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Libri febbraio 2013


World War Z, di Max Brooks.

Premessa: sono appassionato di storie di morti viventi e ne difendo la dignità culturale nei confronti di chi le squalifica come mero horror-pulp sensazionalistico.
Gli zombie mi piacciono (come argomento, non li terrei come animali domestici) perché li vedo come l’uomo postmoderno privato della sua retorica ed estremizzato nel concetto: un essere al di là del bene e del male, senza etica, senza razionalità, vittima dell’omologazione di massa eppure al tempo stesso profondamente solo e incapace di empatia, definito dai due impulsi  fondamentali che lo muovono: la vita eterna (nell’aldiquà, essendo l’aldilà scomparso dall’orizzonte concettuale) e la soddisfazione dei propri appetiti.
Posto quanto sopra, WWZ non poteva non piacermi al massimo grado. Si tratta di un libro EPICO, scritto da una massima autorità sull’argomento ovvero Max Brooks già autore del Manuale per sopravvivere agli zombie (da tenere nel comodino a portata di mano, metti caso serva). Io l’ho letto in inglese, perché in italiano non si trova, ma probabilmente lo ripubblicheranno a breve perché tra poco esce nelle sale il film tratto dal libro, di cui è già in circolazione il trailer. Considerato che il protagonista è Brad Pitt e che gli zombie in questo periodo tirano, probabilmente incasserà. Peraltro la pubblicità a me ha fatto alquanto ribrezzo, perché sembra la solita storia azioneazionefuggisparaesplodibumbumbum: o il trailer è infedele rispetto al film, oppure il film col libro c’entra poco e niente.
D’altra parte, mi rendo conto che non era così facile trasporre la storia in film (una serie sarebbe stata un format più adatto). Perché WWZ non è una semplice storia di morti che risorgono e mangiano i vivi. Tecnicamente non è neppure un romanzo. È proprio un’altra cosa, molto migliore.
La particolarità di WWZ è che avviene un mondo in cui c’è già stata la guerra contro gli zombie, e l’umanità ha vinto ed è sopravvissuta, seppure a malapena. L’autore intradiegetico del libro è un giornalista che viaggia per il mondo e intervista persone di tutti i tipi, di ogni continente e ceto sociale, facendosi raccontare quello che hanno vissuto e le cose che hanno fatto. È dunque palese la differenza rispetto alla classica zombie story, alla George A. Romero oppure The Walking Dead: lì il punto di vista è del singolo, qui invece è letteralmente globale.
WWZ è estremamente realistico dal punto di vista geopolitico. Sarebbe perfettamente degno di un numero speciale di Limes. Prende in considerazione una quantità immensa di fattori che nelle altre storie di zombie sono generalmente ignorati: la reazione dei mass-media e dei politici di fronte alle voci di apocalisse (negare sempre, anche l’evidenza, finché non è troppo tardi), le specifiche ragioni tecniche del fallimento delle normali tattiche militari di fronte a un nemico così radicalmente diverso (la battaglia di Yonkers), gli imprevedibili sconvolgimenti politici (Israele si chiude in quarantena e poi scoppia la guerra civile!), l’opportunismo di chi è contento dell’epidemia (Breckenridge “Breck” Scott e il suo vaccino-bufala Phalanx, del quale avevo già parlato qui), il tracollo psicologico collettivo di una società intera (i quisling, gli umani che si convincono di essere zombie), eccetera.
Dove invece WWZ rivela stretta continuità con il genere zombie è invece nella critica morale all’umanità, nel ritratto impietoso dei nostri simili: dalle interviste emerge un coro a 360° di vizi e virtù, eroismi, vigliaccherie, compromessi, dilemmi morali angoscianti. Pensate alla strategia attuata dai governi nazionali, il “Piano Redeker”: fondamentalmente consiste nel sacrificare volontariamente una parte della popolazione, usandola come diversivo e dandola letteralmente in pasto agli zombie, onde permettere al resto della nazione di emigrare verso zone sicure. L’ideatore di questa strategia di sopravvivenza dice che il genere umano per sopravvivere deve semplicemente rinunciare alla sua umanità, nel senso morale del termine. Cosa pensare di una simile scelta? Come giudicarla? Abbiamo il diritto di giudicarla? Ne abbiamo il dovere? La risposta è difficile, ma la domanda è inevitabile.

Altrimenti, se non abbiamo una morale, che differenza c’è tra noi e loro?

 

Missione sul Baltico, di Patrick O’ Brian.

il comandante del porto convocò il comandante Aubrey. «Mi rifiuto di credere, signore», disse, «che tranne uno tutti i vostri ufficiali discendano dalla regina Anna.» «Mi dispiace, signore, ma poiché la regina Anna è morta», rispose Jack, «la comune decenza m’impedisce di fare commenti.»

