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L’Uomo con la U maiuscola

 Questo doveva essere un commento al precedente post sulla trilogia fantascientifica di Lewis, ma l’argomento merita un post a parte.
Abbiamo visto che Clive Staples Lewis era contrario alla colonizzazione interplanetaria, perché preoccupato della malvagità che l’uomo avrebbe potuto esercitare sulle specie aliene più deboli che avesse incontrato; difatti Lontano dal Pianeta Silenzioso è una specie di Avatar ante litteram (o meglio, è Avatar ad essere un LPS decristianizzato e risciacquato nel panteismo new age).
Per questo si era beccato le “blande canzonature” (sic) di Arthur C. Clarke, che invece alla colonizzazione interplanetaria ci credeva fervidamente e già nel 1947 aveva scritto Preludio allo spazio, un vero e proprio inno all’Homo Tecnologicus, anzi all’Uomo.
Con la U maiuscola, badate:

Un’obiezione al volo spaziale che questi critici portavano avanti era all’apparenza più convincente. Dal momento che l’uomo, sostenevano, aveva causato tanta infelicità sul suo mondo, ci si poteva fidare che si sarebbe comportato bene su altri mondi? E, soprattutto, l’infelice storia della conquista e della riduzione in schiavitù di una razza da parte di un’altra si sarebbe ripetuta senza fine e perennemente, quando la cultura umana si fosse estesa da un mondo all’altro?
Contro questa obiezione non ci poteva essere alcuna risposta del tutto convincente: solo uno scontro di fedi
[sic] contrastanti – l’antico conflitto tra pessimismo e ottimismo, tra coloro che credevano nell’Uomo e quelli che non vi credevano. Però gli astronomi avevano dato un contributo al dibattito, sottolineando la falsità dell’analogia storica. L’uomo, la cui civiltà aveva occupato solo un periodo equivalente a un milionesimo della vita del pianeta, probabilmente [sic] non avrebbe trovato su altri mondi razze abbastanza primitive da poter sfruttare o rendere schiave. Qualunque nave si fosse apprestata ad attraversare lo spazio con l’idea di costruire un impero interplanetario, avrebbe potuto trovarsi alla fine del viaggio con le stesse speranze di conquista di una flotta di canoe da guerra piene di selvaggi che entrasse lentamente nel porto di New York.
[…]
Cento anni come quelli non c’erano mai stati prima, e probabilmente non si sarebbero più ripetuti. A una a una le dighe erano saltate, le ultime frontiere della mente erano state spazzate via. Quando il secolo aveva albeggiato, l’Uomo aveva cominciato a prepararsi alla conquista dell’aria; alla sua fine l’Uomo stava raccogliendo le forze su Marte per balzare verso i pianeti esterni. […] Mentre salutava il secolo morente, il professor Alexson non provava rimpianti: il futuro, era troppo pieno di meraviglie e di promesse. Di nuovo le orgogliose navi spaziali stavano veleggiando verso terre sconosciute, portando i semi di nuove civiltà che, nelle età a venire, avrebbero superato quella vecchia. La corsa ai nuovi mondi avrebbe distrutto le soffocanti restrizioni che avevano avvelenato quasi mezzo secolo. Le barriere erano state infrante e gli uomini avrebbero potuto dirigere le proprie energie verso le stelle, invece che combattersi l’un l’altro. Uscito dalle paure e dalle miserie della Seconda Età Buia, e liberatosi  – oh fosse per sempre!  – delle ombre di Hiroshima e dei lager nazisti, il mondo stava dirigendosi verso la sua più splendida alba. Dopo cinquecento anni, c’era un nuovo Rinascimento. L’alba che sarebbe spuntata sugli Appennini alla fine della lunga notte lunare non sarebbe stata più radiosa dell’età che era appena incominciata.

 Puah.
Scusate, ma questo patetico peana sul glorioso futuro dell’Uomo mi fa venire il voltastomaco per quanto è grottesco.
Son proprio questi sermoncini, non infrequenti nei suoi romanzi (almeno quelli che ho letto), che mi fanno concludere che Clarke in un certo senso una persona profondamente religiosa, di una religione orribile però: la religione dell’Uomo, appunto. Ed è significativo che gli scappi di definire – almeno nella traduzione italiana, va’ a trovare il testo originale – il conflitto tra chi crede nell’Uomo e chi no, tra gli “ottimisti” e i “pessimisti” (ma io direi tra gli ingenui e i realisti), proprio come uno scontro di “fedi”; com’è significativo anche che, di fronte all’argomento storico della prepotenza del più forte come costante ineluttabile, non trova niente di meglio che rimuovere il problema perché tanto “probabilmente” non si presenterà ( molto open-minded, nevvero).

Ma c’è di peggio: Clarke, positivista illuminista scientista com’era, era un credulone. Assai più credulone, anzi, delle vecchiette sgranarosari e dei superstiziosi grattacoglioni e di tutte le altre macchiette care a un certo immaginario collettivo.
Facile dimostrarlo.
Esiste la prova evidente, irrefutabile, la “smoking gun”, dell’esistenza di Dio?
No. C’è la logica tomista, semmai, la quale però implica un ragionamento che evidente certo non è (si dimostra, non si mostra).
Esiste la prova evidente della NON esistenza di Dio?
No.
Esiste la prova evidente della NON esistenza dell’Uomo, con la U maiuscola?
Sì!!!
Certo che c’è, questa prova. La vediamo quando studiamo la nostra storia, ammesso che si voglia imparare davvero. La vediamo quando leggiamo i giornali. La vediamo quando ci guardiamo attorno. I più umili tra noi la vedono anche quando si guardano allo specchio.
Siamo noi la prova: gli uomini, senza maiuscola. Tutti, chi più chi meno, egoisti e ladri e bugiardi. E siamo qui. Non c’è bisogno di pregare per evocarci. Non si deve fare un atto di fede per credere alla nostra esistenza. Basta aprire gli occhi, cogliere l’evidenza, ragionare correttamente a partire dall’esperienza sensibile.

E allora, chi è il più credulone?

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Libri agosto 2012

Fondamentalmente, C.S. Lewis con annessi e connessi.

