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Libri aprile 2012

Con moltissimo ritardo…


Storie dal crepuscolo di un mondo (vol. 2), di AAVV.
Trattasi del secondo volume (di una serie di tre) che Urania sta pubblicando per tradurre una smisurata antologia di racconti americani, curata da Gardner Dozois e George R.R. Martin, che omaggia il ciclo della Terra morente di Jack Vance riprendendone personaggi e ambientazioni e stile (vedi sotto).
Mentre il primo volume mi aveva lasciato pressoché indifferente, perché i racconti mi erano sembrati nulla di più che un tiepido divertissement similfantasy (da cui l’interrogativo “ma che ci fa un fantasy in una collana dedicata alla sf?” → vedi sotto), il secondo invece porta una media qualitativa parecchio più alta; quelli che mi sono piaciuti di più sono stati L’uccello verde (con cui ho conosciuto il fantastico personaggio di Cugel l’Astuto) e La lamentabile tragedia comica (o la risibile commedia tragica) di Lixal Laqavee. Per chi fosse interessato, qui si trova una recensione particolareggiata dei racconti (nonché un dibattito classificatorio tra abbonati Urania che si lamentano perché, avendo chiesto e pagato in anticipo dei prodotti di fantascienza, si sono visti recapitare un prodotto che invece non lo pare proprio; polemiche sull’infiltrazione nella sf Urania di residui da altri settori merceologici appioppati ex abrupto ai lettori; lunga storia).
Comunque sia, questo libro mi è piaciuto così tanto che …

 

La Terra morente, di Jack Vance.
… sono andato a leggermi la saga originale di Vance, per la precisione l’edizione italiana della NORD che riunisce le prime due (su quattro) parti della saga.
La prima parte è una miscellanea di racconti ambientanti nella Terra morente, e personalmente li ho trovati abbastanza mediocri: le avventure di Turjan di Miir, Mazirian il Mago e così via, non mi sono sembrate altro che una sequela di cliché fantasticheggianti con poca originalità. Giusto giusto qualcosa me l’ha dato il penultimo racconto, quello di Ulan Dohr nella città di Ampridatvir (che mi ha ricordato la città di Lud nella Torre Nera di Stephen King). Non mi capacitavo del perché del successo della saga finché non ho approcciato la seconda parte, con le (dis)avventure di Cugel, e qui il livello è cambiato da così a così : l’ironia è onnipresente e irresistibile, e alcune pagine mi hanno fatto ridere di gusto come non accadeva dai tempi di Tre uomini in barca di Jerome K. Jerome (il mio affezionato termine di paragone per la comicità in un libro).
Ma insomma, cos’è questa Terra morente?
È la Terra in un futuro lontanissimo, migliaia o fors’anche milioni di anni da ora, quando il Sole starà lì lì sul punto di spegnersi e ogni giorno potrebbe essere l’ultimo (non so se può essere che il Sole si spegne all’improvviso come una candela, ma vabbè). Nuove specie animali, nuove culture, nuove religioni, nuovi popoli, ma l’essere umano è sempre lo stesso con i suoi vizi di sempre. I personaggi sono ribaldi e infingardi, si parlano l’un l’altro in un divertentissimo stile forbito anche quando stanno per tagliarsi la gola. Vance è maestro del genere picaresco e Cugel l’Astuto è il suo capolavoro: un avventuriero inaffidabile, ladro e truffatore, che dovunque si rechi – costretto a un’impresa improba da Ioconou il Mago Ridente – porterà tragicomiche sventure su di sé e su tutti quelli che incontra.
La Terra morente fa parte di quei libri che pongono un interessante problema classificatorio ( ← vedi sopra): si tratta di fantasy o di fantascienza? In questo remoto futuro, in un mondo dove le civiltà sono morte e rinate e rimorte, la scienza e la magia si sono scambiate di posto: ciò che per noi è scienza moderna è diventato un sapere arcaico, esoterico e dimenticato, mentre la magia è comunemente studiata e praticata. Vero è che quella che a noi lettori appare magia potrebbe essere “soltanto” una forma avanzatissima di tecnologia (cfr la nota frase di Arthur Clarke); ma intanto pure ci sono i maghi e gli incantesimi e così via.
I critici americani hanno risolto il problema con una specie di mossa da Alessandro-e-il-nodo-gordiano, inventandosi il nuovo genere della science-fantasy, che sarebbe appunto una commistione di fantasy e science fiction; sarei curioso di sapere dove andare a trovare tale ibrido nel codice Dewey (per chi fosse interessato, posso fornire nei commenti ulteriori ragguagli sulle spaventose complicazioni filosofico-cognitive evocate dal codice Dewey e le sue limitazioni a base decimale; almeno per come mi sono state descritte dalla mia bibliotecaria di fiducia).

