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Libri novembre 2012

Constatato che il mondo, purtroppo o per fortuna, proseguirà anche nel 2013, buon anno a tutti e buona lettura.

 Spingendo la notte più in là – storia della mia famiglia e di altre vittime del terrorismo, di Mario Calabresi.

Non molto tempo dopo la mia nascita il quotidiano “Lotta Continua” ritraeva mio padre con me in braccio intento a insegnarmi a decapitare, con una piccola ghigliottina giocattolo, un bambolotto che rappresentava un anarchico.

 Cominciano così, le memorie del figlio del commissario ucciso. Tanto per farci capire cosa ci aspetta.
Molto bello, a tratti commovente (davvero), molto utile per cominciare a capire l’eredità oscura che questo paese si porta dietro; un periodo storico che conosco ancora troppo poco, per cui ho sviluppato interesse solo di recente, ma che mi sembra un tassello indispensabile per capire il nostro presente – anche perché questo passato, ahinoi, non mi sembra ancora del tutto passato, e ho paura che potrebbe diventare ancor meno passato nel prossimo futuro.

 

L’isola della Desolazione, di Patrick O’ Brian.

[Jack] per un attimo non capì il perché delle acclamazioni che riempirono la cabina, assordanti. Poi, attraverso gli sportelli fracassati, vide l’albero di trinchetto della nave olandese scuotersi, sobbalzare, gli stragli saltare, albero e vela volare fuori bordo. La Leopard raggiunse la cresta e lo scroscio d’acqua verde accecò Jack, ma quando la vista gli si schiarì, attraverso il velo rosso del sangue che colava dalla fasciatura, vide l’onda gigantesca e la Waakzaamheid che le presentava il fianco, ingavonata. Un enorme, subitaneo turbinare di scafo nero e spuma bianca, di aste che volavano, di sartie che sbattevano selvaggiamente e poi più niente se non l’immensa montagna verde e grigia coronata di bianco.
«Mio Dio, oh, mio Dio», mormorò, «seicento uomini!»

Non ho praticamente fatto a tempo a ipotizzare un accenno di stanchezza nel mio scrittore nautico preferito, che subito mi sono dovuto ricredere: O’Brian ha ancora molte frecce al suo arco.
Il libro apporta alcune variazioni nella formula narrativa consolidata nei precedenti; infatti, mentre i primi quattro erano pressappoco autoconclusivi, questo lascia in sospeso alcune vicende che verranno proseguite successivamente.
Inoltre, mentre prima l’attività extra-curriculare di Maturin come agente segreto britannico (non già perché il cattolico irlandese nutra particolare amore per Sua Maestà, ma per odio al tiranno Bonaparte) era lasciata abbastanza nell’ombra, ovvero ne vedevamo le conseguenze ma raramente le azioni dirette, qui invece abbiamo l’occasione di osservarlo all’opera in tutto il suo acume, mentre compie con un’agente americana un capolavoro di mistificazione – usare il servizio segreto americano come arma per colpire quello francese: impressionante!
Il tono generale della storia, come si confà a un libro con un simile titolo, è generalmente tetro. La quantità di sofferenze attraverso cui passano i protagonisti mi è sembrata addirittura superiore a quella dei precedenti; soffre Stephen per le ennesime pene d’amore infertegli dalla sua croce e delizia Diana; soffre Jack per un viaggio pericoloso, complicato, che in moltissime pagine (l’epidemia a bordo, la falla nello scafo, la nave dei nostri inseguita giorni e notti senza sosta dalla nave olandese mentre imperversa un’immensa lunghissima tempesta australe che minaccia di affondarle entrambe) regala momenti di autentica angoscia.
Bello, bello, bello.

il famoso aneddoto su Lord Cloncarty: informato dal suo comandante in seconda che il cappellano era morto di febbre gialla e morto nella fede cattolica, Lord Cloncarty aveva commentato: «Bene!» Primo ufficiale: «Ma, signore, come potete dire una cosa simile di un ecclesiastico inglese?» Lord Cloncarty: «Ma perché credo di essere il primo comandante di una nave da guerra che si sia potuto vantare di un cappellano che avesse una fede».

 

Notturni, di Ernst Theodor Amadeus Hoffmann.

Antologia di racconti gotici, tra cui il famoso “L’uomo della sabbia”.
Piacevole, anche se lo stile risulta un po’ troppo farraginoso e alla lunga stancante.
Forse gli gioverebbe una nuova traduzione che renda il testo più scorrevole.

 

L’esattore, di Petros Markaris.

