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libri novembre 2011

 

 §→ questi simboli indicano uno spoiler, evidenziare per leggere ←§

Demoni amanti, di Shirley Jackson.
Antologia di racconti, che nell’originale si chiamava The Lottery (la storia più famosa di SJ), e che l’editore italiano, forse nella speranza che il potenziale acquirente pensasse che il libro descrive copule tra angeli caduti, ha pensato bene di rinominare come sopra giocando sul fatto che c’è un racconto che si chiama Le diable amoureux (ovviamente non parla di coiti). Cosa questo dica sul mercato editoriale italiano, può essere oggetto di speculazione.
Si tratta di racconti realistici, folgoranti, che sovente portano i propri personaggi in situazioni stranianti e poi li lasciano lì, la storia termina e il lettore resta a chiedersi cos’è successo dopo e io che farei al posto suo eccetera.
Esempio: nel racconto Charles, una madre descrive preoccupata la cattiva influenza che suo figlio subisce dal compagno di classe Charles. Ogni giorno il figlio torna dall’asilo e racconta con tono inquietantemente ammirato le birichinate dell’amico, e la mamma vorrebbe tanto dirne quattro alla donna che ha generato un tale discolo. §→ Un giorno la narratrice si reca a un incontro genitori-insegnanti e nomina Charles; il maestro la guarda perplesso e dice in classe non c’è nessun Charles. ←§ Fine.
Poi c’è il racconto conclusivo, La lotteria (Adelphi lo mette a disposizione qui, per chi volesse leggere).  È l’unico racconto non strettamente realistico e metterlo alla fine e senza preavviso è un ulteriore colpo per il lettore ignaro (io non lo ero, ne avevo letto citazioni in almeno cinque o sei opere, ma me lo sono goduto lo stesso), proprio perché uno ha letto tanti racconti di un certo tipo e si aspetta che lo sia anche l’ultimo e invece si becca la mazzata psicologica. La storia è semplice, in un villaggio innominato ogni anno si tiene una lotteria. La data è il 27 giugno, cioè si usa il calendario gregoriano, e i personaggi hanno nomi comuni, buoni vecchi nomi americani tipo Joe o Bill: tutte cose che aumentano la sensazione di realismo e familiarità, e dunque lo shock finale quando la medesima è distrutta. SJ descrive brevemente i preparativi, la tranquillità con cui gli abitanti si preparano all’evento di routine. Il sorteggio è diviso per famiglie e ci sono dei tiratori designati che tirano per la propria, pescando un foglietto da una cassetta nera. Il lettore comincia a percepire qualcosa di strano quando esce la famiglia sorteggiata e la moglie, §→ anziché esultare, protesta. Ma la lotteria va avanti, adesso devono pescare i membri della famiglia, padre madre e tre figli. Il bambino piccolo è orgoglioso di partecipare alla cosa dei grandi. I cinque tirano ed è la moglie a pescare il foglio con il cerchio nero, dopodiché “anche se la gente del villaggio aveva dimenticato il rituale e perso la cassetta originale, sapeva ancora come si usavano le pietre”, le pietre che i bambini avevano raccolto all’inizio della novella e ammucchiato in un angolo della piazza senza che il lettore capisse perché, e la donna “era adesso in mezzo a uno spazio vuoto, e tendeva disperatamente le braccia mentre la gente del villaggio avanzava verso di lei. — Non è giusto — protestò ancora. Una pietra la colpì sulla tempia. — Non è giusto, non è giusto — gridò ancora, e poi tutti calarono su di lei. ←§
Si dice (spero sia una leggenda) che quando il racconto fu pubblicato nel 1949, molti lettori scrissero alla rivista pensando che fosse un fatto vero, e volevano sapere dove succedeva e se si poteva assistere.
Ciò che più mi ha colpito è che non c’è assolutamente nessuna delucidazione del perché si tenga la lotteria. La cosa che più si avvicina a una spiegazione è quando un tizio dice che in un villaggio vicino non la fanno più, e un vecchio protesta sostenendo che la lotteria c’è sempre stata e che a interromperla si attirano guai. La storia sembra dunque essere una messa in guardia contro la tradizione, o meglio la degenerazione della stessa, laddove per degenerazione intendo “facciamo così perché abbiamo sempre fatto così” al posto di “facciamo così perché ci hanno insegnato che è giusto”. Qui si aprirebbe un discorso molto interessante sul concetto di tradizione, che è innanzitutto traditio ovvero consegna, passaggio di idee di generazione in generazione, e della differenza tra un concetto statico e uno dinamico di tradizione (Tolkien la descriveva come un albero), eccetera, ma il discorso diventa troppo lungo per questo post perciò mi limito a dire LEGGETELO.

