God bless America

Omne regnum divisum contra se, desolabitur

 E sì, nonostante le recenti brutte notizie.
Non sono un particolare conoscitore di cose d’oltreoceano, ma a me il cattolicesimo americano sembra anni luce più vitale e fortificato di quello italiano. Nonostante il contesto difficile, o forse proprio a causa di esso.
Traduco questo breve articolo della CNA (Catholic News Agency):

L’Arcidiocesi di Boston ha confermato che non permetterà ad un prete austriaco di tenere una conferenza nella proprietà vescovile, a causa delle sue opinioni che dissentono dall’insegnamento cattolico.
“È la politica dell’Arcidiocesi, e la pratica generalmente accettata nelle diocesi di questo paese, di non permettere alle persone di tenere conferenze in parrocchie cattoliche o comunque durante eventi legati alla Chiesa, se queste persone promuovono posizioni che sono contrarie all’insegnamento cattolico” ha affermato il portavoce Terrance Donilon in una dichiarazione rilasciata alla C.N.A.

Padre Helmut Schüller, che intendeva parlare alla Parrocchia di Santa Susanna di Dedham il 17 giugno, è il fondatore della “Iniziativa dei Parroci Austriaci”, un gruppo fondato nel 2006 che invoca l’eliminazione del celibato per i preti, l’ordinazione delle donne, e altre cose contrarie alla dottrina cattolica.
A questo scopo,
Schüller ha invocato una “chiamata alla disobbedienza” – ovvero il rifiuto di accettare i principi fondamentali della fede cattolica – per “riformare” la Sposa di Cristo.

Il Vescovo Ausiliario di Boston, Mons. Walter Edyvean, la scorsa settimana ha contattato la Parrocchia di Santa Susanna per notificarle che il Cardinale O’Malley [tra i papabili all’ultimo conclave, NdC] non avrebbe permesso al prete di parlare “in nessuna parrocchia cattolica, perché espone convinzioni che sono contrarie agli insegnamenti della Chiesa Cattolica”, come ha riportato il National Catholic Reporter il 24 giugno.

Tra le organizzazioni che sponsorizzano il tour di Schüller, denominato “Il punto critico cattolico”, ci sono Conferenza per l’Ordinazione delle donne e Chiesa Futura. Entrambe promuovono iniziative contrarie agli insegnamenti cattolici.
Il tour di questo prete si terrà dal 16 luglio al 6 agosto e include fermate a New York City, Baltimora, Detroit, Denver e Los Angeles. Tutte le tappe eccetto Detroit avranno luogo in locali messi a disposizione da chiese protestanti [chissà come mai?, Ndc].
Al momento di pubblicazione di questo articolo, Padre 
Schüller è ancora atteso per parlare nella parrocchia di San Simone e Giuda, nella città di Westland (Detroit), il 26 luglio.

Padre Schüller precedentemente è stato il direttore della Caritas austriaca e il vicario generale dell’Arcidiocesi di Vienna fino al 1999, quando è stato licenziato dal Cardinale  Christoph Schönborn. Nel 2012, il Vaticano ha revocato il suo titolo di monsignore.

 O’Malley got balls.
Mica si mette paura delle campagne stampa di Repubblica (o il New York Times, stesso livello).

In Italia, invece, abbiamo le filosofe abortiste che sono invitate al festival biblico e i preti eretici che hanno gli onori funebri dal capo dei vescovi…


Libri marzo 2013


La Chiesa di Francesco, di Vittorio Messori.

 Vi è qui forse la maggiore delle attuali deformazioni, insidiosa in quanto apparentemente meritoria: la Chiesa come la maggiore delle ONG, una organizzazione di filantropi dediti a soccorrere i bisognosi di assistenza materiale. Nobile ideale, ma che a un cristiano non può bastare.

 È un instant book di piccole dimensioni, pubblicato dal Corriere della Sera immediatamente dopo la conclusione del conclave. Per quanto la copertina possa fuorviare, il libro parla decisamente poco di Bergoglio (un po’ all’inizio, e poi alla fine ci sono degli “appunti per una biografia” a cura di Carlo Alberto Brioschi) ed è invece incentrato sulla Chiesa; infatti, si tratta fondamentalmente di una grande espansione dell’articolo “Ipotesi sul Papa e sulla Chiesa che verrà” pubblicato il 17 febbraio scorso sul Corriere – piccola curiosità: nel quale articolo, ho scoperto rileggendolo, era già contenuta la famosa ammonizione sulla Chiesa come ONG che poi ha segnato l’esordio del pontificato di Francesco… Messori profetico? Ma no, semplicemente dotato di buonsenso.

Tuttavia, ove mai vi cogliesse spontanea la delusione perché vi aspettavate un libro sul nuovo pontefice, leggete il libro e vi ricrederete subito; si tratta di un’analisi a tutto tondo della realtà ecclesiale, cronaca e apologetica, con il tipico stile disincantato ma non cinico cui Messori ci ha ormai abituato. Come al solito la prospettiva non è né l’aut-aut di matrice protestante che porta ad estremi unilaterali, né la sintesi che cerca un impossibile compromesso tra inconciliabili, ma piuttosto l’et-et cattolico: lo sguardo che di ogni problema misura sia l’aspetto umano sia quello soprannaturale, vede questo e quello, e tiene tutto assieme.
La Chiesa che emerge da questo libro è piena di problemi, inutile nasconderselo; certi aneddoti rievocati dall’autore, come i seminaristi sessantottini che accolgono il loro vescovo gridando “viva Marx viva Mao”, o i novizi del monastero che protestano e ottengono di non fare la Benedizione Eucaristica dopo cena perché c’è la finale di Champions in tv, fanno più tristezza come rabbia. Eppure al tempo stesso la Chiesa è ancora vitale, ha più risorse di quante appaiano agli occhi del mondo, e lo dimostra la veloce efficienza con cui ha gestito l’epocale transizione senza precedenti da Benedetto a Francesco.

Paradossalmente ma neanche tanto, La Chiesa di Francesco è forse il più ratzingeriano dei libri di Messori (al limite il secondo, ovviamente dopo quel Rapporto sulla Fede di cui Ratzinger era coautore). Il lascito intellettuale del precedente Papa si sente in molte pagine, nelle considerazioni tanto sulla radice ultima dei problemi, cioè la perdita della fede esplosa dopo il Concilio Vaticano II, quanto sulla soluzione: recuperare la fede, tornare alla fede, applicare il Concilio per come i vescovi l’avevano scritto e non per come i teologi venduti al mondo l’hanno stravolto.
Che questo sia anche l’obiettivo primario del Papa attuale, lo speriamo vivamente, ma attendiamo ben volentieri un prossimo libro di Messori a confermarcelo.

 

L’inconfessabile e il confessato, di Lino Ciccone.

Se vedo un libro che ha sulla copertina un’immagine tratta da LOST, le mie mani si protendono automaticamente verso il libro in questione. Qui poi la copertina è particolarmente adatta, visto che raffigura l’indimenticato Charlie davanti al confessionale (ep. 1×07 “La falena”) e il libro parla per l’appunto di confessioni, dal singolare punto di vista di colui che le amministra.