 

John Carter, di Edgar Rice Burroughs.
La cosa strana di questo libro (titolo originale Under the Moons of Mars, Sotto le lune di Marte; ma anche A Princess of Mars, La principessa di Marte) è che appena finita l’ultima pagina mi è venuto istintivo pensare “ma che storia mediocre”, poi mi sono ricordato che è un classico del suo genere, e è allora scattato una sorta di istinto condizionato pavloviano che fa subentrare il rispetto che si sente dovuto a un classico. Certo ci si potrebbe chiedere dov’è allora la linea di confine tra il “nostro” giudizio su un’opera d’arte e quello che “subiamo” dal giudizio altrui (critici, generazioni di lettori precedenti, professori di scuola, eccetera), ma c’è un’altra domanda ancora più pressante.
Cos’è un classico?
Per come la vedo io, ci sono grossomodo tre definizioni possibili, diciamo tre “gradi” del classico:

  1. Un libro molto famoso;
  2. Un libro che esprime la sua epoca;
  3. Un libro che trascende la sua epoca.

 Questo libro è sicuramente un classico nel primo senso del termine: ebbe un enorme successo ed una lunga serie di seguiti che, per chi fosse interessato, possono essere legalmente e gratuitamente scaricati in lingua originale qui (grazie, progetto Gutenberg → vedi sotto). Burroughs poi è popolare di suo, essendo il creatore di un altro classico dell’immaginario ovvero Tarzan. Insomma John Carter è famoso, tanto che quest’anno, nel centenario della pubblicazione, la Disney ne ha fatto uscire una versione cinematografica.
Perché sì, John Carter è del 1912. E si vede.
La storia è piena di meccanismi narrativi ingenui e artificiosi. Carter, ex soldato sudista nell’immediato dopoguerra di secessione, viene inseguito dagli indiani; per cause che l’autore non spiega minimamente (l’avrà fatto nei libri successivi? boh), muore sulla terra – nel senso che vede proprio il suo stesso cadavere – e si risveglia su Marte. Diventa l’ago della bilancia nella guerra tra due specie opposte di marziani, una antropomorfa e l’altra mostruosa; impara in poco tempo la lingua marziana fin nelle più delicate sfumature (presumo che i soldati sudisti avessero tutti un Phd in glottologia); cavalca, duella, ammazza, guerreggia e così via; incontra una principessa di Marte in circostanze appassionanti (prigioniera dei cattivi, denudata barbaramente; immagino il brivido erotico del lettore maschio del 1912); lui s’innamora di lei; viceversa; litigano, si riappacificano, lei è in pericolo, lui la salva due o tre volte, alla fine la sposa (c’era bisogno di coprire lo spoiler? ma no). Ovviamente l’eroe è aiutato dalle solite circostanze fortuite, i soliti personaggi deuteragonisti così palesemente aiutanti che sembrano appena usciti dal libro delle funzioni di Propp, e poi c’è il mostro repellente che insidia la bella (“insidia” è una delicata perifrasi per “vuole stuprarla”), l’agnizione del figlio perduto, non mi ricordo che altro ancora. Ah, già, alla fine con la principessa ci fa anche un figlio. Cioè un uovo, perche la razza della principessa, per quanto esteriormente antropomorfa, è ovipara od ovovivipara o che cosa. Come fa il sesso interspecie umano-marziana a prolificare? E chi lo sa. Ma chi se ne frega.
E il libro piace. Vende un botto. Ha incantato milioni di lettori dell’inizio novecento e delle generazioni successive. È, appunto, un classico. Allora uno si chiede: ma perché? Com’è che un libro diventa un classico? Come si crea e cresce la sua fama fino a farne dire “ah, è un classico, lo conoscono tutti”? Perché ha tanto successo?
Qui arriviamo al secondo grado. Un classico non è semplicemente un libro famoso: è un libro che è diventato famoso perché offre ai lettori quello che i lettori cercano, uno specchio in cui guardare se stessi e i propri desideri, vizi e virtù, la propria Weltanschauung; perché esprime un’epoca, un contesto socioculturale spaziotemporalmente determinato, e i posteri potranno usarlo per capire il loro passato.
E allora cosa ci dice John Carter con la sua atmosfera da western marziano, la sua sottile misoginia, l’ingenuità delle sue soluzioni narrative con tutte quelle circostanze pensate apposta per favorire l’eroe, e tutto il resto? Cosa ci dice dell’anno 1912 e dei lettori che ne hanno decretato il successo? Possiamo considerarlo rappresentativo della sua epoca, un classico nel secondo senso del termine? Inclino a pensare di sì, ma se ne può discutere.
Sennonché, quegli stessi elementi che ne hanno forse favorito il successo un secolo fa, oggi rendono il libro peggio che desueto: lo rendono brutto (ovvero, lo renderebbero tale se non si attivasse il riflesso condizionato “ma è un classico!”). Come scrive Giuseppe Lippi nella postfazione  all’edizione Urania:

Due dei più esperti critici italiani del settore – Gianfranco de Turris e Sebastiano Fusco – hanno scritto a proposito di Burroughs: “Tutta questa massa di letteratura, che pure ha fatto vendere più di cinquanta milioni di libri, è quasi completamente priva di valore artistico. Burroughs stesso attribuiva la sua popolarità al fatto che le sue storie non imponevano al lettore il minimo sforzo intellettuale. Non vi è caratterizzazione, eccetto che i Buoni sono buoni e i Cattivi cattivi” […]
Paragonandolo a H.G. Wells, Brian W. Aldiss ha detto che ERB “ci insegna a non pensare”. A parte il fatto che per eccellere in tale attività non sembra indispensabile alcun insegnamento, e che gran parte dell’umanità vi ambisce come a un diritto inalienabile, bisogna riconoscere che Burroughs non ha mai voluto ammaestrare il suo pubblico, ma che si è limitato a praticare un’antica forma della narrativa: quella che descrive il fisico anziché il mentale […]

