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Libri settembre 2012

Ottimo e abbondante.


Matilde e Orso, di Jan Ormerod.

La storia straziante di un povero orso, tormentato a morte dalla bambina più pestifera che si possa concepire, la quale gli rompe continuamente le scatole con ogni sorta di futile motivo. Purtroppo l’orso, invece di sbranarla come merita, subisce tutte le sue angherie senza discutere.
Si tratta del regalo che Lucyette intende fare a Giocondo, il suo orso polare di peluche, per il suo compleanno prossimo venturo (non mi sono ancora del tutto chiare le circostanze per cui il 14/11/2011 la mia fidanzata ha partorito un orso alto circa un metro e largo la metà, ma tant’è). Io ho provato a dirle che secondo me la storia è estremamente diseducativa, e che il suo orso piangerà disperato a leggere le torture psicologiche a danno del suo simile, ma lei ormai si è fissata e non vuole sentire ragioni. A volte quella ragazza è proprio strana – vabè, ci parlo io con l’orso poi, ecco.

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Bibbia e morale, di AAVV.

Alla fine sono riuscito a finire questo libro, ma mi ci sono dovuto sforzare. Ho trovato la prima parte troppo lunga e prolissa; migliore la seconda parte, che entra nel vivo della questione e propone sei criteri per fare “evolvere” la morale biblica attagliandola alle questioni contemporanee; ma onestamente a distanza di un mese non me ne ricordo molto, il che non testimonia a favore del libro. Pazienza. L’unica cosa che mi ha davvero colpito è stata l’osservazione che

In Gn 4,23-24 Lamech che appartiene alla discendenza di Caino, è presentato come uno che propaga nel suo canto di millanteria una vendetta sfrenata: “Ho ucciso un uomo per una mia scalfittura e un ragazzo per un mio livido. Sette volte sarà vendicato Caino, ma Lamech settantasette”. Il codice dell’alleanza stabilisce invece la legge del taglione: “Se segue una disgrazia, allora pagherai vita per vita: occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede, bruciatura per bruciatura, ferita per ferita, livido per livido” (Es 21,23-25). Questa legge si trova anche nei codici degli altri antichi popoli orientali e vuole impedire la smisurata vendetta privata. Già in molti salmi Israele proclama attraverso la voce della parte offesa che la vendetta spetta solo a Dio: “Dio delle vendette, SIGNORE, Dio delle vendette mostrati!” (94,1) […] Oggi la legge del taglione viene non raramente compresa come l’espressione di una vendetta e rivincita violenta mentre, in verità, all’origine costituiva la limitazione di violenza e controviolenza; essa manifestava la tendenza a superare l’istintiva e incontrollata ricerca di vendetta e di rivincita.

Che, in effetti, se confrontata con la nozione di vendetta tipo Kill Bill, la legge del taglione sembra civile e progredita. Un buon esempio di “pedagogia progressiva” della morale biblica.

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 Rabbia – una biografia orale di Buster Casey, di Chuck Palahniuk.

Il libro mi è stato regalato da Federico Fasullo, che ringrazio.
Di Palahniuk avevo già letto Fight Club, fonte di uno dei miei film preferiti (ritengo Tyler Durden una notevole approssimazione cinematografica dell’Ubermensch nicciano), e Soffocare, che dopo un sacco di inutile pseudopornografia nasconde un finale sorprendentemente quasi “cristiano” (il mondo andrebbe molto meglio se tutti fossimo davvero consapevoli di essere figli di Dio). Mi sono accostato perciò a questo Rabbia – nel senso sia della malattia sia del sentimento – con aspettative di un certo livello, che non sono andate deluse. C.P. torna a un tema già affrontato nel suo libro d’esordio, cioè la lotta degli individui alienati che si aggrappano a rituali collettivi per riempire il vuoto esistenziale che li attanaglia. Lì era il menarsi a vicenda, qui partecipare a un gioco a punti dove ci si insegue l’un l’altro con la macchina e ci si tampona, a volte con esiti fatali.
Come da sottotitolo, il libro è una “biografia orale”. Questo significa che “occorre intervistare un gran numero di testimoni e successivamente assemblare le loro testimonianze. Quando molteplici fonti vengono interrogate a proposito di un’esperienza comune, è inevitabile che talvolta si contraddicano a vicenda. Per altre biografie scritte in questo stile, si vedano Capote di George Plimpton, Edie di Jean Stein, e Lexicon Devil di Bren-dan Mullen”. Insomma, il libro racconta la storia di Buster Casey mettendo assieme le testimonianze, brevi poche righe o lunghe diverse pagine, ­ di coloro che l’hanno conosciuto. L’unico punto di vista che manca è proprio quello del protagonista. Questo è un effetto stilistico assolutamente notevole, perché trascende completamente le questioni prima persona / terza persona, narratore limitato / narratore onnisciente, e simili. La soggettività di Buster Casey è ricostruita come un puzzle di intersoggettività che non riescono mai a costruire un’irraggiungibile oggettività, c’è sempre un pezzo mancante, non sappiamo mai davvero perché fa quello che fa. È il protagonista, ma è un continuo enigma.
Tra i difetti metterei un finale troppo ingarbugliato, alla fine non si capisce neanche più chi è chi e a chi succede cosa (evito ulteriori dettagli), e un’abbondanza di dettagli osceni che ho trovato ingiustificata, anche se la volgarità “gratuita” mi pare sia una cifra stilistica di C.P. e forse più che di gratuità si tratta di atmosfera, grammatica narrativa, praticamente un topos. Se si riesce a passare sopra queste asperità, vale la pena leggerlo.

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 Ciucciati il calzino!  Le migliori battute dei Simpson, di autore ignoto.

Da un libro che costa meno di un caffè anche in formato cartaceo non si può pretendere chissà cosa. Mi ha fatto passare un piacevole quarto d’ora, ricordando chi diceva cosa in quale puntata, tanto basta.
I Simpson mi piacevano molto fino all’ottava stagione o giù di lì, adesso sono inguardabili, preferisco ricordarli com’erano. Sono favorevole all’eutanasia dei prodotti artistici seriali.

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(non trovo la copertina) Breve introduzione al tomismo, di Padre Cornelio Fabro.

al potente richiamo per la verità dell’essere come «presenza del presente», apparso con Parmenide ed Eraclito, è stato sostituito il principio della «forma» quale «contenuto di rappresentazione» che doveva portare inesorabilmente all’idealismo ed alle conseguenze nichilistiche della filosofia contemporanea. A quell’accusa ed a questa deprecata nemesi sfugge la concezione tomistica che addita nell’esse l’atto di ogni atto ed abbassa perciò l’essenza e la forma a mera potenza determinativa e recettiva dell’ esse: a questo modo il pensiero fa inizio con la presenza dell’atto, ch’è l’apprensione dello ens, ed avanza mediante la tensione di essentia ed esse che l’ ens richiama nella sua costituzione originaria. Questo capovolgimento tomista dell’orizzonte speculativo ristabilisce da una parte il contatto del biblico Sum, qui sum (Exod. 3, 14) con lo E;STI GA.R EI=NAI di Parmenide e s’incontra dall’altra parte con il principio moderno dell’atto e con le esigenze per le quali esso è sorto ed oggi viene rivendicato da Heidegger. Mostrare la realtà e la forma di quel che si potrebbe chiamare il «parmenideismo tomistico» e dell’incontro fra l’atto tomistico dell’ esse e l’atto moderno dell’autocoscienza, è il preciso compito di un tomismo consapevole della propria forza e originalità come della gravità della situazione del pensiero contemporaneo il quale, per la sua espulsione definitiva (in senso positivo e costitutivo!) del sacro e del trascendente, non ha alcun riscontro nella storia della civiltà occidentale.

Wow.
Il libro si può ricevere da qui, a me lo ha mandato Viviana Del Lago (grazie!).
Densissimo, ogni frase è la sintesi di concetti che meriterebbero una pagina ciascuno per essere compiutamente spiegati. Questo è un male, se volete davvero (provare a) capire il tomismo, è un bene se volete (cominciare da) uno sguardo d’insieme. Onestamente, sarei molto buono con me stesso se dicessi di averne capito un decimo.
Meritevole di menzione:

Difatti uno studio più cauto e comparato dei testi tomisti farebbe con evidenza addossare alla sua scuola la responsabilità di una posizione risolutamente maculistica ossia di quella concezione che non è più sostenibile perchè condannata esplicitamente dalla Bolla Ineffabilis Deus di Pio IX. È stata chiarita infatti l’esistenza negli scritti dell’Angelico di alcuni testi dichiaratamente positivi a favore del nuovo dogma mariano, trascurati dalla sua scuola. Ci sono anzitutto numerosi testi generici ma perspicui, per es.: «In Christo et in Virgine Maria nulla omnino macula fuit» (Exp. in Ps. XIV); «In Beata Virgine nullum peccatum fuit» ( Exp. in orat. dom. , pet. V). Ci sono soprattutto tre testi speciali che valgono da pilastri di tutto il lavoro dogmatico e critico dell’Autore: «Beata Virgo a peccato originali et actuali immunis fuit» ( I Sent. , d. 44, q. un., a. 3 ad 3); «B. Virgo nec originale, nec mortale, nec veniale peccatum incurrit» ( Exp. Salutationis Angelicae); «Virginis purgatio (sanctificatio) in utero matris non fuit ab aliqua impuritate culpae» ( S. Th. IIIa, q. 27, a. 3 ad 3). La più bella di queste tre gemme è forse il secondo testo dell’esposizione dell’Ave Maria che recentemente è stato restituito alla lezione originale (con lo studio completo della più antica tradizione manoscritta: 49 codici), perché corrotta dalla «tradizione maculistica» in alcuni pochi codici di tarda composizione e in tutte le edizioni a stampa.
In tutta questa controversia ha una particolare importanza lo studio dello sviluppo della terminologia che nel secolo XIII non poteva essere quella del secolo XIX. Infatti se si tiene presente in particolare che s. Tommaso distingue fra la «conceptio» ch’è l’inizio dello sviluppo del germe vitale e la «animatio» ch’è l’infusione dell’anima spirituale mediante la quale si ha la costituzione del nuovo individuo come persona, si può capire allora come S. Tommaso può affermare che anche la Beata Vergine – come ogni individuo umano che proviene da Adamo per generazione naturale – doveva «incorrere» nel peccato secondo il processo di natura; ma come persona, fin dal primo istante dell’infusione dell’anima, ne fu da Dio «mondata». Perciò quando s. Tommaso afferma insieme che la Madre di Dio fu «concepita» nel peccato originale ma che mai la sua persona ne fu tocca (non incurrit), è chiaro che nella sua terminologia il termine «conceptio» non ha il significato che avrà nella Bolla «Ineffabilis Deus», ma va preso secondo la teoria dell’animazione ritardata ch’era in voga nella scienza del suo tempo. Praticamente tutto il nocciolo di questa importante questione di terminologia si trova mirabilmente condensato nella perla ch’è la Expositio Salutationis Angelicae coi due testi ch’esprimono chiaramente i due aspetti (aspetti e non momenti!) ora indicati: «Beata Virgo de peccato originali fuit mundata in utero matris, quia in originali fuit concepta seu originale contraxit, sed originale non incurrit». I teologi posteriori e la Bolla della definizione distingueranno meglio fra il «debitum» e il «reatus culpae»: la Vergine ebbe il primo, ma non il secondo; la distinzione di S. Tommaso non solo non è contraria alla definizione, ma può essere considerata giustamente come il suo più genuino fondamento teologico che i tomisti antichi hanno frainteso e che i tomisti di oggi hanno tutto il diritto di difendere e di approfondire per aggiungere questo ambìto complemento alla sintesi teologica del Maestro del pensiero cattolico. C’è quindi fra la posizione tomista e la Bolla «Ineffabilis» un accordo reale di fondo sul privilegio mariano con una «differenza modale» – se può passare il termine – nella sua spiegazione. Un segno di tale differenza si può vedere, mi sembra, quando s. Tommaso ammette che nella Vergine, mediante la «santificatio in utero matris» il fomite della concupiscenza è stato «legato» e non completamente tolto: terminologia che ora, dopo la definizione, va abbandonata.