L’ora dei Grandi Vermi, di Philip K. Dick & Ray Nelson.
La Terra è stata invasa dagli abitanti di Ganimede, grossi vermi telepatici, e l’unica resistenza umana è affidata ai “partigiani negri” del Tennessee capeggiati dal telepatico Percy X. Non provo neppure a riassumere tutta la confusa girandola di eventi surreali che si dipana da questo presupposto, dico solo che il libro è molto bello e divertentissimo.
Non sono in grado di capire dove finisca l’apporto creativo di uno dei due autori e cominci quello dell’altro, ma il libro è perfettamente nello stile PKD: personaggi stralunati che perdono anche quando vincono, assoluta confusione tra realtà e irrealtà, umorismo a palate (in particolare, ironia dissacrante su psichiatri e psichiatria: il dottor Balkani è più pazzo dei suoi pazienti, e l’Associazione Mondiale Psichiatri risulta più autocratica degli autocrati che vuole combattere).

 ***

Perelandra, di Clive Staples Lewis.
Desidero cominciare questo commento a Perelandra di Lewis ringraziando l’amico Joe, che mi ha prestato il libro, e parlando di Preludio allo spazio di Arthur C. Clarke.
Preludio allo spazio è praticamente archeo-fantascienza, scritto nel ’47 (dieci anni prima dello Sputnik sovietico, ventidue prima dell’allunaggio) e incentrato sui preparativi del primo volo spaziale. Quando lo lessi un paio di anni fa lo trovai molto noioso per storia e stile ma molto significativo per la filosofia soggiacente, cioè quel tipico positivismo di Clarke, tanto esasperato quanto ingenuo, per il quale l’Uomo – in certi punti l’autore lo scrive proprio con la U maiuscola – potrà costruire un quasi-paradiso-in-terra grazie alla tecnologia e liberandosi dalla zavorra della religione. I buoni del libro riescono a mandare in orbita la prima navicella, ovviamente chiamata “Prometheus”, lottando contro ogni avversità: compresi i fanatici religiosi, che vorrebbero impedirglielo anche con la violenza perché… boh, non si sa, l’autore non fa lo sforzo di spiegarlo, ma tanto sono fanatici religiosi ergo cattivi e scemi, che altro serve sapere.
Perché parlo di questo libro? Perché Clarke nella prefazione scrive

Le blande canzonature [sic] che avevo indirizzate al defunto dottor Clive Staples Lewis portarono in un secondo tempo a un’amichevole corrispondenza epistolare e a un incontro diretto che avvenne nel famoso Eastgate pub di Oxford, nel corso del quale Val Cleaver e io tentammo di dimostrare al dottor Lewis (e al suo collega, professor J.R.R. Tolkien) quanto inverosimile fosse il convincimento che attribuiva a ogni aspirante astronauta disposizioni malevole simili a quelle del Weston di “Lontano dal pianeta silenzioso”. Lewis finì con l’indursi a un volonteroso compromesso considerando che, se pur pessimi soggetti, quali probabilmente eravamo, il mondo tuttavia sarebbe stato un luogo d’insopportabile uggia se ogni essere umano fosse stato buono.

 Ecco, desidero esprimere il mio totale scetticismo sul fatto che Lewis possa aver detto una tale scemenza. Volendo escludere che Clarke stia inventando per fare bella figura, penso che ricordi male oppure abbia frainteso qualche ironia della controparte.
Lewis non può aver veramente voluto dire quella baggianata perché il Marte di “Lontano dal pianeta silenzioso”, e ancor più il Venere di “Perelandra”, sono abitati da genti prive di peccato e proprio per questo sono luoghi dove la noia è sconosciuta. Anzitutto perché la noia è infelicità, mentre chi è buono, figuriamoci se di una bontà incorrotta, è tutt’altro  che infelice; e poi c’è che le creature non-umane di Marte, e ancor più gli umani di Venere, hanno ben altro da fare che annoiarsi. I marziani studiano, cacciano, costruiscono; e quanto ai venusiani, della cui stirpe vediamo la coppia primogenitrice, traduco questo passo dal libro di Sanford Schwartz (commentato più sotto):

In un sorprendente distacco dalla visione tradizione del paradiso terrestre, Lewis presenta l’ordine anteriore alla caduta come uno stato di flusso continuo, un “universo di obiettivi cangianti”, del quale descrive il risultato supremo (i suoi Adamo ed Eva) come creature dinamiche che apprendono immediatamente e sembrano evolvere ad ogni momento che passa. Invece di una immutabile condizione che precede la caduta nel tempo e il cambiamento, il nuovo Eden di Lewis è un mondo di movimento perpetuo in cui l’unica proibizione (il suo Albero della Conoscenza del Bene e del Male) è non abitare sulla “Terra Ferma”.

 Ma quale insopportabile uggia, allora!
“Perelandra” è, fondamentalmente, la storia di una tentazione. Ransom, reduce  dal viaggio su Marte descritto nel primo capitolo della trilogia, viene portato dagli eldila ( = gli angeli) su Venere per fermare i piani diabolici. Il pianeta descritto da Lewis è un mondo prevalentemente acquatico, dove le terre “galleggiano” sull’acqua e ne condividono l’instabilità, sicché una pianura può immediatamente trasformarsi in collina e viceversa. L’unica isola del pianeta stabilmente ancorata al fondale sottomarino e geograficamente immutabile è appunto la Terra Ferma, oggetto del divieto di abitazione da parte di Maleldil ( = Dio). Lewis assegna a questa condizione geologica un significato teologico, perché per gli uomini venusiani abitare le terre “acquatiche” significa accettare pienamente la volontà superiore, ogni cambiamento, ogni movimento, ogni alto e ogni basso, “tutte le onde che Lui manda”; mentre risiedere sulla Terra Ferma, sempre nello stesso posto, sapere oggi dove si sarà domani, significherebbe pretendere di farsi da sé e controllare il futuro rifiutando il disegno divino.
Questa è la tentazione. Arrivato su Venere Ransom incontra l’Eva di questo mondo, una donna dalla pelle verde (la diversa pigmentazione probabilmente deriva dal fatto che i suoi ascendenti biologici non sono scimmie ma antropoidi marini simili a tritoni e sirene); incontra Weston, lo scienziato malvagio del precedente libro, che gli fa un sinistro discorso sulla propria conversione dal precedente materialismo a un inquietante “evoluzionismo emergente” sulla falsariga del vitalismo bergsoniano (cfr libro di Sanford Schwartz); e incontra, non dirò come, il Tentatore. Un essere demoniaco, presumibilmente Satana stesso, descritto in modo tanto raccapricciante quanto convincente, che cerca con ogni artifizio dialettico di convincere la donna a violare il divieto di Maleldil e prendere possesso della Terra Ferma. E a lui, Ransom, è affidato il compito di fermarlo e impedire una nuova Caduta.
Il libro mi è piaciuto moltissimo. In particolare l’inno finale a Maleldil, con le benedizioni di ringraziamento per la “Grande Danza” dell’infinita varietà di mondi creati, è un apice di misticismo che non lascia indifferenti. Cito nuovamente da Schwart:

Come una forma aggiornata di neoplatonismo cristiano, la cosmologia dell’inno finale richiama un momento storico antecedente alla moderna dissociazione della natura dalla sua fonte divina. Nell’enfasi duale sulla trascendenza di Dio e la sua immanenza dentro ogni cosa creata, questa visione ricorda particolarmente quanto elaborato dal vescovo e filosofo Nicola Cusano […] l’obiettivo di Lewis è integrare questo platonismo cristiano con una nuova concezione del tempo che sfida le assunzioni meccanicistiche dominanti la scienza moderna fino alla fine del XIX secolo. A questo scopo, egli sviluppa ciò che sembra essere una rimarcabile versione della coincidentia oppositorum di Nicola Cusano – la trascendenza di Dio immanente ad ogni elemento dell’universo – in una cosmologia dinamica che unisce una visione bergsonianamente anti-meccanicistica dello sviluppo continuo con una comprensione cristiana della singolarità, santità, e divina inabitazione in ogni momento del processo creativo.

 Insomma, mi è piaciuto così tanto che il giorno stesso in cui l’ho finito mi sono letteralmente fiondato in biblioteca per prendere in prestito il volume finale della trilogia, nel quale mi aspettavo che Ransom andasse, che so, su Giove o Saturno.
E invece.

 ***

Quell’orribile forza, di Clive Staples Lewis.
Capolavoro.
Però inizialmente mi aveva lasciato perplesso e aveva frustrato le mie aspettative, visto che è molto diverso dagli altri due. Mi aspettavo un altro viaggio interplanetario, e invece tutto si svolge sulla Terra. Ransom qui appare solo a metà del libro e non è più la figura principale. Lo stile di scrittura è sensibilmente diverso. In effetti il libro, che ha per sottotitolo “una fiaba moderna per adulti”, può in teoria essere fruito del tutto separatamente dai suoi precedenti.
Eppure, dopo già cinquanta pagine mi aveva catturato come non mi accadeva da molto tempo. Laddove Lontano dal Pianeta Silenzioso mostrava un mondo edenico privo di peccato, mentre Perelandra mostrava un mondo nascente e una nuova umanità “reboot” al suo grande bivio morale, Quell’orribile forza va invece nel verso opposto: un vero e proprio viaggio nel Male.
In un certo senso, questo è un grande romanzo distopico, al pari di Brave New World oppure 1984, di cui anticipa numerose tematiche. Basti vedere il modus operandi dell’INCE, l’Istituto Nazionale per il Coordinamento degli Esperimenti, ironicamente NICE nella versione inglese (nice significa carino; peraltro mi chiedo se non ci fosse anche un sottile richiamo a Nietzsche), nonché i suoi fini:

 “la sterilizzazione dei disabili, l’eliminazione delle razze arretrate (non vogliamo pesi morti), la riproduzione selettiva. Poi l’educazione vera, compresa l’educazione prenatale. Per vera educazione intendo un’educazione che non ammetta pressappochismi. La vera educazione infallibilmente trasforma chi la subisce in ciò che essa si prefigge, senza che il soggetto in questione o i suoi genitori possano farci nulla. Naturalmente si tratterà, all’inizio, di un influsso soprattutto psicologico, ma alla fine arriveremo al condizionamento biochimico e alla diretta manipolazione del cervello.”

 Sennonché, a differenza di Huxley e Orwell che operano una prospettiva atea, Lewis… è Clive Staples Lewis, ecco. L’autore delle Lettere di Berlicche, e hai detto niente.
In effetti, per il lettore che ha letto e si ricorda quel sulfureo epistolario, leggere Quell’orribile forza è un’esperienza doppiamente sconvolgente, perché sembra quasi di osservare le “esercitazioni pratiche” dell’allievo demone; vediamo comportamenti e discorsi e pensieri di cui il lettore consapevole può scorgere, come in controluce, la causa diabolica. Come scriveva il demonio Berlicche nella sua lettera n. 7,

Mio caro Malacoda,
mi fa meraviglia che tu mi chieda se sia essenziale tenere il tuo paziente nell’ignoranza della tua esistenza. A codesta domanda, almeno per l’attuale fase della lotta, è già stato risposto per noi dall’Alto Comando. La nostra politica per il momento, è di tenerci nascosti. Naturalmente non è stato sempre così. Noi siamo di fronte a un dilemma crudele. Quando gli esseri umani non credono alla nostra esistenza perdiamo tutti i piacevoli risultati del terrorismo diretto e non riusciamo a far sorgere i fattucchieri. D’altra parte, quando credono in noi non siamo capaci di farli diventare materialisti o scettici. Almeno, non ancora. Ho grandi speranze che apprenderemo, a tempo debito, il modo di emozionalizzare e mitologizzare la loro scienza a tal punto che ciò che è, in realtà, fede in noi (quantunque non sotto questo nome) riuscirà a insinuarsi, mentre la mente umana rimarrà chiusa alla fede nel Nemico. La “Forza Vitale”, l’adorazione del sesso, e alcuni aspetti della psicanalisi, potranno qui dimostrarsi utili. Se riusciremo a produrre il nostro capolavoro, il Mago Materialista – l’uomo che, non usi, ma veramente adori ciò che chiama vagamente “forze”, mentre nega l’esistenza degli “spiriti” – allora sarà in vista la fine della guerra.

