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libri settembre 2011

La traversata, di Salvo Toscano.
Racconti a Palermo, su Palermo, per Palermo.
Un atto d’amore e di cordoglio per la città e per la sua variopinta umanità, spesso disperata senza essere sazia, eppure sempre viva e pulsante.
Molto bello l’ultimo racconto, quello che mi è piaciuto di più, per la sua, vorrei dire, “oggettività morale”: nel senso che racconta una storia, senza stillare giudizi moralistici dall’alto, ma lasciando emergere la natura dei fatti di per sé.
Notevole anche il primo, la “fiaba palermitana” che dà il titolo al libro, in cui il protagonista (suppongo dando voce ai pensieri dell’autore) esprime il suo lamento per il degrado antropologico della città: “questa è una terra che ha sostituito il diritto con il favore. Un luogo in cui le cose che tispetterebbero diventano privilegi concessi a fronte di scambi indecenti. Dove il consenso si costruisce sul bisogno altrui, dove le regole sono enunciazioni prive di senso e la vita sociale si fonda sulle conoscenze personali e non sul diritto…”; insomma quei mali endemici della Sicilia e dell’Italia, quei residui di un feudalesimo sopravvissuto a se stesso, quell’eresia popolare e sotterranea che rovescia nel loro opposto i concetti di intercessione dei santi e salvezza per grazia e non per opere.
Ed è qui che si nasconde la chiave di lettura della “fiaba”. Il protagonista, che ha bigiato dall’odioso lavoro in un call center per aiutare una coppia di turisti americani a orientarsi nel labirintico traffico palermitano, tra meraviglie architettoniche ed emergenze mediche, si vede minacciare il licenziamento dall’odiosissimo capo. La fine della storia (spoiler alert) sembra un lieto fine, perché si scopre che il turista con cui ha stretto grande amicizia, vero e proprio deus ex machina (una Mercedes), non è altri che il fondatore e proprietario della multinazionale di call center, il quale stoppa il licenziamento e lo fa trasferire alla filiale di New York, insomma gli salva il culo e gli cambia la vita e la carriera. Lieto fine, dicevamo. Ma quando uno riflette sul fatto che il protagonista –  per carità simpaticissimo, cita tutti i film di Kubrick, come non volergli bene – si salva da un destino terribile-ma-non-del-tutto-immeritato solo e proprio perché Conosce Il Pezzo Grosso Che Gli Fa Un Favore, ad onta dei precedenti lamenti antropologici, ecco, se uno ci riflette allora il fine diventa meno lieto.
E si capisce cosa significa “fiaba palermitana”.
Bravo Salvo.

What Fun Life Was, di Filippo Pennacchio.
Non male, ma non è esattamente quello che mi aspettavo. Avrei preferito un libro che scandagliasse minutamente la trama di Infinite Jest, magari osando azzardare qualche ipotesi su Quello Che è Successo Dopo, invece è perlopiù un libro di critica letteraria sull’autore stesso, sui suoi rapporti con le correnti della narrativa americana, e sui tentativi di categorizzare il talento smisurato di DFW.

DIO?!? – Problematiche sull’esistenza di un essere sovrannaturale, di Luca Immordino.

Dio mio, che schifezza.

Premessa: qualche tempo fa ho comprato un lettore di ebook, di una marca italiana, un Intreeo LCD 5. Gli faccio pubblicità perché se la merita: per soli 99 € fa esattamente le cose che voglio (libri, foto, audio, video con sottotitoli) senza distrarmi con mille altre cose che non voglio. Ogni tanto si impalla e spero che non si riveli un pacco mal funzionante nel giro di pochi mesi, ma per ora ne sono abbastanza soddisfatto. Fine della pubblicità.
Allora, succede che nella memoria del lettore trovo, come gentile omaggio dimostrativo delle funzionalità del prodotto, nientemeno che una cinquantina di libri in formato epub editi dal gruppo editoriale Albatros Il Filo. Apperò. Cinquanta libri gratis. Grazie. Al tempo stesso però mi risuona nelle circonvoluzioni cerebrali un piccolo campanello d’allarme del tipo: ma se questi libri li regalano, quanto mai potranno valere? (intendo il valore vero, da non confondersi col prezzo) Anche perché per curiosità faccio un giro in rete, informandomi sulla casa editrice, e trovo testimonianze disperanti tipo questa. Insomma tale casa editrice sarebbe uno stampatore per APS, come la famigerata Manuzio nel Pendolo di Focault. Beh. Non il migliore dei biglietti da visita.
Insomma, lo confesso, avevo un qual certo pregiudizio quando ho approcciato qualcuno di questi cinquanta libri che mi hanno regalato (e grazie di nuovo), e irretito dal titolo ho cominciato con questo DIO?!?.
Però.
Però non.
Però non mi aspettavo.
Però non mi aspettavo quella che non saprei definire se non come una schifezza di libro.
E passi che la tesi è un mix dei più vieti stereotipi ateisti, con vistose contraddizioni logiche (“l’ateismo è la posizione di chi non ha certezze”? ma che davvero?) e sfoggio di abissale ignoranza della religione si che vorrebbe criticare. Questo non lo renderebbe diverso da un odifreddi qualunque. Nossignore, il problema è che è proprio il libro in quanto libro a essere scritto malissimo, con una sintassi a dir poco accidentata, virgole che s’infilano dove non dovrebbero (“i dogmi sono costitutivi di ogni religione e ogni religione parte, dando per scontati giudizi e verità”), periodi senza né capo né coda in cui alla fine non si capisce bene chi e che cosa (“dio ci ha creato per amore, ma allora il dio è schiavo della passione dell’amore ed è un qualcosa a lui superiore”), e in generale un’aura di pressappochismo dilagante a dir poco invereconda.
Capisco allora me l’abbiano tirato appresso regalato, posto che su Deastore questo “libro” costerebbe 12,50 euro (e mi chiedo i. quanto abbia pagato l’autore per farselo stampare ii. chi mai nel mondo lo abbia comperato senza essere parente/amico dell’autore).

