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Libri marzo 2012

 Un mese soddisfacente: tutti ottimi libri.

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Contact, di Carl Sagan.

Vedi post precedente.

   

   

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Il fantasma di Canterville e altri racconti, di Oscar Wilde.

Gustosa raccolta di racconti di Wilde, sempre in bilico tra l’umoristico e il poetico.
Particolarmente divertente la storia del fantasma, che offre al pubblico inglese del suo tempo una storia che prende in giro gli americani repubblicani che prendono in giro gli inglesi aristocratici; e infatti alla fine, nonostante l’atteggiamento orgogliosamente plebeo del ministro americano, che vanta continuamente e pedantemente la superiorità dei princìpi democratici statunitensi, la di lui figliola finisce per acquisire titoli nobiliari convolando a nozze con un signorotto britannico, “che è la meta più ambita di tutte le buone piccole bambine americane” – impossibile dire se qui Wilde stia ridendo più degli americani o degli inglesi.
Merita riflessione la prefazione scritta da James Joyce:

Questo non è il luogo di indagare lo strano problema della vita di Oscar Wilde né di determinare fino a che punto l’atavismo e la forma epìlettoide della sua nevrosi possano scagionarlo di ciò che a lui si imputò. Innocente o colpevole che fosse delle accuse mossegli, era indubbiamente un capro espiatorio. Ma la verità è che Wilde, lungi dall’essere un mostro di pervertimento sorto in modo inesplicabile nel mezzo della civiltà moderna d’Inghilterra, è il prodotto logico e necessario del sistema collegiale e universitario anglosassone, sistema di reclusione e di segretezza.  […] L’incolpazione del popolo procedeva da molte cause complicate; ma non era la reazione semplice di una coscienza pura. Chi studi con pazienza le iscrizioni murali, i disegni franchi, i gesti espressivi del popolo, esiterà a crederlo mondo di cuore. Chi segua dal di presso la vita e la favella degli uomini, sia nello stanzone dei soldati, che nei grandi uffici commerciali, esiterà a credere che tutti coloro che scagliarono pietre contro il Wilde furono essi stessi senza macchia. Difatti ognuno si sente diffidente nel parlare con altri di questo argomento, temendo che forse il suo interlocutore ne sappia più di lui. L’autodifesa di Oscar Wilde nello «Scots Observer» deve ritenersi valida dinanzi alla sbarra della critica spassionata. Ognuno, scrisse, vede il proprio peccato in Dorian Gray (il più celebre romanzo di Wilde). Quale fu il peccato di Dorian Gray nessuno lo dice e nessun lo sa. Chi lo scopre l’ha commesso.
Qui tocchiamo il centro motore dell’arte di Wilde: il peccato. Si illuse credendosi il portatore della buona novella di un neopaganesimo alle genti travagliate. Mise tutte le sue qualità caratteristiche, le qualità (forse) della sua razza, l’arguzia, l’impulso generoso, l’intelletto asessuale al servizio di una teoria del bello che doveva, secondo lui, riportare l’evo d’oro e la gioia della gioventù del mondo. Ma in fondo in fondo se qualche verità si stacca dalle sue interpretazioni soggettive di Aristotele, dal suo pensiero irrequieto che procede per sofismi e non per sillogismi, dalle sue assimilazioni di altre nature, aliene dalla sua, come quelle del delinquente e dell’umile, è questa verità inerente nell’anima del cattolicesimo: che l’uomo non può arrivare al cuor divino se non attraverso quel senso di separazione e di perdita che si chiama peccato.

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Io sono Helen Driscoll, di Richard Matheson.

Uno dei grandi capolavori di Matheson. Il titolo originale è A Stir of Echoes, pressappoco traducibile come “un miscuglio di echi”. È la storia di un uomo che, sottoposto per scherzo a ipnosi, scopre le proprie latenti e incontrollabili facoltà telepatiche e ne deve affrontare le conseguenze, tra cui il vedere uno spettro nel soggiorno. Il protagonista vorrebbe ignorare questa nuova consapevolezza, che gli fa percepire i lati nascosti e mostruosi dei vicini di casa con i quali deve pur necessariamente condurre una vita sociale; vorrebbe far finta di niente, continuare la tranquilla vita di prima, ma non può: una volta che hai visto la verità, non puoi più “far finta di niente”.
Ho sempre trovato molto significativa questa storia; l’avevo anche citata descrivendo la mia conversione al cattolicesimo, quando pure io avevo visto una verità che avrei voluto ignorare, ma…  non potevo, proprio non potevo. E ora sono qui.
Un libro vivamente consigliato. Per tutti, non solo per gli appassionati del genere.