 Non ho controllato le citazioni, ma… e che cavolo! io sapevo che San Tommaso sull’Immacolata Concezione ci aveva toppato, e me ne consolavo dicendo “vabè lo vedi, anche lui ne ha sgarrata qualcuna”.
Adesso devo trovare altre fonti di conforto per quando sproloquio.
Umf.

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Le grandi storie della fantascienza, volume 2 (1940), di AAVV.

Secondo volume dall’antologia di classici sf a cura di Isaac Asimov e Martin H. Greenberg.
Mi è piaciuta complessivamente meno del primo tomo, ma ho adorato La sfera che rimpiccioliva di Willard Hawkins (agghiacciante parabola su quella che io definisco “la tecnologia-stampella”) e Addio al padrone di Harry Bates, che riesce a rovesciare completamente quello che credevi di aver capito nelle ultime quattro parole, le cui implicazioni ti fanno scorrere un brivido lungo la schiena.

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The Giver – Il donatore, di Lois Lowry.

Molto bello, una distopia che è anche una fiaba per bambini. È il primo volume di una trilogia di cui a questo punto vorrei leggere gli altri due libri.
Ambientato in un mondo futuro stile Brave New World, dove ogni aspetto della vita è minuziosamente regolato, quasi ogni diversità è stata abolita, non c’è libero arbitrio e tutti sono felici (quei pochi che non riescono ad essere felici sono “congedati”, come i vecchi e i malati, e il lettore smaliziato intuisce facilmente di che si tratta anche prima che lo scopra il protagonista). Certo ci si può chiedere quanto possa essere “vera” una felicità preordinata dove tutti eseguono senza discutere ciò viene detto loro di fare, assumono pillole per soffocare gli impulsi sessuali, insomma vivono in un mondo emotivamente grigio (questa frase ha un doppio senso che sarà chiaro quando si arriva verso la metà del libro, e io ho detto gulp). È quello che si chiede il protagonista della storia, il dodicenne Jonas, che per la prima volta dopo n generazioni mette in discussione l’ordine prestabilito. Con esiti fatidici…
Vivamente consigliato.

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Tramonto e polvere, di Joe R. Lansdale.

— Non intendo mai più buscarne da te.
— Una moglie deve sottostare al marito.
— Io non sono più tua moglie.
— Agli occhi di Dio lo sei ancora.
— Allora sarà meglio che Dio guardi altrove.

Uff. Se solo applicassero integralmente San Paolo…
Il mio primo Lansdale. Ambientato all’epoca della Grande Depressione, inizia con un tentato stupro, un omicidio e una pioggia di rane. Ed è tutto un crescendo. Un vero pulp.
(cancellate dodici righe di divagazioni poco interessanti sul concetto di pulp pre- e post- tarantiniano)
C’è un personaggio che prima è cattivo e poi è buono, oppure il contrario (non vi dico chi e cosa), e lo fa con così sciolta naturalezza che realizzi il fatto solo dopo qualche pagina, però a quel punto ti mordi le mani pensando che dovevi capirlo prima.
Sa scrivere, questo Lansdale.

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Tutte le storie di Padre Brown, di Gilbert Keith Chesterton.

Aaaaah.
Cosa dire di Padre Brown che non sia già stato detto prima e meglio?
Niente, perciò taccio ammirato.
Memore del consiglio di Berlicche, mi sono centellinato a poco a poco i racconti, e adesso che sono finiti aspetto di dimenticarli per rileggerli di nuovo.
Signore, grazie per Chesterton.

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Morire dentro, di Robert Silverberg.

Bellissimo. Grande Silverberg.
La storia straziante – ma non come il libro dell’orso di Lucyette, dico straziante sul serio – di un telepate che legge nella testa degli altri ed è un fallito, uno che aveva questo dono fantastico ed è riuscito lo stesso a diventare un uomo mediocre senza soldi lavoro amici amore, e che perdipiù sta perdendo la telepatia poco alla volta, e registra angosciato questo suo lento dolorosissimo morire dentro.
Voglio essere sincero: il libro mi ha colpito come un maglio perché affronta una delle mie più inquietanti angosce, vale a dire il talento sprecato. Arrivare a cinquant’anni, sessanta, quello che sarà, guardarsi indietro e dire tutto qua? È tutto qui quello che ho combinato? Forse avevo i numeri per fare grandi cose, e mi sono sprecato così?
Paura.
Paura.
Paura.

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Eucaristia, di Inos Biffi.

Libretto divulgativo sull’argomento come da titolo.
Ortodosso ed edificante, ok; ma anche poco incisivo, tant’è che dopo tre settimane che l’ho finito non riesco a rievocare alla memoria un concetto letto che sia uno.
Alzheimer precoce o noia profonda?

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Una saldissima fede incerta, di Antonio Thellung (in lettura).

Libro eretico, che leggo poco per volta perchè di più non ce la fo.

Quando lo finisco vi spiego perché.

 

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L’altra faccia della realtà, di AAVV (in lettura).

Pescato su una bancarella a € 1, media qualitativa molto alta. Ottimo affare.

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Il mistero dell’Oggetto Eterno (2)

( continua da)

Spiegazione.
Chi mi conosce sa che a me piacciono molto le storie di fantascienza, e mi piacciono le storie di viaggi nel tempo e le speculazioni sui paradossi insiti nell’operazione. Sulla wikipedia inglese c’è una pagina molto interessante, di cui purtroppo non esiste la versione italiana (qualcuno la traduca!), che riporta numerosi esempi tratti dalla fiction di paradossi ontologici: cioè quelle situazioni in cui è l’esistenza stessa di qualcosa o qualcuno ad apparire impossibile, paradossale, una clamorosa deroga alla regola per cui ogni effetto è preceduto dalla causa.
La storia del precedente post è un esempio di paradosso ontologico basato su quel che a me piace chiamare un Oggetto Eterno, laddove eterno non significa “illimitato”, ma bensì qualcosa che è in qualche modo fuori dal tempo, sganciato dalla normale catena di cause ed effetti. La chiave della storia è un Oggetto Eterno: ogni versione temporale dell’uomo la riceve dalla versione precedente e la passa alla versione successiva, ma non si può capire in quale momento abbia fatto il suo ingresso nel tempo, e perciò non si capisce neppure chi l’abbia costruita – se mai lo è stata. La chiave è un effetto senza una comprensibile causa fisica: la sua storia è un circolo chiuso senza inizio e senza fine.
Affascinante, no?
E se ci fosse davvero, là fuori, qualcosa del genere? Cosa implicherebbe?

Naturalmente sarebbe facile liquidare facilmente la questione dicendo che gli Oggetti Eterni non esistono, o almeno non se ne è ancora scoperto uno, e che perciò queste sono chiacchiere inutili su argomenti vani.
È un approccio legittimo, ma forse un po’ troppo facile, perché “qualcuno” sostiene che una sorta di Oggetto Eterno esista davvero, e se è così, allora la sua esistenza pone delle domande che non possono essere liquidate così facilmente.
Chi sia questo qualcuno e quale sia la cosa misteriosa di cui stiamo parlando, sarà chiaro al prossimo post (ma qualcuno potrebbe anche capirlo prima).
Ora però, per spiegare al meglio le problematiche dell’argomento (ma in realtà è che mi sono divertito un sacco a scriverla), vi propino questa mia personale tassonomia super-nerd dei paradossi temporali. Se avete altri esempi da aggiungere alla collezione, siete invitati a contribuire. Buona lettura!

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Il viaggio nel tempo come causa sui.
Un tipico paradosso del viaggio del tempo è quello in cui il viaggiatore torna indietro nel tempo e contribuisce a determinare le circostanze che provocato o reso possibile il viaggio nel tempo stesso. Esempi:

  • Il primo film di Terminator si basa su questo paradosso, perché John Connor manda indietro nel tempo Kyle Reese a proteggere sua madre Sarah, la quale fa l’amore con Kyle e concepisce John, il quale perciò ha fatto in modo che suo padre fosse suo padre.
  • In Harry Potter e il Prigioniero di Azkaban, Harry viene salvato dai Dissennatori grazie ad un incantesimo Patronus lanciato da se stesso dopo essere tornato di qualche ora indietro nel tempo; si specifica che Harry è stato in grado di lanciare il difficile incantesimo perché sapeva di averlo già lanciato.
  • Nel libro I.N.R.I. di Michael Moorcock, il protagonista è un nevrotico religioso (endiadi, ovviamente) che si procura una macchina del tempo e torna indietro per incontrare Cristo; dopo aver scoperto che il Gesù storico era solo uno scimunito deforme figlio di una sgualdrina, comincia a girare per la Palestina e impersona lui stesso il messia – tanto lo sanno tutti che i vangeli sono chiaramente stati scritti secoli dopo i fatti – fino a farsi crocifiggere.

Non si contano inoltre le numerose variazioni sul tema dell’inventore della macchina del tempo che torna indietro nel tempo e aiuta sé stesso a inventare la macchina del tempo (es. nel primo Ritorno al futuro Marty McFly fa vedere a Doc Brown la macchina del tempo che quest’ultimo costruirà trent’anni dopo).
In questi casi abbiamo un effetto – cioè il viaggio nel tempo – che non solo è precedente alla propria causa, ma che addirittura contribuisce alla catena causale che ha dato luogo all’effetto stesso, insomma è causa sui, causa di sé stesso.