 Confrontatelo dunque con la descrizione, fatta da un preoccupatissimo Ransom, degli scopi ultimi dell’INCE:

 Si sarebbe attuato un congiungimento tra due tipi di potere che insieme avrebbero deciso il fato del nostro pianeta. Senza dubbio quella era stata per secoli la volontà degli Eldil Oscuri. Le scienze fisiche, buone e innocenti in sé, avevano già cominciato, anche nell’epoca di Ransom, a essere distorte e subdolamente manovrate in una certa direzione. Negli scienziati si era sempre più affievolita la speranza di raggiungere verità obiettive; il risultato era l’indifferenza per questo problema e la ricerca esclusiva del potere puro e semplice. Ciance sullo slancio vitale e amoreggiamenti con il panpsichismo promettevano di ripristinare l‘Anima Mundi dei maghi. I sogni di un destino lontano e futuro dell’uomo disseppellivano dal sepolcro basso e inquieto il vecchio sogno dell’Uomo-Dio. […] Sceglievano proprio il primo momento in cui era possibile farlo. Sarebbe stato impossibile con gli scienziati del diciannovesimo secolo. L’incrollabile materialismo obiettivo l’avrebbe escluso dalle loro menti; e anche se si fosse potuto indurli a credere, il moralismo ereditato avrebbe impedito loro di toccare il lerciume. Adesso le cose erano cambiate. […] Ci sarebbero state cose incredibili, dal momento che non credevano più in un universo razionale? Ci sarebbero state cose oscene, dal momento che sostenevano che ogni moralità era un semplice sottoprodotto soggettivo delle situazioni fisiche ed economiche degli uomini? I tempi erano maturi.

 Frost (nomen omen?), il vicedirettore dell’INCE, è la personificazione più piena del Mago Materialista; i paragrafi a lui dedicati sono tra i più agghiaccianti del libro e mi hanno impressionato più di quanto saprei descrivere. Ma tutti i componenti dell’Istituto sono pressoché mostruosi; quelli che più mi hanno colpito sono Miss “Fata” Hardcastle, di cui i  lettori abituali di questo blog hanno già fatto la conoscenza, Filostrato, che odia il corpo e la natura, e Straik, l’ecclesiastico eretico (che in qualche modo, anche se non saprei dire esattamente per cosa, mi ha ricordato Vito Mancuso).

Questi loschi figuri sono descritti dal punto di vista di Mark Studdock, il protagonista maschile del libro, il quale si ritrova man mano invischiato e irretito nell’INCE. Lewis è abilissimo a descrivere, attraverso i processi mentali del giovane ambizioso, la mentalità dell’Istituto, che poi è quella di tutte le “cricche”, le mutue associazioni di uomini basate sul fine esclusivo del potere: il disprezzo reciproco che cova sotto la simpatia di facciata, l’immediatezza dei voltafaccia e dei tradimenti, l’istinto costante di simulare un’importanza e un’ampiezza di conoscenze che in realtà non si possiedono affatto… e sempre, sempre, il desiderio di far parte della “cerchia ristretta”: di quelli che contano di più, che decidono del destino degli altri, che sono i veri potenti. Una mentalità letteralmente gnostica ed esoterica (ad ogni “livello” si apprende una verità segreta, che però al livello superiore si svela come apparenza “essoterica” che cela un altro segreto, il quale viene a sua volta smentito al livello successivo che rivela un’altra verità ancora; nel libro tutta la vicenda del misterioso Capo dell’INCE, e della progressiva serie di contraddittorie “rivelazioni” che ne riceve Mark, ne è un esempio), di fatto diabolica (perché, sì: all’apice di tutte le massonerie, sulla cima di ogni piramide esoterica, oltre il 33° grado Kadosch o come cavolo si chiama, ci sono loro, gli angeli caduti).

 Coloro che hanno il compito di fermare l’INCE sono un piccolo gruppo di uomini e donne (e… un orso), diretti da Ransom, con il quale entra in contatto la protagonista femminile Jane Studdock, la moglie di Mark. Tutta la narrazione del libro oscilla tra i punti di vista dei due coniugi e relative descrizioni dei due gruppi; e l’ago della bilancia tra i due poli, il fattore che entrambi cercano per assicurarlo al proprio campo, è nientemeno che Mago Merlino, redivivo dopo un sonno magico (“stato para-cronico”) di circa 1500 anni.
Qui emerge un altro aspetto interessante del libro: si tratta di un tentativo – non so dire se riuscito, però indubbiamente ad altissimi livelli – di dare legittimità cristiana a tutto un patrimonio culturale (miti, figure epiche, tòpoi) ereditato dal paganesimo. Non per caso Quell’orribile forza ha un forte debito verso altri due autori che hanno significato molto per CSL: il primo è Charles Williams, amico di Lewis e autore di un ciclo gotico-arturiano che lo colpì molto; il secondo è Tolkien, esplicitamente citato nella premessa e raccomandato a “chi vorrà saperne di più su Numinor e sul Vero Occidente”, Numinor essendo il nome che Lewis usa nel libro per indicare Atlantide, nome derivato dall’isola di Numenòr nel Silmarillion che Tolkien leggeva ai suoi amici decenni prima che fosse sistemato e pubblicato.
(peraltro, vedere qui per leggere cosa scrive Tolkien nelle sue lettere a proposito della trilogia di Lewis e l’influenza – a suo giudizio rovinosa! – di Williams sull’opera e sulla stessa amicizia tra JRRT e CSL)
Il “tentativo” di cui parlo si vede anzitutto (e questa a quanto ne capisco è l’influenza di Williams, del quale però non ho letto nulla) nell’uso del personaggio di Merlino, dell’accreditamento del ciclo arturiano come verità storica sebbene dimenticata e misconosciuta; nonché nella legittimazione cristiana della sua “magia bianca”, sotto l’argomento che è sì sbagliata oggi, ma non lo era ancora ai suoi tempi:

 « Merlino. Per un uomo di quell’epoca c’erano ancora possibilità che non esistono più per l’uomo di oggi. La Terra stessa era più simile a un animale a quei tempi, e i processi mentali assomigliavano più ad azioni fisiche. E c’erano… be’, i Neutri, in circolazione. Non intendo dire, naturalmente, che esista qualcosa che possa essere un vero neutro. Un essere cosciente o ubbidisce a Dio o gli disubbidisce. Ma ci possono essere cose neutre rispetto a noi. Il punto è che, mentre alla fine del mondo, e forse anche adesso, descrivere ogni eldil come un angelo o un diavolo potrebbe essere vero, lo era molto meno ai tempi di Merlino. Allora c’erano su questa terra creature che si facevano gli affari loro, per così dire. Non erano spiriti provvidenziali mandati ad aiutare l’umanità caduta, ma non erano neppure nemici che si accanivano contro di noi. Anche in san Paolo [dove???, ndr] appare a sprazzi una popolazione che non rientra nelle nostre due categorie degli angeli e dei diavoli. E se andiamo ancora più indietro… tutti gli dèi, gli elfi, i nani, le sirene, le fate, i longaevi… tu e io ne sappiamo troppo per pensare che siano solo delle illusioni. Credo che esistessero un tempo creature del genere. Credo che allora ci fosse spazio per loro, ma l’universo si è avvicinato di più al punto. Non erano tutte creature razionali, forse. Talora semplici volontà inerenti alla materia, non proprio coscienti, più simili ad animali. Altre… ma non so veramente. Comunque,questo è il tipo di situazione da cui scaturisce un uomo come Merlino».
«Mi sembrano tutte cose orribili».
«
Erano piuttosto orribili. Voglio dire, neppure ai tempi di Merlino (lui visse alla fine di quell’epoca), sebbene ci si potesse ancora servire in maniera innocente di quel tipo di vita nell’universo, lo si poteva fare senza rischi. Gli esseri non erano cattivi in sé, ma lo erano già nei nostri confronti. Svigorivano, per così dire, chi avesse a che fare con loro. Non di proposito, ma non potevano farne a meno. Merlino è svigorito. La sua calma è un po’ morta, come la calma di un edificio sventrato. È il risultato di aver aperto la mente a qualcosa che allarga un po’ troppo l’orizzonte. Come la poligamia. Non era sbagliata per Abramo, ma non ci si può trattenere dal pensare che anche lui perse qualcosa praticandola».

 C’è poi (ma ormai, vi avverto, siamo in zona spoiler pesante) il discorso degli dèi. E qui si sente l’influenza di Tolkien.
Chi ha letto il Silmarillion si ricorderà del concetto di sub-creazione e del ruolo estremamente attivo ed importante, praticamente sub-divino, che svolgono in Arda le schiere angeliche dei Valar. Lewis riprende questo concetto, applicandolo però non ad un mondo “altro” ma al nostro stesso universo, e soprattutto non a figure inventate ma alle divinità del pantheon greco-romano: le quali perciò sono davvero angeli, o meglio, sono angeli così come sono stati erroneamente visti prima del cristianesimo.
Così, nel capitolo La discesa degli dèi, Ransom e Merlino (unitosi al gruppo dei buoni) ricevono la visita di Mercurio, Venere, Marte, Saturno e Giove. Lewis li chiama dèi, ma ha a cura di specificare all’inizio del capitolo che “Merlino in un primo momento aveva fatto l’atto di inginocchiarsi, ma Ransom glielo aveva proibito. «Bada di non farlo! » gli aveva detto. «Hai scordato che sono dei servitori come noi?»” (questa sembra una citazione letterale da Apocalisse 19: 10); comunque essi conservano intatte le principali caratteristiche attribuite loro dalla mitologia classica, essendo in tutto e per tutto le Potenze del linguaggio, dell’amore, del coraggio, del tempo e del potere. Ciò viene espresso in una struttura alternata molto efficace: mentre in cucina gli altri membri del gruppo sperimentano l’influsso dei visitatori celesti sotto forma di impulsi psicologici, al piano superiore Ransom e Merlino fanno un’esperienza diretta e quasi mistica dei loro ospiti. Lo stile di Lewis in questo capitolo è davvero molto bello, ma non potendo qui riportare tutto (su anobii ho trascritto molto di più, consiglio la lettura perché merita davvero) mi accontento di citarne solo pochi brani:

Per Ransom, che per anni e anni si era dedicato allo studio delle parole, fu un piacere celestiale. Si trovò seduto nel cuore stesso del linguaggio, nella fornace incandescente dell’idioma essenziale. Tutta la realtà venne spezzata, liberata in cateratte, afferrata, rivoltata, impastata, uccisa e rigenerata come significato; perché il signore stesso del Significato, l’araldo, il messaggero, l’uccisore di Argo, era con loro: l’angelo che ruota più vicino al sole, Viritrilbia, che gli uomini chiamano Mercurio e Thoth.
[…]
era la Carità, non come l’immaginano i mortali, e neppure come venne umanizzata dall’Incarnazione del Verbo, ma la virtù translunare caduta direttamente su di loro dal Terzo cielo, indomita. Ne furono accecati, storditi, riarsi. Pensarono che li avrebbe consumati fino alle ossa. Non sopportavano che continuasse; non sopportavano che cessasse. Così venne Perelandra, trionfante tra i pianeti, colei che gli uomini chiamano Venere, e fu con loro nella stanza.
[…]
Ransom riconobbe, come si riconosce il ferro quando lo si tocca, lo splendore fermo e nitido di quello spirito celeste che ora rifulgeva in mezzo a loro: il vigile Malacandra, capitano di una fredda orbita, colui che gli uomini chiamano Marte e Mavors e Tyr, colui che mette la mano nella bocca del lupo.
[…]
Saturno, che in cielo è chiamato Lurga, era nella Sala Azzurra. Il suo spirito si era posato sulla casa, o forse su tutta la terra, con una pressione fredda che avrebbe potuto appiattire Tellus fino a ridurla a una cialda. Di fronte al fardello pesante come il piombo della sua antichità persino gli altri dèi, forse, si sentirono giovani ed effimeri.
[…]
Era simile a un’onda alta tre metri illuminata dal sole, con la cresta di spuma bianca e il ventre di smeraldo, che avanza, terribile, con un ruggito e con una risata inestinguibile. Era come quando attacca la musica nelle sale di un re talmente eccelso, a una festa talmente solenne che i cuori giovani vengono presi da un tremore analogo alla paura, quando la sentono. Era, infatti, il grande Glund-Oyarsa, Re dei Re, per mezzo del quale principalmente soffia la gioia della creazione attraverso questi campi di Arbol,
[il sistema solare, ndr] noto agli uomini nei tempi antichi come Giove, e sotto quel nome, per fatale ma non inspiegabile errore, confuso col suo Creatore – ben poco gli uomini si immaginavano quanti erano i gradi della scala dell’essere creato che s’innalzano al di sopra di lui.