 Settimo libro della saga marinara (ma la definizione è riduttiva) di Aubrey & Maturin, e diretta continuazione e conclusione delle vicende raccontate nei due libri precedenti. E perbacco, che conclusione! Non lo scrivo perché uno spoiler sarebbe abominevole, ma si tratta di un evento che cambia radicalmente e irreversibilmente lo status di un certo personaggio.
Che ha finito di soffrire, forse… oppure, forse (e dico anche probabilmente), le sue più grandi sofferenze sono appena cominciate.

 

Le lettere di Babbo Natale, di John Ronald Reuel Tolkien.

Buffissime e tenerissime lettere dal Polo Nord, condite delle disastrose avventure di un Orso Polare pasticcione e degli auguri in Quenya degli elfi aiutanti, che Tolkien inventava per i suoi figli e faceva loro arrivare ogni Natale da parte di “Babbo Natale” – si badi bene, non Santa Claus, ma nel titolo originale “The Father Christmas Letters”.
Ora io non mi dilungo sui rapporti tra Santa Claus e Father Christmas, né su tutta l’annosa questione della valutazione “cattolica” di Babbo Natale, anche perché c’è già chi l’ha fatto molto bene; ma m’interessa far notare la posizione che implicitamente assume Tolkien nella vicenda, e che secondo me è strettamente legata alla sua concezione dello speciale rapporto tra paganesimo e cristianesimo: il primo rivalutato in positivo e visto non come opponente del secondo, ma come antecedente logico oltre che cronologico, veicolo di semina Verbi, propedeutico al messaggio cristiano.
Ecco allora che Babbo Natale, il quale ormai non è più il vecchio San Nicola bensì un personaggio ormai decristianizzato e paganeggiante, un mito per esprimere dei generici valori positivi di calore familiare, non viene da Tolkien semplicemente negato; viene piuttosto “ri-cristianizzato” nella figura di ­ Father Nicholas Christmas, che ha millenovecentoventi anni nel 1920 e ne ha millenovecentotrenta nel 1930 (cioè nasce con il cristianesimo) e che in un passaggio delle sue lettere accenna all’esistenza di suo padre… “Nonno Yule”.
Yule, capite?
Come sempre in Tolkien, una semplice parola basta per implicare concetti, epoche storiche, mondi lontani: il simbolo pagano che si fa da parte per far posto al simbolo cristiano, non già come Saturno che viene scalzato da Zeus, bensì come il padre che lascia serenamente in gestione al figlio “l’attività di famiglia” del portare regali all’umanità; il cristianesimo come successione del paganesimo, non per rigettarne in toto il passato, ma per ereditarne i contenuti positivi.

 Grazie, professore.

 

L’infanzia di Gesù, di Benedetto XVI.

Naturalmente ottimo, e fa venire voglia di rileggere tutto il trittico in successione continua. Anzi fa venir voglia di rileggersi tutta l’opera omnia dell’autore.

Anche perchè leggerlo proprio nel periodo contemporaneo all’evento storico che sappiamo, sapendo che non ce ne saranno altri, fa un certo effetto.

 

Dottor Futuro, di Philiph K. Dick.

Se non avessero limitato le nascite, adesso ci sarebbe una popolazione umana preziosa su Marte e Venere […] invece abbiamo una società calcificata che passa il tempo meditando sulla morte; che non ha progetti, non ha una meta, non ha nessun desiderio di crescita. Come la società egizia… la morte e la vita sono così strettamente collegate che il mondo è diventato un cimitero, e le persone nient’altro che custodi che vivono tra le ossa dei morti. In pratica, dentro di sé, si considerano premorti, non individui vivi. Così il loro grande retaggio è stato sprecato.

 Pubblicato nel 1960, eppure ancora una volta PKD si mostra straordinario profeta di quelle tendenze distruttive che oggi sono il nostro presente.
Jim Parsons è un medico che per ignoti motivi viene rapito dal suo presente (il 2012) e trasportato nel remoto futuro del 2405. Si ritrova così in una società caratterizzata da una profonda cultura di morte: il numero della popolazione è fisso, tutti sono sterilizzati e le fecondazioni avvengono solo per via artificiale, il governo decide di procedere ad una nuova nascita solo quando qualcuno è morto, e la morte è incoraggiata. L’omicidio è legale, il suicidio è lodato come un gesto di coscienza civica, mentre le cure mediche sono criminali e viste come un’indebita interferenza nelle leggi di natura. Quando la gente sta male, non va dal dottore, va dall’eutanasista: Parsons, per aver onorato il suo giuramento d’Ippocrate, passerà dei guai con la giustizia.
E così cominciano le allucinanti traversie spaziotemporali del Dottore, l’unico uomo al mondo rimasto a credere che la vita valga più della morte; l’unico uomo al mondo che può salvare la specie umana dall’estinzione.
Un PKD ingiustamente poco noto, da riscoprire, da farci un film, da far conoscere.

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Libri gennaio 2013

Recuperando velocemente i passati mesi di letture:


Lo Hobbit, di J.R.R. Tolkien, con annotazioni di Douglas Anderson.