La struttura è quella di un vero e proprio eserciziario: nella prima parte ci sono “i casi”, le fattispecie raccontate dall’ipotetico penitente in cerca di conforto; nella seconda parte ci sono “le soluzioni”, cioè le valutazioni morali da dare. Il lettore ha tutto l’agio di leggere il caso, applicare il proprio senso morale, e poi andare a controllare.
Il proposito è quello di aiutare i sacerdoti, per consigliarli in questo difficilissimo ministero, eppure il testo si rivela estremamente utile anche per ogni altra tipologia di lettore interessato. L’autore nella prefazione spiega senza mezzi termini la sua posizione difficile, il rischio di essere “visto come un moralista incallito preconciliare, con un deprecabile ritorno alla morale casistica, largamente superata, dal Concilio in poi, per una morale rinnovata”. Laddove la differenza pratica tra queste due impostazioni sta nel fatto che, nei manuali di Teologia Morale per la formazione dei futuri sacerdoti,

 i casi di coscienza erano sistematicamente intrecciati con l’esposizione della dottrina, che veniva così continuamente messa a confronto con la vita vissuta. Questa Teologia Morale aveva perciò come principale obiettivo quello di delineare nei vari ambiti del comportamento umano dove comincia a esserci peccato, e quando il peccato è da valutare come mortale. Il Concilio ha radicalmente cambiato questa impostazione, stabilendo che l’esposizione della Teologia Morale, «maggiormente fondata sulla Sacra Scrittura, illustri l’altezza della vocazione dei fedeli in Cristo e il loro obbligo di apportare frutto nella carità per la vita del mondo» (decr. Optatam totius, n. 16.4).
Nessuno dubbio sulla validità e sui vantaggi enormi di un tale rinnovamento, e non è questa la sede per illustrarli. Ma ne è pure derivato il rischio, per i candidati al presbiterato,  di trovarsi alla fine arricchiti di una visione altamente positiva della morale cristiana, ma impreparati sia al ministero della confessione, sia a trovare, in qualunque altra sede, soluzioni correttamente fondate a problemi morali concreti che si presentano nella vita.

Insomma, per come la vedo io, qui ci sono due estremi errati da evitare entrambi: o le maglie di un legalismo arido che tratta le questioni morali con l’impersonalità d’un libro di matematica, per cui se questo allora questo e dunque quest’altro = peccato (e questo era il rischio di “prima”); oppure un sentimentalismo di belle parole dove però alla fine molto/troppo/tutto dipende dalla coscienza soggettiva, cioè di fatto spesso la coscienza male (in)formata, per cui va a finire che oltre alle belle parole non resta granché da dire a chi chiede giudizi per riconoscere il male compiuto e consigli concreti per rimediarvi (e questo è il rischio di “adesso”).
Il libro evita entrambi questi sbandamenti, grazie alla strada maestra cui si attiene l’autore: distinguere sempre i due aspetti della valutazione oggettiva dell’azione e della valutazione soggettiva della persona. E infatti non sono pochi i casi in cui “la soluzione” è che l’azione è moralmente sbagliata, ma l’autore è poco o niente colpevole per tutta una serie di elementi che sono sempre spiegati in maniera chiara e lineare nei limiti del possibile.
I “casi” sono 30, esposti dettagliatamente, e decisamente spinosi. Ho scoperto di non essere così moralista come credevo, perché per alcuni non avevo la minima idea di quale fosse la “soluzione”. C’erano certe storie che vorresti dire “vabbè ma questo è un film” e poi pensi che cose così succedono davvero, e sei contento di non essere tu al posto del prete che deve confortare e consigliare il povero disgraziato che te le racconta; per esempio la storia del bravo ragazzo cattolico buona-laurea-ottime-prospettive-fidanzamento-casto-tra-poco-si-sposa che viene convinto a fare un addio al celibato dagli Amici Poco Raccomandabili che lo drogano a sua insaputa e lo fanno ubriacare e lo portano in discoteca e rimorchiano La Prima Che Ci Sta con cui organizzano un’orgia e il povero bravo ragazzo cattolico dice no no no però poi alla fine cede e la mattina dopo si svegliano e scoprono che la ragazza è scomparsa però come nella canzone di Elio ha lasciato scritto sullo specchio del bagno “BENVENUTI NELL’AIDS MUAHAHAHAHA” e tutti vanno nell’orrore totale e il ragazzo dice la mia vita è finita sono condannato m’ammazzo poi ci ripensa e va dal sacerdote a confessarsi e chiedergli consiglio su che cosa fare e come metterla a nome con il matrimonio prossimo venturo e se è moralmente tenuto a dire alla promessa sposa che le ha messo le corna e che potrebbe attaccarle il virus.
Argh.

E che gli dici, a uno così?

 

Le quattro cose ultime – La supplica delle anime – Nell’orto degli ulivi, di Thomas More.

Il volume della Ares è una manna, racchiude ben tre libri: Le quattro cose ultime, una meditazione sui Novissimi rimasta però incompiuta perché arriva solo a due; La supplica delle anime, una trattazione del purgatorio; Nell’orto degli ulivi, una meditazione sull’orazione di Cristo poco prima della Passione.

La più interessante mi è parsa l’opera di mezzo. More la scrisse in risposta al luterano Simon Fish, un polemista che aveva scritto il libello La supplica dei mendicanti per negare l’esistenza del purgatorio e per attaccare la Chiesa. Il titolo si spiega perché, secondo Fish, i poveri d’Inghilterra implorano la soppressione della Chiesa e l’incameramento dei suoi beni, dal quale avrebbero tutto da guadagnare. More replica con questo testo scritto dal punto di vista delle stesse anime del purgatorio, che impugnano la penna per difendere la propria esistenza e chiedere di non essere abbandonate dalle preghiere dei vivi. Il pamphlet è bipartito: nella prima parte le anime rispondono per le rime contro gli argomenti di Fish (che vista l’inconsistenza di certi suoi ragionamenti pare una specie di troll ante litteram, sul serio, certe cose non cambiano mai), nella seconda elencano le ragioni a favore dell’esistenza del Purgatorio, fondamenti biblici compresi.
Quest’ultima è particolarmente degna di nota perché More, contro l’argomento luterano “nella Bibbia non si parla di Purgatorio, se l’è inventato la Chiesa cattolica”, non si limita ad attaccare il concetto di sola scriptura ma al contrario fa leva proprio sulla scrittura stessa, individuando dieci passi biblici da cui a suo dire si evince la nozione di una purificazione post-mortem dei defunti (che poi è il problema di fondo del sola scriptura, cioè l’incoerenza con le sue stesse pretese: il “vale solo la Bibbia” ci mette poco a diventare “valgono solo quei passi della Bibbia che dico io”).
Dal basso della mia miserrima conoscenza biblica, alcuni di questi dieci passi mi sembrano un po’ tirati per i capelli, altri invece mi sembrano convincenti e risolutivi. Comunque me li sono segnati tutti in vista di un futuro post.

 

Sono così felice – Montserrat Grases, una ragazza verso gli altari, di Flavio Capucci.

 La breve biografia di Montserrat Grases, morta nel 1959 a diciassette anni e mezzo per un sarcoma di Ewing. È in corso il processo di beatificazione e l’autore è per l’appunto il postulatore della causa.

Una bella storia.


Giuseppe sposo di Maria, di Federico Suarez.

Volume di spiritualità incentrato sulla figura di San Giuseppe, che nei Vangeli appare poco, ma così poco che onestamente io – ingenuo – pensavo che in effetti non ci fosse chissà che da dire.
Invece, a quanto pare, c’è eccome: il libro esamina ogni singolo passaggio evangelico relativo a San Giuseppe, e per ognuno riesce a fare una meditazione sensata, perfino non banale.

 

Il quarto segreto di Fatima, di Antonio Socci.