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Tutti i racconti di fantasmi, di Montague Rhodes James.

L’autore, vissuto tra il 1862 e il 1936, è un caposaldo della letteratura gotica. Finora lo conoscevo soltanto di nome, per averne letto lusinghieri elogi da parte di Stephen King e Howard Phillips Lovecraft; il che era già un validissimo biglietto di garanzia; e quando ho trovato in libreria a poco prezzo (4,9 € / 354 pagine / 31 racconti) questa sua raccolta omnia di ghost stories, non ho resistito.
(N.B. io sono vittima perenne delle tentazioni antologiche: se un libro mi promette di contenere un qualche “tutto” di qualcosa o qualcuno, inevitabilmente sento che DEVO averlo; se c’è qualcuno là fuori che soffre della mia medesima patologia, alzi la mano)

La narrativa di MRJ è elegante, le sue storie (che era solito inviare agli amici come regalo di Natale) perturbanti. Fa leva sull’inquietudine sottile più che sul terrore aperto. I protagonisti sono spesso professori, bibliofili, chierici; le locations chiese, biblioteche, brughiere. Degno di nota è che spesso l’autore descrive un fatto, ma non ne dà alcuna spiegazione, neppure di ordine sovrannaturale: l’effetto suggestivo prodotto sulla fantasia del lettore è potentissimo.
Prendiamo ad esempio il racconto che mi è piaciuto di più, Una storia dei tempi di scuola. In una sala d’albergo un uomo rievoca fatti strani che accaddero al suo professore di latino, il quale portava sempre con sé un ciondolo con incise le sue iniziali, GWS, e una data, 24/07/1864 (la storia si svolge nel 1870). Accadde dunque che una volta questo professore avesse assegnato per esercizio la composizione di frasi con il verbo “ricordare”, ed uno degli studenti scrisse – senza saper spiegare come gli fosse saltata in testa – la frase memento putei inter quatos taxos (ricordati del pozzo tra i quattro tassi), ciò che rese molto pensoso l’insegnante; un’altra volta aveva assegnato la composizione di frasi con il condizionale, ed uno degli esercizi sulla scrivania – i fogli erano diciassette; ma gli studenti erano solo sedici – diceva si tu non veneris ad me, ego veniam ad te (se tu non verrai da me, verrò io da te); ed infine il narratore riporta de auditu che una notte un suo compagno di classe, guardando nelle finestre dell’appartamento del docente, vide “una figura magra e bagnata” fare “dei cenni” al professore. Il giorno dopo l’insegnante scomparve dalla scuola e non se ne seppe più niente. La rievocazione dei tempi di scuola finisce qui. Qualche tempo dopo uno degli uomini che ascoltavano la storia, trovandosi in un altro albergo in compagnia di altri commensali, viene a sapere di un piccolo mistero della zona: anni prima erano stati trovati, in un pozzo al centro di un boschetto di tassi, i cadaveri di due persone, di cui una abbracciava l’altra. Tra i brandelli di vestiario di uno dei due era stato trovato un ciondolo con l’incisione GWS 24/07/1864.
Tutto qui. L’autore non dice nulla sul chi, come, perché. Non sapremo mai quale sia l’evento accaduto il 24 luglio del 1864. C’è solo un fatto: un uomo riceve un richiamo dall’oltretomba e obbedisce. Di quell’abbraccio nella morte, e delle circostanze che lo hanno determinato, non sapremo mai nulla, possiamo solo supporre: eppure proprio per questo colpisce e stimola così tanto la nostra immaginazione.
MRJ era  un grande scrittore. Qui c’è molto da imparare.

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Primo comando, di Patrick O’ Brian.

