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Tommaso Moro e il Purgatorio

301Avevo detto in un precedente post che Tommaso Moro nel suo libro La supplica delle anime, contro gli argomenti dei protestanti che negano il Purgatorio, individua dieci passi biblici da cui si evince che già nei primi cristiani, ed anche negli ebrei, era presente la nozione di una purificazione post-mortem dei defunti ( = il purgatorio non se l’è inventato la Chiesa nel medioevo).
Ora, per la cultura dei lettori interessati (moltissimi naturalmente: chi mai, a metà agosto, preferirebbe le parole crociate sotto l’ombrellone alle dense disquisizioni teologiche?), elenco i dieci passi e riassumo le argomentazioni di Moro.
Aggiungo anche le mie considerazioni, per quel che valgono – poco, essendo le mie nozioni esegetiche alquanto scarse, chiedo anzi aiuto ai biblisti eventualmente sintonizzati.

1) Isaia: 38Quarto libro dei Re: 20

 Sono citate assieme perché la storia narrata è la stessa, quella del re Ezechia a cui Isaia predice la morte imminente. Ezechia piange, prega, Dio gli concede altri 15 anni di vita.
Moro afferma che il re ha paura del purgatorio. Infatti, nel momento in cui Dio gli annuncia che morirà di lì a poco, Ezechia si pente dei suoi peccati. Perciò in teoria non avrebbe più nulla da temere, il pericolo dell’inferno è scongiurato. Se è convinto di andare subito in paradiso, di cosa allora ha paura? Il timore del re si spiega solo se egli aveva ben presente che, oltre all’inferno e al paradiso, esiste anche la possibilità del purgatorio e delle sue sofferenze. Il favore di Dio, che aggiunge altro tempo alla sua vita, consiste proprio nel dargli la possibilità di evitare il purgatorio espiando i suoi peccati in questo lasso di tempo ulteriore, in modo da essere pronto, al momento della sua posticipata morte, ad andare direttamente in paradiso.

 L’argomento è molto sottile. Si potrebbe obiettare che Ezechia potrebbe semplicemente provare paura umana della morte, oppure che potrebbe non essere sicuro di andare in paradiso e chieda tempo ulteriore per esserne certamente degno. Tuttavia, in tal caso non si capirebbe perché l’autore biblico faccia di Ezechia un esempio positivo (non mancano casi in cui si mostrano i limiti umani degli eroi della Bibbia, però in questi casi le loro colpe sono additate senza ambiguità).

 N.B. Moro segue una denominazione precedentemente in uso dei libri biblici, per cui “Samuele 1 e 2” erano rispettivamente “Re 1 e 2”, mentre quelli che nella Bibbia CEI troviamo come “Re 1 e 2” erano “Re 3 e 4”.

 2) Primo libro dei Re : 2,6 (per noi è il primo libro di Samuele)

 Il Signore fa morire e fa vivere, scendere agli inferi e risalire.

 È il caso di anticipare qui una spiegazione che Moro dà successivamente nel libro (pag. 181), cioè il fatto che “inferi” è una categoria generale che comprende l’inferno propriamente detto, il limbo e il purgatorio:

 Il termine “inferno” rispecchia molto bene l’uso della parola latina e greca. Prima delle resurrezione di nostro Signore, nessuna persona salì al cielo; in queste due lingue, di conseguenza, parlando delle anime trapassate, si diceva che esse erano discese nelle “regioni inferiori”. Quest’uso si trova nel Simbolo degli Apostoli, dove si dice che nostro Signore dopo la sua Passione “descendit ad inferos”: discese agli inferi. La lingua inglese invece ha sempre usato il termine hell, inferno. Ora, è certo che Cristo non è disceso in ogni cerchio dell’inferno, ma soltanto nel limbo dei Padri e nel purgatorio. La parola “inferno”, poiché designa l’insieme del soggiorno dei morti, include il purgatorio e il limbo, ma, avendo questi due termini il loro specifico significato, si restringe generalmente la parola “inferno” al luogo dove i dannati sono puniti. Abbiamo precisato il senso di questa parola, perché la corrente accezione non vi induca all’errore.

 Perciò per Moro il purgatorio non è un “terzo luogo” a parte (ricordiamo che per la dottrina cattolica, mentre il paradiso e l’inferno sono sia uno stato sia un luogo, il purgatorio è uno stato ma non necessariamente un luogo), ma piuttosto una sezione speciale degli inferi, destinata ad accogliere le anime che vi sono trattenute solo temporaneamente.
Ora, quali sono le anime che risalgono dagli inferi? Non possono certo essere quelle dei dannati, la cui pena è eterna; perciò deve trattarsi di altre anime. Moro liquida la faccenda con poche righe: “è evidente che quelle anime che Dio libera e fa risalire occupano quella parte di inferi che si chiama purgatorio”.