Tutta la storia di Fatima e di questo secolo sta in questa drammatica incapacità di Pietro, degli uomini di Chiesa e dell’umanità di affidarsi pienamente a Colei che è «onnipotente per grazia». Incapacità di confidare in Lei veramente e totalmente. Quasi che le possibilità di salvezza potessero venire per Pietro (solo) dalle sue iniziative, dalla politica vaticana, da propri progetti di riforma della Chiesa.

 Per capire la sensazione che destò a suo tempo questo libro, sarebbe utile rileggersi un articolo del maggio 2007 dello stesso Socci, scritto con il solito tono pacato e sereno che gli è proprio, per replicare a Mons. Tarcisio Bertone. Quest’ultimo infatti nel suo libro L’ultima veggente di Fatima. I miei colloqui con suor Lucia, scritto proprio in risposta a tutti i contestatori fatimisti, ribadiva la sua versione “ufficiale” e gratificava la versione di Socci del prezioso epiteto di “farneticante”.
Prendo subito posizione dicendo che io ho trovato questo “quarto segreto” impressionante come un horror, avvincente come un giallo, e convincente come un teorema. Certo prima di raggiungere una certezza interiore mi riservo di leggere anche l’altra campana, cioè il libro di Bertone, le cui argomentazioni potrebbero anche essere più valide di quanto non sembri a sentire Socci; però quest’ultimo considera così tanti dati di fatto, vaglia anche altre apparizioni e rivelazioni es. il sogno delle due colonne di Don Bosco oppure La Salette, tuttavia non esita a smarcarsi dalle teorie più deliranti e non ha il gusto del sensazionalismo a prescindere, insomma la sua ricostruzione mi ha preso e l’unica critica che posso muovere al libro è che l’esposizione dei fatti a volte si muove troppo disinvoltamente da un periodo storico all’altro, è in alcuni punti un po’ confusa (una cronologia finale avrebbe aiutato molto il lettore a raccapezzarsi), però farneticante non m’è sembrata proprio.

 Ma dunque, quali sono gli oggetti del contendere tra la versione ufficiale e quella di Socci? Sintetizzando:

 1)   La Madonna a Fatima aveva chiesto la consacrazione della Russia al suo Cuore Immacolato. L’hanno accontentata?

  • UFFICIALE: sì, con gli atti di consacrazione del 1981 e del 1984.
  • SOCCI: no, questi atti consacrano (anzi “affidano”) il mondo tutto intero, non la Russia come era stato specificamente chiesto, perché in Vaticano si aveva paura di scatenare la rappresaglia comunista. E non vale dire che tanto è la stessa cosa perché nel mondo c’è anche la Russia: se la Madonna ti chiede una cosa, la fai alla lettera.

 2)   Il testo del terzo segreto rivelato dal cardinale Ratzinger nel 2000 descrive il martirio di un Papa. È già successo?

  • UFFICIALE: sì, è l’attentato subito da Giovanni Paolo II. La profezia si è conclusa, stop.
  • SOCCI: in realtà Ratzinger ha detto che la Chiesa non vincola i fedeli ad una interpretazione ufficiale della profezia. Pertanto si può anche pensare, come fa Socci per motivi dettagliatamente argomentati, che il peggio debba ancora venire e che il Papa pubblicamente martirizzato ci sarà davvero. Il libro presenta anche un’appendice che esamina il terzo segreto dal punto di vista paleografico, linguistico e traduttologico.

 3)   Il terzo segreto è stato interamente rivelato?

  • UFFICIALE: sì, nel 2000.
  • SOCCI: no, perché si divideva in due parti diverse. C’è ancora una parte, che la Madonna aveva detto avrebbe dovuto essere rivelata a partire dal 1960, ma che in Vaticano hanno deciso di seppellire perché troppo dirompente, difficile da far capire alla gente, suscettibile di essere usata per danneggiare gravemente la Chiesa. Questa parte nascosta del terzo segreto (che prosegue direttamente da quel “etc.” con cui si concludeva il secondo) è proprio quella che Socci chiama “quarto segreto”.

 Ovviamente Socci non può dire con precisione cosa caspita contenesse di così esplosivo questo quarto segreto. Però è possibile, da tutta una serie di fattori – le lettere e il comportamento di suor Lucia, una certa cosa detta da Mons. Loris Capovilla che fu segretario di Giovanni XXIII (che Francesco ha incontrato all’inizio del suo pontificato), alcune dichiarazioni di Giovanni Paolo II, e molto altro ancora – farsene un’idea generica, o meglio una serie di ipotesi legate tra loro.

Per comodità espositiva io qui raggruppo queste ipotesi, che vanno tutte nella stessa direzione, in tre “gradi” di gravità crescente:

1) Il primo “grado”, sul quale Socci è del tutto certo (e, per quel che vale, mi ci ha convinto) è che il quarto segreto parli della grande crisi di fede nella Chiesa che sarebbe venuta negli anni del post-concilio (ecco il perché della data del 1960). In particolare, visto che il secondo segreto si chiude dicendo “in Portogallo si conserverà la fede, etc.”, si può pensare che la frase fosse una comparazione e continuasse con una cosa tipo “in altri luoghi, invece, no”. Chiaramente una rivelazione del genere, fatta dalla Madonna, avrebbe alquanto smorzato certi facili entusiasmi sulla “nuova pentecoste”…

2) Il secondo “grado” è che il testo nascosto non profetizzi semplicemente la grande crisi di fede, ma ne indichi anche i responsabili. Il quarto segreto avrebbe predetto l’apostasia silenziosa e/o il compromesso col mondo di una gran parte del clero, vescovi compresi, e per questo sarebbe stato visto con incredulità e spavento. Anche qui, visti i tempi attuali (e purtroppo non ci mancano esempi…), una profezia di tal fatta sarebbe da meditare attentamente.

3) Il terzo “grado” è ESTREMO. Socci non ci crede, non lo afferma come sua personale convinzione, si limita a farsi domande senza risposta. E anche io sono decisamente scettico di fronte a una simile sconvolgente prospettiva. In sintesi la teoria, supportata dagli ambienti più estremi come sedevacantisti eccetera (tutto quel tradizionalismo cattolico così hardcore che ha fatto il giro dall’altra parte ed è diventato tradizionalismo scismatico) è che la profezia parlasse di una crisi che sarebbe arrivata fino al gradino più alto, fino al soglio di Pietro. Un Papa, se non proprio apostata – ovviamente non manca chi sfocia nel millennarismo spinto e tira in ballo anche l’Anticristo e la fine del mondo e la guerra termonuclerare globale eccetera eccetera – quantomeno indegno del suo ruolo, oppure vittima di tragici errori di valutazione in campi che pur non toccando direttamente la sua infallibilità nondimeno avranno conseguenze molto gravi, e che infine avrà molto da soffrire. Un Papa che potrebbe anche essere il Papa descritto nel terzo segreto cioè la parte resa pubblica: il Papa martirizzato, “afflitto”, ovvero forse (Socci dà conto di una possibile traduzione alternativa dal portoghese dell’aggettivo acabrunhado) “pentito”. Ma pentito di cosa?