 Non saprei dire se teologicamente questa identificazione così stretta tra pantheon pagano e angelologia cristiana stia in piedi (e mi lascia leggermente perplesso, anche se non so indicare in cosa); ma impressionante è impressionante, altroché.

 ***

C.S. Lewis on the Final Frontier – Science and the Supernatural in the Space Trilogy, di Sanford Schwartz.
Come si capisce dal titolo, si tratta di un saggio in inglese incentrato sulla trilogia spaziale di Lewis. L’ho trovato in e-book su amazon, a un prezzo non precisamente irrisorio, però i soldi se li merita davvero perché è molto interessante.
La tesi principale è che la trilogia di Lewis vuole essere la risposta cristianamente e scientificamente plausibile, ancorché espressa nella forma ipotetica tipica della narrativa, al paradigma cosmologico e antropologico imperante nell’Occidente post-copernicano e post-darwiniano. Per CSL questo paradigma però non è completamente falso, ma si pone come “ec-type (che è una parola intraducibile, o almeno io non riesco a tradurla, gradisco suggerimenti) ovvero la corruzione di un archetipo (arche-type) di per sè originario e vero e santo.
Insomma (mia traduzione, pag. 138):

Adottando l’agostiniana nozione privativa del male come nient’altro che una distorsione del bene, Lewis descrive l’apparente antitesi tra il pensiero cristiano e le correnti post-darwiniane del pensiero moderno come la relazione tra l’originale trascendente e la sua parodistica imitazione. Allo stesso tempo, possiamo osservare un significativo slittamento nelle caratteristiche del bersaglio satirico nel corso della trilogia. In Lontano dal Pianeta Silenzioso, Lewis sta criticando quel naturalismo evoluzionistico basato su assunti strettamente materialistici ed una visione di incessante conflitto tra o dentro le specie. In Perelandra, il tentatore demoniaco espone una dottrina di evoluzionismo “creativo” o “emergente” che sorge da una critica alla scienza meccanicistica e offre una “via di mezzo” tra i punti di vista “spirituale” e “materiale”. E, come nel secondo romanzo si passa dal regno materiale all’organico, così nel romanzo finale il mito dell’evoluzione ci proietta oltre il mondo organico verso il regno spirituale del “nuovo uomo che non muore mai”. Sebbene il desiderio di trascendere la nostra condizione finita sia soggiacente all’intera trilogia, questa progressione – colonizzazione interplanetaria, evoluzionismo “creativo”, trasformazione tecno-magica dell’uomo in Dio – segue una precisa traiettoria dal piano materiale a quello spirituale.

 Così, in Lontano dal Pianeta Silenzioso, la concezione stile H.G. Wells della guerra dei mondi come prosecuzione interstellare della (pseudo)darwinistica sopravvivenza del più forte non viene a priori negata, ma bensì “redenta” dalla sua natura “ectipica” e trasfigurata nell’archetipo del mondo di Marte (non a caso, dio della guerra) dove sì le tre specie intelligenti convivono pacificamente, ma al tempo l’ecosistema marziano presenta la caccia e la lotta; intese però non come il forte che schiaccia il debole ma come simbiosi, agonismo, mutuo rispetto nella consapevolezza che per ogni creatura immacolata la morte non è che un passo verso la Vita.
E analogamente in Perelandra, come detto sopra, il vitalismo bergsoniano viene trasceso nell’universo in perenne creazione divina, mentre in Quell’orribile Forza l’unione perversa tra scientismo e spiritismo, incarnata nella diabolica figura del Mago Materialista, non è che la corruzione di quello che dovrebbe essere il giusto connubio tra scienza e religione.
L’autore argomenta molto bene, citando ampiamente dalle altre opere di CSL a dimostrazione di quanto radicato in lui fosse il nucleo concettuale su espresso (stranamente, però, mancano riferimenti alle Lettere di Berlicche) e inquadrandolo nel clima intellettuale del suo tempo (ho trovato molto ben fatta la parentesi descrittiva del pensiero di Bergson, di cui Lewis era tanto intellettualmente debitore quanto spiritualmente critico).
Da rileggere, anzi, da studiare.

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Felix Culpa, Felicissima Innocentia, di Elvis Spadoni.
Non si tratta esattamente di un libro, ma di una tesi di baccalaureato che ho trovato su internet a questo indirizzo cercando materiale su Lewis. L’argomento è il peccato originale così come concepito e descritto nel magistero cattolico, in Teilard de Chardin e nel libro Perelandra.
Mi riservo di parlarne in un post a parte, perché qui ho scritto anche troppo!!! il focus principale non mi è sembrato tanto Perelandra (a cui pure è dedicata la seconda metà della tesi) ma la teologia di Teilard de Chardin, che si vuole rivalutare e per quanto possibile accordare con quella di Lewis (e mi pare onestamente che il compito sia assai arduo, ma il tentativo merita).

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La porta chiusa, di Barbara Di Clemente.
Una gradita sorpresa. Si tratta di uno di quei cinquanta libri in formato elettronico che mi ero ritrovato gratis in un lettore ebook da me acquistato (prima che passassi al kindle). Il fatto che mi fossero stati così sbolognati, e che fossero pubblicati dal Gruppo Albatros che è una di quelle case stampatrici più che editrici, che non a caso in area anglosassone chiamano “vanity press”, non deponeva certo a loro favore. Comunque una mattina avevo voglia di dare un’occasione a qualcuno di essi, e ho pescato a caso questo La porta chiusa, senza aspettarmi niente di che.
Invece sapete cosa, il libro mi è piaciuto molto. È la vicenda straziante di una ragazza vittima fin dall’infanzia degli abusi sessuali di suo padre, con la complicità di sua madre: la poveretta viene stuprata ogni notte, messa incinta, e infine segregata dai genitori in uno sgabuzzino e tenuta a pane e acqua per niente meno che dieci anni. Gulp.
L’argomento è ovviamente pesantissimo, ma l’autrice (in veste dell’io narrante di un pazzo, che poi sarebbe l’ex psichiatra della ragazza, rinchiuso in un manicomio per motivi che saranno chiari solo alla fine) riesce a comunicarlo in un modo non insostenibile, puntando più sul lato emotivo che sui dettagli cruenti. In alcuni punti ha commosso perfino me, e ce ne vuole. Brava.