Primo libro (seguito da altri 19 volumi più un postumo incompleto! urgh!) della saga di mare e amicizia di Jack Aubrey & Stephen Maturin. Il titolo originale è Master and Commander (immagino si riferisca al personaggio di Aubrey, che qui inizia la sua carriera di capitano); ne è stato tratto un film, che non ho visto, con Russell Crowe e Paul Bettany.  Avendo letto opinioni favorevoli della saga, qui e ovviamente qui, ho iniziato per esperimento il primo della serie.
All’inizio ho trovato la lettura molto difficile, perche l’autore infarcisce la sua narrativa di termini nautici; e per me che ho al massimo una vaga nozione di cos’è la prora, per non parlare della poppa, è stato oltremodo improbo districarmi tra termini esoterici come addugliare, bompressi, coltellaccino, draglia, fileggiare, gaettone, intregnare, lapazzare e via dicendo. Ho avuto la tentazione di mollare la zavorra e veleggiare verso lidi più comprensibili; e sono rimasto a galla solo in un modo.
Nelle Postille al Nome della Rosa, Umberto Eco scrive che “un ragazzo di diciassette anni mi ha detto che non ha capito nulla delle discussioni teologiche, ma che esse agivano come prolungamenti del labirinto spaziale (come se fossero musica thrilling in un film. Di Hitchcock)”. Ecco, per me è successa un po’ la stessa cosa con i termini nautici: non ci capivo niente, ma fungevano da colonna sonora dell’azione; come quando senti una canzone con termini stranieri di cui, anche se non sai il significato, apprezzi la musicalità, che fa da amplificatore emotivo alla storia. In quei paragrafi ho rinunciato a capire con precisione il chi e il cosa, e la storia, perdendo in profondità, ha guadagnato in linearità.
A parte i problemi di vocabolario, la storia merita di per sé. I personaggi meritano. Il distico di caratteri tra il sanguigno capitano Aubrey e il pacato medico di bordo Maturin è ben accostato e fa sperare per il futuro, così come sono soddisfacentemente delineati i personaggi di contorno e il panorama storico del periodo.
Penso che proseguirò la saga, mi considero arruolato.

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libri novembre 2011

 

 §→ questi simboli indicano uno spoiler, evidenziare per leggere ←§

Demoni amanti, di Shirley Jackson.
Antologia di racconti, che nell’originale si chiamava The Lottery (la storia più famosa di SJ), e che l’editore italiano, forse nella speranza che il potenziale acquirente pensasse che il libro descrive copule tra angeli caduti, ha pensato bene di rinominare come sopra giocando sul fatto che c’è un racconto che si chiama Le diable amoureux (ovviamente non parla di coiti). Cosa questo dica sul mercato editoriale italiano, può essere oggetto di speculazione.
Si tratta di racconti realistici, folgoranti, che sovente portano i propri personaggi in situazioni stranianti e poi li lasciano lì, la storia termina e il lettore resta a chiedersi cos’è successo dopo e io che farei al posto suo eccetera.
Esempio: nel racconto Charles, una madre descrive preoccupata la cattiva influenza che suo figlio subisce dal compagno di classe Charles. Ogni giorno il figlio torna dall’asilo e racconta con tono inquietantemente ammirato le birichinate dell’amico, e la mamma vorrebbe tanto dirne quattro alla donna che ha generato un tale discolo. §→ Un giorno la narratrice si reca a un incontro genitori-insegnanti e nomina Charles; il maestro la guarda perplesso e dice in classe non c’è nessun Charles. ←§ Fine.
Poi c’è il racconto conclusivo, La lotteria (Adelphi lo mette a disposizione qui, per chi volesse leggere).  È l’unico racconto non strettamente realistico e metterlo alla fine e senza preavviso è un ulteriore colpo per il lettore ignaro (io non lo ero, ne avevo letto citazioni in almeno cinque o sei opere, ma me lo sono goduto lo stesso), proprio perché uno ha letto tanti racconti di un certo tipo e si aspetta che lo sia anche l’ultimo e invece si becca la mazzata psicologica. La storia è semplice, in un villaggio innominato ogni anno si tiene una lotteria. La data è il 27 giugno, cioè si usa il calendario gregoriano, e i personaggi hanno nomi comuni, buoni vecchi nomi americani tipo Joe o Bill: tutte cose che aumentano la sensazione di realismo e familiarità, e dunque lo shock finale quando la medesima è distrutta. SJ descrive brevemente i preparativi, la tranquillità con cui gli abitanti si preparano all’evento di routine. Il sorteggio è diviso per famiglie e ci sono dei tiratori designati che tirano per la propria, pescando un foglietto da una cassetta nera. Il lettore comincia a percepire qualcosa di strano quando esce la famiglia sorteggiata e la moglie, §→ anziché esultare, protesta. Ma la lotteria va avanti, adesso devono pescare i membri della famiglia, padre madre e tre figli. Il bambino piccolo è orgoglioso di partecipare alla cosa dei grandi. I cinque tirano ed è la moglie a pescare il foglio con il cerchio nero, dopodiché “anche se la gente del villaggio aveva dimenticato il rituale e perso la cassetta originale, sapeva ancora come si usavano le pietre”, le pietre che i bambini avevano raccolto all’inizio della novella e ammucchiato in un angolo della piazza senza che il lettore capisse perché, e la donna “era adesso in mezzo a uno spazio vuoto, e tendeva disperatamente le braccia mentre la gente del villaggio avanzava verso di lei. — Non è giusto — protestò ancora. Una pietra la colpì sulla tempia. — Non è giusto, non è giusto — gridò ancora, e poi tutti calarono su di lei. ←§
Si dice (spero sia una leggenda) che quando il racconto fu pubblicato nel 1949, molti lettori scrissero alla rivista pensando che fosse un fatto vero, e volevano sapere dove succedeva e se si poteva assistere.
Ciò che più mi ha colpito è che non c’è assolutamente nessuna delucidazione del perché si tenga la lotteria. La cosa che più si avvicina a una spiegazione è quando un tizio dice che in un villaggio vicino non la fanno più, e un vecchio protesta sostenendo che la lotteria c’è sempre stata e che a interromperla si attirano guai. La storia sembra dunque essere una messa in guardia contro la tradizione, o meglio la degenerazione della stessa, laddove per degenerazione intendo “facciamo così perché abbiamo sempre fatto così” al posto di “facciamo così perché ci hanno insegnato che è giusto”. Qui si aprirebbe un discorso molto interessante sul concetto di tradizione, che è innanzitutto traditio ovvero consegna, passaggio di idee di generazione in generazione, e della differenza tra un concetto statico e uno dinamico di tradizione (Tolkien la descriveva come un albero), eccetera, ma il discorso diventa troppo lungo per questo post perciò mi limito a dire LEGGETELO.