Certo si comprende la paura che simili profezie, se esistono davvero, una volta rese pubbliche potessero diventare armi in mano ai nemici della Chiesa per danneggiarla quanto il contenuto delle rivelazioni stesse. Ma si comprende altresì la rabbia di chi, come l’autore, dice semplicemente: ma scusate, se la Madonna aveva chiesto una cosa, perché non l’avete accontentata? Avete più fiducia in Dio e nella Madonna o nei vostri calcoli umani?
Una volta sfogliata l’ultima pagina (sfogliata metaforicamente: il libro l’ho preso in ebook su amazon al più che modico prezzo di € 3,90), mi chiedo: quanto c’è di vero? quanto di falso? E soprattutto: cosa cambia? Che differenza fa nella mia vita, qui e ora, ciò che dice questo libro? Quale che sia stato il vero contenuto dei Messaggi di Fatima, si tratta di un contenuto (per dirla alla ratzinger) performativo, non semplicemente informativo: ma cosa si suppone debba performare in me? Cosa devo fare?

La risposta è semplice. Pregare. Pregare di più, pregare meglio. Non vedo altra alternativa. Non posso sapere come sarà il futuro che ci aspetta, ma so che questo è l’unico modo di arrivarci ben preparato.

 

Duello nel mar Ionio, di Patrick O’Brian.

Gli descrissero allora ciò che significava la conquista di una città cristiana da parte di truppe turche, in particolare di quelle irregolari, i bashi-bazuk, totalmente indisciplinati e impiegati da Ismail: assassinii, ovviamente, le donne stuprate e gli uomini e i bambini sodomizzati, ma anche la orribile profanazione delle chiese, delle tombe, di tutto ciò che era sacro. La vista di quegli uomini anziani e pieni di dignità che s’inginocchiavano davanti a lui nella cabina fu una cosa incredibilmente penosa, più penosa di qualsiasi altra esperienza che Jack avesse mai fatto.

 Avendo superato oramai un terzo della saga, essendo questo l’ottavo volume su 21, ne approfitto per a) ricapitolare i precedenti volumi b) fare un po’ di valutazioni generali e per forza di cose rivelatorie.
Perciò se non v’importa degli spoiler avventuratevi pure dopo l’elenco, altrimenti fermatevi immediatamente.

  1. Primo comando
  2. Costa sottovento
  3. Buon vento dell’ovest
  4. Verso Mauritius
  5. L’isola della desolazione
  6. Bottino di guerra
  7. Missione sul Baltico

 

Mi è parso il libro più malinconico della saga. I protagonisti sono ormai arrivati in quella fase della vita dove si fanno i bilanci provvisori, si pesano i successi e i fallimenti, le aspettative di partenza e quanto si sono effettivamente realizzate, e così via.

 Jack, dunque. Una volta nella flotta era famoso come Jack il Fortunato, ma adesso quei tempi sono passati. Addirittura lui si vede in piena parabola discendente, anche se temere di finire pubblicamente frustato è un po’ troppo. Mi ha fatto un po’ pena vederlo di nuovo strapazzato dal detestabile ammiraglio Harte, ancora rancoroso per quella vecchia questione di corna, e anche se alla fine Jack gli ha dato il fatto suo, l’episodio è stato comunque decisamente sgradevole.
Certo ci sono i problemi concreti – il padre dissennato, la paura della rovina economica della famiglia, una moglie amatissima a cui però Jack non risparmia qualche scappatella in “letti meno santificati” – ma il difetto che più mi colpisce in lui, forse perché l’ho visto più volte all’opera nella vita reale, è non dico l’ambizione (che non necessariamente è un difetto) ma piuttosto uno sgradevole effetto collaterale dell’ambizione non purificata, cioè l’incapacità di apprezzare il presente. Ecco allora che vedi benestanti che vogliono diventare proprio stra-ricchi, e in mancanza si percepiscono poveri; oppure lavoratori di buon livello che vogliono a tutti i costi diventare i pezzi da novanta del loro ambiente professionale, e se non ci riescono si lamentano come se fossero in fondo alla piramide sociale; oppure… si potrebbero fare esempi a profusione.
Un’ambizione di questo tipo è tra i migliori alleati del diavolo.
Ecco, se io potessi avere di fronte a me Jack Aubrey in carne ed ossa, vorrei prenderlo per le spalle e dargli una buona scrollata e dirgli « ma la smetti di lamentarti perché non diventerai mai ammiraglio? Non t’è già andata bene così? Ti ricordi di quando all’inizio di Primo comando eri un anonimo ufficiale e temevi che non t’avrebbero mai fatto capitano e com’eri contento quando è arrivata la lettera di promozione? E dopo tutte quelle vicissitudini sentimentali, le avventurette tipo quella sgualdrina della moglie di Harte, o lo sciagurato corteggiamento a Diana che quasi ti costò l’amicizia di Stephen, e nonostante l’opposizione implacabile di tua suocera, alla fine sei non sei riuscito a sposarla la tua Sophia? E non t’ha forse dato tre figli sani e belli, tra cui il figlio maschio che in Verso Mauritius volevi così tanto? E allora? Ma perché una buona volta non t’alzi una mattina e dici “sono felice, sono felice, ho avuto tutto quello che chiedevo una volta, sono felice e lo resterò anche se non avrò le cose che chiedo ora, sono molto felice”??? »

Stephen, allora. C’è riuscito finalmente, alla fine dello scorso libro ha sposato Diana Villiers. Certo non è stato il matrimonio più romantico del mondo, visto che è stato dettato fondamentalmente dalla necessità di lei di riguadagnare la nazionalità britannica, ma d’altra parte anche Stephen Maturin non è l’uomo più romantico del mondo.
Neppure lui sembra molto felice, tuttavia. Nel suo caso però non è questione di ambizioni personali: il dottore e agente segreto non sembra averne, indifferente alla sua stessa incolumità, l’unico suo sacro fuoco brucia per la distruzione dell’odiato Napoleone. E se il suo tarlo fosse anzi il contrario stesso dell’ambizione? Se invece di anelare a qualcosa che non ha e che desidera, il suo problema fosse l’aver raggiunto ciò che desiderava – Diana – e aver constatato che non era così degna di desiderio, tuttavia non sapendo o potendo rimpiazzarla con qualcos’altro di più desiderabile?
Non vorrei essere troppo ingiusto sul conto di Diana, che ha comunque i suoi meriti (l’abbiamo vista nello scorso libro privarsi, lei così materialista, di alcuni diamanti preziosissimi per favorire la liberazione dei nostri dalle prigioni francesi) ma temo che quella lettera anonima recapitata a Stephen, la quale lo informa che sua moglie lo tradisce con il bellissimo Jagiello, quella lettera da lui sprezzantemente considerata vile menzogna – ho una mezza sensazione che non sia così mendace. E penso che inconsciamente lo creda anche Stephen, il quale nei suoi pensieri disordinati ripete per tre volte la parola infedeltà. E poi, la gravidanza? In Diana l’istinto materno non pare particolarmente affilato. Non riesco a non sospettare che non sia stato del tutto spontaneo l’aborto che ha terminato la gravidanza che Diana portava come ultimo lascito dell’odiato Johnston, il cattivo dell’avventura “americana” dei precedenti libri. Non ci è ancora dato sapere quale sia a questo riguardo il parere medico del dottor Maturin. Però all’inizio di questo libro Stephen crede che Diana sia incinta, se tuttavia la cosa sembra destare non particolare emozione in lei (il modo con cui gioca a biliardo ce lo dice più di tanti discorsi), e poi quando Stephen è lontano in missione sua moglie lo informa “distrattamente” per lettera che si era sbagliata sulla gravidanza… Mah. Ripeto, non vorrei essere ingiusto io.