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Follia per sette clan, di Philip K. Dick.
Molto bello e divertente, ennesima variazione sul tema “cosa è reale e cosa no e come faccio a capire la differenza”, stavolta sviluppata nella dicotomia sanità mentale / pazzia. La risposta alla fine sembrerebbe essere che la sanità mentale è un sottotipo di pazzia, ma la conclusione e il tono generale del romanzo sono così parodistici che non sono proprio sicuro che sia esattamente questo il “messaggio” del libro (ammesso che ce ne sia uno). Il protagonista Chuck è il tipico antieroe dickiano, perdente, mite, succube delle donne caparbie e/o dal seno grosso, in sostanza una trasfigurazione letteraria dell’autore.
P.S. Un paio di citazioni di San Paolo fatte dai personaggi aggiungono un altro anello alla catena della teologia paolina nella letteratura di PKD, che vorrei esaminare quando avrò finito di leggere tutti i suoi libri.

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Tutto, e di più – storia compatta dell’∞, di David Foster Wallace.
DFW racconta la storia del concetto di infinito in matematica rendendola avvincente come un romanzo.
Fino alle prime 100 pagine sono riuscito a seguirlo, poi però la faccenda è diventata così esoterica – nel senso di inaccessibile ai profani – che la mia limitata cultura matematica ne è uscita decisamente sconfitta, e ho capito sì e no il 10% di quello che scrive. Sono tutti concetti che mi piacerebbe approfondire, ma dovrei dedicarvi un quantitativo tale di tempo che onestamente faccio prima ad aspettare di morire e constatare l’infinito per esperienza personale. Pazienza.
Però mi resta la curiosità di

  1. Approfondire la figura di Bernard Placidus Johann Nepomuk Bolzano, da aggiungere al mio elenco di scienziati credenti (in questo caso anche prete) (però DFW dice che era una specie di eretico perché tenne discorsi pacifisti all’università dove insegnava) (embè? Mica perché uno è pacifista è automaticamente eretico  approfondire);
  2. Wallace, sulla scia di Bertrand Russell e altri simpaticoni, in sostanza sposa la tesi per cui lo sviluppo del concetto di infinito è stato ritardato di circa un migliaio di anni dalla concezione aristotelica di attualità/potenzialità dell’infinito, e di fatto anche dalla Chiesa che ha sposato e dogmatizzato l’aristotelismo; io, prima di pronunciarmi sulla verità/falsità della cosa, vorrei approfondire l’argomento – qualcuno mi può consigliare letture in merito, possibilmente fruibili anche da profani?

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Così dolce, così innocente, di Shirley Jackson.
Altro libro della Jackson, altro titolo modificato (l’originale è Abbiamo sempre vissuto nel castello), ma almeno stavolta il titolo italiano non è fuori luogo. È una storia di agorafobia e tragedia familiare raccontata in prima persona da una pazza. Non si tratta di uno spoiler perché il lettore è in grado di accorgersi immediatamente che la voce narrante non ha tutte le rotelle che girano, ma è impressionante la perizia con cui l’autrice ci introduce al punto di vista di una persona mentalmente disturbata.
Shirley Jackson è stata una delle mie recenti scoperte letterarie più felici. Vi consiglio vivamente di leggerla.