La scrivania del federale, di Marcello Montaldo.
Altro libro del gruppo Albatros, stavolta però di qualità non infima. Vorrebbe essere un giallo ambientato negli anni ’70 tra commercialisti, dirigenti pubblici, appaltatori tangentari, sindacalisti comunisti, puttane, assassini, corrotti e corruttori, insomma la normale vita economica del Bel Paese. Tuttavia la prima parte con la giovinezza del protagonista tira troppo per le lunghe, e viceversa la soluzione del caso arriva troppo rapidamente e troppo per un colpo di fortuna fine a sé stesso. Alcuni paragrafi di talento, ma l’insieme è fragile.
Insomma, si fa leggere ma non si fa ricordare.

Le torri di cenere, di George RR Martin.
Nonostante il titolo e la copertina simil-fantasy, forse scelti affinché qualche lettore buggerato comprasse il libro pensandolo un altro capitolo delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, il fantasy non c’entra. Sono dieci racconti di fantascienza, di qualità variabile dal bello al meraviglioso. Particolarmente colpito dal racconto Canzone per Lya (due telepati sono chiamati a studiare una razza aliena che raggiunge la comunione con “Dio” attraverso la simbiosi con un parassita cerebrale che provoca la morte; riflessioni significative sul senso della vita, il progresso, la felicità eccetera).
Insomma un’ottima lettura.

Ritrattazioni, di Carlo Falconi.
Come dicevo nel precedente post bibliografico, questo libro è un oggetto anomalo. Scritto da un apostata che sa scrivere molto bene (quando si dice talento degno di miglior causa), è un libro difficile da capire per chi come me non ha vissuto in prima persona gli anni ’70, gli anni dell’immediato dopo-concilio, per certi versi gli anni della follia. Falconi, dal suo punto di vista particolare di “non mi piace il cattolicesimo della gerarchia, ma certe baggianate postconciliari sono ancora peggio”, ne ha per tutti, “conservatori” e “progressisti” che siano.
Da rileggere con più attenzione.

Violare il cielo, di Robert Silverberg.
Descrizione futuristica della “religione” dei Vorsteriani, che ha soppiantato le religioni tradizionali, e della sua battaglia contro la propria eresia scismatica degli Armonisti.
Le virgolette sopra si giustificano in quanto l’autore descrive come religioni questi due “movimenti”, sennonché non c’è proprio niente di religioso, nessun Dio, nessun trascendente escatologico, nessun accenno di morale nemmeno kantiana, ma soltanto qualche rituale “simbolico” e una sorta di mistica materialista legata allo scopo finale di scoprire l’immortalità fisica e di raggiungere i pianeti extrasolari per colonizzare l’universo.
Messa così, allora, le dispute “teologiche” tra i Vorsteriani e gli Armonisti (i cui capi tranquillamente ammettono in privato di non credere nella mitologia pubblica con cui indottrinano le masse) lasciano ben trasparire la vera  posta in gioco e cioè il potere terreno, politico, qui e ora.
Insomma, le religioni di cui parla questo libro rispecchiano più che altro quel modo tipicamente secolare e scientista, comune nella sf anni ’70, di vedere la religione. Da questo punto di vista il libro è interessante. Per il resto, l’ho trovato un Silverberg abbastanza mediocre.