 Oltre a questo nel libro ci sono, sì, certe altre cose tipo sparatorie e battaglie navali e morti ammazzati e la complicatissima situazione geopolitica dell’Impero Ottomano nel Mar Ionio.
Ma interessano poi tanto?
In questi libri, l’avventura è lo sfondo, la vita vera è il primo piano.


L’alieno / 7

Continuo ad ospitare la storia della mia amica Sissi2002.

 – 7 –

 Ultima tappa prima dell’inizio delle terapie: la “visita collegiale”. Sono presenti il medico che ha diagnosticato la malattia (nel mio caso un ginecologo), l’oncologo che lavora in day-hospital, il radiologo, ed un paio di altri “…logo” di cui non capisco bene l’etimologia. Io arrivo con il plico di tutta la documentazione in mio possesso, che comincia ad assomigliare ad un faldone dei processi dell’Antimafia.
La notizia buona è che dalla P.E.T. sembra proprio che non ci siano, al momento, cellule tumorali in circolo, alla ricerca di un luogo simpatico dove eleggere la residenza. La notizia cattiva è che il tumore non sarà operabile nemmeno in un secondo tempo, data l’estensione. Dalla risonanza magnetica “pare” inoltre ipotizzabile un’infiltrazione in vescica, il che, stando all’arido lessico della diagnosi scritta, “muterebbe la prognosi, ma non la terapia iniziale”. I dottori traducono in idioma comprensibile al volgo: sì, forse la stadiazione non è un III A come auspicato (io veramente quello che auspicherei, potendo scegliere, sarebbe di non trovarmi qui); forse è a livello IV A, forse …, forse.
In ogni caso, al momento non è il caso di fare ulteriori accertamenti, tanto la terapia iniziale sarebbe la stessa: meglio partire con le cure e poi valutarne gli effetti dopo il primo ciclo. Esco con ulteriori fogli e moduli per la prenotazione di un ciclo di chemioterapie ed uno di radioterapie. Due medici, che evidentemente si sono immedesimati nel ruolo di poliziotto buono/poliziotto cattivo, mi congedano con due frasi abbastanza significative. La prima: “mi raccomando, affronti seriamente la cura: tenga presente che non sarà una passeggiata”. La seconda: “E si ricordi che l’obiettivo che ci siamo posti è la guarigione”. Decido di non lasciarmi terrorizzare dalla prima e di non farmi illudere dalla seconda.

Nel frattempo il mio amico Alieno, naturalmente, non se ne è stato buono e tranquillo. Il solito dolore sordo e fastidioso, che diventa acuto ogni volta ci si reca in bagno per una “semplice” minzione (e naturalmente tutti raccomandano di bere molto, almeno due litri al giorno. Poi però gli ovvi effetti dell’assunzione di liquidi sono di mia esclusiva  e poco piacevole competenza). Qualche crampo, tutto sommato sopportabile. Io continuo a parlargli, soprattutto quando torno a casa dal lavoro a tarda sera. Sono convinta che, essendo parte di me – per quanto indesiderata – in qualche modo possa sentirmi. So che le mamme in attesa dialogano con i loro bambini, e nessuno si sognerebbe mai di considerarle fuori di testa.
Nel mio caso, ovviamente, la situazione è ben diversa. Ma c’è qualcosa in comune. Anche qui c’è una forma vitale che cresce, autonomamente ed indipendentemente dalla mia volontà. Ma in questo caso si tratta di un’entità malvagia, che non deriva dall’amore e che non è dotata di anima e di spirito, per cui non potrà mai imparare cosa sia l’amore. Che sia generata dal caso, da fattori ambientali, genetici, comportamentali, credo sia fondamentale per chi si occupa di ricerca scientifica ma poco importa al presente, il “mio” presente. Il punto è che questo Alieno esiste, e come il più fanatico dei terroristi kamikaze ha un unico scopo: distruggere l’organismo che lo ospita, anche se così facendo ucciderà se stesso.

“Ok, amico. Siamo tu ed io, adesso, e possiamo anche parlarci chiaro. Hai commesso un grave errore. Sei forte, sei prepotente, ti senti invincibile … e sei venuto allo scoperto troppo presto. Chissà, forse se avessi infiltrato qualche tuo emissario in giro per l’organismo, tenendoti accuratamente al coperto, ce l’avresti anche potuta fare. Invece no, hai fatto il gradasso anzitempo, ed ora mi sa che stai per pagarla cara. Ti sto preparando un contrattacco che Desert Storm al confronto sembrerà una partita di Risiko giocata da principianti. Sai su cosa mi stai facendo riflettere? Sulla “canna pensante” di cui parla Pascal. Puoi distruggermi, quasi certamente prima o poi ce la farai, ma io sono più forte di te, perché so di esistere, e comunque vadano le cose so che IO TI SOPRAVVIVERÒ.”

 (continua)


Libri febbraio 2013


World War Z, di Max Brooks.

Premessa: sono appassionato di storie di morti viventi e ne difendo la dignità culturale nei confronti di chi le squalifica come mero horror-pulp sensazionalistico.
Gli zombie mi piacciono (come argomento, non li terrei come animali domestici) perché li vedo come l’uomo postmoderno privato della sua retorica ed estremizzato nel concetto: un essere al di là del bene e del male, senza etica, senza razionalità, vittima dell’omologazione di massa eppure al tempo stesso profondamente solo e incapace di empatia, definito dai due impulsi  fondamentali che lo muovono: la vita eterna (nell’aldiquà, essendo l’aldilà scomparso dall’orizzonte concettuale) e la soddisfazione dei propri appetiti.
Posto quanto sopra, WWZ non poteva non piacermi al massimo grado. Si tratta di un libro EPICO, scritto da una massima autorità sull’argomento ovvero Max Brooks già autore del Manuale per sopravvivere agli zombie (da tenere nel comodino a portata di mano, metti caso serva). Io l’ho letto in inglese, perché in italiano non si trova, ma probabilmente lo ripubblicheranno a breve perché tra poco esce nelle sale il film tratto dal libro, di cui è già in circolazione il trailer. Considerato che il protagonista è Brad Pitt e che gli zombie in questo periodo tirano, probabilmente incasserà. Peraltro la pubblicità a me ha fatto alquanto ribrezzo, perché sembra la solita storia azioneazionefuggisparaesplodibumbumbum: o il trailer è infedele rispetto al film, oppure il film col libro c’entra poco e niente.
D’altra parte, mi rendo conto che non era così facile trasporre la storia in film (una serie sarebbe stata un format più adatto). Perché WWZ non è una semplice storia di morti che risorgono e mangiano i vivi. Tecnicamente non è neppure un romanzo. È proprio un’altra cosa, molto migliore.
La particolarità di WWZ è che avviene un mondo in cui c’è già stata la guerra contro gli zombie, e l’umanità ha vinto ed è sopravvissuta, seppure a malapena. L’autore intradiegetico del libro è un giornalista che viaggia per il mondo e intervista persone di tutti i tipi, di ogni continente e ceto sociale, facendosi raccontare quello che hanno vissuto e le cose che hanno fatto. È dunque palese la differenza rispetto alla classica zombie story, alla George A. Romero oppure The Walking Dead: lì il punto di vista è del singolo, qui invece è letteralmente globale.
WWZ è estremamente realistico dal punto di vista geopolitico. Sarebbe perfettamente degno di un numero speciale di Limes. Prende in considerazione una quantità immensa di fattori che nelle altre storie di zombie sono generalmente ignorati: la reazione dei mass-media e dei politici di fronte alle voci di apocalisse (negare sempre, anche l’evidenza, finché non è troppo tardi), le specifiche ragioni tecniche del fallimento delle normali tattiche militari di fronte a un nemico così radicalmente diverso (la battaglia di Yonkers), gli imprevedibili sconvolgimenti politici (Israele si chiude in quarantena e poi scoppia la guerra civile!), l’opportunismo di chi è contento dell’epidemia (Breckenridge “Breck” Scott e il suo vaccino-bufala Phalanx, del quale avevo già parlato qui), il tracollo psicologico collettivo di una società intera (i quisling, gli umani che si convincono di essere zombie), eccetera.
Dove invece WWZ rivela stretta continuità con il genere zombie è invece nella critica morale all’umanità, nel ritratto impietoso dei nostri simili: dalle interviste emerge un coro a 360° di vizi e virtù, eroismi, vigliaccherie, compromessi, dilemmi morali angoscianti. Pensate alla strategia attuata dai governi nazionali, il “Piano Redeker”: fondamentalmente consiste nel sacrificare volontariamente una parte della popolazione, usandola come diversivo e dandola letteralmente in pasto agli zombie, onde permettere al resto della nazione di emigrare verso zone sicure. L’ideatore di questa strategia di sopravvivenza dice che il genere umano per sopravvivere deve semplicemente rinunciare alla sua umanità, nel senso morale del termine. Cosa pensare di una simile scelta? Come giudicarla? Abbiamo il diritto di giudicarla? Ne abbiamo il dovere? La risposta è difficile, ma la domanda è inevitabile.

