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Morale naturale for dummies (ivi incluso Paolo Flores d’Arcais).
Provo a spiegare in modo basilare e comprensibile che il bene oggettivo esiste; per fare ciò userò un esempio preso da LOST, la mia serie tv preferita.

(per inciso LOST è un capolavoro perché ha portato in tv la filosofia come genere narrativo, ma questo è un mio opinabile punto di vista e un discorso a parte; se non siete d’accordo, continuate pure)

Supponete che vi capiti di entrare in possesso di una scatola da cui dipende il destino dell’universo. Per comodità narrativa facciamo che la scatola è stata inventata da uno scienziato pazzo vostro amico – quel tipo di scienziato pazzo che quando va al bagno inventa il flusso canalizzatore per viaggiare nel tempo, quel tipo di scienziato pazzo delle cui capacità non dubitate affatto – che per bizzarri motivi vi affida la scatola scongiurandovi di farne saggio uso.
Il funzionamento della scatola è semplice. C’è un bottone che deve essere periodicamente premuto. Non è necessario che sia una periodicità di 108 minuti; per semplificare le cose ipotizziamo che sia un compito che non richiede alcun sacrificio. Se si preme l’interruttore, il mondo va tranquillamente avanti come ha sempre fatto. Se non si preme l’interruttore, parte una reazione a catena che provoca L’ANNICHILIMENTO DELL’UNIVERSO. Una specie di Big Bang inverso e istantaneo. Finisce tutto, non resta letteralmente più niente, nulla, zero, insieme vuoto, Ø, [   ].
Chiaramente la premessa richiede una certa dose di sospensione d’incredulità, ma fatela questa sospensione, perché qui non interessa la verosimiglianza tecnica della cosa – che peraltro è fantascientifica ma non necessariamente impossibile, o almeno non possiamo escluderlo a priori – ma piuttosto le implicazioni morali della stessa.
Allora insomma bisogna decidere, premere o non premere il bottone.
Domande:

  1. Cosa fate?
  2. Perché lo fate?
  3. Cosa è giusto fare?

 Andiamo oltre. Supponiamo che lo scienziato abbia affidato non a voi soli la scatola, ma a voi e un amico vostro. Ed ecco che, quando si arriva al dunque, l’amico se ne esce dicendo che no, lui il bottone non vuole premerlo. Non spiega perché, ma vuole che il mondo finisca, vuole che tutto smetta di essere. Qualcuno non è d’accordo? E chi se ne frega.
Piglia la scatola e scappa, per evitare che possiate premere il bottone.
Che fate, gli correte appresso?

L’esempio è estremo, ma l’intellettualismo postmoderno è arrivato a un tale punto di impazzimento che servono esempi estremi. Questo ci pone di fronte a un’alternativa infinitamente amletica: o l’essere o il niente, tertium non datur.

E dunque ditemi, cari lettori: vi passa seriamente per la capa di dire che le due opzioni – premere o non premere il bottone – sono oggettivamente indifferenti? Che l’una vale l’altra? Che è una questione di giudizio soggettivo, esclusivamente radicato nella “coscienza” autonoma e nella libera scelta del soggetto agente? Che non c’è nessun intrinseco “questo è meglio di quello”? Che se l’universo, le cose che sono, gli enti tutti quanti, la res cogitans e la res extensa, le sostanze gli accidenti e li mortacci tua, se essi potessero in qualche modo impersonificarsi per un istante e prendere parola, ci direbbero…?
ma sì, che ce frega, pigialo oppure non pigiarlo ‘sto bottone del cavolo: per noi è la stessa cosa!

Insomma: si può dire che da questo FATTO – l’universo è, le cose sono, noi esistiamo o quantomeno cogitiamo di esistere, e quello che è continua ad essere – non si può in alcun modo ricavare un qualche minimo VALORE di preferenza di un’opzione rispetto all’altra ?

 Presumo che una nutrita schiera di lettori – cattolici, teisti razionali, atei, vattelapesca – avrà già raggiunto la conclusione che SI DEVE premere quel fottuto interruttore. Che È MEGLIO rincorrere quello stronzo che se l’è data a gambe (qualcuno dalla regia aggiunge: dargli pure un fracco di botte) ed evitare che l’universo sprofondi nel nulla cosmico, e noi con esso.

 Invece i soggettivisti radicali, se volessero essere coerenti con i loro assiomi, dovrebbero rispondere sì a tutte quelle domande: perché secondo loro dal fatto (ciò che è) non si può dedurre l’etica (ciò che deve essere). Le cose che sono, “sono” e basta. Non esiste una natura che ci “dica” di fare qualcosa o di essere in un modo invece che in un altro: tutto ciò che esiste è già naturale di suo, “naturale” diventa parola priva di confini, dunque priva di significato. Al soggettivista radicale piace tanto un’espressione: “fallacia naturalistica”. Questa fallacia si ha quando da una descrizione si passa indebitamente ad una prescrizione. Esempio banale di fallacia naturalistica:

  1. Ci sono esseri umani che hanno la pelle chiara.
  2. Gli esseri umani devono avere la pelle chiara.
  3. Chi non ha la pelle chiara, non è un essere umano.

