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Tolkien e la doppia sub-creazione

Era da parecchio che volevo fare un post per mettere nero su bianco alcune osservazioni su Tolkien, ma rimandavo sempre. La contingenza del dibattito sui fatti di Firenze – se Gianluca Casseri era razzista e scriveva fantasy, allora il (parte del) fantasy è razzista? – mi spinge a scriverne ora, anche se la questione politica resta collaterale perché l’argomento preminente che mi interessa è un altro e cioè: “il mondo narrativo creato da JRRT è pagano o cristiano?. Si tratta di un interrogativo meno semplice di quanto sembri, e per sostenere entrambe le tesi sono stati versati i classici fiumi d’inchiostro.
La mia posizione è che la risposta è duplice: il mondo di Tolkien è, simultaneamente e senza contraddizione, pagano e cristiano.
Forse qualcuno sta sobbalzando sulla sedia, ma seguitemi.

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 Il fatto è che Tolkien ha avuto la particolare (s)ventura di generare letture della sua opera diversissime e da parte di soggetti culturali agli antipodi l’uno dell’altro, dal cristianesimo al sincretismo gnostico alla psicologia junghiana, dal movimento hippie alla destra neofascista fino al no-global in salsa leghista. Come questo sia avvenuto sarebbe troppo lunga da spiegare, perciò penso che possiamo saltare ellitticamente grossomodo ¾ di secolo di dibattito e dire subito che il peccato originale di molte di queste letture (alcune anche cattoliche) risiede principalmente nel fatto che esse sono allegoriche.
L’essenza dell’allegoria è dire una cosa per intenderne un’altra: una storia allegorica è tale se la trama e i personaggi sono funzionali alla predicazione di un significato al di fuori di essa. L’allegoria è una specie di equivalente narrativo di una proporzione “x sta ad 1 come y sta a 2”. Per sua natura il fantasy si presta all’allegoria, in quanto racconta di un mondo “altro” che è fuori dal nostro ma con dei punti in comune. Per esempio i libri di Silvana de Mari sono allegorici: gli elfi sono gli ebrei, gli orchi sono i musulmani, gli uomini sono gli occidentali, il Giudice Amministratore è Stalin e Hitler mescolati assieme, eccetera eccetera. L’allegoria è tanto più riuscita quanto più il soggetto allegorico è sovrapponibile al soggetto reale. Anche le parabole di Cristo, per certi versi, sono storie allegoriche.
Ora, io non credo che l’allegoria in sé sia una cosa brutta: dipende da come e con quali intenzioni viene esercitata. Ma il fatto è che essa è sempre e per sua natura una strumentalizzazione, perché la storia viene ridotta a veicolo per il messaggio. E dare un’interpretazione allegorica di una storia è come sezionare un cadavere per un trapianto: si prende quello che serve e si butta via il resto.
Tolkien non ha fatto allegorie (nota n. 1), perché amava il mondo e la storia e i personaggi per se stessi e non in funzione di qualcos’altro; ha fatto un’altra cosa che si chiama sub-creazione, cioè ha dato vita ad un mondo diverso dal nostro, la cui alterità lo rende impossibile da incastrare nelle nostre coordinate politiche-religiose-eccetera. Non si possono applicare automaticamente i nostri concetti di destra e sinistra alla Terra di Mezzo, e neppure – addirittura – i nostri concetti morali e teologici. La storia non è un mezzo per predicare un messaggio: la storia è il messaggio. È un tutt’uno, un corpo vivo che non può essere sezionato con i bisturi dell’allegoria. Gandalf e Aragorn non esistono per essere la raffigurazione di Cristo, non più di quanto lo sia io che scrivo e tu che leggi: Gandalf e Aragorn esistono semplicemente per essere Gandalf e Aragorn.

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Torniamo allora alla domanda iniziale: il mondo di Tolkien è pagano o cristiano?
Entrambe le cose, dico io. Ciò in quanto questi due aggettivi sono inconciliabili nel nostro mondo, ma non lo sono nel mondo tolkieniano, proprio perché quel mondo non è allegorizzabile, è alieno, è una sub-creazione che segue regole parzialmente e significativamente diverse.
Per la precisione, anzi, quel mondo è generato da due sub-creazioni distinte: quella esterna alla storia (extra-diegetica) di Tolkien autore, che scrive la storia, e quella interna alla storia (intra-diegetica) degli Ainur, gli angeli. Quest’ultima, come sa chi ha letto il  Silmarillion, si svolge in tre differenti fasi e modalità:

  1. In principio, nell’inizio metafisico prima del tempo, Eru detto Ilùvatar, la divinità unica e omnicreatrice, propone agli Ainur, gli angeli, un tema musicale e chiede loro di cantarlo e svilupparlo: la musica degli Ainur, l’Ainulindalë, anticipa la creazione del mondo. Le dissonanze introdotte da Melkor, l’angelo ribelle, sono il seme del male nel mondo;
  2. Successivamente Eru crea, con una sua parola (“”, ovvero “sia”), la materia e l’universo fisico, dopodiché affida agli angeli il compito esecutivo di lavorare la materia creata e plasmare Arda, il mondo nel quale si svolgono le storie. La maggior parte di loro accetta il compito e lascia la realtà metafisica, entrando nel mondo fisico e impegnandosi a risiedervi fino alla fine del tempo: gli Ainur di grado maggiore diventano Valar, cioè i “Signori” o “Potenze” del mondo, che costruiscono il mondo con l’aiuto dei Maiar ovvero Ainur di grado minore, assumendo diversi titoli a seconda dell’ambito creativo a cui si dedicano (Manwë, Signore dell’Aria; Varda, Signora delle Stelle; Ulmo, Signore delle Acque; Aulë, Signore della Terra; etc.). Durante la costruzione del mondo scoppia la prima guerra contro Melkor (rinominato Morgoth), che porta caos e distruzione nel mondo.
  3. Il ruolo degli angeli non termina con la creazione del mondo, ma prosegue con la sua amministrazione, perché Eru non governa direttamente Arda ma affida questo ruolo ai Valar, nominando Manwë suo vice e reggitore. E i Valar assolvono questo ruolo abitando fisicamente nel mondo, pur se in un continente separato dalla Terra di Mezzo (teatro delle vicende di Elfi e Uomini e Nani e Hobbit), e operando attivamente in esso.