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Shock 1, di Richard Matheson.
Primo volume di una famosa antologia di racconti di Matheson, di qualità variabile tra il sufficiente e il discreto. Particolarmente piaciuti Dissolvenza e fuga (uno sceneggiatore esprime l’incauto desiderio che la propria vita sia come un film e ne paga le conseguenze) e Il dispensatore (nuovo vicino semina caos nel quartiere; mi ha ricordato il romanzo di Stephen King Cose preziose).

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Shock 2, di Richard Matheson.
Secondo volume della suddetta antologia, con una qualità media decisamente buona. Particolarmente piaciuti I vampiri non esistono (come da titolo, gran finale a sorpresa), Scadenza (un uomo, un  anno), Muto (storia toccante di un bambino vittima di un esperimento scientifico).

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Controrealtà, di AAVV.
Si tratta del numero 52 di Urania Millemondi, uscito nell’agosto 2010. È la versione in italiano della collezione americana The Year’s Best SF n. 12, cioè la selezione dei migliori racconti di fantascienza pubblicati nel 2006. L’avevo già letto l’anno scorso ma mi è venuta voglia di riprenderlo. La qualità media dei racconti è eccezionalmente alta per gli standard delle antologie Urania; di solito ne apprezzo circa la metà, qui invece mi sono piaciuti quasi tutti, con un paio di storie che gridano ECCELLENTE!!!. Me lo sto rileggendo un po’ alla volta per gustarlo meglio.

 (N.B. sono un fiero sostenitore della rilettura, anche più volte. Credo fermamente che se un libro non merita una seconda lettura, allora non meritava neanche la prima. C’è un piacere tutto particolare nel ripercorrere strade già battute, del tipo: la percezione dei rimandi infratestuali, l’apprezzamento della scena senza l’assillo del “cosa succede dopo”, la comprensione di livelli di significato che erano sfuggiti la volta precedente. Guardo il mio foglio excel e mi deprimo nel constatare che rileggo troppo poco, l’ultimo “2°” risale addirittura a febbraio – La realtà in trasparenza di JRRT – e scuoto la testa. Vorrei poter rileggere ogni libro che ho letto, sfortunatamente l’applicazione di tale ideale richiederebbe una vita di durata tendente a ∞, così mi devo accontentare di rileggere quel che più mi “chiama”, sempre con un vago senso di colpa perché sottraggo tempo a chissà quali altre nuove meraviglie che mi aspettavano e che lascerò al momento della fine. Pazienza. Avrò tempo per leggere quando sarò morto.)

 Già solo l’introduzione mi aveva “acchiappato” con una riflessione meritevole di commento:

i critici letterari sono spesso avvezzi a leggere narrativa per la sua sincronicità, ovvero per il modo in cui le miriadi di voci di un dato momento concorrono a rappresentare quel punto preciso dello spaziotempo. Questa non è la stessa idea che John Clute ha del “vero anno” di una storia, l’idea che ogni pezzo di narrativa rifletta inevitabilmente e inconsciamente l’anno in cui è stato composto, non importa se ambientato milioni di anni nel futuro e in un’altra galassia. È anche l’opposto del modo in cui i lettori di fantascienza vogliono leggere la loro narrativa: questi desiderano che le affascinanti idee degli autori li trasportino dalla loro quotidianità verso luoghi e tempi fantastici che potrebbero concretizzarsi, ma che non esistono ancora. Vogliono evadere dal presente.
La fantascienza ha sempre posseduto un certo grado di deliberata sincronicità, particolarmente evidente nella SF americana satirica degli anni ’50 e nella SF dell’Europa orientale prima della caduta del Muro di Berlino. Ma in maggioranza, i lettori di SF preferiscono una buona storia a una buona allegoria. A tutti piace distanziarsi dalla realtà, puntare verso il futuro. Ma è già adesso che ci troviamo nel futuro, e non è affatto il luogo piacevole che volevamo che fosse.

