunti strettamente materialistici ed una visione di incessante conflitto tra o dentro le specie. In Perelandra, il tentatore demoniaco espone una dottrina di evoluzionismo “creativo” o “emergente” che sorge da una critica alla scienza meccanicistica e offre una “via di mezzo” tra i punti di vista “spirituale” e “materiale”. E, come nel secondo romanzo si passa dal regno materiale all’organico, così nel romanzo finale il mito dell’evoluzione ci proietta oltre il mondo organico verso il regno spirituale del “nuovo uomo che non muore mai”. Sebbene il desiderio di trascendere la nostra condizione finita sia soggiacente all’intera trilogia, questa progressione – colonizzazione interplanetaria, evoluzionismo “creativo”, trasformazione tecno-magica dell’uomo in Dio – segue una precisa traiettoria dal piano materiale a quello spirituale.

 Così, in Lontano dal Pianeta Silenzioso, la concezione stile H.G. Wells della guerra dei mondi come prosecuzione interstellare della (pseudo)darwinistica sopravvivenza del più forte non viene a priori negata, ma bensì “redenta” dalla sua natura “ectipica” e trasfigurata nell’archetipo del mondo di Marte (non a caso, dio della guerra) dove sì le tre specie intelligenti convivono pacificamente, ma al tempo l’ecosistema marziano presenta la caccia e la lotta; intese però non come il forte che schiaccia il debole ma come simbiosi, agonismo, mutuo rispetto nella consapevolezza che per ogni creatura immacolata la morte non è che un passo verso la Vita.
E analogamente in Perelandra, come detto sopra, il vitalismo bergsoniano viene trasceso nell’universo in perenne creazione divina, mentre in Quell’orribile Forza l’unione perversa tra scientismo e spiritismo, incarnata nella diabolica figura del Mago Materialista, non è che la corruzione di quello che dovrebbe essere il giusto connubio tra scienza e religione.
L’autore argomenta molto bene, citando ampiamente dalle altre opere di CSL a dimostrazione di quanto radicato in lui fosse il nucleo concettuale su espresso (stranamente, però, mancano riferimenti alle Lettere di Berlicche) e inquadrandolo nel clima intellettuale del suo tempo (ho trovato molto ben fatta la parentesi descrittiva del pensiero di Bergson, di cui Lewis era tanto intellettualmente debitore quanto spiritualmente critico).
Da rileggere, anzi, da studiare.

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Felix Culpa, Felicissima Innocentia, di Elvis Spadoni.
Non si tratta esattamente di un libro, ma di una tesi di baccalaureato che ho trovato su internet a questo indirizzo cercando materiale su Lewis. L’argomento è il peccato originale così come concepito e descritto nel magistero cattolico, in Teilard de Chardin e nel libro Perelandra.
Mi riservo di parlarne in un post a parte, perché qui ho scritto anche troppo!!! il focus principale non mi è sembrato tanto Perelandra (a cui pure è dedicata la seconda metà della tesi) ma la teologia di Teilard de Chardin, che si vuole rivalutare e per quanto possibile accordare con quella di Lewis (e mi pare onestamente che il compito sia assai arduo, ma il tentativo merita).

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La porta chiusa, di Barbara Di Clemente.
Una gradita sorpresa. Si tratta di uno di quei cinquanta libri in formato elettronico che mi ero ritrovato gratis in un lettore ebook da me acquistato (prima che passassi al kindle). Il fatto che mi fossero stati così sbolognati, e che fossero pubblicati dal Gruppo Albatros che è una di quelle case stampatrici più che editrici, che non a caso in area anglosassone chiamano “vanity press”, non deponeva certo a loro favore. Comunque una mattina avevo voglia di dare un’occasione a qualcuno di essi, e ho pescato a caso questo La porta chiusa, senza aspettarmi niente di che.
Invece sapete cosa, il libro mi è piaciuto molto. È la vicenda straziante di una ragazza vittima fin dall’infanzia degli abusi sessuali di suo padre, con la complicità di sua madre: la poveretta viene stuprata ogni notte, messa incinta, e infine segregata dai genitori in uno sgabuzzino e tenuta a pane e acqua per niente meno che dieci anni. Gulp.
L’argomento è ovviamente pesantissimo, ma l’autrice (in veste dell’io narrante di un pazzo, che poi sarebbe l’ex psichiatra della ragazza, rinchiuso in un manicomio per motivi che saranno chiari solo alla fine) riesce a comunicarlo in un modo non insostenibile, puntando più sul lato emotivo che sui dettagli cruenti. In alcuni punti ha commosso perfino me, e ce ne vuole. Brava.


Contatto!

Anzitutto: buona Santa Pasqua a tutti voi lettori ed ai vostri cari!

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Questo libro è bellissimo. Ne stavo preparando la scheda per il post sui libri del mese, ma mi è venuta un po’ lunga – e il libro è così interessante che se la merita – e allora ne faccio un post a parte.
Avevo già visto e apprezzato il film di Robert Zemeckis, ma la storia originale di Carl Sagan è ben superiore: descrive un “primo contatto” tra umani ed alieni e ne esplora le conseguenze politiche e teologiche. La protagonista, astronoma che partecipa al progetto SETI, capta un messaggio radio proveniente dallo spazio che non può essere casuale, perché è una successione ordinata e smisuratamente lunga di numeri primi. L’ordine implica razionalità, intelligenza, intenzionalità, logos: è un messaggio alieno.
(già, ma come si fa ad avere la sicurezza assoluta su base puramente razionale? La biblioteca di Babele…)
Una volta decifrato il contenuto informativo del messaggio, emerge dapprima una riproduzione del filmato di Adolf Hitler all’apertura delle Olimpiadi del ‘36 – il che genera comprensibile sconcerto, e che gli alieni sono nazisti?, ma c’è una spiegazione ragionevole – e poi una serie di istruzioni tecniche per costruire una macchina, si suppone una sorta di astronave per raggiungere gli alieni. L’umanità, con varie forme di choc culturale (rifiuto entusiasmo diffidenza etc.) segue le istruzioni e costruisce la macchina, e … contatto.

Il libro è stato pubblicato nel 1985 e l’autore immaginava che all’inizio del terzo millennio ci sarebbe ancora stato il comunismo, e descrive la relazione conflittuale tra istanze scientifiche e istanze politiche (guerra fredda, diffidenza tra scienziati e militari, etc.) in termini abbastanza comuni in questo tipo di letteratura ante 1989. Questa parte è stata pressoché omessa nel film del 1997. (uno degli scienziati sovietici, godendosi le libertà americane, sfoggia un distintivo goliardico universitario che dice “pregate per il sesso”;lo sfoggiava persino alle riunioni scientifiche e quando gliene si chiedeva la ragione, soleva dire: Nel vostro paese, è offensivo soltanto in un modo. Nel mio, invece, è offensivo in due modi indipendenti; LOL)
Molto più attuale è invece l’aspetto teologico. Carl Sagan professava quel che io chiamerei un agnosticismo aperto, e su wikipedia gli è attribuita la frase “Un ateo deve sapere molto di più di quello che so io. Un ateo è qualcuno che sa che Dio non esiste. Quello che alcuni chiamano ateismo è molto stupido”. Questo ci aiuta a capire il filo religioso della storia: la protagonista Ellie Arroway, teoricamente agnostica e praticamente atea, con molta antipatia verso la religione (in parte dovuta al suo dolore profondo per aver perso l’amatissimo padre da bambina e aver visto la madre risposarsi con un odioso bigottone), si trova a discutere delle implicazioni religiose del messaggio alieno con una coppia di predicatori cristiani che riassumono le diversità d’atteggiamento dell’opinione pubblica religiosa. Uno è un becero fondamentalista che sembra la summa dell’ignoranza arrogante e fideista, e con la sua opposizione ostinata alla scienza e al messaggio (ovviamente trappola del demonio) svolge in pratica la funzione narrativa di far fare bella figura all’altro predicatore, Palmer Joss, assai più pacato e ragionevole, con cui la protagonista instaura un rapporto di crescente stima. In tutte le loro discussioni la posizione di Ellie rimane religiosamente scettica: non nego in astratto la possibilità che Dio esista, ma non ci credo finché non lo vedo; voglio prove certe e tangibili, non mi fido di niente che non possa controllare con i miei occhi.
(nel film, approfittando di avere due attori di bell’aspetto come Jodie Foster e Matthew McConaughey, hanno fatto scoccare l’immancabile storia d’amore; hanno dovuto tagliare quelle numerose pagine di dense discussioni teologiche, cinematograficamente irriproducibili, ma le hanno riassunte in uno
scambio di battute estremamente efficace:
Ellie
:      [si parla dell’esistenza di Dio] Come fai a sapere che non ti stai illudendo? Quanto a me, io… io vorrei una prova.
Joss:      Ah, una prova. Volevi bene a tuo padre?
Ellie:      Come?
Joss:      Sì, gli volevi bene?
Ellie:      … Sì, moltissimo.
Joss:      Provalo.

Ellie
:      l’espressione che passa sulla faccia di Jodie Foster vale più di mille parole)

Ma insomma, qual è questo contatto?
Viene costruita la macchina. Cinque persone tra cui Ellie vengono scelte come equipaggio e l’attivano. Si apre una specie di tunnel dimensionale e la macchina “viaggia” fino a raggiungere quella che sembra una spiaggia tropicale, di chissà dove o chissà quando, dove appaiono finalmente gli alieni, ciascuno dei quali assume la forma di una persona significativa per uno dei viaggiatori. Ovviamente per Ellie è suo padre, che lei abbraccia con infinita gioia e gratitudine – e pazienza se quello non è proprio lui ma piuttosto la materializzazione del ricordo e dell’amore estratti dal cervello di lei, la scena è commovente e se Ellie non fa la puntigliosa a noi lettori va bene così.
Gli alieni rispondono a un sacco di domande dei viaggiatori, per poi rimandarli indietro colmi di gioia e speranza. I cinque tornano sulla Terra, già assaporando la gloria e le implicazioni scientifiche, e … sorpresa.
Per coloro che hanno visto la macchina dall’esterno, non è successo niente. I cinque sono entrati; hanno passato circa venti minuti là dentro; e poi sono usciti. Basta. La videocamera che avevano portato non ha registrato niente. Per i cinque è passato più di un giorno, per gli altri meno di mezz’ora. Ellie ipotizza di essere stata rimandata indietro nel tempo, ma è appunto una supposizione.
Non possono provare empiricamente.
Non possono spiegare razionalmente.
Possono solo sperare di essere creduti da coloro che li hanno mandati, i leader politici e scientifici, i pezzi grossi che hanno costruito quel costosissimo giocattolo dal valore approssimativo di 2.000.000.000.000.000.000,00 $ per ricavarne solo una bella storiella.
Non ci credono. I cinque vengono accusati di essersi inventati tutto, di far parte di un piccolo complotto accademico-industriale che ha falsificato il messaggio un po’ per la gloria, un po’ per il profitto della costruzione della macchina, un po’ per allontanare l’incubo della guerra mondiale dando ai due poli della guerra fredda un obiettivo comune su cui lavorare assieme. La storia di come Ellie ha riabbracciato l’immagine di suo padre viene fatta a pezzi con argomentazioni stringenti:

“lei, per Dio, ha ricevuto la visita del suo defunto padre che le dice che lui e i suoi amici sono stati impegnati a ricostruire l’universo, per Dio. ‘Padre nostro che sei nei cieli…’? Questa è pura religione. Questa è pura antropologia culturale. Questo è puro Freud. Non se ne accorge? Non solo lei dichiara che suo padre è ritornato dalla tomba, lei si aspetta veramente che noi crediamo che abbia fatto l’universo…”
“Lei sta travisando…”
“L’incontro con suo padre in cielo e tutto il resto, dottor Arroway, è significativo, perché lei è cresciuta nella cultura giudeo-cristiana. Lei è l’unica dei Cinque ad appartenere a tale cultura, e lei è l’unica che incontra suo padre. La sua storia è proprio troppo su misura. Non abbastanza fantasiosa.”

Per non perdere la faccia i governi mondiali mettono tutto a tacere, raccontando all’opinione pubblica che c’è stato un piccolo guasto e che riproveranno ad azionare la macchina quando l’avranno capita meglio; e minacciano i cinque di detenzione a vita se violeranno il segreto imposto.
E cosa fanno questi cinque, questi scienziati, che conoscono una verità che non possono provare scientificamente? Beh, se ne fregano del segreto militare, delle intimidazioni e tutto quanto. Perché la verità è più importante.

“Non importa quello che ci dicono di fare. L’importante è che siamo vivi. In seguito, racconteremo la nostra storia – noi cinque – in maniera discreta, naturalmente. Da principio, soltanto a coloro in cui abbiamo fiducia. Ma quelle persone la racconteranno ad altre. La storia si diffonderà. Non ci sarà modo di fermarla.”

Ebbene, se questa non è una catechesi universale, ci si avvicina molto. Non è quello che è successo con il cristianesimo? Persone che hanno fatto un’esperienza straordinaria e l’hanno raccontata ad altre persone, e queste altre persone ad altre ancora, e ancora, e ancora, e la storia si diffonde inarrestabile e cambia letteralmente il mondo. È la catena della fiducia.

Questo succede grossomodo anche nel film, dove la protagonista è l’unica a fare il viaggio e a tornare senza prove, chiedendo di essere creduta sulla base di un leap of faith – che solo Palmer Joss sarà disposto a fare.
Il libro di Sagan, però, non finisce qui, ma ha una conclusione molto più teologicamente impegnativa (che il film ha tagliato; eccheccavolo).
L’alieno con le sembianze di suo padre aveva confidato a Ellie un segreto: anche loro hanno trovato un Messaggio mandato da qualcun altro. Però questo è nella matematica, nel pi greco, nel rapporto tra la circonferenza di un cerchio e il suo diametro: una divisione che non ha mai fine, in un numero infinito di cifre. E tuttavia, se continui la divisione abbastanza a lungo, dice l’alieno,

“succede qualcosa. Le cifre che variavano a caso spariscono, e per un tempo incredibilmente lungo non ci sono altro che unità e zeri. E il numero di unità e zeri che si susseguono è uguale al prodotto di undici numeri primi.”
“Mi stai dicendo che c’è un messaggio in undici dimensioni celato in profondità all’interno del pi greco? Qualcuno nell’universo comunica con… la matematica? Ma… dammi una mano, sto davvero facendo fatica a capirti. La matematica non è arbitraria. Intendo dire che il pi deve avere lo stesso valore dovunque. Come si può nascondere un messaggio all’interno del pi? Fa parte della struttura dell’universo.”
“Esattamente”.

Tornata sulla Terra, costretta al silenzio ufficiale sulla sua esperienza, Ellie riprogramma uno dei computer del progetto SETI per cercare anomalie statistiche nelle cifre del pi greco, e infine – proprio nel momento preciso in cui fa un’importante scoperta personale su suo padre, che qui non rivelo – trova ciò che stava cercando:

L’anomalia si manifestava con maggiore evidenza nell’aritmetica a base 11, dove poteva essere trascritta interamente come zeri e unità. Confrontato con quello che era stato ricevuto da Vega, questo poteva essere al massimo un messaggio semplice, ma la sua rilevanza statistica era notevole. Il programma riuniva le cifre in un percorso di scansione quadrato, una quantità uguale da un capo all’altro e sotto. La prima riga era una fila ininterrotta di zeri, da sinistra a destra. La seconda riga mostrava un solo uno, esattamente al centro, con zeri ai lati, a sinistra e a destra. Dopo alcune altre righe, si era formato un inequivocabile arco, composto di unità. La semplice figura geometrica era stata costruita rapidamente, riga per riga, autoriflessiva, ricca di promesse. Emerse l’ultima riga della figura, tutti zeri tranne un solitario uno al centro. La linea susseguente era soltanto di zeri, parte della cornice.
Celato negli schemi che si alternavano di cifre, profondamente all’interno del numero trascendente, c’era un cerchio perfetto, dalla forma tracciata da unità in un campo di zeri.
L’universo era stato creato intenzionalmente, diceva il cerchio
. In qualunque galassia ci si trovi, si prende la circonferenza di un cerchio, la si divide per il suo diametro, si fa un calcolo abbastanza accurato e si scopre un miracolo: un altro cerchio, disegnato chilometri più in giù della virgola decimale. Proseguendo, ci sarebbero stati messaggi più ricchi. Non importa l’aspetto che si ha, o di che cosa si è fatti o da dove si proviene. Finché si vive in questo universo, e si possiede un modesto talento per la matematica, prima o poi la si troverà. E già qui. E all’interno di tutto. Non si è obbligati a lasciare il proprio pianeta per trovarla. Nella struttura dello spazio e nella natura della materia, come in una grande opera d’arte, c’è, scritta in piccolo, la firma dell’artista. Sopravanzando gli uomini, gli dei e i demoni, includendo i Guardiani e i Costruttori dei tunnel, c’è un’intelligenza che precede l’universo.

Logos.


Il mistero dell’Oggetto Eterno (2)

( continua da)

Spiegazione.
Chi mi conosce sa che a me piacciono molto le storie di fantascienza, e mi piacciono le storie di viaggi nel tempo e le speculazioni sui paradossi insiti nell’operazione. Sulla wikipedia inglese c’è una pagina molto interessante, di cui purtroppo non esiste la versione italiana (qualcuno la traduca!), che riporta numerosi esempi tratti dalla fiction di paradossi ontologici: cioè quelle situazioni in cui è l’esistenza stessa di qualcosa o qualcuno ad apparire impossibile, paradossale, una clamorosa deroga alla regola per cui ogni effetto è preceduto dalla causa.
La storia del precedente post è un esempio di paradosso ontologico basato su quel che a me piace chiamare un Oggetto Eterno, laddove eterno non significa “illimitato”, ma bensì qualcosa che è in qualche modo fuori dal tempo, sganciato dalla normale catena di cause ed effetti. La chiave della storia è un Oggetto Eterno: ogni versione temporale dell’uomo la riceve dalla versione precedente e la passa alla versione successiva, ma non si può capire in quale momento abbia fatto il suo ingresso nel tempo, e perciò non si capisce neppure chi l’abbia costruita – se mai lo è stata. La chiave è un effetto senza una comprensibile causa fisica: la sua storia è un circolo chiuso senza inizio e senza fine.
Affascinante, no?
E se ci fosse davvero, là fuori, qualcosa del genere? Cosa implicherebbe?