Altrimenti, se non abbiamo una morale, che differenza c’è tra noi e loro?

 

Missione sul Baltico, di Patrick O’ Brian.

il comandante del porto convocò il comandante Aubrey. «Mi rifiuto di credere, signore», disse, «che tranne uno tutti i vostri ufficiali discendano dalla regina Anna.» «Mi dispiace, signore, ma poiché la regina Anna è morta», rispose Jack, «la comune decenza m’impedisce di fare commenti.»

 Settimo libro della saga marinara (ma la definizione è riduttiva) di Aubrey & Maturin, e diretta continuazione e conclusione delle vicende raccontate nei due libri precedenti. E perbacco, che conclusione! Non lo scrivo perché uno spoiler sarebbe abominevole, ma si tratta di un evento che cambia radicalmente e irreversibilmente lo status di un certo personaggio.
Che ha finito di soffrire, forse… oppure, forse (e dico anche probabilmente), le sue più grandi sofferenze sono appena cominciate.

 

Le lettere di Babbo Natale, di John Ronald Reuel Tolkien.

Buffissime e tenerissime lettere dal Polo Nord, condite delle disastrose avventure di un Orso Polare pasticcione e degli auguri in Quenya degli elfi aiutanti, che Tolkien inventava per i suoi figli e faceva loro arrivare ogni Natale da parte di “Babbo Natale” – si badi bene, non Santa Claus, ma nel titolo originale “The Father Christmas Letters”.
Ora io non mi dilungo sui rapporti tra Santa Claus e Father Christmas, né su tutta l’annosa questione della valutazione “cattolica” di Babbo Natale, anche perché c’è già chi l’ha fatto molto bene; ma m’interessa far notare la posizione che implicitamente assume Tolkien nella vicenda, e che secondo me è strettamente legata alla sua concezione dello speciale rapporto tra paganesimo e cristianesimo: il primo rivalutato in positivo e visto non come opponente del secondo, ma come antecedente logico oltre che cronologico, veicolo di semina Verbi, propedeutico al messaggio cristiano.
Ecco allora che Babbo Natale, il quale ormai non è più il vecchio San Nicola bensì un personaggio ormai decristianizzato e paganeggiante, un mito per esprimere dei generici valori positivi di calore familiare, non viene da Tolkien semplicemente negato; viene piuttosto “ri-cristianizzato” nella figura di ­ Father Nicholas Christmas, che ha millenovecentoventi anni nel 1920 e ne ha millenovecentotrenta nel 1930 (cioè nasce con il cristianesimo) e che in un passaggio delle sue lettere accenna all’esistenza di suo padre… “Nonno Yule”.
Yule, capite?
Come sempre in Tolkien, una semplice parola basta per implicare concetti, epoche storiche, mondi lontani: il simbolo pagano che si fa da parte per far posto al simbolo cristiano, non già come Saturno che viene scalzato da Zeus, bensì come il padre che lascia serenamente in gestione al figlio “l’attività di famiglia” del portare regali all’umanità; il cristianesimo come successione del paganesimo, non per rigettarne in toto il passato, ma per ereditarne i contenuti positivi.

 Grazie, professore.

 

L’infanzia di Gesù, di Benedetto XVI.

Naturalmente ottimo, e fa venire voglia di rileggere tutto il trittico in successione continua. Anzi fa venir voglia di rileggersi tutta l’opera omnia dell’autore.

Anche perchè leggerlo proprio nel periodo contemporaneo all’evento storico che sappiamo, sapendo che non ce ne saranno altri, fa un certo effetto.

 

Dottor Futuro, di Philiph K. Dick.

Se non avessero limitato le nascite, adesso ci sarebbe una popolazione umana preziosa su Marte e Venere […] invece abbiamo una società calcificata che passa il tempo meditando sulla morte; che non ha progetti, non ha una meta, non ha nessun desiderio di crescita. Come la società egizia… la morte e la vita sono così strettamente collegate che il mondo è diventato un cimitero, e le persone nient’altro che custodi che vivono tra le ossa dei morti. In pratica, dentro di sé, si considerano premorti, non individui vivi. Così il loro grande retaggio è stato sprecato.

 Pubblicato nel 1960, eppure ancora una volta PKD si mostra straordinario profeta di quelle tendenze distruttive che oggi sono il nostro presente.
Jim Parsons è un medico che per ignoti motivi viene rapito dal suo presente (il 2012) e trasportato nel remoto futuro del 2405. Si ritrova così in una società caratterizzata da una profonda cultura di morte: il numero della popolazione è fisso, tutti sono sterilizzati e le fecondazioni avvengono solo per via artificiale, il governo decide di procedere ad una nuova nascita solo quando qualcuno è morto, e la morte è incoraggiata. L’omicidio è legale, il suicidio è lodato come un gesto di coscienza civica, mentre le cure mediche sono criminali e viste come un’indebita interferenza nelle leggi di natura. Quando la gente sta male, non va dal dottore, va dall’eutanasista: Parsons, per aver onorato il suo giuramento d’Ippocrate, passerà dei guai con la giustizia.
E così cominciano le allucinanti traversie spaziotemporali del Dottore, l’unico uomo al mondo rimasto a credere che la vita valga più della morte; l’unico uomo al mondo che può salvare la specie umana dall’estinzione.
Un PKD ingiustamente poco noto, da riscoprire, da farci un film, da far conoscere.


L’alieno/6

Continuo ad ospitare la storia della mia amica Sissi2002.

– 6 –

 Intanto si susseguono gli esami e le analisi per determinare “la stadiazione” della malattia. Tutto un insieme di vocaboli tecnici e raffinati per stabilire, in pratica, quanto sia temibile l’Alieno di cui sopra, di quante forze disponga e quale livello di contromisure occorra mettere in campo per combatterlo. Una escalation niente male, che farebbe la gioia di tanti strateghi della guerra, quelli che combattono stando seduti a tavolino, per intenderci, quelli che ipotizzano attacchi e rappresaglie calcolando statisticamente l’ammontare dei “danni collaterali”, e che mandano i poveri diavoli a morire mentre loro se ne stanno tranquilli, ben nutriti ed al sicuro nei loro bunker o nei loro palazzi blindati.
Devo precisare che questa mentalità “armiamoci e partite” non è assolutamente nella politica di Candiolo. C’è una grande competenza e professionalità, ma c’è soprattutto una grandissima umanità in tutto il personale che vi lavora, dal grande oncologo di fama all’inserviente che fa le pulizie, ai numerosi (e meravigliosi, grazie di cuore!) volontari che si offrono “solo” (si fa per dire) di tenere compagnia e di non far sentire troppo abbandonati i pazienti ed i degenti che non sono accompagnati da parenti o amici.