Purtroppo, il soggettivista radicale fa ampio abuso della fallacia naturalistica: è sempre pronto a tirarla fuori ovunque, una specie di arbitro della logica col cartellino rosso sempre alzato e il fischietto pronto a fischiare “fallacia naturalistica! Fallacia naturalistica!”. Dal fatto che esistono indebiti salti descrizione→prescrizione, il soggettivista radicale ricava (per inciso mi chiedo se non sia questa, essa stessa, una fallacia naturalistica) che non possono esisterne di debiti.

Come scrive Paolo Flores d’Arcais (La Stampa, 11/12/2012), “l’etica è soggettiva”:

 la questione fondamentale è proprio se i valori morali abbiano una realtà oggettiva come i fatti empiricamente accertabili, o siano invece creati dai diversi gruppi umani (e infine dai singoli individui) e dunque ineludibilmente relativi a ciascuno di essi […]
da un insieme di fatti accertabili non si potrà mai dedurre un giudizio di valore univoco, poiché i valori fondamentali che guidano i nostri giudizi morali non sono dati in natura, non sono conoscibili come i fatti, e meno che mai sono scolpiti eguali e indelebili in tutti i cuori umani. Della specie Homo sapiens fanno parte allo stesso titolo (ahimè) tanto Francesco d’Assisi quanto Adolf Hitler, tanto la «volontà di eguaglianza» quanto la «volontà di potenza», tanto i fautori della democrazia quanto quelli della teocrazia o del Führerprinzip.
Perciò non esistono valori veri (o falsi), ma solo valori creati. Di cui ciascuno di noi è esistenzialmente responsabile, proprio perché la nostra responsabilità non si limita (come vorrebbe Ratzinger e ogni altro cognitivista etico, religioso o meno che sia) a riconoscere valori «oggettivamente» dati (dove?): siamo i creatori e signori «del bene e del male» secondo scelte incompatibili ( aut la democrazia aut la teocrazia o il Führerprinzip: non è questione di conoscenza, ma di lotta). Questa responsabilità abissale ci terrorizza, ma è ineludibile.

Sarebbe inutile obiettare a PFD’A che la sua visione del mondo è dannosa e agghiacciante, perché ci consegna dritti dritti alla guerra brutale del tutti contro tutti, alla legge del più forte. Che, così, contro lo stupratore l’assassino il genocida eccetera non possiamo portare argomenti (che non valgono, perché non esistono “valori” ma solo “valutazioni”); possiamo portare solo una corda per impiccarlo più in alto, perché «non è questione di conoscenza, ma di lotta», e noi prevaricheremo lui oppure lui prevaricherà noi, e la Storia è tutta qua.
Inutile, perché PFD’A non ci sente da quell’orecchio, è troppo inebriato dalla sua terrorizzante & ineludibile “responsabilità” (ma verso chi?). Come può essere brutto, un mondo in cui è “lui” a decidere? Come può essere spaventoso, un mondo in cui è “lui” ad essere creatore e signore del bene e del male?

Allora quello che bisogna obiettare, per avere la minima speranza di scuotere PFD’A e tutti i soggettivisti radicali dalla loro illusione (gnostica) di dominio etico, è che la tesi non è semplicemente dannosa: è sbagliata, anzi, è proprio scema.
Perché dei valori morali oggettivi esistono, ancorchè basilari e generali, e con l’esperienza e la ragione – la fede aiuta, ma viene dopo – qualunque essere umano mediamente pensante può arrivarci:

  • ESPERIENZA: il mondo esiste. È un’evidenza. Si mostra, non si dimostra.
  • ESPERIENZA: il mondo continua ad esistere, ed anche gli enti che ne fanno parte continuano ad esistere finchè possono. Gli esseri viventi, noi compresi, hanno volontà e istinto di autoconservazione. Gli oggetti inanimati non hanno “volontà” o “istinto”, ma hanno una “tendenza”: le pietre non si sgretolano da sole, la Terra non ridiventa plasma e polvere cosmica, la forza di gravità continua a “funzionare”.
  • RAGIONE: gli enti hanno un orientamento, una inclinazione, una propensione, una “preferenza”, un fine intrinseco, insomma una teleologia, per cui essere è meglio che non essere.
  • RAGIONE: non è vero che dall’essere non si può dedurre il dover essere; dall’essere si può dedurre almeno un grado minimo di dover essere, cioè il fatto di dover continuare ad essere.