Naturalmente sarebbe facile liquidare facilmente la questione dicendo che gli Oggetti Eterni non esistono, o almeno non se ne è ancora scoperto uno, e che perciò queste sono chiacchiere inutili su argomenti vani.
È un approccio legittimo, ma forse un po’ troppo facile, perché “qualcuno” sostiene che una sorta di Oggetto Eterno esista davvero, e se è così, allora la sua esistenza pone delle domande che non possono essere liquidate così facilmente.
Chi sia questo qualcuno e quale sia la cosa misteriosa di cui stiamo parlando, sarà chiaro al prossimo post (ma qualcuno potrebbe anche capirlo prima).
Ora però, per spiegare al meglio le problematiche dell’argomento (ma in realtà è che mi sono divertito un sacco a scriverla), vi propino questa mia personale tassonomia super-nerd dei paradossi temporali. Se avete altri esempi da aggiungere alla collezione, siete invitati a contribuire. Buona lettura!

***

Il viaggio nel tempo come causa sui.
Un tipico paradosso del viaggio del tempo è quello in cui il viaggiatore torna indietro nel tempo e contribuisce a determinare le circostanze che provocato o reso possibile il viaggio nel tempo stesso. Esempi:

  • Il primo film di Terminator si basa su questo paradosso, perché John Connor manda indietro nel tempo Kyle Reese a proteggere sua madre Sarah, la quale fa l’amore con Kyle e concepisce John, il quale perciò ha fatto in modo che suo padre fosse suo padre.
  • In Harry Potter e il Prigioniero di Azkaban, Harry viene salvato dai Dissennatori grazie ad un incantesimo Patronus lanciato da se stesso dopo essere tornato di qualche ora indietro nel tempo; si specifica che Harry è stato in grado di lanciare il difficile incantesimo perché sapeva di averlo già lanciato.
  • Nel libro I.N.R.I. di Michael Moorcock, il protagonista è un nevrotico religioso (endiadi, ovviamente) che si procura una macchina del tempo e torna indietro per incontrare Cristo; dopo aver scoperto che il Gesù storico era solo uno scimunito deforme figlio di una sgualdrina, comincia a girare per la Palestina e impersona lui stesso il messia – tanto lo sanno tutti che i vangeli sono chiaramente stati scritti secoli dopo i fatti – fino a farsi crocifiggere.

Non si contano inoltre le numerose variazioni sul tema dell’inventore della macchina del tempo che torna indietro nel tempo e aiuta sé stesso a inventare la macchina del tempo (es. nel primo Ritorno al futuro Marty McFly fa vedere a Doc Brown la macchina del tempo che quest’ultimo costruirà trent’anni dopo).
In questi casi abbiamo un effetto – cioè il viaggio nel tempo – che non solo è precedente alla propria causa, ma che addirittura contribuisce alla catena causale che ha dato luogo all’effetto stesso, insomma è causa sui, causa di sé stesso.

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Il paradosso del nonno.
L’inverso del paradosso precedente è l’ipotesi in cui il viaggiatore nel tempo, tornato nel passato, fa qualcosa che rende impossibile il viaggio nel tempo. Questa idea è nota come paradosso del nonno: un uomo torna indietro nel tempo e uccide suo nonno. Allora lui non nascerà. Ma se non nascerà, non tornerà indietro nel tempo e perciò non ucciderà suo nonno. Ma se non ucciderà suo nonno, allora lui nascerà e tornerà indietro nel tempo. Ma se tornerà indietro nel tempo, ucciderà suo nonno. Allora lui non nascerà. Ma se non nascerà…
Vedete bene che in realtà questo contorcimento logico è una variante spaziotemporale del paradosso di Epimenide cretese (“Epimenide dice che tutti i cretesi dicono sempre bugie, lui lo sa perché è di Creta e li conosce bene”), cioè un’auto-contraddizione. Un effetto che annulla la propria causa annulla non solo sé stesso, ma anche l’annullamento medesimo. Il primo Ritorno al futuro gioca con questo paradosso immaginando che Marty McFly, per aver ostacolato l’innamoramento dei suoi genitori, rischi di essere cancellato dalla foto di famiglia e dall’esistenza stessa – sennonché, se Marty fosse stato cancellato, non avrebbe mai potuto ostacolare l’unione che stava ostacolando…
Ci sono possibili linee di pensiero sulle conseguenze di questo paradosso. Una implica la coesistenza e/o il conflitto tra diverse linee temporali o “universi paralleli”. Il viaggiatore nel tempo, cambiando il passato, fa nascere una nuova linea temporale alternativa a quella da cui proviene. La linea temporale di provenienza può restare immutata e proseguire tranquillamente per il suo corso, oppure può essere “sovrascritta” e scomparire. Per esempi cinematografici vedere il secondo Ritorno al futuro oppure Donnie Darko. La quarta stagione di Fringe gioca con l’idea di un “palinsesto” temporale, con una Macchina che cambia retroattivamente un evento e costruisce un secondo passato che si sovrappone al primo, del quale però (come appunto in un palinsesto) affiorano tracce qua e là. Il concetto di riscrittura temporale è poi portato al parossismo nell’anime capolavoro Steins Gate, che cita John Titor (l’unico viaggiatore del tempo “ufficiale” finora conosciuto) e dipana un complicatissimo intreccio “circolare” in cui un team di giovani otaku scopre ben tre diversi modi per modificare il passato (mandando un sms indietro nel tempo; mandando la memoria di un individuo indietro nel tempo; con il “classico” viaggio fisico) e alterare le linee temporali, la cui divergenza rispetto alla linea originaria può perfino essere misurata con un apposito divergence meter!
Chi non crede alle diramazioni o sovrascritture temporali invece ritiene che questo paradosso non possa essere possibile: il viaggiatore nel tempo non riuscirà mai, qualsiasi cosa faccia, a uccidere il proprio nonno. Non può accadere una cosa simile proprio perché il viaggiatore nel tempo esiste e perciò non ha mai provocato il proprio annichilimento. Questa teoria, descritta in LOST come “meccanismo del course-correcting”, implica un principio di autoconservazione dell’Universo tale per cui, se si verificasse un paradosso del nonno, l’intero tessuto spaziotemporale ne sarebbe distrutto e non ci sarebbe né passato né presente né futuro né niente; tuttavia il fatto stesso che noi ora esistiamo è la prova tangibile che questo paradosso non si è mai verificato né mai si verificherà. Se poi questo principio di autoconservazione faccia parte delle leggi razionali intrinseche e soggiacenti alla struttura stessa dell’universo, oppure dipenda da una qualche Provvidenza benevola e trascendente che preserva il continuum, è argomento aperto alla speculazione.

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L’invenzione senza autore, cioè l’Idea platonica.
Il paradosso dell’effetto causa sui si può presentare in una versione molto interessante e cioè nell’ipotesi di un’opera dell’ingegno il cui apparente autore, in realtà, non ha fatto assolutamente nessuno sforzo intellettuale.

  • Nel secondo film di Terminator, si scopre che il supercomputer Skynet è stato creato attraverso un reverse engineering a partire dai resti del T-1000 mandato nel passato da Skynet medesimo. Nessuno ha veramente concepito i circuiti di Skynet, ci si è limitati a copiarli.
  • Un fisico, dopo aver ricevuto una visita dal suo futuro sé stesso che gli spiega nei dettagli come costruire la macchina del tempo, segue pedissequamente le istruzioni e costruisce la macchina del tempo, dopodiché torna nel passato e istruisce nei dettagli il suo precedente sé stesso su come costruire la macchina del tempo.
  • Un uomo viaggia nel futuro, scopre di essere diventato un famoso scrittore, compra in libreria i libri che ha scritto, torna indietro nel tempo, copia i libri parola per parola e diventa un famoso scrittore.

Lo stesso concetto si può applicare a un quadro, a un teorema di matematica, a una qualunque manifestazione di creatività.
Questo paradosso è sostanzialmente una versione soft dell’Oggetto Eterno. Qui non è la concretizzazione materiale dell’idea ad essere a-causale, ma l’idea in sé: il contenuto letterario del libro, la trama e lo stile, la scelta delle parole e la loro disposizione, tutte cose che di cui l’autore materiale del libro non ha nessun merito.
Ma allora Chi è il vero autore del libro?
A pensarci bene, c’è qualcosa dell’idealismo platonico in questo paradosso: abbiamo un’Idea che entra nel tempo come se provenisse dall’iperuranio, un’Idea che preesiste alle sue applicazioni concrete e sussiste a prescindere dalla loro esistenza. Un’Idea che è stata soltanto imitata, non inventata; ma conviene notare che – poiché l’idealismo platonico non è idealismo nel senso corrente del termine, ma semmai una forma trascendente di realismo – invenio, inventare, originariamente significa proprio scoprire (qualcosa che già esiste).

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La profezia auto-avverante.
La versione psicologica del paradosso precedente è data dall’ipotesi in cui qualcuno, venendo a conoscenza di una previsione che riguarda un suo comportamento futuro, tiene quel comportamento non perché lo desidera spontaneamente ma perché ritiene di dover agire come previsto. In tal caso sorge il quesito su chi sia stato a voler davvero quel comportamento, perché il soggetto agente appare in realtà come l’esecutore materiale di qualcosa che è stato già deciso al di fuori della sua volontà. Tutto ciò conduce a numerosi interrogativi sul libero arbitrio e sul determinismo. Esempi:

  • Tutta la serie televisiva FlashForward trattava questo dilemma. Ma lo faceva malissimo, infatti è stata cancellata.
  • Nel libro La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo, e nel film che ne è stato tratto (film a cui gli abominevoli distributori italiani hanno appioppato lo stucchevole titolo Un amore all’improvviso… vergogna!) la protagonista ha incontrato già da bambina l’uomo che amerà e sposerà, affetto da una malattia genetica che lo fa saltare avanti e indietro nel tempo, e nei momenti di crisi del suo matrimonio recriminerà inevitabilmente sul suo sentirsi vittima designata di un destino prestabilito.
  • Ma la miglior illustrazione di questo paradosso l’ho trovata in un bellissimo libro di Robert Silverberg, L’uomo stocastico, in cui il protagonista è un consulente specializzato in previsioni statistiche la cui vita è sconvolta dall’incontro con un uomo che invece “vede” il proprio futuro nel vero senso della parola. Il personaggio dell’uomo presciente è immensamente tragico: un individuo la cui volontà è stata annichilita dal determinismo, che vive la sua vita senza alcun desiderio e fa ciò che fa soltanto perché ha visto se stesso farlo, a cui la precognizione della propria morte ha tolto ogni possibile illusione d’immortalità e perciò aspetta con indifferenza, e infine con sollievo, la fine del “copione da recitare”.

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L’antenato dell’antenato.
In una celeberrima puntata di Futurama, con la sua tipica sbadataggine Fry fa in modo che la navetta spaziale della Planet Express torni indietro nel tempo fino all’anno 1947 e provoca l’incidente di Roswell. Quando scopre che uno dei soldati della base militare è suo nonno, si impegna a proteggerlo, ma scemo com’è ottiene l’effetto contrario e ne provoca la morte in un incidente. A questo punto Fry dovrebbe smettere di esistere, anzi non essere mai esistito, ma quando ciò non accade capisce che quell’uomo non era veramente suo nonno. Tira un sospiro di sollievo e va a consolare la sua vedova, per poi finire a letto con lei… il mattino dopo Fry realizza che quella donna è proprio sua nonna e lui è il nonno di sé stesso.
Questa storia non è solo una soluzione ironica al paradosso del nonno, ma anche una versione biologica dell’Oggetto Eterno: in questo caso abbiamo un patrimonio genetico senza progenitori, una stirpe ciclica senza capostipite. Due racconti in particolare hanno portato al parossismo questo concetto:

  • All You Zombies (it. Tutti i miei fantasmi) di Robert Heinlein, nel quale un ermafrodito viaggiatore del tempo è simultaneamente padre e madre e figlio/figlia di sé stesso, un vero e proprio unicum genealogico;
  • Star, Bright (it. Star, brillante) di Mark Clifton, in cui alcuni bambini super-intelligenti imparano a viaggiare nel tempo e scoprono che gli uomini del futuro, quando la vita sulla Terra sarà sull’orlo dell’estinzione, torneranno in massa nel passato – perciò la storia dell’umanità è un nastro di Moebius: Darwin si sbagliava, l’uomo non discende dalle scimmie, discende da se stesso! E ora chi lo dice a Dawkins?

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L’Oggetto Eterno.
Ma tutti i paradossi spazio-crono-ontologici fin qui esaminati impallidiscono a fronte di quello che è il paradosso per eccellenza: l’oggetto senza causa, l’oggetto eterno.
Perché nei precedenti esempi abbiamo sì una violazione della leggi della causalità, un attorcigliamento della catena causale su sé stessa, ma il flusso eracliteo della materia è comunque salvaguardato: tutto ciò che esiste deriva fisicamente la sua materia costitutiva da qualcos’altro. Per esempio, nell’invenzione senza autore, l’idea è di origine ignota, ma la sua realizzazione fisica è origine assolutamente normale, intra-temporale: la disposizione delle parole è stata concepita da non-si-capisce-cosa, ma gli atomi che compongono la carta del libro sono normalissimi atomi che vengono da qualunque cosa fosse la carta prima di essere trasformata in carta.
Nel caso dell’antenato dell’antenato siamo già a un livello più spinto, perché il corpo di A genera B e B genera A (oppure addirittura A genera A): ma il corto circuito può essere confutato ricordando che in realtà il nostro stesso corpo non ha mai continuità materiale, perché noi abbiamo un corpo (noi siamo un corpo) i cui atomi vengono sostituiti ad ogni istante (inspiriamo, espiriamo, mangiamo, beviamo, oriniamo, defechiamo, assorbiamo, sudiamo e così via). L’identità del corpo nel tempo non è meramente materiale ma bensì strutturale, e gli esseri viventi si distinguono dagli oggetti inanimati in quanto sono dinamici, ovvero sostituiscono ad ogni momento la materia del proprio corpo secondo un piano organizzato e teleologico (una roccia non mangia, non suda, non cambia le proprie molecole; un liquido può parzialmente evaporare, ma il liquido subisce questo cambiamento, non lo opera). Le molecole che compongono il corpo dell’antenato di sé stesso provengono comunque dall’esterno: è solo la costellazione genetica, l’informazione contenuta nella catena di nucleotidi, che resta entropicamente incomprensibile.
Ecco, l’Oggetto Eterno invece no. Queste considerazioni per l’Oggetto Eterno non valgono, perché è acausale non solo eziologicamente, ma anche materialmente. Le molecole che compongono l’Oggetto Eterno sono fuori dal panta rei, non vengono da nessuna parte: semplicemente sono lì. Continuano ad essere, e sono sempre state, e sempre saranno, in tutte le iterazioni che attraversa l’Oggetto nel suo ciclo continuo attraverso la limitata finestra temporale in cui esso esiste.
L’Oggetto Eterno è un mistero assoluto e una sfida tangibile al continuum.
Forse proprio per la complessità dei problemi ontologici che solleva, gli esempi di Oggetti Eterni nella fiction di fantascienza siano abbastanza rari.

  • Ci potrebbe essere la bussola in LOST, quella che nella quinta stagione Richard Alpert dà a Locke e poi Locke dà 50 anni prima a Richard Alpert, ma la questione è controversa e si discusso molto tra i fan se fosse davvero la stessa bussola (io dico di no, non è un circolo, è un loop; lunga storia).
  • Nel libro Piramidi di Terry Pratchett, il sacerdote Dios è stato consigliere dei faraoni per migliaia di anni, e alla fine torna indietro nel tempo e diventa il consigliere del primo faraone; ma ho già spiegato i motivi per cui un essere vivente, il quale sostituisce ordinatamente e gradualmente le proprie molecole, non può essere considerato a rigore un puro Oggetto Eterno.
  • Per fortuna mi soccorre la pagina di wikipedia che ho linkato all’inizio, che riporta qualche esempio che non conoscevo (es. gli occhiali magici della serie The Last Rune).

La storia che ho raccontato all’inizio è una mia piccola creazione: mi pare che la chiave funzioni abbastanza bene come Oggetto Eterno.

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E allora, gente. Complimenti se siete riusciti ad arrivare alla fine.
Avviluppamenti temporali, effetti acausali, loop logici, di tutto e di più.
Ma di fronte a questi contorcimenti, come si pone la ragione? È ragionevole credere all’esistenza degli Oggetti Eterni?
Vorrei leggere, se possibile, il parere di atei / agnostici sull’argomento.

(continua)

(↓ commenti)


Lavorerai col sudore della fronte

C’è questo racconto che si chiama Nanomacchine a Clifford Falls, scritto da Nancy Kress, ed è il primo racconto contenuto nell’antologia Controrealtà, il numero 52 di Urania Millemondi (agosto 2010). È un ottimo racconto e ve lo voglio far conoscere. Se non avete problemi con l’inglese potete direttamente leggerlo qui (html) o qui (pdf), altrimenti vi dovete accontentare del mio riassunto.