È qui dunque che l’eroico John Carter perde la sua sfida più grande, quella contro il tempo. Infatti il libro, per tutti i motivi sopraddetti, non riesce ad essere un classico nel “terzo grado”, nel senso più alto del termine: un libro che “parla” non solo ai suoi contemporanei, ma anche ai posteri. Un libro che tra cento o mille anni sarà letto non solo per interesse storico (“vediamo come pensavano gli scrittori del XX secolo”), ma anche e innanzitutto per il puro piacere letterario del leggere. Questo, io credo, è un vero classico: un libro che è sempre contemporaneo. Che ha un piede nel suo tempo e l’altro nell’eternità.
Dante è un vero classico. Shakespeare è un vero classico. Manzoni è un vero classico. Borges e Tolkien saranno dei veri classici, anche se giudicare come classico un autore del proprio secolo è sempre un azzardo (perché chi decide davvero è il futuro, e il futuro è impredicibile). Forse anche David Foster Wallace. Ma Burroughs, no, non è un vero classico.
Peccato.

 

Le grandi storie della fantascienza (vol. 19 – anno 1957), di AAVV.
Antologia, a cura di Isaac Asimov e Martin H. Greenberg, dei migliori (secondo loro) racconti di fantascienza usciti nel 1957.
Il libro mi è stato prestato dall’amico Joe, che legge questo blog e ringrazio pubblicamente, con la didascalia “uno di questi racconti potresti averlo scritto tu, leggili e dimmi quale”. Descrizione invero accattivante e inquietante a un tempo, e fin troppo lusinghiera. Il livello generale dei racconto è molto buono (qui l’elenco completo dal catalogo Vegetti); mi sono particolarmente piaciuti Onnilinguista di H. Beam Piper, La Gabbia di A. Bertram Chandler, Il Melodista di Lloyd Biggler jr., e poi il racconto (che ho indovinato – YEY!!!) cui si riferiva il mio amico, L’educazione di Tigress McCardle di C.M. Kornbluth. Potete leggerlo qui in inglese e qui in italiano. È molto divertente, descrive le peripezie di una coppia di coniugi in un futuro in cui, prima di fare un bambino, gli aspiranti genitori possono fare la prova con un robot (“Tesorino”) che simula in tutto e per tutto il comportamento di un vero neonato. Sennonché il robot fa parte di un programma governativo per “disinnescare la bomba demografica”, e ci siamo capiti. Il tono generale della storia è molto ironico, ma la conclusione non lo è (o forse sì, ma di un’ironia amarissima);  e se siete di quelli che al rientro dolce ci credono davvero, fate un favore a voi stessi: leggete il racconto, arrivate all’ultimo paragrafo, e rileggetevi l’inizio. E poi ne riparliamo.

 

Costa sottovento, di Patrick O’Brian.

Diana Villiers deve morire.

 Ero tentato di far consistere la descrizione del libro in questa sola frase, e sarebbe stato abbastanza. Ma in effetti sarebbe ingiusto sia verso il libro, sia verso il personaggio.
Verso il libro, perché la storia non può essere ridotta soltanto a quella specie di quadrangolo sentimentale a geometria variabile in cui sono incardinati Jack, Stephen, Diana Villiers e Sophia Williams. Il titolo originale è Post Captain, che allude alla promozione ricevuta da Jack: l’edizione italiana ha rinunciato all’espressione idiomatica (perché? non era così difficile da tradurre) e ha preferito citare  – presumo – da un punto in cui Jack dice “ho una sensazione maledettamente strana: non ho voglia di tornare a casa stasera. Strano, perché non vedevo l’ora di esserci, stamattina ero arzillo come un marinaio in franchigia, e adesso questa sensazione…. Talvolta in mare si prova la stessa cosa in prossimità di una costa sottovento. Tempo da lupi, vele di gabbia a terzaroli bassi, niente sole, nessuna possibilità di fare il punto per giorni e giorni, nessuna idea di dove si è nel raggio di un centinaio di miglia, e poi una notte si avverte la presenza di una costa sottovento. Non si vede assolutamente niente, ma pare quasi di sentire gli scogli grattare sulla carena.” Cioè instabilità, inquietudine, pericolo nascosto. Tutti sentimenti che si attagliano bene alle traversie occorse ai nostri, sia di natura amorosa (le prime duecento pagine circa non sono neanche ambientate in mare, sono una roba alla Jane Austen tra caccia alla volpe e patemi emotivi, eppure la storia tiene), sia di natura politica (l’attività di Stephen Maturin come spia), sia di natura bellico-nautica (le descrizione dei movimenti nautici della Polychrest, lo “sbaglio del carpentiere”, sono irresistibili perfino a chi non ci capisce niente di  nautica).
Poi c’è lei. Diana Villiers. La tentazione di odiarla è forte, perché rovinare l’amicizia tra Jack e Stephen, spingendoli financo al duello, è atto che non può passare imperdonato. Eppure in qualche modo, da qualche pagina della sua sfortunata biografia, delle angherie cui la costringe la (lei sì, senza attenuanti) sgradevolissima mamma Williams, si sente che Diana Villiers più che femme fatal è vittima: di sé stessa, delle sue ambizioni, dei pregiudizi della sua epoca.
E però, insomma: povero Stephen!