 Ri-ri-riletto ad anni di distanza, subito dopo esser tornato dal cinema, e amato come la prima volta (e la seconda e la terza).
Il film  è molto fedele, tranne che per alcune aggiunte narrative che tolgono ritmo all’insieme (cose che capitano quando ti dicono a metà produzione che devi fare 3 film invece di 2 e ti tocca raschiare il fondo del barile delle scene che ti eri riservato per la extended version) nonchè per la caratterizzazione di Thorin Scudodiquercia (che nel libro partecipa della comicità dei nani mentre nel film se ne distacca per diventare un personaggio eroico e tragico); ed è molto bello, motivo per cui aspetto il prossimo film onde poi poter ri-ri-ri-rileggere il libro.
Grazie JRRT.

 

La città dei libri sognanti, di Walter Moers.

Come fu che Ildefonso De’ Sventramitis giunse per la prima volta a Librandia, la città dei libri, e quel che vi trovò di sopra e di sotto.
Come avevo già detto, trattasi di un libro BELLISSIMO, cosa che acuisce la delusione per la mediocrità del seguito ma intanto fa sì che il libro, in quanto singolo libro, sia consigliabilissimo a tutti coloro che amano i libri.
Ripeto: se amate i libri, questo dovete leggerlo. Ci troverete libri, libri e libri; libri viventi, libri volanti, libri perigliosi, libri trappola, libri fantasma; e poi scrittori di libri, venditori di libri, nasconditori di libri, cacciatori di libri, ciclopi librovori cioè mangiatori di libri (insomma), e non ricorso quanti altri -ori di libri ancora.
Tutto ciò che può concepibilmente avere a che fare con un libro, e molto di ciò che non può ma lo ha comunque, è qui. In questo libro.

 

American Dust, di Richard Brautigan.

 Il titolo originale era So the Wind Won’t Blow It All Away, ma forse l’editore ha deciso che era troppo difficile da leggere e però voleva comunque pubblicare un titolo inglese perché italiano fa troppo provinciale che non si può trattare così un Autore colonna della Controcultura Hippy, così è andato a pescare l’altra metà della frase che apre ogni capitolo del libro:

so the wind won’t blow it all away… Dust… American… Dust.

 Non precisamente allegro, ma di allegro c’è ben poco in questo viaggio nella coscienza di un adolescente americano, non tanto a posto con la testa, controfigura dell’autore, segnato da un evento tragico in cui sono implicati sangue e proiettili, di cui si porterà la responsabilità per tutta la vita, e attorno a cui ruota tutto il libro in un continuo andirivieni cronologico.
Non sono stato sorpreso più di tanto nello scoprire che Brautigan, due anni dopo la pubblicazione di questo libro così malinconico e depresso-deprimente, s’è fatto saltare le cervella.
Requiescat in æternum.

 

Il suicidio della rivoluzione, di Augusto del Noce.

 Dovevo saperlo che era troppo bello per essere vero: il famoso libro di Del Noce, contenente la sua famosa profezia all’epoca derisa e poi puntualmente realizzata sulla futura dissoluzione del marxismo, in vendita a soli 3 euro in edicola, nella collana “Laicicattolici – I maestri del pensiero democratico” del Corriere della sera (quanti bei nomi, eh?).
Era troppo bello.
E infatti non era vero: quest’agile volumetto di 168 pagine NON è il vero libro Il suicidio della rivoluzione (che di pagine, nell’edizione in brossura della Rusconi, ho scoperto poi contarne 368) ma bensì una collazione di capitoletti presi da Scritti politici 1930-1950 (edito da Rubbattino) e un solo capitolo tratto dal libro di cui porta il nome, cioè il capitolo su Gramsci.
Il che è bello ed istruttivo, per dirla guareschianamente.
Dopodiché, pazienza: anche incompleto e parte di un tutto, il capitolo di Del Noce su Gramsci (e su Gentile, e Benedetto Croce, e la stupidità dei cattolici che si sono fatti mettere nel sacco dalla strategia gramsciana fino a individuare il vero avversario non già nel comunismo ma bensì “nel vecchio cattolicesimo preconciliare, come se il Concilio avesse significato l’estensione della rivoluzione alla Chiesa, e l’universalità della Chiesa dovesse venire interpretata come permeabilità a tutte le rivoluzioni che hanno avuto successo”) vale comunque i 3 €, altroché.
Però, potevano dirmelo prima.

 

Dio – le domande dell’uomo, di Andrè Frossard.

Il cristianesimo è la religione della ragione. Si distingue dal razionalismo perché non si tappa le orecchie quando la ragione dice «Dio».

Fantastico questo libro, scritto da un famoso ed eccellente convertito, di godibilissima e facilissima lettura. Si tratta delle risposte date da Frossard a più di duemila domande ricevute da studenti dell’ultimo anno di scuola superiore.
La particolarità di Frossard è che segue una metodologia espositiva che sarei tentato di definire “tomista”. Voglio dire che, come faceva San Tommaso nella Summa, prima espone le obiezioni a lui portate, e poi espone le ragioni per cui tali obiezioni sono sbagliate.
(N.B. questa metodologia è anche il motivo per cui è pieno così di ignoranti che attribuiscono a San Tommaso idee da egli esplicitamente confutate, ma le dimensioni del libro di Frossard sono ben più esigue della Summa ed egli non corre questo rischio)
Così l’autore spiega brevemente ed efficacemente i perché di tante cose, con una capacità di sintesi e un’ironia che – esagero? – lo pongono a livelli degni di un Chesterton:

Il consiglio di Pascal (siate stupidi) era rivolto a gente che non aveva bisogno di ascoltarlo per metterlo in pratica.