L’argomento sembra fondato. Io, dal basso della mia scarsa conoscenza biblica, avanzo solo un’ipotesi: che qui non si intenda “inferi” nel senso escatologico del termine. Tutto il capitolo è una lode della potenza di Dio. Guardiamo anche i versetti precedente e successivo:

[5] I sazi sono andati a giornata per un pane, mentre gli affamati han cessato di faticare. La sterile ha partorito sette volte e la ricca di figli è sfiorita. [6] Il Signore fa morire e fa vivere, scendere agli inferi e risalire. [7] Il Signore rende povero e arricchisce, abbassa ed esalta.

 Insomma Dio abbatte i potenti ed esalta gli umili; il capitolo sembra una specie di descrizione dei rovesci di buona e cattiva sorte che possono cambiare la vita della gente. Mi chiedo allora se qui “inferi” non vada inteso, piuttosto che nel senso letterale, nel senso metaforico di “situazione disperata” da cui Dio può sempre toglierci. Certo, aiuterebbe sapere qual era il testo originale. Qualcuno mi può aiutare?

 3) Zaccaria: 9,11

Quanto a te, per il sangue dell’alleanza con te, estrarrò i tuoi prigionieri dal pozzo senz’acqua.

 Moro sostiene anzitutto che il profeta non sta parlando di semplici prigionieri, ma di anime tenute negli inferi, il “pozzo senz’acqua”; inoltre afferma che si tratta di quella parte dell’inferno che è il purgatorio, visto che le anime ne sono estratte.

 Qui, senza offesa per Moro, non sono convinto. Questa parte di Zaccaria è a forte contenuto messianico, il capitolo anticipa la venuta di Cristo. Ma proprio per questo la mia impressione da profano è che le anime di cui si sta parlando non sono quelle dei purganti in generale, ma dei giusti d’Israele (“il sangue dell’alleanza”); prima di Cristo costoro non potevano salire al cielo, perché la Redenzione non era ancora avvenuta, e così aspettavano nel “limbo”, il quale, come abbiamo visto, è una “sottosezione” dell’inferno.
Quando Cristo scende agli inferi, s’intende che scende appunto nel Limbo a liberare le anime che lo aspettavano (così la descrive anche Dante): a me sembra che sia questo l’evento che il libro sta prefigurando.

 4) Secondo libro dei Maccabei 12, 39-46

[39] Il giorno dopo, quando ormai la cosa era diventata necessaria, gli uomini di Giuda andarono a raccogliere i cadaveri per deporli con i loro parenti nei sepolcri di famiglia. [40] Ma trovarono sotto la tunica di ciascun morto oggetti sacri agli idoli di Iamnia, che la legge proibisce ai Giudei; fu perciò a tutti chiaro il motivo per cui costoro erano caduti. [41] Perciò tutti, benedicendo l’operato di Dio, giusto giudice che rende palesi le cose occulte, [42] ricorsero alla preghiera, supplicando che il peccato commesso fosse pienamente perdonato. Il nobile Giuda esortò tutti quelli del popolo a conservarsi senza peccati, avendo visto con i propri occhi quanto era avvenuto per il peccato dei caduti. [43] Poi fatta una colletta, con tanto a testa, per circa duemila dramme d’argento, le inviò a Gerusalemme perché fosse offerto un sacrificio espiatorio, agendo così in modo molto buono e nobile, suggerito dal pensiero della risurrezione. [44] Perché se non avesse avuto ferma fiducia che i caduti sarebbero risuscitati, sarebbe stato superfluo e vano pregare per i morti. [45] Ma se egli considerava la magnifica ricompensa riservata a coloro che si addormentano nella morte con sentimenti di pietà, la sua considerazione era santa e devota. Perciò egli fece offrire il sacrificio espiatorio per i morti, perché fossero assolti dal peccato.

 Si tratta del passo più famoso sull’argomento, frequentemente citato. Infatti dovrebbe tagliare la testa al toro: pregare per la purificazione dei morti non non ha senso né per i dannati né per i beati, entrambi non hanno bisogno di preghiere. I primi sono ormai imperdonabili, i secondi sono già stati perdonati. Vi è un dunque un terzo stato di transito, nel quale occorre il perdono dei peccati commessi in vita, e coloro che vi si trovano usufruiscono delle preghiere dei vivi.
Altresì, Moro non ignora che ci sono pesanti controversie sulla storicità di questo libro: i protestanti lo rifiutano, così come gli ebrei. A questo riguardo però osserva che la festa istituita da Giuda (la festa della Dedicazione del Tempio di Gerusalemme, o festa della consacrazione annuale), pur non essendo nominata in alcun altro libro dell’Antico Testamento, è nominata nei vangeli e infatti Cristo stesso vi partecipò (cfr vangelo di Giovanni 10, 22). Da ciò si evincono la veridicità storica e l’autorità divina del libro dei Maccabei.

 Argomento inoppugnabile. Non vedo possibili obiezioni.