 

Bartolo Longo – un cristiano tra Otto e Novecento (vol. 2), di Antonio Illibato.
Dopo il primo volume, proseguo la  biografia del Beato Bartolo Longo, fondatore del Santuario di Pompei. Ma si potrebbe anche dire fondatore di Pompei tout court, visto la città praticamente si è sviluppata a partire dalla e attorno alla costruzione della chiesa: case, stazione ferroviaria, ospedali, eccetera. E la cosa che più colpisce (e invero lo rende tanto simpatico, una specie di Paperino dei santi) è scoprire che il Beato Bartolo era… beh… un imbranato.
Il libro infatti, con taglio storico piuttosto che agiografico, non esita a riportare anche quelle vicende nelle quali il protagonista non ci fa una brillantissima figura: le occasioni sprecate, i guai combinati, le inefficienze amministrative. Diciamo la verità: in alcuni punti si ha quasi l’impressione che il Santuario sia stato fondato, più che grazie, nonostante Bartolo Longo.
Ma questo non potrebbe forse dirsi di tutti i santi? Che altro non sono che strumenti, volenterosi ma imperfetti, nelle mani del vasaio?

 

Heretics, di Gilbert Keith Chesterton (in lettura).
Allora, ho comprato su amazon il kindle, e per adesso sono abbastanza soddisfatto. Descrivere vantaggi e svantaggi dell’ebook rispetto al libro di carta sarebbe un discorso qui troppo lungo (casomai se ne può parlare nei commenti), diciamo solo che avere il kindle offre un vantaggio non irrilevante e cioè la possibilità di scaricare dal sito di amazon direttamente sull’aggeggio, legalmente e gratuitamente, tutte quelle opere sulle quali è scaduto il copyright per decorrenza di tot decadi dalla morte (in questo caso diciamo pure la nascita al cielo) dell’autore.
Onestamente non credo di avere la capacità di esprimere in parole il gaudio praticamente fisico, di livello quasi orgasmico, da me esperito nel fare il download di 27 – dico ventisette – libri di Gilbert Keith Chesterton, molti dei quali di scarsa o impossibile reperibilità in italiano. Non ve lo posso proprio dire. Dovevate stare lì e vedermi.
Successivamente ho scoperto che anche chi non è amazon user può facilmente procurarsi questo genere di ebook gratuiti e legali: vedi il progetto Gutenberg e il suo omologo italiano, il progetto Manuzio.

Per esempio, i libri di Chesterton sul progetto Gutenberg si trovano qui.
Oh, gioia.
E insomma, il primo libro di GKC che ho abbordato è questo Heretics, del quale Ortodossia si porrà in termini di prosecuzione ideale. Manco a dirlo, è fantastico. Ma ne parlerò al post del mese prossimo.

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Libri dicembre 2011

E buon anno a tutti.

 §→ questi simboli indicano uno spoiler, evidenziare per leggere ←§

Controrealtà, di AAVV.
Ho finito di rileggerlo. I racconti migliori:

  • Fallo e basta!: storia terribile, nel senso positivo del termine (sì esiste un senso positivo). Ricordo che la prima volta che l’ho letto mi ha dato un senso di vera e propria rabbia nauseabonda, perché racconta di una manipolazione del libero arbitrio a dir poco brutale. È ambientato in un futuro distopico in cui la pubblicità di prodotti alimentari è attuata tramite manipolazione biochimica, ovvero ci sono questi Tiratori scelti che sparano dardi alla gente per iniettare sostanze che provocano una vera propria bramosia di consumo. In qualche modo tutto questo è considerato legale. La protagonista è un’attivista che si infiltra in un’azienda di marketing e ne seduce il manager a scopo sabotaggio, ma §→ finisce per essere  raggirata dal manager che ha capito il suo gioco, la sfrutta per i suoi fini, e infine le inietta un dardo nel collo e le “chiede” di sposarlo. Il finale è agghiacciante: la narratrice cerca di svegliare suo figlio, che non vuole andare a scuola, e “Lui si gira dall’altra parte, gemendo, ma non fa una mossa per alzarsi. Sfodero la mia pistola genitoriale e regolo il tamburo da Vai a Letto a Svegliati. – Alzati, Tommy – dico mentre miro con cura ai suoi capelli arruffati dal sonno. – Non farmelo dire due volte.←§ Sembra uno scherzo ma è uno dei finali più agghiaccianti che abbia mai letto da molto tempo a questa parte. L’introduzione dei curatori dice che la storia può essere letta come una satira sull’uso dei farmaci psichiatrici. Io aggiungerei anche del degrado educativo contemporaneo.
  • Filmini casalinghi: è una storia sul rapporto tra memoria e identità. La protagonista noleggia sé stessa (sì, il parallelo con la prostituzione è accennato nel racconto) per vivere su richiesta di facoltosi clienti esperienze che poi saranno espiantate dalla sua memoria e trasferite in quella degli acquirenti.
  • Questa è l’era glaciale: racconto post-apocalittico in cui l’intero pianeta è stato sconvolto da una catastrofe improvvisa, cioè tutti gli aggeggi elettrici emettono senza preavviso “frattali di ghiaccio quantistico”, gelidi spunzoni che infilano chiunque nelle vicinanze. In pochi secondi in tutto il globo gli aerei sono caduti, le automobili sono diventate trappole mortali, “portare un telefono cellulare in tasca significava essere trafitti dal ghiaccio nella zona pelvica” (ugh!). Non c’è assolutamente nessuna spiegazione del perché e del percome, semplicemente la storia parte dal post-disastro e racconta sentimenti e vicende di una ragazza che cerca di sopravvivere. Il racconto di per sé non è questa grande cosa, però mi è piaciuto perché io sono un grande estimatore delle storie post-apocalittiche, le quali hanno il merito di ricordarci che tutto ciò che noi occidentali normalmente diamo per scontato (il benessere, la pace, la democrazia eccetera) non lo è affatto.
  • Spedizione, con ricette: altro racconto post-apocalittico nel quale non c’è neppure una vaga spiegazione di COSA abbia ridotto a pezzi la civiltà, semplicemente si descrive la routine di alcuni bambini che cercano disperatamente di non morire di fame. Il racconto è intervallato da alcune paradossali ricette di novelle cousine su topi e scarafaggi.
  • Quill: se mai doveste ritrovarvi tra le mani l’antologia che sto recensendo, nella quale ogni racconto è preceduto dall’introduzione dei curatori, fate un grosso favore a voi stessi: quando arrivate a questo racconto NON LEGGETE L’INTRODUZIONE. Via, distogliete gli occhi, sciò. Perché questi disgraziati, non so se per disattenzione o noncuranza o vero sadismo, ti spoilerano senza preavviso l’ottimo plot twist della storia, ovvero che stiamo parlando di §→ dinosauri intelligenti ←§. Bastardi.
  • Tigre, in fiamme: fantascienza hardcore, tra universi paralleli e fisiche aliene e paradossi temporali, con gradevoli citazioni dalla letteratura classica (a cominciare dal titolo).
  • Damasco: parla di religione. Il titolo si spiega considerato che la protagonista si chiama Paula e si converte a una religione che ti fa letteralmente vedere Cristo al tuo fianco, ma che in realtà è una malattia neurodegenerativa che altera la sua biochimica cerebrale e sostanzialmente coarta il suo libero arbitrio. Dal punto di vista letterario il racconto mi è piaciuto perché è scritto bene, anche se quanto a valori ovviamente stiamo proprio agli antipodi perché la storia veicola la concezione (assolutamente prevalente nella fantascienza mainstream fino a qualche anno fa, tuttora molto diffusa) della fede religiosa come oppiaceo psicologico se non addirittura vera e propria malattia mentale, una cosa alla Dawkins tipo chi pensa non crede e chi crede non pensa.
  • Prevenzione: molto divertente. Gli alieni attaccano improvvisamente il pianeta, ma la loro strategia è molto strana, perché non si curano minimamente di colpire importanti strutture politico-militari ma solo obiettivi ben più secondari. Alla fine viene fuori che §→ gli alieni vogliono eliminare preventivamente la futura minaccia terrestre alle altre razze della galassia… e non siamo noi, tanto ci autodistruggeremo prima. Sono i nostri cani. ←§. Ouch, colpiti nell’orgoglio.

§§§

Ossessione, di Stephen King.
È uno dei primi romanzi di King, a suo tempo pubblicato con lo pseudonimo di Richard Bachman. Era praticamente l’unico suo romanzo che dovevo ancora leggere (a parte le ultime uscite, per quelle aspetto l’edizione paperback), molto difficile da trovare perché King lo ha tolto dalle librerie dopo i vari fatti americani tipo strage di Columbine eccetera, infatti il protagonista è un adolescente che esce fuori di testa a scuola, ammazza due professori e prende in ostaggio una classe. O forse in realtà è la classe che prende in ostaggio lui. I ragazzi cominciano a confidarsi liberamente e vengono fuori un bel po’ delle ossessioni e dei neri segreti di questi “bravi ragazzi”.
La trama è discreta, ma lo stile è ancora un po’ rozzo (il giovane SK doveva ancora affinarsi).

§§§

Guerra al Grande Nulla, di James Blish.
Il titolo originale era A Case of Conscience, ovvero “un caso di coscienza”.
Molto interessante e problematico, è un libro del 1958 (all’epoca ha vinto anche un Hugo Award, una specie di equivalente dell’Oscar nella narrativa sf) che ha per protagonista un gesuita e i suoi dubbi di coscienza. Mandato in missione in quanto biologo sul pianeta alieno Lithia e venuto a contatto con i suoi abitanti rettiliformi (volgarmente chiamati Serpenti!), finisce per concludere che essi sono creature di Satana; e siccome ha attribuito un potere creativo al Diavolo, cade nell’eresia manichea e merita la scomunica.
Le ragioni per cui il gesuita conclude che questi alieni sono figli del diavolo sono essenzialmente:

1)      Abitano in pace ed armonia, in una specie di paradiso terrestre senza malvagità, però non hanno nessuna religione: perciò sono una tentazione diabolica per far credere all’uomo che si possa essere perfettamente buoni senza Dio;

2)      Sono essenzialmente logici, eppure usano un codice morale basato su assiomi morali indimostrati, dei quali non è spiegata l’origine e che sono straordinariamente convergenti con quelli cristiano-occidentali: perciò “la civiltà lithiana è così congegnata da suggerire che si possa giungere a questi assiomi fondamentali del Cristianesimo, e della civiltà occidentale terrestre in generale, attraverso la ragione pura, nonostante il fatto che la cosa non è possibile”;

3)      Il loro sviluppo biologico attraversa una ricapitolazione esterna al corpo, ovvero gli embrioni alieni ripercorrono l’evoluzione della specie da pesci a rettili: perciò sono una tentazione diabolica per convincere l’uomo della validità dell’evoluzionismo.