La versione di Barney, di Mordecai Ridler.
Meraviglioso, meraviglioso e meraviglioso.
Non c’è da stupirsi che i tipi del Foglio abbiano eletto Barney Panofsky a loro vate, perché il personaggio, e tutto il libro, sono un costante sberleffo alle ubbie del politicamente corretto. Artistoidi, ecologisti, minoranze etniche e sessuali, non si salva nessuno: una carrellata di personaggi sopra le righe e su tutti lui, Barney, narratore inaffidabile e personaggio larger than life.
Uno dei migliori libri che abbia letto di recente. Assolutamente da rileggere.

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Due fratelli, tre libri

DUE FRATELLI, TRE LIBRI

 
     

 
Consigli per i regali di Natale.
Questo post probabilmente sembrerà una marchetta, perché parlo bene dei libri di un amico che è anche un blogger, perciò sono in conflitto d’interessi e la mia obiettività è contestabile. La politica di questo blog sui conflitti d’interesse è semplice: ve li dico subito, dopodiché se quello che dico sembra convincente fidatevi, altrimenti pazienza e peggio per voi che non sapete che vi perdete.
Bene, se ci credete, vi dico che i tre libri di Salvo Toscano sui fratelli Corsaro mi sono piaciuti davvero. Li ho letti tutti a razzo, soprattutto il secondo che qualche mese fa mi ha rallegrato il tragitto ferroviario da Palermo a Punta Raisi (quasi un’ora di ritardo) e poi il viaggio in aereo da Punta Raisi a un’altra città che non vi dico ma comunque ho finito il libro in volo e non ho neanche aspettato l’atterraggio per iniziare il terzo. A quel punto volevo recensirli subito, ma poi ho avuto da fare e li ho messi da parte, poi ho avuto un po’ di tempo libero ma ho perso l’occasione, poi non ho avuto più tempo libero, poi ho avuto di nuovo tempo libero ma avevo già deciso di rileggerli con calma. Ogni libro che si rispetti andrebbe letto almeno due volte, soprattutto se è un giallo: la seconda lettura è meglio della prima, perché non hai più l’ansia di scoprire l’assassino e fai più attenzione ai dettagli, disinneschi tutti i falsi indizi disseminati qua e là per mandarti fuori pista e farti pensare che il colpevole sia un altro (e io mi ci sono fatto fregare tutt’e e tre le volte), e soprattutto ti godi meglio tutto il contorno che esula dalla trama gialla e che però è fondamentale per far sì che il libro non sia semplicemente un meccanismo giallo alla whodunit ma invece sia veramente, completamente, un libro.
Questi sono veri libri. Questi, se mi credete, sono bei libri. E vi spiego perché.
 
Il dualismo anzitutto. La storia è sempre narrata in prima persona, ma la voce narrante passa continuamente dall’uno all’altro dei fratelli, Roberto e Fabrizio. Il dualismo è essenziale non solo per la trama gialla, perché i fratelli indagano separatamente e i punti oscuri dell’uno sono gli indizi dell’altro (e provaci lettore a mettere assieme il puzzle prima di loro), ma anche per la visione vorrei dire antropologica che esce fuori da questi libri, posto che i due sembrano diversissimi (sembrano): l’avvocato e il giornalista, il marito fedele e il femminaro scapestrato, il cattolico molto praticante e il gaudente molto impenitente. La Turandot contro Jimi Hendrix, Rossellini contro i fagioli di Trinità, immaginate voi. Una volta volevo chiedere all’autore se ha mai letto quello che Nietzsche ha scritto sull’apollineo e il dionisiaco, poi però mi sono ricordato che non l’ho letto neanche io e allora ho lasciato perdere e molto più banalmente gli ho chiesto in quale dei fratelli si riconoscesse di più. Ho dimenticato la risposta.
Una storia “funziona” se al momento giusto lo spettatore s’identifica in qualche modo nel protagonista, o almeno non lo sente troppo distante; metterne due opposti raddoppia la probabilità che la storia funzioni. Oppure la dimezza, perché uno o l’altro può destare le antipatie del lettore. Infatti le storie corali alla LOST sono le più gratificanti ma anche le più difficili. Ma una delle cose interessanti che ho scoperto con la rilettura è che in verità io, che al primo giro mi ero identificato in [vabbè non ve lo dico, indovinate], in realtà sotto sotto mi riconosco in entrambi, almeno a livello potenziale. Dev’essere probabilmente perché i “tipi” umani esistono solo nella letteratura naturalista-verista e imitazioni varie, mentre nel mondo reale in tutti noi si agita quasi di tutto. D’altra parte anche chi legge scopre man mano che ciascun fratello non è uno stereotipo stilizzato, e che non di rado sconfina nel territorio umano-esistenziale dell’altro.
 