Cartesio temeva effettivamente di annoiarsi a contemplare Dio per diecimila anni. Mai ha avuto l’idea chiara e distinta che Dio potrebbe annoiarsi molto prima a contemplare Cartesio.

Come non amarlo?


I dodici segni dello zodiaco + Sei problemi per don Isidro Parodi,
di Jorge Luis Borges & Adolfo Bioy Casa
res.

 Trattasi di due libri da poco prezzo, ordinati su Amazon perché avevo voglia di leggere qualcos’altro di Borges e perché, appunto, costavano poco. Così ho scoperto solo quando mi sono arrivati che i racconti del primo libro sono già contenuti nei sei del secondo, ergo potevo fare a meno di comprarlo. Pazienza.
A parte questo, impossibile lamentarsi: puro Borges, godibilissimo.Ma chi è Don Isidro Parodi?

il macellaio Agustìn R. Bonorino, che aveva partecipato al carnevale di Belgrano vestito da calabrese, ricevette una bottigliata mortale alla tempia. Nessuno ignorava che la bottiglia di Bilz che lo aveva ucciso era stata lanciata da uno dei ragazzi della banda Pata Santa. Ma poiché Pata Santa era un prezioso elemento elettorale, la polizia decise che il colpevole fosse Isidro Parodi, che alcuni affermavano fosse anarchico, volendo dire in realtà che si trattava di uno spiritista. Di fatto, Isidro Parodi non era né una cosa né l’altra: era padrone di un negozio di barbiere nel quartiere sud e aveva commesso l’imprudenza di affittare una camera a uno scrivano dell’8° Commissariato, il quale gli doveva ormai più di un anno di affitto. Quest’insieme di circostanze avverse segnò il destino di Parodi: le dichiarazioni dei testimoni (che appartenevano alla banda di Pata Santa) furono unanimi: il giudice lo condannò a ventun anni di reclusione.

 Naturalmente, sappiamo bene che queste cose succedono solo nei libri e nelle cose di fantasia, e che nel mondo reale gli organi inquirenti e requirenti sono sempre mossi soltanto dal più puro amore di giustizia.
E così Isidro Parodi, senza mai muoversi dal suo loculo, passa i suoi anni di galera a risolve enigmi polizieschi: la gente va a trovarlo in carcere e gli espone i propri problemi con la giustizia, e l’insolito detective li ascolta, ricostruisce la verità e indica il vero colpevole. Dalla sua cella passano personaggi stravaganti e sopra le righe, come il playboy Gerardino Montenegro o lo scrittorucolo Carlos Anglada, altrettante parodie di tipi esistenziali dell’ambiente “bene” di Buenos Aires, quello stesso ambiente che Borges e Bioy Casares satireggiano con grande piacere loro e dei lettori, muovendo i racconti su tre diversi livelli (struttura gialla, satira sociale e virtuosismo letterario) in un mix eccellente e divertentissimo.

 

Io sono febbraio – storia dell’inverno che non voleva finire mai, di Shane Jones.

 Vabè che avevo pagato solo € 1,99 per l’ebook di questa fiaba mal scritta, senza né capo né coda, di incerta trama e ancor più incerto significato, ma sono comunque 1,99 € che rimpiango. Almeno era breve e non ci ho perso molto tempo.

 

 

 Veritatis splendor, di Giovanni Paolo II.

La legge morale naturale è la partecipazione della legge eterna nella creatura razionale.

 Ecco, se solo questa fosse l’unica cosa che avessi capito leggendo l’enciclica, già sarei molto contento. Per fortuna, ho capito anche qualcos’altro. Non abbastanza, però, motivo per cui dovrò rileggere.


Le meraviglie del possibile

E tu, Melkor,
t’avvederai che nessun tema può essere eseguito,
che non abbia la sua più remota fonte in me,
e che nessuno può alterare la musica a mio dispetto.
Poiché colui che vi si provi non farà che comprovare
di essere mio strumento nell’immaginare
cose più meravigliose di quante egli abbia potuto immaginare.

Che cos’è la creatività?
Tutte le cose che ho scritto, le storie che ho narrato, le idee che ho pensato, da dove venivano? Le ho tirate fuori da dentro di me? O da fuori di me?
Come nascono le grandi scoperte scientifiche, le invenzioni tecnologiche, le – per citare il titolo di una famosa antologia di fantascienza – “meraviglie del possibile”?

