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Il mistero dell’Oggetto Eterno (2)

( continua da)

Spiegazione.
Chi mi conosce sa che a me piacciono molto le storie di fantascienza, e mi piacciono le storie di viaggi nel tempo e le speculazioni sui paradossi insiti nell’operazione. Sulla wikipedia inglese c’è una pagina molto interessante, di cui purtroppo non esiste la versione italiana (qualcuno la traduca!), che riporta numerosi esempi tratti dalla fiction di paradossi ontologici: cioè quelle situazioni in cui è l’esistenza stessa di qualcosa o qualcuno ad apparire impossibile, paradossale, una clamorosa deroga alla regola per cui ogni effetto è preceduto dalla causa.
La storia del precedente post è un esempio di paradosso ontologico basato su quel che a me piace chiamare un Oggetto Eterno, laddove eterno non significa “illimitato”, ma bensì qualcosa che è in qualche modo fuori dal tempo, sganciato dalla normale catena di cause ed effetti. La chiave della storia è un Oggetto Eterno: ogni versione temporale dell’uomo la riceve dalla versione precedente e la passa alla versione successiva, ma non si può capire in quale momento abbia fatto il suo ingresso nel tempo, e perciò non si capisce neppure chi l’abbia costruita – se mai lo è stata. La chiave è un effetto senza una comprensibile causa fisica: la sua storia è un circolo chiuso senza inizio e senza fine.
Affascinante, no?
E se ci fosse davvero, là fuori, qualcosa del genere? Cosa implicherebbe?

Naturalmente sarebbe facile liquidare facilmente la questione dicendo che gli Oggetti Eterni non esistono, o almeno non se ne è ancora scoperto uno, e che perciò queste sono chiacchiere inutili su argomenti vani.
È un approccio legittimo, ma forse un po’ troppo facile, perché “qualcuno” sostiene che una sorta di Oggetto Eterno esista davvero, e se è così, allora la sua esistenza pone delle domande che non possono essere liquidate così facilmente.
Chi sia questo qualcuno e quale sia la cosa misteriosa di cui stiamo parlando, sarà chiaro al prossimo post (ma qualcuno potrebbe anche capirlo prima).
Ora però, per spiegare al meglio le problematiche dell’argomento (ma in realtà è che mi sono divertito un sacco a scriverla), vi propino questa mia personale tassonomia super-nerd dei paradossi temporali. Se avete altri esempi da aggiungere alla collezione, siete invitati a contribuire. Buona lettura!

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Il viaggio nel tempo come causa sui.
Un tipico paradosso del viaggio del tempo è quello in cui il viaggiatore torna indietro nel tempo e contribuisce a determinare le circostanze che provocato o reso possibile il viaggio nel tempo stesso. Esempi:

  • Il primo film di Terminator si basa su questo paradosso, perché John Connor manda indietro nel tempo Kyle Reese a proteggere sua madre Sarah, la quale fa l’amore con Kyle e concepisce John, il quale perciò ha fatto in modo che suo padre fosse suo padre.
  • In Harry Potter e il Prigioniero di Azkaban, Harry viene salvato dai Dissennatori grazie ad un incantesimo Patronus lanciato da se stesso dopo essere tornato di qualche ora indietro nel tempo; si specifica che Harry è stato in grado di lanciare il difficile incantesimo perché sapeva di averlo già lanciato.
  • Nel libro I.N.R.I. di Michael Moorcock, il protagonista è un nevrotico religioso (endiadi, ovviamente) che si procura una macchina del tempo e torna indietro per incontrare Cristo; dopo aver scoperto che il Gesù storico era solo uno scimunito deforme figlio di una sgualdrina, comincia a girare per la Palestina e impersona lui stesso il messia – tanto lo sanno tutti che i vangeli sono chiaramente stati scritti secoli dopo i fatti – fino a farsi crocifiggere.

Non si contano inoltre le numerose variazioni sul tema dell’inventore della macchina del tempo che torna indietro nel tempo e aiuta sé stesso a inventare la macchina del tempo (es. nel primo Ritorno al futuro Marty McFly fa vedere a Doc Brown la macchina del tempo che quest’ultimo costruirà trent’anni dopo).
In questi casi abbiamo un effetto – cioè il viaggio nel tempo – che non solo è precedente alla propria causa, ma che addirittura contribuisce alla catena causale che ha dato luogo all’effetto stesso, insomma è causa sui, causa di sé stesso.

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Il paradosso del nonno.
L’inverso del paradosso precedente è l’ipotesi in cui il viaggiatore nel tempo, tornato nel passato, fa qualcosa che rende impossibile il viaggio nel tempo. Questa idea è nota come paradosso del nonno: un uomo torna indietro nel tempo e uccide suo nonno. Allora lui non nascerà. Ma se non nascerà, non tornerà indietro nel tempo e perciò non ucciderà suo nonno. Ma se non ucciderà suo nonno, allora lui nascerà e tornerà indietro nel tempo. Ma se tornerà indietro nel tempo, ucciderà suo nonno. Allora lui non nascerà. Ma se non nascerà…
Vedete bene che in realtà questo contorcimento logico è una variante spaziotemporale del paradosso di Epimenide cretese (“Epimenide dice che tutti i cretesi dicono sempre bugie, lui lo sa perché è di Creta e li conosce bene”), cioè un’auto-contraddizione. Un effetto che annulla la propria causa annulla non solo sé stesso, ma anche l’annullamento medesimo. Il primo Ritorno al futuro gioca con questo paradosso immaginando che Marty McFly, per aver ostacolato l’innamoramento dei suoi genitori, rischi di essere cancellato dalla foto di famiglia e dall’esistenza stessa – sennonché, se Marty fosse stato cancellato, non avrebbe mai potuto ostacolare l’unione che stava ostacolando…
Ci sono possibili linee di pensiero sulle conseguenze di questo paradosso. Una implica la coesistenza e/o il conflitto tra diverse linee temporali o “universi paralleli”. Il viaggiatore nel tempo, cambiando il passato, fa nascere una nuova linea temporale alternativa a quella da cui proviene. La linea temporale di provenienza può restare immutata e proseguire tranquillamente per il suo corso, oppure può essere “sovrascritta” e scomparire. Per esempi cinematografici vedere il secondo Ritorno al futuro oppure Donnie Darko. La quarta stagione di Fringe gioca con l’idea di un “palinsesto” temporale, con una Macchina che cambia retroattivamente un evento e costruisce un secondo passato che si sovrappone al primo, del quale però (come appunto in un palinsesto) affiorano tracce qua e là. Il concetto di riscrittura temporale è poi portato al parossismo nell’anime capolavoro Steins Gate, che cita John Titor (l’unico viaggiatore del tempo “ufficiale” finora conosciuto) e dipana un complicatissimo intreccio “circolare” in cui un team di giovani otaku scopre ben tre diversi modi per modificare il passato (mandando un sms indietro nel tempo; mandando la memoria di un individuo indietro nel tempo; con il “classico” viaggio fisico) e alterare le linee temporali, la cui divergenza rispetto alla linea originaria può perfino essere misurata con un apposito divergence meter!
Chi non crede alle diramazioni o sovrascritture temporali invece ritiene che questo paradosso non possa essere possibile: il viaggiatore nel tempo non riuscirà mai, qualsiasi cosa faccia, a uccidere il proprio nonno. Non può accadere una cosa simile proprio perché il viaggiatore nel tempo esiste e perciò non ha mai provocato il proprio annichilimento. Questa teoria, descritta in LOST come “meccanismo del course-correcting”, implica un principio di autoconservazione dell’Universo tale per cui, se si verificasse un paradosso del nonno, l’intero tessuto spaziotemporale ne sarebbe distrutto e non ci sarebbe né passato né presente né futuro né niente; tuttavia il fatto stesso che noi ora esistiamo è la prova tangibile che questo paradosso non si è mai verificato né mai si verificherà. Se poi questo principio di autoconservazione faccia parte delle leggi razionali intrinseche e soggiacenti alla struttura stessa dell’universo, oppure dipenda da una qualche Provvidenza benevola e trascendente che preserva il continuum, è argomento aperto alla speculazione.

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L’invenzione senza autore, cioè l’Idea platonica.
Il paradosso dell’effetto causa sui si può presentare in una versione molto interessante e cioè nell’ipotesi di un’opera dell’ingegno il cui apparente autore, in realtà, non ha fatto assolutamente nessuno sforzo intellettuale.

  • Nel secondo film di Terminator, si scopre che il supercomputer Skynet è stato creato attraverso un reverse engineering a partire dai resti del T-1000 mandato nel passato da Skynet medesimo. Nessuno ha veramente concepito i circuiti di Skynet, ci si è limitati a copiarli.
  • Un fisico, dopo aver ricevuto una visita dal suo futuro sé stesso che gli spiega nei dettagli come costruire la macchina del tempo, segue pedissequamente le istruzioni e costruisce la macchina del tempo, dopodiché torna nel passato e istruisce nei dettagli il suo precedente sé stesso su come costruire la macchina del tempo.
  • Un uomo viaggia nel futuro, scopre di essere diventato un famoso scrittore, compra in libreria i libri che ha scritto, torna indietro nel tempo, copia i libri parola per parola e diventa un famoso scrittore.

Lo stesso concetto si può applicare a un quadro, a un teorema di matematica, a una qualunque manifestazione di creatività.
Questo paradosso è sostanzialmente una versione soft dell’Oggetto Eterno. Qui non è la concretizzazione materiale dell’idea ad essere a-causale, ma l’idea in sé: il contenuto letterario del libro, la trama e lo stile, la scelta delle parole e la loro disposizione, tutte cose che di cui l’autore materiale del libro non ha nessun merito.
Ma allora Chi è il vero autore del libro?
A pensarci bene, c’è qualcosa dell’idealismo platonico in questo paradosso: abbiamo un’Idea che entra nel tempo come se provenisse dall’iperuranio, un’Idea che preesiste alle sue applicazioni concrete e sussiste a prescindere dalla loro esistenza. Un’Idea che è stata soltanto imitata, non inventata; ma conviene notare che – poiché l’idealismo platonico non è idealismo nel senso corrente del termine, ma semmai una forma trascendente di realismo – invenio, inventare, originariamente significa proprio scoprire (qualcosa che già esiste).