 5) Prima lettera di Giovanni 5, 16

 Se uno vede il proprio fratello commettere un peccato che non conduce alla morte, preghi, e Dio gli darà la vita; s’intende a coloro che commettono un peccato che non conduce alla morte: c’è infatti un peccato che conduce alla morte; per questo dico di non pregare.

 Il peccato a cui si riferisce, sostiene Moro, è quello della disperazione e dell’impenitenza finale (forse Giovanni aveva in mente Giuda). Se qualcuno è morto in questo stato, pregare per lui è inutile. Dal che si deduce, a contrario, che è invece utile pregare per coloro che non sono morti in questo stato.

 Io avevo sempre interpretato il passo come riferito alla distinzione tra peccati mortali e veniali. Ma in effetti la distinzione tra questi peccati è proprio che i primi, senza pentimento, portano alla dannazione, mentre i secondi per la loro minore gravità non portano alla dannazione ma dovranno appunto essere scontati nel purgatorio. L’argomento mi sembra valido.

 6) Apocalisse 5, 13

 Tutte le creature del cielo e della terra, sotto la terra e nel mare e tutte le cose ivi contenute, udii che dicevano: “A Colui che siede sul trono e all’Agnello lode, onore, gloria e potenza, nei secoli dei secoli”.

Come abbiamo visto, le regioni inferiori “sotto la terra” sono appunto gli inferi. Moro fa notare che non può trattarsi dei dannati, i quali non lodano Dio, altrimenti non sarebbero tali. Perciò il passo si riferisce a coloro che sono negli inferi ma non sono dannati (cioè, sono nel purgatorio oppure nel limbo).

Ho un dubbio su questo passo e cioè che per “creature sotto la terra” s’intendano, invece che le anime degli uomini, delle specie di animali che per gli ebrei vivevano nel sottosuolo. Dopotutto si menzionano anche le creature della terra e del mare. Certo, in senso proprio gli animali non hanno la razionalità per lodare Dio, ma è con la loro stessa esistenza che essi rendono onore al creatore: non è questo un tema ricorrente nella Bibbia, es. Giobbe?

Lascio la questione a conoscitori dell’Apocalisse migliori del sottoscritto.

  7) Atti degli Apostoli 2, 24

[22] Uomini d’Israele, ascoltate queste parole: Gesù di Nazaret – uomo accreditato da Dio presso di voi per mezzo di miracoli, prodigi e segni, che Dio stesso operò fra di voi per opera sua, come voi ben sapete -, [23] dopo che, secondo il prestabilito disegno e la prescienza di Dio, fu consegnato a voi, voi l’avete inchiodato sulla croce per mano di empi e l’avete ucciso. [24] Ma Dio lo ha risuscitato, sciogliendolo dalle angosce della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere.

 Sebbene il testo latino che trovo sul sito del Vaticano dica “quem Deus suscitavit, solutis doloribus mortis, iuxta quod impossibile erat teneri illum ab ea”, Moro si riferisce a una differente traduzione in latino dall’originale greco dove dice “doloribus inferni”, cioè i dolori dell’inferno. Di quale traduzione si tratta? Io non lo so.

 Come abbiamo visto, per Moro (e per gli uomini della sua epoca, presumo, altrimenti il suo ragionamento non avrebbe avuto efficacia apologetica) il regno infernale si divide in tre sezioni: l’inferno propriamente detto, il limbo e il purgatorio. A quale di esse ci si riferisce qui?  Moro dice: non stiamo parlando dei dolori dell’inferno, perché quelli durano per sempre, Dio non li scioglie; né parliamo dei dolori del limbo, perché nel limbo non ci sono dolori. Peciò resta solo il purgatorio.

 Ho due dubbi per questo passo. Uno: che Pietro (del quale Luca riporta il discorso) intendesse parlare del regno della morte in generale, senza intendere particolari specificazioni al suo interno. Due: siccome qui si sta parlando di Cristo, che per ovvi motivi è un caso del tutto particolare – è sceso agli inferi, ma chiaramente non era né un dannato, né un destinato al limbo, né un’anima da purificare – possiamo prenderlo a modello per fare un discorso in generale sulla condizione ultraterrena di tutti gli esseri umani?

 8) Prima lettera ai Corinzi 3, 12-15

 [12] E se, sopra questo fondamento, si costruisce con oro, argento, pietre preziose, legno, fieno, paglia, [13] l’opera di ciascuno sarà ben visibile: la farà conoscere quel giorno che si manifesterà col fuoco, e il fuoco proverà la qualità dell’opera di ciascuno. [14] Se l’opera che uno costruì sul fondamento resisterà, costui ne riceverà una ricompensa; [15] ma se l’opera finirà bruciata, sarà punito: tuttavia egli si salverà, però come attraverso il fuoco.