L’esame più importante è la “P.E.T.” (Positron Emission Tomography , tomografia a emissione di positroni), un’indagine total body effettuata attraverso la somministrazione di una sostanza fortemente radioattiva che ha il compito di stanare tutte le cellule tumorali che eventualmente fossero già in giro per l’organismo a cercare di far danno. In breve, si tratta di stabilire se l’Alieno ha già inviato  truppe a colonizzare altre regioni del pianeta: se così fosse la “stadiazione”, per ora ipotizzata ad un non catastrofico livello “III A”, potrebbe  precipitare al “IV A” o peggio ancora al “III B”. Mi rifiuto di chiedere o cercare chiarimenti su cosa diavolo mai significhino tutte queste lettere e numeri, ma una benintenzionata ed alquanto improvvida signora che accompagna il marito in terapia, e che è più agitata e spaventata di lui, si affretta a precisarmi che lo stadio IV A contempla una probabilità di sopravvivenza dopo cinque anni pari circa al 15%. Comincio a capire perché, fin dalla scuola elementare, ho sempre odiato cordialmente i numeri. Ennesimi prelievi e controlli. Mi sento quasi un puntaspilli. Meno male che ero donatore Avis e che gli aghi non mi fanno paura. Forse stanno riconsiderando, in termini moderni, le teorie medievali sul salasso come metodo di cura.
Poi, finalmente, l’esame.
Dopo la somministrazione via endovena, noi pazienti veniamo accuratamente isolati in una “camera calda” per circa un’ora, poi ci prelevano e ci portano a destinazione: un macchinario sul tipo di quello della risonanza magnetica. Come una sorta di sonda Pioneer che “percorre” tutta la superficie corporea alla ricerca degli avamposti nemici. Tanto per restare in tema fantascientifico, il personale che assiste alla procedura è vestito praticamente da astronauta, il che non appare incoraggiante.

Terminato l’esame, ci raccomandano vivamente di stare lontano da bambini e donne in gravidanza per circa dodici ore. Questo è un problema: io insegno al serale dove studenti e studentesse sono adulti, potrebbe esserci tra di loro qualche signora in attesa, e che magari non sa nemmeno ancora di esserlo. (Nota di Claudio LXXXI: oggi come oggi questo problema si verificherebbe anche in una scuola liceale!) Telefono a scuola: cosa fare? La preside mi consiglia di non recarmi al lavoro fino al giorno dopo. Tuttavia non possono neppure andare a casa, perché lì c’è Sissi, la mia gatta, che pesa come un neonato di poche settimane. Sono una paria. Vado in Facoltà, spiego la situazione al direttore e gli chiedo il permesso di andare a studiare in un’aula vuota. Le fatidiche dodici ore scadono alle 23:00, per fortuna l’università ha chiuso alle 21.30, posso tornare nel consesso sociale.

Mangio una pizza e finalmente rincaso. Mia madre è preoccupata, sia per l’esame in sé, sia per la pericolosità della sostanza utilizzata. Io, tutto sommato, sto bene, a parte la stanchezza ed un brutto mal di testa che, però, sta già diminuendo. Sissi dorme sulla poltrona: la prendo in braccio, la sollevo in alto ululando “Gatto denuclearizzato!!”. Mia madre mi guarda come se il tumore me lo avessero diagnosticato al cervello, ma se non altro le strappo un sorriso.

 (continua)


L’Osservatore Romano va(da) all’inferno!

Non dico tutta la redazione dell’OR, ma almeno la dott.ssa Sylvie Barnay. Perché, che ha fatto? Ha scritto l’articolo “Fuoco e fragore divennero buona novella”.
Il titolo sembra sibillino, ma poi si capisce, e fuoco e fragore vien voglia di emetterli a lettura conclusa.

Insomma la storia è che tale Marie Balmary, psicanalista, e tale Daniel Marguerat, teologo – peraltro protestante calvinista, dice wikipedia – scrivono un libro assieme (“Nous irons tous au paradis. Le Jugement dernier en question”). Bravi. Sul Giudizio finale. Bravi. Elogi sperticati da parte della dott.ssa Sylvie Barnay, storica. Brava. Ma che dice il libro di tanto bello per meritarsi l’applauso sul giornale del Vaticano?  Gli è che la psicanalista e il teologo, spiega  la storica, “cominciano chiedendo: «Perché preoccuparsi ancora per ciò che assomiglia a un rottame arrugginito?»”.
L’incipit è un po’ enigmatico, invero più metallurgico che psicanalitico-teologico-storiografico, ma pazienza: gli autori

ricordano fino a che punto noi continuiamo a essere un tutt’uno con le rappresentazioni medievali del Giudizio finale e con la loro «retorica del terrore». Questa visione della storia, in cui gli eletti vanno in paradiso e i dannati all’inferno, è stata propria di un’epoca dominata dalla paura. D’altro canto il Rinascimento ribatterà con tranquilla audacia al medioevo che l’uomo sarà salvato malgrado tutte le sue debolezze. Ma la prospettiva terrificante dei dannati che arrostiscono all’inferno continuerà ad assillare le coscienze secolarizzandosi persino nella letteratura fantastica del XXI secolo. È allora con tranquilla audacia che i nostri due compagni di cammino interrogano le scritture per ascoltare con noi la parola biblica.

Purtroppo il breve articolo non spiega dove arriva il cammino dei nostri due compagni, e come la loro tranquilla audacia (rinascimentale?) la metta a nome con la parola biblica: nella quale purtroppo – suppongo per colpa della tipica mentalità medievale di cui, com’è noto, erano intrisi gli ebrei veterotestamentari e gli evangelisti, per non parlare di quel Gesù ch’è medievale fatto e finito come nessuno mai – dell’inferno e di chi lo abita si parla come di un dato di fatto, che non si può nascondere sotto il tappeto, hai voglia di “interrogare” e “ascoltare” e via cianciando. O forse alla fine si scopre che il forcone di Belzebù è un simbolo fallico?

Poi uno dice il fumo nel tempio. Ma vedi tu se tocca leggere sull’Osservatore Romano, manco Jesus o Famiglia Cristiana, che l’inferno è una retorica del terrore e l’esito del giudizio finale è una “visione della storia”, ma don’t panic: ci salverà la tranquilla audacia del Rinascimento e degli psicoteologi francesi.

