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Babele 2.0

L’imputato parlava molto lentamente.

“Chi non è cattolico fa schifo, è un sub-umano. Chi non è cattolico deve andare in prigione e brucerà all’inferno. Il catechismo cattolico deve diventare legge dello Stato e il Papa deve diventare il padrone del mondo. Dio odia lo Stato laico. Dio odia chi non è cattolico. Dio odia…”

I giudici non riuscirono a capire il resto della frase, letteralmente sepolta dai boati della folla urlante. Ma ormai non importava più, avevano sentito abbastanza, e raramente avevano ascoltato qualcosa di più agghiacciante. Praticamente ogni sillaba che usciva dalla bocca di quel fondamentalista era l’apologia di un qualche reato, dal femminicidio alla teocrazia, dall’omofobia al delitto di lesa autodeterminazione, non mancava nulla. Lo interruppero mentre blaterava qualcosa sui grumi di cellule, voleva imporre le sue opinioni agli altri, tipico dei cattolici, gente malata.
Quei fanatici erano erano un pericolo per la società. Lasciarli a piede libero era impensabile. I liberi cittadini andavano protetti dalle loro menzogne.
La camera di consiglio fu veloce, la sentenza equa, l’esecuzione immediata. Il pubblico applaudì e chiese il bis. C’erano altri prigionieri da giudicare, ma Nimrodio ne aveva abbastanza. Amministrare la giustizia era un lavoro stancante. Diede a un collega di cui si fidava la delega per votare anche a suo nome, salutò gli altri magistrati e prese il primo aerobus per tornare a casa.

“Cara, sono tornato.”
“Amore, finalmente! Mi sei mancato tanto!”
La voce dolce e familiare di sua moglie lo accolse dalla cucina, mentre Nimrodio si svestiva nel pianerottolo.
“Oh, sapessi, che giornata.”
“Povero tesoro, devi essere distrutto. Tu ti fai in quattro per meritare il tuo mega-stipendio, io invece faccio una vita da favola grazie a te.”
“Ma no, non esagerare, anche tu hai un lavoro…”
“Sì, ma non è certo faticoso e importante come il tuo. Non preoccuparti, adesso penso a tutto io. Tu stenditi sul divano e accendi la olovisione, intanto preparo la cena, so già quello che ti piace”.
“Tesoro, sei fantastica, davvero… sei perfetta!”
“Mai quanto te! Ora riposati, e recupera le energie per il dopocena… ihih! Guardiamo assieme la partita della tua squadra, vincerà sicuramente, e poi andiamo a letto e facciamo tutto quello che vuoi. Anelo la tua virilità mastodontica, non ho pensato ad altro per tutto il giorno!”
“Uahaha, sei proprio una birichina…”
Andò sul divano e si aprì una birra intanto che aspettava la cena. All’ologiornale parlavano dei processi di quel giorno ed elogiavano il suo lavoro. Procedendo a quel ritmo, la setta teocratica sarebbe stata sgominata nel giro di pochi anni, e a quel punto la carriera sua sarebbe decollata. Addirittura lo speaker nel servizio citava per intero, virgole punti e virgola e tutto quanto, un brano della sentenza scritto da lui, proprio lui! Ah, domani gli altri giudici sarebbero schiattati d’invidia. Gongolò a immaginarsi la faccia di Nembrotto, il suo vicino di scrivania, quell’incapace arrogante…
Distratto nei suoi pensieri, Nimrodio badò a malapena al resto dell’o.g., l’attenzione gli tornò soltanto quando vennero le previsioni del tempo presentate dalle donne nude safficheggianti. L’olovisione in HD e grandezza naturale valeva ogni centesimo pagato.
Poi partì la sigla di chiusura e in quel momento guardò l’orologio e realizzò che si era fatto tardi, e né sua moglie né la cena erano arrivate.
Strano.
“Tesoro… tutto bene?”
Nessuna risposta. Ma che cavolo. Molto seccante. Era quello il modo di comportarsi?
“Cara, ma che stai facendo?!?”
Silenzio.
Ora era un po’ preoccupato. Le fosse successo qualcosa? Un incidente domestico? Rabbrividì all’idea. Lui era un giudice equo e probo, ma certi suoi colleghi appioppavano condanne per femminicidio al primo livido, senza manco disporre una CTU. Cane non mangia cane, però…
“Amore, ti prego, rispondimi!”
Si alzò a fatica dal divano, corse in cucina e trovò sua moglie seduta a piangere, senza parlare e senza neppure singhiozzare. Lo guardava in silenzio, rigida, mentre le lacrime scendevano lungo le guance. Alzò una mano facendogli cenno di stare fermo, di non avvicinarsi, di non parlare.
Nimrodio era frastornato. Ma che era quella novità? Il mondo era sottosopra? Quando mai sua moglie aveva sofferto di depressione?
Lei si portò la mano all’orecchio e fece il gesto di togliersi qualcosa.