Avevo già parlato del concetto, caro a Tolkien, di sub-creazione. Mentre Dio è il vero e unico creatore, poiché fa esistere ex nihilo tutte le cose, la creatura intelligente può sub-creare: lavorare sul preesistente, svilupparne le potenzialità, portarlo a un più alto grado di perfezione.
Così nel Silmarillion gli Ainur, le gerarchie angeliche, sviluppano il tema musicale proposto loro da Eru Ilùvatar; e successivamente si trasferiscono dal piano metafisico a quello fisico, entrando stabilmente nell’universo e diventando Valar, potenze simili alle divinità pagane. Come spiega JRRT nel suo epistolario, dall’atto divino del “Creare” va distinto il “Fare”, forma di sub-creazione con cui i Valar plasmano la materia e costruiscono il mondo in accordo al progetto divino.
Successivamente nella Terra di Mezzo appariranno gli elfi, e con essi un’altra forma di sub-creazione: la capacità di lavorare la materia per farne cose belle ed utili, l’arte e la tecnica, che al loro livello più alto si identificano (e infatti in origine sono la stessa cosa: la separazione semantica delle due parole avviene in epoca moderna, nel linguaggio medievale tecnica si dice proprio “arte”).

Oggigiorno è stata abbandonata questa concezione dell’artista e dell’inventore come collaboratori di Dio e continuatori della creazione. L’arte si è smarrita nel disordine post-moderno e ha rinunciato a cercare un significato oggettivo di bellezza universale, mentre la tecnologia è degradata a strumento di “dissonanza” da nuovi Melkor che vogliono riscrivere la natura. Tolto il Creatore di mezzo, sorgono tanti piccoli creatori o pretesi tali, dagli esiti faustiani e imprevedibili.
Eppure, ancora oggi, non tutto è stato perduto.
Prendete Steve Jobs, per esempio.

Nel post precedente ho commentato il libro Nella testa di Steve Jobs che descrive il modus operandi dell’inventore del Mac, fondatore della Apple, “stay hungry stay foolish”, insomma uno dei più prolifici creativi di fine secolo.
Per dire, Jobs lavorava così:

Sono molte le aziende cui piace dichiarare di essere orientate al cliente. Si rivolgono agli utenti e chiedono loro che cosa vorrebbero. Questa cosiddetta «innovazione orientata al cliente» si basa su feedback e gruppi di discussione. Ma Steve Jobs non ne vuol sapere di laboriose ricerche condotte su gruppi di utenti chiusi in una sala conferenze. È lui stesso a provare le nuove tecnologie e ad annotare le proprie reazioni, che poi invia ai suoi ingegneri come feedback. Se qualcosa è troppo complicato da usare, dà istruzioni perché sia semplificato. Tutto ciò che è superfluo o disorientante deve essere eliminato. Se funziona per lui, allora funziona per i clienti […]
Nell’arte come nella tecnologia, la creatività ha a che fare con l’espressione individuale. Steve Jobs non si serve dei gruppi di discussione, proprio come un’artista non ci si affiderebbe per dipingere un quadro. Non può innovare chiedendo a un campione di utenti che cosa vorrebbe: la gente non sa quello che vuole. Come ebbe a dire una volta Henry Ford, «se avessi chiesto ai miei clienti che cosa volevano, mi avrebbero risposto: ‘Un cavallo più veloce’» […]
Guy Kawasaki, il primo “Mac-evangelista” della Apple, mi ha detto esagerando soltanto un po’ che il budget stanziato dall’azienda per gruppi di discussione e ricerche di mercato si può rappresentare con un numero negativo: «La ricerca di mercato secondo Steve Jobs è il suo emisfero destro che parla al sinistro».

 Ora, quando ho letto questi brani, la prima cosa che ho pensato è stata: vedi un po’ Jobs, che io ipertrofico, decide lui per tutti.
Successivamente, però, ho realizzato che ero stato troppo affrettato nel mio giudizio. Questo modo di fare derivava non tanto o non solo dall’egocentrismo del manager, ma da altre considerazioni più basilari.
Nel libro si racconta di quando Jobs andò a trovare uno dei suoi miti personali: Edwin Land, l’inventore della Polaroid. Jobs stimava immensamente Land; quando la rivista Time gli aveva chiesto la differenza tra arte e tecnologia, lui aveva citato la sua frase «voglio che la Polaroid si ponga nel punto d’incontro tra arte e scienza» per sostenere il concetto (molto medievale, in un certo senso; molto, per dirla alla Tokien, “elfico”) che non c’è nessuna sostanziale differenza tra le due cose. Quando Land fu costretto alle dimissioni dal consiglio d’amministrazione della Polaroid a seguito di un insuccesso commerciale («il Polavision, una tecnica di sviluppo istantaneo delle riprese video che dovette soccombere di fronte alle più pratiche videocassette e che nel 1979 fu all’origine di una perdita di 70 milioni di dollari»), Jobs si era arrabbiato tantissimo: «Tutto quello che ha fatto è stato mandare in fumo qualche schifoso milione di dollari e loro lo hanno estromesso dalla sua società» (anche Jobs anni dopo fu allontanato dalla Apple).
Subito dopo la cacciata di Land, Jobs andò a trovarlo nel suo laboratorio. John Sculley, il suo vice che lo accompagnava, testimonia che