Ora, io non so quanto James Blish, che da wikipedia risulta un agnostico, conoscesse bene il pensiero cattolico, però devo dire che tutti questi motivi mi sembrano alquanto pretestuosi: l’impressione è che l’autore ne avesse bisogno per portare la trama dove voleva e se li sia cercati non importa quanto scricchiolanti. Provo a sistemare le contro-obiezioni che farei io se fossi un altro personaggio del romanzo, magari un confratello gesuita che accompagna il protagonista (in effetti qualcuno mi dice che talvolta ragiono un po’ troppo gesuiticamente!):

1)      Siamo sul pianeta da troppo poco tempo, qualche mese appena. La nostra conoscenza della lingua e della cultura e della storia lithiana è ancora molto approssimativa. Il fatto che i lithiani non ci abbiamo mai parlato di Dio non è una prova certa del fatto che siano assolutamente atei: la loro cultura potrebbe considerare Dio come una presenza lontana da adorare silenziosamente. Oppure, il loro ateismo morale potrebbe essere la corruzione di una precedente cultura teista, che in seguito a qualche rivoluzione culturale ha abolito la nozione di Dio, mantenendone però in parte gli insegnamenti morali; questo risolverebbe anche la tua eresia manichea, perché è vero che Satana non può creare, però può corrompere ciò che è già stato creato;

2)      Caro confratello, ma non stai dimenticando (come minimo) San Paolo e San Tommaso? Che ne è della legge morale naturale, che Dio inscrive nei cuori di tutti gli esseri umani (e possiamo immaginare anche degli alieni)? Esiste un giusnaturalismo razionale, che il cristianesimo porta a perfezione ma non abolisce. Anche chi è ateo può derivare dalla morale naturale un codice di condotta con nozioni basilarmente corrette di bene e male (pur se il peccato originale e l’opera diabolica complicano questa possibilità). Forse noi siamo semplicemente in un mondo nel quale deve ancora cominciare la Rivelazione.

3)      Aaargh! L’autore nel 1958 si inventa che nel 1995, in una fantomatica “Dieta di Bassora”, la Chiesa cattolica accoglierà contro l’evoluzionismo l’argomento dell’omphalos di Philip Henry Gosse (ne parla anche Jorge Luis Borges in Altre inquisizioni) proposto per conciliare le immense ere geologiche suggerite dalla presenza dei fossili con il dettato letterale della Genesi: Dio crea testimonianze storiche di un passato che è verosimile ma non è vero. Adamo è stato creato con l’ombelico, anche se non aveva madre; i primi animali sono creati già adulti, il che ne presupporrebbe un passato da cuccioli, ma non sono mai stati cuccioli; esistono scheletri di glittodonte, ma non è mai esistito il glittodonte; esiste l’ontogenesi che ricapitola la filogenesi, ma non c’è mai stata la filogenesi; e così via. MA CHE SCHERZIAMO?!? Il problema di questo argomento (non per niente elaborato da un protestante) è il suo estremo fideismo. In base a cosa possiamo credere che il passato verosimile non sia vero? Solo in base alla fede, senza nessun aiuto dall’esperienza o dalla ragione che anzi sono di ostacolo. Questa gnoseologia è decisamente non cattolica. E a questo punto, se esiste un passato fittizio, perché dovrei credere proprio al passato reale proposto dalla Bibbia? Tanto varrebbe fare come fa Bertrand Russell, che in un suo libro ipotizza per assurdo che il mondo sia “realmente” cominciato cinque minuti fa: e come dargli torto? Se tutto ciò che abbiamo per conoscere è la fede, come capiamo/decidiamo in che cosa avere fede?

Insomma, l’impressione finale è che l’autore, seppure animato da buone intenzioni – colpisce la “serietà” del cattolicesimo descritto, nel senso che l’ortodossia cattolica, o almeno quella che Blish reputa tale, è presa estremamente sul serio, specie dai gesuiti… un quadro che sembra lontano anni luce dalla desolante realtà odierna che spesso ci troviamo di fronte: ed era “solo” il 1958, poco più di mezzo secolo fa!!! – sia caduto nel vieto stereotipo in cui cadono spesso i non credenti quando pensano ai credenti: gente che crede, appunto, ma non sa ragionare su ciò che crede.

