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La spaventosa perfezione

La spaventosa perfezione

 

Bevendo qualche birra poche sere fa con un mio caro amico (lui si definisce cattolico non praticante, io gli dico cordialmente che è un neopagano), la conversazione si è non ricordo come soffermata sul film di Martin Scorsese “L’ultima tentazione di Cristo”. Che a me esteticamente non dispiace affatto, avendo io ben presente che il protagonista non è Cristo ma una sua versione apocrifa e gnostica; comunque, non è questo l’argomento odierno. Il mio amico, cercando di descrivere la trama ad un interlocutore terzo, ha detto “il protagonista del film è un Gesù umano.”

E io: “beh, anche il Gesù dei Vangeli cattolici è umano.”

E lui: “volevo dire, il protagonista del film è un Gesù più umano.”

E io: “beh, anche il Gesù dei Vangeli cattolici è più umano.”

E lui: “insomma, all’inizio c’è Gesù che è pieno di conflitti interiori e non sa se è veramente il Messia…” e a seguire il riassunto della trama.

 

Mettendo da parte per un’altra volta le mie riflessioni cinematografiche/teologiche su questo film, ciò che mi fa riflettere è la percezione (temo abbastanza diffusa) di Cristo come dis-umano in quanto perfetto. La perfezione atterrisce, pretende troppe cose; “sono solo un essere umano, dopotutto” è un’apprezzata forma di autoindulgenza. Un Messia fallibile che almeno una volta commette peccato, fa una stupidaggine, insomma sbaglia, riesce molto più facilmente simpatico.

Questa sensibilità non ha tutti i torti. La specificità del Cristianesimo risiede proprio nel fatto che Dio si avvicina all’uomo facendosi Uomo egli stesso e condividendone, fisicamente o spiritualmente, le miserie. Una delle cose che critico delle altre due religioni monoteistiche “figlie di Abramo”, vale a dire l’Ebraismo e l’Islam, è la concezione così distante di Dio, che non può essere neppure simbolicamente raffigurato in dipinti. Pare che il “loro” Dio, per dire, non si abbasserebbe mai a nascere in una stalla, magari con l’odore delle deiezioni di animali nell’aria. Il “mio” (virgolette, perché Dio non è di nessuno ed è per tutti) invece sì, ed è uno dei motivi per cui me ne sono innamorato.

Questa sensibilità mi sembra però in errore nel momento in cui, preso atto di quella che potremmo chiamare la vicinanza di Dio, la spinge fino a raffigurarsi un Gesù imperfetto e dunque più “più umano”. Innanzitutto la impeccabilitas di Cristo è intrinseca alla Redenzione, l’agnello completamente innocente che si offre in olocausto e tollit peccata mundi; su ciò si sono spesi i proverbiali fiumi d’inchiostro. Ma la cosa non si può esaurire con questo argomento d’autorità.

È vero che Cristo non peccò, ovvero non offese mai Dio, essendo egli stesso la seconda persona di Dio; ma perché ciò dovrebbe renderlo “meno umano”? I Vangeli, che non sono affatto biografie nel senso moderno della parola, non hanno interesse a riportare tutta quella serie di piccoli particolari cui siamo abituati noi moderni per dare spessore ad un personaggio. Qual era il suo colore preferito, il cibo preferito, la prima parola che aveva detto? A che età aveva imparato a camminare da solo? Lui e gli apostoli si raccontavano mai barzellette? Come si divertiva alle nozze di Cana? Senza arrivare all’eccesso del “Buddy Christ” (tradotto in italiano come “Cristo compagnone”) del dissacrante e divertente film “Dogma” di Kevin Smith, sono fermamente convinto che Gesù sia stato tutt’altro che il severo figuro, mai colto dal riso, teorizzato dal monaco Jorge nel “Nome della Rosa”.

C’è tanto che i Vangeli non dicono, ma non di meno è stato: “Vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù, che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere.” (versetto finale del vangelo di Giovanni). San Josemaria Escrivà ricordava ripetutamente i trent’anni “nascosti” di Cristo prima della sua vita pubblica, trascorsi a lavorare come falegname, e ne traeva insegnamenti sulla santificazione del cristiano nel lavoro quotidiano e nelle cose ordinarie.

 

In conclusione, sull’argomento segnalo un inquietante racconto di Jorge Luis Borges (il mio scrittore preferito), che può valere come apocalittico monito: “Tre versioni di Giuda”, contenuto nella raccolta “Finzioni”.

Il teologo evangelico Nils Runeberg è affascinato dalla figura di Giuda e tenta quanto possibile di “riabilitarlo”, proponendo diversi moventi della sua condotta che in qualche modo lo facciano apparire in luce migliore. Le sue tesi “proposte in un cenacolo, sarebbero leggeri e inutili esercizi della negligenza e della bestemmia; per Runeberg, furono la chiave che decifra un mistero centrale della teologia; furono materia di meditazione e di analisi, di controversia storica e filologica, di orgoglio, di giubilo e di terrore.”

Infine egli giunge ad una conclusione estrema: “«Nel mondo era, e il mondo fu fatto per lui, e il mondo non lo conobbe» (Giovanni I 10) […] Dio, argomenta Runeberg, s’abbassò alla condizione di uomo per la redenzione del genere umano; ci è permesso di pensare che il suo sacrificio fu perfetto […] Affermare che fu un uomo e fu incapace di peccato, implica contraddizione: gli attributi di inpeccabilitas e di humanitas non sono compatibili. […] Dio interamente si fece uomo, ma uomo fino all’infamia, uomo fino alla dannazione e all’abisso. Per salvarci […] scelse un destino infimo: fu Giuda.”

Dopo la pubblicazione del suo libro, totalmente ignorato dall’opinione pubblica, Runeberg si convince che la vera identità dell’Incarnazione deve restare un mistero affinché neppure la gloria e l’adorazione possano attenuare il sacrificio di Dio. Infine impazzisce, “pregando a volte che gli fosse concessa la grazia di dividere l’Inferno col Redentore”, e muore.

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