GIUDIZIO DI FATTO:
ciò che è, “vuole”, “deve” continuare ad essere

GIUDIZIO DI VALORE:
PREMI QUEL C**** DI BOTTONE!!!

  Siamo scesi, mi pare, al grado minimo di etica naturale oggettiva. Più sotto c’è solo da scavare (una tomba, ché una società così intellettualmente spappolata da dimenticare l’istinto di conservazione, non ha futuro).
Eppure so già che amabili zuzzurelloni soggettivisti, o perché si divertono così o perché ci credono davvero, negheranno anche questo grado minimo. Non per niente questa è l’epoca disgraziata in cui ci tocca combattere per i prodigi visibili come se fossero invisibili.

 Ecco il valore morale base: essere è oggettivamente meglio che non essere. È “scritto” nel mondo, in ciò che noi stessi siamo, nel nostro “modo” di essere.
Definiamo “natura” (definizione vaga, ma per ora accontentiamoci) questo modo di essere dell’ente. Definiamo “naturale” ciò che asseconda questo modo. Definiamo “innaturale” ciò che lo contrasta.
È naturale, buono, premere il bottone.
È innaturale, cattivo, non premerlo.

MORALE NATURALE
essere = bene
non essere = male

Ora, il nostro è un esempio estremo. La stramaledetta scatola non conosce mezze misure: o l’essere, o il niente. Ci serve per partire proprio dall’ABC della morale naturale, perché a questo ci siamo ridotti.
Ma la vita quotidiana non è così estrema. Noi vediamo (e anche questo è un giudizio di esperienza + ragione) che nel mondo non si dà questa dualità brutale. Alzi la mano chi si è mai trovato davvero a dover decidere tra l’alternativa x e l’annichilimento immediato e totale di tutto ciò che esiste.
Ecco allora che ci accorgiamo che esiste una gradualità, tale per cui gli enti non si limitano semplicemente ad essere o non essere, ma conoscono una fascia di situazioni intermedie, di mescolanza tra essere e non essere.
Perciò la nostra povera grezza morale naturale può già essere riformulata in maniera un po’ meno grezza:

 MORALE NATURALE
+ essere = meglio
– essere = peggio

Buono è ciò che ci porta verso la pienezza dell’essere.
Cattivo è ciò che ce ne allontana.
Da ciò si potrà poi cominciare a concepire – sempre razionalmente – la differenza tra essere e divenire; la differenza tra uno e molteplice (dunque lo spazio); la differenza tra statico e dinamico (dunque il tempo); la differenza tra potenza e atto (dunque la causalità); la differenza tra sostanza e accidente (dunque la persona); la differenza tra singolo e organizzazione sociale (dunque la relazione personale); la differenza tra bene di uno e bene di molti (dunque la possibilità del sacrificio); la differenza tra necessario e contingente (dunque la libertà); la differenza tra immanente e trascendente (dunque la Divinità)…
Ma questi sono già discorsi ulteriori, ben oltre la spiegazione for dummies che mi proponevo. Il soggettivista radicale avrà già problemi a ruminare il concetto che essere è oggettivamente meglio che non essere.

A chi è interessato ad approfondire il discorso, e non è ostile per preconcetto alla roba cattolica (non necessaria, per capire cos’è la morale naturale, ma neanche inutile), segnalo questo testo che ho letto in questi giorni e non mi pare fatto male: “Alla ricerca di un’etica universale: nuovo sguardo sulla legge naturale”. In particolare mi ha aiutato la tripartizione (paragrafo 46) della morale naturale in tre precetti generali ovvero «insiemi di dinamismi naturali che agiscono nella persona umana»:

  1.  Il primo, che le è comune con ogni essere sostanziale, comprende essenzialmente l’inclinazione a conservare e a sviluppare la propria esistenza.
  2. Il secondo, che le è comune con tutti i viventi, comprende l’inclinazione a riprodursi per perpetuare la specie.
  3. Il terzo, che le è proprio come essere razionale, comporta l’inclinazione a conoscere la verità su Dio e a vivere in società.

A partire da queste inclinazioni si possono formulare i precetti primi della legge naturale, conosciuti naturalmente. Tali precetti sono molto generali, ma formano come un primo substrato che è alla base di tutta la riflessione ulteriore sul bene da praticare e sul male da evitare.

Successivamente questi tre precetti morali naturali vengono descritti con maggiore precisione. Dai tre precetti generali saranno poi ricavati i precetti “secondi”, i quali poi dovranno essere calati nel concreto delle diverse culture e contigenze della vita reale, etc.