***

Fondamentalmente la storia parla della fine del mondo.
La protagonista, narratrice in prima persona al tempo passato, è una madre di tre bambini che è appena stata abbandonata dal marito (il bastardo se l’è filata con un’altra). Abita in un piccolo paese della provincia americana, in mezzo alla prateria, che è appunto Clifford Falls. La donna è in giardino a lavorare (“proseguii a strappare le erbacce, asciugandomi il sudore dalla fronte” – non so se sia una citazione voluta) quando un vicino l’avverte che in paese è arrivata l’ultima novità tecnologica, cioè le nanomacchine: aggeggi che producono istantaneamente qualsiasi cosa, cibo, vestiti, beni di lusso, tutto quello che è nel catalogo. Il sindaco della città tiene sempre accese la nanomacchine e la gente prenota i turni per chiedere quello che vuole. La narratrice guarda gli altri mettersi in coda, ma non chiede niente, anche se ne avrebbe bisogno perché ha grossi problemi economici ora che è da sola; non motiva la sua avversione per le nano, ma lascia che emerga spontaneamente dal narrato.
All’inizio tutto sembra andare bene. Gli abitanti del paese hanno tutto il cibo gratis che vogliono, vestono bene, guidano macchine eleganti. Un’amica della protagonista ostenta orecchini con veri diamanti; lei e suo marito si stanno facendo costruire dalle nano una nuova casa sul lago, un pezzo alla volta. Il marito ha lasciato il lavoro in fabbrica, perché ora non c’è più bisogno di lavorare. A un certo punto la narratrice finisce i soldi e le scorte alimentari, vince la propria ritrosia e comincia a ordinare una razione di cibo quotidiano prodotto dalle nano. Però continua anche a lavorare il proprio giardino.

Alla fine di agosto la fabbrica aveva chiuso. In città la maggior parte degli uomini che non facevano i contadini perse il lavoro, ma nessuno sembrò preoccuparsene molto. Il Bar del Corvo era pieno tutto il tempo di gruppi di individui che giocavano a carte o ridevano davanti alla tv.”
Il granturco delle fattorie, pronto per il raccolto, restava nei campi. Nessuno voleva comprarlo, e a eccezione dei proprietari terrieri, nessuno era stato assunto per raccoglierlo.

 Poi cominciano i problemi.
La protagonista va a trovare la sua amica e scopre che il marito le ha fatto un occhio nero, perché “è terribile per gli uomini rimanere a riposo, diventano così annoiati da impazzire, gira per casa con sguardo minaccioso, sgrida i bambini, critica ogni cosa che faccio, ordina whisky alla nano”, ma lei si aggrappa al pensiero che “la nostra nuova casa sul lago sarà finita in poche settimane, e poi tutto andrà meglio!”.
La scuola del paese soffre deficit di personale, perché “molti insegnanti non vogliono lavorare quando non devono, e perché mai dovrebbero?”. E la situazione è destinata a peggiorare, perché  “l’ufficio delle tasse non sta raccogliendo molto denaro perché nessuno guadagna, e la tv dice che il governo sta cadendo un pezzo dopo l’altro. Quanti insegnanti resteranno, quando smetteranno di essere pagati?” La protagonista tiene a casa i figli e fa da maestra. In cambio di cibo accetta di fare lezione anche ai figli di una coppia di contadini della zona, che sta andando in rovina perché non riesce a raccogliere il fieno per nutrire gli animali.
Il contadino accetta il baratto, ma insiste per mostrare alla protagonista “l’altra faccia della medaglia”. La porta in un’ala della fattoria piena di strane apparecchiature e le presenta una donna con camice da laboratorio che

una volta lavorava per la Camry Biotech, che ha appena cessato l’attività. È una genetista delle piante. Sta lavorando a creare una pianta di granturco apomittico, cioè che non abbia bisogno dell’impollinazione, così i coltivatori non sarebbero costretti a comprare semi ogni anno.
Non ci ho potuto lavorare molto sopra, prima. La ditta di biotecnologie voleva che lavorassimo a cose che dessero profitti più immediati. Ma ora che non ho più bisogno di guadagnarmi uno stipendio, che i grandi laboratori stanno chiudendo i battenti, e che posso ottenere le attrezzature che voglio dalle nano… la nanotecnologia mi rende possibile fare del vero lavoro!

Intanto il vandalismo si sta diffondendo a livello nazionale. Nei grandi centri urbani le cose vanno sempre peggio, perché “un sacco di persone senza lavoro significava che un sacco di cose guaste non venivano aggiustate. Le nano non potevano fare tubi dell’acqua, testi scolastici, autobus e gabinetti. Non potevano installarli o insegnarli o guidarli.
La protagonista cerca di andare avanti come può. Ospita a casa sua una ragazza quindicenne, perché “il suo patrigno aveva preso a entrare nella sua stanza la notte.” Una sera due uomini fanno irruzione e tentano di stuprarle. Ne escono indenni perché la ragazza tira fuori una pistola e li uccide a sangue freddo. La narratrice prova a chiamare il 911, ma non risponde nessuno se non un nastro registrato.
Carenza di organico.”

 La protagonista e figli si trasferiscono alla fattoria, dove ormai vivono decine di persone in gruppo per proteggersi. A un certo punto il bastardo, cioè il marito della narratrice, si rifà vivo e le chiede di perdonarlo. Lei gli dà una possibilità. Poi lui se ne va di nuovo.
La comunità si ingrandisce. Il contadino detta le regole: chi vuole può usare le nano macchine, ma non per fare cibo o vestiti o riparo o qualcosa di cui si abbia bisogno per sopravvivere: per quelle bisogna lavorare. Tutti devono fare qualcosa di utile, e chi non lo sa, lo impara. Un giorno la protagonista va al lago a pescare, e trova una casa bruciata fino alle fondamenta, tra le ceneri un orecchino di diamante. Lo lascia lì.

“Le cose sono messe piuttosto male qui adesso, sebbene la TV dica che stanno andando meglio “man mano che la società si adatta al più cataclismico dei mutamenti sociali”. Non so se sia vero. Immagino che la situazione sia variabile. Ci sono state parecchie sommosse ed epidemie e incendi. In alcuni posti resta un po’ di governo centrale, in altri no, altri sono come noi adesso e si autogovernano.
Qualcuno dice che la nano è opera di Satana. Qualcun altro dice che è un dono di Dio. Quanto a me, penso qualcosa di diverso. Penso che la nano abbia fatto una selezione. Come quando, una volta, la gente con soldi e istruzione e belle cose fu messa da una parte e il resto di noi da un’altra. Ma la nano ci ha separati in due file differenti: quelli a cui piace lavorare perché è ciò che fanno, e quelli a cui non piace.
È come se tutti avessero vinto alla lotteria nello stesso momento. Una volta ho visto in tv uno spettacolo sui vincitori delle lotterie, un programma che li seguiva per un anno o due dopo che avevano vinto una somma proprio grossa. La maggior parte stava peggio di prima: miserabili e di nuovo in bolletta e con i parenti furibondi. Ma alcuni usavano il denaro per vivere meglio. E altri si limitavano a dare quasi tutto in beneficenza, e tornavano a badare a se stessi.”

Il racconto si chiude com’era iniziato: la protagonista in un giardino, a lavorare la terra. Ma adesso sta insegnando a sua figlia. “Ha solo cinque anni, ma non è mai troppo presto per imparare”.

***

E insomma, questa è la storia.

Cosa ne pensate?


La magia e la stampella

LA MAGIA E LA STAMPELLA

 
 

Ogni tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia.

Arthur C. Clarke
 
Un tempo gli uomini dedicavano il proprio pensiero alle macchine, nella speranza che esse li avrebbero liberati. Ma questo consentì ad altri uomini di servirsi delle macchine per renderli schiavi. La Grande Rivolta ci ha liberati da una stampella. Ha costretto la mente umana a svilupparsi.

Frank Herbert, Dune

 
 
Leggo sul blog di Cecilia che sono state prodotte e vendute penne ergonomiche a misura di destrimani e mancini. Condivido le sue deplorazioni:
"invece di lasciar imparare alle mani dei bambini quello che sanno per loro natura fare, li si porta a disabituarsi ad ogni singola difficoltà. Così al momento di sostituire la matita firmata ed ergonomica (costosa) con una matita normale (chissà: alle superiori o addirittura entrando nel mondo del lavoro?), sembreranno e si sentiranno degli handicappati."
Mi sembrano considerazioni perfettamente ragionevoli, ma evidentemente non sono passate per la testa a chi ha creato quelle penne (o forse sì, ma se c’è da vendere, che ce frega…) e soprattutto a chi le ha comprate per i propri figli: la tecnologia esiste, ci semplifica la vita, dunque serviamocene e basta. Facile, tutto facile.
Troppo facile.
 
Se mai dovessi scrivere una storia della letteratura fantascientifica, ne dividerei gli autori tra quelli che considerano la tecnologia come una magia e quelli che la considerano come una stampella.
 
Chi la considera come una magia, ne vede solo l’aspetto di potere. Posso volare nello spazio, posso viaggiare nel tempo, posso fare questo, posso fare quello, posso fare tutto ciò che prima non potevo fare. Posso, posso, posso.
Il campione di questa rappresentazione potrebbe benissimo essere Arthur Clarke. Non ho letto moltissimo di suo (la quadrilogia di Odissee, Preludio allo spazio, La città e le stelle, Terra imperiale), ma vi ho sempre trovato una concezione della tecnologia praticamente soteriologica: zero religione + progresso scientifico + promiscuità sessuale = mondo quasi perfetto. Roba che manco i più positivisti degli illuministi settecenteschi, praticamente un Emanuele Severino solo meno incomprensibile.
 
Poi c’è chi considera la tecnologia come una stampella. Frank Herbert e la saga di Dune (più nei primi libri che in seguito), per dire, ma ci sono anche tanti racconti brevi di Isaac Asimov che esplicano il concetto. Qui ce n’è uno bellissimo, Nove volte sette, ambientato in un futuro in cui tutti hanno dimenticato come fare da soli le operazioni di matematica, anche una semplice tabellina, perché tanto ci sono le calcolatrici. Oppure vi consiglio Una così bella giornata, sull’abuso del teletrasporto tanto che nessuno esce più a piedi da casa, o La professione, in cui le nozioni tecniche necessarie alle mansioni professionali sono imprintate direttamente nel cervello e nessuno sa più imparare le cose da solo, o ancora Tutti i problemi del mondo, e così via.
(non è affatto raro trovare in Asimov una messa in guardia dall’ingenua illusione che il progresso scientifico sia sempre e comunque foriero di novità positive: vedi anche i racconti Diritto di voto e il mio preferito in assoluto, Il cronoscopio).

Insomma, avete capito. La tecnologia è come una stampella. Una stampella permette a chi è zoppo di camminare bene, e allora è un aiuto. Ma se camminare con le stampelle diventa così facile che tutti diventano incapaci di camminare senza stampelle, allora la stampella non è più un aiuto ma una droga, un qualcosa da cui siamo dipendenti. Così la tecnologia, invece di aumentare le nostre possibilità, le diminuisce. Dovevamo diventare più liberi, e invece siamo diventati schiavi.
 

Se avete problemi ai piedi, usate pure una stampella per deambulare. Ma state attenti a non riporre la vostra totale fiducia nella stampella e in chi ve la vende: c’è il rischio che non sappiate più camminare da soli.

 


Prometeo redento

PROMETEO REDENTO

 
 
Il segretario dell’O.T.U. dichiarò aperti i lavori dell’assemblea.
“Onorevoli rappresentanti, siamo qui riuniti per discutere un argomento di importanza fondamentale; un argomento da cui dipende il nostro futuro, il futuro dei nostri figli, il futuro dell’umanità intera.”
Ciascuno annuì, consapevole della solennità del momento. La questione era di tale rilevanza che i delegati erano venuti da tutti i confini del mondo conosciuto, attraversando distese enormi per rappresentare le proprie popolazioni; affinché il summit epocale avesse luogo era stata dichiarata una moratoria internazione su ogni conflitto, e non pochi deputati avevano dormito su territori nemici con la garanzia della più inviolabile immunità diplomatica. Per la prima volta nella storia della specie umana tutte le genti erano assolutamente, sebbene temporaneamente, in pace.
“Ma prima di aprire la discussione, vi prego, osservate”.
Il segretario occupava la postazione principale all’apice di una gigantesca piattaforma, da cui si poteva osservare l’intero panorama sottostante, e indicò quel panorama ai convenuti. Era una vista mozzafiato che scioglieva il cuore: dove una volta c’erano il verde e la vita ora si estendevano terre desolate di aridità, resti carbonizzati, silenzio e morte. Molti piansero senza vergogna.
“E voi sapete bene, onorevoli rappresentanti, qual è la causa di questa catastrofe! È stato forse un disastro naturale? Una carica di animali selvaggi? La collera di un dio? No, amici e colleghi, niente di tutto ciò… è stata la hybris dell’uomo, il suo orgoglio che lo ha spinto a illudersi di poter controllare l’incontrollabile… siamo stati noi, ed è stato il fuoco!”
A quella parola molti delegati rabbrividirono e si toccarono il membro, sia che lo ostentassero nudo, secondo la tradizione dei conservatori, o che lo coprissero con pelle di capra, all’uso progressista. Lance di amigdala furono sbattute e peana apotropaici furono intonati. Per un po’ l’intera piattaforma carsica fu in preda al caos, finché il segretario riportò l’ordine sbattendo il suo enorme osso cerimoniale sulla pietra.
 
 
Una reazione simile sarebbe apparsa esagerata solo a chi non avesse saputo quale orribile tragedia si era consumata in quel luogo un tempo felice. La tribù che aveva abitato nella valle era stata ricchissima e popolosa, a tal punto che i più facoltosi potevano permettersi il lusso di lasciare in vita e nutrire i parenti vecchi o storpi. La valle era fertile, la foresta adiacente era piena di piante, funghi, selvaggina. Ma alla fine proprio quell’abbondanza si era rivelata una maledizione.
Com’era scoppiato l’incendio? Secondo la ricostruzione fatta dalle autorità inquirenti sulla base delle deposizioni testimoniali, tutto era cominciato quando Bisonte-peloso era tornato a casa prima del solito, stanco e arrabbiato dopo una giornata di caccia infruttuosa, e aveva sorpreso la sua femmina Cagna-che-si-accuccia a copulare con un aitante giovanotto chiamato Coda-lunga-e-nerboruta. Aveva cercato di ammazzarli entrambi, ma i due amanti fedifraghi erano riusciti a scappare; il loro terrore doveva essere tale che erano corsi a nascondersi nella foresta, nonostante stesse calando il tramonto e la notte fosse imminente. Ma Bisonte-peloso non si era dato per vinto ed era andato dal vecchio Zanna-di-mammut, il guardiano-del-fuoco della tribù, colui che aveva la responsabilità di utilizzare e monitorare quella pericolosa tecnologia. Il cacciatore cornificato aveva preteso che Zanna-di-mammut lo accompagnasse nella foresta portando con sé un fiore-di-fiamma per illuminare le tenebre notturne, in modo che lui potesse trovare le tracce dei due fuggitivi. Inutilmente il vecchio lo aveva implorato di aspettare la mattina successiva e la luce del giorno; pieno d’ira funesta, provocato dagli astanti che lo deridevano, Bisonte-peloso aveva percosso Zanna-di-mammut e aveva osato prendere egli stesso un tizzone ardente, incurante delle urla della folla atterrita, e si era diretto di corsa verso la foresta.
Nessuno aveva mai più visto né lui, né la femmina, né il suo amante; nessuno sapeva cosa in che modo il fiore-di-fiamma fosse sfuggito al controllo dello stupido che lo brandiva; ma quella notte si era consumata l’ecpirosi. La tribù aveva assistito atterrita all’incendio che aveva devastato l’intera foresta e poi si era propagato alla valle. Sfortunatamente si era in estate, quando la tribù dormiva all’aperto nei rifugi fatti di legna e pelli; quei disperati avevano cercato di arrivare alle caverne per l’inverno, le femmine con i cuccioli da latte e gli uomini con i bambini più grandi, mentre i vecchi inutili restavano indietro a bruciare e a incoraggiare con le loro urla la corsa degli altri, ma le grotte erano troppo lontane, e poi gli uomini avevano buttato a terra i bambini urlando alle femmine recalcitranti di fare lo stesso con i marmocchi, ma quasi tutte le femmine avevano continuato a portare i loro cuccioli, e alla fine il fuoco inesorabile aveva raggiunto tutti, lenti o veloci che fossero. Due giorni e due notti era durato l’immenso rogo, dopodiché dalle tribù vicine erano arrivati i saccheggiatori, attirati dalla fama di ricchezza e delusi perché non c’era più niente da rubare: avevano soltanto potuto osservare attoniti la massa nera di cenere e carbone che si estendeva a perdita d’occhio là dove una volta c’erano state la valle fertile e la foresta lussureggiante, mentre non sapevano se compiangere di più quelli che erano morti o quelli che erano atrocemente sopravvissuti.
La fama del disastro si era sparsa per ogni dove e la paura del fuoco, che era una tecnologia diffusasi solo da poche generazioni e che ancora intimoriva la gente, aveva toccato livelli inauditi. Il “rosso”, come lo chiamavano quelli che avevano terrore anche del nome, divenne sinonimo di morte e distruzione. In molti villaggi si scatenò l’odio verso i guardiani-del-fuoco, già visti con malanimo e considerati una casta corporativa che rifiutava di condividere i segreti del proprio mestiere per lucrare sul freddo della povera gente; fu loro ordinato di deporre gli strumenti del mestiere e giurare di non evocare mai più il rosso; quelli che si rifiutarono furono ammazzati, stuprati con lance di amigdala e divorati, non sempre in quest’ordine. In altri casi i capitribù rigettarono l’idea di abolire il mezzo che aveva permesso loro di superare l’inverno: per difendere il progresso ammazzarono i contestatori, scannarono figli e genitori, finirono per sterminare il loro stesso clan. La guerra trasversale tra piristi e antipiristi si sovrappose ai vecchi conflitti; faide che duravano da generazioni si convertirono in improvvise alleanze, fratelli uccisero fratelli nel letto comune, ogni villaggio versò il proprio tributo di sangue e uno slogan antipirista segnò quell’epoca disperata: il rosso chiama il rosso.
Alla fine, quando la violenza aveva raggiunto il culmine, fu diffuso un messaggio che arrivò anche al più sperduto clan del mondo conosciuto: il segretario dell’Organizzazione delle Tribù Unite aveva lanciato una moratoria universale e convocato delegati in rappresentanza di tutte le tribù affinché si raggiungesse una decisione comune sull’argomento. I conflitti furono interrotti, le asce di selce vennero messe da parte, ogni clan scelse un delegato e lo inviò attraverso fiumi e montagne verso il luogo scelto per il summit, la famigerata valle bruciata.
 