Fu un pomeriggio appassionante. Stavamo seduti in questa grande sala conferenze con un tavolo vuoto. Loro due continuavano a fissare il centro del tavolo, mentre parlavano. Il dottor Land disse: ‘Riuscivo a vedere come la Polaroid avrebbe dovuto essere, proprio come se l’avessi avuta davanti agli occhi ancor prima di costruirne una’. E Steve: ‘Sì, proprio come io vedevo il Macintosh. Se avessi chiesto a qualcuno come avrebbe dovuto essere, non avrebbe saputo dirmelo. Un’indagine tra i consumatori non era semplicemente possibile. Ho dovuto pensarci io, farlo e poi mostrarlo alla gente’.
Entrambi possedevano questa capacità di, come dire… non di inventare un prodotto, ma di scoprirlo. Entrambi sostenevano che quei prodotti erano sempre esistiti, soltanto che nessuno era mai stato in grado di vederli prima di loro. La Polaroid e il Macintosh erano sempre esistiti, si trattava soltanto di scoprirli.

 Lo stesso Steve Jobs, intervistato nel 1996 dalla rivista Wired, disse:

Essere creativi significa soltanto sapere combinare le cose. Quando si chiede ai creativi come abbiano fatto a inventare una cosa, loro si sentono un pochino colpevoli perché non l’hanno davvero creata, hanno semplicemente visto qualcosa che gli è sembrato ovvio. Questo accade perché i creativi sono in grado di combinare ciò che hanno già vissuto e di ricavarne delle cose nuove. E la ragione per cui sono capaci di farlo è che hanno accumulato più esperienze o vi hanno riflettuto più a lungo rispetto alle altre persone… Sfortunatamente, si tratta di una merce molto rara. Troppa gente nel nostro settore non ha avuto esperienze diverse, così non ha abbastanza elementi da combinare e finisce con l’elaborare soluzioni lineari con una visione limitata dei problemi. Quanto più una persona conosce a fondo l’esperienza umana, tanto più produrrà progetti migliori.

Ora, io non so se Jobs e Land ne fossero a conoscenza, ma è degno di nota che il verbo inventare, che oggi significa proprio (cit. Zingarelli) «ideare e realizzare col proprio ingegno qualcosa di nuovo, di non esistente in precedenza», in origine aveva il significato opposto: deriva dal verbo latino invenio che significa “scoprire, trovare”, proprio nel senso in cui si trova un tesoro, qualcosa che già esiste, è lì, quiescente.
(piccola nota giuridica: un residuo di questo vecchio significato resiste nell’articolo 922 del codice civile, che definisce “invenzione” il ritrovamento di una cosa già proprietà di altri)

 

Così, distinto dal Creare divino, come la versione del Fare angelico che ci è propria, sta l’Inventare umano (“elfico”, avrebbe detto Tolkien, perché in questo i suoi elfi impersonano il lato migliore dell’umanità).
L’inventore non è colui che crea dal nulla. L’inventore è colui che scopre ciò che era coperto dall’ignoranza. E il più grande creativo è colui che non insegue le “dissonanze”, le chimere d’onnipotenza titanica, ma sa che la sua creatività è sub-creazione.
Perché nessun tema può essere eseguito senza che abbia la sua più remota fonte in Colui Che È Origine Di Tutte Le Cose.

Ci è stato dato un universo straordinariamente bello, costruito razionalmente, intellegibile secondo logica, pieno di tesori da scoprire e da ammirare.
Tutto ciò che è inventabile, tutto ciò che è esprimibile artisticamente, esiste già ora, invisibile agli occhi, visibile alla mente cioè al cuore.

Le meraviglie del possibile ci aspettano.

Le meraviglie del 2000


Tolkien e la doppia sub-creazione

Era da parecchio che volevo fare un post per mettere nero su bianco alcune osservazioni su Tolkien, ma rimandavo sempre. La contingenza del dibattito sui fatti di Firenze – se Gianluca Casseri era razzista e scriveva fantasy, allora il (parte del) fantasy è razzista? – mi spinge a scriverne ora, anche se la questione politica resta collaterale perché l’argomento preminente che mi interessa è un altro e cioè: “il mondo narrativo creato da JRRT è pagano o cristiano?. Si tratta di un interrogativo meno semplice di quanto sembri, e per sostenere entrambe le tesi sono stati versati i classici fiumi d’inchiostro.
La mia posizione è che la risposta è duplice: il mondo di Tolkien è, simultaneamente e senza contraddizione, pagano e cristiano.
Forse qualcuno sta sobbalzando sulla sedia, ma seguitemi.