E ce ne sarebbero di cose da dire, sia su questo concetto di sincronicità (il futuro non è concepibile a sé, ma sempre in relazione al momento in cui è concepito: il futuro esiste solo come proiezione del presente), sia sul vero significato dell’evasione (ah, Tolkien: “non confondete l’Evasione del Prigioniero con la Fuga del Disertore”)!
Molti racconti di quest’antologia sono sincronici perché parlano di una catastrofe, della fine della civiltà, insomma sono chiaramente post 11/9/01. Quelli che mi sono piaciuti di più sono:

  • Nanomacchine a Clifford Falls: la diffusione della nanotecnologia (macchine che producono istantaneamente qualsiasi cosa, dal cibo ai beni di lusso) promette il paradiso in terra. Tutti possono avere tutto. Fine della povertà, fine della fame nel mondo, fine dei bisogni materiali. Doveva essere il trionfo glorioso della Tecnica e invece è la distruzione della società. Bisognerebbe farlo leggere a Emanuele Severino. Mi è piaciuto così tanto che si merita un post a parte.
  • Quando gli amministratori di sistemi dominavano la Terra: altro racconto postapocalittico, storia di un amministratore di sistemi intrappolato con altri sysadmins in un palazzo pieno di server e mentre fuori il mondo crolla per esplosioni nucleari guerre batteriologiche etc. questi nerd semiautistici sognano di fondare un nuovo mondo peace&love&bytes. Il linguaggio è magnificamente geek (ho imparato locuzioni come PEBKAC, gtg, killare, eccetera).
  • il resto dei racconti lo rileggo il mese prossimo.

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Fate, Time and Language – an Essay on Free Will, di David Foster Wallace e AAVV.
È la tesi di laurea (o qualunque cosa sia una undergraduate thesis) scritta da DFW in filosofia modale. Quando l’ho ordinato su Amazon non ne sapevo molto di più, se non che era di DFW ed era molto scontato e parlava di destino, tempo, linguaggio e libero arbitrio, insomma la copertina balzava letteralmente fuori dallo schermo e urlava COMPRAMI!!!
In realtà soltanto 78 pagine (30,95% del libro di 250 pagine) sono state effettivamente scritte da Wallace. Il resto è roba scritta da altri, e devo ancora capire se sia un bene o un male.
Insomma è andata così: nel 1962, questo tale filosofo Richard Taylor scrive un articolo in favore del fatalismo (pressappoco: non siamo noi a decidere ciò che facciamo). Nel 1985 DFW scrive la sua tesi come una replica-confutazione del lavoro di RT. La tesi resta a prendere polvere in uno scaffale del dipartimento di filosofia dello Amherst College. Nel 2008 DFW muore in tragiche circostanze, cioè si impicca (considero il suo suicidio come la dimostrazione ultima che l’intelligenza non garantisce la felicità), e a questo punto ci sono due modi possibili di interpretare i fatti:

  1. Gli ex-professori di Wallace, sconvolti dal dolore, decidono di rendere omaggio al loro brillante studente pubblicando la sua tesi di laurea, e per completezza arricchiscono il volume con il lavoro originale di Taylor criticato da DFW, nonché altri articoli di altra gente competente a parlare del fatalismo e annessi e connessi;
  2. Gli ex-professori di Wallace fiutano quattrini e, subodorando che tutto ciò che porta in copertina il nome di DFW si venderà come il pane, cercano affannosamente qualsiasi cosa pubblicabile in loro possesso e trovano la tesi, solo che è troppo breve per essere stampata da sola, così aggiungono al malloppo altra roba  al fine di raggiungere una massa cartacea tale da giustificare il prezzo di copertina di $ 19,95.

Immagino che alla fine del libro avrò un’idea chiara di quale delle due interpretazioni sia più attinente alla realtà.
Intanto il libro l’ho iniziato, però essendo scritto in inglese e trattando di un argomento complicato con linguaggio da filosofi professionisti, penso che ci metterò un po’. Seguiranno aggiornamenti nei prossimi post mensili.

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Libri ottobre 2011

Catechismo della Chiesa cattolica, dello Spirito Santo & altri AA.VV.