 La salvezza attraverso il fuoco indica il purgatorio. La distinzione tra legno, fieno e paglia (materiali che bruciano in tre modi diversi e con durate diverse) indica la distinzione tra le anime che passeranno tempi diversi nel purgatorio a seconda della gravità delle loro colpe.
Inoltre, Moro aggiunge che molti Padri dei primi secoli hanno interpretato le parole di San Paolo nel senso del purgatorio. Qui perciò si dà proprio la prova storica che “l’invenzione medievale” è una leggenda. Moro cita tra gli altri Origene, Sant’Agostino, San Gregorio Magno; l’editore, facendo cosa molto utile, ha aggiunto una nota a piè pagina indicando i passi precisi di questi autori:

Origene: (Omelia n. 25 sul libro dei Numeri, Omelia n. 6 sul libro dell’Esodo, Omelia n. 3 sul Salmo 36. Sant’Agostino: Enchiridion n. 69, Enarratio in Salmo 37, De civitate Dei  21, 24. Gregorio Magno commenta la prova paolina nei Dialoghi. Il Concilio di Firenze (1439-1442) l’allega in terza posizione dopo il libro dei Maccabei e Matteo 12,32. Johann Maier Eck (1486-1543) professore a Ingolstadt, difensore dell’ortodossia cattolica in Germania, rievoca questa prova contro Lutero l’8 luglio 1519 nella loro disputa a Lipsia.

 Nulla da obiettare. Colpito e affondato.

9 + 10) Matteo 12, 32 + Matteo 12, 36

[31] Perciò io vi dico: Qualunque peccato e bestemmia sarà perdonata agli uomini, ma la bestemmia contro lo Spirito non sarà perdonata.
[32] A chiunque parlerà male del Figlio dell’uomo sarà perdonato; ma la bestemmia contro lo Spirito, non gli sarà perdonata né in questo secolo, né in quello futuro.
[33] Se prendete un albero buono, anche il suo frutto sarà buono; se prendete un albero cattivo, anche il suo frutto sarà cattivo: dal frutto infatti si conosce l’albero.
[34] Razza di vipere, come potete dire cose buone, voi che siete cattivi? Poiché la bocca parla dalla pienezza del cuore.
[35] L’uomo buono dal suo buon tesoro trae cose buone, mentre l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae cose cattive.
[36] Ma io vi dico che di ogni parola infondata gli uomini renderanno conto nel giorno del giudizio;
[37] poiché in base alle tue parole sarai giustificato e in base alle tue parole sarai condannato”.

  Infine, Moro cita due versetti del vangelo. Trattandosi di discorsi diretti di Cristo, hanno una valenza particolarmente speciale.

 Il primo versetto ci risulta più chiaro nella nuova versione CEI:

A chi parlerà contro il Figlio dell’uomo, sarà perdonato; ma a chi parlerà contro lo Spirito Santo, non sarà perdonato, né in questo mondo né in quello futuro.

 Gesù parla di un peccato che non sarà perdonato né in questo mondo né in quell’altro. Moro non affronta il tema dell’imperdonabile peccato contro lo Spirito, ma deduce a contrario che tutti gli altri peccati sono invece perdonabili. Cristo però non si ferma qui; specifica chiaramente che il perdono avviene anche dopo la morte. Ma questi peccati che saranno perdonati dopo la morte non possono essere né i peccati di coloro che sono all’inferno, per i quali non c’è più perdono, né i peccati di coloro che sono andati subito in paradiso poiché morti in stato di grazia, i loro peccati essendo già stati perdonati in questo mondo; dunque non restano che i peccati di coloro che sono nel purgatorio, durante il quale appunto si ha l’espiazione residua.
Per il secondo versetto, Moro è lapidario e non si dilunga affatto: afferma semplicemente che l’espiazione di cui si parla avverrà dopo la vita presente. “Non può essere nell’inferno, tanto meno in cielo: non resta che il purgatorio”.

 Il primo versetto mi appare inconfutabile.
Sul secondo invece sono dubbioso, perché potrebbe riferirsi al giudizio particolare, che ogni singola anima attraversa quando muore; oppure, potrebbe riferirsi a ciò che succederà nel Giudizio universale alla fine dei tempi, quando si “consoliderà” il destino dei dannati e beati che avevano già attraversato il proprio giudizio particolare (si riuniranno al proprio corpo e vedranno retribuiti anche gli effetti remoti delle proprie azioni; perciò, per i primi si accrescerà la pena, per i secondi la beatitudine).

*

Spero che quanto sopra possa essere utile a qualcuno come lo è stato a me.

P.S. reciterò un intero rosario per colui o colei che indovina cos’è la foto iniziale e che c’entra.
Se barate e usate i motori di ricerca, andate all’inferno.

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Libri dicembre 2012

Una buona annata.

 

Per il mio Angelo, di Giuseppe Ampola.