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La profezia auto-avverante.
La versione psicologica del paradosso precedente è data dall’ipotesi in cui qualcuno, venendo a conoscenza di una previsione che riguarda un suo comportamento futuro, tiene quel comportamento non perché lo desidera spontaneamente ma perché ritiene di dover agire come previsto. In tal caso sorge il quesito su chi sia stato a voler davvero quel comportamento, perché il soggetto agente appare in realtà come l’esecutore materiale di qualcosa che è stato già deciso al di fuori della sua volontà. Tutto ciò conduce a numerosi interrogativi sul libero arbitrio e sul determinismo. Esempi:

  • Tutta la serie televisiva FlashForward trattava questo dilemma. Ma lo faceva malissimo, infatti è stata cancellata.
  • Nel libro La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo, e nel film che ne è stato tratto (film a cui gli abominevoli distributori italiani hanno appioppato lo stucchevole titolo Un amore all’improvviso… vergogna!) la protagonista ha incontrato già da bambina l’uomo che amerà e sposerà, affetto da una malattia genetica che lo fa saltare avanti e indietro nel tempo, e nei momenti di crisi del suo matrimonio recriminerà inevitabilmente sul suo sentirsi vittima designata di un destino prestabilito.
  • Ma la miglior illustrazione di questo paradosso l’ho trovata in un bellissimo libro di Robert Silverberg, L’uomo stocastico, in cui il protagonista è un consulente specializzato in previsioni statistiche la cui vita è sconvolta dall’incontro con un uomo che invece “vede” il proprio futuro nel vero senso della parola. Il personaggio dell’uomo presciente è immensamente tragico: un individuo la cui volontà è stata annichilita dal determinismo, che vive la sua vita senza alcun desiderio e fa ciò che fa soltanto perché ha visto se stesso farlo, a cui la precognizione della propria morte ha tolto ogni possibile illusione d’immortalità e perciò aspetta con indifferenza, e infine con sollievo, la fine del “copione da recitare”.

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L’antenato dell’antenato.
In una celeberrima puntata di Futurama, con la sua tipica sbadataggine Fry fa in modo che la navetta spaziale della Planet Express torni indietro nel tempo fino all’anno 1947 e provoca l’incidente di Roswell. Quando scopre che uno dei soldati della base militare è suo nonno, si impegna a proteggerlo, ma scemo com’è ottiene l’effetto contrario e ne provoca la morte in un incidente. A questo punto Fry dovrebbe smettere di esistere, anzi non essere mai esistito, ma quando ciò non accade capisce che quell’uomo non era veramente suo nonno. Tira un sospiro di sollievo e va a consolare la sua vedova, per poi finire a letto con lei… il mattino dopo Fry realizza che quella donna è proprio sua nonna e lui è il nonno di sé stesso.
Questa storia non è solo una soluzione ironica al paradosso del nonno, ma anche una versione biologica dell’Oggetto Eterno: in questo caso abbiamo un patrimonio genetico senza progenitori, una stirpe ciclica senza capostipite. Due racconti in particolare hanno portato al parossismo questo concetto:

  • All You Zombies (it. Tutti i miei fantasmi) di Robert Heinlein, nel quale un ermafrodito viaggiatore del tempo è simultaneamente padre e madre e figlio/figlia di sé stesso, un vero e proprio unicum genealogico;
  • Star, Bright (it. Star, brillante) di Mark Clifton, in cui alcuni bambini super-intelligenti imparano a viaggiare nel tempo e scoprono che gli uomini del futuro, quando la vita sulla Terra sarà sull’orlo dell’estinzione, torneranno in massa nel passato – perciò la storia dell’umanità è un nastro di Moebius: Darwin si sbagliava, l’uomo non discende dalle scimmie, discende da se stesso! E ora chi lo dice a Dawkins?

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L’Oggetto Eterno.
Ma tutti i paradossi spazio-crono-ontologici fin qui esaminati impallidiscono a fronte di quello che è il paradosso per eccellenza: l’oggetto senza causa, l’oggetto eterno.
Perché nei precedenti esempi abbiamo sì una violazione della leggi della causalità, un attorcigliamento della catena causale su sé stessa, ma il flusso eracliteo della materia è comunque salvaguardato: tutto ciò che esiste deriva fisicamente la sua materia costitutiva da qualcos’altro. Per esempio, nell’invenzione senza autore, l’idea è di origine ignota, ma la sua realizzazione fisica è origine assolutamente normale, intra-temporale: la disposizione delle parole è stata concepita da non-si-capisce-cosa, ma gli atomi che compongono la carta del libro sono normalissimi atomi che vengono da qualunque cosa fosse la carta prima di essere trasformata in carta.
Nel caso dell’antenato dell’antenato siamo già a un livello più spinto, perché il corpo di A genera B e B genera A (oppure addirittura A genera A): ma il corto circuito può essere confutato ricordando che in realtà il nostro stesso corpo non ha mai continuità materiale, perché noi abbiamo un corpo (noi siamo un corpo) i cui atomi vengono sostituiti ad ogni istante (inspiriamo, espiriamo, mangiamo, beviamo, oriniamo, defechiamo, assorbiamo, sudiamo e così via). L’identità del corpo nel tempo non è meramente materiale ma bensì strutturale, e gli esseri viventi si distinguono dagli oggetti inanimati in quanto sono dinamici, ovvero sostituiscono ad ogni momento la materia del proprio corpo secondo un piano organizzato e teleologico (una roccia non mangia, non suda, non cambia le proprie molecole; un liquido può parzialmente evaporare, ma il liquido subisce questo cambiamento, non lo opera). Le molecole che compongono il corpo dell’antenato di sé stesso provengono comunque dall’esterno: è solo la costellazione genetica, l’informazione contenuta nella catena di nucleotidi, che resta entropicamente incomprensibile.
Ecco, l’Oggetto Eterno invece no. Queste considerazioni per l’Oggetto Eterno non valgono, perché è acausale non solo eziologicamente, ma anche materialmente. Le molecole che compongono l’Oggetto Eterno sono fuori dal panta rei, non vengono da nessuna parte: semplicemente sono lì. Continuano ad essere, e sono sempre state, e sempre saranno, in tutte le iterazioni che attraversa l’Oggetto nel suo ciclo continuo attraverso la limitata finestra temporale in cui esso esiste.
L’Oggetto Eterno è un mistero assoluto e una sfida tangibile al continuum.
Forse proprio per la complessità dei problemi ontologici che solleva, gli esempi di Oggetti Eterni nella fiction di fantascienza siano abbastanza rari.

  • Ci potrebbe essere la bussola in LOST, quella che nella quinta stagione Richard Alpert dà a Locke e poi Locke dà 50 anni prima a Richard Alpert, ma la questione è controversa e si discusso molto tra i fan se fosse davvero la stessa bussola (io dico di no, non è un circolo, è un loop; lunga storia).
  • Nel libro Piramidi di Terry Pratchett, il sacerdote Dios è stato consigliere dei faraoni per migliaia di anni, e alla fine torna indietro nel tempo e diventa il consigliere del primo faraone; ma ho già spiegato i motivi per cui un essere vivente, il quale sostituisce ordinatamente e gradualmente le proprie molecole, non può essere considerato a rigore un puro Oggetto Eterno.
  • Per fortuna mi soccorre la pagina di wikipedia che ho linkato all’inizio, che riporta qualche esempio che non conoscevo (es. gli occhiali magici della serie The Last Rune).

La storia che ho raccontato all’inizio è una mia piccola creazione: mi pare che la chiave funzioni abbastanza bene come Oggetto Eterno.

***

E allora, gente. Complimenti se siete riusciti ad arrivare alla fine.
Avviluppamenti temporali, effetti acausali, loop logici, di tutto e di più.
Ma di fronte a questi contorcimenti, come si pone la ragione? È ragionevole credere all’esistenza degli Oggetti Eterni?
Vorrei leggere, se possibile, il parere di atei / agnostici sull’argomento.

(continua)

(↓ commenti)

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Ancora su Harry Potter

Ancora su Harry Potter

 

 

Diventare adulti

Lo Stato etico di Voldemort

Gli Hallows, la tentazione gnostica di Harry

La magia, la natura e i miracoli: la differenza di un Dio personale

La magia, la natura e la tecnica

Always

You bitch!

A margine: le prospettive ermeneutiche dell’omosessualità di Silente

 

 

Ah, ma com’è bello Harry Potter e i Doni della Morte.

Adesso che l’ho riletto in italiano, e con più calma di quanta ne avevo la prima volta, posso confermare la mia impressione iniziale: capolavoro. Forse anche il più bello dei sette, ma per un giudizio simile mi ripropongo nel prossimo futuro di rileggerli tutti di seguito. Intanto, annoto qui alcune riflessioni.

 

 

Diventare adulti

Quando ho letto il libro per la prima volta, lo scorso luglio, ho davvero amato la parte in cui Harry, Ron e Hermione vagano tra i boschi, nascondendosi spaventati, soli e senza aiuto, senza sapere neppure cosa fare per cominciare a cercare gli Horcrux. Non è soltanto la fine del tempo in cui andavano a scuola: è il passaggio definitivo all’età adulta. Devono cavarsela da soli, capire da soli come muoversi e cosa è giusto fare, senza più qualcuno che li guida e gli indica la direzione: sono diventati adulti.