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Il paradosso del nonno.
L’inverso del paradosso precedente è l’ipotesi in cui il viaggiatore nel tempo, tornato nel passato, fa qualcosa che rende impossibile il viaggio nel tempo. Questa idea è nota come paradosso del nonno: un uomo torna indietro nel tempo e uccide suo nonno. Allora lui non nascerà. Ma se non nascerà, non tornerà indietro nel tempo e perciò non ucciderà suo nonno. Ma se non ucciderà suo nonno, allora lui nascerà e tornerà indietro nel tempo. Ma se tornerà indietro nel tempo, ucciderà suo nonno. Allora lui non nascerà. Ma se non nascerà…
Vedete bene che in realtà questo contorcimento logico è una variante spaziotemporale del paradosso di Epimenide cretese (“Epimenide dice che tutti i cretesi dicono sempre bugie, lui lo sa perché è di Creta e li conosce bene”), cioè un’auto-contraddizione. Un effetto che annulla la propria causa annulla non solo sé stesso, ma anche l’annullamento medesimo. Il primo Ritorno al futuro gioca con questo paradosso immaginando che Marty McFly, per aver ostacolato l’innamoramento dei suoi genitori, rischi di essere cancellato dalla foto di famiglia e dall’esistenza stessa – sennonché, se Marty fosse stato cancellato, non avrebbe mai potuto ostacolare l’unione che stava ostacolando…
Ci sono possibili linee di pensiero sulle conseguenze di questo paradosso. Una implica la coesistenza e/o il conflitto tra diverse linee temporali o “universi paralleli”. Il viaggiatore nel tempo, cambiando il passato, fa nascere una nuova linea temporale alternativa a quella da cui proviene. La linea temporale di provenienza può restare immutata e proseguire tranquillamente per il suo corso, oppure può essere “sovrascritta” e scomparire. Per esempi cinematografici vedere il secondo Ritorno al futuro oppure Donnie Darko. La quarta stagione di Fringe gioca con l’idea di un “palinsesto” temporale, con una Macchina che cambia retroattivamente un evento e costruisce un secondo passato che si sovrappone al primo, del quale però (come appunto in un palinsesto) affiorano tracce qua e là. Il concetto di riscrittura temporale è poi portato al parossismo nell’anime capolavoro Steins Gate, che cita John Titor (l’unico viaggiatore del tempo “ufficiale” finora conosciuto) e dipana un complicatissimo intreccio “circolare” in cui un team di giovani otaku scopre ben tre diversi modi per modificare il passato (mandando un sms indietro nel tempo; mandando la memoria di un individuo indietro nel tempo; con il “classico” viaggio fisico) e alterare le linee temporali, la cui divergenza rispetto alla linea originaria può perfino essere misurata con un apposito divergence meter!
Chi non crede alle diramazioni o sovrascritture temporali invece ritiene che questo paradosso non possa essere possibile: il viaggiatore nel tempo non riuscirà mai, qualsiasi cosa faccia, a uccidere il proprio nonno. Non può accadere una cosa simile proprio perché il viaggiatore nel tempo esiste e perciò non ha mai provocato il proprio annichilimento. Questa teoria, descritta in LOST come “meccanismo del course-correcting”, implica un principio di autoconservazione dell’Universo tale per cui, se si verificasse un paradosso del nonno, l’intero tessuto spaziotemporale ne sarebbe distrutto e non ci sarebbe né passato né presente né futuro né niente; tuttavia il fatto stesso che noi ora esistiamo è la prova tangibile che questo paradosso non si è mai verificato né mai si verificherà. Se poi questo principio di autoconservazione faccia parte delle leggi razionali intrinseche e soggiacenti alla struttura stessa dell’universo, oppure dipenda da una qualche Provvidenza benevola e trascendente che preserva il continuum, è argomento aperto alla speculazione.

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L’invenzione senza autore, cioè l’Idea platonica.
Il paradosso dell’effetto causa sui si può presentare in una versione molto interessante e cioè nell’ipotesi di un’opera dell’ingegno il cui apparente autore, in realtà, non ha fatto assolutamente nessuno sforzo intellettuale.

  • Nel secondo film di Terminator, si scopre che il supercomputer Skynet è stato creato attraverso un reverse engineering a partire dai resti del T-1000 mandato nel passato da Skynet medesimo. Nessuno ha veramente concepito i circuiti di Skynet, ci si è limitati a copiarli.
  • Un fisico, dopo aver ricevuto una visita dal suo futuro sé stesso che gli spiega nei dettagli come costruire la macchina del tempo, segue pedissequamente le istruzioni e costruisce la macchina del tempo, dopodiché torna nel passato e istruisce nei dettagli il suo precedente sé stesso su come costruire la macchina del tempo.
  • Un uomo viaggia nel futuro, scopre di essere diventato un famoso scrittore, compra in libreria i libri che ha scritto, torna indietro nel tempo, copia i libri parola per parola e diventa un famoso scrittore.

Lo stesso concetto si può applicare a un quadro, a un teorema di matematica, a una qualunque manifestazione di creatività.
Questo paradosso è sostanzialmente una versione soft dell’Oggetto Eterno. Qui non è la concretizzazione materiale dell’idea ad essere a-causale, ma l’idea in sé: il contenuto letterario del libro, la trama e lo stile, la scelta delle parole e la loro disposizione, tutte cose che di cui l’autore materiale del libro non ha nessun merito.
Ma allora Chi è il vero autore del libro?
A pensarci bene, c’è qualcosa dell’idealismo platonico in questo paradosso: abbiamo un’Idea che entra nel tempo come se provenisse dall’iperuranio, un’Idea che preesiste alle sue applicazioni concrete e sussiste a prescindere dalla loro esistenza. Un’Idea che è stata soltanto imitata, non inventata; ma conviene notare che – poiché l’idealismo platonico non è idealismo nel senso corrente del termine, ma semmai una forma trascendente di realismo – invenio, inventare, originariamente significa proprio scoprire (qualcosa che già esiste).

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La profezia auto-avverante.
La versione psicologica del paradosso precedente è data dall’ipotesi in cui qualcuno, venendo a conoscenza di una previsione che riguarda un suo comportamento futuro, tiene quel comportamento non perché lo desidera spontaneamente ma perché ritiene di dover agire come previsto. In tal caso sorge il quesito su chi sia stato a voler davvero quel comportamento, perché il soggetto agente appare in realtà come l’esecutore materiale di qualcosa che è stato già deciso al di fuori della sua volontà. Tutto ciò conduce a numerosi interrogativi sul libero arbitrio e sul determinismo. Esempi:

  • Tutta la serie televisiva FlashForward trattava questo dilemma. Ma lo faceva malissimo, infatti è stata cancellata.
  • Nel libro La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo, e nel film che ne è stato tratto (film a cui gli abominevoli distributori italiani hanno appioppato lo stucchevole titolo Un amore all’improvviso… vergogna!) la protagonista ha incontrato già da bambina l’uomo che amerà e sposerà, affetto da una malattia genetica che lo fa saltare avanti e indietro nel tempo, e nei momenti di crisi del suo matrimonio recriminerà inevitabilmente sul suo sentirsi vittima designata di un destino prestabilito.
  • Ma la miglior illustrazione di questo paradosso l’ho trovata in un bellissimo libro di Robert Silverberg, L’uomo stocastico, in cui il protagonista è un consulente specializzato in previsioni statistiche la cui vita è sconvolta dall’incontro con un uomo che invece “vede” il proprio futuro nel vero senso della parola. Il personaggio dell’uomo presciente è immensamente tragico: un individuo la cui volontà è stata annichilita dal determinismo, che vive la sua vita senza alcun desiderio e fa ciò che fa soltanto perché ha visto se stesso farlo, a cui la precognizione della propria morte ha tolto ogni possibile illusione d’immortalità e perciò aspetta con indifferenza, e infine con sollievo, la fine del “copione da recitare”.

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L’antenato dell’antenato.
In una celeberrima puntata di Futurama, con la sua tipica sbadataggine Fry fa in modo che la navetta spaziale della Planet Express torni indietro nel tempo fino all’anno 1947 e provoca l’incidente di Roswell. Quando scopre che uno dei soldati della base militare è suo nonno, si impegna a proteggerlo, ma scemo com’è ottiene l’effetto contrario e ne provoca la morte in un incidente. A questo punto Fry dovrebbe smettere di esistere, anzi non essere mai esistito, ma quando ciò non accade capisce che quell’uomo non era veramente suo nonno. Tira un sospiro di sollievo e va a consolare la sua vedova, per poi finire a letto con lei… il mattino dopo Fry realizza che quella donna è proprio sua nonna e lui è il nonno di sé stesso.
Questa storia non è solo una soluzione ironica al paradosso del nonno, ma anche una versione biologica dell’Oggetto Eterno: in questo caso abbiamo un patrimonio genetico senza progenitori, una stirpe ciclica senza capostipite. Due racconti in particolare hanno portato al parossismo questo concetto:

  • All You Zombies (it. Tutti i miei fantasmi) di Robert Heinlein, nel quale un ermafrodito viaggiatore del tempo è simultaneamente padre e madre e figlio/figlia di sé stesso, un vero e proprio unicum genealogico;
  • Star, Bright (it. Star, brillante) di Mark Clifton, in cui alcuni bambini super-intelligenti imparano a viaggiare nel tempo e scoprono che gli uomini del futuro, quando la vita sulla Terra sarà sull’orlo dell’estinzione, torneranno in massa nel passato – perciò la storia dell’umanità è un nastro di Moebius: Darwin si sbagliava, l’uomo non discende dalle scimmie, discende da se stesso! E ora chi lo dice a Dawkins?

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L’Oggetto Eterno.
Ma tutti i paradossi spazio-crono-ontologici fin qui esaminati impallidiscono a fronte di quello che è il paradosso per eccellenza: l’oggetto senza causa, l’oggetto eterno.
Perché nei precedenti esempi abbiamo sì una violazione della leggi della causalità, un attorcigliamento della catena causale su sé stessa, ma il flusso eracliteo della materia è comunque salvaguardato: tutto ciò che esiste deriva fisicamente la sua materia costitutiva da qualcos’altro. Per esempio, nell’invenzione senza autore, l’idea è di origine ignota, ma la sua realizzazione fisica è origine assolutamente normale, intra-temporale: la disposizione delle parole è stata concepita da non-si-capisce-cosa, ma gli atomi che compongono la carta del libro sono normalissimi atomi che vengono da qualunque cosa fosse la carta prima di essere trasformata in carta.
Nel caso dell’antenato dell’antenato siamo già a un livello più spinto, perché il corpo di A genera B e B genera A (oppure addirittura A genera A): ma il corto circuito può essere confutato ricordando che in realtà il nostro stesso corpo non ha mai continuità materiale, perché noi abbiamo un corpo (noi siamo un corpo) i cui atomi vengono sostituiti ad ogni istante (inspiriamo, espiriamo, mangiamo, beviamo, oriniamo, defechiamo, assorbiamo, sudiamo e così via). L’identità del corpo nel tempo non è meramente materiale ma bensì strutturale, e gli esseri viventi si distinguono dagli oggetti inanimati in quanto sono dinamici, ovvero sostituiscono ad ogni momento la materia del proprio corpo secondo un piano organizzato e teleologico (una roccia non mangia, non suda, non cambia le proprie molecole; un liquido può parzialmente evaporare, ma il liquido subisce questo cambiamento, non lo opera). Le molecole che compongono il corpo dell’antenato di sé stesso provengono comunque dall’esterno: è solo la costellazione genetica, l’informazione contenuta nella catena di nucleotidi, che resta entropicamente incomprensibile.
Ecco, l’Oggetto Eterno invece no. Queste considerazioni per l’Oggetto Eterno non valgono, perché è acausale non solo eziologicamente, ma anche materialmente. Le molecole che compongono l’Oggetto Eterno sono fuori dal panta rei, non vengono da nessuna parte: semplicemente sono lì. Continuano ad essere, e sono sempre state, e sempre saranno, in tutte le iterazioni che attraversa l’Oggetto nel suo ciclo continuo attraverso la limitata finestra temporale in cui esso esiste.
L’Oggetto Eterno è un mistero assoluto e una sfida tangibile al continuum.
Forse proprio per la complessità dei problemi ontologici che solleva, gli esempi di Oggetti Eterni nella fiction di fantascienza siano abbastanza rari.