§§§

Brivido crudele, di Robert Silverberg.
Ottimo Silverberg d’annata, anche se si perde un po’ nel finale. Il titolo originale era Thorns, “spine”, assolutamente calzante perché l’argomento del romanzo è il dolore. I protagonisti sono persone straziate dal dolore: un astronauta reduce da un viaggio interstellare in cui è stato vivisezionato dagli alieni e rimontato in un corpo mostruoso e grottesco (descritto soltanto per sporadiche allusioni, es. i tentacoli sulle dita, le palpebre che si aprono in orizzontale), che gli provoca trafitture ad ogni istante; ed una ragazza a cui per esperimento hanno provocato e negato la maternità (simultanea fecondazione in vitro di cento suoi ovuli, gestazione dei feti in uteri artificiali, e divieto per lei di accudire o vedere anche solo uno dei suoi 100 figli), che vive nella depressione e tenta più volte il suicidio.
Queste agonie si incontrano quando entrambi sono contattati da un magnate della comunicazione, che li convince con false promesse (a lui un corpo nuovo, a lei un paio dei suoi bambini) a diventare i protagonisti dei suoi spettacoli trasmessi in tutta la galassia – avete presente quelle orribili trasmissioni televisive che lobotomizzano gli spettatori a base di gossip di vita morte e misfatti delle celebrità o pseudo tali? Ecco. Quel che i due non sanno è che l’uomo in realtà è un sadico vampiro psichico che si nutre letteralmente della sofferenza altrui, e li manipola prima per metterli assieme (e vendere al pubblico la storia d’amore del secolo) e poi per “mangiare” lo sfascio della loro relazione tra dispetti e odî (e vendere al pubblico la fine della storia d’amore del secolo), perché la loro unione era solo l’insieme di due solitudini aggrappate l’una all’altra per calcolo e disperazione, perché due egoismi non fanno un amore.
Per circa tre quarti il libro mi è piaciuto moltissimo, il finale mi ha lasciato insoddisfatto perché §→ sa troppo di deus ex machina sia il modo in cui i due personaggi apprendono la reale natura del loro sfruttatore, sia il modo in cui lo distruggono, sia la loro unione finale dopo che si erano odiati a morte. ←§. Ma resta comunque un buon libro. Silverberg è un autore estremamente sottovalutato e meriterebbe di essere conosciuto anche dal grande pubblico, tipo un Asimov o un Clarke (a cui è di gran lunga superiore).

§§§

Bartolo Longo – un cristiano tra Otto e Novecento, di Antonio Illibato.
Primo volume di una biografia in tre parti del Beato Bartolo Longo, fondatore del Santuario di Pompei (nel quale infatti è stato comprato il libro, onde consegnarlo a Lucyette).
La descrizione storica dei quei tempi e luoghi – tra le province di Napoli e Brindisi, verso la fine del regno borbonico – offre un quadro invero assai pessimistico: tra i poveri, un’ignoranza molto diffusa delle verità di fede e il permanere di un sostanziale paganesimo superstizioso; tra i ricchi, il diffondersi dell’odio per la Chiesa, della filosofia hegeliana che dominava nelle università, di “mode” come lo spiritismo e il satanismo (lo stesso Bartolo Longo, prima di convertirsi, da giovane era entrato in una cerchia iniziatica che sperimentava fenomeni medianici); tra il clero, molti sacerdoti santi ma anche molti chierici, come dire, di costumi non irreprensibili. Per non dire della miseria, delle malattie, della mortalità e continuate voi l’allitterazione in emme. Pertanto: se il 2011 è stato un anno brutto, e il 2012 sarà più brutto ancora, ricordiamoci di quando si stava peggio…
Molto interessante anche la parte sulle ansie da neoconvertito del biografato, indeciso se prendere i voti oppure cercare la perfezione cristiana da laico consacrato se non da padre di famiglia: c’è un mezzo capitolo interamente dedicato ai suoi tragicomici fidanzamenti, finì anche per lasciare una poveretta praticamente sull’altare (scherzo, si era “solo” in fase di fissazione della data del matrimonio, ma da quelle parti è comunque una cosa presa molto seriamente…); fatto sta che per certi versi Bartolo Longo ha anticipato la presa di coscienza del ruolo missionario del laico, e della possibilità di santificazione personale in ogni stato sociale, che poi è stata espressa dall’Opus Dei e dal CV II.
Insomma, avevo cominciato a leggerlo di sfuggita nell’attesa di recapitarlo alla destinataria interessata, ed è stata una piacevole sorpresa.

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Pensare Dio – introduzione alla religione, di Giovanni Chimirri.
Uhmmm.
Perplessità.
Si tratta di un altro dei libri comprati a poco prezzo grazie all’intermediazione di Sissi2002. Come si capisce dal titolo, si tratta di un libro di teologia, il quale

attraverso un nuovo tentativo di divulgazione, sviluppa in modo teoretico-sistematico le classiche “questioni” di teologia filosofica, tra cui l’essenza della religione, le deformazioni religiose, il linguaggio teologico, il rapporto ragione-fede, l’ateismo, il male, il nichilismo, soffermandosi sulle dimostrazioni dell’esistenza di Dio, sui vari attributi divini e sul concetto di creazione e rivelazione. La categoria del pensiero, che determina la nuova prospettiva d’indagine del volume, è sempre alla base del discorso, articolato in cinque capitoli e arricchito da un’ampia bibliografia ragionata. Di qui, pur senza rinunciare alla necessaria precisione terminologica (ogni termine “tecnico” o, se si preferisce, specialistico viene di volta in volta opportunamente introdotto e spiegato), il linguaggio è chiaro e semplice, tale da coinvolgere il lettore in una meditazione che rimette comunque in gioco il modo stesso di avvicinarsi e di “pensare” Dio.