In effetti, non è improbabile che questa mia chiave di lettura derivasse dal fatto che in quel momento stavo vivendo personalmente un passaggio cruciale del diventare adulto. Ma adesso che vivo un momento più tranquillo e l’ho riletto (a proposito: se un libro non merita di essere letto almeno una seconda volta, allora non meritava di essere letto neanche la prima), mi sono accorto di una cosa che mi era sfuggita. Harry e i suoi amici devono cavarsela da soli, sì, ma non rifiutano l’idea di una guida che li aiuti e gli indichi dove andare. Anzi, le loro difficoltà nascono dal fatto che loro una guida la vorrebbero davvero, vorrebbero tanto che Silente fosse ancora lì per dirgli che accidenti fare per trovare e distruggere gli Horcrux, e purtroppo per loro Silente non c’è (anche se non sono così soli e senza aiuto come credono).

Adesso credo di capire meglio: essere adulti non significa rifiutare a priori l’autorità che indica la direzione; significa provare a cavarsela da soli, auspicabilmente essere in grado di cavarsela da soli, ma ciò nella consapevolezza che nessuno può davvero farcela da solo. Diventare adulti non è semplicemente dire “faccio da solo”. Harry e i suoi amici sono adulti perché devono fare a meno di una guida, ma sono ancora più adulti quando capiscono che hanno bisogno di una guida e la cercano, ovvero cercano di fare quel che Silente direbbe loro di fare se fosse lì. Essere adulti è anche avere l’umiltà e il realismo di riconoscere che una guida, alla fin fine, serve a tutti.

 

 

Lo Stato etico di Voldemort

La magia è potere”: così è scritto sulla grande statua nel Ministero della Magia all’apogeo del potere dei Mangiamorte, la statua che raffigura un mago che schiaccia col piede centinaia di babbani nudi e indifesi.

Harry Potter e i Doni della Morte sembra, in certi punti, una specie di 1984 in piccolo. La descrizione del regime totalitario di Voldemort è sublime, non manca nulla: l’arroganza del potere, l’ipocrisia delle persone meschine come la Umbridge che non esitano a passare al servizio del nemico di ieri, la menzogna dei corrotti che scrivono leggi crudeli e le applicano senza pietà per colpire i propri nemici, la manipolazione delle informazioni fatta dalla propaganda dei giornali di regime, lo Stato che strappa l’educazione dei bambini dall’ambito familiare e avoca a sé ogni funzione pedagogica per plasmare le giovani menti nella scuola pubblica

Allora, questo è forse un libro contro lo Stato? Non esageriamo. Sicuramente è un libro che mette in mostra i limiti dello Stato,  i pericoli che sorgono dall’idealizzare lo Stato come unico parametro del bene e del male. Harry e i suoi amici non hanno mai avuto eccessiva simpatia per il Ministro della Magia, fin da quando nel terzo libro hanno assistito al processo verso l’ippogrifo Fierobecco, e hanno dovuto sopportare prima la mediocrità di Caramell e poi l’autoritarismo brutale di Scrimgeour. Sanno che lo Stato è necessario, che la legge è indispensabile per proteggere i deboli dai prepotenti; ma imparano pure che lo Stato non è tutto, che uno Stato le cui leggi non sono fatte secondo giustizia non è poi così diverso da una banda di ladri; che lo Stato non è un’entità moralmente autoreferenziale, perché può anche capitare che lo Stato diventi cattivo, e allora è giusto ribellarsi; che nessuno Stato sarà mai così buono da non aver più bisogno che gli uomini siano buoni.

 

 

Gli Hallows, la tentazione gnostica di Harry

No, per favore, non ditemi che i libri di Harry Potter sono cattivi perché c’è la magia. Non ditemi che sono diseducativi perché insegnano ai bambini le arti occulte. Non ditemi che sono libri gnostici.

Se dite così, vuol dire che questi libri o non li avete letti, o non li avete capiti.

Harry Potter e i Doni della Morte è la traduzione di Harry Potter and the Deathly Hallows, dove hallows potrebbe essere tradotto anche con “reliquie, cose sacre”. Gli Hallows sono i tre oggetti, descritti da un’antica fiaba come doni che la Morte fa a tre fratelli, il cui possesso congiunto garantisce poteri immensi. La Bacchetta Invincibile, la Pietra della Resurrezione, il Mantello dell’Invisibilità: chi li riunisce diventa “padrone della Morte”, vincitore della morte. Imbattibile, immenso… immortale.

Questi “doni della morte”, a farci attenzione, sono una cosa gnostica: c’è un testo essoterico (la fiaba dei tre fratelli) che contiene una verità esoterica (l’esistenza degli hallows), un segreto conoscibile solo da una ristretta cerchia di “illuminati” (come Xenophilius Lovegood, esilarante parodia dell’occultista) che si riconoscono tra loro medianti simboli dal significato sibillino (la linea, il cerchio e il triangolo), un segreto la cui conoscenza garantisce un potere assoluto che infrange l’ordine naturale del mondo ed addirittura realizza apparentemente le promesse cristiane (L’ultimo nemico ad essere sconfitto sarà la morte).

Quando Harry ne apprende l’esistenza, gli Hallows diventano per lui una tentazione quasi irresistibile. Un potere magico immenso, superiore a quello di Voldemort! Sarebbe meraviglioso! Anche se Hermione gli ripete più volte che questi Hallows sembrano pericolosi, che il vero compito di Harry è cercare e distruggere gli Horcrux di Voldemort, i doni della morte lo ossessionano. Esemplare il momento in cui deve scegliere se parlare prima con il goblin Unci-Unci o con Olivander il fabbricante di bacchette: Horcrux o Hallows?

Ebbene: alla fine Harry raduna assieme i tre Hallows, ma rinuncia al loro potere, che aveva sedotto anche Silente da giovane, il quale credeva di poterlo usare per un bene superiore e ha pagato a caro prezzo il suo errore. Harry rinuncia perché lui vuole sconfiggere la morte, sì, ma non nel modo sbagliato degli Hallows  che poi è anche quello di Voldemort (vivere per sempre in questo mondo, infrangere le regole naturali del creato), ma bensì nel modo giusto, che è anche il modo cristiano: andare serenamente incontro alla morte, nella consapevolezza che dopo la morte c’è un’altra vita che salva tutto ciò che c’era di buono in questa.

La fine della saga è quanto di più anti-gnostico potessimo sperare, perché Harry sconfigge Voldemort grazie all’amore e al sacrificio, suo e di quelli che l’hanno aiutato, e rinuncia al potere occulto degli Hallows per vivere una vita buona… da mago, naturalmente.

 

 

La magia, la natura e i miracoli: la differenza di un Dio personale

A questo punto però qualcuno potrà ancora domandarsi: perchè se nel nostro mondo, il mondo reale, la magia è intrinsecamente cattiva, nel mondo di Harry Potter la magia invece può essere buona? Dov’è la differenza? Adesso che la saga è finita, possiamo dare un giudizio complessivo sulla storia. La risposta è: perchè nei libri di Harry Potter non si parla di un Dio personale.

Ciò non vuol dire che non ci sia, in effetti; potrebbe anche esserci (se si vuol vedere un’allusione in King’s Cross…); ma non se ne parla. E questo è fondamentale.

 

 Facciamo un po’ di chiarezza. Che cos’è la magia? Essenzialmente, si tratta di un potere che infrange le regole naturali del mondo. * Trasformare gli oggetti, sospendere la gravità, eccetera. La magia è andare oltre la natura, operare nel sopra-naturale.

(* per una correzione-integrazione della definizione di magia, vedi il commento #9 e seguenti)

Però, a pensarci bene, andare oltre la natura non è sbagliato in sè e per sè. Anche i miracoli sono eventi soprannaturali, che sospendono le leggi naturali del mondo; e i miracoli sono buoni, come è buono ciò che è operato dallo Spirito di Dio. Però nei miracoli tutto avviene l’intervento divino, mentre nella magia invece no.

I santi, e tutti coloro che pregano, non fanno i miracoli allo stesso modo in cui i maghi fanno le magie. Mentre nella magia c’è una relazione bilaterale tra il mago che opera e l’oggetto su cui si esercita l’azione magica, nel miracolo la relazione è trilaterale: il santo chiede, Dio opera, il miracolo accade. Il problema morale della magia non è tanto nella sospensione delle leggi naturali (ricordiamo che il cristianesimo non è un naturalismo puro), quanto nell’esclusione dell’azione divina, l’usurpazione del potere soprannaturale, insomma: gira e rigira, siamo ancora alla vecchia promessa del serpente di diventare come Dio.

Possiamo allora dire che tra il miracolo e la magia c’è la stessa differenza che passa tra usare un oggetto di un altro con oppure senza il suo permesso. Nel primo caso, l’uso può essere buono o cattivo a seconda del fine che ci si propone (e nel caso del miracolo è sicuramente buono, perchè altrimenti lo Spirito non agirebbe); nel secondo caso, l’uso è pressappoco un furto, e questo a prescindere dal fine (anche se poi, comunque, la bontà o malvagità dell’intenzione influisce senz’altro sulla gravità della colpa).

Vedete però che l’immoralità della magia deriva dal presupposto della presenza attiva e operante di un Dio personale, creatore della natura e perciò sopra la natura, ingiustamente escluso dall’ambito soprannaturale che gli compete. Nel mondo di Harry Potter, che è un mondo fittizio (ovvero, per dirla alla Tolkien, un mondo secondario e sub-creato), è proprio il fatto che non si parli di un Dio personale a rendere possibile, da un punto di vista narrativo, che i maghi possano essere buoni: non sei un ladro, se non sai che c’è un derubato.