Conclusione.
La natura esiste. Il bene oggettivo esiste. La morale naturale esiste.
Se indaghiamo il “piano dell’essere” alla luce della ragione, scopriamo che in questo “piano” c’è una “scala” che ci porta al piano superiore, del “dover essere”. Un piano che non è costruito da noi, ma è oggettivamente dato, e fondato precisamente sul piano sottostante dell’essere (anche quello, non lo abbiamo costruito noi).
Noi non siamo i creatori e signori dell’etica: noi non decidiamo ciò che è bene o male. Invece noi decidiamo se fare il bene o il male, perché abbiamo il libero arbitrio.
Siamo liberi di fare la nostra musica; ma il pentagramma su cui la suoniamo, non ce lo siamo fatti da soli.


 


 

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Il mistero dell’Oggetto Eterno (2)

( continua da)

Spiegazione.
Chi mi conosce sa che a me piacciono molto le storie di fantascienza, e mi piacciono le storie di viaggi nel tempo e le speculazioni sui paradossi insiti nell’operazione. Sulla wikipedia inglese c’è una pagina molto interessante, di cui purtroppo non esiste la versione italiana (qualcuno la traduca!), che riporta numerosi esempi tratti dalla fiction di paradossi ontologici: cioè quelle situazioni in cui è l’esistenza stessa di qualcosa o qualcuno ad apparire impossibile, paradossale, una clamorosa deroga alla regola per cui ogni effetto è preceduto dalla causa.
La storia del precedente post è un esempio di paradosso ontologico basato su quel che a me piace chiamare un Oggetto Eterno, laddove eterno non significa “illimitato”, ma bensì qualcosa che è in qualche modo fuori dal tempo, sganciato dalla normale catena di cause ed effetti. La chiave della storia è un Oggetto Eterno: ogni versione temporale dell’uomo la riceve dalla versione precedente e la passa alla versione successiva, ma non si può capire in quale momento abbia fatto il suo ingresso nel tempo, e perciò non si capisce neppure chi l’abbia costruita – se mai lo è stata. La chiave è un effetto senza una comprensibile causa fisica: la sua storia è un circolo chiuso senza inizio e senza fine.
Affascinante, no?
E se ci fosse davvero, là fuori, qualcosa del genere? Cosa implicherebbe?

Naturalmente sarebbe facile liquidare facilmente la questione dicendo che gli Oggetti Eterni non esistono, o almeno non se ne è ancora scoperto uno, e che perciò queste sono chiacchiere inutili su argomenti vani.
È un approccio legittimo, ma forse un po’ troppo facile, perché “qualcuno” sostiene che una sorta di Oggetto Eterno esista davvero, e se è così, allora la sua esistenza pone delle domande che non possono essere liquidate così facilmente.
Chi sia questo qualcuno e quale sia la cosa misteriosa di cui stiamo parlando, sarà chiaro al prossimo post (ma qualcuno potrebbe anche capirlo prima).
Ora però, per spiegare al meglio le problematiche dell’argomento (ma in realtà è che mi sono divertito un sacco a scriverla), vi propino questa mia personale tassonomia super-nerd dei paradossi temporali. Se avete altri esempi da aggiungere alla collezione, siete invitati a contribuire. Buona lettura!

***

Il viaggio nel tempo come causa sui.
Un tipico paradosso del viaggio del tempo è quello in cui il viaggiatore torna indietro nel tempo e contribuisce a determinare le circostanze che provocato o reso possibile il viaggio nel tempo stesso. Esempi:

  • Il primo film di Terminator si basa su questo paradosso, perché John Connor manda indietro nel tempo Kyle Reese a proteggere sua madre Sarah, la quale fa l’amore con Kyle e concepisce John, il quale perciò ha fatto in modo che suo padre fosse suo padre.
  • In Harry Potter e il Prigioniero di Azkaban, Harry viene salvato dai Dissennatori grazie ad un incantesimo Patronus lanciato da se stesso dopo essere tornato di qualche ora indietro nel tempo; si specifica che Harry è stato in grado di lanciare il difficile incantesimo perché sapeva di averlo già lanciato.
  • Nel libro I.N.R.I. di Michael Moorcock, il protagonista è un nevrotico religioso (endiadi, ovviamente) che si procura una macchina del tempo e torna indietro per incontrare Cristo; dopo aver scoperto che il Gesù storico era solo uno scimunito deforme figlio di una sgualdrina, comincia a girare per la Palestina e impersona lui stesso il messia – tanto lo sanno tutti che i vangeli sono chiaramente stati scritti secoli dopo i fatti – fino a farsi crocifiggere.

Non si contano inoltre le numerose variazioni sul tema dell’inventore della macchina del tempo che torna indietro nel tempo e aiuta sé stesso a inventare la macchina del tempo (es. nel primo Ritorno al futuro Marty McFly fa vedere a Doc Brown la macchina del tempo che quest’ultimo costruirà trent’anni dopo).
In questi casi abbiamo un effetto – cioè il viaggio nel tempo – che non solo è precedente alla propria causa, ma che addirittura contribuisce alla catena causale che ha dato luogo all’effetto stesso, insomma è causa sui, causa di sé stesso.