 
L’aria era pesante e il cielo era grigio. Si preannunciava tempesta, con tuoni e pioggia a volontà.
“Ugh”, mormorarono i delegati più vecchi, nel loro linguaggio arcaico e ieratico, “oggi ci sarà un altro episodio di violenza domestica tra gli dèi, uno di quelli grossi. Va sempre allo stesso modo: il dio scorreggia, la dea lo insulta, il dio la picchia e lei piange… anche mia moglie è proprio una rompiscatole.”
Il segretario dichiarò aperto il dibattito agitando per aria il suo enorme osso cerimoniale, regalo postumo di un meta-lupo particolarmente imponente, e i delegati iniziarono immediatamente a discutere. Cioè a litigare.
“Il fuoco è troppo pericoloso, è una tecnologia incontrollabile! Dobbiamo vietarlo!”
“Dobbiamo salvare i nostri figli!”
“Signori, sono d’accordo, ma non è così semplice. Vogliamo stabilire un divieto, ma abbiamo i mezzi per renderlo effettivo? Sine poena nulla lex. Cosa intendiamo fare, sorvegliare giorno e notte ogni abitante di ogni tribù aspettando di coglierlo in fragrante mentre brucia qualcosa?”
“Questo non è un gran problema. Grazie alla cupidigia e alla mania di segretezza dei guardiani-del-fuoco, la maggior parte della gente non ha la minima idea di come si fa a evocare il rosso. Facciamo una purga mirata, eliminiamo quei parassiti della società, e il problema è risolto. Per tutti gli altri che dovessero avere la tentazione di provare da soli a gestire un fiore-di-fiamma, basterà tagliare qualche paio di mani qua e là per dare il buon esempio. Vedrete che in una generazione o due vivremo finalmente in un mondo assolutamente sicuro e de-pirizzato.”
  “Gente, un momento. Il rosso è pericoloso, è vero, ma proprio per questo è anche una valida arma di difesa. Tutte le bestie hanno paura dei fiori-di-fiamma. Quante vite sono state salvate grazie al fuoco? Prima di rinunciarvi, pensiamoci bene…”
“Ringrazio l’esimio collega per aver toccato un punto delicato”, disse un rappresentante che indossava una collana di piume multicolore. “Il fuoco è anche un’arma, anzi la più micidiale di tutte le armi finora scoperte, né lancia né clava gli sono lontanamente paragonabili. Ma è proprio questo il motivo per cui è urgentissimo metterlo al bando. Che cosa succederebbe se una tribù lo usasse non per difendersi dalle bestie, ma per attaccare un’altra tribù e rubarle il territorio?”
A quella prospettiva, molti delegati gemettero e si tastarono il membro mormorando “il rosso chiama il rosso!”. Altri si rifiutarono di credere che un capotribù potesse essere così stupido: se il fuoco fosse finito fuori controllo avrebbe distrutto assaliti ed assalitori, rendendo la terra inabitabile per un periodo sterminato di tempo, decine e decine di inverni. Ma, d’altra parte, mai sottovalutare la stupidità dei politici. Un motivo in più che rendeva assolutamente necessario un ferreo divieto antipirico.
 “Un momento, un momento! Non prendiamo decisioni affrettate! Il fuoco è pericoloso, ma è anche una fonte molto redditizia di energia termica e mi ha salvato le chiappe negli ultimi due inverni. Con cos’altro ci scalderemo? Abbiamo una vaga idea di come soddisfare il nostro fabbisogno energetico?”
“Ma certo che ce l’abbiamo! Ci sono sempre le pellicce, quante ne vogliamo, basta ammazzare un animale e scuoiarlo… se lui non ammazza prima te, certo… è un metodo che è sempre andato bene per i nostri antenati senza fuoco e andrà bene anche per noi.”
“Onorevoli colleghi, c’è un dettaglio che state trascurando. Il fuoco non è pericoloso soltanto per l’uomo, ma anche – ed è ben più grave – per l’ambiente. Vi prego di notare che un albero impiega moltissimo tempo per crescere, ma pochissimo per bruciare. Attualmente c’è abbondanza di legna da ardere, ma fino a quando? Avete mai pensato al fatto che più diventiamo numerosi e prima le scorte si esauriranno?”
A quanto pareva, nessuno ci aveva mai pensato. E allora?
“E allora, il nostro Pannello Intertribale sul Cambiamento Ligneo ha prodotto numerosi papers su questo drammatico issue ed ha raggiunto un consensus uniforme: se si tengono costanti certi fattori, quali ad esempio l’esponenzialità della crescita demografica e la ricorsività del tasso di combustione, allora la progressione diventa…” – il delegato snocciolò in rapida successione una serie di numeri e cifre che nessuno capì e quasi tutti fecero finta di aver capito – “… insomma, l’esito finale della proiezione è che entro poche generazioni tutta la legna del mondo sarà stata bruciata e non ci saranno più alberi.”
“Oh, dèi!”
“Ma è terribile!”
“Che mondo vogliamo lasciare alle prossime generazioni? Dobbiamo fare qualcosa, adesso!
“Mi scusi, onorevole… non ho capito il suo nome… ma questi dati sono sicuri?”
“Mi chiamo Alce-di-sangue-rappreso, e purtroppo devo risponderle di sì: se le premesse dei nostri studi sono fondate al 100%, allora lo sono anche le conclusioni”, rispose il delegato tra le grida di terrore. “Dobbiamo prendere atto che questo stile di vita fire-based non è ecosostenibile, non può durare per sempre: il fuoco è una fonte energetica non rinnovabile, prima o poi dovremo abbandonarlo comunque. Per non farci cogliere impreparati dobbiamo cominciare fin da adesso a studiare il modo per migliorare il rendimento energetico delle fonti rinnovabili, per esempio le  pellicce… si possono trovare nuove e più redditizie tecniche di scuoiatura… oppure si può usare il proprio corpo o quello altrui, come l’esercizio ginnico o l’accoppiamento.”
“Uh. Ehi. È vero!”, molti sembrarono favorevolmente colpiti da quest’idea. “L’accoppiamento riscalda, lo sanno tutti!”
“Ed è una fonte facilmente rinnovabile, basta prendere una femmina e metterla in posizione orizzontale.”
“Ma anche in altre posizioni…”
“Prepareremo subito uno studio comparatistico che quantifichi l’incremento termico consequenziale alle diverse metodologie di accoppiamento. Naturalmente dovrà essere peer reviewed”.
“Quando torneremo a casa dovremo fare molti esperimenti in merito, dopotutto ne va del futuro dei nostri figli.”
“È la scienza, bellezza.”
“FATE L’AMORE, NON FATE IL FUOCO!!!”
“Onorevoli delegati, un momento, un momento… non posso negare che nelle vostre argomentazioni ci sono certi elementi positivi da valutare attentamente, però…”
La discussione andò ancora avanti per molto, molto tempo.
 
 
A un certo punto il segretario batté il suo enorme osso sulla pietra per attirare l’attenzione dei presenti.
“Onorevoli convenuti!” urlò a squarciagola, “penso che si sia parlato abbastanza. Ora vi propongo di osservare e ascoltare: chiamiamo tra noi due testimoni, uno contro il fuoco, l’altro a favore.”
Quest’iniziativa gettò lo sconcerto nell’assemblea. Testimoni? Da dove li aveva tirati fuori, e a che scopo? I delegati incuriositi guardarono incuriositi i collaboratori del segretario entrare in una grotta, che era stata adibita a sede di rappresentanza dell’O.T.U., e uscirne portando con sé… molti rabbrividirono e si toccarono il membro… una figura inquietante. Era completamente avvolta da capo a piedi in una gigantesca pelliccia d’orso che la copriva completamente, ogni centimetro della pelle. Già c’era qualcosa di innaturale nell’andare in giro a quel modo, con l’inguine e le ginocchia e l’ombelico coperti, da mettere a disagio; ma c’era anche il modo strano in cui camminava, come se le gambe fossero in qualche modo diverse, e il fatto che non emetteva un singolo suono, e il braccio sinistro lungo circa la metà di un braccio normale, mentre il destro era raccolto sotto la pelliccia all’altezza del petto oppure non c’era proprio.
Il segretario aspettò che la figura misteriosa arrivasse al suo fianco, in modo che tutti potessero vederla, dopodiché fece cenno ai suoi collaboratori di sollevare la veste villosa che la copriva.
Urla di terrore esplosero nel pubblico. Senza dubbio la cosa era stata un essere umano, prima, una femmina. Ma ora? Si poteva ancora chiamare “umano” quella poltiglia deambulante di carne rossa? Quella faccia raggomitolata, le orecchie liquefatte ridotte a due buchi ai lati della testa, il naso cancellato. Un occhio era scomparso, sostituito da una superficie insolitamente liscia di carne, mentre l’altro era azzurro come il ghiaccio e fissava nel vuoto. Niente capelli né peli tra le gambe. Il braccio sinistro finiva all’altezza del gomito, e il destro, oh dèi, oh possenti numi, oh stramaledette potenze del cielo e della terra, il destro reggeva un affarino bianco, uno scheletrino minuscolo e fragile, tenendolo all’altezza dell’unico seno violaceo che le restava, il capezzolo nella bocca senza denti del piccolo teschio.
Lo stava allattando.
“Questa”, disse nel silenzio attonito il segretario, “è la testimone contro l’uso del fuoco. È l’unica donna sopravvissuta all’incendio della valle ancora in vita. Aveva partorito da poco e suo figlio è stato ucciso dal rosso, e si rifiuta di lasciarlo, e forse è ancora viva proprio per questo. Non può parlare perché non ha più la lingua, ma vuole comunque dare la sua testimonianza.”
La cosa li guardò tutti con quell’unico occhio, dal fondo di un abisso di odio implacabile. Li odiava – lo sentivano, lo sapevano – li odiava tutti perché loro erano sani e lei era bruciata, li odiava tutti perché loro sarebbero tornati dalle loro femmine e le avrebbero montate e mai più nessuno avrebbe montato lei, li odiava tutti perché loro avevano dei cuccioli o li avrebbero avuti e a lei era rimasto solo il piccolo scheletro. Li guardò per un tempo che parve interminabile, mentre nel cielo opaco iniziavano a rumoreggiare le prime scorregge del dio. La dea stava per piangere forte.
Alla fine, dopo che li ebbe odiati abbastanza, la cosa si voltò – il dietro non era più bello del davanti – e andò a sedersi. Le stesero addosso la pelle d’orso, e il mondo divenne un posto migliore.
“E adesso, l’altro testimone”.
I delegati si chiesero chi mai, a questo punto, poteva essere a favore. Il segretario aveva organizzato tutto proprio bene. I suoi collaboratori andarono e tornarono portando con sé un vecchio, dall’aria spaventata ma lucida, con qualche cicatrice ma fondamentalmente a posto. Chi era quel tipo e che ci faceva lì? Il segretario rispose alla domanda implicita che aleggiava con una sola parola.
“Zanna-di-mammut.”
Si scatenò il caos. Urla, bestemmie, mostruosi improperi rivolti al vecchio. Alcuni raccolsero delle pietre e gliele lanciarono addosso, altri impugnarono le lance di amigdala e cercarono di scavalcare il cordone protettivo che si era formato. Ne nacquero delle zuffe e un paio di nasi furono rotti, il rosso chiama il rosso. Alla fine i commessi assembleari riuscirono a riportare l’ordine e il segretario cominciò a interrogare il testimone.
“Qual è il tuo nome completo?”
“Zanna-di-mammut, figlio di Zanna-di-lupo.”
“Quanti inverni hai visto?”
“Tanti. Troppi. Trentacinque, quaranta, non me lo ricordo più.”
“Come sei diventato guardiano-del-fuoco?”
“Ero troppo vecchio per andare a caccia, non avevo figli che potessero darmi da mangiare per pietà, stavo diventando un peso per la tribù. Volevo essere ancora utile. Ho imparato il mestiere dal precedente supervisore della tecnologia ignea, dopodiché…”
“Siete una cricca di parassiti!”, urlò qualcuno dal fondo dell’assemblea. “Capitalizzate i bisogni dei poveri che devono riscaldare la prole, per garantirvi il potere! Sfruttatori! Plutocratici! Vi ammazzeremo tutti! Una purga generale! Quando aboliremo il fuoco, vi faremo tutti…”, tafferugli, rumori, applausi, alla fine l’interruzione cessò.
“Per favore, colleghi, lasciate parlare il testimone. È giusto ascoltare anche una dissenting opinion. Zanna-di-mammut, come hai fatto a salvarti solo tu dall’incendio?”
“Ogni guardiano-del-fuoco ha… io… ho giurato di non rivelare i segreti del mestiere, ma ormai non ha più importanza… ogni guardiano aveva una zona franca vicino alla capanna, un cerchio di terra già bruciata, che dunque il fuoco non ha più interesse a mangiare, circondata da pietre, con un buco scavato nel terreno in cui rifugiarsi. Ci sono entrato e ci sono rimasto per tutto il tempo dell’incendio. Ero quasi morto di sete quando mi avete trovato.”
“Terra già bruciata… cioè, hai usato il rosso per salvarti dal rosso. Uhm. Interessante. Intelligente.” Socchiuse gli occhi. “Zanna-di-mammut, tu pensi che dovremmo abolire il fuoco?”
Il vecchio deglutì, affrontò gli sguardi ostili dei delegati e si fece coraggio.
“Ascoltate… lo so che qui mi date tutti la colpa per quello che è successo, ma mettetevi nei miei panni… non è stata colpa mia. Non è colpa mia!”, urlò con un improvviso scatto di dignità. “Io gliel’avevo detto a quell’imbecille che il fuoco è pericoloso, va maneggiato con cautela, gliel’avevo detto! Mi ha picchiato, lo hanno visto tutti, mi ha rubato il fiore-di-fiamma contro la mia volontà! Se mi avesse lasciato fare il mio lavoro non sarebbe successo niente! NON È STATA COLPA MIA!!!
Urlò, ma i tuoni coprirono la sua voce. Il dio scorreggiava, ma la dèa non aveva ancora pianto le sue lacrime. Forse quei due avevano imparato a sopportarsi. Il vecchio gridò ancora un paio di volte che non era colpa sua, e nessuno notò la cosa, da sotto la pelliccia d’orso, alzare lentamente la testa mentre cullava il suo bambino. Zanna-di-mammut aspettò che tornasse il silenzio, poi riprese a parlare.
“Abolire il fuoco, dite. Beh, io dico che è una pessima idea. Non parlo per me, ormai non me ne frega niente di restare senza lavoro, sono vecchio e posso anche crepare. Credete che non abbia gli incubi la notte mentre rivedo la gente che brucia? Credete che non rabbrividisca quando guardo quella cosa con uno scheletro attaccato alla tetta? Ammazzatemi, ammazzate tutti quelli che sanno come si accende il fuoco, ormai che me ne frega. Ma aspettate che arrivi il prossimo inverno serio. Aspettate di vedere il vostro piscio che diventa ghiaccio ancora prima di toccare terra. Aspettate di sentire i vostri marmocchi che piangono, e piangono, e piangono, e poi non  piangono più. Aspettate e poi rimpiangere il fuoco, rimpiangerete noi guardiani…”
“Non è vero!”, urlò qualcuno, ma c’era incertezza nella voce, “non vi rimpiangeremo! Noi non condanneremo i nostri figli, noi li salveremo! Il fuoco è pericoloso, è assolutamente incontrollabile!”
“Incontrollabile. Puah. La vita è incontrollabile, deficiente”, disse con disprezzo Zanna-di-mammut sputando per terra. Ormai non aveva più nulla da perdere. “Se volete avere il controllo assoluto, diventate dèi, oppure ammazzatevi. Ammazzatevi da soli e ammazzate i vostri figli e andate sotto terra e allora non avrete più niente da temere e potrete controllate di essere ben mangiati dai vermi. Un attimo prima pensi che sarà una giornata come le altre, un attimo dopo stai crepando: questa è la vita. Non c’è un fottuto niente di assolutamente controllabile nel mondo, anche se ci sono molte cose che sono quasi controllabili. La tecnologia ignea è una di queste. Un bravo guardiano-del-fuoco sarà quasi sempre in grado di evitare incendi, purché sia davvero bravo ovviamente, e mi pare giusto che si faccia pagare bene per la sua bravura. Oh, chiariamoci bene, putacaso recedete da questa pazzia e decidete di non abolire il fuoco: prima o poi ci sarà un altro incidente. Ci sarà sempre gente bruciata, ci saranno sempre persone ridotte a mostruosità inguardabili. Il rosso è un dio e come tutti gli dèi è un avido bastardo e vuole i suoi sacrifici. Ma i sacrificati saranno sempre meno dei salvati. Per quanto numerose possano essere le casualties, non lo saranno mai quanto tutte le persone a cui il fuoco avrà permesso di…”
“Bastardo!” Nuovo tumulto, nuove urla, nuovo tentativo di linciaggio. “Tu metti le vite umane su una bilancia e poi le pesi! Che diritto hai di decidere che qualcuno deve morire perché qualcun altro possa vivere? Non sei neppure uno sciamano e il fuoco non è un vero dio! Assassino, sei solo un assassino! Assassino! As-sas-si-no!!!” Andarono avanti per un bel pezzo, cantilenando assassino a squarciagola, finché il segretario riuscì faticosamente a riportare l’ordine.
“Silenzio! Silenzio!”, ripeté sbattendo più volte il suo osso di meta-lupo. Alla fine riuscì a riportare una parvenza di ordine. “Zanna-di-mammut”, disse alla fine, col fiato grosso, “quanto puoi controllare il fuoco?”
“Io dico”, rispose il vecchio con circospezione “di poterlo quasi controllare, quasi senza pericoli. Ma è un quasi di cui ci si può accontentare, se uno non si fa troppe illusioni. Sono… ero molto bravo nel mio mestiere. È un quasi che è quasi vicino al completamente.”
“Provalo.”
“E come? Dovrei accendere un fuoco, qui, adesso?”
“Sì” disse il segretario, guardando il cielo gonfio di nuvole, mentre urla di sorpresa e paura scoppiavano nell’assemblea. “Evoca il rosso, qui, adesso.”
 