A volte occorre leggere libri brutti.
È necessario, se vogliamo forgiarci un’estetica letteraria completa, perché la mente umana tendenzialmente funziona per relazioni di opposizione. Come tanto più apprezziamo una cosa o una persona quanto più ne abbiamo sentito la mancanza, così è difficile o impossibile percepire il bello senza l’esperienza del brutto, gustare l’abbondanza senza aver sopportato la scarsità, nonché (qui c’è una teodicea implicita) vivere appieno l’infinito senza prima essere passati per una vita finita.
Come l’uomo vivo di Chesterton, che lascia la sua abitazione per girare il mondo onde poi tornare a casa con la stessa gioia con cui ci mise piede per la prima volta, ogni tanto bisogna distaccarsi dagli autori preferiti e leggere cose noiose, sciatte, ridicole, insomma brutte.
Ringraziamo il cielo per le cose brutte, perché ci permettono di assaporare le cose belle.

Il libro in questione è, per i summenzionati motivi, utilissimo ad apprezzare tutti gli altri libri.
Dire che è brutto sarebbe poco. Dire che è bruttissimo sarebbe più preciso. Non mi arrischio a dire che è la cosa più brutta che abbia letto da un sacco di tempo a questa parte, potrei averne lette di peggiori e averle rimosse; mi accontenterò di dire che è stato per me Il Libro Più Brutto Del 2012, il che, considerato che durante l’anno ne ho letti circa 77,  è comunque un traguardo ragguardevole. Non posso dire di esserne stato deluso, ma solo perché per esserlo bisogna prima avere delle speranze.
L’ho trovato per caso, su amazon, quando si poteva scaricare gratuitamente per il kindle. La Koi Press è una casa di self-publishing, il che non vuol dire automaticamente che sia una vanity press (mi paghi = ti pubblico = osanna, sei un Autore), ma il dubbio è lecito visti i risultati. Comunque constato che la diffusione di ebook gratuiti su amazon sta prendendo piede. Peraltro dev’essere stata una fase di autopromozione, perché sono andato a ricontrollare e adesso l’ebook costa € 1,99. Non li vale.

La prima cosa che si nota è che l’opera, scritta dall’autore italiano Giuseppe Ampola, è ambientata a New York. Per inciso, non so se sia questo il caso, ma ho osservato diverse volte che molti italiani soffrono di una strana forma di sudditanza culturale per cui, se devono pensare a una storia, usano nomi e ambientazioni tipicamente statunitensi. Capitava anche a me le prime volte che ho impugnato la metaforica penna, e ho dovuto fare una certa fatica per scrollarmi di dosso questa specie di scomodo laccio mentale. Come se far vivere un’avventura a Giacomo e Tommaso fosse meno realistico che farla vivere a Jack e Tom. Mi chiedo se succeda anche in altri paesi europei, oppure siamo solo noi italiani che abbiamo l’immaginario collettivo così colonizzato da tutti quei libri e film d’oltreoceano da non riuscire neppure a narrare in termini non americani.
Comunque, fondamentalmente il libro parla di un detective della omicidi che deve fermare un serial killer di preti. E da qui si dipana un canovaccio che non si fa mancare nulla dei più triti standard del genere danbrowniano, dalla caccia all’indizio per chiese all’enigma crittografico da risolvere – che poi non si capisce chi glielo ha fatto fare all’assassino di anagrammare negli omicidi il nome del bersaglio finale, visto che è proprio questo che permette all’insonne detective di intervenire risolutivamente, ma vabbè – dal grande segreto nero clericale al prevedibile colpo di scena sull’identità del cattivo.
Tutto questo potrebbe essere ancora controbilanciato da una scrittura brillante e da protagonisti ben caratterizzati. Ma purtroppo lo stile è sciatto ai limiti del sopportabile, mentre i personaggi sono letteralmente stereotipi che camminano – es. il detective che non ha una vita privata, la bella gnocca donna intelligente coinvolta nelle indagini con la quale ovviamente scatterà la trombata finale, il prete che ogni cinque minuti esclama a proposito e a sproposito che Dio ci aiuti! / la fede ci guiderà! / combinazioni dei precedenti lemmi – e le indagini procedono fondamentalmente più per colpi di fortuna, nei quali si vede pesantemente la volontà dell’autore di far andare le cose in un certo modo, che per effettive virtù investigative dell’investigatore.
La scena sessuale a circa metà libro, del tutto avulsa dal contesto, probabilmente messa lì per far alzare l’attenzione del lettore e illuderlo che ce ne sarà una seconda, impreziosisce per modo di dire il tutto.
Mi sono chiesto se sia il caso di commentare anche il finale, che ho trovato sommamente ridicolo, ma non toglierò agli eventuali lettori il piacere di scoprirlo da soli.

Insomma, il libro è brutto.
Ora, bisogna sapere che esistono alcuni libri brutti, così brutti, ma così brutti, che fanno il giro dall’altra parte e diventano perversamente belli.
Sfortunatamente, non è questo il caso. Resta semplicemente brutto.

 

La borsa e la vita, di Jacques Le Goff.