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Spero che questo rozzo riassuntino abbia reso chiara la questione. Mentre nella cosmogonia biblica Dio crea tutto da solo, nella cosmogonia tolkieniana Eru si avvale, sia al livello teorico-artistico della composizione musicale, sia al livello pratico-esecutivo della costruzione materiale, della collaborazione creativa angelica (nota n. 2). Forse non è esagerato dire che il mondo di Tolkien, monoteistico dal punto di vista ontologico, è politeistico dal punto di vista operativo, perché gli Ainur partecipano in qualche misura della divinità e ne esercitano le funzioni di Provvidenza in rappresentanza dell’Unico (nota n. 3). E d’altra parte il fatto che i Valar non siano collocati in un oltre metafisico, ma in un luogo fisico difficile – ma non impossibile – da raggiungere, li rende per questo verso più simili alle divinità pagane che agli angeli biblici.
Se si considera tutto questo, diventa allora legittima la conclusione che dibattere che se il mondo di Tolkien sia pagano o cristiano diventa inutile, proprio come la proverbiale discussione sul sesso degli angeli. La natura di Eru è presumibilmente la stessa del Dio Trinitario (alcuni indizi, come la creazione mediante il Verbo e l’accenno al Fuoco Segreto, lasciano intendere in tal senso – ma non è che Eru sia un’allegoria di Dio: Eru è Dio), ma qui Dio ha deciso di fare le cose in maniera diversa. In questo mondo non c’è l’Incarnazione: la presenza di Dio si manifesta come una lontananza, mediata dall’amministrazione vicaria dei Valar. E i Valar non sono né un’allegoria dei “nostri” angeli, né un’allegoria delle divinità pagane, né un compromesso tra le due figure: sono i Valar, e basta.
Paganesimo e cristianesimo, dunque, o come dire un paganesimo cristiano; che nel nostro mondo è un ossimoro, ma non lo è nella sub-creazione di Tolkien, dotata di una sua propria “alterità teologica”.

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Si potrebbero fare molti altri esempi di questa alterità teologica (per esempio riguardo alla natura degli Elfi, al fatto che per essi la reincarnazione è valida e l’eutanasia è lecita: dovrei riparlarne in un post apposito), ma spero di aver reso il concetto.
Immaginate dunque, se il mondo di JRRT è così diverso dal nostro a livello teologico, quanto potrà esserlo a livello politico! Certe forzature interpretative, certe letture di Tolkien tra Evola e la Tradizione (a cui pare abbia dato il suo contributo anche il tizio di Firenze poi trasformatosi in assassino di senegalesi), sono così artefatte da risultare quasi inspiegabili in termini di pura ermeneutica. Ha ragione del visibile quando descrive il rapporto tra gli shackers e la Bibbia: il testo si risolve in un pre-testo. Se io so già cosa voglio che il testo dica, il testo lo dirà e basta, e non importa quanto si dovrà aggiungere in elucubrazione o su quanti brani scomodi si dovrà glissare.
C’è un tipo di critica e interpretazione letteraria, o meglio ideologico-letteraria, che è come la dissonanza di Melkor che corrompe il Tema nell’Ainulindalë: la perversione di guastare ciò che non si può creare. È una cosa che mette tristezza. Ma forse anche qui vale l’avvertimento di Ilùvatar all’angelo ribelle:

E tu, Melkor, t’avvederai che nessun tema può essere eseguito, che non abbia la sua più remota fonte in me, e che nessuno può alterare la musica a mio dispetto. Poiché colui che vi si provi non farà che comprovare di essere mio strumento nell’immaginare cose più meravigliose di quante egli abbia potuto immaginare.

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vediamo se funzionano le note interne

Nota n. 1:
Che io mi ricordi c’è un unico punto nelle lettere di Tolkien, che si possono leggere nel libro La realtà in trasparenza, dove JRRT dice di un personaggio che è “un’allegoria”, e si tratta di Tom Bombadil, e se ne è accorto soltanto dopo averlo scritto. Ma è un caso molto particolare perché Bombadil è assolutamente particolare. Casomai trovo il passo e approfondisco nei commenti.

Nota n. 2:
Nelle lettere Tolkien accenna alla distinzione, nella sua storia, tra il “Creare” (l’atto divino di creare dal nulla, proprio di Eru soltanto) e il “Fare” (il potere degli Ainur di plasmare la materia già creata).

Nota n. 3:
Ora io non ho i libri sottomano e non ho memoria di tutti i dettagli, ma ricordo che nei Racconti perduti e nei Racconti ritrovati (disgraziatamente gli unici volumi tradotti in italiano della History of Middle Earth), che sono le versioni preliminari del suo legendarium, Tolkien definisce esplicitamente i Valar come “Dèi”, mentre tale appellativo è escluso dalla versione definitiva del Silmarillion. Purtroppo non mi sovviene se nelle sue lettere JRRT descrive il perché e il percome di questo slittamento lessicale.

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