 
Naturalmente presero precauzioni.
Fecero largo, larghissimo cerchio attorno a Zanna-di-mammut. Gli infaticabili commessi assembleari, come ordinato dal segretario, eseguirono meticolosamente le istruzioni del guardiano-del-fuoco: portarono una quantità enorme di legna e l’accatastarono al centro della piattaforma, sulla nuda roccia, a buona distanza da qualsiasi potenziale combustibile. Questa volta non ci sarebbe stato nessun pericolo d’incendio. Poi ebbe inizio la procedura di evocazione del fuoco, che fino ad allora era rimasta talmente custodita dal segreto professionale da essere praticamente avvolta nel mistero.
Zanna-di-mammut prese il suo flauto, ricavato da un femore di orso delle caverne e perforato su un lato con fori di grandezza diversa a distanza regolare. Era un oggetto che faceva parte degli strumenti del mestiere di ogni supervisore della tecnologia ignea, ma non se n’era mai capito il perché; alcuni sostenevano che il suono della musica evidentemente piacesse al fuoco e lo convincesse a manifestarsi, ma questo non era molto convincente perché, quando i guardiani-del-fuoco si chiudevano nella loro capanna per espletare le loro misteriose operazioni, per poi uscirne con un fiore-di-fiamma e farsi lautamente pagare dalla gente infreddolita e spaventata, nessuno di quelli che origliavano da fuori (pochissimi per la verità) aveva mai sentito il minimo accenno di musica. Ma ora tutti potevano vedere, da debita distanza ovviamente, Zanna-di-mammut che sminuzzava dell’erba e la metteva nel flauto, dopodiché prendeva un bastoncino di legno e lo introduceva in un foro e cominciava a sfregare. Sfregò a lungo, a volte cambiando foro, finché cominciarono a partire delle scintille; inclinando il flauto soffiò attentamente l’erba attizzata sul mucchio di foglie che aveva previamente preparato, le foglie cominciarono a bruciare debolmente, prese un ramoscello e ve lo pose sopra e il fiore-di-fiamma sbocciò (lungo ooooh della folla) e si propagò all’altra legna messa da parte, prima la più sottile, poi la più spessa, finché prese fuoco l’intera catasta al centro della piattaforma.
Era un mucchio bello grande di legna e Zanna-di-mammut sperava che sarebbe potuto bruciare per ore, tante grazie alla dea che non aveva ancora cominciato a piangere, dando forse modo a quel branco di stupidi luddisti di cambiare le loro stupide idee. Ma era un’impresa disperata, perché solo pochissimi dei delegati si erano accostati al fuoco per guardarlo e sentirne il calore: la maggior parte della folla era così pirofobica da tenersene ben lontana, cantilenando scongiuri contro il rosso e palpandosi la cosiddetta virilità (pfui). Di questo passo sarebbe stato tutto inutile: lo avrebbero ammazzato assieme a tutti gli altri guardiani-del-fuoco, oppure gli avrebbero semplicemente proibito di fare il suo lavoro, nel qual caso sarebbe morto di fame perché era troppo vecchio per procurarsi il cibo da solo e ben difficilmente qualcuno si sarebbe impietosito di lui. Forse poteva imparare a suonarlo davvero, quello stramaledetto flauto, e mendicare un po’ di cibo mentre cantava la gloriosa abolizione del rosso per compiacere la nuova inteligencja. Sigh.
Aspetta. Non tutto era perduto. Il segretario si stava avvicinando… ecco, così… quel tipo era spaventoso e imperscrutabile e non potevi mai sapere cosa stava progettando, ma aveva carisma e di solito gli altri facevano quello che voleva. Se convinceva lui, convinceva tutti: era la sua ultima occasione. Ora stava studiando la fiamma da vicino. Se era spaventato, lo nascondeva bene, piuttosto sembrava incuriosito. Cominciò a fargli domande, chi aveva inventato quel modo di evocare il fuoco (non si sa, anche se molti se ne sono attribuiti il merito), per quanto tempo poteva bruciare quel falò (per ore, in inverno potrebbe salvare la vita di un’intera tribù), cosa ne pensava della previsione di Alce-di-sangue-rappreso sull’estinzione prossima ventura di tutti gli alberi del mondo (inattendibile: non sappiamo neppure quanti alberi ci sono al mondo), quanto tempo aveva impiegato per imparare a gestire il fuoco (qualche mese di apprendistato)… E intanto, ecco, sì, funzionava. Dietro l’esempio del segretario, anche altri si stavano avvicinando, sussurravano l’uno all’altro. Forse la pirofobia non era invincibile, forse avrebbero cambiato idea, guardate, il fuoco non è un mostro sterminatore, è pericoloso ma basta fare attenzione e… ma perché era improvvisamente calato il silenzio? Paura sui loro volti. Cosa c’era da temere? Andava tutto bene, il fuoco era sotto controllo, nessun pericolo d’incendio, nessuno si sarebbe fatto male, cosa poteva succedere di…
E allora la vide. Lei. La cosa. Era lì accanto, avvolta nella pelle d’orso ma con l’orribile volto scoperto, e nel suo occhio si riflettevano le fiamme, quell’unico occhio che ti guardava e ti faceva sentire come tu stessi bruciando. Cosa poteva dirle? Cosa poteva offrirle? Comprensione, scuse, solidarietà, stupidaggini. La cosa era al di là di tutte le emozioni umane. I suoi soli sentimenti erano l’amore per la piccola cosa che portava al seno e l’odio per tutto il resto dell’esistenza. Ciononostante doveva provare. Le parole vennero su  da sole e si ritrovò a farneticare farfugliando.
“Ascolta, io – io non so cosa dire, quello che è successo è terribile – mostruoso – gliel’avevo detto, quell’idiota, gliel’avevo detto – ho sempre fatto bene il mio lavoro – mi dispiace, mi dispiace, mi dispiace tanto – perdonami – bruciavano tutti, li vedo ancora bruciare – perdonami, io – io mi prenderò cura di te, sì, ti resterò accanto, ti aiuterò a tornare umana, ti accudirò, ti curerò, ti nutrirò, ti laverò, ti vestirò, ti bacerò – sì, dèi!, ti bacerò, ti toccherò, ti monterò, cullerò tuo figlio – tuo figlio – tuo – AAAH!!! AAAAAAAAAAAAAHHHH!!! AYAYAEEEEAAYAEYAEYEAYAAEEAAAAAAAAAAA!!!
Successe tutto molto in fretta.
La cosa lasciò improvvisamente cadere suo figlio per terra, senza badare al cranio che andò in mille pezzi sulla roccia (molti dei presenti gridarono per la paura e schizzarono un fiotto d’urina che bagnò le gambe dei loro vicini) e saltò addosso a Zanna-di-mammut, spingendolo nel fuoco, trattenendocelo mentre si divincolava, facendolo bruciare, bruciando essa stessa, avvolta nella grande pelle d’orso in fiamme. I delegati, terrorizzati – “il rosso chiama il rosso!” – guardarono il vecchio e la cosa che bruciavano e lottavano, il vecchio che urlava e la cosa che non emetteva alcun suono, mentre nell’aria gravida di pioggia si spandeva l’odore della carne umana bruciata. E bruciarono. E bruciarono. E bruciarono.
Restarono a guardarli per molto tempo, finché la dea cominciò finalmente a piangere.
La pioggia bagnò i vivi e i morti.
 
 
 
Il segretario dell’O.T.U. dichiarò chiusi i lavori dell’assemblea.
“La consultazione referendaria è terminata”, disse dopo che il temporale aveva spento il rogo, dopo aver fatto portar via quel che restava della cosa e dei pezzi sbrindellati di suo figlio e di quello che era stato l’ultimo guardiano-del-fuoco a esercitare il suo mestiere, dopo che i suoi collaboratori avevano finito di contare le pietre bianche e nere che erano state usate dai delegati per votare, “con una percentuale del 94,05% a favore dell’abolizione del fuoco.”
Gli applausi furono scroscianti, ma il segretario si chiese silenziosamente chi fosse stato quel 5,95% che aveva votato no. C’era sempre qualche testardo. Neanche vedere dal vivo un essere umano che brucia gli era bastato? Comunque, ormai era fatta.
“Onorevoli colleghi, questo è un giorno storico.”
“D’ora in poi non dovremo più temere il pericolo del fuoco.”
“Abbiamo salvato i nostri figli.”
“Abbiamo salvato l’ambiente.”
“Abbiamo salvato il mondo.”
“Un momento, un momento… adesso che ci penso… ma non stiamo dimenticando qualcuno?”
“Eh? Cosa? Chi?”
“Non fare il guastafeste!”
“Di che parli?”
“Della Gente Nuova! Nessuno ha pensato di invitare anche le loro tribù al summit?”
Si guardarono l’un l’altro, sconcertati, e guardarono il segretario. In effetti non ci aveva pensato proprio a invitare anche quei pochi clan della Gente Nuova, che era comparsa negli ultimi tempi: quelli se ne stavano perlopiù per conto loro, solidarizzavano poco. E poi, diciamocelo, erano così brutti che era difficile considerarli veri esseri umani: quel mento anormalmente pronunciato, quelle teste troppo piccole … Bah. Che si arrangiassero da soli.
“Non pensavo che fosse necessario invitare la Gente Nuova”, disse scrollando le spalle. “Nessuno dei loro clan è mai stato visto usare il fuoco, e francamente, sono troppo stupidi per imparare da soli come si fa ad accenderlo. Per nostra e per loro fortuna, direi, perché, imbranati come sono, se mai metteranno le mani sul rosso, probabilmente si distruggeranno da soli. Detto tra noi, non penso che abbiano un gran futuro davanti a sé. Non è il caso di preoccuparci di loro. Pensiamo piuttosto a noi stessi, e al risultato epico che abbiamo ottenuto. Onorevoli colleghi, oggi abbiamo preso una decisione di importanza fondamentale, che, ne sono assolutamente sono convinto, sarà decisiva per il futuro benessere dei nostri figli, il futuro di tutte le generazioni a venire, il futuro dell’umanità intera. Questo luogo segnerà per sempre la nostra specie, questo giorno sarà ricordato per sempre come il Giorno del Progresso!”
Applausi. I delegati approvarono entusiasticamente. Lance di amigdala furono sbattute e canti epici furono intonati. Per un po’ l’intera piattaforma carsica fu in preda al caos, finché il segretario riportò l’ordine sbattendo il suo enorme osso cerimoniale sulla pietra.
“Onorevoli colleghi, è venuto il tempo di salutarci. Tornate alle vostre tribù di appartenenza, dove eseguirete le purghe degli ultimi guardiani-del-fuoco rimasti e farete rispettare il divieto di antipirismo…” e di quelli che non lo faranno, pensò, di quella minoranza dissenziente, mi occuperò io personalmente, “ma prima di partire, vi prego, osservate un’ultima volta il  panorama sotto di noi. Guardate per l’ultima volta la devastazione del fuoco, perché non si ripeterà mai più!”
Guardarono commossi, in silenzio, pieni di gioia e fiducia per l’avvenire, la valle; quella valle dove una volta c’erano il verde e la vita, e ora si estendevano terre desolate di aridità, resti carbonizzati, silenzio e morte; quella valle, proprio quella valle, che in futuro sarebbe stata chiamata (ma non da loro) Valle di Neanderthal.


Dio e Charles Robert Darwin

DIO E CHARLES ROBERT DARWIN

 
 
Era da tempo che mi ripromettevo di leggere direttamente Darwin: volevo controllare con i miei occhi se fosse davvero stato quel pioniere dell’ateismo scientifico e dell’evoluzione casuale che uno s’immagina leggendo certa vulgata darwinista o neodarwinista. Pensate dunque alla mia gioia quando ho comprato l’edizione mammut della Newton Compton, che è quasi ottima e in appena 1369 pagine per soli € 14,90 comprende le seguenti opere:
–   Viaggio di un naturalista intorno al mondo, pubblicato nel 1839 e poi nel 1845;
–   Abbozzo dell’origine della specie, scritto nel 1842 ma non pubblicato;
–   Saggio sull’origine della specie, sviluppato nel 1844 sulla base del precedente e parimenti non pubblicato;
–   Comunicazione alla società Linneana del 1858;
–   L’origine delle specie per selezione naturale (la prima edizione del 1859 integrata dalle modifiche della sesta edizione del 1872);
–   L’origine dell’uomo e la selezione sessuale, pubblicato nel 1871;
–   Autobiografia (questa è l’unica delusione del volume: deve evidentemente trattarsi di un estratto e non dell’opera completa, perché sono soltanto 44 pagine, inverosimilmente poche; mi dovrò procurare un’edizione singola dell’autobiografia).
 
Insomma, me lo sono letto tutto, e il risultato è stato una sorpresa.
Darwin infatti, quando ha inventato il darwinismo, era creazionista.
Dico sul serio. Nell’Origine delle specie (in misura maggiore nelle versioni preliminari, in misura minore ma persistente nella versione definitiva) l’autore esprime più volte concetti che oggi chiameremmo di disegno intelligente. Darwin parla di un Essere che opera sulla natura come fa l’allevatore umano con i suoi animali, ma ad un livello molto più alto e sulla scala di ere geologiche; seleziona, progetta, prepara le cause e le cause delle cause per ottenere il fine desiderato. Ricorre ripetutamente il paragone tra la selezione naturale e la gravitazione universale: come il Creatore non muove singolarmente ogni particolare corpo celeste, ma ha creato la legge di gravità ed è in base ad essa che tutti i pianeti orbitano, allo stesso modo questo Creatore non ha dato vita singolarmente ad ogni specie con un atto distinto di creazione, ma ha infuso la vita in un essere originario e poi l’ha fatto sviluppare attraverso la selezione naturale, la quale è uno “strumento secondario di creazione”. La classificazione delle specie viventi diventa allora una genealogia, e questa darà all’uomo la comprensione dell’ordine temporale in cui si è svolto “il piano della creazione”.
Insomma Darwin – che prima di imbarcarsi sul Beagle e fare lo scienziato naturalista, ironia della sorte, prevedeva di diventare un ecclesiastico – si muove ancora in una concezione ben inquadrata della scienza, che è quella cristiana: l’universo non è un’illusione dei sensi e neppure il prodotto incomprensibile di una divinità imperscrutabile, l’universo è una struttura creata da un Logos e perciò ordinata e intellegibile e l’uomo può e deve studiarla, capirla, ammirarla.
Nell’Origine dell’uomo Darwin non si pronuncia più sull’esistenza di un Creatore (salvo osservare che questa è stata affermata dai “più alti intelletti mai esistiti”), probabilmente perché era già diventato o stava diventando agnostico – o almeno così mi hanno detto, ma disgraziatamente l’autobiografia del volume è monca e non parla delle sue convinzioni religiose finali. Ciononostante esamina la religione da un altro punto di vista, quello del suo ruolo nello sviluppo dell’uomo. Altra sorpresa: altro che il meme di Dawkins, altro che il virus deleterio che rincretinisce la gente! Per Darwin la religione è un fattore altamente positivo, come aveva già espresso nel Viaggio di un naturalista in cui aveva esaltato l’introduzione del cristianesimo nell’emisfero meridionale ed elogiato il lavoro dei missionari come degno della più grande gratitudine (un sentimento che forse permaneva anche quando scrisse l’Origine dell’uomo, in cui criticava il celibato cattolico ma riconosceva altri grandi meriti alla Chiesa). L’uomo è diverso dagli animali “per grado ma non per genere”, ovvero le facoltà mentali sono qualitativamente le stesse ma ad un livello di sviluppo esponenzialmente superiore; le facoltà mentali non comprendono solo quelle intellettuali, ma anche le facoltà morali, che sono strettamente connesse agli istinti sociali e a ciò che lui chiama “simpatia”; la religione, in quanto fattore di garanzia e sviluppo della morale, ha contribuito a far sviluppare le facoltà mentali dell’uomo e farlo arrivare all’apice evolutivo. Insomma, il sorgere del sentimento religioso e il suo svilupparsi fino alla forma più alta, “un Dio che odia il peccato e ama la giustizia”, è progresso.
 
Insomma: non so voi, ma per me questo Darwin originale, un bel po’ diverso dal profeta del “nulla ha senso” che ci propinano di qua e di là, è stato un piccolo shock.
 