Libro storico, che presumo attendibile essendomi stato regalato dalla mia storica di fiducia, su come fino al basso medioevo circa tutti i prestiti ad interesse fossero moralmente condannati dalla Chiesa in quanto usurari (la condanna totale venne meno col nascere del sistema bancario attorno al XII secolo).
Molto utile, in vista di futuri post.

 

 

Lettera pastorale 2012 – alla scoperta del Dio vicino, di Angelo Scola.

Come da titolo.
Breve, scorrevole, gradevole.
Se la volete leggere, si può scaricare qui.

 

 

Bottino di guerra, di Patrick O’Brian.

[Stephen] Si vestì in fretta e furia, ma il sacerdote era già all’altare quando ebbero raggiunto la cappella buia in un vicolo laterale, avanzando nell’odore d’incenso, un odore dall’immenso potere evocativo. Seguì un intervallo di tempo su un piano completamente diverso dell’essere: con le parole antiche e familiari, sempre le stesse in qualsiasi parte del mondo, sebbene in quel momento pronunciate in un largo latino fortemente accentato, aveva la sensazione di vivere libero dal tempo o dalla geografia, tanto che avrebbe potuto uscire di lì ragazzo nelle strade di Barcellona alla luce accecante del sole o in quelle di Dublino sotto la pioggia fine.

 Con questo che è il VI libro della saga, O’Brian aggiunge alcune rilevanti variazioni alla formula narrativa precedentemente sperimentata.
E questo vuol dire che è un autore coraggioso, perché poteva accontentarsi e propinare ai lettori una minestra riscaldata, e invece osa. Ammirevole.
Variazione n. 1: messa da parte (temporaneamente? definitivamente?) la formula dell’avventura autoconclusiva, il libro è la diretta continuazione del precedente, di cui tornano anche molti personaggi secondari (Herapath, la signora Wogan, etc).
Variazione n. 2: la trama non si svolge più principalmente per mare, ma a terra, a Boston, dove i nostri due eroi sono prigionieri del governo americano che è entrato in guerra con l’Inghilterra.
Variazione n. 3: mentre prima i punti di vista di Aubrey e Maturin erano grossomodo bilanciati nell’economia della storia, gli opposti poli caratteriali formando un perfetto contraltare, qui l’equilibrio salta. Jack avrà modo di farsi valere nel movimentato finale, ma per mezzo libro giace infermo in ospedale ed è il suo amico a doversi occupare di tutti i guai. Questo è il libro di Stephen, non c’è altro modo di dirlo. Il personaggio, come dire, esplode: fin dall’inizio abbiamo saputo che era immerso a fondo nello spionaggio britannico, ma questa è la prima volta che lo vediamo fare cose da spia quasi come uno 007 ante litteram, scopre agenti nemici, è da essi scoperto, insegue, è inseguito, è ferito, ferisce, uccide, e altro ancora.
Oltretutto, è anche tornata Diana Villiers. E non si fa neppure odiare (ma ci sono fondati sospetti che lo farà in seguito).
Bellissimo.
L’avventura continua.

 

The Walking Dead n. 1 – risveglio nella città dei morti, di Robert Kirkman & Tony Moore.

Tecnicamente non è un libro, ma visto che anobii lo copre, ne parlo una tantum.
Se state seguendo la serie tv, sappiate che il fumetto è meglio. Molto, molto meglio.
Un’epopea spietata. Un viaggio nelle pieghe più oscure dell’uomo.
Senza essere minimamente religioso, senza affrontare mai alcun tema anche solo vagamente filosofico, la saga è in più punti una mostruosa esemplificazione – sarei quasi tentato di dire “dimostrazione” – del fatto che il relativismo, stringi stringi, semplicemente non funziona. Se non c’è una ferma bussola morale, bastano solo le circostanze adatte e qualunque uomo, qualunque, regredisce a una bestia selvaggia che vuole solo sopravvivere costi quel che costi.
Prendetelo in considerazione, anche perché l’edizione Saldapress è convenientissima – per € 2,9 un albo che copre quattro numeri dell’edizione originale: considerato che in America è arrivato al cento e qualcosa, tra un paio d’anni li avranno raggiunti, o rallentano o s’inventano qualcosa.

P.S. piccola chicca per intenditori.
A pagina 52, Rick parla con sua moglie. A un certo punto, lei fa una faccia e orripilata ed esclama: la tua mano!
Spiegazione del marito, è  il segno della flebo rimasto da quando ha lasciato l’ospedale. Ok.
Ma alla luce di quello che succederà dopo, molto dopo, è lecito chiedersi: è una coincidenza? Oppure, già allora, Kirkman sapeva?


 

Questione di spazio, di Mauro Corona.

 Un racconto breve, di ambiente montanaro, gratuitamente scaricabile per kindle a scopo promozionale per un’antologia di novelle dell’autore.
Si legge senza dispiacere, se a uno piace il genere.

 

 

Il tempo della verità, di Glenn Cooper.