§§§

 Il fatto è che Tolkien ha avuto la particolare (s)ventura di generare letture della sua opera diversissime e da parte di soggetti culturali agli antipodi l’uno dell’altro, dal cristianesimo al sincretismo gnostico alla psicologia junghiana, dal movimento hippie alla destra neofascista fino al no-global in salsa leghista. Come questo sia avvenuto sarebbe troppo lunga da spiegare, perciò penso che possiamo saltare ellitticamente grossomodo ¾ di secolo di dibattito e dire subito che il peccato originale di molte di queste letture (alcune anche cattoliche) risiede principalmente nel fatto che esse sono allegoriche.
L’essenza dell’allegoria è dire una cosa per intenderne un’altra: una storia allegorica è tale se la trama e i personaggi sono funzionali alla predicazione di un significato al di fuori di essa. L’allegoria è una specie di equivalente narrativo di una proporzione “x sta ad 1 come y sta a 2”. Per sua natura il fantasy si presta all’allegoria, in quanto racconta di un mondo “altro” che è fuori dal nostro ma con dei punti in comune. Per esempio i libri di Silvana de Mari sono allegorici: gli elfi sono gli ebrei, gli orchi sono i musulmani, gli uomini sono gli occidentali, il Giudice Amministratore è Stalin e Hitler mescolati assieme, eccetera eccetera. L’allegoria è tanto più riuscita quanto più il soggetto allegorico è sovrapponibile al soggetto reale. Anche le parabole di Cristo, per certi versi, sono storie allegoriche.
Ora, io non credo che l’allegoria in sé sia una cosa brutta: dipende da come e con quali intenzioni viene esercitata. Ma il fatto è che essa è sempre e per sua natura una strumentalizzazione, perché la storia viene ridotta a veicolo per il messaggio. E dare un’interpretazione allegorica di una storia è come sezionare un cadavere per un trapianto: si prende quello che serve e si butta via il resto.
Tolkien non ha fatto allegorie (nota n. 1), perché amava il mondo e la storia e i personaggi per se stessi e non in funzione di qualcos’altro; ha fatto un’altra cosa che si chiama sub-creazione, cioè ha dato vita ad un mondo diverso dal nostro, la cui alterità lo rende impossibile da incastrare nelle nostre coordinate politiche-religiose-eccetera. Non si possono applicare automaticamente i nostri concetti di destra e sinistra alla Terra di Mezzo, e neppure – addirittura – i nostri concetti morali e teologici. La storia non è un mezzo per predicare un messaggio: la storia è il messaggio. È un tutt’uno, un corpo vivo che non può essere sezionato con i bisturi dell’allegoria. Gandalf e Aragorn non esistono per essere la raffigurazione di Cristo, non più di quanto lo sia io che scrivo e tu che leggi: Gandalf e Aragorn esistono semplicemente per essere Gandalf e Aragorn.

§§§

Torniamo allora alla domanda iniziale: il mondo di Tolkien è pagano o cristiano?
Entrambe le cose, dico io. Ciò in quanto questi due aggettivi sono inconciliabili nel nostro mondo, ma non lo sono nel mondo tolkieniano, proprio perché quel mondo non è allegorizzabile, è alieno, è una sub-creazione che segue regole parzialmente e significativamente diverse.
Per la precisione, anzi, quel mondo è generato da due sub-creazioni distinte: quella esterna alla storia (extra-diegetica) di Tolkien autore, che scrive la storia, e quella interna alla storia (intra-diegetica) degli Ainur, gli angeli. Quest’ultima, come sa chi ha letto il  Silmarillion, si svolge in tre differenti fasi e modalità:

  1. In principio, nell’inizio metafisico prima del tempo, Eru detto Ilùvatar, la divinità unica e omnicreatrice, propone agli Ainur, gli angeli, un tema musicale e chiede loro di cantarlo e svilupparlo: la musica degli Ainur, l’Ainulindalë, anticipa la creazione del mondo. Le dissonanze introdotte da Melkor, l’angelo ribelle, sono il seme del male nel mondo;
  2. Successivamente Eru crea, con una sua parola (“”, ovvero “sia”), la materia e l’universo fisico, dopodiché affida agli angeli il compito esecutivo di lavorare la materia creata e plasmare Arda, il mondo nel quale si svolgono le storie. La maggior parte di loro accetta il compito e lascia la realtà metafisica, entrando nel mondo fisico e impegnandosi a risiedervi fino alla fine del tempo: gli Ainur di grado maggiore diventano Valar, cioè i “Signori” o “Potenze” del mondo, che costruiscono il mondo con l’aiuto dei Maiar ovvero Ainur di grado minore, assumendo diversi titoli a seconda dell’ambito creativo a cui si dedicano (Manwë, Signore dell’Aria; Varda, Signora delle Stelle; Ulmo, Signore delle Acque; Aulë, Signore della Terra; etc.). Durante la costruzione del mondo scoppia la prima guerra contro Melkor (rinominato Morgoth), che porta caos e distruzione nel mondo.
  3. Il ruolo degli angeli non termina con la creazione del mondo, ma prosegue con la sua amministrazione, perché Eru non governa direttamente Arda ma affida questo ruolo ai Valar, nominando Manwë suo vice e reggitore. E i Valar assolvono questo ruolo abitando fisicamente nel mondo, pur se in un continente separato dalla Terra di Mezzo (teatro delle vicende di Elfi e Uomini e Nani e Hobbit), e operando attivamente in esso.