Ora però, cari lettori, dovete affrontare un piccolo problema gnoseologico. Io vi ho descritto quello che ho trovato in questo libro: ma a voi chi lo dice che vi ho detto la verità? E se avessi mentito? E se mi fossi inventato tutto perché sono un cialtrone e sono disposto a mentire e falsificare pur di convincervi? Che fate, spendete anche voi i quattordici euro e novanta e vi leggete le milletrecentosessantanove pagine per controllare che non ho sparato fesserie, oppure vi fidate? Io vi suggerirei sommessamente di fidarvi, ché prima o poi uno dovrà pur fidarsi di qualcuno e credere a qualcosa, è letteralmente impossibile passare la vita a controllare tutto-tutto quello che ci dicono. Ma fidarsi come? E poi, perché fidarvi proprio di me che vi descrivo Darwin in un certo modo, piuttosto che, tanto per dire, della descrizione dell’origine delle specie che trovate sul sito dell’UAAR e che è all’opposto della mia (“Darwin confuta le tesi creazioniste, Darwin respinge il piano della creazione”, etc.)? Quando non volete o potete controllare con i vostri occhi e sentite due campane opposte, come fate a scegliere di chi fidarvi? Tirate una monetina, optate per la versione che vi fa sentire meglio con voi stessi, vi basate sulle precedenti prove di affidabilità, o che cosa? È un bel problema, lo capisco; dopotutto io sono cattolico, dunque sono consapevole del mio credere e ci ragiono molto sopra, e so che fidarsi non è una sciocchezza ma una cosa seria e impegnativa che richiede un atto cosciente della persona nella sua totalità; non si può credere ciecamente, non si può essere creduloni.
Allora guardate, facciamo così. Se c’è qualcuno che vuole semplicemente credere a quello che ho scritto, faccia pure; ma voi che non volete fidarvi, e io non posso biasimarvi in alcun modo, anzi approvo, cliccate sul read more qui in basso e scoprirete che ho trascritto certosinamente tutti i brani rilevanti in cui Darwin affronta l’argomento Dio. Non mi chiedete quanto tempo ci ho messo (ché mica ho copiaincollato da internet, ho battuto un tasto alla volta): vi avverto che è un bel po’ di roba, e spero che non arrivi l’AGCOM a buttarmi giù il blog per violazione di copyright. E siccome voi dovete star sicuri che non mi sono inventato niente, ho indicato dopo ogni passo sia il numero di pagina del volume – così se lo comprate, cosa che vi consiglio, oppure lo trovate in libreria e vi mettete a sfogliarlo, potete andare subito a confrontare e verificare che non sparo frottole – sia, poiché il volume mette assieme opere diverse, la collocazione del passo all’interno della singola opera – così se vi capita sottomano un’edizione singola di un’opera, scartabellando un po’, potete controllare comunque.
Massima trasparenza, insomma, e buona lettura.

 

Viaggio di un naturalista intorno al mondo

 
“Il carattere delle classi più alte ed educate che dimorano nelle città partecipa, ma forse in un grado minore, delle buone qualità del gaucho, ma temo che sia macchiato di molti vizi di cui quest’ultimo è immune. La sensualità, lo scherno di ogni religione, la corruzione più palese non sono per niente insoliti.”
(pag. 131 – cap. 8)
 
“Una delle mie impressioni [sull’isola di Tahiti] era decisamente sbagliata: cioè che i tahitiani fossero diventati una razza malinconica e vivessero nel timore dei missionari. Non ho visto segno di quest’ultimo sentimento, a meno di non confondere il timore con il rispetto. Non solo lo scontento non è un sentimento generale, ma sarebbe difficile trovare in Europa, all’interno di una folla, almeno la metà di persone che abbiano sguardi così allegri e sorridenti. […] Nel complesso mi sembra che la moralità e la religione degli abitanti siano molto rispettabili. Vi sono molti che censurano, anche più aspramente di Kotzebue, tanti i missionari quanto il loro sistema e gli effetti da essi prodotti. Costoro non confrontano mai lo stato attuale dell’isola con quelli di soli venti anni fa, e neppure con quello dell’Europa di oggi; ma lo comparano con quello della più alta perfezione evangelica. Vorrebbero che i missionari compissero quello in cui non sono riusciti neppure gli apostoli. Laddove la situazione delle persone si discosta da quell’alto punto di perfezione, si getta il biasimo sul missionario invece di lodarlo per quello che ha fatto. Essi dimenticano, o non ricordano, che sono stati aboliti i sacrifici umani, l’autorità di una classe sacerdotale idolatra – un sistema di immoralità che non aveva riscontro in nessun’altra parte del mondo –, l’infanticidio, conseguenza di quel sistema, e le guerre sanguinose nelle quali i vincitori non risparmiavano né donne, né bambini, e che la disonestà, l’intemperanza e la dissolutezza sono molto diminuite dopo l’introduzione del cristianesimo. Per un viaggiatore dimenticare queste cose è una bassa ingratitudine; perché se egli per disgrazia naufragasse su qualche ignota spiaggia, alzerebbe al cielo una devota preghiera affinché gli insegnamenti dei missionari si fossero estesi fino a quella regione.”
(pag. 301 e 302 – cap. 18)
 
“Fra le scene che sono rimaste più fortemente impresse nella mia mente, nessuna supera in grandezza le foreste primordiali non ancora toccate dalla mano dell’uomo; tanto quelle del Brasile, dove predominano le forze vitali, come quelle della Terra del Fuoco, dove prevalgono la morte e la distruzione. Entrambe sono templi pieni degli svariati prodotti del Dio della natura: nessuno può restare impassibile in quelle solitudini, e non sentire che nell’uomo vi è qualcosa di più che non il mero respiro del suo corpo.”
(pag. 361 – cap. 21)
 
“L’Africa e l’America del Nord e del Sud sono nomi che suonano bene e che si pronunciano facilmente; ma solo quando si veleggia per settimane lungo piccoli tratti delle loro spiagge si è interamente convinti del grande spazio che questi nomi occupano nel nostro immenso mondo. Considerando la situazione attuale, è impossibile non guardare con grandi aspettative al futuro progresso di quasi un intero emisfero. La via del miglioramento, in conseguenza dell’introduzione del cristianesimo in tutti i Mari del Sud, avrà già da sola un posto nella storia.”
(pag. 362 – cap. 21)
 

 

I fondamenti dell’Origine delle specie: abbozzo del 1842

 
“Secondo gli antichi astronomi Dio avrebbe stabilito che ogni pianeta muovesse nella sua orbita particolare. Allo stesso modo Dio avrebbe creato ogni animale nella sua forma particolare nei diversi territori prestabiliti. Ma quanto più semplice e sublime potere – lasciare che l’attrazione agisca in accordo a regole precise, quali conseguenze inevitabili – far sì che gli animali siano creati tali che per le leggi rigorose della generazione ad essi siano simili i loro successori”.
(pag. 367 – brano estratto dal taccuino di appunti di Darwin, citato nell’introduzione del figlio Francis)
 
“ Secondo la natura delle nuove condizioni potremmo aspettarci che tutti o la maggioranza degli organismi nati sotto di esse, variassero in un qualche modo definito. Inoltre potremmo aspettarci che il modello secondo cui sono stati coniati, vari ugualmente in piccolo grado. Ma vi è un mezzo per selezionare quei discendenti che variano nello stesso modo: incrociandoli e tenendo la loro prole separata e producendo così razze selezionate […] Le precedenti variazioni (sono) diretti e necessari effetti di cause che possiamo vedere in azione su di essi […]; tali nuove varietà possono allora divenire adattate a quegli agenti esterni naturali che agiscono su di esse. Ma possono essere prodotte varietà adattate ad un fine che probabilmente  non può influire sulla loro struttura e che è assurdo considerare come effetto del caso. Possono le varietà, in generale, come alcune varietà di animali domestici e come quasi tutte le specie selvatiche, venire adattate con mezzi fini a predare un animale e sfuggire un altro – o piuttosto, poiché gli effetti dell’intelligenza e delle abitudini sono fuori questione, può una pianta venire adattata ad alcuni animali come (ad esempio) le piante che non possono essere fecondate senza l’intervento degli insetti o i semi provvisti di uncini che dipendono dall’esistenza degli animali? […]
Ma se ogni parte di una pianta o di un animale variasse… e se un essere infinitamente più perspicace dell’uomo (non un creatore onnisciente) avesse selezionato per migliaia e migliaia di anni tutte le variazioni che tendevano verso certi fini (o producevano cause che tendevano allo stesso fine), per esempio, se avesse previsto che un canide, in un paese che produceva più lepri si sarebbe trovato in vantaggio se avesse avuto zampe più lunghe e vista più acuta – avrebbe prodotto un levriere […]
Chi, vedendo come variano le piante da giardino e quello che l’uomo cieco e sciocco ha fatto in pochi anni, negherà ciò che un essere in migliaia di anni potrebbe realizzare (se il Creatore scegliesse di fare così) sia con la propria preveggenza diretta, che con mezzi intermedi – che rappresenteranno il creatore di questo universo?

(pag. 379 e 380 – Parte prima, paragrafo 2)
 
“Ricapitoliamo ora l’insieme di questi ultimi paragrafi prendendo in esame il caso delle tre specie di Rhinoceros […] Ora, il creazionista crede che questi tre rinoceronti siano stati creati con la loro apparenza illusoria di parentela; allo stesso modo posso credere che i pianeti ruotano nelle loro orbite attuali non in base alla legge di gravità ma per un distinto atto di volere del Creatore. […]
Queste sono le ragioni per cui io credo che forme specifiche non siano immutabili. […] Ciò si accorda con quanto conosciamo delle leggi imposte dal Creatore alla materia, cioè che la creazione e l’estinzione di forme, come la nascita e la morte degli individui, siano l’effetto di mezzi (leggi) secondari. […] Si accorda meglio con la debolezza delle nostre facoltà, il supporre che ciascuno abbia bisogno del “fiat” di un creatore, ma nella stessa proporzione l’esistenza di tali leggi esalterebbe il nostro concetto della potenza del Creatore onnisciente. L’ipotetico spirito creativo non crea il numero o il tipo che è per analogia adatto al luogo: lavora su zone o aree di creazione – non persiste per grandi periodi – crea forme dello stesso gruppo nelle stesse regioni […]
Vi è una semplice grandezza nel considerare la vita, con le sue capacità di sviluppo, assimilazione e riproduzione, come se fosse originariamente insufflata nella materia sotto una o poche forme e nel fatto che, mentre questo pianeta ha ruotato in orbite rispondenti a leggi fisse e terra e acqua, in un ciclo di trasformazione, si sono sostituite l’una all’altra, da così semplice origine, attraverso il processo di selezione graduale di cambiamenti infinitesimi, si è evoluta una quantità infinita di forme bellissime e mirabili.

(pag, 405,406,407 – Parte seconda, paragrafo 10 di ricapitolazione e conclusione)
 
 

I fondamenti dell’Origine delle specie: saggio del 1844

 
“Supponiamo ora un Essere dotato di acume sufficiente a percepire differenze nell’organizzazione più esterna e più interna del tutto impercettibili per l’uomo, e che abbia una capacità di provvedere nei secoli a venire tale da attendere con cura infallibile e da selezionare per qualsiasi scopo la prole di un organismo prodotto nelle circostanze di cui abbiamo parlato prima. Io non riesco ad immaginare una sola ragione per cui non potrebbe formare una nuova razza adatta a tali fini. Se ammettiamo che il suo acume e la sua capacità di prevedere, nonché la sua perseveranza verso lo scopo, siano qualità infinitamente più grandi di quelle che l’uomo possiede, dobbiamo supporre che la bellezza, le complicazioni nell’adattamento delle nuove razze e le loro differenze dal ceppo originale sarebbero maggiori di quelle che si ritrovano in razze allo stato domestico prodotte per intervento dell’uomo. […]
Vedendo ciò che l’uomo, cieco e capriccioso, ha fatto per mezzo della selezione in questi ultimi pochi anni, e che cosa ha più grossolanamente portato a termine, senza alcun piano sistematico, nelle ultime migliaia di anni, credo che proprio l’uomo sarebbe sufficientemente temerario da porre nella pratica dei limiti a ciò che il supposto Essere potrebbe aver compiuto durante interi periodi geologici. In accordo con il piano per cui l’universo sembra governato dal Creatore, consideriamo se esista qualche strumento secondario nell’economia della natura, per mezzo del quale il processo di selezione possa esattamente e meravigliosamente adattare gli organismi, se mai sono plasmabili anche in piccolo grado, a scopi diversi. Io credo che questo strumento secondario esista.”

(pag. 423 e 424 – Parte prima, paragrafo 2)
 
“Debbo a questo punto premettere che, secondo l’ipotesi normalmente accettata, le miriadi di organismi che nel passato e nel presente hanno popolato il mondo, sono state create da altrettanti atti distinti di creazione. È impossibile ragionare sulla volontà del Creatore e quindi secondo questa teoria non esiste una ragione per cui i singoli organismi siano, o meno, stati creati secondo uno schema predeterminato. Che tutti gli organismi di questo mondo siano stati prodotti secondo uno schema, appare chiaro dalle loro affinità generali. Se si potesse dimostrare che questo schema è lo stesso di quello che si avrebbe da esseri organici affini originati da ceppi comuni, sarebbe allora altamente improbabile che essi fossero stati creati separatamente per mezzo di singoli atti voluti dal Creatore. Per quanto si possa dire, benché i pianeti si muovano nelle loro orbite secondo la legge di gravità, pure dobbiamo attribuire l’orbita di ciascun pianeta ad un atto individuale della volontà del Creatore. In ogni caso è più compatibile con ciò che sappiamo del governo della terra, che il Creatore abbia imposto soltanto leggi generali.”
(pag. 448 – inizio della Parte seconda)
 
“Molti naturalisti hanno affermato che il sistema naturale rivela l’idea del Creatore, ma a me sembra che questa espressione, se non viene specificato quale sia l’ordine nel tempo o nello spazio o qualsiasi altra cosa rientri nel piano del Creatore, lasci il problema esattamente allo stesso punto.”
(pag. 481 – Parte seconda, paragrafo 7, sottoparagrafo “che cos’è il sistema naturale?”)
 
“Dobbiamo allora riconoscere che le tre specie distinte di Rhinoceros che vivono separatamente a Giava, Sumatra e sulla vicina penisola della Malacca, siano state create, maschi e femmine, dai materiali inorganici di questi paesi? […] O le tre specie sono state originate, come le nostre razze domestiche, dallo stesso ceppo parentale? Per conto mio non potrei sostenere la prima asserzione più di quanto non potrei ammettere che i pianeti si muovono nelle loro orbite e che una pietra cade in terra non per l’intervento della legge di gravità, ma per diretto volere del Creatore.”
(pag. 505 e 506 – Parte seconda, paragrafo 10, sottoparagrafo “perché dovremmo rifiutare la teoria dell’origine comune?”)
 
“È in accordo con quello che sappiamo delle leggi date dal Creatore sulla materia che la produzione e l’estinzione delle forme sia come la nascita e la morte degli individui, il risultato degli strumenti secondari. Sarebbe indegno del Creatore di infiniti Universi aver fatto con singoli atti del Suo volere le miriadi di striscianti parassiti e vermi che dai primi albori della vita hanno dilagato sulla terra nelle profondità del mare. Noi non ci meravigliamo più che un gruppo di animali sia stato creato per deporre le uova nelle viscere e nelle carni di altri esseri, che alcuni animali vivano godendo della crudeltà, che altri vengano fuorviati da falsi istinti, che ogni anno si verifichi una perdita incalcolabile di polline, di uova e di esseri immaturi perché in tutto ciò vediamo l’inevitabile conseguenza di una grande legge, quella della moltiplicazione degli esseri organici che non sono stati creati immutabili. Dalla morte, dalla carestia e dalla lotta per l’esistenza, vediamo che è scaturito direttamente il fine più alto che siamo in grado di concepire e cioè la creazione degli animali superiori. Senza dubbio in un primo momento si accorda meglio con le nostre facoltà supporre che ciascuno abbia avuto necessità del fiat di un Creatore. Vi è qualcosa di grandioso in questa visione della vita con le sue numerose forze di crescita, di riproduzione e di senso, originariamente impresse nella materia in poche forme, forse soltanto in una, e nel fatto che, mentre questo pianeta continuava a girare secondo le leggi immutabili della gravità e mentre la terra e l’acqua si sostituivano l’una all’altra, da un’origine così semplice, attraverso la selezione di infinitesime varietà, si evolvevano innumerevoli forme le più belle e meravigliose.”
(pag. 507 – Parte seconda, paragrafo 10, sottoparagrafo “conclusione”)
 
 

 

Sulla tendenza delle specie a formare varietà e sulla perpetuazione delle varietà e delle specie per mezzo della selezione naturale – comunicazione di Charles Darwin e Alfred H. Wallace letta il primo luglio 1858 alla Società Linneana

 
“È sorprendente cosa possa fare il principio di selezione ad opera dell’uomo, cioè scegliere individui con una qualsiasi qualità desiderata, farli riprodurre e poi di nuovo operare una scelta. Gli stessi allevatori si sono meravigliati dei loro risultati. Essi possono operare su differenze impercettibili per un occhio non educato. […] Supponiamo ora che esista un essere che non giudichi semplicemente dalle apparenze esterne, ma che possa studiare l’intera organizzazione interna, che non sia mai capriccioso e che possa operare la selezione perseguendo un obiettivo per milioni di generazioni; chi dirà che egli potrebbe non raggiungere il suo scopo? […] Credo si possa dimostrare che nella Selezione naturale (è il titolo del mio libro) operi un potere talmente infallibile da selezionare esclusivamente in vista del bene di ogni organismo.
(pag. 512 – allegato 2, estratto di una lettera di Darwin al professor Asa Gray)
 