Raccontino scaricabile aggratis da amazon, pensato come lead-in per portare i lettori nel mondo della Biblioteca dei Morti in cui sono ambientati altri romanzi dell’autore.
L’idea della Biblioteca sembra intrigante, ma non sono abbastanza incuriosito da voler leggere gli altri libri.

 

 

Quattro chiacchiere con Francesco Guccini, di Federica Pegorin.

Come da titolo, interviste all’autore, che parla di sé e della sua musica.
Anche questo si scarica gratis da amazon e si può leggere sul kindle. Se non avete un kindle, sappiate che potete farvi un profilo amazon sul pc e ovviare al problema.
Se siete interessati, chiedete nei commenti e vi spiego come.


Il Labirinto dei Libri Sognanti, di Walter Moers.

 Ebbene.
Delusione, delusione, delusione.
Io in genere apprezzo molto i libri di Moers.
Ma questo è una fregatura bella e buona.

Breve premessa: Walter Moers è un fumettista tedesco che ha scritto una serie di libri fantasy (ma un fantasy del tutto sui generis) ambientati nel continente perduto di Zamonia, cominciando da Le 13 vite e ½ del Capitano Orso Blu e poi con altri libri famosi come Rumo e i prodigi nell’oscurità nonché La Città dei Libri Sognanti.
In genere i suoi libri mi piacciono molto, sia per la trama che prevede avventure folli e improbabili con personaggi strani (orsi, dinosauri, specie inventate dall’autore come croccamauri e tenebroni e squalombrichi), sia per il taglio molto visuale che dà ai suoi libri, pieni di particolarità tipografiche e disegni molto belli, il genere di cose per cui il libro di carta è decisamente meglio di un ebook.

In particolare La Città dei Libri Sognanti, di cui questo Labirinto è il seguito, è un libro bellissimo. BELLISSIMO. B-E-L-L-I-S-S-I-M-O. L’ho letto 4 volte, di cui l’ultima pochi giorni fa (per riprendermi dalla delusione), ed è migliorato ogni volta. Baratterei le proverbiali parti del corpo per essere in grado di scrivere io una cosa così bella. È il libro che ogni amante dei libri dovrebbe leggere.

E dunque, quando ho visto che era uscito il seguito, dovevo averlo.
E avevo tante belle speranze.
E invece.

Il problema del libro non sta nel fatto che non è autoconclusivo. Altri si sentono fregati dai libri che lasciano il protagonista a metà di una situazione spinosa, io no. Se il libro mi è piaciuto, sono anzi contento, la prendo come una promessa di ulteriori piaceri letterari.
Ma di solito, “lasciare a metà” implica che ci sia, una prima metà.
Il problema non è che la storia non finisce: è che praticamente NEMMENO COMINCIA. Tutto il libro non è che una lunghissima, per gran parte inutile, premessa.

STORIA: sono passati duecento anni dalla fine degli eventi descritti nel libro precedente. Ildefonso De’ Sventramitis, il dinosauro protagonista che descrive autobiograficamente le proprie avventure, è diventato il maggiore scrittore vivente di Zamonia. La folle girandola di eventi occorsagli a Librandia, la città dei libri, è diventata un bestseller della letteratura zamonica (cioè: La Città dei Libri Sognanti non è solo il prequel extradiegetico di questo libro, ma anche un libro intradiegetico di cui si parla dentro Il Labirinto dei Libri Sognanti). Quand’ecco Ildefonso riceve una misteriosa lettera da Librandia, e decide di tornare in città per chiarire il mistero.
LETTORE: bene.
STORIA: Ildefonso a Librandia. Giro turistico. Sunto degli ultimi duecento anni di storia librandiese.
LETTORE: bello. Sono sempre interessato alle follie dell’urbanistica zamonica.
STORIA: Ildefonso saluta alcuni vecchi amici del precedente libro.
LETTORE: toh, guarda chi si rivede!
STORIA: tra una cosa e l’altra, siamo arrivati a pagina 221 di 451 (49%).
LETTORE: di già? Ehm… ma quando arriviamo al dunque?
STORIA: aspetta. Ecco, adesso Ildefonso va a teatro. A vedere uno spettacolo di pupazzi.
LETTORE: bell…
STORIA: lo spettacolo è un adattamento teatrale di La Città dei Libri Sognanti.
LETTORE: ?
STORIA: sì, hai capito bene: per TRE capitoli e OTTANTADUE pagine, il libro riassume gli eventi del libro precedente.
LETTORE: ehm. Beh. Mediamente interessante, forse. Però, adesso…
STORIA: e non è finita. Siamo arrivati a pag. 303. Adesso Ildefonso è impazzito per il pupazzismo, la nuova arte dilagante per Librandia. Marionette, burattini, fantocci, pupi, automi, pupazzi di ogni foggia e dimensione.
LETTORE: …
STORIA: pupazzi! Pupazzi! Pupazzi! CENTOVENTIDUE pagine di appunti sventramitisiani sul pupazzismo librandiese! C’è pure la calligrafia di Ildefonso riprodotta tipograficamente!
LETTORE: … ma che stai SCHERZANDO?!?
STORIA: NOOOOOO!!!!!! PUPAZZI! PUPAZZI! PUPAZZI! PUPAZZI! PUPAZZI!
LETTORE: non ci posso credere.
STORIA: PUPAZZI! PUPAZZI! PUPAZZI! PUPAZZI! PUPAZZI! PUPAZZI! PUPAZZI!
LETTORE: voglio indietro i soldi.
STORIA: PUPAZZI! PUPAZZI! PUPAZZI! PUPAZZI! PUPAZZI! PUPAZZI! PUPAZZI!
LETTORE: voglio uccidere Walter Moers.
STORIA: PUPAZZI! PUPAZZI! PUPAZZI! PUPAZZI! PUPAZZI! PUPAZZI! PUPAZZI!
LETTORE: voglio defungere.
STORIA: pupazzi.
LETTORE: ?!? forse, finalmente…?
STORIA: a pag. 425 di 451, cioè faticosamente trascinatici al 94% del libro, Ildefonso viene invitato a fare una visita guidata nelle catacombe di Librandia. Con immensa cautela, considerata l’esperienza della scorsa volta, accetta. Viaggio in carrozza. Ingresso nelle catacombe. Si ritrova da solo al buio. Paura. Ma ecco che legge una scritta.
LETTORE: …
STORIA: “Qui comincia la storia”.
LETTORE: :-O
STORIA: sì.
LETTORE: e poi?
STORIA: fine.
LETTORE: come, fine???
STORIA: è l’ultima frase del libro.
LETTORE: ma hai detto che comincia la storia!!!
STORIA: appunto. La storia comincia quando il libro finisce (€ 18). Arrivederci al prossimo seguito (presumibilmente stesso prezzo).
LETTORE: accìrete tu e mammeta.