La magia e la stampella

LA MAGIA E LA STAMPELLA

 
 

Ogni tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia.

Arthur C. Clarke
 
Un tempo gli uomini dedicavano il proprio pensiero alle macchine, nella speranza che esse li avrebbero liberati. Ma questo consentì ad altri uomini di servirsi delle macchine per renderli schiavi. La Grande Rivolta ci ha liberati da una stampella. Ha costretto la mente umana a svilupparsi.

Frank Herbert, Dune

 
 
Leggo sul blog di Cecilia che sono state prodotte e vendute penne ergonomiche a misura di destrimani e mancini. Condivido le sue deplorazioni:
"invece di lasciar imparare alle mani dei bambini quello che sanno per loro natura fare, li si porta a disabituarsi ad ogni singola difficoltà. Così al momento di sostituire la matita firmata ed ergonomica (costosa) con una matita normale (chissà: alle superiori o addirittura entrando nel mondo del lavoro?), sembreranno e si sentiranno degli handicappati."
Mi sembrano considerazioni perfettamente ragionevoli, ma evidentemente non sono passate per la testa a chi ha creato quelle penne (o forse sì, ma se c’è da vendere, che ce frega…) e soprattutto a chi le ha comprate per i propri figli: la tecnologia esiste, ci semplifica la vita, dunque serviamocene e basta. Facile, tutto facile.
Troppo facile.
 
Se mai dovessi scrivere una storia della letteratura fantascientifica, ne dividerei gli autori tra quelli che considerano la tecnologia come una magia e quelli che la considerano come una stampella.
 
Chi la considera come una magia, ne vede solo l’aspetto di potere. Posso volare nello spazio, posso viaggiare nel tempo, posso fare questo, posso fare quello, posso fare tutto ciò che prima non potevo fare. Posso, posso, posso.
Il campione di questa rappresentazione potrebbe benissimo essere Arthur Clarke. Non ho letto moltissimo di suo (la quadrilogia di Odissee, Preludio allo spazio, La città e le stelle, Terra imperiale), ma vi ho sempre trovato una concezione della tecnologia praticamente soteriologica: zero religione + progresso scientifico + promiscuità sessuale = mondo quasi perfetto. Roba che manco i più positivisti degli illuministi settecenteschi, praticamente un Emanuele Severino solo meno incomprensibile.
 
Poi c’è chi considera la tecnologia come una stampella. Frank Herbert e la saga di Dune (più nei primi libri che in seguito), per dire, ma ci sono anche tanti racconti brevi di Isaac Asimov che esplicano il concetto. Qui ce n’è uno bellissimo, Nove volte sette, ambientato in un futuro in cui tutti hanno dimenticato come fare da soli le operazioni di matematica, anche una semplice tabellina, perché tanto ci sono le calcolatrici. Oppure vi consiglio Una così bella giornata, sull’abuso del teletrasporto tanto che nessuno esce più a piedi da casa, o La professione, in cui le nozioni tecniche necessarie alle mansioni professionali sono imprintate direttamente nel cervello e nessuno sa più imparare le cose da solo, o ancora Tutti i problemi del mondo, e così via.
(non è affatto raro trovare in Asimov una messa in guardia dall’ingenua illusione che il progresso scientifico sia sempre e comunque foriero di novità positive: vedi anche i racconti Diritto di voto e il mio preferito in assoluto, Il cronoscopio).

Insomma, avete capito. La tecnologia è come una stampella. Una stampella permette a chi è zoppo di camminare bene, e allora è un aiuto. Ma se camminare con le stampelle diventa così facile che tutti diventano incapaci di camminare senza stampelle, allora la stampella non è più un aiuto ma una droga, un qualcosa da cui siamo dipendenti. Così la tecnologia, invece di aumentare le nostre possibilità, le diminuisce. Dovevamo diventare più liberi, e invece siamo diventati schiavi.
 

Se avete problemi ai piedi, usate pure una stampella per deambulare. Ma state attenti a non riporre la vostra totale fiducia nella stampella e in chi ve la vende: c’è il rischio che non sappiate più camminare da soli.

 


libri agosto 2011

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(rubando l’idea da qui)

Storia della letteratura del terrore – il “gotico” dal Settecento a oggi, di David Punter.
Comprato l’anno scorso da una bancarella che vendeva tutto a 3 euro. A volte un po’ troppo nozionistico, e la chiave di lettura onnicomprensivamente psicoanalitica non mi convince mica tanto, ma in definitiva – se si riesce a passare sul gravissimo difetto di deprecare Lovecraft al punto da definire la sua prosa “rozza, ripetitiva, leggibile dietro coercizione” – interessante e utile.
Qualche anno fa avevo letto un mammuth newton compton con i classici romanzi gotici –  Il castello di Otranto, Il monaco, L’italiano o Il confessionale dei Penitenti Neri, Melmoth l’uomo errante – e avevo scoperto una cosa che a scuola nessuno mi aveva spiegato, cioè che molti di questi libri erano intrisi di pura propaganda anticattolica (la sadicissima inquisizione, il convento-prigione, il monaco che inevitabilmente si eccita guardando le tette delle sante, etc.). Si trattava di un giudizio fondamentalmente veritiero, ma  riduttivo: leggendo questo libro ho scoperto che il gotico inglese ha avuto molte altre sfaccettature.
Da rileggere.