 

Allora lui capì.
Si era dimenticato, un’altra volta, di togliersi il babelfish dopo il lavoro. L’aveva lasciato lì nella cavità auricolare e quello aveva continuato a tradurre tutto quello che sentiva.
Mannaggia.
Si levò il dannato affare così in fretta da farsi male, buttandolo nel lavandino. Il pesce di Babele non si lamentò, resto lì a mangiare i grumi di cerume che gli erano rimasti appiccati, per lui dovevano essere un bocconcino prelibato.
“Tesoro! Perdonami! Mi ero scorda…”
Ma improvvisamente lei abbandonò la sua quiete.
“SEI UNO STRONZO!!!”
Prese una scopa e cominciò a dargliela addosso, furibonda, mentre lui era ancora scioccato e non riusciva a far altro che tentare vanamente di difendersi.
“Stronzo! Egoista! Per l’ennesima volta torni a casa con quel coso nell’orecchio e non te lo togli neanche per mangiare! Non ne posso più! Fai schifo! Vaffanculo! TI ODIO!!!”
“Ti prego, amore, non merito… ouch!”
“Mi tratti come se fossi uno dei tuoi imputati! Parlo parlo e non ascolti mai quello che dico! Hai la testa sempre altrove, pensi solo alle tue cose, ai tuoi processi, alla tua carriera!”
“Ma lo faccio per te! La mia carriera è importante per la nostra famiglia, noi… ahia! Basta! Pietà!”
“Anche io ho un lavoro! Credi che non sia importante quanto il tuo? Credi che i robot per pulire la casa si programmino da soli? Non ti interessi mai di quello che faccio, non mi chiedi mai com’è andata la MIA giornata! Oppure lo chiedi per finta e poi non mi senti, hai il babelfish acceso e chissà cosa stai pensando di ascoltare!”
“Basta! Basta! Ti ho chiesto scusa! Non è sufficiente? Cos’altro pretendi da me?”
Lei si fermò, ansante, gli occhi di ghiaccio. Nimrodio si tastò dolorante un paio di costole, probabilmente incrinate, e si leccò il sangue da un taglio sulla faccia. Era imprigionato in un angolo della cucina e  sua moglie incombeva minacciosa, con quella maledetta scopa modello de luxe che lui le aveva regalato per il quinto anniversario.
“Voglio” disse livida “che butti nell’immondizia quell’aggeggio e non te lo metti più. MAI più.”
Panico.
“Amore, ma non ti basta se me lo tolgo quando stacco dal lavoro? Lo lascio in tribunale e…”
“L’hai già promesso tante volte, e poi te ne sei dimenticato comunque.”
“Questa volta manterrò la promessa.”
“Anche questa promessa l’hai già fatta, e infranta. Non mi fido più. Si vede che il pesce dà assuefazione. O me, o lui. Deciditi!”
“Ma non è possibile! Mi serve! Come faccio senza?! Tutti i colleghi lo usano! Come faremmo altrimenti a fare tanti processi al giorno? Io, noi, loro…”
Preso dalla disperazione, si ritrovò a improvvisare su due piedi un bignami di storia forense, difendendo l’esistenza e l’utilità anzi la necessità del babelfish, la meravigliosa invenzione biotecnologica che assorbiva le frequenze inconsce, le masticava, le digeriva e le defecava in una matrice di frequenze consce diretta verso i centri cerebrali del linguaggio. Se indossavi un babelfish nessuno poteva mentirti, perché convertiva quello che uno ti diceva in quello che tu già sapevi che lui voleva veramente dire. Il pesce di babele aveva rivoluzionato la procedura civile e penale, nessun giudice poteva più essere preso in giro dagli imputati, l’interrogatorio diretto aveva sostituito e reso obsoleti tutti gli altri mezzi probatori. Perciò lei non poteva chiedergli di rinunciare al babelfish, non poteva assolutamente non poteva, tutto ma non quello, se non lo usava l’avrebbero tolto dai processi importanti, la sua carriera…