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Follia per sette clan, di Philip K. Dick.
Molto bello e divertente, ennesima variazione sul tema “cosa è reale e cosa no e come faccio a capire la differenza”, stavolta sviluppata nella dicotomia sanità mentale / pazzia. La risposta alla fine sembrerebbe essere che la sanità mentale è un sottotipo di pazzia, ma la conclusione e il tono generale del romanzo sono così parodistici che non sono proprio sicuro che sia esattamente questo il “messaggio” del libro (ammesso che ce ne sia uno). Il protagonista Chuck è il tipico antieroe dickiano, perdente, mite, succube delle donne caparbie e/o dal seno grosso, in sostanza una trasfigurazione letteraria dell’autore.
P.S. Un paio di citazioni di San Paolo fatte dai personaggi aggiungono un altro anello alla catena della teologia paolina nella letteratura di PKD, che vorrei esaminare quando avrò finito di leggere tutti i suoi libri.

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Tutto, e di più – storia compatta dell’∞, di David Foster Wallace.
DFW racconta la storia del concetto di infinito in matematica rendendola avvincente come un romanzo.
Fino alle prime 100 pagine sono riuscito a seguirlo, poi però la faccenda è diventata così esoterica – nel senso di inaccessibile ai profani – che la mia limitata cultura matematica ne è uscita decisamente sconfitta, e ho capito sì e no il 10% di quello che scrive. Sono tutti concetti che mi piacerebbe approfondire, ma dovrei dedicarvi un quantitativo tale di tempo che onestamente faccio prima ad aspettare di morire e constatare l’infinito per esperienza personale. Pazienza.
Però mi resta la curiosità di

  1. Approfondire la figura di Bernard Placidus Johann Nepomuk Bolzano, da aggiungere al mio elenco di scienziati credenti (in questo caso anche prete) (però DFW dice che era una specie di eretico perché tenne discorsi pacifisti all’università dove insegnava) (embè? Mica perché uno è pacifista è automaticamente eretico  approfondire);
  2. Wallace, sulla scia di Bertrand Russell e altri simpaticoni, in sostanza sposa la tesi per cui lo sviluppo del concetto di infinito è stato ritardato di circa un migliaio di anni dalla concezione aristotelica di attualità/potenzialità dell’infinito, e di fatto anche dalla Chiesa che ha sposato e dogmatizzato l’aristotelismo; io, prima di pronunciarmi sulla verità/falsità della cosa, vorrei approfondire l’argomento – qualcuno mi può consigliare letture in merito, possibilmente fruibili anche da profani?