Il problema educativo dei libri di Harry Potter, alla fin fine, sta tutto in questo: aiutare i lettori, specie se bambini, a capire la differenza tra il mondo fittizio e il mondo reale. Ed io sono pienamente convinto che siano capaci di capire questa differenza; e se non ci riescono, non sarà perché non sono stati aiutati da chi doveva aiutarli e non l’ha fatto? (magari riparandosi dietro un comodo, troppo comodo, “non leggere questa roba!”)

 

 

La magia, la natura e la tecnica

Il bello della letteratura fantasy è che, raccontando un mondo in cui alcune regole sono diverse dalle nostre, ci può permettere di vedere da una luce diversa certi aspetti del nostro mondo, farci pensare ad essi da nuove prospettive e dunque farceli capire meglio. In questi casi, la forza metaforica e allegorica del fantasy può rivelarsi molto utile.

Abbiamo visto che nel mondo di Harry Potter la magia è una vera e propria disciplina scientifica, le cui leggi sono studiate a scuola, e i ragazzi si comportano proprio come in tutte le altre scuole. In questo mondo la magia è in sé moralmente neutra, salvo poi poter essere usata per scopi buoni o cattivi. Ed è fondamentale notare che sempre, in tutti i libri, Harry ottiene risultati positivi non tanto grazie alle sue conoscenze magiche ma per le sue scelte morali, lo spirito di sacrificio, l’amicizia e l’amore.

 

Ebbene, io credo che ciò che nel mondo di Harry Potter è la magia, cioè un potere sopra la natura o addirittura contro la natura, possa essere considerato per analogia o per metafora come ciò che nel nostro mondo è la tecnica. Mentre la magia è un potere sopra-naturale, la tecnica è intra-naturale: con essa l’uomo può realizzare possibilità che sono contemplate dalle leggi naturali. Il manico di scopa di Harry può volare perchè un incantesimo sospende la legge di gravità; un aeroplano vola perchè usa la legge di gravità, ed è a suo modo naturale tanto quanto un’aquila in picchiata. La magia infrange i limiti della natura; la tecnica è un’estensione della natura, sposta quei limiti in avanti.

In questa concezione, dunque, la relazione tra artificiale e naturale non è di conflitto, ma di simbiosi: la tecnica deriva dalla natura e ne realizza le potenzialità inespresse (“l’arte è figlia della natura”, dicevano gli antichi, che chiamavano arte anche ciò che noi oggi chiamiamo tecnica; si veda ad esempio il canto XI della Divina Commedia, vv. 101-105, dove si spiega il perché della punizione degli usurai).

Ora, questo modo d’intendere il binomio natura-tecnica è purtroppo in crisi al giorno d’oggi, e deve fare i conti con una nuova concezione della tecnica, ostile alla natura.

Se volessimo fare una carrellata lungo i secoli potremmo partire da Francesco Bacone, il cui Novum Organum può forse essere considerato il manifesto fondativo della “vittoria della tecnica sulla natura” (con la scienza l’uomo può conoscere perfettamente la natura, e con la tecnica può dominarla); attraversare le scoperte della modernità e della Rivoluzione Industriale, in cui l’ostilità della nuova tecnica verso la natura si mostra chiaramente ed emerge il problema ecologico (la tecnica distrugge la natura); passare per il Frankenstein, o il Prometeo moderno di Mary Shelley, archetipo dello scienziato pazzo e inascoltato monito contro il delirio di onnipotenza di una tecnica senza controllo; assistere alla metamorfosi della modernità in post-modernità, in cui il conflitto diventa ancora più radicale (mentre nella modernità la natura è succube della tecnica, nella post-modernità si arriva a negare che la natura esista); fino ad arrivare alla filosofia di Emanuele Severino, che essendo un post-hegeliano (per lui la tecnica è ciò che per Marx era il comunismo, ovvero la realizzazione della coincidenza tra Realtà e Idea Razionale), lucidamente parla di un “paradiso della Tecnica” prossimo venturo, in cui l’uomo potrà diventare il dio-in-terra e completare il percorso del Geist.

Così, un ciclo si compie: la tecnica diventa la nuova magia del nostro tempo, la nuova promessa di un potere illimitato oltre ogni natura e ogni regola divina; e forse non è lontana la comparsa del “capolavoro” bramato dal diavolo Berlicche nelle sue lettere, il “Mago Materialista”, colui che non usi, ma veramente adori ciò che chiama vagamente ‘forze’, mentre nega l’esistenza degli ‘spiriti’ ”.

Se Voldemort fosse nel nostro mondo, sarebbe uno scientista, una specie di Argo (chi ha visto Nadia il mistero della pietra azzurra capirà): un uomo convinto che solo la scienza possa garantire la comprensione del mondo, ebbro del potere promessogli dalla tecnica sul mondo e sugli altri uomini. E se Silente fosse nel nostro mondo, ne sono convinto, sarebbe uno scienziato: avrebbe fiducia nelle capacità conoscitive della scienza e nelle possibilità pratiche della tecnica, ma al tempo stesso ci metterebbe in guardia dalla fede cieca nella scienza come unica chiave di lettura dell’universo, e dai pericoli di una tecnica senza limiti né naturali né morali.

 

 

Always

Always.

Sempre, o meglio (come sarebbe stato più esatto tradurre) per sempre.

Uno dei punti più commoventi del libro è sicuramente quando Silente, dopo aver visto il Patronus scagliato da Piton, così simile a quello della donna che Severus aveva amato, gli chiede “dopo tutto questo tempo?”.

E la risposta di Piton è, semplicemente, “Always”. Per sempre. Amore eterno, infinito, immortale.

Se vi fate un giro per i forum che parlano del libro, troverete centinaia-migliaia di commenti di ragazzi e adulti, giovani e meno giovani, che su questa pagina ci hanno pianto dalla commozione.

Quanti di questi lettori sono cattolici?

Boh, non molti, penso.

Quanti sono cresciuti bombardati dalla pubblicità dell’amore light, l’amore senza impegno, l’amore libero senza vincoli e legami, il sesso senza amore, le relazioni a tempo determinato, eccetera eccetera?

Beh, moltissimi, suppongo.

Eppure eccoci qui, tutti commossi ed emozionati da quella singola parola, capace di perforare la corazza dell’omologante bla bla politicamente corretto ed arrivare nel profondo, là dove c’è quello che il cuore umano veramente desidera.

Always.  

 

 

You bitch!

Not my daughter, you bitch!” è quel che la signora Weasley urla, verso la fine del libro, a Bellatrix Black quando la vede attaccare la figlia Ginny.

You bitch!”, traducibile come “stronza!”, o perfino “troia!”.

E così, alla fine è successo. Dopo sette libri e dieci anni e qualche migliaio di pagine, il linguaggio volgare ha fatto la sua comparsa.

Non toccare mia figlia, stronza.

È molto di più che una semplice parolaccia: è uno shock, un’eucatastrofe, un terremoto emozional-verbale. È la silloge definitiva all’aura di “l’infanzia è finita, ora siamo grandi” che pervade tutto il libro. È uno dei punti più belli dell’intera saga di Harry Potter.

Ed è un vero peccato che nella traduzione italiana abbiano tradotto per un meno intenso “mia figlia no, cagna!”, che non ha neanche lontanamente la stessa forza espressiva di quel bellissimo YOU BITCH!

Eh già, ma Harry Potter è un libro per bambiiini

 

 

A margine: le prospettive ermeneutiche dell’omosessualità di Silente

 

In conclusione, qualche considerazione sulle dichiarazioni della Rowling sull’omosessualità di Silente.

Devo premettere che la questione delle tendenze sessuali di Silente, in sé, non è che m’interessi più di tanto. Anche perchè, a ben pensarci, considerata com’è andata a finire tra Silente e Grindelwald, considerato il rimpianto evidente che traspare dal vecchio Silente per i suoi errori di gioventù, e considerato l’intero processo di umanizzazione che il personaggio affronta (prima Silente era praticamente perfetto, senza difetti, un personaggio affascinante ma monocorde, ora l’approfondimento psicologico lo rende meno manicheo e più tridimensionale), insomma: quella liason giovanile non mi sembra proprio una cartolina pubblicitaria per l’amore gay. Siamo molto lontani dalle parti di Brokeback Mountain…

 

Nossignore: la questione degna di nota, anche se ha destato l’interesse di pochi (qui c’è uno dei pochi articoli ben fatti che ho trovato sull’argomento), i molti essendo più distratti dal moralizzare o strumentalizzare, è un’altra.

Il testo di Harry Potter e i Doni della Morte è questo: la relazione tra Silente e Grindelwald, così com’è descritta nel libro, appare come una breve ma forte amicizia conclusa in tragedia per l’incidente che provoca la morte di Ariana, la sorella di Albus. L’amicizia si trasforma in ostilità, Grindelwald fugge, Silente lo rivedrà solo al momento del loro duello.

E poi c’è il meta-testo, ciò che è oltre e fuori dal testo: la Rowling ha dichiarato pubblicamente che, anche se lei non lo ha reso esplicito nel libro (ma può darsi che l’informazione finisca nella futura “enciclopedia di Harry Potter”, in cui JKR farà confluire tutti i tasselli della storia che non hanno trovato posto nei sette libri),  tra Silente e Grindelwald c’è stata una relazione amorosa. “His love for Grindelwald was his great tragedy”. Ebbene sì, lei ha sempre immaginato Silente come un omosessuale.

 A questo punto, ci si chiede: Albus Percival Wulfric Brian Dumbledore, dunque, è omosessuale?

Possibili risposte:

 

a) iporealismo: la questione è inutile. Non ha senso dire che Silente “è” omosessuale oppure eterosessuale, così come non avrebbe senso dire che Silente “è” saggio oppure stupido, o che “è” alto la tale quantità di centimetri. Silente semplicemente non è, non esiste nella realtà, è solo il personaggio di un libro, e interrogarsi sulle sue preferenze sessuali è una perdita di tempo.