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Il paradosso del nonno.
L’inverso del paradosso precedente è l’ipotesi in cui il viaggiatore nel tempo, tornato nel passato, fa qualcosa che rende impossibile il viaggio nel tempo. Questa idea è nota come paradosso del nonno: un uomo torna indietro nel tempo e uccide suo nonno. Allora lui non nascerà. Ma se non nascerà, non tornerà indietro nel tempo e perciò non ucciderà suo nonno. Ma se non ucciderà suo nonno, allora lui nascerà e tornerà indietro nel tempo. Ma se tornerà indietro nel tempo, ucciderà suo nonno. Allora lui non nascerà. Ma se non nascerà…
Vedete bene che in realtà questo contorcimento logico è una variante spaziotemporale del paradosso di Epimenide cretese (“Epimenide dice che tutti i cretesi dicono sempre bugie, lui lo sa perché è di Creta e li conosce bene”), cioè un’auto-contraddizione. Un effetto che annulla la propria causa annulla non solo sé stesso, ma anche l’annullamento medesimo. Il primo Ritorno al futuro gioca con questo paradosso immaginando che Marty McFly, per aver ostacolato l’innamoramento dei suoi genitori, rischi di essere cancellato dalla foto di famiglia e dall’esistenza stessa – sennonché, se Marty fosse stato cancellato, non avrebbe mai potuto ostacolare l’unione che stava ostacolando…
Ci sono possibili linee di pensiero sulle conseguenze di questo paradosso. Una implica la coesistenza e/o il conflitto tra diverse linee temporali o “universi paralleli”. Il viaggiatore nel tempo, cambiando il passato, fa nascere una nuova linea temporale alternativa a quella da cui proviene. La linea temporale di provenienza può restare immutata e proseguire tranquillamente per il suo corso, oppure può essere “sovrascritta” e scomparire. Per esempi cinematografici vedere il secondo Ritorno al futuro oppure Donnie Darko. La quarta stagione di Fringe gioca con l’idea di un “palinsesto” temporale, con una Macchina che cambia retroattivamente un evento e costruisce un secondo passato che si sovrappone al primo, del quale però (come appunto in un palinsesto) affiorano tracce qua e là. Il concetto di riscrittura temporale è poi portato al parossismo nell’anime capolavoro Steins Gate, che cita John Titor (l’unico viaggiatore del tempo “ufficiale” finora conosciuto) e dipana un complicatissimo intreccio “circolare” in cui un team di giovani otaku scopre ben tre diversi modi per modificare il passato (mandando un sms indietro nel tempo; mandando la memoria di un individuo indietro nel tempo; con il “classico” viaggio fisico) e alterare le linee temporali, la cui divergenza rispetto alla linea originaria può perfino essere misurata con un apposito divergence meter!
Chi non crede alle diramazioni o sovrascritture temporali invece ritiene che questo paradosso non possa essere possibile: il viaggiatore nel tempo non riuscirà mai, qualsiasi cosa faccia, a uccidere il proprio nonno. Non può accadere una cosa simile proprio perché il viaggiatore nel tempo esiste e perciò non ha mai provocato il proprio annichilimento. Questa teoria, descritta in LOST come “meccanismo del course-correcting”, implica un principio di autoconservazione dell’Universo tale per cui, se si verificasse un paradosso del nonno, l’intero tessuto spaziotemporale ne sarebbe distrutto e non ci sarebbe né passato né presente né futuro né niente; tuttavia il fatto stesso che noi ora esistiamo è la prova tangibile che questo paradosso non si è mai verificato né mai si verificherà. Se poi questo principio di autoconservazione faccia parte delle leggi razionali intrinseche e soggiacenti alla struttura stessa dell’universo, oppure dipenda da una qualche Provvidenza benevola e trascendente che preserva il continuum, è argomento aperto alla speculazione.

***

L’invenzione senza autore, cioè l’Idea platonica.
Il paradosso dell’effetto causa sui si può presentare in una versione molto interessante e cioè nell’ipotesi di un’opera dell’ingegno il cui apparente autore, in realtà, non ha fatto assolutamente nessuno sforzo intellettuale.

  • Nel secondo film di Terminator, si scopre che il supercomputer Skynet è stato creato attraverso un reverse engineering a partire dai resti del T-1000 mandato nel passato da Skynet medesimo. Nessuno ha veramente concepito i circuiti di Skynet, ci si è limitati a copiarli.
  • Un fisico, dopo aver ricevuto una visita dal suo futuro sé stesso che gli spiega nei dettagli come costruire la macchina del tempo, segue pedissequamente le istruzioni e costruisce la macchina del tempo, dopodiché torna nel passato e istruisce nei dettagli il suo precedente sé stesso su come costruire la macchina del tempo.
  • Un uomo viaggia nel futuro, scopre di essere diventato un famoso scrittore, compra in libreria i libri che ha scritto, torna indietro nel tempo, copia i libri parola per parola e diventa un famoso scrittore.