Il commissario Charitos è una specie di Montalbano ellenico, pare che questi libri abbiano molto successo in Grecia. Qui l’investigatore è alle prese con un serial killer, il terribile “Esattore”, che se la prende con gli evasori fiscali invitandoli a saldare quanto dovuto a pena di “condono tombale” (sic). Nella Grecia disastrata dalla crisi, la cosa più che un delitto viene da molti considerata un atto meritorio, e così nell’opinione pubblica c’è chi inneggia al giustiziere tributario, chi lo considera un sicario mandato dalla Merkel per convincere i greci a rigare dritto, chi vuole farlo Ministro dell’Economia, eccetera. Questo può sembrare inverosimile ma Lucia, che mi ha regalato il libro per Natale, mi assicura che su Facebook girava, come campagna pubblicitaria per il romanzo, un sondaggio che invitava gli utenti a scegliere di schierarsi idealmente con il poliziotto o con l’esattore. Non conosco le percentuali, ma il sondaggio è stato vinto da quest’ultimo. Eh già.
L’immagine della Grecia che esce da questo romanzo è quella di un paese a pezzi, dove pochi vedono ancora un futuro, i cittadini sono disperati come pecore senza pastore, e si cerca furiosamente un responsabile perché non si sa a chi dare la colpa. Il libro è costellato non solo di morti ammazzati dall’assassino, cosa che per un giallo in effetti è ordinaria amministrazione, ma anche di suicidi di povera gente che non sa più come campare, dalle vecchiette a cui hanno ridotto la pensione ai disoccupati che non trovano lavoro.
(La scena dove il commissario trova i due fidanzati morti abbracciati, con il biglietto dove spiegano i motivi disperati che li hanno portati all’insano gesto, è straziante. Straziante.)
Il probabile futuro anche del nostro paese?

 

Una saldissima fede incerta, di Antonio Thellung.

Ne ho ampiamente parlato qui.

La case editrice delle Paoline è riuscita  a finire per direttissima nella mia lista di editori da cui non comprare mai più nulla, nada, niente.
Complimenti, prima di loro c’erano riusciti solo la Adelphi e l’Espresso, per capirci.

Soggettività intersoggettività alterità: in dialogo con Husserl e Levinas – 1. Le meditazioni cartesiane di Husserl, di Giovanni Ferretti.

Libretto editorialmente agile, neanche un centinaio di pagine, ma denso come un macigno.
Ho avuto molte difficoltà a leggerlo e ancor di più a capirlo, ma d’altra parte, essendo un testo specialistico destinato agli studenti di filosofia per esporre la fenomenologia di Husserl, probabilmente le mie incomprensioni dipendono più dalla mia ignoranza in materia che dall’oscurità dell’autore. Non posso certo pretendere di essere diventato esperto di Husserl, ma la sua egologia, francamente, mi sembra poco più che una raffinata forma di egolatria.
Comunque, continuo sempre a spregiare il soggettivismo gnoseologico. Abbasso l’Io che si dà troppe arie! Viva il mondo esterno! Viva la realtà!

 

Nella testa di Steve Jobs, di Leander Kahney.

Scritto quand’era ancora vivo Jobs, un libro di taglio giornalistico che descrive (con toni positivi, a volte addirittura enfatici, e qualche limitatissimo chiaroscuro) il modus operandi di SJ.
Per me che non conoscevo quasi niente della storia della Apple e delle sue innovazioni, è stata una lettura istruttiva. Ho imparato che devo ringraziare Jobs per un sacco di cose. Però non posso dire di provare una smisurata ammirazione per lui. A parte quella storia del Campo di Distorsione della Realtà, l’immagine che ne esce non è limpidamente rosea:

Circolano storie – probabilmente false – che raccontano di come Jobs bloccasse i dipendenti negli ascensori, interrogandoli sul loro ruolo all’interno dell’organizzazione. Se la risposta non gli appariva soddisfacente, i malcapitati venivano licenziati su due piedi. La procedura divenne ben presto nota come «essere stevizzati». L’espressione fa ora parte del gergo aziendale, per indicare un qualsiasi progetto che venga interrotto senza preavviso. […]
Jobs tende comunque a dividere tutto in due categorie: ha una penna preferita, per esempio, che è una Pilot, mentre tutte le altre sono «una schifezza»; e lo stesso con le persone: o sono dei geni o sono degli idioti. […]
La cultura aziendale della Apple proviene direttamente da Steve Jobs. Così come lui è estremamente esigente con le persone di cui è responsabile, anche i manager di livello intermedio richiedono lo stesso standard di altissime prestazioni ai loro subalterni. Il risultato è un regno del terrore, in cui tutti sono costantemente preoccupati di perdere il posto. La chiamano l’«altalena genio-idiota»: un giorno uno è un genio, il giorno dopo è un idiota. […]
Stando alle dichiarazioni di diversi dipendenti con cui ho avuto occasione di parlare, alla Apple si avverte una costante tensione tra il timore di essere licenziati e lo zelo messianico di chi è convinto di lasciare la propria impronta nell’universo. […]
come ha detto Richard Nixon, «le persone reagiscono alla paura, non all’amore. Non è una cosa che insegnano al catechismo, ma è la verità».

Ora, io non sono un manager e non ho né la capacità ne là pretesa di raggiungere i risultati di Jobs, e so che da noi si sbaglia nel senso opposto (l’ipertutela dei diritti dei lavoratori sfocia nell’impossibilità di sanzionare gli incapaci); ma so altresì che le persone normalmente hanno uno spettro d’intelligenza un po’ più vasto dei due poli genio-idiota, e ho qualche sospetto sul fatto che questo regno del terrore sia, lavorativamente parlando, il migliore dei mondi possibili.
Paura o amore? Per ideale preferirei la seconda opzione, ma per realismo so che chi occupa una posizione di autorità, qualunque essa sia, deve saper applicare la giusta miscela di entrambe.
Il che, non solo è vero, ma credo sia pure scritto da qualche parte nel catechismo.