  • Ci potrebbe essere la bussola in LOST, quella che nella quinta stagione Richard Alpert dà a Locke e poi Locke dà 50 anni prima a Richard Alpert, ma la questione è controversa e si discusso molto tra i fan se fosse davvero la stessa bussola (io dico di no, non è un circolo, è un loop; lunga storia).
  • Nel libro Piramidi di Terry Pratchett, il sacerdote Dios è stato consigliere dei faraoni per migliaia di anni, e alla fine torna indietro nel tempo e diventa il consigliere del primo faraone; ma ho già spiegato i motivi per cui un essere vivente, il quale sostituisce ordinatamente e gradualmente le proprie molecole, non può essere considerato a rigore un puro Oggetto Eterno.
  • Per fortuna mi soccorre la pagina di wikipedia che ho linkato all’inizio, che riporta qualche esempio che non conoscevo (es. gli occhiali magici della serie The Last Rune).

La storia che ho raccontato all’inizio è una mia piccola creazione: mi pare che la chiave funzioni abbastanza bene come Oggetto Eterno.

***

E allora, gente. Complimenti se siete riusciti ad arrivare alla fine.
Avviluppamenti temporali, effetti acausali, loop logici, di tutto e di più.
Ma di fronte a questi contorcimenti, come si pone la ragione? È ragionevole credere all’esistenza degli Oggetti Eterni?
Vorrei leggere, se possibile, il parere di atei / agnostici sull’argomento.

(continua)

(↓ commenti)


Libri dicembre 2011

E buon anno a tutti.

 §→ questi simboli indicano uno spoiler, evidenziare per leggere ←§

Controrealtà, di AAVV.
Ho finito di rileggerlo. I racconti migliori:

  • Fallo e basta!: storia terribile, nel senso positivo del termine (sì esiste un senso positivo). Ricordo che la prima volta che l’ho letto mi ha dato un senso di vera e propria rabbia nauseabonda, perché racconta di una manipolazione del libero arbitrio a dir poco brutale. È ambientato in un futuro distopico in cui la pubblicità di prodotti alimentari è attuata tramite manipolazione biochimica, ovvero ci sono questi Tiratori scelti che sparano dardi alla gente per iniettare sostanze che provocano una vera propria bramosia di consumo. In qualche modo tutto questo è considerato legale. La protagonista è un’attivista che si infiltra in un’azienda di marketing e ne seduce il manager a scopo sabotaggio, ma §→ finisce per essere  raggirata dal manager che ha capito il suo gioco, la sfrutta per i suoi fini, e infine le inietta un dardo nel collo e le “chiede” di sposarlo. Il finale è agghiacciante: la narratrice cerca di svegliare suo figlio, che non vuole andare a scuola, e “Lui si gira dall’altra parte, gemendo, ma non fa una mossa per alzarsi. Sfodero la mia pistola genitoriale e regolo il tamburo da Vai a Letto a Svegliati. – Alzati, Tommy – dico mentre miro con cura ai suoi capelli arruffati dal sonno. – Non farmelo dire due volte.←§ Sembra uno scherzo ma è uno dei finali più agghiaccianti che abbia mai letto da molto tempo a questa parte. L’introduzione dei curatori dice che la storia può essere letta come una satira sull’uso dei farmaci psichiatrici. Io aggiungerei anche del degrado educativo contemporaneo.
  • Filmini casalinghi: è una storia sul rapporto tra memoria e identità. La protagonista noleggia sé stessa (sì, il parallelo con la prostituzione è accennato nel racconto) per vivere su richiesta di facoltosi clienti esperienze che poi saranno espiantate dalla sua memoria e trasferite in quella degli acquirenti.
  • Questa è l’era glaciale: racconto post-apocalittico in cui l’intero pianeta è stato sconvolto da una catastrofe improvvisa, cioè tutti gli aggeggi elettrici emettono senza preavviso “frattali di ghiaccio quantistico”, gelidi spunzoni che infilano chiunque nelle vicinanze. In pochi secondi in tutto il globo gli aerei sono caduti, le automobili sono diventate trappole mortali, “portare un telefono cellulare in tasca significava essere trafitti dal ghiaccio nella zona pelvica” (ugh!). Non c’è assolutamente nessuna spiegazione del perché e del percome, semplicemente la storia parte dal post-disastro e racconta sentimenti e vicende di una ragazza che cerca di sopravvivere. Il racconto di per sé non è questa grande cosa, però mi è piaciuto perché io sono un grande estimatore delle storie post-apocalittiche, le quali hanno il merito di ricordarci che tutto ciò che noi occidentali normalmente diamo per scontato (il benessere, la pace, la democrazia eccetera) non lo è affatto.
  • Spedizione, con ricette: altro racconto post-apocalittico nel quale non c’è neppure una vaga spiegazione di COSA abbia ridotto a pezzi la civiltà, semplicemente si descrive la routine di alcuni bambini che cercano disperatamente di non morire di fame. Il racconto è intervallato da alcune paradossali ricette di novelle cousine su topi e scarafaggi.
  • Quill: se mai doveste ritrovarvi tra le mani l’antologia che sto recensendo, nella quale ogni racconto è preceduto dall’introduzione dei curatori, fate un grosso favore a voi stessi: quando arrivate a questo racconto NON LEGGETE L’INTRODUZIONE. Via, distogliete gli occhi, sciò. Perché questi disgraziati, non so se per disattenzione o noncuranza o vero sadismo, ti spoilerano senza preavviso l’ottimo plot twist della storia, ovvero che stiamo parlando di §→ dinosauri intelligenti ←§. Bastardi.
  • Tigre, in fiamme: fantascienza hardcore, tra universi paralleli e fisiche aliene e paradossi temporali, con gradevoli citazioni dalla letteratura classica (a cominciare dal titolo).
  • Damasco: parla di religione. Il titolo si spiega considerato che la protagonista si chiama Paula e si converte a una religione che ti fa letteralmente vedere Cristo al tuo fianco, ma che in realtà è una malattia neurodegenerativa che altera la sua biochimica cerebrale e sostanzialmente coarta il suo libero arbitrio. Dal punto di vista letterario il racconto mi è piaciuto perché è scritto bene, anche se quanto a valori ovviamente stiamo proprio agli antipodi perché la storia veicola la concezione (assolutamente prevalente nella fantascienza mainstream fino a qualche anno fa, tuttora molto diffusa) della fede religiosa come oppiaceo psicologico se non addirittura vera e propria malattia mentale, una cosa alla Dawkins tipo chi pensa non crede e chi crede non pensa.
  • Prevenzione: molto divertente. Gli alieni attaccano improvvisamente il pianeta, ma la loro strategia è molto strana, perché non si curano minimamente di colpire importanti strutture politico-militari ma solo obiettivi ben più secondari. Alla fine viene fuori che §→ gli alieni vogliono eliminare preventivamente la futura minaccia terrestre alle altre razze della galassia… e non siamo noi, tanto ci autodistruggeremo prima. Sono i nostri cani. ←§. Ouch, colpiti nell’orgoglio.

§§§

Ossessione, di Stephen King.
È uno dei primi romanzi di King, a suo tempo pubblicato con lo pseudonimo di Richard Bachman. Era praticamente l’unico suo romanzo che dovevo ancora leggere (a parte le ultime uscite, per quelle aspetto l’edizione paperback), molto difficile da trovare perché King lo ha tolto dalle librerie dopo i vari fatti americani tipo strage di Columbine eccetera, infatti il protagonista è un adolescente che esce fuori di testa a scuola, ammazza due professori e prende in ostaggio una classe. O forse in realtà è la classe che prende in ostaggio lui. I ragazzi cominciano a confidarsi liberamente e vengono fuori un bel po’ delle ossessioni e dei neri segreti di questi “bravi ragazzi”.
La trama è discreta, ma lo stile è ancora un po’ rozzo (il giovane SK doveva ancora affinarsi).

§§§

Guerra al Grande Nulla, di James Blish.
Il titolo originale era A Case of Conscience, ovvero “un caso di coscienza”.
Molto interessante e problematico, è un libro del 1958 (all’epoca ha vinto anche un Hugo Award, una specie di equivalente dell’Oscar nella narrativa sf) che ha per protagonista un gesuita e i suoi dubbi di coscienza. Mandato in missione in quanto biologo sul pianeta alieno Lithia e venuto a contatto con i suoi abitanti rettiliformi (volgarmente chiamati Serpenti!), finisce per concludere che essi sono creature di Satana; e siccome ha attribuito un potere creativo al Diavolo, cade nell’eresia manichea e merita la scomunica.
Le ragioni per cui il gesuita conclude che questi alieni sono figli del diavolo sono essenzialmente:

1)      Abitano in pace ed armonia, in una specie di paradiso terrestre senza malvagità, però non hanno nessuna religione: perciò sono una tentazione diabolica per far credere all’uomo che si possa essere perfettamente buoni senza Dio;

2)      Sono essenzialmente logici, eppure usano un codice morale basato su assiomi morali indimostrati, dei quali non è spiegata l’origine e che sono straordinariamente convergenti con quelli cristiano-occidentali: perciò “la civiltà lithiana è così congegnata da suggerire che si possa giungere a questi assiomi fondamentali del Cristianesimo, e della civiltà occidentale terrestre in generale, attraverso la ragione pura, nonostante il fatto che la cosa non è possibile”;

3)      Il loro sviluppo biologico attraversa una ricapitolazione esterna al corpo, ovvero gli embrioni alieni ripercorrono l’evoluzione della specie da pesci a rettili: perciò sono una tentazione diabolica per convincere l’uomo della validità dell’evoluzionismo.