“AAAAAAHHHH!!!!!!”
La scopa si abbattè ancora, implacabile.
“Se nomini ancora una volta la tua carriera, giuro che questa scopa la uso per fare una cosa che non hai mai visto neppure nel peggiore dei tuoi porno. Non me ne frega niente della tua carriera. Non me ne frega niente neppure dei tuoi imputati. Condannateli appena li catturate, tanto cosa li fate parlare a fare?”
“Amore, dipendesse da me lo farei subito. Quella gente non merita rispetto. Pensa che l’altro giorno uno dei loro capi ha detto che si possono violentare le donne che hanno abortito. Bastardi schifosi, io li affiderei tutti al boia e buonanotte. Ma noi giudici dobbiamo essere giusti, bisogna rispettare il codice, la procedura, gli articoli…”
“Che poi magari non dicono neppure davvero quello i quotidiani dicono che loro dicano.”
“Non è vero! Non è vero! Queste sono le bufale messe in giro dai tecnofobici oscurantisti che odiano la scienza! Il pesce-babele ha un margine di errore soltanto del 6,66% e comunque ciò che gli imputati dicono è sempre attendibile nel suo senso generale, anche se non nelle singole formulazioni. Guarda, in teoria sono anche disposto a ipotizzare che talvolta qualcuno non abbia detto alcune delle cose che gli ho attribuito, ma questo non conta! Quelle cose sono comunque importanti per far capire alla gente chi era lui, come pensano i cattolici! E poi c’è la prova del nove! Vedi, quando noi giudici interroghiamo un prigioniero con il babelfish, verbalizziamo le sue dichiarazioni e le mandiamo a tutti i giornali per l’edizione del giorno dopo, così tutti possono leggerle e farsi un’opinione autonomamente. Anche i cattolici stessi le leggono, indubbiamente, mentre si nascondono in clandestinità. Ebbene, ci hanno mai fatto contestazioni? Si sono mai lamentati? NO! Nessun giornale ha mai pubblicato una loro lettera di protesta, e nessun prigioniero sotto interrogatorio ha mai ricusato i nostri verbali!”
“Questo spiega tutto, in effetti.”
“Sì! Esatto! BRAVISSIMA! Perciò tu certamente capisci, cara, che il mio lavoro è importantissimo per la società, la mia c…” si interruppe, terreo, al suo sguardo truce.
“Insomma, non puoi proprio rinunciare a quel coso.”
“Io… eh… no. Ma ti prometto, ti garantisco, ti giuro solennemente, amore mio, che…”
“Allora non mi resta che una sola cosa da fare.”
Gli diede l’ennesima botta in testa.

 Quando riprese coscienza, la cucina era vuota. Il pesce di babele era stato spiaccicato. Lei non c’era più. La chiamò, la cercò paurosamente in ogni stanza: se n’era andata. E con lei se ne erano andati tutti i suoi vestiti, tutti i suoi gioielli, tutto quanto.
Quello che non era scomparso era distrutto. Aveva fatto a pezzi tutto quello che non poteva portare, l’olovisione costosissima, il divano, la scrivania del suo studio. Il letto su cui si erano tanto divertiti ora aveva la rete sfondata e il materasso squarciato. Non capì dove fossero finiti tutti i suoi manuali di diritto finchè non realizzò la singolarità del camino acceso nel mese di messidoro.
Anche il frigorifero era vuoto. Niente da mangiare per cena. Restava solo la birra, che lei gli aveva lasciato probabilmente come implicito suggerimento di darsi all’alcolismo.
Decise di accettare il suo consiglio.