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Una fede incerta. Saldissima?

Forse talune mie interpretazioni potranno apparire azzardate, ma da cristiano e cattolico praticante quale sono, credo siano compatibili non solo con quanto si legge nelle Scritture, ma anche con i significati fondamentali della teologia tradizionale. […] Spero che nessuno mi accuserà di voler smantellare i valori esistenti, perché la mia intenzione è di cercare e proporre interpretazioni credibili proprio per salvaguardare e rinnovare quei significati fondamentali che continuano a essere validi e positivi – pag. 41

 Ecco il cristianesimo dell’insieme, che alimenta la mia fede e mi accompagna ogni giorno nel mio cammino personale di cristiano e cattolico praticante – pag. 302

L’eucaristia è un simbolo. Anche la resurrezione. Diavoli e angeli sono figure di fantasia. Il paradiso e l’inferno “tradizionali” non esistono, perché i malvagi scompaiono nel nulla, mentre i buoni perdono il loro io. Dio e il mondo sono interdipendenti, ovvero Dio coincide con l’universo, e l’immagine della Trinità esprime appunto questo concetto. Dio non agisce antropomorficamente, ergo non c’è Provvidenza, né c’è qualcuno che ascolta le nostre preghiere. Gesù è figlio di Dio, ma solo nel senso in cui lo siamo tutti quanti, e si può credere in lui come si può ugualmente credere in qualcos’altro. Eccetera eccetera.

 Antonio Thellung, e meno male che non volevi essere accusato di smantellare!
Scrivo questo post come discorso alla seconda persona perché è così che tu hai scritto il tuo libro, Una saldissima fede incerta, (Edizioni Paoline, 2011, pagg. 315) (ripeto, EDIZIONI PAOLINE!!!) come lettera-dialogo verso un agnostico. Ora, non mi aspetto certo che tu davvero mi risponda o mi legga; scrivo così perché altrimenti il biasimo sarebbe troppo facile, perché voglio ricordare che ho idealmente di fronte una persona e non un concetto, che si deve odiare il peccato ma amare il peccatore.
Non che questo sia facile, beninteso.
In effetti, anche se non mi piacciono le tue idee, tu come uomo non sembreresti tanto male. Dal tuo sito appari come un arzillo vecchietto, magari pure simpatico; “marito, padre, nonno, bisnonno”, mi congratulo, hai fatto anche assistenza terminale ai moribondi, tutto molto bello. Bravo.
Eppure, il pensiero delle buone azioni che avrai sicuramente compiuto non cancella il pensiero delle persone che avrai invece danneggiato; di tutte quelle che sono state confuse, fuorviate, ingannate; di tutte quelle anime che forse, persino, con le tue eresie (vedi, a differenza tua, io chiamo le cose con il loro nome) hai contribuito a portare alla dannazione.
Sono troppo brutale? Qualcuno lo sta sicuramente pensando. Beh, pazienza.

 Ho letto prima con curiosità, poi con incredulità, via via con repulsione, il tuo libro che (copio dalla seconda di copertina) «scopre molti punti comuni tra panteismo e Dio personale; secondo l’autore tutta la realtà assume nuovi significati, che oltre a essere compatibili con Vangeli e Tradizione sono anche in grado di rivitalizzare i simboli della fede, rendendoli più comprensibili nel tempo presente».
Per chi non avesse voglia di leggere oltre, riassumo brevemente questi “nuovi significati”. Tutta la faccenda gira su questo cosiddetto “insieme”, questo magma dove creatore e creatura si identificano, in cui il Dio personale, se ancora si può usare questo aggettivo, non è altro che una specie di server centrale (tua metafora) che accumula e archivia le esperienze dei terminali periferici, cioè noi individui. L’individuo è una porzione di Dio, transitoria, limitata, difettosa, destinata a estinguersi. Però colui che capisce di essere parte di Dio, di averne per così dire il DNA (altra tua metafora), che sa “risvegliare i cromosomi divini” e superare i suoi limiti individuali, può vivere una vita migliore e dopo la morte andare nella raccolta indifferenziata, volevo dire, nell’indistinta coscienza divino-universale. Invece i malvagi scompaiono e basta, e per malvagi tu intendi gli individualisti. Passi una considerevole parte del libro a ripetere che L’INDIVIDUALISMO È IL MALE. Non ho capito se sei cattocomunista (un utente in un commento passato ti chiamava “falce & marthellung”), ma non mi sorprenderebbe, considerato che a un certo punto ti lamenti che la società umana non riesce a organizzarsi come le formiche o le api. Bell’esempio.
Questo, in estrema sintesi; ma non è tutto. Perché la cosa veramente tragica è che questa visione panteista, che di per sé sola potrebbe pure essere rispettabile come una qualsiasi “altra” religione, tu pretendi di accordarla e conciliarla con il cristianesimo, anzi, con il cattolicesimo; e per fare ciò ricorri a una serie continua di – non so come altro chiamarle – trappole.
Probabilmente qualche lettore ora si starà chiedendo che caspita tu abbia scritto di così terribile. E dunque, mi sono preso la briga di trascrivere i brani più virulenti. Alla fine il materiale collazionato era così abbondante che ne ho dovuto necessariamente fare una selezione, e qui nel post ne riporto la crema (qualche altro magari nei commenti); mi sono pure posto il problema del copyright, che non credo di aver violato perché sto esercitando il mio diritto di critica. Ad ogni buon conto ho scritto una mail a quelli della casa editrice, edlibri.mi@paoline.it, per segnalare questo post e dar loro la possibilità di chiedere la parziale rimozione delle citazioni, se credono che esse eccedano i limiti in cui si può parlare di “breve” citazione dunque legittima; nonché per esprimere il mio fastidio per il fatto che un editore asseritamente cattolico pubblichi libri di così conclamata eresia (ed anzi, se qualche lettore condivide il mio medesimo fastidio, magari scrivete una mail di protesta anche voi).