Ora, io non so quanto James Blish, che da wikipedia risulta un agnostico, conoscesse bene il pensiero cattolico, però devo dire che tutti questi motivi mi sembrano alquanto pretestuosi: l’impressione è che l’autore ne avesse bisogno per portare la trama dove voleva e se li sia cercati non importa quanto scricchiolanti. Provo a sistemare le contro-obiezioni che farei io se fossi un altro personaggio del romanzo, magari un confratello gesuita che accompagna il protagonista (in effetti qualcuno mi dice che talvolta ragiono un po’ troppo gesuiticamente!):

1)      Siamo sul pianeta da troppo poco tempo, qualche mese appena. La nostra conoscenza della lingua e della cultura e della storia lithiana è ancora molto approssimativa. Il fatto che i lithiani non ci abbiamo mai parlato di Dio non è una prova certa del fatto che siano assolutamente atei: la loro cultura potrebbe considerare Dio come una presenza lontana da adorare silenziosamente. Oppure, il loro ateismo morale potrebbe essere la corruzione di una precedente cultura teista, che in seguito a qualche rivoluzione culturale ha abolito la nozione di Dio, mantenendone però in parte gli insegnamenti morali; questo risolverebbe anche la tua eresia manichea, perché è vero che Satana non può creare, però può corrompere ciò che è già stato creato;

2)      Caro confratello, ma non stai dimenticando (come minimo) San Paolo e San Tommaso? Che ne è della legge morale naturale, che Dio inscrive nei cuori di tutti gli esseri umani (e possiamo immaginare anche degli alieni)? Esiste un giusnaturalismo razionale, che il cristianesimo porta a perfezione ma non abolisce. Anche chi è ateo può derivare dalla morale naturale un codice di condotta con nozioni basilarmente corrette di bene e male (pur se il peccato originale e l’opera diabolica complicano questa possibilità). Forse noi siamo semplicemente in un mondo nel quale deve ancora cominciare la Rivelazione.

3)      Aaargh! L’autore nel 1958 si inventa che nel 1995, in una fantomatica “Dieta di Bassora”, la Chiesa cattolica accoglierà contro l’evoluzionismo l’argomento dell’omphalos di Philip Henry Gosse (ne parla anche Jorge Luis Borges in Altre inquisizioni) proposto per conciliare le immense ere geologiche suggerite dalla presenza dei fossili con il dettato letterale della Genesi: Dio crea testimonianze storiche di un passato che è verosimile ma non è vero. Adamo è stato creato con l’ombelico, anche se non aveva madre; i primi animali sono creati già adulti, il che ne presupporrebbe un passato da cuccioli, ma non sono mai stati cuccioli; esistono scheletri di glittodonte, ma non è mai esistito il glittodonte; esiste l’ontogenesi che ricapitola la filogenesi, ma non c’è mai stata la filogenesi; e così via. MA CHE SCHERZIAMO?!? Il problema di questo argomento (non per niente elaborato da un protestante) è il suo estremo fideismo. In base a cosa possiamo credere che il passato verosimile non sia vero? Solo in base alla fede, senza nessun aiuto dall’esperienza o dalla ragione che anzi sono di ostacolo. Questa gnoseologia è decisamente non cattolica. E a questo punto, se esiste un passato fittizio, perché dovrei credere proprio al passato reale proposto dalla Bibbia? Tanto varrebbe fare come fa Bertrand Russell, che in un suo libro ipotizza per assurdo che il mondo sia “realmente” cominciato cinque minuti fa: e come dargli torto? Se tutto ciò che abbiamo per conoscere è la fede, come capiamo/decidiamo in che cosa avere fede?

Insomma, l’impressione finale è che l’autore, seppure animato da buone intenzioni – colpisce la “serietà” del cattolicesimo descritto, nel senso che l’ortodossia cattolica, o almeno quella che Blish reputa tale, è presa estremamente sul serio, specie dai gesuiti… un quadro che sembra lontano anni luce dalla desolante realtà odierna che spesso ci troviamo di fronte: ed era “solo” il 1958, poco più di mezzo secolo fa!!! – sia caduto nel vieto stereotipo in cui cadono spesso i non credenti quando pensano ai credenti: gente che crede, appunto, ma non sa ragionare su ciò che crede.

§§§

Brivido crudele, di Robert Silverberg.
Ottimo Silverberg d’annata, anche se si perde un po’ nel finale. Il titolo originale era Thorns, “spine”, assolutamente calzante perché l’argomento del romanzo è il dolore. I protagonisti sono persone straziate dal dolore: un astronauta reduce da un viaggio interstellare in cui è stato vivisezionato dagli alieni e rimontato in un corpo mostruoso e grottesco (descritto soltanto per sporadiche allusioni, es. i tentacoli sulle dita, le palpebre che si aprono in orizzontale), che gli provoca trafitture ad ogni istante; ed una ragazza a cui per esperimento hanno provocato e negato la maternità (simultanea fecondazione in vitro di cento suoi ovuli, gestazione dei feti in uteri artificiali, e divieto per lei di accudire o vedere anche solo uno dei suoi 100 figli), che vive nella depressione e tenta più volte il suicidio.
Queste agonie si incontrano quando entrambi sono contattati da un magnate della comunicazione, che li convince con false promesse (a lui un corpo nuovo, a lei un paio dei suoi bambini) a diventare i protagonisti dei suoi spettacoli trasmessi in tutta la galassia – avete presente quelle orribili trasmissioni televisive che lobotomizzano gli spettatori a base di gossip di vita morte e misfatti delle celebrità o pseudo tali? Ecco. Quel che i due non sanno è che l’uomo in realtà è un sadico vampiro psichico che si nutre letteralmente della sofferenza altrui, e li manipola prima per metterli assieme (e vendere al pubblico la storia d’amore del secolo) e poi per “mangiare” lo sfascio della loro relazione tra dispetti e odî (e vendere al pubblico la fine della storia d’amore del secolo), perché la loro unione era solo l’insieme di due solitudini aggrappate l’una all’altra per calcolo e disperazione, perché due egoismi non fanno un amore.
Per circa tre quarti il libro mi è piaciuto moltissimo, il finale mi ha lasciato insoddisfatto perché §→ sa troppo di deus ex machina sia il modo in cui i due personaggi apprendono la reale natura del loro sfruttatore, sia il modo in cui lo distruggono, sia la loro unione finale dopo che si erano odiati a morte. ←§. Ma resta comunque un buon libro. Silverberg è un autore estremamente sottovalutato e meriterebbe di essere conosciuto anche dal grande pubblico, tipo un Asimov o un Clarke (a cui è di gran lunga superiore).

§§§

Bartolo Longo – un cristiano tra Otto e Novecento, di Antonio Illibato.
Primo volume di una biografia in tre parti del Beato Bartolo Longo, fondatore del Santuario di Pompei (nel quale infatti è stato comprato il libro, onde consegnarlo a Lucyette).
La descrizione storica dei quei tempi e luoghi – tra le province di Napoli e Brindisi, verso la fine del regno borbonico – offre un quadro invero assai pessimistico: tra i poveri, un’ignoranza molto diffusa delle verità di fede e il permanere di un sostanziale paganesimo superstizioso; tra i ricchi, il diffondersi dell’odio per la Chiesa, della filosofia hegeliana che dominava nelle università, di “mode” come lo spiritismo e il satanismo (lo stesso Bartolo Longo, prima di convertirsi, da giovane era entrato in una cerchia iniziatica che sperimentava fenomeni medianici); tra il clero, molti sacerdoti santi ma anche molti chierici, come dire, di costumi non irreprensibili. Per non dire della miseria, delle malattie, della mortalità e continuate voi l’allitterazione in emme. Pertanto: se il 2011 è stato un anno brutto, e il 2012 sarà più brutto ancora, ricordiamoci di quando si stava peggio…
Molto interessante anche la parte sulle ansie da neoconvertito del biografato, indeciso se prendere i voti oppure cercare la perfezione cristiana da laico consacrato se non da padre di famiglia: c’è un mezzo capitolo interamente dedicato ai suoi tragicomici fidanzamenti, finì anche per lasciare una poveretta praticamente sull’altare (scherzo, si era “solo” in fase di fissazione della data del matrimonio, ma da quelle parti è comunque una cosa presa molto seriamente…); fatto sta che per certi versi Bartolo Longo ha anticipato la presa di coscienza del ruolo missionario del laico, e della possibilità di santificazione personale in ogni stato sociale, che poi è stata espressa dall’Opus Dei e dal CV II.
Insomma, avevo cominciato a leggerlo di sfuggita nell’attesa di recapitarlo alla destinataria interessata, ed è stata una piacevole sorpresa.

§§§

Pensare Dio – introduzione alla religione, di Giovanni Chimirri.
Uhmmm.
Perplessità.
Si tratta di un altro dei libri comprati a poco prezzo grazie all’intermediazione di Sissi2002. Come si capisce dal titolo, si tratta di un libro di teologia, il quale

attraverso un nuovo tentativo di divulgazione, sviluppa in modo teoretico-sistematico le classiche “questioni” di teologia filosofica, tra cui l’essenza della religione, le deformazioni religiose, il linguaggio teologico, il rapporto ragione-fede, l’ateismo, il male, il nichilismo, soffermandosi sulle dimostrazioni dell’esistenza di Dio, sui vari attributi divini e sul concetto di creazione e rivelazione. La categoria del pensiero, che determina la nuova prospettiva d’indagine del volume, è sempre alla base del discorso, articolato in cinque capitoli e arricchito da un’ampia bibliografia ragionata. Di qui, pur senza rinunciare alla necessaria precisione terminologica (ogni termine “tecnico” o, se si preferisce, specialistico viene di volta in volta opportunamente introdotto e spiegato), il linguaggio è chiaro e semplice, tale da coinvolgere il lettore in una meditazione che rimette comunque in gioco il modo stesso di avvicinarsi e di “pensare” Dio.