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I.N.R.I., di Michael Moorcock.
Delusione al cubo. Mi aspettavo molto di più da un romanzo con questa copertina (tanto per confermare il proverbio).
In sintesi, il protagonista è un nevrotico religioso (endiadi, ovviamente) che si procura una macchina del tempo e torna indietro per incontrare Cristo; dopo aver scoperto che il Gesù storico era solo uno scimunito deforme figlio di una sgualdrina, comincia a girare per la Palestina e impersona lui stesso il messia – tanto lo sanno tutti che i vangeli sono chiaramente stati scritti secoli dopo i fatti – fino a farsi crocifiggere.
Ma tutto questo impallidisce di fronte al vero peccato del libro, cioè quello di essere mediocre proprio come libro: lo stile è ridondante, le descrizioni sono assenti, non c’è alcun approfondimento psicologico dei personaggi diversi dal protagonista, e pure quest’ultimo alla fine non si capisce affatto perché faccia quello che fa, a parte (chiudere il loop del paradosso temporale e) l’essere nevrotico, che però non è granché come spiegazione.
Insomma, fondamentalmente il libro serve solo a spalare un po’ di escrementi sul cristianesimo e sui fessi che ci credono. Obiettivo editorialmente ineccepibile, ma io rimpiango i miei 5,5 €.

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Scorrete lacrime, disse il poliziotto, di Philip K. Dick.
Molto bello, anche se deve essere il ventesimo o giù dei libri dickiani che alla fin fine si basano tutti sullo stesso plot device. Proseguo comunque nella lettura dell’opera omnia di PKD e ne traggo enormi soddisfazioni.

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C’è nessuno?, di Jostein Gaarder.
Una favoletta. Si legge in fretta, non si sente il bisogno di rileggerla.

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Paura degli stranieri, di E. C. Tubb.
Due racconti di fantascienza, niente di che.

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Il teologo e l’economia – L’orizzonte economico di Bernard Lonergan, di Natalino Spaccapelo SJ, Michele Tomasi, Frederick G. Lawrence.
Si tratta di uno dei tanti libri comprati, grazie all’intermediazione di sissi2002 che non ringrazierò mai abbastanza, ad euro 1 da una favorevolissima svendita bibliotecaria. La prima parte descrive sinteticamente il pensiero di Bernard Lonergan (il teologo preferito di cabasilas e poemen), con particolare riguardo alla sua gnoseologia del M.E.G. – Metodo Empirico Generalizzato; la seconda e la terza parte approfondiscono il suo pensiero macroeconomico (ma approfondiscono sul serio; anzi, molti concetti li ho trovati così tecnici e specialistici da essere ben al di là della mia capacità immediata).
Da rileggere e da studiare.

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A Dance with Dragons, di George RR Martin.
Il quinto libro del ciclo delle Cronache del ghiaccio e del fuoco (cfr apposito post di Berlic). Molto bello (finalmente sappiamo che fine ha fatto quel personaggio, e quello, e anche quell’altro!) ma non eccelso in quanto soffre un po’ la scelta disgraziata di splittare le storylines dei personaggi tra quarto e quinto libro (GRRM, ma come ti è saltato in testa?).
Fondamentalmente Martin ha fatto per il fantasy quel che Herbert aveva fatto per la fantascienza, cioè ha demitizzato: come nell’universo narrativo di Dune non conta granché la tecnologia futuristica, che anzi è pressoché assente, allo stesso modo il fantasy di ASOIAF è pochissimo fantasy: non conta la magia ma i personaggi, le storie, le complicate guerre a tre-quattro-dieci-n fazioni diverse. E il risultato si vede.
Appuntarsi post contro il manicheismo – la divisione tra buoni e cattivi non è una linea netta ma attraversa il cuore di ogni essere umano – portando ad esempio il personaggio di Tyrion.

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Terra imperiale, di Arthur C. Clarke.
Noiosissimo. Dopo le prime pagine la storia diventa veramente piatta, tra risvolti pseudo-gialli e rimpianti d’amore giovanile che non suscitano nessun interesse. In sostanza è solo un panino narrativo da riempire con descrizioni scientifiche, il tutto sullo sfondo della solita tecno-soteriologia clarkiana così ingenua da far quasi sorridere (zero religione + Progresso scientifico + promiscuità sessuale = mondo perfetto tutti felici), che manco i più positivisti degli illuministi settecenteschi.
Niente, Clarke non lo reggo proprio.

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Lettera a un amico antisionista, di Pierluigi Battista.
Premessa: sono un essere spregevole e ripugnante.
Sono un lettore a scrocco: passeggiavo per la libreria, ho visto il libro sullo scaffale, ne ho constatato lo scarso spessore e… beh… mi sono accomodato su una poltroncina e me lo sono letto tutto lì in loco, in un’oretta scarsa, per poi riporlo sullo scaffale e andarmene tranquillamente col portafoglio intatto.

Se Pierluigi Battista passa da queste parti, ha tutto il diritto di incazzarsi.
Detto questo, il libro è molto utile e interessante, vuoi sul piano teorico (relazione tra antisionismo e antisemitismo: il primo non è il secondo, ma tende a diventarlo) vuoi sul piano storico (l’autore ricorda tutta una serie di episodi, la nave Altalena, l’omicidio del piccolo Stefano Gay Tachè, la tortura di Ilan Hamili, etc., che spesso passano in secondo piano nella stampa e nel sentire comune).
Può essere un utile regalo di compleanno: breve com’è, magari il donatario se lo legge davvero.

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Vennero dal futuro, di AAVV.
Il Millemondi Urania di quest’estate. Però stavolta la maggior parte dei racconti mi è sembrata, con poche eccezioni, abbastanza mediocre.

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Ritrattazioni, di Carlo Falconi.
Tuttora in lettura. Un altro dei libri a 1 € comprati grazie a sissi2002 (grazie). È un libro anomalo: l’autore è un personaggio strano, uno spretato del post concilio (ha anche scritto dei libri per la Kaos edizioni contro Pio XII e Paolo VI), insomma un tipo mezzo Kung mezzo Mancuso per intenderci. Sennonché nell’introduzione del libro, che parla fondamentalmente del Concilio Vaticano II e del il casino che ne è seguito (il libro è degli anni ‘70), costui afferma di voler criticare gli “eccessi” progressisti e ritrattare, appunto, certe sue idee espresse pubblicamente.
Per adesso sono alla prima metà. Giudizio compiuto al prossimo post.