 

b) dietrologismo: JKR non ce la conta giusta con questa storia, tirata fuori dal cappello a sipario calato. Avrà probabilmente dato retta a qualche consulente di marketing, che le ha consigliato di omosessualizzare Silente per non alienarsi le simpatie del pubblico radical chic, a cui la conclusione fortemente spirituale della serie può risultare indigesta.

 

c) esclusivismo testuale: per l’interpretazione finale dell’opera conta solo il testo, e il testo non dice che Silente è omosessuale, né sembra particolarmente suggerirlo. Una volta che il testo è “chiuso”, e il processo creativo è concluso, l’autore è sullo stesso piano di un qualsiasi altro fruitore e le sue speculazioni sul non-detto dei personaggi, sul loro background storico e caratteriale, valgono quanto quelle di qualunque altro lettore, come fossero una qualsiasi fanfiction.

 

d) inclusivismo testuale: il meta-testo dato dall’autore è imprescindibile e vincola quanto il testo, e perciò signori miei, piaccia o non piaccia, Silente è omosessuale.

 

 Insomma, la questione va molto al di là della rilevanza dell’omosessualità di Silente su una completa valutazione morale del personaggio (che per quanto mi concerne è, e resta in ogni caso, ampiamente positiva).

Io rifiuto decisamente la a), perchè è una riduzione troppo drastica del rapporto tra realtà e fantasia: nella concezione di Tolkien, che tendo a condividere, la letteratura è sub-creazione (e desidero puntualizzare che questo non è idealismo: il pensiero narrativo non influisce sul mondo reale primario, ma su quello sub-creato secondario). Silente “è”, come “esiste” il mondo sub-creato dalla Rowling, e la questione non è affatto priva di senso.

D’altra parte anche la b), pure a volerla considerare non implausibile come ipotesi (JKR è una grande scrittrice e un’accorta comunicatrice), non centra il punto focale. Fosse anche vero che quest’outing è solo una mossa politically correct, resta comunque il fatto che il meta-testo ormai c’è, e il soggetto interpretante non ne può prescindere tanto facilmente.

La questione allora è se il meta-testo possa concorrere al pari del testo alla creazione dell’opera, e in che misura: e qui si spalancano orizzonti di discussioni sul rapporto tra intenctio auctoris e intenctio operis, su ciò che vuol dire l’autore e ciò che “oggettivamente” dice l’opera, anche all’insaputa o perfino nonostante ciò che ne pensa l’autore.

Riflettendo su tutte queste problematiche, mi sono ricordato che qualcosa in proposito è stato scritto da Borges, che di testi e interpretazioni ne sapeva qualcosa, in uno dei suoi nove saggi danteschi (Il falso problema di Ugolino), incentrato sul memorabile protagonista dell’inizio del canto XXXIII della Commedia. Scrive JLB:

 

«Il problema storico se Ugolino abbia esercitato il cannibalismo è evidentemente insolubile. Il problema estetico o letterario è di ben diversa indole. Conviene enunciarlo così: volle Dante che pensassimo che Ugolino (l’Ugolino del suo Inferno, non quello della storia) mangiò la carne dei suoi figli? Io arrischierei la risposta: Dante non ha voluto che lo pensassimo bensì che lo sospettassimo. L’incertezza è parte del suo disegno. Ugolino rode il cranio dell’arcivescovo; Ugolino sogna cani dalle zanne acuminate che lacerano i fianchi del lupo («… e con l’agute scane mi parea lor veder fender li fianchi»); Ugolino, spinto dal dolore, si morde le mani; Ugolino sente che i figli gli offrono inverosimilmente la loro carne; Ugolino, pronunciato l’ambiguo verso, torna a rosicchiare il cranio dell’arcivescovo. Tali atti suggeriscono o simboleggiano il fatto atroce. Adempiono a una duplice unzione: li crediamo parte del racconto e sono profezie. Robert Louis Stevenson osserva che i personaggi di un libro sono filze di parole; a questo, per quanto blasfemo ci possa sembrare, si riducono Achille e Peer Gynt, Robinson Crusoe e Don Chisciotte. A questo anche i potenti che ressero la terra: una serie di parole è Alessandro, un’altra Attila. Di Ugolino dobbiamo dire che è una testura verbale che consta di una trentina di terzine. Dobbiamo includere in questa testura la nozione di cannibalismo? Ripeto che dobbiamo sospettarla con incertezza e timore. Negare o affermare il mostruoso delitto di Ugolino è meno tremendo che intravederlo».

 

Ebbene, si parva licet, senza voler mettere in dubbio l’incommensurabile distanza di qualità artistica tra la Commedia e i libri di Harry Potter, il problema che qui ci si presenta è in qualche modo analogo: se e come e quanto il meta-testo si possa infiltrare negli interstizi del testo, nei margini del non-detto, e influenzarne il tessuto semantico. Nel caso di Ugolino il meta-testo è la Storia, la vita e la morte del reale conte Ugolino; nel caso di Silente il meta-testo, per le caratteristiche proprie del fantasy e anche per le peculiarità del fenomeno Harry Potter, può essere solo quanto dichiarato da JKR su ciò che dei personaggi ha inventato ma non (ancora) scritto.

Sulla scia di Borges, allora, vorrei sfuggire alle Scilla e Cariddi di una c) rigidamente testuale e una d) perduta negli infiniti orizzonti metatestuali, e mi provo ad avanzare ipoteticamente una e): Silente è e non è omosessuale, simultaneamente. Nel mondo primario, il mondo reale in cui viviamo, gli enti sono o non sono; nel mondo secondario, il mondo sub-creato dal potere cosmogonico della fantasia dell’autore, sono possibili forme più o meno estese di chiaroscuro. Il giovane che sarebbe diventato il più grande preside di Hogwarts volle bene al giovane che sarebbe diventato il più terribile mago oscuro dopo Voi-Sapete-Chi; tale affetto fu e non fu un’amicizia, fu e non fu un amore, fu e non fu infiltrato dalla passione erotica; l’ibrida mescolanza di essere e non essere rende questo sentimento più suggestivo e più significativo di quanto non sarebbe senza quest’ambivalenza nascosta nella nebbia del meta-testo.

 

Di fronte a simili vertigini ermeneutiche, preoccuparmi soltanto se Silente abbia o non abbia fatto su-e-giù con Grindelwald mi sembra decisamente riduttivo.

 


Harry Potter’s Coming End

Harry Potter’s Coming End

 

Ho aspettato questo momento per anni, e ora finalmente ci siamo quasi: tra una settimana uscirà in tutto il mondo il settimo e ultimo libro di Harry Potter. In Italia bisognerà aspettare fino alla fine dell’anno per la traduzione, ma a me che importa, io il libro me lo leggo in originale.

Tempo addietro ho dedicato un post a Harry Potter, con un’analisi spero non superficiale sui motivi per cui i libri di J.K. Rowling sono tutt’altro che immorali: non specificamente cristiani, certo, ma sicuramente ben lungi dall’essere anticristiani, in definitiva ottimi libri di formazione e altamente raccomandabili ai giovani e meno giovani. Sulla base di quell’analisi, avevo elucubrato una serie di teorie sul significato degli eventi del sesto libro (Harry Potter and the Half-Blood Prince, sciaguratamente tradotto in italiano come Harry Potter e il Principe Mezzosangue) e di ipotesi su quel che leggeremo nel settimo.

Ripropongo ora quelle teorie qui, adeguatamente coperte per evitare spoiler; tra una settimana verificheremo se e quanto avevo ragione…

 

 

Bene: se state leggendo qui, vuol dire che sapete già tutto. Sapete che Silente è morto, ucciso da Piton che è l’HalfBlood Prince (mi rifiuto di chiamarlo mezzosangue). Sapete che bisogna trovare e distruggere i cinque residui Horcruxes, prima di poter avere anche solo la speranza di sconfiggere definitivamente Voldemort.

Ma siete proprio sicuri di aver capito il vero significato di questi eventi? Naturalmente nessuno può esserlo, neppure il sottoscritto, che però ha qualche teoria interessante…

 

Il sacrificio di Silente. Certo, proprio così: sacrificio. Che Piton uccidesse Silente era stato concordato tra i due, pur con estrema riluttanza del primo (come attesta il colloquio origliato da Hagrid). L’implorazione finale da parte di Silente non significa “per favore, non uccidermi”, ma proprio il contrario. Era utile che Piton uccidesse Silente per molteplici motivi:

1) Salvare Draco, evitando che fosse lui stesso a uccidere il preside e diventasse un assassino.

2) Se Draco non fosse riuscito a uccidere Silente, Piton sarebbe morto per essere venuto meno al Voto Infrangibile, che non aveva potuto evitare di fare per i sospetti di Bellatrix Black. Ed è di importanza capitale che ciò non avvenga, perché (Silente lo prevedeva) Piton avrà un ruolo essenziale alla fine della storia.

3) Avendo ucciso Silente, Piton ha migliorato la sua posizione agli occhi di Voldemort, il quale non ha mai potuto avere piena fiducia in un grande Occlumante di cui non poteva leggere completamente la mente. Piton è così gelido, così misurato, così abile a compartimentalizzare la propria mente, rendendo palese solo ciò che vuole sia palese.

4) Dare il “buon esempio” a Harry? Perché potrebbe esserci bisogno di un suo sacrificio finale…

Era altresì necessario che questo accordo tra i due restasse assolutamente segreto: sia perché difficilmente gli altri membri dell’Ordine della Fenice avrebbero accettato una cosa del genere (lo stesso Piton è riluttante, sebbene ne vada della sua propria vita); sia perché, se ne fossero stati a conoscenza coloro che non sono Occlumanti bravi come Silente o Piton (soprattutto Harry, che assolutamente non riesce a nascondere i propri pensieri al prossimo), Voldemort avrebbe potuto scoprire tutto.