Lo stesso concetto si può applicare a un quadro, a un teorema di matematica, a una qualunque manifestazione di creatività.
Questo paradosso è sostanzialmente una versione soft dell’Oggetto Eterno. Qui non è la concretizzazione materiale dell’idea ad essere a-causale, ma l’idea in sé: il contenuto letterario del libro, la trama e lo stile, la scelta delle parole e la loro disposizione, tutte cose che di cui l’autore materiale del libro non ha nessun merito.
Ma allora Chi è il vero autore del libro?
A pensarci bene, c’è qualcosa dell’idealismo platonico in questo paradosso: abbiamo un’Idea che entra nel tempo come se provenisse dall’iperuranio, un’Idea che preesiste alle sue applicazioni concrete e sussiste a prescindere dalla loro esistenza. Un’Idea che è stata soltanto imitata, non inventata; ma conviene notare che – poiché l’idealismo platonico non è idealismo nel senso corrente del termine, ma semmai una forma trascendente di realismo – invenio, inventare, originariamente significa proprio scoprire (qualcosa che già esiste).

***

La profezia auto-avverante.
La versione psicologica del paradosso precedente è data dall’ipotesi in cui qualcuno, venendo a conoscenza di una previsione che riguarda un suo comportamento futuro, tiene quel comportamento non perché lo desidera spontaneamente ma perché ritiene di dover agire come previsto. In tal caso sorge il quesito su chi sia stato a voler davvero quel comportamento, perché il soggetto agente appare in realtà come l’esecutore materiale di qualcosa che è stato già deciso al di fuori della sua volontà. Tutto ciò conduce a numerosi interrogativi sul libero arbitrio e sul determinismo. Esempi:

  • Tutta la serie televisiva FlashForward trattava questo dilemma. Ma lo faceva malissimo, infatti è stata cancellata.
  • Nel libro La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo, e nel film che ne è stato tratto (film a cui gli abominevoli distributori italiani hanno appioppato lo stucchevole titolo Un amore all’improvviso… vergogna!) la protagonista ha incontrato già da bambina l’uomo che amerà e sposerà, affetto da una malattia genetica che lo fa saltare avanti e indietro nel tempo, e nei momenti di crisi del suo matrimonio recriminerà inevitabilmente sul suo sentirsi vittima designata di un destino prestabilito.
  • Ma la miglior illustrazione di questo paradosso l’ho trovata in un bellissimo libro di Robert Silverberg, L’uomo stocastico, in cui il protagonista è un consulente specializzato in previsioni statistiche la cui vita è sconvolta dall’incontro con un uomo che invece “vede” il proprio futuro nel vero senso della parola. Il personaggio dell’uomo presciente è immensamente tragico: un individuo la cui volontà è stata annichilita dal determinismo, che vive la sua vita senza alcun desiderio e fa ciò che fa soltanto perché ha visto se stesso farlo, a cui la precognizione della propria morte ha tolto ogni possibile illusione d’immortalità e perciò aspetta con indifferenza, e infine con sollievo, la fine del “copione da recitare”.

***

L’antenato dell’antenato.
In una celeberrima puntata di Futurama, con la sua tipica sbadataggine Fry fa in modo che la navetta spaziale della Planet Express torni indietro nel tempo fino all’anno 1947 e provoca l’incidente di Roswell. Quando scopre che uno dei soldati della base militare è suo nonno, si impegna a proteggerlo, ma scemo com’è ottiene l’effetto contrario e ne provoca la morte in un incidente. A questo punto Fry dovrebbe smettere di esistere, anzi non essere mai esistito, ma quando ciò non accade capisce che quell’uomo non era veramente suo nonno. Tira un sospiro di sollievo e va a consolare la sua vedova, per poi finire a letto con lei… il mattino dopo Fry realizza che quella donna è proprio sua nonna e lui è il nonno di sé stesso.
Questa storia non è solo una soluzione ironica al paradosso del nonno, ma anche una versione biologica dell’Oggetto Eterno: in questo caso abbiamo un patrimonio genetico senza progenitori, una stirpe ciclica senza capostipite. Due racconti in particolare hanno portato al parossismo questo concetto:

  • All You Zombies (it. Tutti i miei fantasmi) di Robert Heinlein, nel quale un ermafrodito viaggiatore del tempo è simultaneamente padre e madre e figlio/figlia di sé stesso, un vero e proprio unicum genealogico;
  • Star, Bright (it. Star, brillante) di Mark Clifton, in cui alcuni bambini super-intelligenti imparano a viaggiare nel tempo e scoprono che gli uomini del futuro, quando la vita sulla Terra sarà sull’orlo dell’estinzione, torneranno in massa nel passato – perciò la storia dell’umanità è un nastro di Moebius: Darwin si sbagliava, l’uomo non discende dalle scimmie, discende da se stesso! E ora chi lo dice a Dawkins?