Mi sono scaricato da vatican.va i pdf del catechismo in versione integrale e me lo sto leggendo, un po’ al giorno, sul mio lettore ebook.

Già.

Una cosa divertente che non farò mai più, di David Foster Wallace.

Io sono un grande ammiratore di DFW, ho pianto qualche lacrima quando ho saputo che si era ammazzato, e perciò quando ad agosto i grandi distributori hanno applicato una serie di super-sconti fantasmagorici – prima che entrasse in vigore il provvedimento del Soviet Supremo che stabilisce il limite legale del 15% di sconto sul prezzo di copertina, limite sulla cui opportunità ci sono state accese discussioni tra me e una certa blogger bibliotecaria di mia conoscenza – bene, quello è stato il momento in cui ho rotto il mio metaforico porcellino e ho approfittato del momento favorevole per comprare quanti più libri possibile di David Foster Wallace, tra cui appunto il suddetto.

Per inciso, la traduzione italiana è difettosa: il titolo originale era A Supposedly Fun Thing I’ll Never Do Again, ma l’abolizione dell’avverbio (= asseritamente, presumibilmente) provoca uno slittamento semantico che rischia di seppellire tutto il significato dell’opera.

ASFTINDA è il reportage giornalistico di DFW che partecipa a una crociera extralusso e poi descrive quello ha passato e quello che ha pensato. Detto così sembra poco, eppure è un libro meraviglioso e Wallace dà il meglio di sé, sia quanto a stile (l’umorismo, la totale padronanza delle subordinate incastonate nelle subordinate, la continua mescolanza tra registri linguistici di ogni livello – ho anche imparato parole di cui non sospettavo l’esistenza come “omeostasi”, “monologico”, “espletivo genitale”, “ectomorfico”, “melisma”, “ad naus”), sia quanto a contenuto. E chi ha letto Infinite Jest, ilmagnum opus di Wallace, scoprirà affascinato che questo libro ne è praticamente la fase embrionale.

Qui infatti DFW anticipa quelle folgoranti riflessioni sull’essere umano e sulla sua insoddisfacibilità a priori che avrebbe poi svolto alla enne potenza nel suo capolavoro: la crociera extralusso promette ai passeggeri una Soddisfazione Totale, un Piacere Supremo connesso alla totale passività – zero preoccupazioni, zero fatica, Non Fare Assolutamente Niente – che di fatto non è altro che una regressione allo stato prenatale. Ma la brochure mente, perché “la mia parte infantile è insaziabile – e anzi, la sua essenza, il suo Dasein o quant’altro, consiste proprio nella sua insaziabilità a priori. In risposta alla prospettiva di una gratificazione e un accudimento straordinari, la mia insaziabile parte infantile non farà che accrescere la soglia di soddisfazione fino a conseguire di nuovo la sua omeostasi di grave insoddisfazione”.

Impossibile non fare il paragone con lo stato di coloro che in Infinite Jest hanno sperimentato la visione del fatidico film di James Incandenza: la regressione allo status di feto, incapaci di interrompere minimamente il piacere supremo del guardare all’infinito la pellicola – che fa vedere quella Bellissima Mamma filmata con le speciali lenti sfarfallanti che imitano la visione neonatale – senza deambulare, senza mangiare, senza bere, senza cogitare, fino al decesso per consunzione.

Una vita senza dolore (perlomeno nel tempo, nell’eterna rincorsa tra piacere e insoddisfazione) è letteralmente impossibile. Il Piacere Assoluto coincide con la Morte.

Se a questo aggiungiamo che la madre di Deirdre, la bambina novenne che dà scacco matto in ventitré mosse a DFW, ricorda inquietantemente Avril Incandenza, e che il progetto commerciale di Winston il facchino giocatore di ping pong – La crociera del futuro è La crociera a casa. Per andare a fare la crociera extralusso nei Caraibi non devi muoverti da casa. Colleghi gli occhialoni e gli elettrodi e via. Niente passaporti. Niente mal di mare. Niente vento, niente scottature, niente coglioni dell’equipaggio. Viziatura Domestica Immobile Virtuale Totale” – sembra precisamente il famigerato Intrattenimento, allora non ci sono scuse: chi ha letto e amato Infinite Jest deve leggere anche questo libro.