 

Da che parte sta Piton? Assumendo che l’omicidio di Silente sia stato un sacrificio necessario, ne viene che Piton è (nonostante tutti i suoi difetti ) dalla parte dei buoni. Ha portato avanti un triplo gioco: sta con Silente, ma finge di stare con Voldemort, per il quale finge di stare con Silente. Ma che cosa lo ha spinto a tanto? La risposta è l’amore.

Piton era innamorato di Lily Evans, la mamma di Harry.

Consideriamo il dialogo del penultimo capitolo tra i membri dell’Ordine della Fenice: esterrefatti per quello che a loro sembra un gravissimo tradimento di Piton, ricordano come Silente avesse sempre detto di avere un buon motivo per fidarsi di lui. Harry svela che questo buon motivo era, a detta di Silente, il pentimento di Piton per aver riferito a Voldemort la profezia della Cooman, il dispiacere di aver causato la morte di James e Lily Potter. Incredulità generale, perché tutti sanno quanto Piton odiasse James. Harry, che ricorda quando lo aveva sentito ragazzino insultare sua madre, presume che Piton nutrisse per lei gli stessi sentimenti. E se sbagliasse? Forse Piton all’epoca era già innamorato di Lily (e al tempo stesso vergognoso dei suoi sentimenti contrastanti con la sua “ideologia”, donde quell’insulto verbale), oppure è accaduto in seguito. Tutto tornerebbe: il pentimento di Piton, il suo odio per Harry (lo guarda e vede il frutto dell’unione tra l’uomo che odiava e la donna che amava), forse perfino il fatto che Voldemort aveva inizialmente offerto a Lily la salvezza (che non volesse alienarsi la fedeltà di Piton, del quale conosceva i sentimenti?), la comprensibile riluttanza di Silente a svelare ad Harry questo delicato particolare.

 

L’umanizzazione di Voldemort. Sia lode a J.K. Rowling per aver creato delle persone vere, non le solite caricature stilizzate monodimensionali che altri scrittori fantasy ammanniscono ai propri lettori. Nel mondo di Harry Potter non c’è nessun manicheismo semplicistico, nessuno è perfettamente buono o perfettamente cattivo (altra convergenza con una sana visione cristiana della vita). Questo non vuol dire che il bene e male siano ambiguamente confusi: il bene è bene ed il male è male, ma essi sono mischiati e avviluppati nell’animo umano nelle proporzioni più complesse, come dimostra la caratterizzazione di Piton assolutamente esemplare.

Ma particolarmente significativo al riguardo è l’approfondimento nel sesto libro del personaggio di Voldemort. Le “lezioni private” con Silente, che Hermione ipotizzava fossero insegnamenti magici di incantesimi avanzati, sono in realtà (perché il potere più grande non è la magia) una comprensione della storia del giovane Tom Riddle e della sua famiglia, che finalmente conosciamo nei dettagli. Voldemort risulta così molto più umano e comprensibile: da bambino non è mai stato amato da coloro da cui avrebbe dovuto ricevere amore. Suo padre l’ha abbandonato, sua madre è morta poco dopo averlo dato alla luce. E così Tom Riddle è diventato Lord Voldemort, un uomo incapace di affetto, che disprezza e non capisce un sentimento potente come l’amore. Non avendone mai fatta esperienza, come dice più volte Silente, non lo comprende e tende a giudicare tutti gli altri come lui, non considerando l’amore e ipotizzando che tutti siano mossi dal medesimo puro egoismo che muove lui. Il breve scambio di battute che ha con Silente nel Ministero della Magia, verso alla fine del quinto libro, è assolutamente esplicativo in tal senso; come lo è nel sesto volume il capitolo della caverna nascosta, in cui dalla natura delle precauzioni da lui prese (il tributo di sangue, la pozione velenosa) si capisce molto dei suoi meccanismi mentali: si capisce come Voldemort trascura l’ipotesi che qualcuno possa sacrificare sé stesso per un bene più grande.

 

L’ultimo Horcrux. Quali sono, dunque, i sette frammenti dell’anima di Voldemort? Ricapitoliamo:

1) Il primo è quello che Voldemort non ha depositato in alcun Horcrux: quello che era stato costretto a vagare dopo essere stato colpito dalla sua stessa Avada Kedavra, che aveva posseduto il professor Raptor, e che poi ha ottenuto di nuovo un corpo nel cimitero di Little Hangleton.

2) Il secondo era contenuto nel diario di Tom Riddle, ed Harry lo ha distrutto nel secondo libro. Se Tom fosse riuscito nel suo intento, sarebbe diventato un “altro” Voldemort? Oppure avrebbe potuto riunirsi al primo frammento? Impossibile saperlo, e forse inutile chiederselo.

3) Il terzo era contenuto nell’anello dei Gaunt, e sappiamo che Silente lo ha rintracciato e distrutto, conservando però l’anello in sé per un certo periodo di tempo.

4) Il quarto è probabilmente la coppa di Elga Tassorosso (Helga Hufflepuffle), che il giovane Tom Riddle rubò alla vecchia signora di lui infatuata, assieme al medaglione di Serpeverde.

5) Il quinto è sicuramente il medaglione stesso. Sappiamo che quello recuperato da Harry e Silente è solo un falso, e che in passato un certo R.A.B. ha trovato e forse distrutto il medaglione vero. Chi è R.A.B.? C’è un’ipotesi plausibile: Regulus Black, fratello di Sirius, che aveva uno zio di nome Alphard del quale avrebbe potuto ereditare il nome. Regulus Alphard Black, Mangiamorte pentito che ha potuto scoprire in qualche modo il segreto degli Horcruxes. Nel sesto capitolo del quinto libro, quando i ragazzi procedono all’epurazione della casa di Grimmauld Place togliendo tutti i ricordi di famiglia, trovano in una vetrina un medaglione che non riescono ad aprire. Se R.A.B. era Regulus, potrebbe essere quel medaglione… Non si dice che fine faccia l’oggetto, probabilmente buttato come gli altri, a meno che Kreacher non lo abbia fraudolentemente salvato (nel qual caso Harry, essendo il suo padrone, non avrebbe problemi a recuperarlo) o Mundungus non lo abbia rubato per rivenderlo a qualcuno (ed allora bisognerebbe farlo uscire da Azkaban)… C’è però un problema per i lettori italiani. Il testo originale diceva “heavy locket”, che significa appunto “pesante medaglione”. Locket non ha altri significati: accade tuttavia che nella versione italiana abbiano tradotto “pesante lucchetto!”

6) Il sesto è probabilmente Nagini, il serpente di Voldemort. Questa è una teoria di Silente, secondo il quale Voldemort avrebbe reso il rettile un Horcrux.

7) Il settimo e ultimo frammento. Dov’è? Qual è l’Horcrux che lo contiene? Se si rilegge il secondo libro, in cui ci sono molte “anticipazioni” del sesto (il diario, l’Armadio Svanitore, la Mano della Gloria, la collana di opali), si trova un potente indizio. Nel dialogo finale, Silente spiega ad Harry che ci sono alcune caratteristiche in comune tra lui e Voldemort (per esempio la rettilofonia) perché il suo nemico gli ha trasmesso alcuni suoi poteri. Harry chiede trasecolato: “Voldemort ha messo un pezzettino di sé dentro di me?” e Silente risponde “Si direbbe proprio di sì”. A questo punto possiamo ipotizzare che Harry stesso sia l’ultimo Horcrux!

Ripercorriamo gli eventi della sera in cui i genitori di Harry morirono: Silente ha ipotizzato che Voldemort volesse creare un Horcrux per celebrare l’omicidio del bambino che avrebbe in futuro potuto sconfiggerlo, un altro dei suoi trofei. Avrebbe dovuto uccidere Harry e trasferire così il settimo frammento della propria anima su di un certo oggetto (quale? qualcuno ipotizza che i Potter, che abitavano a Godric’s Hollow, avessero un cimelio di Godric Grifondoro). Ma formuliamo ora questa ipotesi: Lily si interpose sacrificandosi e dunque fu lei a morire, mentre il frammento d’anima di Voldemort fu inserito dentro Harry stesso, provocandogli la ben nota cicatrice. Questo potrebbe essere in relazione con il fallimento di Voldemort nell’uccidere Harry (si può distruggere un proprio Horcrux?). In questo modo si spiegano anche i sogni di Harry, in cui lui è Voldemort oppure il serpente: hanno frammenti della medesima anima.

Se questa ipotesi è corretta, sicuramente Silente lo ha capito e non ha comprensibilmente voluto dirlo ad Harry (col quale si è peraltro soffermato sulla possibilità che un essere vivente sia un Horcrux, forse perché voleva che ci arrivasse da solo). Perché questo pone un problema molto serio: Harry dovrà morire? La cosa non è da escludersi. Sappiamo che la profezia dice “neither can live while the other survives”, cioè che nessuno dei due può vivere se l’altro sopravvive; ma ciò non esclude che muoiano entrambi.