***

L’Oggetto Eterno.
Ma tutti i paradossi spazio-crono-ontologici fin qui esaminati impallidiscono a fronte di quello che è il paradosso per eccellenza: l’oggetto senza causa, l’oggetto eterno.
Perché nei precedenti esempi abbiamo sì una violazione della leggi della causalità, un attorcigliamento della catena causale su sé stessa, ma il flusso eracliteo della materia è comunque salvaguardato: tutto ciò che esiste deriva fisicamente la sua materia costitutiva da qualcos’altro. Per esempio, nell’invenzione senza autore, l’idea è di origine ignota, ma la sua realizzazione fisica è origine assolutamente normale, intra-temporale: la disposizione delle parole è stata concepita da non-si-capisce-cosa, ma gli atomi che compongono la carta del libro sono normalissimi atomi che vengono da qualunque cosa fosse la carta prima di essere trasformata in carta.
Nel caso dell’antenato dell’antenato siamo già a un livello più spinto, perché il corpo di A genera B e B genera A (oppure addirittura A genera A): ma il corto circuito può essere confutato ricordando che in realtà il nostro stesso corpo non ha mai continuità materiale, perché noi abbiamo un corpo (noi siamo un corpo) i cui atomi vengono sostituiti ad ogni istante (inspiriamo, espiriamo, mangiamo, beviamo, oriniamo, defechiamo, assorbiamo, sudiamo e così via). L’identità del corpo nel tempo non è meramente materiale ma bensì strutturale, e gli esseri viventi si distinguono dagli oggetti inanimati in quanto sono dinamici, ovvero sostituiscono ad ogni momento la materia del proprio corpo secondo un piano organizzato e teleologico (una roccia non mangia, non suda, non cambia le proprie molecole; un liquido può parzialmente evaporare, ma il liquido subisce questo cambiamento, non lo opera). Le molecole che compongono il corpo dell’antenato di sé stesso provengono comunque dall’esterno: è solo la costellazione genetica, l’informazione contenuta nella catena di nucleotidi, che resta entropicamente incomprensibile.
Ecco, l’Oggetto Eterno invece no. Queste considerazioni per l’Oggetto Eterno non valgono, perché è acausale non solo eziologicamente, ma anche materialmente. Le molecole che compongono l’Oggetto Eterno sono fuori dal panta rei, non vengono da nessuna parte: semplicemente sono lì. Continuano ad essere, e sono sempre state, e sempre saranno, in tutte le iterazioni che attraversa l’Oggetto nel suo ciclo continuo attraverso la limitata finestra temporale in cui esso esiste.
L’Oggetto Eterno è un mistero assoluto e una sfida tangibile al continuum.
Forse proprio per la complessità dei problemi ontologici che solleva, gli esempi di Oggetti Eterni nella fiction di fantascienza siano abbastanza rari.

  • Ci potrebbe essere la bussola in LOST, quella che nella quinta stagione Richard Alpert dà a Locke e poi Locke dà 50 anni prima a Richard Alpert, ma la questione è controversa e si discusso molto tra i fan se fosse davvero la stessa bussola (io dico di no, non è un circolo, è un loop; lunga storia).
  • Nel libro Piramidi di Terry Pratchett, il sacerdote Dios è stato consigliere dei faraoni per migliaia di anni, e alla fine torna indietro nel tempo e diventa il consigliere del primo faraone; ma ho già spiegato i motivi per cui un essere vivente, il quale sostituisce ordinatamente e gradualmente le proprie molecole, non può essere considerato a rigore un puro Oggetto Eterno.
  • Per fortuna mi soccorre la pagina di wikipedia che ho linkato all’inizio, che riporta qualche esempio che non conoscevo (es. gli occhiali magici della serie The Last Rune).

La storia che ho raccontato all’inizio è una mia piccola creazione: mi pare che la chiave funzioni abbastanza bene come Oggetto Eterno.

***

E allora, gente. Complimenti se siete riusciti ad arrivare alla fine.
Avviluppamenti temporali, effetti acausali, loop logici, di tutto e di più.
Ma di fronte a questi contorcimenti, come si pone la ragione? È ragionevole credere all’esistenza degli Oggetti Eterni?
Vorrei leggere, se possibile, il parere di atei / agnostici sull’argomento.