 

 

L’origine delle specie per selezione naturale
o
La preservazione delle razze privilegiate nella lotta per la vita

 
 
“Dato che l’uomo può ottenere, e sicuramente ha ottenuto, un notevole risultato con i suoi mezzi di selezione, metodici ed inconsci, che cosa non potrà fare la natura? L’uomo può operare soltanto sulle caratteristiche esteriori e visibili, la natura non guarda alle apparenze se non in quanto possano risultare utili a un dato essere vivente. […] L’uomo seleziona solo a proprio beneficio, la natura solo a beneficio dell’essere che accudisce. […] Come sono fugaci i desideri e gli sforzi dell’uomo! Quanto è breve il suo tempo! E, quindi, quanto saranno meschini i suoi prodotti a confronto di quelli accumulati dalla natura nel corso di interi periodi geologici! E allora possiamo pensare che i prodotti della natura siano molto più autentici, nelle loro caratteristiche che non i prodotti dell’uomo e che debbano essere infinitamente meglio adattati alle più complicate condizioni di vita e debbano recare ben chiara l’impronta di un’arte di gran lunga superiore.”
(pag. 592 e 593 – Capitolo 4, sottocapitolo 1)
 
“È stato detto che io parlo della selezione naturale come di un potere attivo della Divinità; ma chi solleva obiezioni contro uno scrittore che dica che l’attrazione di gravità governa il movimento dei pianeti? Chiunque sa che cosa si intende e che cosa è implicito in queste espressioni metaforiche; ed esse sono quasi necessarie per ragioni di brevità. Analogamente è difficile evitare di personificare la Natura; ma, con natura, io intendo soltanto il complesso dell’azione e del risultato di molte leggi naturali e, per leggi, intendo la sequenza degli eventi che noi possiamo osservare. Con un po’ di abitudine certe obiezioni superficiali saranno dimenticate.”
(pag. 618 – Variante della VI edizione all’inizio del Capitolo 4)
 
“Confesso che sembra incredibilmente assurdo che la selezione naturale possa aver formato l’occhio, con tutti i suoi inimitabili congegni per regolare il fuoco a distanze differenti […]È impossibile non fare un paragone tra l'occhio e il cannocchiale. È noto che questo strumento è stato portato a perfezione dai continui sforzi dei più eccelsi intelletti umani e, naturalmente, ne deduciamo che l'occhio si è formato grazie ad un procedimento sotto certi aspetti analogo […] Nei viventi la variazione produrrà leggere alterazioni e la riproduzione la moltiplicherà quasi all'infinito, mentre la selezione naturale coglierà ogni perfezionamento con una perizia che non erra. Poniamo che il processo continui per milioni e milioni di anni, interessando ogni anno milioni di individui di molti tipi diversi. E allora perché non dovremmo credere che in questo modo si formi uno strumento ottico vivente tanto superiore a quelli di vetro, quanto le opere del Creatore sono superiori a quelle dell’uomo?
(pag. 655 e 656 – Capitolo 6, sottocapitolo 4 “organi estremamente perfetti e complicati”)
 
“I naturalisti cercano di ordinare le specie, i generi e le famiglie di ciascuna classe, formando quello che viene definito sistema naturale. […] Però molti naturalisti pensano che il sistema naturale voglia significare qualcosa di più: credono che riveli il piano del Creatore, ma a me sembra che questo non aggiunga nulla alle nostre conoscenze, se non si specifica cosa si vuole intendere con ‘piano del Creatore’ (un ordine spaziale o temporale o qualunque altra cosa)”.
(pag. 812 – Capitolo 13, sottocapitolo 1)
 “Quando le opinioni sostenute in questo libro, od altre opinioni analoghe, saranno ammesse dalla generalità degli studio, si può prevedere oscuramente che vi sarà una grande rivoluzione nella storia naturale. […] Davanti a noi si aprirà un grande campo di ricerche quasi inesplorato, riguardante le cause e le leggi della variabilità, i rapporti di sviluppo, gli effetti dell’uso e del non uso, l’azione diretta delle condizioni esterne e così via. Lo studio delle produzioni domestiche aumenterà enormemente di valore. Una nuova varietà allevata dall’uomo diventerà un argomento di studio importante ed interessante relativo ad una nuova specie aggiunta alla moltitudine di specie già classificate. Le nostre classificazioni diventeranno, nei limiti del possibile, delle genealogie e ci daranno veramente quello che potrebbe essere definito piano della creazione.
(pag. 855 e 856 – Capitolo 14)
 
“Si può chiedere fino a che punto io voglia portate la dottrina della modificazione della specie. È una domanda cui è difficile rispondere, perché quanto più sono distinte le forme che prendiamo in esame, tanto minore diventa la forza delle argomentazioni. Però talune argomentazioni più importanti arrivano molto lontano. […] L’analogia mi porterebbe ancora un passo avanti, cioè mi indurrebbe a credere che tutti gli animali e le piante discendono da un unico prototipo. Però l’analogia può essere una guida fallace. Ciononostante tutti i viventi hanno molto in comune, nella composizione chimica […]
*Per questo ne dedurrei per analogia che probabilmente tutti i viventi che siano mai vissuti sulla terra discendono da una sola forma primitiva nella quale la vita è stata primieramente infusa.* […]

(pag. 854 e 855 – Capitolo 14, verso la fine; il testo che ho messo tra gli asterischi è stato aggiunto nella VI edizione)
 
“*L’intera storia del mondo, qual è conosciuta attualmente, pur avendo una durata per noi del tutto incomprensibile, in futuro sarà riconosciuta per un semplice frammento di tempo, se messa a confronto con le età che sono passate da quando fu creata la prima creatura, progenitrice di innumerevoli discendenti estinti e viventi*. […]
Autori di altissima levatura sembrano perfettamente soddisfatti dell’opinione che ciascuna specie sia stata creata indipendentemente. Per la mia mentalità meglio si accorda con quanto conosciamo delle leggi impresse sulla materia dal Creatore il concetto che la produzione e l’estinzione degli abitanti passati ed attuali del mondo siano derivati da cause seconde, simili a quelle che determinano la morte e la nascita dell’individuo. Quando concepisco tutti gli esseri non come creazioni speciali, bensì come discendenti diretti di alcuni, poco numerosi, esseri vissuti molto prima che si depositassero i primi strati del sistema siluriano, mi sembra che ne escano nobilitati. […] Dunque dalla guerra della natura, dalla carestia e dalla morte, nasce la cosa più alta che si possa immaginare: la produzione degli animali più elevati. Vi è qualcosa di grandioso in questa concezione della vita, con le sue molte capacità, che inizialmente fu data a poche forme o ad una sola e che, mentre il pianeta seguita a girare secondo la legge immutabile della gravità, si è evoluta e si evolve, partendo da inizi così semplici, fino a creare infinite forme estremamente belle e meravigliose.”

(pag. 856 – Capitolo 14, conclusione; il testo che ho messo tra gli asterischi è stato aggiunto nella VI edizione)
 
“Non vedo alcuna buona ragione perché le opinioni espresse in questo volume debbano urtare i sentimenti religiosi di chicchessia. Allo scopo di dimostrare come certe impressioni siano passeggere, giova qui ricordare che la più grande scoperta mai fatta dall’uomo, ossia la legge di attrazione universale, fu anch’essa attaccata da Leibniz ‘come sovversiva della religione naturale e, quindi, di quella rivelata’. Un celebre autore e teologo mi ha scritto di “aver compreso a poco a poco che si può avere un concetto di Dio altrettanto nobile sia credendo che Egli abbia creato alcune forme originarie capaci di auto svilupparsi in altre forme necessarie, sia credendo che Egli sia ricorso a un nuovo atto di creazione per colmare i vuoti provocati dall’azione delle Sue leggi’.”
(pag. 860 – Aggiunta della VI edizione al Capitolo 14)
 
 

L’origine dell’uomo e la selezione sessuale

 
 
“Sebbene i selvaggi sembrino meno prolifici dei popoli civili, senza dubbio essi aumenterebbero rapidamente se il loro numero non fosse violentemente ridotto da alcuni fattori. […] Malthus ha discusso questi numerosi ostacoli, ma non ha posto l’accento su quello che probabilmente è il più importante di tutti, vale a dire l’infanticidio, specialmente delle bambine, e l’abitudine di procurare aborti. Queste pratiche prevalgono attualmente in molte parti del mondo, e l’infanticidio sembra che sia prevalso una volta come ha dimostrato M’Lennan, su scala sempre più ampia. Sembra che questa pratica sia sorta presso i selvaggi che vedevano la difficoltà, o piuttosto l’impossibilità di mantenere tutti i bambini nati. […]
Se prendiamo in considerazione un’epoca assai lontana, prima che l’uomo avesse raggiunto la dignità di essere umano, vediamo come egli fosse guidato più dall’istinto e meno dalla ragione, di quanto lo siano attualmente i più infimi selvaggi. I nostri primi progenitori semi-umani non avrebbero praticato l’infanticidio o la poliandria, in quanto l’istinto degli esseri inferiori non è mai così pervertito* da indurli a distruggere regolarmente la loro prole o da essere completamente privi di gelosia.”

(pag. 912, 913 – Parte prima, capitolo 2, sottocapitolo “velocità di accrescimento)
* L’edizione Newton Compton riporta in nota a piè pagina che uno scrittore dello Spectator del 12 marzo 1871, p. 320, commenta come segue questo passo:
“Darwin si trova costretto a reintrodurre una nuova dottrina della caduta dell’uomo. Egli dimostra che gli istinti degli animali superiori sono più nobili degli usi delle razze selvagge dell’uomo e si trova perciò costretto a reintrodurre – in una forma di sostanziale ortodossia, di cui sembra del tutto inconsapevole – e a introdurre come ipotesi scientifica, la teoria che l’acquisizione della conoscenza fu per l’uomo causa di un temporaneo, ma persistente deterioramento morale, come indicato da molti costumi immorali, specialmente matrimoniali, delle tribù selvagge. Che cosa asserisce, se non questo, la tradizione ebraica che considera una degenerazione morale dell’uomo la sua curiosità di conoscere inibitagli dagli istinti superiori?”
 
“Non vi è prova che l’uomo fosse fornito originariamente della nobile fede nell’esistenza di un Dio onnipotente. Al contrario vi è ampia prova che sono esistite numerose razze, e ancora esistono, le quali non hanno idea di uno o più dèi, e che non hanno parole nella loro lingua per esprimere questa idea. Il problema è naturalmente del tutto diverso da quello più elevato, se esista cioè un creatore e governatore dell’universo; a ciò è stato risposto in senso affermativo dai più alti intelletti mai esistiti. Se tuttavia includiamo sotto il termine ‘religione’ la credenza in agenti invisibili o spirituali, il caso è completamente diverso; poiché tale credenza sembra universale per le razze meno civilizzate. […]
Il sentimento della devozione religiosa è molto complesso, consistendo di amore, di una completa sottomissione ad un essere superiore elevato e misterioso, di un forte sentimento di dipendenza, di paura, di riverenza, gratitudine, speranza per il futuro, e forse di altri elementi. Nessun essere potrebbe provare un’emozione così complessa senza avanzare nelle sue facoltà intellettuali e morali fino a un livello moderatamente elevato. Nondimeno, vediamo un pallido segno di avvicinamento a questo stato della mente nel profondo amore di un cane per il suo padrone.”

(pag. 947 – Parte prima, capitolo 3 verso la fine)
 
“Chi può positivamente dire perché la nazione spagnola, dominatrice in un certo periodo, sia rimasta così indietro nella lotta? Il risvesglio delle nazioni europee dall’età oscura è tuttora un problema incerto. Come ha osservato Galton, in un antico periodo, quasi tutti gli uomini nobili, che si dedicavano alla meditazione o alla cultura, non avevano alcun rifugio salvo che nel seno della chiesa, che richiedeva il celibato; ciò difficilmente potrebbe aver mancato di portare un influsso deteriore nelle successive generazioni. Durante lo stesso periodo la Santa Inquisizione scelse con estrema cura gli uomini più liberi e più coraggiosi per bruciarli o imprigionarli. In Spagna soltanto, alcuni dei migliori uomini – quelli che dubitavano e ponevano problemi, e senza il dubbio non vi può essere progresso – furono eliminati durante tre secoli ad un ritmo di mille l’anno. Incalcolabile è il danno che la Chiesa Cattolica ha inferto in questo modo, sebbene, senza dubbio, controbilanciato fino a un certo punto, forse molto, da altri aspetti; ciò nonostante l’Europa ha progredito ad un grado incomparabile.”
(pag. 979 – Parte prima, capitolo 5, sottocapitolo “influenza della selezione naturale nelle nazioni civili”)
 
“La prova che tutte le nazioni civilizzate discendano da quelle barbariche, consiste, da una parte, in chiare tracce della loro primitiva bassa condizione, nei costumi, idee, lingua ancora esistenti, dall’altra nella prova che i selvaggi sono indipendentemente capaci di sollevarsi di qualche grado nella scala della civiltà, ed attualmente si sono effettivamente innalzati. […] Molte superstizioni esistenti sono il resto di precedenti e false idee religiose. La più alta forma di religione – la grande idea di un Dio che odia il peccato e ama la giustizia – era sconosciuta durante i periodi primitivi.”
(pag. 981– Parte prima, capitolo 5, sottocapitolo “dimostrazione dell’antica barbarie di tutte le nazioni civili”)
 
“La conclusione principale cui siamo giunti, ora sostenuta da molti naturalisti capaci di formulare un giudizio valido, è che l’uomo sia disceso da qualche forma meno organizzata. Le fondamenta su cui poggia questa conclusione non saranno mai rimosse, in quanto la stretta somiglianza tra l’uomo e gli animali inferiori, sia durante lo sviluppo embrionale, che in numerose parti della struttura e della costituzione di enorme o di irrilevante importanza, i rudimenti che egli mantiene, e le regressioni anormali cui è occasionalmente suscettibile, sono fatti che non possono essere messi in discussione. […] È incredibile che tutti questi fatti dicano il falso. Chi non si contenta di guardare, come fanno i selvaggi, i fenomeni della natura in modo slegato, non può più pensare che l’uomo sia un atto separato di creazione.”
(pag. 1312 – Parte terza, all’inizio del capitolo 21)
(N.B. Darwin non nega la creazione tout court, nega che l’uomo sia un atto separato di creazione)
 
“L’uomo si è elevato al suo stato attuale con i mezzi appena descritti, e forse con l’aiuto di altri non  ancora scoperti. Ma fin da quando ha raggiunto il livello dell’umanità, si è distinto in razze diverse, o, usando un termine più appropriato, in sottospecie. Alcune di queste, come la negra e l’europea, sono così diverse che se si portassero alcuni esemplari a un naturalista, senza alcuna previa informazione, egli li considererebbe come due vere e proprie specie. Nondimeno tutte le razze concordano in tanti particolari di struttura e in tante peculiarità mentali, che queste potrebbero spiegarsi solo con l’ereditarietà da un progenitore comune; e un progenitore con queste caratteristiche probabilmente meriterebbe di essere classificato come uomo.”
(pag. 1313 – Parte terza, all’inizio del capitolo 21)
(N.B. Qui Darwin prende posizione in favore del monogenismo)
 
Dopo essere giunti a questa conclusione sull’origine dell’uomo, l’alto livello delle nostre nostre facoltà intellettuali e la disposizione morale, è la maggiore difficoltà che si presenta. Ma chiunque ammetta il principio di evoluzione, deve rendersi conto che le facoltà mentali degli animali superiori, che sono dello stesso genere di quelle dell’uomo, anche se di grado inferiore, sono suscettibili di miglioramento.[…]
Nello sviluppo dell’intelletto si deve essere compiuto un gran passo, non appena venne in uso la semi arte e il semi istinto del linguaggio, in quanto l’uso continuato del linguaggio deve aver agito sul cervello e provocato un effetto ereditario, che a sua volta deve aver agito sul miglioramento del linguaggio. […] Le superiori facoltà intellettuali dell’uomo, quali quelle di raziocinio, astrazione, autocoscienza, ecc. probabilmente derivano dal continuo miglioramento ed esercizio delle altre facoltà mentali.
Lo sviluppo delle facoltà morali è un problema più interessante. […] Un essere morale è colui che è in grado di riflettere sulle sue azioni passate e sui loro moventi, di approvarne alcune e disapprovarne altre; e il fatto che l’uomo sia un essere che certamente merita questo appellativo, costituisce la distinzione principale tra lui e gli animali inferiori. […] Presso le razze più civili, la convinzione dell’esistenza di una Divinità onnisciente ha avuto una forte influenza sul progresso della moralità. Da ultimo, l’uomo non accetta la lode o il biasimo dei suoi simili come unica guida, sebbene pochi evitino questa influenza, ma le sue convinzioni abituali, controllate dalla ragione, gli danno la legge più salda. Allora la sua coscienza diviene giudice e guida suprema. Nondimeno il primo fondamento o origine del senso morale si trova negli istinti sociali, compresi la ‘simpatia’, e questi istinti, come nel caso degli animali inferiori, si acquistarono inizialmente con la selezione naturale.
La fede in Dio è stata spesso considerata non solo come la maggiore, ma anche come la più completa distinzione tra uomo e animali inferiori. È tuttavia impossibile, come abbiamo visto, sostenere che questa credenza sia innata o istintiva nell’uomo. D’altra parte la fede in un agente spirituale onnipresente sembra universale, e apparentemente deriva da un considerevole avanzamento della ragione umana, e da un ancora maggiore progresso delle sue facoltà di immaginazione, curiosità e meraviglia. Io so che la fede istintiva in Dio è stata usata da molte persone come argomento della sua esistenza. Ma questo argomento è sconsigliato, in quanto così saremmo portati a credere nell’esistenza di molti spiriti crudeli e maligni, solo poco più potenti dell’uomo; infatti la credenza in questi ultimi è assai più diffusa di quella in una divinità benefica. L’idea di un Creatore universale e benigno non sembra sorta nella mente umana, fino a che l’uomo non si è elevato con una lunga cultura.
Chi crede nel progresso dell’uomo da qualche forma inferiore organizzata, naturalmente chiederà come ciò abbia riferimento con la credenza sull’immortalità dell’anima. Le razze umane barbare, come ha dimostrato Sir J. Lubbock, non hanno una chiara idea di questo genere, ma abbiamo già visto che gli argomenti dedotti dalle credenze primitive dei selvaggi sono di poca o nessuna utilità. Pochi individui provano turbamento per l’impossibilità di determinare in quale preciso momento dello sviluppo dell’invididuo, dalla prima traccia di una minuscola vescica germinale, l’uomo sia divenuto un essere immortale; e non vi deve essere nessuna causa di maggiore ansietà per il fatto che non è possibile determinare questo momento nella graduale ascesa della scala organica.
Sono consapevole del fatto che le conclusioni cui si è pervenuti in quest’opera saranno denunciate da qualcuno come assai irreligiose; ma costui dovrà dimostrare perché sia più irreligioso spiegare l’origine dell’uomo come specie distinta mediante la derivazione da qualche forma inferiore, attraverso le leggi della variazione e della selezione naturale, che spiegare la nascita dell’individuo attraverso le leggi della riproduzione normale. La nascita, sia della specie che dell’individuo, è ugualmente parte di quella grande sequenza di eventi, che la nostra mente rifiuta di considerare come conseguenze della cecità del caso. L’intelletto si ribella a tale conclusione, che si sia o meno capaci di credere che ogni leggera variazione di struttura – l’unione di ogni coppia, la disseminazione di ogni seme – e altri eventi simili, siano stati tutti disposti per qualche scopo particolare.”