Cari lettori, non so voi ma io se leggo l’espressione “nuova prospettiva” unita all’argomento “teologia” mi metto un po’ paura. Di solito quelli che propongono nuove prospettive teologiche o sono santi o sono eretici, e i secondi sono assai più frequenti dei primi.
Ma insomma qual è questa categoria del pensiero che determina la nuova prospettiva? Per adesso ho letto meno della metà, non posso dare un giudizio definitivo, ma la mia opinione provvisoria è che l’autore stia sottilmente proponendo – non so se per confusione in buona fede o malizia deliberata – un cristianesimo impastato di idealismo. Cioè l’idea che il mondo e addirittura Dio siano “reali” perché ed in quanto “pensati” dall’uomo. Ciò si evince, a parte le frequenti citazioni compiaciute dagli idealisti tedeschi (che pure sono sintomatiche), e certi frasi inquietanti di vago sapore hegeliano del tipo “la verità è lo spirito nel suo processo”, da passaggi del tipo:

Infatti il mondo non sa nulla di se stesso, e gli esseri del mondo non hanno coscienza di essere quello che sono; se non ci fosse l’uomo che si serve del mondo e che lo pensa, a nulla esso servirebbe ed è come se non esistesse: che senso avrebbe un essere che non sia essere per una coscienza, un oggetto che non sia un oggetto detto da un soggetto?
[…]
l’essere è essere (ha valore) perché è pensato da qualcuno che lo dice, che lo pone in essere. L’esserci del mondo non può darsi che in forza dell’esserci dell’Io: l’apparire del mondo non è che l’esistenza dell’Io al quale appare quel mondo: se il conoscere deve valere, l’oggetto della conoscenza non soltanto deve essere accessibile e penetrabile all’Io, ma deve essere creato, nel suo valore e verità, dallo spirito dell’Io (da dove il pensiero dovrebbe trarre la verità se non da se stesso?): solo così il nostro pensiero è vero, reale, poiché qui è il reale stesso quello che si pensa ( = autocoscienza, mediazione assoluta). Pagg. 25-26.

o peggio:

Se lo spirito umano arriva a Dio è perché già Dio attraverso il mondo (la natura) era in qualche modo disceso nello spirito umano. Non è tanto il limitato pensiero umano (o la “ragione naturale”) che conosce Dio bensì è lo spirito di Dio che è nell’uomo che conosce Dio; è l’autocoscienza di Dio che si sa nel sapere dell’uomo, è lo Spirito Santo che venendo dato all’uomo permette la relazione di coscienza tra pensiero umano e pensiero divino; relazione per cui da una parte Dio risulta un oggetto immanente alla coscienza umana (come se la coscienza umana fosse l’unica coscienza esistente, ossia la coscienza assoluta, la stessa coscienza divina: non c’è Dio che l’uomo stesso!), e dall’altra Dio risulta invece un soggetto trascendente l’esperienza che l’uomo ha del mondo e di Dio stesso.
[…]
Non bisogna fermarsi al fatto, pur vero ed innegabile, che io trovo in me la rappresentazione di Dio e di Dio come colui che è, dove l’esperienza di Dio si riduce all’essere mio, dove Dio è un oggetto la cui realtà è esaurita completamente dalla mia particolare attività di conoscenza, ma è necessario svolgere questo pensiero immediato in un sapere mediato, dove Dio possa prendere realmente una sua consistenza tanto da diventare egli stesso il Soggetto dell’evento del nostro parlare e pensare. Pag. 60.

Cazzo! Ma che significa che Dio deve “prendere consistenza” e “diventare”? Nel senso che io penso qualcosa e poi mi accorgo che quella cosa non esiste solo nel mio pensiero ma è proprio lì fuori da me? Oppure che “diventa” perché e in quanto io la penso, e prima non c’era (o al limite, hegelianamente, era esistente ma non reale)? E poi che è questa cosa che Dio è il Soggetto del “mio” parlare e pensare? Autocoscienza del pensiero che si pensa?? Subordinazione dell’oggetto al soggetto??? L’essere è essere se l’Io lo pensa???? Correggetemi se sbaglio, non sono esperto di filosofia, ma qua non siamo dalle parti del peggio post-cartesianesimo e precisamente in zona Hegel, che sotto l’apparenza cristianeggiante cela una sostanza estremamente gnostica e antropocentrica (anzi: antropoteista)?
Ma insomma, dottor (dalla quarta di copertina: “licenza in filosofia teoretica e in filosofia teologia” – c’è scritto filosofia e qualcuno ha sbarrato e scritto a penna teologia – “dogmatica presso la Pontificia Università Lateranense, nonché laurea in filosofia morale presso la seconda Università Statale di Roma”, mica niente!) dottor Giovanni Chimirri, parliamoci chiaro, a che gioco stiamo giocando? Esattamente che roba è questo “pensare Dio”?
La risposta a tale angosciante domanda arriverà a libro finito, suppergiù il prossimo mese. Suspence.