Cari lettori, non so voi ma io se leggo l’espressione “nuova prospettiva” unita all’argomento “teologia” mi metto un po’ paura. Di solito quelli che propongono nuove prospettive teologiche o sono santi o sono eretici, e i secondi sono assai più frequenti dei primi.
Ma insomma qual è questa categoria del pensiero che determina la nuova prospettiva? Per adesso ho letto meno della metà, non posso dare un giudizio definitivo, ma la mia opinione provvisoria è che l’autore stia sottilmente proponendo – non so se per confusione in buona fede o malizia deliberata – un cristianesimo impastato di idealismo. Cioè l’idea che il mondo e addirittura Dio siano “reali” perché ed in quanto “pensati” dall’uomo. Ciò si evince, a parte le frequenti citazioni compiaciute dagli idealisti tedeschi (che pure sono sintomatiche), e certi frasi inquietanti di vago sapore hegeliano del tipo “la verità è lo spirito nel suo processo”, da passaggi del tipo:

Infatti il mondo non sa nulla di se stesso, e gli esseri del mondo non hanno coscienza di essere quello che sono; se non ci fosse l’uomo che si serve del mondo e che lo pensa, a nulla esso servirebbe ed è come se non esistesse: che senso avrebbe un essere che non sia essere per una coscienza, un oggetto che non sia un oggetto detto da un soggetto?
[…]
l’essere è essere (ha valore) perché è pensato da qualcuno che lo dice, che lo pone in essere. L’esserci del mondo non può darsi che in forza dell’esserci dell’Io: l’apparire del mondo non è che l’esistenza dell’Io al quale appare quel mondo: se il conoscere deve valere, l’oggetto della conoscenza non soltanto deve essere accessibile e penetrabile all’Io, ma deve essere creato, nel suo valore e verità, dallo spirito dell’Io (da dove il pensiero dovrebbe trarre la verità se non da se stesso?): solo così il nostro pensiero è vero, reale, poiché qui è il reale stesso quello che si pensa ( = autocoscienza, mediazione assoluta). Pagg. 25-26.

o peggio:

Se lo spirito umano arriva a Dio è perché già Dio attraverso il mondo (la natura) era in qualche modo disceso nello spirito umano. Non è tanto il limitato pensiero umano (o la “ragione naturale”) che conosce Dio bensì è lo spirito di Dio che è nell’uomo che conosce Dio; è l’autocoscienza di Dio che si sa nel sapere dell’uomo, è lo Spirito Santo che venendo dato all’uomo permette la relazione di coscienza tra pensiero umano e pensiero divino; relazione per cui da una parte Dio risulta un oggetto immanente alla coscienza umana (come se la coscienza umana fosse l’unica coscienza esistente, ossia la coscienza assoluta, la stessa coscienza divina: non c’è Dio che l’uomo stesso!), e dall’altra Dio risulta invece un soggetto trascendente l’esperienza che l’uomo ha del mondo e di Dio stesso.
[…]
Non bisogna fermarsi al fatto, pur vero ed innegabile, che io trovo in me la rappresentazione di Dio e di Dio come colui che è, dove l’esperienza di Dio si riduce all’essere mio, dove Dio è un oggetto la cui realtà è esaurita completamente dalla mia particolare attività di conoscenza, ma è necessario svolgere questo pensiero immediato in un sapere mediato, dove Dio possa prendere realmente una sua consistenza tanto da diventare egli stesso il Soggetto dell’evento del nostro parlare e pensare. Pag. 60.

Cazzo! Ma che significa che Dio deve “prendere consistenza” e “diventare”? Nel senso che io penso qualcosa e poi mi accorgo che quella cosa non esiste solo nel mio pensiero ma è proprio lì fuori da me? Oppure che “diventa” perché e in quanto io la penso, e prima non c’era (o al limite, hegelianamente, era esistente ma non reale)? E poi che è questa cosa che Dio è il Soggetto del “mio” parlare e pensare? Autocoscienza del pensiero che si pensa?? Subordinazione dell’oggetto al soggetto??? L’essere è essere se l’Io lo pensa???? Correggetemi se sbaglio, non sono esperto di filosofia, ma qua non siamo dalle parti del peggio post-cartesianesimo e precisamente in zona Hegel, che sotto l’apparenza cristianeggiante cela una sostanza estremamente gnostica e antropocentrica (anzi: antropoteista)?
Ma insomma, dottor (dalla quarta di copertina: “licenza in filosofia teoretica e in filosofia teologia” – c’è scritto filosofia e qualcuno ha sbarrato e scritto a penna teologia – “dogmatica presso la Pontificia Università Lateranense, nonché laurea in filosofia morale presso la seconda Università Statale di Roma”, mica niente!) dottor Giovanni Chimirri, parliamoci chiaro, a che gioco stiamo giocando? Esattamente che roba è questo “pensare Dio”?
La risposta a tale angosciante domanda arriverà a libro finito, suppergiù il prossimo mese. Suspence.


Lacrime nella pioggia

Premessa: il blog si è trasferito su wordpress, perciò questo è l’ultimo post su https://deliberoarbitrio.files.wordpress.com/2011/07/9788854115217g.jpg. Se volete commentare, potete già cominciare a farlo al nuovo indirizzo.
Per chiudere il cerchio e ampliare l’effetto nostalgia ho rimesso il template originale, e resterà così nei secoli dei secoli, o perlomeno finché durerà la piattaforma (non penso granché, a giudicare dall’incuria degli amministratori di splinder che se ne fregano della crisi di fiducia tipo ’29 diffusasi tra gli utenti; ammesso poi che ci sia ancora qualcuno nella stanza dei bottoni, probabilmente sono tutti morti o licenziati e i telefoni squillano a vuoto nell’ufficio deserto, come in un film di zombie).
Insomma, un po’ di smanettamento – qui ci sono delle istruzioni, se avete bisogno chiedete pure, non è così difficile come sembra, se ci sono riuscito io che sono fondamentalmente niubbo può riuscirci chiunque – e via, l’avventura continua altrove. Pazienza.
Un po’ mi mancherai, splinder.
Ma anche un po’ no, perché Lucyette dice entusiasta che wordpress è mille volte meglio e puoi fare questo e quest’altro e soprattutto ha un team di supporto che esiste e risponde davvero.
Comunque, la cosa prima o poi doveva succedere. Era inevitabile, e non solo per questi motivi. È caduto l’impero romano, figuriamoci se non doveva cadere splinder, come prima o poi cadrà anche wordpress e tutto quanto internet, per essere sostituito da qualcos’altro che in seguito scomparirà a sua volta eccetera eccetera. Che fine ha fatto l’Impero Assiro? Quanto dureranno la Gioconda e la Cappella Sistina? Le piramidi hanno grossomodo cinquemila anni o giù di lì, ma pensate che ce la faranno a restare in piedi per i prossimi, diciamo, cinquantamila anni?
Viviamo tutti nel fiume eracliteo. Come il narratore de L’occhio del purgatorio, guardo ciò che mi sta attorno e penso che non durerà ancora per molto.
E ci è andata pure bene che abbiamo avuto un certo preavviso. Pensate se splinder fosse caduto di botto, così, non c’è più nessuno a pagare la banda e il server stacca la spina; pensate alle migliaia di blogger disperati perché anni e anni di discussioni, idee, emozioni, amori e odî sono andati persi in un istante, lacrime nella pioggia, irrecuperabili.(io sono semi-paranoico e da anni salvo regolarmente i miei post su word e le pagine del blog con tutti i commenti in html e tengo il tutto copiato su tre memorie diverse, e anzi penso che comincerò a stampare tutto quanto su un bel po’ di buona vecchia carta da conservare in raccoglitori chiusi sotto vuoto e possibilmente in una scatola ignifuga; ma a quanto servirà?)
Questa vicenda blogghesca, di per sé piccola cosa, ha il merito di rammentarci una grande verità che dovremmo ricordare sempre e invece sempre dimentichiamo: abbiamo tutti la data di scadenza, e quel che è peggio, non la conosciamo. Tutto è caduco. Tutto è transitorio e potrebbe scomparire da un momento all’altro.
Giusto una settimana fa il vangelo della domenica era la parabola delle vergini stolte, che è fondamentalmente una storia sul tempo sprecato e si chiude con un’ammonizione agghiacciante: VEGLIATE DUNQUE, PERCHÉ NON SAPETE NÉ IL GIORNO NÉ L’ORA.
Gulp.

Vi racconto un fatto personale.
È un po’ di tempo che mi riprometto di scrivere un post mortem, che nelle mie intenzioni sarebbe un post (ah ah) da far pubblicare a persona di fiducia in caso di mia morte improvvisa – incidente stradale, colpo apoplettico, vendetta mafiosa, rapimento alieno, scivola-sul-pavimento-bagnato-e-si-scassa-la-capa-contro-il-water: tutto può succedere – nel quale mi congedo da voi lettori in stile Satoshi Kon, vi ringrazio per le belle discussioni e tutto quanto e vi dico arrivederci, si spera (se io e voi finiamo nello stesso posto).
Bene, la cruda verità è che sono passati anni da quando mi è venuta l’idea, e ancora lo devo scrivere questo benedetto post mortem. Non riesco a decidermi. Ho il file già pronto nella cartella “in fieri” (una cartella purtroppo molto consistente), e ho perfino una vaga idea di quello che vorrei scrivere, eppure… niente. Cincischio, rimando, posticipo. Dopodomani. Il mese prossimo. L’anno che viene.
Perché non lo scrivo? Perché non mi decido una buona volta? Esattamente di che cosa, sotto sotto, ho paura? Me lo sono chiesto diverse volte.
Oggi ho guardato dentro me stesso e ho capito una cosa. Forse non riesco a scrivere il mio post mortem, come certa gente non riesce a fare testamento o stipulare un’assicurazione sulla vita, perché farlo significherebbe ammettere che io non sono immortale, che anche io sono caduco come tutto il resto, e questo è qualcosa che è veramente difficile riconoscere – non dico razionalmente, con la testa tutti sappiamo di dover morire, ma ad un livello profondo.
Come dice il personaggio di un libro di Silverberg,

Nessuno crede, sinceramente e completamente, di dover morire, qualunque cosa pensi di credere. Potete accettare l’idea qui, con la testa, con il ragionamento, ma non a livello cellulare, a livello di metabolismo e di mitosi. Il vostro cuore non ha perso un colpo in trenta e tanti anni, e non li perderà mai. Il vostro corpo funziona allegramente come una fabbrica a turni tripli che produce corpuscoli, linfa, sperma, saliva, ventiquattro ore su ventiquattro; e per quanto ne sa il vostro corpo, continuerà sempre così. Il vostro cervello si percepisce come il centro di un grandioso dramma il cui divo siete voi, l’intero universo non è che un’enorme collezione di comparse, tutto ciò che accade, accade intorno a voi, in relazione a voi, con voi in funzione di cardine e fulcro; e se andate al matrimonio di qualcuno, il titolo della scena non è “Dick e Judy si sposano”; no, è “io vado al matrimonio di qualcuno”; e se un uomo politico viene eletto, il titolo non è “Paul Quinn diventa presidente”, ma “L’elezione di Paul Quinn vista da me”; se una stella esplode, l’intestazione non è “Betelgeuse salta in aria”, ma “il mio universo perde una stella”, e così via, è la stessa cosa per tutti, ciascuno è l’eroe del grande dramma della vita, Dick e Judy entrambi nei ruoli principali nelle loro menti, Paul Quinn e forse anche Betelgeuse; e ciascuno di voi sa che, se dovesse morire, l’intero universo si estinguerebbe come una luce spenta e questo, naturalmente, non è possibile; perciò voi non morirete. Sapete di essere l’unica eccezione, che mantiene in piedi l’intera baracca con la propria continua esistenza. Tutti gli altri, voi lo sapete che moriranno, certo, perché sono le parti senza importanza, le comparse di cui il copione prevede la sparizione lungo la strada, ma non voi, oh, no, voi no di certo!

Non vi ci riconoscete, almeno un poco?
Io sì, più di quanto mi piacerebbe. Porca miseria, il mondo ha bisogno di me! Io sono intelligente! Sono ClaudioLXXXI! Sono quello che scrive tutti quei post fighissimi bellissimi commentatissimi! Io sono… beh, sono IO! Ehi! Non posso morire!!! Hai capito, Tizio-che-fa-le-regole, stai ascoltando?

IO

NON

POSSO

MORIRE

!!!