Auguro alla dott.ssa Sylvie Barnay, e a chi le ha approvato l’articolo in Vaticano, e a chi ha approvato l’approvazione, di andare all’inferno.
Mica per sempre, oh. La dannazione non si augura a nessuno, manco a Giuda. Intendo una semplice roba andata-e-ritorno, tipo Dante, o almeno una visione mistica, una rivelazioncina privata piccola piccola, un sogno incubatico rigorosamente non psicanalizzabile. Che siccome evidentemente “interrogare” la parola biblica – magari leggere perfino il vangelo, tipo pesco un paio di passi a caso Mt 18:8 o Lc 13:22, dove Gesù ha il cattivo gusto di fare della deplorevole medievale retorica del terrore – non è stato abbastanza, allora abbiate pietà, lassù in alto loco: mandategli qualcosa che gli dia la scossa a tutti quanti, gli metta addosso una strizza fottuta da pisciarsi addosso. E poi la voglio vedere la tranquilla audacia.
Perché di questo stiamo parlando: dell’inferno. Che esiste davvero, altro che rottame arrugginito, così è scritto nel Credo. E se qualcuno lì all’Osservatore Romano non ci crede, liberi di non crederci, ma allora ce lo dicessero chiaro e tondo.

Ultima osservazione. La dott.ssa Barnay conclude facendo una pippa così su com’è bella l’alleanza tra esegesi e psicanalisi, la fecondità del metodo transdisciplinare, la creazione di senso con il linguaggio (?), e lamentandosi perché l’approccio psicanalitico – “vivamente richiesto” dalla Pontificia Commissione Biblica del 1993 – è rimasto troppo spesso confinato nelle teorizzazioni degli esperti.
Mi unisco di cuore a tali cahiers de doléances. Vi prego, cari teologi pontifici e/o protestanti, dateci più approccio psicanalitico, ne abbiamo tanto bisogno. Possibilmente, ve ne prego, brematurato come se fosse antani, con scappellamento a destra a sinistra.


Parabola del Tempio edificando

Dall’introduzione de
La Russia e la Chiesa Universale,
di Vladimir Solov’ëv:

*

“Un grande architetto, partendo per un lungo viaggio, chiamò i suoi discepoli e disse loro:

«Voi sapete che io sono venuto per ricostruire il santuario principale del paese, distrutto da un terremoto. L’opera, ormai, è iniziata: ho tracciato il piano generale, il terreno è stato spianato e le fondamenta sono gettate. Voi mi sostituirete durante la mia assenza. Io tornerò senz’altro, ma non so dirvi quando. Lavorate dunque come se doveste compiere tutta l’opera senza di me. È il momento di mettere in pratica gli insegnamenti che vi ho impartito. Ho fiducia in voi e non starò ad imporvi tutti i particolari dell’opera. Badate soltanto di osservare le regole della nostra arte. Del resto, vi lascio le fondamenta incrollabili del Tempio, che io stesso ho gettato, e il piano generale che ho tracciato: il che vi basterà se sarete fedeli al vostro dovere.
E comunque non vi lascio soli: in ispirito e col pensiero sarò sempre con voi.»

 Poi li portò nel luogo dove sarebbe dovuta sorgere la nuova chiesa, mostrò loro le fondamenta e consegnò loro il piano.

Dopo la sua partenza, i discepoli lavorarono di comune accordo; e circa un terzo dell’edificio fu ben presto costruito. Tuttavia, dato che l’opera era molto grande ed estremamente complicata, i primi compagni non furono sufficienti e se ne dovettero ammettere di nuovi. Non passò così molto tempo che tra i principali capi dei lavori sorse una grave contesa.
Ci fu chi pretese che delle due cose lasciate in eredità dal maestro assente – le fondamenta dell’edificio e il piano generale – solo quest’ultimo fosse veramente importante e vincolante, mentre nulla impediva di abbandonare le fondamenta già poste e costruire in altro luogo. Contestati energicamente dal resto dei loro colleghi, costoro, nel calore della disputa, arrivarono sino ad affermare (in contrasto con il loro stesso sentire, più volte apertamente espresso) che il maestro non aveva mai posto né indicato le fondamenta del Tempio; e che questa non era che un’invenzione dei loro avversari.
Tra questi ultimi, poi, ve ne furono molti che, a forza di difendere l’importanza delle fondamenta, caddero nell’estremo opposto ed affermarono che l’unica cosa veramente seria fosse la base dell’edificio posta dal maestro: così che il loro compito specifico consisteva unicamente nel conservare, riparare e consolidare la parte già esistente dell’edificio, senza preoccuparsi di portarlo a termine, perché – dicevano – il compimento dell’opera spetterà esclusivamente al maestro stesso quando sarà ritornato.

Gli estremi si toccano e i due opposti si trovarono ben presto d’accordo su un punto: che non si doveva portare a termine l’edificio.
E però, il partito che aspirava a conservare in buono stato le fondamenta e la navata incompiuta si consacrava, a tale scopo, a molti lavori secondari e vi dispiegava un’energia indefessa, mentre il partito che credeva di poter fare a meno dell’unica base del Tempio, dopo essersi vanamente sforzato di costruire su un’altra area, dichiarò che non si doveva fare assolutamente nulla: secondo questi ultimi, nell’arte dell’architettura l’essenziale era la teoria, la contemplazione dei suoi modelli e la meditazione delle sue regole e non invece l’esecuzione di un piano preciso; e se il maestro aveva lasciato loro il proprio piano del Tempio, non lo aveva certo fatto per farli lavorare in comune alla sua costruzione reale, ma soltanto perché ciascuno di loro, studiando questo piano perfetto, potesse diventare lui stesso un buon architetto. E a questo proposito, i più zelanti di questo gruppo consacrarono la loro vita a meditare sul progetto del Tempio ideale, ad imparare ed a recitare a memoria ogni giorno le spiegazioni di questo progetto che alcuni loro vecchi compagni avevano fatto sulla base delle parole del maestro. Ma la maggioranza si accontentava di pensare al Tempio un giorno alla settimana, riservando tutto il resto del tempo ai propri affari.
Tra questi operai separatisti, però, ve ne furono alcuni che, studiando il piano del maestro e le sue spiegazioni autentiche, vi ravvisarono delle indicazioni precise, dalle quali risultava che la base del Tempio era stata effettivamente posta e non poteva essere più cambiata; costoro si imbatterono tra l’altro in queste parole del grande architetto:

«Ecco le fondamenta incrollabili che io stesso ho posto; è su di loro che si deve edificare il mio Tempio se si vuole che esso possa resistere in eterno ai terremoti ed a qualsiasi flagello.»

 Colpiti da queste parole, i buoni operai risolsero di rinunciare al loro separatismo e di unirsi immediatamente a coloro che avevano custodito le fondamenta per partecipare alla loro opera di conservazione.
Ci fu però un operaio che disse:
«Riconosciamo i nostri torti, rendiamo tutta la giustizia e tutti gli onori dovuti ai nostri antichi compagni, riuniamoci con loro attorno al grande edificio soltanto iniziato, che noi abbiamo vilmente abbandonato e che essi hanno avuto il merito impagabile di aver custodito e conservato in buono stato. Ma innanzitutto bisogna essere fedeli al pensiero del maestro. Ora il maestro non ha posto queste fondamenta perché non vi si mettesse mano, ma perché il suo Tempio fosse costruito su di esse. Dobbiamo dunque riunirci tutti per innalzare sulle fondamenta che ci sono state offerte l’edificio in tutta la sua interezza. Se avremo o meno il tempo sufficiente per terminarlo prima del ritorno del maestro, è un altro problema che lui stesso non ha voluto risolvere. Egli però ci ha espressamente comandato di lavorare per far avanzare la sua opera ed ha anzi aggiunto che noi faremo più di lui.»
L’esortazione di questo operaio parve strana alla maggior parte dei suoi compagni. Alcuni lo definirono un utopista, altri lo accusarono di orgoglio e presunzione.

Ma la voce della coscienza gli diceva chiaramente che il maestro assente era con lui in ispirito e verità.”