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Così dolce, così innocente, di Shirley Jackson.
Altro libro della Jackson, altro titolo modificato (l’originale è Abbiamo sempre vissuto nel castello), ma almeno stavolta il titolo italiano non è fuori luogo. È una storia di agorafobia e tragedia familiare raccontata in prima persona da una pazza. Non si tratta di uno spoiler perché il lettore è in grado di accorgersi immediatamente che la voce narrante non ha tutte le rotelle che girano, ma è impressionante la perizia con cui l’autrice ci introduce al punto di vista di una persona mentalmente disturbata.
Shirley Jackson è stata una delle mie recenti scoperte letterarie più felici. Vi consiglio vivamente di leggerla.

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Shock 1, di Richard Matheson.
Primo volume di una famosa antologia di racconti di Matheson, di qualità variabile tra il sufficiente e il discreto. Particolarmente piaciuti Dissolvenza e fuga (uno sceneggiatore esprime l’incauto desiderio che la propria vita sia come un film e ne paga le conseguenze) e Il dispensatore (nuovo vicino semina caos nel quartiere; mi ha ricordato il romanzo di Stephen King Cose preziose).

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Shock 2, di Richard Matheson.
Secondo volume della suddetta antologia, con una qualità media decisamente buona. Particolarmente piaciuti I vampiri non esistono (come da titolo, gran finale a sorpresa), Scadenza (un uomo, un  anno), Muto (storia toccante di un bambino vittima di un esperimento scientifico).

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Controrealtà, di AAVV.
Si tratta del numero 52 di Urania Millemondi, uscito nell’agosto 2010. È la versione in italiano della collezione americana The Year’s Best SF n. 12, cioè la selezione dei migliori racconti di fantascienza pubblicati nel 2006. L’avevo già letto l’anno scorso ma mi è venuta voglia di riprenderlo. La qualità media dei racconti è eccezionalmente alta per gli standard delle antologie Urania; di solito ne apprezzo circa la metà, qui invece mi sono piaciuti quasi tutti, con un paio di storie che gridano ECCELLENTE!!!. Me lo sto rileggendo un po’ alla volta per gustarlo meglio.

 (N.B. sono un fiero sostenitore della rilettura, anche più volte. Credo fermamente che se un libro non merita una seconda lettura, allora non meritava neanche la prima. C’è un piacere tutto particolare nel ripercorrere strade già battute, del tipo: la percezione dei rimandi infratestuali, l’apprezzamento della scena senza l’assillo del “cosa succede dopo”, la comprensione di livelli di significato che erano sfuggiti la volta precedente. Guardo il mio foglio excel e mi deprimo nel constatare che rileggo troppo poco, l’ultimo “2°” risale addirittura a febbraio – La realtà in trasparenza di JRRT – e scuoto la testa. Vorrei poter rileggere ogni libro che ho letto, sfortunatamente l’applicazione di tale ideale richiederebbe una vita di durata tendente a ∞, così mi devo accontentare di rileggere quel che più mi “chiama”, sempre con un vago senso di colpa perché sottraggo tempo a chissà quali altre nuove meraviglie che mi aspettavano e che lascerò al momento della fine. Pazienza. Avrò tempo per leggere quando sarò morto.)

 Già solo l’introduzione mi aveva “acchiappato” con una riflessione meritevole di commento:

i critici letterari sono spesso avvezzi a leggere narrativa per la sua sincronicità, ovvero per il modo in cui le miriadi di voci di un dato momento concorrono a rappresentare quel punto preciso dello spaziotempo. Questa non è la stessa idea che John Clute ha del “vero anno” di una storia, l’idea che ogni pezzo di narrativa rifletta inevitabilmente e inconsciamente l’anno in cui è stato composto, non importa se ambientato milioni di anni nel futuro e in un’altra galassia. È anche l’opposto del modo in cui i lettori di fantascienza vogliono leggere la loro narrativa: questi desiderano che le affascinanti idee degli autori li trasportino dalla loro quotidianità verso luoghi e tempi fantastici che potrebbero concretizzarsi, ma che non esistono ancora. Vogliono evadere dal presente.
La fantascienza ha sempre posseduto un certo grado di deliberata sincronicità, particolarmente evidente nella SF americana satirica degli anni ’50 e nella SF dell’Europa orientale prima della caduta del Muro di Berlino. Ma in maggioranza, i lettori di SF preferiscono una buona storia a una buona allegoria. A tutti piace distanziarsi dalla realtà, puntare verso il futuro. Ma è già adesso che ci troviamo nel futuro, e non è affatto il luogo piacevole che volevamo che fosse.