Bene, lo sbattimento di questi ultimi giorni per trasferire armi e bagagli da splinder a wordpress mi ha fatto realizzare una piccola verità: il mio blog non è eterno, e un giorno chiuderà davvero, non foss’altro perché io chiuderò davvero. L’illusione di essere La Grande Eccezione Alla Regola è, ahimè, un’illusione.
Morirò.
E mi conviene prepararmici, perché non so né il giorno né l’ora.

Vale anche per voi.

(to be continued)


Libri ottobre 2011

Catechismo della Chiesa cattolica, dello Spirito Santo & altri AA.VV.

Mi sono scaricato da vatican.va i pdf del catechismo in versione integrale e me lo sto leggendo, un po’ al giorno, sul mio lettore ebook.

Già.

Una cosa divertente che non farò mai più, di David Foster Wallace.

Io sono un grande ammiratore di DFW, ho pianto qualche lacrima quando ho saputo che si era ammazzato, e perciò quando ad agosto i grandi distributori hanno applicato una serie di super-sconti fantasmagorici – prima che entrasse in vigore il provvedimento del Soviet Supremo che stabilisce il limite legale del 15% di sconto sul prezzo di copertina, limite sulla cui opportunità ci sono state accese discussioni tra me e una certa blogger bibliotecaria di mia conoscenza – bene, quello è stato il momento in cui ho rotto il mio metaforico porcellino e ho approfittato del momento favorevole per comprare quanti più libri possibile di David Foster Wallace, tra cui appunto il suddetto.

Per inciso, la traduzione italiana è difettosa: il titolo originale era A Supposedly Fun Thing I’ll Never Do Again, ma l’abolizione dell’avverbio (= asseritamente, presumibilmente) provoca uno slittamento semantico che rischia di seppellire tutto il significato dell’opera.

ASFTINDA è il reportage giornalistico di DFW che partecipa a una crociera extralusso e poi descrive quello ha passato e quello che ha pensato. Detto così sembra poco, eppure è un libro meraviglioso e Wallace dà il meglio di sé, sia quanto a stile (l’umorismo, la totale padronanza delle subordinate incastonate nelle subordinate, la continua mescolanza tra registri linguistici di ogni livello – ho anche imparato parole di cui non sospettavo l’esistenza come “omeostasi”, “monologico”, “espletivo genitale”, “ectomorfico”, “melisma”, “ad naus”), sia quanto a contenuto. E chi ha letto Infinite Jest, ilmagnum opus di Wallace, scoprirà affascinato che questo libro ne è praticamente la fase embrionale.

Qui infatti DFW anticipa quelle folgoranti riflessioni sull’essere umano e sulla sua insoddisfacibilità a priori che avrebbe poi svolto alla enne potenza nel suo capolavoro: la crociera extralusso promette ai passeggeri una Soddisfazione Totale, un Piacere Supremo connesso alla totale passività – zero preoccupazioni, zero fatica, Non Fare Assolutamente Niente – che di fatto non è altro che una regressione allo stato prenatale. Ma la brochure mente, perché “la mia parte infantile è insaziabile – e anzi, la sua essenza, il suo Dasein o quant’altro, consiste proprio nella sua insaziabilità a priori. In risposta alla prospettiva di una gratificazione e un accudimento straordinari, la mia insaziabile parte infantile non farà che accrescere la soglia di soddisfazione fino a conseguire di nuovo la sua omeostasi di grave insoddisfazione”.

Impossibile non fare il paragone con lo stato di coloro che in Infinite Jest hanno sperimentato la visione del fatidico film di James Incandenza: la regressione allo status di feto, incapaci di interrompere minimamente il piacere supremo del guardare all’infinito la pellicola – che fa vedere quella Bellissima Mamma filmata con le speciali lenti sfarfallanti che imitano la visione neonatale – senza deambulare, senza mangiare, senza bere, senza cogitare, fino al decesso per consunzione.

Una vita senza dolore (perlomeno nel tempo, nell’eterna rincorsa tra piacere e insoddisfazione) è letteralmente impossibile. Il Piacere Assoluto coincide con la Morte.

Se a questo aggiungiamo che la madre di Deirdre, la bambina novenne che dà scacco matto in ventitré mosse a DFW, ricorda inquietantemente Avril Incandenza, e che il progetto commerciale di Winston il facchino giocatore di ping pong – La crociera del futuro è La crociera a casa. Per andare a fare la crociera extralusso nei Caraibi non devi muoverti da casa. Colleghi gli occhialoni e gli elettrodi e via. Niente passaporti. Niente mal di mare. Niente vento, niente scottature, niente coglioni dell’equipaggio. Viziatura Domestica Immobile Virtuale Totale” – sembra precisamente il famigerato Intrattenimento, allora non ci sono scuse: chi ha letto e amato Infinite Jest deve leggere anche questo libro.

Note.

Torre di cristallo, di Robert Silverberg.

Ottimo Silverberg d’annata. Ho il vago sospetto che Ronald D. Moore, quando ha ricreato Battlestar Galactica, abbia copiato si sia ispirato a questo romanzo: ci sono gli esseri umani artificiali tenuti in schiavitù, i “Nati dalla Vasca” (!), che nel futuro del XXII secolo anelano la libertà; c’è l’elemento religioso, il culto degli androidi verso il loro creatore Krug, dettagliatamente esposto nella sua teologia e nella sua liturgia; e c’è, alla fine, la ribellione violenta degli schiavi.

La religione degli androidi è una mescolanza di ebraismo, cristianesimo e buddismo. Silverberg assegna nomi evocativi ad alcuni personaggi: il figlio di “Dio-Krug” si chiama (Em)Manuel, e la sua amante Lilith. Degno di nota che mentre la maggior parte dei sintetici fa coincidere semplicemente Dio con Simeon Krug, l’essere umano che li ha inventati e che si è arricchito vendendoli, i più evoluti tra loro distinguono tra “l’idea di Krug il Creatore, Krug il Salvatore, Krug il Redentore”, e l’uomo concreto che “è solo una delle manifestazioni di quell’idea. E neppure la manifestazione più importante”.

Questa sarebbe una distinzione molto importante, ma purtroppo gli androidi non riescono a fare il salto intellettuale necessario e smitizzare completamente la figura dell’uomo Krug, vedendolo casomai come strumento immanente di un Creatore trascendente *. Evidentemente non conoscono questa storiella. L’illusione che Krug sia perfettamente buono e ami gli androidi e voglia concedere loro la libertà, distrutta di fronte alla scioccante constatazione della realtà (Krug è uno stronzo egoista che se ne fotte degli androidi e pensa solo a costruire la sua Torre di Babele di cristallo per lanciare messaggi agli alieni), porta nella conclusione alla furia del figlio rifiutato, alla rivolta mondiale degli androidi e ovviamente alla distruzione della suddetta Torre di Babele di cristallo.

Forse c’è un messaggio di Silverberg di messa in guardia nei confronti delle illusioni religiose, o forse semplicemente non si poteva raggiungere altrimenti il climax finale.

Comunque, un libro bellissimo.

Note.

*N.B. nel caso domani gli androidi li fabbricassero davvero: è meglio non pasticciare col DNA umano e clonazione e tutto quanto, ma se uno scienziato fabbrica un uomo “artificiale”, non è che lo ha creato: il vero Creatore è quello che ha creato il modello originale, nonché la materia le equazioni biochimiche e tutto quanto. Ogni androide è mio fratello.

Questa è l’acqua, di David Foster Wallace.

Io sono un grande ammiratore di DFW, ma questo non significa che debba automaticamente adorare tutto ciò che scrive. Il problema di questa antologia è che i) costa troppo per le poche pagine che la compongono, e infatti ho aspettato a lungo per comprarla approfittando di un super-sconto, ma vabbè questo è un problema editoriale ii) a parte il pezzo finale, che è la trascrizione del discorso tenuto per il conferimento delle lauree al Kenyon College il 21 maggio 2005, tutti questi racconti – che risagono agli esordi della produzione letteraria dell’autore – sono, come dire, Belli Però. Nel senso che pare proprio che DFW, all’inizio della sua carriera, dovesse a tutti i costi farsi notare e perciò concentrare in ogni paragrafo, ogni riga, ogni parola, inumani contorcimenti stilistici / eccedenza di parole semi-sconosciute / insomma manifestazioni di eccezionale talento, sì, Belli, Però il troppo stroppia. Prendi ad esempio il primo racconto, Solomon Fisherman: una storia d’amore e cancro scritta splendidamente, ma conclusa da un § così stilisticamente complicato da risultare incomprensibile, e infatti non ho capito come (se) finiva la storia, il che di fatto mutila la qualità della storia stessa.

Insomma un DFW ancora acerbo, consigliabile solo se uno vuole approfondire la storia letteraria dell’autore, altrimenti da lasciar perdere.

L’occhio del purgatorio, di Jacques Spitz.

Non so se tecnicamente si possano definire fantascienza la storia di un uomo che vede il futuro di ciò che lo circonda (le cose arrugginiscono e si dissolvono, le persone gli appaiono progressivamente come vecchi, cadaveri, scheletri, polvere) e la storia della guerra dell’umanità contro le mosche intelligenti, ma è comunque un ottimo volume.

Vanitas vanitatum et omnia vanitas.

Montedidio, di Erri de Luca.

Suggeritomi e datomi in prestito da persona che me ne ha parlato in termini entusiastici, si è rivelato una noia mortale. Non so se dipende da una mia idiosincrasia per le storie oleografiche sui vicoli napoletani e la gente che ci abita, o perché Erri de Luca (di cui non ho letto nient’altro) è proprio una palla. Sono riuscito a finirlo solo perché è molto breve.

Padrone della vita, padrone della morte, di Robert Silverberg.

Un altro Silverberg di buona fattura, anche se si perde un po’ verso la fine (l’imbarazzante deus ex machina degli alieni che Risolvono Tutto). Sovrappopolazione, eutanasia, eugenetica, controllo delle masse naturalmente a fin di bene: anche la persona con le migliori intenzioni, quando le si dà il potere assoluto di decidere chi ha una vita degna di essere vissuta e chi invece no, può sbarellare un poco.

Note.

Le fiabe di Beda il Bardo, di Joanne Kathleen Rowling.

È sempre un piacere tornare, anche se per poco, in quel magico mondo. Le fiabe sono belle. I commenti di Dumbledore sono bellissimi.

Alla luce del camino, di Aldo e Armando Caputo.

Un altro dei libri a 1 € comprati grazie a sissi2002 (grazie).

In sostanza ci sono questi due fratelli torinesi che si rinchiudono nel loro casolare di campagna e si leggono a vicenda cose che hanno scritto su argomenti vari ed eventuali, dalla morale di Robinson Crusoe (“riesce addirittura a distinguere l’inganno dei riti preteschi, mentre la vera profonda religiosità del singolo uomo che si confronta con l’Essere Supremo è l’unica ad assumere un significato rilevante” –  è una mia paranoia o c’è un vago sentore massonico?) all’apologia di quel grand’uomo di Massimiliano Robespierre, dall’etica kantiana applicata alla deontologia medica alla storia (leggenda nera?) del Malleus Maleficarum, eccetera eccetera.