Ecco qui, dunque:

come le favole trasmettono sovente significati profondamente veri, pur descrivendo fatti che non sono di per sé credibili, anche la teologia tradizionale propone moltissime immagini di fantasia, tipo le schiere di angeli e arcangeli, o il trono dell’Altissimo, o sedere alla destra di Dio, o certi dettagli cruenti nelle rappresentazioni dei novissimi. Eppure nessuno (speriamo) dubita che tali immagini siano state elaborate per trasmettere significati, e non per descrivere eventi reali – pag. 20

 Gesù è unico, assieme a tanti altri:

 la mia sposa è per me unica, e solo quando guardo lei negli occhi mi sento espandere oltre i limiti individuali. Analogamente, credo che Gesù Cristo sia Dio, e siccome la percezione di espandermi spiritualmente l’ho ricevuta guardando a lui, lo sento (per me) unico e irrinunciabile. Forse a qualcuno simili esempi sembreranno svalutativi, come se intendessero porre Cristo e le altre proposte religiose su un piano equivalente e indifferenziato, ma qui non si tratta di stabilire se Dio si rivela in altri modi ad altre persone o popoli, anche perché mi sembrerebbe temerario pretendere che non sia libero di comunicare analoghi valori {ma sono davvero analoghi questi valori?, ndC} attraverso altre vie, e confesso che l’esclusivismo cristiano mi sembra un po’ blasfemo. È proprio la mia fede a chiedermi di sperare che l’unico Dio offra identiche opportunità a tutti: attraverso quali percorsi lo saprà lui. Ma per me Gesù Cristo è concretamente unico e irripetibile. Quel che sarà per gli altri non sta a me giudicarlo, secondo quel che dice San Paolo (cfr 1 Cor 5, 12-13). Lo stesso Gesù lo ha sottolineato molto bene nel suo colloquio col Padre, dicendo “Ho fatto conoscere il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo. Erano tuoi e li hai dati a me” (Gv 17, 6-8). Erano tuoi e li hai dati a me, il che lascia presumere {in base a cosa???, ndC} che altre persone saranno date ad altri, senza che questo diminuisca minimamente il valore dell’unicità di Cristo per coloro che sono stati affidati a lui. – pag. 27, 28

è opinione presente da tempo nella teologia cattolica l’idea di un rapporto Dio-cosmo in senso unitario. Già quasi cent’anni fa Teilhard de Chardin scriveva “La stoffa dell’Universo è Spirito-Materia” […] al presente, il teologo Vito Mancuso parla “della materia-mater come grembo da cui sorge ogni cosa, anche lo spirito” – pag. 65

 Questa è molto lunga, ma molto utile per capire il modus operandi del personaggio. Va bene credere nella resurrezione, basta non crederci davvero:

 Alcuni tendono a liquidare come infantili e incredibili i racconti evangelici della resurrezione, sottovalutando il fatto che nel loro significato simbolico possono esprimere grandi valori sostanziali, per chi guarda con gli occhi della fede. La resurrezione di Lazzaro ad esempio se viene interpretata in senso letterale può suscitare interrogativi curiosi: una risurrezione temporanea per poi tornare a morire? […] Ma indipendentemente da come si sono svolti i fatti storici, se quella risurrezione è vista come simbolo della possibilità di trasferirsi in altre dimensioni, allora mi sento stimolato a prenderla sul serio. Simbolico non significa irreale, ma può dirsi un escamotage di linguaggio per parlare in qualche modo di quel che va al di là del razionalmente comprensibile […] prendere alla lettera i racconti del Vangelo rischia di condurre fuori strada. Chi pensa che basta dire di credere nella risurrezione di Cristo per affermare il nucleo fondante della fede è un illuso, perché tale affermazione può essere intesa in molti modi. Personalmente confermo di credere nella risurrezione {cioè crede in un’altra cosa che chiama con lo stesso nome, ndC}, e non aggiungerei altro, se non fosse necessario mettere in evidenza la compatibilità tra l’immagine del Dio d’insieme e la fede cristiana.
L’ipotesi dei cromosomi che risvegliandosi entrano in rapporto personale con la dimensione divina della vita, la trovo molto vicina alle più recenti elaborazioni della teologia cattolica. Nel libro
Ripensare la risurrezione, scritto dal teologo Torres Queiruga dell’Università di Santiago di Compostela, si può leggere “oggi praticamente nessun teologo {come, nessuno???, ndC} parla della risurrezione come miracolo… fino al punto che è normale non considerarla avvenimento “storico”, senza che questo implichi, chiaramente, la negazione della sua realtà {chiarissimo, ndC} […] In tale quadro il senso della risurrezione è inteso come risveglio dei cromosomi da uno stato di catalessi, cioè dall’illusione di poter consolidare la vita individuale. I cromosomi divini risorgono per dimostrare che solo l’insieme vale. Afferma Torres Queiruga: “Oggi è sommamente importante prendere sul serio il carattere trascendente della risurrezione, che è incompatibile con dati o scene di un’esperienza di tipo empirico: toccare col dito il Risorto, vederlo venire sulle nuvole del cielo o immaginarlo mentre mangia sono raffigurazioni d’innegabile taglio mitologico, che ci risultano semplicemente impensabili.” […]
Che il risveglio dei cromosomi avvenga durante la vita, e non dopo la morte, è un concetto presente da sempre anche nell’immaginario cristiano
{ma di quale cristianesimo? certo non quello cattolico!, ndC}, seppure trattenuto nell’ombra dal prevalere di una teologia miope e riduttiva basata su banali luoghi comuni di tipo antropomorfico. I primi esempi noti si trovano nei Vangeli gnostici {ah ecco, ndC} […] Torres Queiruga dice “la risurrezione non è una seconda vita né un semplice prolungamento di questa presente… bensì la piena fioritura di questa vita”. Sulla stessa linea si sono espressi altri noti teologi come il gesuita Juan Mateos, il cappuccino Aldo Bergamaschi, Vito Mancuso. Il frate servita Alberto Maggi, noto esegeta del Centro Biblico di Montefano, nel settembre 2001 ha tenuto ad Assisi un seminario dal titolo I vivi non muoi­ono, i morti non risorgono. Ecco alcune delle sue spiegazioni: “La risurrezione non avviene dopo la morte: o si risorge quando si è in vita o non si risorge più… la vita eterna non è un premio nell’aldilà, ma una condizione del presente… il termine eterna non si riferisce alla durata ma alla qualità. Gesù non risuscita i morti, ma comunica ai vivi una vita capace di superare la soglia della morte: per questo San Paolo scrive “Noi che siamo già risuscitati” (cf Ef 2,6) {invece 1 Cor 15,12 non vale??, ndC} […]
Non ti sembra che siano tutte affermazioni in perfetto accordo con il progressivo risveglio del DNA nelle singole frammentazioni del grande insieme, che nel prendere coscienza dei propri limiti attivano un ardente desiderio di superarli, cominciando così da subito a vivere una vita nuova?
– pag. 165-170

 Qui siamo al panteismo spinto:

 L’individuo è un prodotto del relativo e dell’imperfezione, è un limite, privazione di qualcosa, fa parte del versante negativo, resta comunque legato al male. L’ipotesi d’immortalità individuale sarebbe un assurdo concettuale […] l’individualità è una realtà terrena, e non avrebbe senso proiettarla nell’assoluto, perché serve a distinguersi dagli altri. Si potrebbe forse ipotizzare che in Dio (nell’assoluto) esista il distinguersi? {sì, la Trinità, quella vera, ndC} Si potrebbe supporre una vita in Dio che si distingue in tante individualità? Qualsiasi forma d’individuo equivarrebbe a un’imperfezione cristallizzata, perché ipotetici individui perfetti sarebbero identici tra loro, senza più nulla che li distingue l’uno dall’altro. L’individuo deve morire […] il problema di un’ipotetica vita dopo la morte si pone secondo una drastica alternativa: o l’essere umano decade fino all’inesistenza, o diventa Dio. Soltanto all’ipotetica idea di vivere per l’eternità una vita individuale, con tutte le sue contraddizioni, provo una grande tristezza e non capisco chi potrebbe augurarsela […] l’essere umano che guarda in alto con fiducia e speranza è Dio che riconosce se stesso, che rientra in sé {questa è un po’ hegeliana, ndC} perciò non avrebbe senso ipotizzare una presa di coscienza che ricercasse ancora componenti di tipo individualistico. Personalmente mi soddisfa in pieno l’idea che il senso del mio itinerario entrerà a far parte della coscienza e della memoria di Dio. Là io non ci sarò più, eppure sarò vivo per sempre, nell’insieme universale […] l’individuo che porta il mio nome non ci sarà più {allora il culto dei santi è una bufala, ndC}, ma la coscienza divina vivrà in permanenza la memoria del mio itinerario personale. Saremo tutti nella coscienza di Dio – pag. 186-193

 Il diavolo esiste, cioè non esiste:

 Il diavolo esiste? Naturalmente è questione d’intendersi sul significato dei termini {naturalmente, ndC}, e personalizzare il discorso può essere un’efficace scelta di linguaggio, ma posso comunque assicurarti che il diavolo esiste: lo conosco personalmente nell’intimo, potrei dire. Ho fatto esperienza personale di essere diavolo, sentirlo incarnato in me. Credo che ciascuno di noi a turno possa farsi diavolo […] per spingerci verso la frammentazione non abbiamo bisogno di un diavolo esterno, perché sappiamo benissimo crearci da noi un’autopossessione diabolica. Però, per nostra fortuna, il diavolo esiste solo in forma temporanea, anzi per sua natura è il più mutevole e temporaneo degli esseri, impossibilitato a consolidarsi in qualsiasi stato […] il diabolico non è altro che deformazione del divino, ossia frantumazione dell’insieme, ma non dimentichiamo che non è mai possibile una deformazione o frammentazione totale, dato che i frammenti non possono mai sottrarsi al loro contenitore. Credo che ogni visione limitata di Dio (dell’insieme) porti con sé elementi diabolici molto pericolosi, che possono condurre anche a forme di spiritualità aberranti. Non credo invece che ci sia un disegno maligno da parte di qualche essere tenebroso che voglia spingerci intenzionalmente fuori strada: non ce n’è bisogno, perché a creare ostacoli, inciampi, deviazioni nel nostro cammino verso l’insieme basta e avanza la miopia legata ai limiti della nostra natura – pag. 209-212

 L’eucaristia, altrove esplicitamente definita come un simbolo, è un’altra occasione per dire sì nel senso di no:

Mi hai chiesto se credo alla presenza reale di Cristo nell’Eucaristia, e ti rispondo di sì. Resterei perplesso se mi chiedessi che cosa s’intende per presenza reale, perché non lo saprei dire, francamente {ah ecco, ndC}, e non riesco neppure a capire che cosa intendono coloro che si esprimono come se lo sapessero […] Credo nella presenza reale di Cristo nell’Eucaristia, così come credo alla sua presenza materiale nel mondo, a disposizione di chi vuole incontrarlo. Non so se qualcuno pensa che sia più presente nell’Eucaristia che altrove, nel qual caso si creerebbe un interrogativo curioso, tipo: qui è presente, qui è ancor più presente. Si può dire che la teologia odierna sia in prevalenza d’accordo {sì, se la teologia odierna fosse limitata solo agli amici tuoi, ndC} nel considerare che la presenza di Cristo è reale soltanto là dove si crea un rapporto. I sacramenti sono tipici strumenti d’incontro e di relazione tra umano e divino, e spogliati della sovrastruttura sacrale si dimostrano molto validi anche in senso esistenziale […]
ancor oggi i seguaci di una logica un po’ ingenua
{il principio di non contraddizione è ingenuo?, ndC} pensano al sacramento eucaristico secondo un rigido aut aut: Cristo nell’Eucaristia o c’è o non c’è, quindi per tutti o per nessuno
. Ma dimenticano che secondo quella stessa logica il pane e il vino restano tali e quali prima e dopo la consacrazione. La logica divina invece invita a credere che Cristo si fa presente a chi vuole incontrarlo, non vale neppure la pena di chiedersi cosa avviene a chi non ha interesse o non ci crede […]  da quando ho capito che Cristo si fa presente a chi vuole incontrarlo, senza costringere chi non vuole, non trovo più alcuna difficoltà a proclamare la mia fede, proprio perché non giudica in alcun modo quella altrui. Sotto questo profilo, direi che perfino il concetto di transustanziazione potrebbe ricuperare un significato convincente, basterebbe spostarne il momento dall’atto della consacrazione rituale a quello dell’incontro reale con ciascuna persona. Così, mentre credo alla presenza reale di Cristo ne’l’Eucaristia, posso dire a chi la nega: “Forse hai ragione anche tu, dal tuo punto di vista”. Sia per ciascuno secondo la propria fede: “Sia fatto a voi secondo la vostra fede” (Mt 9,29) dice Gesù, che equivale {!!!, ndC} a dire “mi vuoi incontrare? Eccomi qua! Non mi vuoi incontrare? Non ci sono! – pag. 229

 Onore ai cattivi maestri:

 Il noto teologo Hans Kung ha sviluppato esaurientemente l’argomento di una Chiesa indefettibile nel suo cammino, anche se non esente da singoli errori. Kung può essere criticato, ed è stato anche parzialmente sanzionato, ma nessuno {come nessuno?!? Qui siamo proprio alla panzana plateale, ndC} mette in dubbio che sia una voce autorevole della Chiesa cattolica, seppur con dei distinguo rispetto al Magistero ufficiale – pag. 256

 Siamo tutti come Gesù:

 Gesù aveva un rapporto particolarmente coinvolto con l’insieme, che chiamava Padre, e ne ha svelato il senso e le caratteristiche […] gli esseri umani si possono definire porzioni temporanee di Dio, perché tutto quel che ciascun individuo lo vive dal suo punto di vista, anche Dio lo vive contemporaneamente nella sua consapevolezza: incarnandosi in ciascun essere umano, tutti aspetti pluriformi del suo figlio unigenito […] Dio Padre, che secondo la teologia tradizionale si è incarnato sulla terra in suo figlio Gesù identificandosi nella sua esperienza, secondo la realtà d’insieme s’incarna in tutti gli esseri viventi. Gesù, che ne era pienamente consapevole, poteva dire “io e il Padre siamo una cosa sola”, mentre la maggior parte degli esseri umani, ben lontani da tale livello, nei momenti di grazia possono al massimo dire “io e il Padre abbiamo qualcosa in comune”. Ma qualitativamente il risultato è alla portata di tutti. Anche il Credo recitato abitualmente, che definisce Gesù della stessa sostanza del Padre, trova conferma nella visione d’insieme, dal momento che tutta la realtà è tessuta nell’unica stoffa universale, nell’unica sostanza esistente, che è tutta di natura divina – pag. 300

 Infine, dulcis in fundo:

 Se ora ti saltasse in mente di chiedermi se credo che le tesi qui sopra esposte rispondano a verità, ti risponderei che non lo so. Che posso saperne, me meschino, della verità divina, incommensurabilmente più grande di me? Ti posso però confermare senza tentennamenti di sentirmi irresistibilmente attratto verso l’insieme […] voglio appartenere a questo Dio d’insieme, voglio essere tutt’uno con lui. Siamo nel campo della fantasia? È vero, ma tutta la teologia lo è, comunque la si voglia intendere, e l’invito a credere nell’incredibile è comune alle varie forme di spiritualità passate e presenti – pag. 305

 E qui non posso che rallegrarmi per il fatto che il libro mi è stato regalato: perché, se avessi pagato i 16 € del prezzo di copertina per poi scoprire alla fine che l’autore non sa neanche se quello che ha scritto è vero, ci sarei rimasto un po’ male. Ma un po’ tanto, eh.

Insomma. Non so quanti lettori sono arrivati fino in fondo a questo tour de force, ma quelli che hanno resistito, si saranno fatti un’idea.
Però, Thellung, devo ammettere che questo tuo libro in un certo senso è un ottimo libro. Non dico come apologetica o come riflessioni sulla vita l’universo e tutto quanto, ché in quel senso è peggio che nefasto; voglio dire come vaccino. È pieno di eresie, ma esse sono né troppo grossolane da essere inutili, né troppo sottili da essere invisibili; se ne potrebbe quasi compilare una fenomenologia dell’eretico, sulla quale poi ricavare, come in controluce, un manuale su come difendersi, una specie di training in x passi.
Ecco, allora, alcune di queste “trappole” che ho riconosciuto nel libro, qui esposte ad uso vaccinatorio:

  •  Le citazioni. Per simulare la presenza di un senso comune che non c’è, citi spesso altri pensatori eretici (es. Hans Kung, Vito Mancuso, Alberto Maggi), o perlomeno problematici (Teilard de Chardin), presentandoli tranquillamente come teologi cattolici; il fatto che sulla loro pretesa cattolicità ci siano dubbi e discussioni, quando non proprio esplicite condanne della Chiesa, lo ignori o al massimo lo accenni appena (ovviamente in questo caso la colpa è della Chiesa “cattiva”, cioè delle “gerarchie”).
  • Le generalizzazioni. “Nessuno dice questo”, “tutti sostengono quest’altro”, “è ormai pacificamente accettato che quell’altro ancora”, e così via.  Panzane, visto che in realtà sono moltissimi a dire questo e non sostenere quest’altro, e che quell’altro ancora non è pacifico un corno; ma se non glielo dici tu, al lettore ignaro, chi glielo dice?
  • Cristiano = cattolico. Questo è un argomento sottile, perché, come al solito, il proprio dell’eresia è mescolare abilmente verità e menzogna. È vero che i due termini in un certo senso coincidono, perché il cattolicesimo è precisamente la vera, diciamo grossomodo, “modalità” del cristianesimo. Il problema è che storicamente, accanto a questa “vera modalità”, se ne sono affiancate altre che vere non sono (cioè, per dirla in altri termini, lo sono di meno): e allora il cattolicesimo si può rappresentare come un “sottoinsieme” del più ampio alveo cristiano.
    Ecco quindi che il trucchetto consiste nel sovrapporre opportunamente i termini “cristiano” e “cattolico”, facendoli passare per fungibili anche laddove non lo sono. Così un’idea decisamente non cattolica, che è stata sostenuta da pensatori non cattolici però cristiani o cristianeggianti, come i protestanti o gli antichi gnostici, viene presentata come parte del pensiero cristiano DUNQUE “sdoganabile” come cattolica.
  • Gli aggettivi sono importanti. Un buon aggettivo piazzato al posto giusto esprime più di tanti discorsi. Così per te l’ortodossia è “tradizionale” (contrapposta a ciò che è innovativo), “popolare” (nel senso di ignorante), al massimo se proprio va bene “linguaggio metaforico” (cioè una bella bugia).
  • La Bibbia. Citare dalla Bibbia è importantissimo. Non per niente Satana, quando tenta Cristo nel deserto, gli appioppa un paio di citazioni sacre riadattate alla bisogna. Le citazioni bibliche sono un ottimo metodo per millantare quell’aura di devozione che serve a rendersi bene accetti al pubblico meno smaliziato: infilare qua e là un altisonante “XYZ, 1, 2-3” fa tanto pio, tanto rassicurante. Suvvia, questo cita la Bibbia, cita i Vangeli, cita pure i santi e il Papa: come fa a non essere cattolico! Ovviamente i passi da citare sono accuratamente selezionati, quelli che possono facilmente essere piegati alla tua tesi. Quelli scomodi invece puoi tranquillamente omettere di menzionarli; il problema della coerenza (ti appoggi a elementi di quella stessa tradizione che rigetti), poi, non te lo poni proprio.
    Un esempio brillante di questo modus operandi è la citazione di Gv 17, 6-8: quando Gesù dice “gli uomini che mi hai dato dal mondo”, questo “a me” dovrebbe in qualche modo far presumere che altri uomini invece saranno dati “ad altri”, insomma Gesù non è l’unico salvatore del mondo. Sennonché, non solo non spieghi su che accidenti di ragionamento si basa questa presunzione, ma non fai il minimo cenno del fatto che immediatamente dopo Gesù prega “perché il mondo [non “alcuni” nel mondo] creda che tu mi hai mandato”.
  • Il relativismo spicciolo. Si spiega da solo: ma in fondo che ne sappiamo, anche gli altri hanno ragione nel loro punto di vista, dobbiamo liberarci dal dogmatismo, che poi la teologia è tutta fantasia, e naturalmente l’evergreen “Gesù dice che non dobbiamo giudicare” (certo che dobbiamo giudicare, invece! «Guardatevi dai falsi profeti, che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro sono lupi rapaci! Dai loro frutti li riconoscerete»: perché non hai citato anche questo?)
  • Il “fondamentalismo”: non nel senso corrente della parola, ovviamente. Il trucchetto è quello dell’incendiario che si traveste da pompiere: ecco allora l’eretico che si presenta come uno preoccupato per la crisi, che vuole strappare la Chiesa dallo sfacelo, insomma come quello di buone intenzioni che vuole salvare “i fondamenti”, “il nucleo”, i “significati fondamentali”. Questo modo di esprimersi sottintende peraltro che, se c’è un nucleo fondamentale, c’è anche un qualcosa-di-non-fondamentale che gli sta attorno: e quel qualcosa, pur di salvare il nucleo, possiamo e dobbiamo buttarlo! Dobbiamo ripulire il nucleo fondamentale da quello che non è fondamentale, la sovrastruttura, la muffa cresciuta nel corso dei secoli.
    Una volta che si è instillato nella testa del lettore questo concetto, non è così difficile far passare per fondamentale ciò che non lo è affatto, e soprattutto viceversa. Insomma l’eresia agisce come un virus, che uccide il nucleo della cellula sana e vi sostituisce il proprio, e poi usa parassitariamente la struttura dell’ospite per replicarsi (ribadiamolo: EDIZIONI PAOLINE!!!).
  • La risemantizzazione, cioè cambiare significato alle parole. Il fatto è, caro il mio Thellung, che non puoi certo permetterti l’onestà intellettuale di rifiutare apertamente le verità di fede: c’è rischio che il grosso del pubblico cattolico, ancora legato a certe parole imparate al catechismo e periodicamente ripetute in preghiera, rifiuterebbe invece te, insieme al tuo insieme e tutto il resto. Il gioco sta allora nel prenderle, quelle parole, e svuotarle dal di dentro: togliere il senso codificato nel linguaggio comune e mettercene uno nuovo, dissociando il significante dal significato.
    Ecco dunque che dici di credere nella resurrezione, sennonché resurrezione non significa più “vivere dopo la morte” ma bensì “vivere meglio questa vita”; dici di credere nell’esistenza del diavolo, sennonché il diavolo non è un essere soprannaturale che ci vuole male, ma solo l’impersonale limitatezza della nostra natura individuale; dici di credere alla Trinità, che però non è affatto quella descritta nel credo ma bensì la fusione del creatore con le creature; dici di credere alla presenza reale di Cristo nell’eucaristia, laddove per reale però non intendi “oggettiva” ma bensì “condizionata a una volontà soggettiva”, cioè, a pensarci bene, tutto il contrario; e così via.

  Quest’ultimo punto, in effetti, è il clou di tutta la faccenda; ed è anche il motivo per cui io credo che qualunque persona onesta e di buona volontà, in qualsiasi religione o non-religione si riconosca, dovrebbe repellere sdegnato la tua pappardella: perché è artefatta, finta, avvolta nella doppiezza. Se tu dicessi limpidamente “non credo in questo, non credo in quest’altro”, io non sarei d’accordo con te, eppure potrei ancora rispettare le tue idee, e sicuramente rispetterei te come persona; ma è la dissimulazione, quella continua ambiguità di fondo che ti pervade, a squalificare idee e persona e tutto quanto.

  Alla fine, che ti posso dire? Che ti saluto cordialmente? Sarebbe falso. Che ti disistimo? Vero, ma devo ricordarmi che si odiano le idee, non le persone.
Meglio tacere, e pregare.
Per te, per quelli che hai danneggiato, per tutti.