E ce ne sarebbero di cose da dire, sia su questo concetto di sincronicità (il futuro non è concepibile a sé, ma sempre in relazione al momento in cui è concepito: il futuro esiste solo come proiezione del presente), sia sul vero significato dell’evasione (ah, Tolkien: “non confondete l’Evasione del Prigioniero con la Fuga del Disertore”)!
Molti racconti di quest’antologia sono sincronici perché parlano di una catastrofe, della fine della civiltà, insomma sono chiaramente post 11/9/01. Quelli che mi sono piaciuti di più sono:

  • Nanomacchine a Clifford Falls: la diffusione della nanotecnologia (macchine che producono istantaneamente qualsiasi cosa, dal cibo ai beni di lusso) promette il paradiso in terra. Tutti possono avere tutto. Fine della povertà, fine della fame nel mondo, fine dei bisogni materiali. Doveva essere il trionfo glorioso della Tecnica e invece è la distruzione della società. Bisognerebbe farlo leggere a Emanuele Severino. Mi è piaciuto così tanto che si merita un post a parte.
  • Quando gli amministratori di sistemi dominavano la Terra: altro racconto postapocalittico, storia di un amministratore di sistemi intrappolato con altri sysadmins in un palazzo pieno di server e mentre fuori il mondo crolla per esplosioni nucleari guerre batteriologiche etc. questi nerd semiautistici sognano di fondare un nuovo mondo peace&love&bytes. Il linguaggio è magnificamente geek (ho imparato locuzioni come PEBKAC, gtg, killare, eccetera).
  • il resto dei racconti lo rileggo il mese prossimo.

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Fate, Time and Language – an Essay on Free Will, di David Foster Wallace e AAVV.
È la tesi di laurea (o qualunque cosa sia una undergraduate thesis) scritta da DFW in filosofia modale. Quando l’ho ordinato su Amazon non ne sapevo molto di più, se non che era di DFW ed era molto scontato e parlava di destino, tempo, linguaggio e libero arbitrio, insomma la copertina balzava letteralmente fuori dallo schermo e urlava COMPRAMI!!!
In realtà soltanto 78 pagine (30,95% del libro di 250 pagine) sono state effettivamente scritte da Wallace. Il resto è roba scritta da altri, e devo ancora capire se sia un bene o un male.
Insomma è andata così: nel 1962, questo tale filosofo Richard Taylor scrive un articolo in favore del fatalismo (pressappoco: non siamo noi a decidere ciò che facciamo). Nel 1985 DFW scrive la sua tesi come una replica-confutazione del lavoro di RT. La tesi resta a prendere polvere in uno scaffale del dipartimento di filosofia dello Amherst College. Nel 2008 DFW muore in tragiche circostanze, cioè si impicca (considero il suo suicidio come la dimostrazione ultima che l’intelligenza non garantisce la felicità), e a questo punto ci sono due modi possibili di interpretare i fatti:

  1. Gli ex-professori di Wallace, sconvolti dal dolore, decidono di rendere omaggio al loro brillante studente pubblicando la sua tesi di laurea, e per completezza arricchiscono il volume con il lavoro originale di Taylor criticato da DFW, nonché altri articoli di altra gente competente a parlare del fatalismo e annessi e connessi;
  2. Gli ex-professori di Wallace fiutano quattrini e, subodorando che tutto ciò che porta in copertina il nome di DFW si venderà come il pane, cercano affannosamente qualsiasi cosa pubblicabile in loro possesso e trovano la tesi, solo che è troppo breve per essere stampata da sola, così aggiungono al malloppo altra roba  al fine di raggiungere una massa cartacea tale da giustificare il prezzo di copertina di $ 19,95.

Immagino che alla fine del libro avrò un’idea chiara di quale delle due interpretazioni sia più attinente alla realtà.
Intanto il libro l’ho iniziato, però essendo scritto in inglese e trattando di un argomento complicato con linguaggio da filosofi professionisti, penso che ci metterò un po’. Seguiranno aggiornamenti nei prossimi post mensili.