Poi c’è la palermitanità, ammesso che il vocabolo esista. Questi libri grondano Palermo e sicilianità assortita da ogni pagina, forse perché l’autore non è nato propriamente in Val d’Aosta. A questo punto dovrei confessare con vergogna di non aver mai letto il commissario Montalbano, o forse non è una cosa di cui vergognarsi, insomma non sono abituato ai libri che ogni tre parole in italiano ne usano una in dialetto. Se anche voi non ci siete abituati, ho una splendida notizia: questi non sono quel genere di libri. Le parole dialettali usate dall’autore saranno forse una ogni dieci pagine e comunque se ne capisce sempre il significato dal contesto. Non c’è bisogno di armarsi di un vocabolario ed è ammesso anche chi non pratica il bilinguismo. La palermitanità non emerge tanto dal linguaggio ma piuttosto dai caratteri, le descrizioni di luoghi e situazioni, vorrei dire l’aria che si respira se ciò non mi facesse sembrare uno pseudofeticista che annusa i libri (cosa che non affermo di essere ma neanche nego).
E a proposito di sicilianità, bisogna pure dire che questi sono sì libri gialli ambientati a Palermo, ma le vicende non ruotano intorno alla mafia, anzi cosa nostra è abbastanza ininfluente nell’economia narrativa delle storie (tranne che nel terzo libro, più “politico” degli altri due, ma è comunque in secondo piano). Lo dico? Lo dico: ne sono contento. Lasciatemi spiegare prima di denunciarmi per lesa antimafiosità. Lungi da me pensare che si deve parlare poco della mafia perché l’immagine del paese nel mondo eccetera eccetera. Della mafia si può e si deve parlare. Però mi chiedo, da non siciliano, quanto sia attinente alla vera realtà di quei luoghi dipingere un quadro in cui nulla si muove e tutto si distrugge sempre e soltanto in base a ciò che vuole cosa nostra; se non sia insincero, più che controproducente, raffigurare la mafia come un’entità onnisciente onnipresente onnicomprensiva. Leggendo i libri di Salvo Toscano si scopre un mondo in cui la criminalità organizzata è un problema serio, e grazie tante, però non è che la gente a Palermo ruota attorno a e vive la propria vita in funzione di quello che fa cosa nostra, nel bene e nel male. A volte, pensate, capita perfino che qualcuno ammazzi qualcun altro per motivi che con la mafia non hanno nulla a che fare: che bello, proprio come nei paesi civili.
 
Voglio segnalare un’ultima cosa che mi è piaciuta dei libri e cioè la loro cattolicità, però non nel senso in cui si potrebbe normalmente intendere questa parola riferita a un libro, perché queste storie non esistono per illustrare una religione, ma un mondo; la religione fa capolino come parte di questo mondo, ma non ne è la sovrastruttura e nemmeno la chiave interpretativa obbligatoria. Si parva licet, sono libri più tolkeniani che clivestapleslewisiani, non so se rendo l’idea. In questo senso il più esplicito dei tre è L’enigma Barabba, che poi è anche il più bello – mio parere personale supportato dalla constatazione che il volume è esaurito in tutte le librerie, tant’è che ho potuto leggerlo solo perché l’autore stesso me ne ha regalato una copia – immagino che questo  aumenterà il legittimo sospetto di recensione marchetta, pazienza, la trasparenza innanzitutto – e riesce a costruire senza danbrownate una credibile trama gialla destreggiandosi tra teorie gnostiche sulla figura di Barabba e discussioni cristologiche assortite (bella la descrizione del rapporto tra i due sacerdoti, l’ortodosso e l’eterodosso, discordi e amici allo stesso tempo), il tutto senza appesantire e senza fare la facile morale al lettore. E il dualismo tra i fratelli funziona anche sotto questo aspetto, perché mentre Roberto Corsaro è apertamente cattolico (beh: ci prova), suo fratello Fabrizio invece è uno che, cito a memoria, “se entrassi in una chiesa sarei immediatamente risucchiato al centro della terra”. E però i due fratelli messi assieme formano davvero un eccellente binomio, non solo perché sotto sotto l’uno ha in sé un po’ del carattere dell’altro – in effetti più che apollo e dioniso viene in mente il classico disegno yin yang – ma perché questo distico letterario rende perfettamente, e se leggete capirete perché (ogni recensione positiva dovrebbe concludersi invitando il lettore a scucire i soldi e comprare il libro), il senso di quel folgorante aforisma di Oscar Wilde:
la Chiesa Cattolica è per i santi e per i peccatori, per le persone rispettabili è sufficiente la chiesa anglicana”.
 
Insomma, questi tre libri sono bei libri. Salvo, a quando il quarto?