Non ci è dato sapere se esiste un modo per eliminare da un essere vivente la maledizione Horcrux senza ucciderlo. In effetti Silente aveva l’anello dei Gaunt, il che vuol dire che distruggere un Horcrux non significa necessariamente polverizzare l’oggetto in questione. È forse possibile che Harry trovi un modo per estirpare da sé la parte di anima di Voldemort, senza morire egli medesimo. Ma se questo modo esistesse, Silente non avrebbe proceduto per tempo all’operazione? E se fosse necessario ed ineluttabile che Harry si sacrifichi? Mi rendo conto che una conclusione del genere sarebbe indigesta e difficilmente accettabile dai bambini di tutto il mondo, nondimeno sono altamente convinto che sarebbe perfettamente coerente con il leitmotiv principale della serie, e cioè il sacrificio personale. Il sacrificio di Lily Potter, di James Potter, di Sirius Black, di Albus Silente, perfino di Piton (che ha rinunciato alla carriera, al rispetto dei suoi colleghi, e – se per eliminare Voldemort sarà costretto a infrangere il Voto Infrangibile – dovrà rinunciare anche alla vita), e non sappiamo di chi altro. Sacrificio di sé per amore, qualcosa che il male non può e non potrà mai capire.

Quando rifletto su tutto questo, non posso non pensare a quella ben nota frase sul chicco di grano che morendo produce molto frutto (Gv 12:24). Perciò state attenti, prima di dire che Harry Potter è anticristiano. C’è molto di più e molto di meglio di quanto appaia ad una lettura superficiale.

 

 

 


Apologia di Harry Potter

Apologia di Harry Potter

 

 

 

Antefatto. Nel marzo 2003, la sociologa tedesca Gabriele Kuby inviò all’allora cardinal Ratzinger un suo libro (Harry Potter, buono o cattivo?) in cui spiegava come la saga del giovane mago sia un elogio della magia e l’ennesima variante dell’eterna mistificazione gnostica, ed in ultima analisi diseducativa perché confonde ambiguamente il bene e il male. Non è dato sapere se il cardinale avesse effettivamente letto la saga di J.K. Rowling o si fosse imprudentemente fidato delle parole della signora Kuby, fatto sta che le rispose sbrigativamente con una lettera in cui scriveva “È un bene che Lei illumini la gente su Harry Potter, perché le sue sono sottili seduzioni, la cui azione è inconscia e per questo profonda nel distorcere la cristianità nell’anima, prima che questa possa crescere propriamente.

Fatto. Nel luglio 2005, asceso Ratzinger al soglio pontificio, imminente l’edizione inglese del sesto libro della saga (Harry Potter and the Halfblood Prince), la stampa italiana rilanciò in grancassa quel breve carteggio. La reazione dell’opinione pubblica fu in generale non entusiasta, e diciamo pure che qualche giornalista non si lasciò sfuggire la ghiotta occasione per incoraggiare ulteriormente l’immagine del nuovo Papa come una specie di Grande Inquisitore karamazoviano. Per sentire un po’ di campane cattoliche vi rinvio a quel che scrissero Renato Farina su Libero, nonché Pescevivo e Berlicche sui rispettivi blog; aggiungo per completezza le infuocate accuse a Harry Potter lanciate da La Tradizione Cattolica, rivista della Fraternità Sacerdotale San Pio X (che per quanto lo si dichiari cattolica non è, essendo i lefevbriani a tutti gli effetti scismatici). Infine consiglio vivamente gli articoli di Massimo Introvigne sull’argomento, anche se precedenti il casus belli, “Harry Potter: cristiano anonimo?” e “Tra fondamentalismo e magia” (per capire come a Introvigne Harry Potter piaccia tantissimo, quasi quanto Buffy the Vampire Slayer, date un’occhiata a questa pagina del CESNUR).

Ora, finalmente uscita nelle librerie italiane la traduzione del sesto volume (con un titolo deprecabile), mi accingo ad argomentare la mia. Leggete pure senza timore, giacché nel testo del post ho evitato spoilers rivelatori degli ultimi sviluppi della saga. Se poi avete finalmente letto il sesto volume, potete anche andare al commento in appendice, dove cerco di spiegarvi perché questo penultimo libro è il più interessante e significativo proprio da un punto di vista cristiano.

 

È anticristiano il mondo di Harry Potter? Sicuramente è non-cristiano. Dio non è mai nominato se non come esclamazione occasionale, nessuno prega mai, Natale è una semplice festività mondana con un buon pranzo e tanti regali, il funerale celebrato nel sesto libro è completamente privo di ogni accenno al divino ed all’aldilà, e probabilmente lo sarà anche il matrimonio (non diciamo tra chi) che dovrebbe essere tenuto, salvo imprevedibili sorprese, nel settimo volume. Di Harry sappiamo che da piccolo è stato battezzato, perché nel terzo libro apprende di avere un padrino, ma il fatto in sé di essere christened non sembra avere molta importanza per lui e per la storia (il suo godfather Sirius Black è invece un personaggio fondamentale).

In questo mondo sappiamo che il trascendente esiste, che l’anima esiste, perché fin dal primo libro compaiono dei simpatici fantasmi che si aggirano per il castello di Hogwarts. Ma non si pensi al confuso guazzabuglio, tipico di certa superficiale letteratura new-age, in cui l’interazione tra vivi e morti e non-morti è cosa di routine: l’argomento è trattato molto più profondamente. Nel quinto libro (in cui avvengono molte tappe fondamentali della sua crescita psicologica) Harry, che ha visto la morte di una persona cara e comincia a farsi qualche domanda importante, fa un discorso molto significativo con Nick-Quasi-Senza-Testa, il fantasma con cui è più in confidenza:

 

«Il fatto è…» Harry trovava più difficile del previsto fare quel discorso, «insomma… tu sei morto. Però sei ancora qui, giusto?»

Nick sospirò e continuò a guardare fuori.

«È così, no?» insisté Harry. «Sei morto, però sto parlando con te… puoi girare per Hogwarts e tutto, non è vero?»

«Sì» rispose a voce bassa Nick-Quasi-Senza-Testa. «Vado in giro e parlo, sì».

«Quindi sei tornato, giusto?» lo incalzò Harry. «Chi muore può tornare. Sotto forma di fantasma. Non è costretto a sparire del tutto. Allora?» aggiunse impaziente, quando Nick continuò a tacere.

[…]

«Ai maghi è concesso di lasciare un’impronta di se stessi sulla terra, così che la loro ombra sbiadita continui a percorrere le stesse strade che calpestarono in vita. Ma solo pochissimi maghi scelgono di farlo».

«Perché?» chiese Harry. «Ma non importa… a […] non importa se è una cosa insolita, tornerà, so che lo farà!»

Ne era così convinto che si voltò verso la porta, certo, per un attimo, che avrebbe visto […] perlaceo e trasparente, ma raggiante, attraversarla per venirgli incontro.

«Non tornerà» ripeté Nick. «Lui è… andato avanti».

«Come sarebbe, ‘andato avanti’?» incalzò Harry. «Avanti dove? E senti… che cosa succede, quando si muore? Dove si va? Perché non tornano tutti? Come mai questo posto non pullula di fantasmi? Perché?…»

«Non posso rispondere» disse Nick.

«Tu sei morto, no?» replicò Harry esasperato. «Chi può rispondere meglio di te?»

«Io avevo paura della morte» sussurrò Nick. «Ho scelto di restare. A volte mi chiedo se non avrei dovuto… be’, questo non è né qua né là… in effetti io non sono né qua né là…» Sbottò in una risatina triste. «Io non so nulla dei segreti della morte, Harry, perché ho scelto questa meschina imitazione della vita. Credo che maghi istruiti svolgano approfondite ricerche sull’argomento nell’Ufficio Misteri…»

«Non parlarmi di quel posto!» esclamò Harry.

«Mi dispiace non esserti stato d’aiuto» disse gentilmente Nick.

 

Nel sesto libro, poi, il discorso sull’anima diventerà fondamentale per la complicata questione degli Horcruxes. Ma ora voglio far notare come, sebbene questo discorso resti in una prospettiva soltanto genericamente spirituale e nient’affatto specificamente cristiana o comunque teista, non sia affatto da buttar via l’insegnamento che vi è contenuto: l’invito ad accettare l’ineluttabilità della morte, la sua percezione come passaggio per un oltre, la messa in guardia da indebite confusioni tra i due piani (un fantasma che definisce la propria condizione “meschina” è molto efficace come ripudio dello spiritismo e perfettamente comprensibile dai bambini).

Quel che voglio dire con questo singolo esempio è che i valori morali contenuti nei libri della Rowling, pur non essendo specificamente cristiani, spesso e volentieri convergono con il cristianesimo, soprattutto l’elogio ricorrente del sacrificio personale (Harry è scampato da una terribile maledizione, da bambino, perché sua madre è morta per lui, e la cicatrice sulla fronte ne è il sigillo). È un discorso simile a quello su come il cristianesimo recepì e cristianizzò quel che di buono c’era nelle culture pagane. Ciò che non è di per sé cristiano non è naturaliter anticristiano: bisogna vagliare, distinguere, separare il grano dalla zizzania. Harry non è cristiano, ma non ha quasi nulla che non potrebbe essere di un cristiano. Nulla, in effetti, tranne il fatto che è un mago.

 

Bisogna allora diffidare di Harry Potter e dei suoi simili perché fanno uso di magia? Ma che cos’è la magia? Consiglio a chi volesse approfondire questo articolo (sempre in ambito CESNUR), che la definisce come pretesa di sostituirsi a Dio. Con la preghiera si chiede; con la magia si vuole dominare, si usurpano prerogative divine, si usano fattori soprannaturali come strumenti funzionali ai propri scopi. La magia, in definitiva, è potere esercitato nel modo sbagliato.

Questo lo sapeva bene C.S. Lewis, che avendo inserito nella saga di Narnia elementi genericamente “magici” volle fare chiarezza e, scrivendo quel che oggi chiameremmo un prequel, decise di mettere bene le cose in chiaro. Nel nipote del mago c’è appunto un mago, che per un esperimento manda suo nipote in un altro mondo (e questo darà inizio ai viaggi tra Narnia e la Terra), del quale descrivendo i suoi maneggi Lewis scrive: “come tutti i maghi, lo zio Andrew lavorava con cose che in realtà non capiva affatto”.