Note.

Torre di cristallo, di Robert Silverberg.

Ottimo Silverberg d’annata. Ho il vago sospetto che Ronald D. Moore, quando ha ricreato Battlestar Galactica, abbia copiato si sia ispirato a questo romanzo: ci sono gli esseri umani artificiali tenuti in schiavitù, i “Nati dalla Vasca” (!), che nel futuro del XXII secolo anelano la libertà; c’è l’elemento religioso, il culto degli androidi verso il loro creatore Krug, dettagliatamente esposto nella sua teologia e nella sua liturgia; e c’è, alla fine, la ribellione violenta degli schiavi.

La religione degli androidi è una mescolanza di ebraismo, cristianesimo e buddismo. Silverberg assegna nomi evocativi ad alcuni personaggi: il figlio di “Dio-Krug” si chiama (Em)Manuel, e la sua amante Lilith. Degno di nota che mentre la maggior parte dei sintetici fa coincidere semplicemente Dio con Simeon Krug, l’essere umano che li ha inventati e che si è arricchito vendendoli, i più evoluti tra loro distinguono tra “l’idea di Krug il Creatore, Krug il Salvatore, Krug il Redentore”, e l’uomo concreto che “è solo una delle manifestazioni di quell’idea. E neppure la manifestazione più importante”.

Questa sarebbe una distinzione molto importante, ma purtroppo gli androidi non riescono a fare il salto intellettuale necessario e smitizzare completamente la figura dell’uomo Krug, vedendolo casomai come strumento immanente di un Creatore trascendente *. Evidentemente non conoscono questa storiella. L’illusione che Krug sia perfettamente buono e ami gli androidi e voglia concedere loro la libertà, distrutta di fronte alla scioccante constatazione della realtà (Krug è uno stronzo egoista che se ne fotte degli androidi e pensa solo a costruire la sua Torre di Babele di cristallo per lanciare messaggi agli alieni), porta nella conclusione alla furia del figlio rifiutato, alla rivolta mondiale degli androidi e ovviamente alla distruzione della suddetta Torre di Babele di cristallo.

Forse c’è un messaggio di Silverberg di messa in guardia nei confronti delle illusioni religiose, o forse semplicemente non si poteva raggiungere altrimenti il climax finale.

Comunque, un libro bellissimo.

Note.

*N.B. nel caso domani gli androidi li fabbricassero davvero: è meglio non pasticciare col DNA umano e clonazione e tutto quanto, ma se uno scienziato fabbrica un uomo “artificiale”, non è che lo ha creato: il vero Creatore è quello che ha creato il modello originale, nonché la materia le equazioni biochimiche e tutto quanto. Ogni androide è mio fratello.

Questa è l’acqua, di David Foster Wallace.

Io sono un grande ammiratore di DFW, ma questo non significa che debba automaticamente adorare tutto ciò che scrive. Il problema di questa antologia è che i) costa troppo per le poche pagine che la compongono, e infatti ho aspettato a lungo per comprarla approfittando di un super-sconto, ma vabbè questo è un problema editoriale ii) a parte il pezzo finale, che è la trascrizione del discorso tenuto per il conferimento delle lauree al Kenyon College il 21 maggio 2005, tutti questi racconti – che risagono agli esordi della produzione letteraria dell’autore – sono, come dire, Belli Però. Nel senso che pare proprio che DFW, all’inizio della sua carriera, dovesse a tutti i costi farsi notare e perciò concentrare in ogni paragrafo, ogni riga, ogni parola, inumani contorcimenti stilistici / eccedenza di parole semi-sconosciute / insomma manifestazioni di eccezionale talento, sì, Belli, Però il troppo stroppia. Prendi ad esempio il primo racconto, Solomon Fisherman: una storia d’amore e cancro scritta splendidamente, ma conclusa da un § così stilisticamente complicato da risultare incomprensibile, e infatti non ho capito come (se) finiva la storia, il che di fatto mutila la qualità della storia stessa.