(pag. 1314, 1315, 1316, 1317 – Parte terza, verso la fine)
 
 
L’uomo analizza scrupolosamente il carattere e l’ascendenza dei suoi cavalli, del suo bestiame e dei suoi cani prima di accoppiarli; ma allorché giunge alle sue nozze, raramente o mai si prende una cura simile. Egli è spinto da motivi pressoché analoghi a quelli degli animali inferiori, allorchè sono lasciati alla loro libera scelta, sebbene sia tanto superiore a loro da valutare altamente le qualità mentali e le virtù. D’altra parte è fortemente attirato dalla semplice ricchezza o dal rango. Tuttavia mediante la selezione egli potrebbe agire in qualche modo non solo sulla struttura fisica e l’ossatura della sua prole, ma sulle loro qualità intellettuali e morali. Entrambi i sessi dovrebbero astenersi dal matrimonio se sono deboli nel corpo e nella mente in modo accentuato; ma queste speranze sono utopiche e non saranno mai realizzate nemmeno parzialmente, fino a che le leggi dell’ereditarietà non saranno conosciute per esteso. Chiunque dia un aiuto per questo fine, fa un buon servizio. Quando i princìpi della procreazione e dell’ereditarietà saranno meglio conosciuti, non udiremo alcuni membri ignoranti della nostra legislatura respingere con disprezzo un piano che tende ad accertare se il matrimonio tra consanguinei sia, o meno, dannoso all’uomo.
L’avanzamento del benessere del genere umano è il problema più complesso: tutti coloro che non possono evitare la povertà per i propri figli dovrebbero evitare il matrimonio; infatti la povertà non solo è un gran male, ma tende al proprio incremento portando alla sconsideratezza nel matrimonio. D’altra parte, Galton ha osservato che, se il prudente evita il matrimonio, mentre l’incauto si sposa, i membri inferiori tendono a soppiantare i membri migliori della società. L’uomo, come ogni altro animale, senza dubbio è avanzato alla sua attuale condizione elevata attraverso una lotta per l’esistenza dovuta al suo rapido incremento; se deve progredire ancora di più, è da temere che debba essere soggetto a una dura battaglia. Diversamente, affonderebbe nell’indolenza, e i più dotati non avrebbero più successo nella lotta per la vita dei meno dotati. Per cui il nostro naturale tasso di incremento, sebbene conduca a molti danni ovvi, non deve essere troppo diminuito in alcun modo. Dovrebbe essere aperta la competizione per tutti gli uomini; e con leggi e costumi non si dovrebbe impedire ai più capaci di riuscire meglio, e di allevare il maggior numero di figli.
Per quanto importante la lotta per l’esistenza sia stata e tuttora sia, tuttavia per quanto riguarda lo sviluppo delle qualità più elevate della natura umana vi sono stati altri fattori più importanti. Infatti le qualità morali sono progredite, sia direttamente che indirettamente, molto di più per effetto dell’abitudine, delle facoltà raziocinanti, dell’istruzione, della religione, ecc. che per la selezione naturale; sebbene a quest’ultima si possano sicuramente attribuire gli istinti sociali, che hanno costituito la base per lo sviluppo del senso morale.”

(pag. 1320 – Parte terza, conclusione del libro)
(N.B. questa citazione è molto significativa, sia perché fa il punto sulla considerazione positiva di Darwin verso la religione, sia perché evidenzia un altro aspetto spesso “censurato” di Darwin, cioè il suo lato eugenetico – del quale pure ho raccolto varie testimonianze nel libro, che meriterebbero un post a parte.)


There are more things

THERE ARE MORE THINGS

 

Volete sapere che cosa significa precisamente “scientismo”, e perché è  profondamente diverso dalla scienza (anche se pretende di essere l’unica vera forma di scienza)?
Volete sapere perché il razionalismo è irragionevole?
Volete sapere che cosa vuol dire una parola impressionante come metarazionalità?
Ho trovato un esempio ottimo, facile facile, per provare a spiegarlo.

***

Bisogna sapere che Isaac Asimov ha scritto non solo fantascienza, ma anche gialli: i racconti del Club dei Vedovi Neri, in cui un gruppo di amici si riunisce a cena per farsi raccontare da un ospite una storia che implica un mistero da risolvere. Gli amici discutono il caso e alla fine chi arriva alla soluzione è sempre il cameriere.
Nel racconto IL FATTORE OVVIO, l’ospite si presenta come uno studioso di parapsicologia, uno che esamina “quei fatti in cui sembra irrefutabile la presenza di qualcosa che non appartiene alle leggi conosciute dell’universo”, inevitabilmente suscitando la disapprovazione di quei gentiluomini che dichiarano testualmente “crediamo tutti nella razionalità”. L’ospite allora lancia la sua provocazione e li sfida a trovare una spiegazione razionale per spiegare il caso di una ragazza chiaroveggente che aveva previsto un incendio accidentale. Tutte le ipotesi possibili, dalla coincidenza alla truffa, sono respinte. Alla fine sembra quasi che i razionalisti siano sconfitti, ma ecco che si fa avanti come al solito il cameriere, il quale fa notare che c’è ancora un fattore che non è stato considerato anche se era ovvio, e afferma serafico:
“Da quando ha cominciato a raccontarci della ragazza chiaroveggente e dell’incendio, ogni sua parola ha reso più evidente che qualsiasi trucco era impossibile e che vi è stato un caso di chiaroveggenza. Se, tuttavia, la chiaroveggenza non esiste, ne deriva necessariamente, professore, che lei ha mentito”.
Ed ecco che, ma guarda un po’, l’ospite scoppia a ridere e ammette tranquillamente di aver mentito davvero, erano tutte fandonie, voleva vedere se i bravi razionalisti sotto sotto cercavano il brivido dell’occulto. Che simpatico. E quando chiede al cameriere come ha fatto a capire, la risposta che conclude il racconto è assolutamente degna di nota:

“Nel 1807 il professor Benjamin Silliman dell’Università di Yale riferì di aver osservato la caduta di un meteorite, in un’epoca in cui l’esistenza dei meteoriti non era accettata dagli scienziati. Thomas Jefferson, un razionalista di enorme talento ed intelligenza, sentito il rapporto disse: Sono più disposto a credere che un professore yankee dica una menzogna anziché alla caduta di una pietra dal cielo’.”
“Sì, ma Jefferson era in errore. Silliman non aveva mentito e le pietre cadevano dal cielo.”
“Esatto”, disse Henry, imperturbabile. “La sua frase è ricordata appunto per questo. Ma considerato il gran numero di volte in cui sono state riferite cose impossibili e le scarse occasioni in cui sono state provate, ho avuto la sensazione che, dopo tutto, le probabilità erano a mio favore.”

E tanto per non lasciare dubbi, Asimov conclude con una postilla ugualmente notevole:

Spero che nessun lettore giudichi “sleale” la soluzione di questo racconto. Un gran numero di rapporti su fenomeni non convenzionali, nella vita reale, sono il risultato di deviazioni dalla verità, sia volontarie che involontarie. E sono stanco fino alla nausea di misteri che portano alla vaga indicazione che, dopo tutto, sia veramente accaduto qualcosa di soprannaturale.
A mio parere, quando abbiamo eliminato tutto l’impossibile e ciò che resta è soprannaturale, vuol dire che qualcuno sta mentendo. Se questa è slealtà, regolatevi come meglio credete.

***

E allora, vedete che cos’è lo scientismo? Eccolo qui: scientista è chi fa della scienza, la sua scienza (quella del suo tempo, del suo cervello, del suo habitat culturale), un’ideologia; come in ogni ideologia, ci si rifiuta di considerare tutta la realtà nella sua interezza e si chiudono volontariamente gli occhi pur di non vedere quei dati che potrebbero scuotere i propri *dogmi*. L’errore di fondo dello scientismo è l’orgoglio: se IO non posso capire una cosa, allora quella cosa non esiste, non può esistere.
Ed ecco perché il razionalismo, inteso come il considerare la ragione l’unico mezzo per conoscere l’universo, è irragionevole. Forse è esagerato dire che è irrazionale, perché il razionalista entro certi limiti usa appunto la ragione; ma il suo problema è che si rifiuta di andare oltre quei limiti, e di considerare come anche solo eventualmente possibile tutto ciò che ne esula. Eppure è proprio la storia del progresso della ragione, che spinge sempre un po’ più in là il limite di ciò che è spiegabile, a dimostrare che l’impossibile di ieri può sempre diventare il possibile di domani, e perciò è ragionevole pensare che ci sia ancora qualcosa oltre il nostro limite, mentre è irragionevole negarlo.
Colui che usa pienamente la ragione è dunque colui che sa che c’è qualcosa oltre la ragione. Per dire “oltre” in greco si usa il prefisso “meta-”: la metarazionalità è la razionalità disposta a considerare ciò che c’è oltre. Il cristianesimo è una metarazionalità, perché usa la ragione e poi usa la fede e poi ancora usa la ragione per ragionare sulle cose di fede e confrontarle con i dati dell’esperienza.

Volete una dimostrazione di quanto siano pericolosi lo scientismo e il razionalismo? Ce la fornisce lo stesso Asimov, che era evidentemente uno scientista e un razionalista, a tal punto da non essersi neanche reso conto di aver usato per difendere il razionalismo un esempio che ne è forse la miglior confutazione che si possa immaginare: se Jefferson ha veramente detto quella frase (ma la veridicità dell’aneddoto è dubbia), allora questo “razionalista di enorme talento ed intelligenza” aveva clamorosamente torto, perché oggi sappiamo che le pietre che cadono dal cielo ci sono davvero.
Anzi: la storia dei meteoriti, e di quanto ci sia voluto affinchè la maggior parte degli scienziati ne accettasse l’esistenza, è assolutamente esemplare per capire quanto poco lo scientismo sia davvero scienza e quanto anzi sia dannoso alla scienza stessa. Ve la racconto brevemente.
Fino a circa due secoli fa, l’esistenza dei meteoriti era esclusa nel modo più assoluto e le testimonianze di contemporanei o di fonti storiche, come il meteorite di Ensisheim (ricordata più che altro per le sue implicazioni politiche), erano considerate inattendibili e frutto di superstizioni medievali. Ma dai, come possono esserci delle pietre volanti? Non è forse un’assurdità in contrasto con la legge di gravità e l’intera fisica newtoniana? I meteoriti erano scientificamente inspiegabili, dunque impossibili. Nel 1768 Antoine Lavoisier esaminò un meteorite caduto in un villaggio francese e concluse che si trattava sicuramente di una pietra terrestre colpita da un fulmine; si dice che nel suo rapporto per l’Accademia delle scienze di Parigi abbia dichiarato testualmente “una pietra non può cadere dal cielo, poiché non ci sono pietre nel cielo” (ma la frase è dubbia, uno perché citata in varianti diverse, due perché non ne ho trovato menzione all’infuori di siti apertamente ostili a tutta la scienza ufficiale; non avendo trovato in rete la relazione ufficiale, è possibile che la frase sia una falsa citazione creata apposta per mettere in cattiva luce Lavoisier e poi tramandata da credulone a credulone).
Il primo scienziato noto che abbia preso seriamente in considerazione la cosa fu Franz Güssman, professore di storia naturale a Vienna, e incidentalmente anche gesuita (ma che strano!), che nel 1785 scrisse il Lithophylacium Mitisianum nel quale sostenne la possibilità che minerali e metalli potessero cadere dal cielo; quasi nessuno gli diede attenzione. Nel 1794 Ernst Florenz Friedrich Chladni, un altro scienziato tedesco, pubblicò Sull’origine del ferro di Pallas ed espose la sua teoria sull’origine extraterrestre dei meteoriti; il suo libro sollevò un acceso dibattito. Solo nel 1803, quando Jean Baptist Biot esaminò uno sciame di meteoriti e ne dimostrò chimicamente l’origine extraterrestre, la comunità scientifica cominciò a cambiare idea, anche se il cambiamento non fu improvviso. La frase che Jefferson avrebbe pronunciato nel 1807, anche se pare non essere vera, era comunque verosimile (altrimenti l’aneddoto non si sarebbe diffuso) e testimonia il clima culturale del tempo. Nel XIX secolo la scienza ufficiale approfondì la conoscenza dei meteoriti e gli scettici restarono sempre più in minoranza, finché nel 1908 l’asteroide che polverizzò Tunguska eliminò una volta per tutte ogni margine d’incertezza. Ma a quell’epoca la meteoritica era già una branca scientifica ufficiale a cui si erano dedicati molti naturalisti (tra cui l’abate Ambrogio Soldani, toh, un altro religioso); comunque, moltissimi hanno attribuito a Chladni la priorità della teoria dei meteoriti, trascurando il contributo apportato dal gesuita Güssman. Chissà perché.

Volendo, si potrebbero descrivere molti altri casi – pensate a  Galileo: a informarsi seriamente, senza accontentarsi della solita vulgata superficiale, si scopre che i suoi guai scienziato iniziarono non con la Chiesa ma con gli scientisti che non erano disposti a mettere in discussione la fisica tolemaico-aristotelica – ma spero che il concetto sia chiaro.
Lo sbaglio dei razionalisti alla Jefferson non fu tanto di non credere all’esistenza delle pietre volanti, quanto di credere *dogmaticamente* alla loro non esistenza solo perché non riuscivano a spiegarla. Se questa mentalità scientista non fosse stata così radicata, la meteoritica avrebbe potuto nascere molto prima e l’astronomia ne avrebbe tratto enormi vantaggi. La Chiesa del ‘600 sbagliò a intervenire come fece nella vicenda galileiana, ma i primi a sbagliare e dare il via al disastro furono gli scientisti ostinatamente attaccati al loro indiscutibile aristotele.
MA allora perché, mentre è abituale sentire lamentele su quanto la religione abbia rallentato il progresso della conoscenza, non si deplora con la stessa frequenza la zavorra dello scientismo?

Torniamo ad Asimov: il ragionamento del cameriere, nonché l’annotazione conclusiva dell’autore, sono un perfetto esempio di scientismo. Tutti gli indizi puntano al fatto che sia successo qualcosa che non possiamo spiegare scientificamente; ma poiché questo non può essere (*dogma* scientista), allora qualcuno sta mentendo. Il protagonista del racconto ne esce vincitore perché ovviamente Asimov, che è l’autore della storia e scrive quel che gli pare, gli mette di fronte un interlocutore che stava mentendo davvero. Ma se invece il professore avesse insistito a confermare la storia della ragazza chiaroveggente? E se invece il cameriere si fosse trovato di fronte, per esempio, a un testimone del miracolo del sole? Che avrebbe fatto allora? Avrebbe continuato a insistere dicendo che tutte quelle centinaia di persone mentivano, compresi gli anticlericali e gli atei? Si sarebbe rifiutato di ascoltarli?
Se fosse stato egli stesso presente, avrebbe chiuso gli occhi per non vedere?

***

Lo scientista odia l’idea che possa esistere qualcosa che lui non è capace di spiegare: il suo motto ideale è la settima asserzione di Wittgensteinsu ciò di cui non si può parlare si deve tacere”.
Ma il vero uomo di scienza non è colui che rifiuta tutti i fenomeni razionalmente inspiegabili, bensì colui che non ne nega a priori l’esistenza, ed è disposto a prenderli in considerazione se a tanto lo porta l’esperienza personale – o la ragionevole fiducia in qualcun altro che glieli racconta. Forse un giorno questi fenomeni diventeranno scientificamente spiegabili; o forse resteranno per sempre al di là della nostra portata, segno e memento per l’uomo che nell’universo operano forze di ordine superiore all’universo. Il vero uomo di scienza dovrebbe sempre tenere a mente quello che Shakespeare fa dire ad Amleto:


“There are more things in heaven and earth, Horatio, Than are dreamt of in your philosophy.”
(“Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia.”)