Se uno vuole approfondire gli argomenti, può essere utile, ma lo stile non è particolarmente avvincente.

La casa degli invasati, di Shirley Jackson.

Ottimo libro di un’autrice che mi ripromettevo di leggere da tempo, una delle migliori variazioni sul tema “casa infestata” che abbia mai letto.

Molto ben costruito il personaggio di Eleanor, che probabilmente è sempre stato il fantasma della casa, essendo “uscita dal tempo” quando è morta.

Il petalo cremisi e il bianco, di Michel Faber.

Suggeritomi e datomi in prestito da persona che me ne ha parlato in termini entusiastici, si è rivelato ben presto una noia mortale. Lo stile didascalico (l’autore si rivolge direttamente al lettore e gli dice nota questo, fai attenzione a quest’altro) all’inizio era interessante, ma poi diventa esasperato e insopportabile, mentre la storia di questa prostituta dell’Inghilterra vittoriana che fa un uso spregiudicato del suo corpo ma ovviamente cela un animo così sensibile… yahwn… zzz… ronf. 985 pagine così non le reggo. Forse migliorava dopo, ma non lo saprò mai, l’ho mollato invocando il terzo diritto del decalogo di Pennac.


libri settembre 2011

La traversata, di Salvo Toscano.
Racconti a Palermo, su Palermo, per Palermo.
Un atto d’amore e di cordoglio per la città e per la sua variopinta umanità, spesso disperata senza essere sazia, eppure sempre viva e pulsante.
Molto bello l’ultimo racconto, quello che mi è piaciuto di più, per la sua, vorrei dire, “oggettività morale”: nel senso che racconta una storia, senza stillare giudizi moralistici dall’alto, ma lasciando emergere la natura dei fatti di per sé.
Notevole anche il primo, la “fiaba palermitana” che dà il titolo al libro, in cui il protagonista (suppongo dando voce ai pensieri dell’autore) esprime il suo lamento per il degrado antropologico della città: “questa è una terra che ha sostituito il diritto con il favore. Un luogo in cui le cose che tispetterebbero diventano privilegi concessi a fronte di scambi indecenti. Dove il consenso si costruisce sul bisogno altrui, dove le regole sono enunciazioni prive di senso e la vita sociale si fonda sulle conoscenze personali e non sul diritto…”; insomma quei mali endemici della Sicilia e dell’Italia, quei residui di un feudalesimo sopravvissuto a se stesso, quell’eresia popolare e sotterranea che rovescia nel loro opposto i concetti di intercessione dei santi e salvezza per grazia e non per opere.
Ed è qui che si nasconde la chiave di lettura della “fiaba”. Il protagonista, che ha bigiato dall’odioso lavoro in un call center per aiutare una coppia di turisti americani a orientarsi nel labirintico traffico palermitano, tra meraviglie architettoniche ed emergenze mediche, si vede minacciare il licenziamento dall’odiosissimo capo. La fine della storia (spoiler alert) sembra un lieto fine, perché si scopre che il turista con cui ha stretto grande amicizia, vero e proprio deus ex machina (una Mercedes), non è altri che il fondatore e proprietario della multinazionale di call center, il quale stoppa il licenziamento e lo fa trasferire alla filiale di New York, insomma gli salva il culo e gli cambia la vita e la carriera. Lieto fine, dicevamo. Ma quando uno riflette sul fatto che il protagonista –  per carità simpaticissimo, cita tutti i film di Kubrick, come non volergli bene – si salva da un destino terribile-ma-non-del-tutto-immeritato solo e proprio perché Conosce Il Pezzo Grosso Che Gli Fa Un Favore, ad onta dei precedenti lamenti antropologici, ecco, se uno ci riflette allora il fine diventa meno lieto.
E si capisce cosa significa “fiaba palermitana”.
Bravo Salvo.

What Fun Life Was, di Filippo Pennacchio.
Non male, ma non è esattamente quello che mi aspettavo. Avrei preferito un libro che scandagliasse minutamente la trama di Infinite Jest, magari osando azzardare qualche ipotesi su Quello Che è Successo Dopo, invece è perlopiù un libro di critica letteraria sull’autore stesso, sui suoi rapporti con le correnti della narrativa americana, e sui tentativi di categorizzare il talento smisurato di DFW.

DIO?!? – Problematiche sull’esistenza di un essere sovrannaturale, di Luca Immordino.

Dio mio, che schifezza.

Premessa: qualche tempo fa ho comprato un lettore di ebook, di una marca italiana, un Intreeo LCD 5. Gli faccio pubblicità perché se la merita: per soli 99 € fa esattamente le cose che voglio (libri, foto, audio, video con sottotitoli) senza distrarmi con mille altre cose che non voglio. Ogni tanto si impalla e spero che non si riveli un pacco mal funzionante nel giro di pochi mesi, ma per ora ne sono abbastanza soddisfatto. Fine della pubblicità.
Allora, succede che nella memoria del lettore trovo, come gentile omaggio dimostrativo delle funzionalità del prodotto, nientemeno che una cinquantina di libri in formato epub editi dal gruppo editoriale Albatros Il Filo. Apperò. Cinquanta libri gratis. Grazie. Al tempo stesso però mi risuona nelle circonvoluzioni cerebrali un piccolo campanello d’allarme del tipo: ma se questi libri li regalano, quanto mai potranno valere? (intendo il valore vero, da non confondersi col prezzo) Anche perché per curiosità faccio un giro in rete, informandomi sulla casa editrice, e trovo testimonianze disperanti tipo questa. Insomma tale casa editrice sarebbe uno stampatore per APS, come la famigerata Manuzio nel Pendolo di Focault. Beh. Non il migliore dei biglietti da visita.
Insomma, lo confesso, avevo un qual certo pregiudizio quando ho approcciato qualcuno di questi cinquanta libri che mi hanno regalato (e grazie di nuovo), e irretito dal titolo ho cominciato con questo DIO?!?.
Però.
Però non.
Però non mi aspettavo.
Però non mi aspettavo quella che non saprei definire se non come una schifezza di libro.
E passi che la tesi è un mix dei più vieti stereotipi ateisti, con vistose contraddizioni logiche (“l’ateismo è la posizione di chi non ha certezze”? ma che davvero?) e sfoggio di abissale ignoranza della religione si che vorrebbe criticare. Questo non lo renderebbe diverso da un odifreddi qualunque. Nossignore, il problema è che è proprio il libro in quanto libro a essere scritto malissimo, con una sintassi a dir poco accidentata, virgole che s’infilano dove non dovrebbero (“i dogmi sono costitutivi di ogni religione e ogni religione parte, dando per scontati giudizi e verità”), periodi senza né capo né coda in cui alla fine non si capisce bene chi e che cosa (“dio ci ha creato per amore, ma allora il dio è schiavo della passione dell’amore ed è un qualcosa a lui superiore”), e in generale un’aura di pressappochismo dilagante a dir poco invereconda.
Capisco allora me l’abbiano tirato appresso regalato, posto che su Deastore questo “libro” costerebbe 12,50 euro (e mi chiedo i. quanto abbia pagato l’autore per farselo stampare ii. chi mai nel mondo lo abbia comperato senza essere parente/amico dell’autore).

La scrivania del federale, di Marcello Montaldo.
Altro libro del gruppo Albatros, stavolta però di qualità non infima. Vorrebbe essere un giallo ambientato negli anni ’70 tra commercialisti, dirigenti pubblici, appaltatori tangentari, sindacalisti comunisti, puttane, assassini, corrotti e corruttori, insomma la normale vita economica del Bel Paese. Tuttavia la prima parte con la giovinezza del protagonista tira troppo per le lunghe, e viceversa la soluzione del caso arriva troppo rapidamente e troppo per un colpo di fortuna fine a sé stesso. Alcuni paragrafi di talento, ma l’insieme è fragile.
Insomma, si fa leggere ma non si fa ricordare.

Le torri di cenere, di George RR Martin.
Nonostante il titolo e la copertina simil-fantasy, forse scelti affinché qualche lettore buggerato comprasse il libro pensandolo un altro capitolo delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, il fantasy non c’entra. Sono dieci racconti di fantascienza, di qualità variabile dal bello al meraviglioso. Particolarmente colpito dal racconto Canzone per Lya (due telepati sono chiamati a studiare una razza aliena che raggiunge la comunione con “Dio” attraverso la simbiosi con un parassita cerebrale che provoca la morte; riflessioni significative sul senso della vita, il progresso, la felicità eccetera).
Insomma un’ottima lettura.

Ritrattazioni, di Carlo Falconi.
Come dicevo nel precedente post bibliografico, questo libro è un oggetto anomalo. Scritto da un apostata che sa scrivere molto bene (quando si dice talento degno di miglior causa), è un libro difficile da capire per chi come me non ha vissuto in prima persona gli anni ’70, gli anni dell’immediato dopo-concilio, per certi versi gli anni della follia. Falconi, dal suo punto di vista particolare di “non mi piace il cattolicesimo della gerarchia, ma certe baggianate postconciliari sono ancora peggio”, ne ha per tutti, “conservatori” e “progressisti” che siano.
Da rileggere con più attenzione.

Violare il cielo, di Robert Silverberg.
Descrizione futuristica della “religione” dei Vorsteriani, che ha soppiantato le religioni tradizionali, e della sua battaglia contro la propria eresia scismatica degli Armonisti.
Le virgolette sopra si giustificano in quanto l’autore descrive come religioni questi due “movimenti”, sennonché non c’è proprio niente di religioso, nessun Dio, nessun trascendente escatologico, nessun accenno di morale nemmeno kantiana, ma soltanto qualche rituale “simbolico” e una sorta di mistica materialista legata allo scopo finale di scoprire l’immortalità fisica e di raggiungere i pianeti extrasolari per colonizzare l’universo.
Messa così, allora, le dispute “teologiche” tra i Vorsteriani e gli Armonisti (i cui capi tranquillamente ammettono in privato di non credere nella mitologia pubblica con cui indottrinano le masse) lasciano ben trasparire la vera  posta in gioco e cioè il potere terreno, politico, qui e ora.
Insomma, le religioni di cui parla questo libro rispecchiano più che altro quel modo tipicamente secolare e scientista, comune nella sf anni ’70, di vedere la religione. Da questo punto di vista il libro è interessante. Per il resto, l’ho trovato un Silverberg abbastanza mediocre.

La versione di Barney, di Mordecai Ridler.
Meraviglioso, meraviglioso e meraviglioso.
Non c’è da stupirsi che i tipi del Foglio abbiano eletto Barney Panofsky a loro vate, perché il personaggio, e tutto il libro, sono un costante sberleffo alle ubbie del politicamente corretto. Artistoidi, ecologisti, minoranze etniche e sessuali, non si salva nessuno: una carrellata di personaggi sopra le righe e su tutti lui, Barney, narratore inaffidabile e personaggio larger than life.
Uno dei migliori libri che abbia letto di recente. Assolutamente da rileggere.