Ecco.
Io non so come Walter Moers abbia potuto.
Cosa gli sia saltato per la testa.
Un’ipotesi è che si sia così identificato nel suo alter ego zamonico Ildefonso De’ Sventramitis (di cui Moers si presenta come il traduttore e illustratore) da volerne riprodurre, con un audace esperimento meta-testuale, la proverbiale pesantezza letteraria. Lo Sventramitis è infatti un autore capace di mostruosi abissi di prolissità, come quando all’inizio del Labirinto si vanta di aver inserito 26.000 pagine di infiniti dialoghi sulla contabilità a partita doppia nel suo ciclo di romanzi La casa nattiftoffa (i nattiftoffi sono l’elite amministrativa di Zamonia, e amano tutto ciò che è noioso e burocratico). Queste voragini letterarie sono divertenti quando l’autore vi allude mentre sta parlando d’altro, certo, ma leggerle direttamente è tutt’altra faccenda.
Un’altra ipotesi sarebbe che l’autore e/o l’editore fosse/fossero in gravissima crisi finanziaria e avesse/avessero urgente bisogno di liquidità, e non c’era tempo per scrivere un vero romanzo, così ha/hanno trovato questo escamotage per anticipare i profitti.
Oppure Moers è morto ed è stato rimpiazzato da un sosia che non ha lo stesso talento dell’originale.
Oppure è semplicemente impazzito.

Leggerò comunque il prossimo libro, in parte perché voglio sapere che combina Ildefonso nelle catacombe, in parte perché spero che Moers rinsavisca.
Però.
Sono contento che i dinosauri si siano estinti.

 

Manalive, di Gilbert Keith Chesterton.

Edizione straordinaria: è stata compiuta una scoperta meravigliosa, stupefacente, eccezionale.
È stato trovato un uomo vivo con due gambe.
Sconcerto degli studiosi. Incredulità degli eruditi. Protesta degli intellettuali. Risate degli opinionisti.
Eppure, respira e cammina.

Bellissimo.
Se ci ho messo un sacco di tempo a leggerlo, non è stato solo perché l’inglese di GKC è vecchio di un secolo – grazie, dizionario incorporato di kindle, senza di te non ce l’avrei fatta – ma anche perché volevo centellinare quanto più possibile il piacere di questa storia.
L’uomo vivo di Chesterton è un inno al senso comune, di cui oggi abbiamo un disperato bisogno.
L’uomo vivo è tale perché si accorge di essere vivo e capisce che è bello vivere.
Colui che dopo una lunga ricerca impara l’ovvio e lo celebra come se fosse una meravigliosa novità, perché è davvero tale, perché così l’ha resa una cultura decadente che si è così persa nei propri labirinti mentali da dimenticare i fatti basilari, le evidenze immediate, i “prodigi visibili” per cui oggi dobbiamo davvero combattere come se fossero invisibili.

Dopo aver letto questo libro ho appreso, con un vero senso di sorpresa, di essere vivo.
E sono felice.