Questo era Lewis. J.K. Rowling (che ha scelto di non fare pubblicità alle proprie convinzioni religiose o politiche, e quali che siano ha comunque accumulato notevole merito ai miei occhi) è un’altra cosa, il che però non vuol dire che Harry Potter sia agli antipodi e si risolva in un elogio della magia. Più volte Dumbledore (Silente in italiano), preside di Hogwarts, insegna ad Harry a non sopravvalutarne il potere. Alla fine delle sue avventure il giovane mago vince (cosa che non capita sempre: perché, man mano che i libri proseguono e lui cresce, Harry non ottiene tutto ciò che vuole) non perché sa usare gli incantesimi meglio degli altri od ha più potere a sua disposizione, ma perché fa le scelte giuste ed è aiutato dalle persone che gli vogliono bene. La magia in sé e per sé è un mezzo, le cose veramente importanti sono ben altre.

Questo è cristiano? Ripeto di no, perché nella realtà la magia è sempre anticristiana. Ma suvvia, non ci è chiesto di credere ad Harry Potter come ad un testo sacro. Ai bambini (che forse sono anche meno degli adulti) appassionati a questi libri si spiegherà che essi sono storie inventate, e che nella realtà giocare con la vera magia è come scherzare col fuoco. E questo possono capirlo benissimo, perché leggere Harry Potter non è come leggere il Corpus Hermeticum o gli opuscoli delle streghe di Wicca, c’è sempre un’ironia onnipresente che disinnesca qualsiasi propensione occultistica. La magia non è lo scopo del libro, ma uno strumento narrativo.

E in definitiva, non dimentichiamolo, J.K. Rowling ha il merito eccezionale di aver insegnato ai bambini il piacere e il valore della lettura. Mica poco, nei nostri tristi tempi in cui il numero di coloro che leggono più di un libro l’anno è drammaticamente scarso. Questa forse è l’unica magia bianca, quella davvero buona.

  

Appendice: a proposito di sacrifici e di Horcruxes (rivelazioni sul sesto libro)


Harry Potter e il traduttore traditore

Harry Potter e il traduttore traditore

  

 

E così, tra poco meno di un mese (6 gennaio 2006), arriverà finalmente nelle nostre librerie dopo circa sei mesi dall’uscita dell’originale inglese la versione italiana di Harry Potter and the Half-Blood Prince. Ovvero Harry Potter e il Principe Mezzosangue. Nulla di strano in questa traduzione, si potrebbe pensare, una semplice trasposizione da un idioma all’altro. E invece proprio per niente: questo titolo è una colossale baggianata editoriale.

 

Premessa per il lettore ignaro. Il mondo di Harry Potter è, come ogni fantasy, ambientato in un altrove. Che però non è un altrove lontanissimo e radicalmente altro, come la Terra di Mezzo di J.R.R. Tolkien o il Mondo Disco di Terry Pratchett; e neanche un universo separato ma raggiungibile, come la Narnia di C.S. Lewis (basta aprire l’armadio giusto) o il MedioMondo di Stephen King (basta passare per una porta incardinata nel nulla); e non è neppure il nostro stesso mondo come fu in un ipotetico e remotissimo passato, per esempio l’Era Hyboriana di 15.000 anni fa in cui visse e guerreggiò Conan il Barbaro nelle storie di R.E. Howard, o come sarà nel futuro tecnologico della letteratura fantascientifica. No: l’altrove ordinato, coerente, ironico e meraviglioso inventato da Joanne Kathleen Rowling è vicinissimo al qui-e-ora in cui siamo noi, è proprio dietro l’angolo, anzi ci siamo in mezzo e non ce ne accorgiamo neppure. I maghi e le streghe vivono tra i Babbani (= privi di poteri magici, Muggle in inglese), si mimetizzano, si nascondono.

Per esempio a Londra, proprio nella city con il Big Ben e tutto il resto, ci sono almeno due strade completamente magiche (Diagon Alley e Nocturn Alley) a cui si accede bussando nel modo giusto su un certo muro, il Ministero della Magia inglese (ci si entra da una cabina telefonica, basta digitare il 62442 – numero un po’ curioso, ma se basta questo a rendere Harry Potter anticristiano, mi mangio un Boccino con tutte le ali…), l’ospedale San Mungo per malattie e ferite magiche (avvicinarsi a un magazzino chiuso per restauri e sussurrare al manichino in vetrina), e chissà che altro ancora. Dal binario 9 e ¾ della stazione ogni settembre parte il treno su cui i ragazzi si recano alla Scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts, per passarci un anno scolastico e ricevere la doverosa istruzione. E le case in cui abitano i maghi e le streghe sono proprio vicino alle nostre, ma chissà per quale incantesimo noi proprio non ce ne accorgiamo.

Insomma, il mondo di Harry Potter è l’altrove della porta accanto. Soltanto Hogwarts ed il vicino villaggio di Hogsmeade a cui i ragazzi vanno in gita (l’unico villaggio completamente magico di tutta la Gran Bretagna, c’è scritto sugli opuscoli commerciali) sono un po’ più appartati dal mondo Babbano; e con tutto il casino che ci può combinare un’intera scuola di bambini ed adolescenti dagli 11 ai 18 anni, armati di bacchetta magica, è facile capire perché.

 

Già, i ragazzi. Alcuni sono figli di maghi e streghe come loro e vengono da famiglie perfettamente integrate nel mondo della magia; per altri invece il dono non è ereditario, uno o entrambi i loro genitori sono privi di poteri magici. In tal caso essi sono Muggle-born, nati da Babbani, che è una parola dal valore abbastanza neutro. Però, se li volete insultare pesantemente, chiamateli Mudblood: come a dire "sanguesporco", "schifosangue", una cosa molto offensiva. È un po’ come la differenza tra "nero" e "negro", per capirci. Parole così oltraggiose le usano solo le persone antipatiche e molto orgogliose della propria ascendenza completamente non Babbana. C’è da dire però che forse anche il comune mago della strada guarda un po’ con sussiego i Muggle-born, salvo guardarsi bene dal dire ad alta voce Mudblood perché non è politicamente corretto. Sono ancora un po’ troppi a dare troppa importanza all’ascendenza familiare, ed anche questo consentì anni fa l’ascesa al potere di Colui-Che-Non-Deve-Essere-Nominato. Forse in Inghilterra, dove la parola aristocrazia significa ancora qualcosa, questa tematica ha più presa che sul lettore italiano; che però si trova suo malgrado invischiato in uno specioso equivoco linguistico che gli incasina tutta la questione.

Sono assai grato a Marina Astrologo per aver organizzato assieme a Nanni Moretti, qualche anno fa, i girotondi che rallegrarono un po’ il clima politico italiano (ricordo infatti delle gran risate); le sono un po’ meno grato per la sua traduzione dei primi due libri della serie, non esattamente eccelsa (e meno male che dal terzo in poi è subentrata Beatrice Masini, che ha aggiustato quel che ha potuto). Infatti, nella versione originale del secondo libro, la faccenda Muggle-born & Mudblood è spiegata in questi termini da Ron, il migliore amico di Harry: "Mudblood’s a really foul name for someone who is Muggle-born – you know, non-magic parents. There are some wizards – like Malfoy’s family – who think they’re better than everyone else because they’re what people call pure-blood."

Ma la versione italiana riporta: "Mezzosangue" è un insulto spregevole e significa un mago nato Babbano… voglio dire, da genitori non maghi. Alcuni – come la famiglia Malfoy, per esempio – pensano di essere meglio di tutti perché sono quello che la gente chiama "purosangue". Bel risultato: Muggle-born non ha una specifica traduzione, e Mudblood è reso con Mezzosangue che però non ha affatto la medesima forza ingiuriosa e soprattutto esprime in sé un altro concetto, e precisamente l’essere un incrocio tra due qualsivoglia stirpi, un meticcio (e mi chiedo quale vocabolo anglosassone avrebbe scelto Marcello Pera, per la sua memorabile boutade estiva sui meticci, se avesse dissertato in inglese), insomma un Half-blood.

 

Ed ecco l’inghippo: Half-blood è appunto la parola che compare nel titolo del sesto libro, che qualcuno (non diciamo chi) si attribuisce. Sennonché il lettore italiano resterà giustamente spaesato a leggere Principe Mezzosangue: c’è qualcosa che non quadra, fino ad ora si è detto che Mezzosangue è un insulto spaventoso, ma chi è questo cretino che lo assegna a sé stesso?

Avessero almeno, dopo aver fatto il danno con il Mudblood, modificato l’Half-blood: tanto valeva tradurre il titolo in altro modo, mettendo da parte il Mezzosangue ormai definitivamente archiviato quale parola ingiuriosa. Magari si sarebbe potuto optare per "il Principe meticcio", ma forse il summenzionato Presidente del Senato l’avrebbe presa come un’allusione nei suoi confronti.

Il non appassionato dei libri di Harry Potter potrebbe obiettare che si tratta di una fesseria, roba che non merita certo tanta indignazione, fossero questi i guai della vita. Ma il sottoscritto, che i libri della Rowling li apprezza tanto da rileggerseli tutti almeno una volta l’anno, ci è rimasto male comunque. Insiste a lamentarsi e resta altamente infastidito da queste deplorevoli manomissioni di significato, tanto più che questo non è uno di quei casi di inevitabile intraducibilità che talvolta si presentano, ma poteva tranquillamente essere evitato con un briciolo di attenzione in più. E si ripromette, oltre che di spiegare prossimamente perché a suo modesto parere finora Harry Potter si è dimostrato tutt’altro che anticristiano, di migliorare la propria dimestichezza con l’inglese, per diminuire la sua dipendenza da questi (e non altri: lungi da me il colpevolizzare l’intera categoria) traduttori traditori.