Insomma un DFW ancora acerbo, consigliabile solo se uno vuole approfondire la storia letteraria dell’autore, altrimenti da lasciar perdere.

L’occhio del purgatorio, di Jacques Spitz.

Non so se tecnicamente si possano definire fantascienza la storia di un uomo che vede il futuro di ciò che lo circonda (le cose arrugginiscono e si dissolvono, le persone gli appaiono progressivamente come vecchi, cadaveri, scheletri, polvere) e la storia della guerra dell’umanità contro le mosche intelligenti, ma è comunque un ottimo volume.

Vanitas vanitatum et omnia vanitas.

Montedidio, di Erri de Luca.

Suggeritomi e datomi in prestito da persona che me ne ha parlato in termini entusiastici, si è rivelato una noia mortale. Non so se dipende da una mia idiosincrasia per le storie oleografiche sui vicoli napoletani e la gente che ci abita, o perché Erri de Luca (di cui non ho letto nient’altro) è proprio una palla. Sono riuscito a finirlo solo perché è molto breve.

Padrone della vita, padrone della morte, di Robert Silverberg.

Un altro Silverberg di buona fattura, anche se si perde un po’ verso la fine (l’imbarazzante deus ex machina degli alieni che Risolvono Tutto). Sovrappopolazione, eutanasia, eugenetica, controllo delle masse naturalmente a fin di bene: anche la persona con le migliori intenzioni, quando le si dà il potere assoluto di decidere chi ha una vita degna di essere vissuta e chi invece no, può sbarellare un poco.

Note.

Le fiabe di Beda il Bardo, di Joanne Kathleen Rowling.

È sempre un piacere tornare, anche se per poco, in quel magico mondo. Le fiabe sono belle. I commenti di Dumbledore sono bellissimi.

Alla luce del camino, di Aldo e Armando Caputo.

Un altro dei libri a 1 € comprati grazie a sissi2002 (grazie).

In sostanza ci sono questi due fratelli torinesi che si rinchiudono nel loro casolare di campagna e si leggono a vicenda cose che hanno scritto su argomenti vari ed eventuali, dalla morale di Robinson Crusoe (“riesce addirittura a distinguere l’inganno dei riti preteschi, mentre la vera profonda religiosità del singolo uomo che si confronta con l’Essere Supremo è l’unica ad assumere un significato rilevante” –  è una mia paranoia o c’è un vago sentore massonico?) all’apologia di quel grand’uomo di Massimiliano Robespierre, dall’etica kantiana applicata alla deontologia medica alla storia (leggenda nera?) del Malleus Maleficarum, eccetera eccetera.

Se uno vuole approfondire gli argomenti, può essere utile, ma lo stile non è particolarmente avvincente.

La casa degli invasati, di Shirley Jackson.

Ottimo libro di un’autrice che mi ripromettevo di leggere da tempo, una delle migliori variazioni sul tema “casa infestata” che abbia mai letto.

Molto ben costruito il personaggio di Eleanor, che probabilmente è sempre stato il fantasma della casa, essendo “uscita dal tempo” quando è morta.

Il petalo cremisi e il bianco, di Michel Faber.

Suggeritomi e datomi in prestito da persona che me ne ha parlato in termini entusiastici, si è rivelato ben presto una noia mortale. Lo stile didascalico (l’autore si rivolge direttamente al lettore e gli dice nota questo, fai attenzione a quest’altro) all’inizio era interessante, ma poi diventa esasperato e insopportabile, mentre la storia di questa prostituta dell’Inghilterra vittoriana che fa un uso spregiudicato del suo corpo ma ovviamente cela un animo così sensibile… yahwn… zzz… ronf. 985 pagine così non le reggo. Forse migliorava dopo, ma non lo saprò mai, l’ho mollato invocando il terzo diritto del decalogo di Pennac.