 

Si risvegliò la mattina dopo, la testa rintronante, il telefono che squillava senza sosta. Dormire sul pavimento non aveva migliorato la situazione della sua schiena. Gemendo, si trascinò alla cornetta e rispose biascicando.
Era Nembrotto, il suo vicino di scrivania.
“Nimrodio! Ma che fine hai fatto? Ti stiamo aspettando! Dobbiamo andare avanti con i processi! Oggi abbiamo un pezzo grosso, uno col berretto rosso! Se ci andiamo giù abbastanza pesante, magari riusciamo a farci confessare dove si nasconde il tizio vestito di bianco! Non puoi mancare! Corri qui! Sbrigati!”
“Io… non posso… malato…”
“Ah, mi spiace molto. Pazienza. Ho la tua delega, vero? Posso mettere anche il tuo nome?”
Tra le sue tempie martellenti si fece faticosamente strada la vaga immaginazione delle stupidaggini pseudogiuridiche che quell’idiota sarebbe stato capace di scribacchiare e sottoscrivere con la sua firma. Gli poteva rovinare la carriera.
“Eh… veramente… cioè, ti ringrazio tanto dell’offerta, sei premurosissimo, un vero amico… tuttavia, ecco, senza offesa, io invece preferirei dare la mia delega a qualcun altro, per favore passami al telefono…”
“Ah ah, lo so! Sei gentilissimo, come sempre. Ti ringrazio. Non preoccuparti. La tua fiducia non poteva essere riposta in mani migliori.”
“Sì… io… cosa? Non ho capito…”
“Allora siamo d’accordo, firmo anche per te.”
“No… fermo… aspetta…”
“Va bene, lo terrò a mente.”
“NOOOOO! Nembrotto, aspetta, tu… anche tu ieri sera hai dimenticato di toglierti il babelfish! Fermo! fermo! Devi levartelo dall’orecchio! Senti quello che ti dico! Nembrotto, tu devi ascoltarmi, devi…”
“SÌÌÌÌÌÌ! È vero! Ho visto anche io l’ologiornale ieri sera! A un certo punto lo speaker nel servizio ha citato per intero, virgole punti e virgola e tutto quanto, proprio il brano che avevo scritto io! Che grandiosa soddisfazione! Bravissimo, sei stato l’unico ad accorgertene, qua nessun altro mi ha detto niente! Staranno tutti schiattando d’invidia! Sei proprio un grande amico!”
“no, no, Nembrotto, ti sbagli! L’ologiornale ha citato me, ha parlato del mio lavoro… non ci senti bene… togliti il pesce dall’orecchio, toglitelo! Ascoltami, tronfio babbeo, devi ASCOLTARMI!!! Sturati le orecchie! Cretino! Deficiente!”
“ah ah, basta, non merito tutti questi elogi. Carissimo, è sempre un piacere discutere con te che sei tanto intelligente e sai riconoscere l’altrui valore, ora però devo proprio andare. I criminali aspettano tremanti, la giustizia chiama. Mi raccomando, riposati. Salutami tanto tua moglie, sono sicuro che con le sue amorevoli cure ti rimetterai in men che non si dica. Ciao!”
“NOOOOOOOO! Fermo! Ascoltami… ascoltami… ascoltami…”
Silenzio. Aveva riattaccato.

“Nembrotto, ascoltami… ascoltami… ascoltami… ascoltami… ascoltami… ascoltami… ascoltami… ascoltami… ascoltami… ascoltami… ascoltami… ascoltami… ascoltami… ascoltami… ascoltami… ascoltami… ascoltami… ascoltami… ascoltami… ascoltami… ascoltami… ascoltami… ascoltami…”

 

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