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Spero che questo rozzo riassuntino abbia reso chiara la questione. Mentre nella cosmogonia biblica Dio crea tutto da solo, nella cosmogonia tolkieniana Eru si avvale, sia al livello teorico-artistico della composizione musicale, sia al livello pratico-esecutivo della costruzione materiale, della collaborazione creativa angelica (nota n. 2). Forse non è esagerato dire che il mondo di Tolkien, monoteistico dal punto di vista ontologico, è politeistico dal punto di vista operativo, perché gli Ainur partecipano in qualche misura della divinità e ne esercitano le funzioni di Provvidenza in rappresentanza dell’Unico (nota n. 3). E d’altra parte il fatto che i Valar non siano collocati in un oltre metafisico, ma in un luogo fisico difficile – ma non impossibile – da raggiungere, li rende per questo verso più simili alle divinità pagane che agli angeli biblici.
Se si considera tutto questo, diventa allora legittima la conclusione che dibattere che se il mondo di Tolkien sia pagano o cristiano diventa inutile, proprio come la proverbiale discussione sul sesso degli angeli. La natura di Eru è presumibilmente la stessa del Dio Trinitario (alcuni indizi, come la creazione mediante il Verbo e l’accenno al Fuoco Segreto, lasciano intendere in tal senso – ma non è che Eru sia un’allegoria di Dio: Eru è Dio), ma qui Dio ha deciso di fare le cose in maniera diversa. In questo mondo non c’è l’Incarnazione: la presenza di Dio si manifesta come una lontananza, mediata dall’amministrazione vicaria dei Valar. E i Valar non sono né un’allegoria dei “nostri” angeli, né un’allegoria delle divinità pagane, né un compromesso tra le due figure: sono i Valar, e basta.
Paganesimo e cristianesimo, dunque, o come dire un paganesimo cristiano; che nel nostro mondo è un ossimoro, ma non lo è nella sub-creazione di Tolkien, dotata di una sua propria “alterità teologica”.

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Si potrebbero fare molti altri esempi di questa alterità teologica (per esempio riguardo alla natura degli Elfi, al fatto che per essi la reincarnazione è valida e l’eutanasia è lecita: dovrei riparlarne in un post apposito), ma spero di aver reso il concetto.
Immaginate dunque, se il mondo di JRRT è così diverso dal nostro a livello teologico, quanto potrà esserlo a livello politico! Certe forzature interpretative, certe letture di Tolkien tra Evola e la Tradizione (a cui pare abbia dato il suo contributo anche il tizio di Firenze poi trasformatosi in assassino di senegalesi), sono così artefatte da risultare quasi inspiegabili in termini di pura ermeneutica. Ha ragione del visibile quando descrive il rapporto tra gli shackers e la Bibbia: il testo si risolve in un pre-testo. Se io so già cosa voglio che il testo dica, il testo lo dirà e basta, e non importa quanto si dovrà aggiungere in elucubrazione o su quanti brani scomodi si dovrà glissare.
C’è un tipo di critica e interpretazione letteraria, o meglio ideologico-letteraria, che è come la dissonanza di Melkor che corrompe il Tema nell’Ainulindalë: la perversione di guastare ciò che non si può creare. È una cosa che mette tristezza. Ma forse anche qui vale l’avvertimento di Ilùvatar all’angelo ribelle:

E tu, Melkor, t’avvederai che nessun tema può essere eseguito, che non abbia la sua più remota fonte in me, e che nessuno può alterare la musica a mio dispetto. Poiché colui che vi si provi non farà che comprovare di essere mio strumento nell’immaginare cose più meravigliose di quante egli abbia potuto immaginare.

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vediamo se funzionano le note interne

Nota n. 1:
Che io mi ricordi c’è un unico punto nelle lettere di Tolkien, che si possono leggere nel libro La realtà in trasparenza, dove JRRT dice di un personaggio che è “un’allegoria”, e si tratta di Tom Bombadil, e se ne è accorto soltanto dopo averlo scritto. Ma è un caso molto particolare perché Bombadil è assolutamente particolare. Casomai trovo il passo e approfondisco nei commenti.

Nota n. 2:
Nelle lettere Tolkien accenna alla distinzione, nella sua storia, tra il “Creare” (l’atto divino di creare dal nulla, proprio di Eru soltanto) e il “Fare” (il potere degli Ainur di plasmare la materia già creata).

Nota n. 3:
Ora io non ho i libri sottomano e non ho memoria di tutti i dettagli, ma ricordo che nei Racconti perduti e nei Racconti ritrovati (disgraziatamente gli unici volumi tradotti in italiano della History of Middle Earth), che sono le versioni preliminari del suo legendarium, Tolkien definisce esplicitamente i Valar come “Dèi”, mentre tale appellativo è escluso dalla versione definitiva del Silmarillion. Purtroppo non mi sovviene se nelle sue lettere JRRT descrive il perché e il percome di questo slittamento lessicale.