(continua)

(↓ commenti)


Il cerchio si apre, il cerchio si chiude

Il cerchio si apre, il cerchio si chiude

 

 

 

Niente spoiler sulla conclusione di Lost. Le due immagini sono abbastanza avulse dal contesto da essere non rivelatorie. Volevo solo dire che all’ultima scena mi sono commosso quasi alle lacrime. Finale epico e tristissimo e bellissimo e forse l’unico veramente adatto a coronare il tutto. Sì vabbè potevano risparmiarsi il tocco paraculo di sincretismo della vetrata con i simboli, chi ha visto mi capisce, ma pazienza. E pazienza pure per qualche mistero che si sono persi per strada e qualche domanda che non avrà risposta, alla fine la storia sono i personaggi e la mitologia è contorno. E Lost, al netto dei piccoli innegabili difetti, è una grande storia.  

Non posso dire di più. Non è tanto che non voglio spoilerare chi aspetta di vederlo, è che veramente non sono capace di dire di più, sono ancora troppo emotivamente sconvolto. Per adesso posso dire solo una cosa: chi non è da solo non è mai perduto.

 


Ab Aeterno

LOST 6X09: Ab Aeterno

 

 

        Who are you?

        My name is Jacob. I'm the one who brought your ship to this Island.

        You brought us here? Why?

        [picks up the bottle of wine] Think of this wine as what you keep calling hell. There's many other names for it too: malevalence, evil, darkness. Here it is, swirling around in the bottle, unable to get out because if it did, it would spread. The cork [raises cork] is this Island and it's the only thing keeping the darkness where it belongs. That man who sent you to kill me believes that everyone is corruptable because it's in their very nature to sin. I bring people here to prove him wrong. And when they get here, their past doesn't matter.

        Before you brought my ship, there were Others?

        Yes, many.

        What happened to them?

        They're all dead.

        But you brought them here. Why didn't you help them?

        Because I wanted them to help themselves. To know the difference between right and wrong without me having to tell them. It's all meaningless if I have to force them to do anything. Why should I have to step in?

        Because if you don't, he will.

[ Jacob pauses for a moment, taking Richard's words into consideration]

        Do you want a job?

        A job?

[ Jacob nods]

        Doing what?

        Well, I don't want to step in. Maybe you can do it for me. You can be my representative and intermediary between me and the people I bring to the Island.

 

 

Per una qualsiasi divinità benevola o approssimativamente tale, che voglia aiutare gli esseri umani senza costringerli (perché altrimenti It's all meaningless), ci sono solo tre possibilità.

Può farsi da parte e sperare che ce la facciano da soli. Ma così finisce sempre allo stesso modo, cioè male. “It always ends the same”.

Allora può scegliere qualcuno tra loro e dargli un incarico di fiducia, per assistere tutti gli altri. Un rappresentante, un intermediario, un profeta, un unto. Questo dà maggiori possibilità, ma ancora non c’è garanzia di successo: anche gli intermediari e i profeti cadono, falliscono, magari tradiscono. Può capitare. È accaduto in passato, anche oggi, e accadrà di nuovo e poi di nuovo. Come si diceva in un’altra eccezionale serie tv, “Tutto questo è già successo e succederà ancora”. Perchè la verità è che quell’uomo vestito di nero non ha torto: “everyone is corruptable because it's in their very nature to sin”. È proprio così. Non nella nostra natura per come doveva essere, ma nella nostra natura come è: corrotta. Tutti cadono. Tutti sbagliano. Tutti abbiamo il peccato nel dna, compresi i profeti. Dentro ognuno di noi ci sono la luce e l’oscurità, il bianco e il nero, e il risultato sono tante diverse gradazioni di grigio, e quell’uomo vestito di nero se ne approfitta. L’oscurità si diffonde. E gli uomini preferirono le tenebre alla luce.

 

E allora non resta che una sola possibilità. Bisogna entrare direttamente nella storia, agire in prima persona. Step in: camminare dentro qualcosa, intervenire, entrare dentro. Proprio con i piedi, con un corpo. Non più come un’entità astratta, benevola e però remota e nascosta; ma fisicamente, concretamente, tangibilmente. Con un corpo, dico: carne e sangue. Anche sporcandosi se necessario, fino a farsi male, a soffrire, a sanguinare. Morire. Perché nessun essere umano da solo può confutare quell’uomo vestito di nero. L’unico che potrebbe farlo sarebbe uno che fosse umano, sì, ma anche incorruttibile: più che umano. Quello sarebbe l’unico che potrebbe guarire la natura umana, dare scacco matto al male, illuminare l’oscurità e diradare il fumo. Questa è l’unica estrema possibilità che resta.

Ma per incamminarsi lungo questa strada, per poter fare quell’inaudito passo dentro la storia, non basta essere una qualsiasi divinità benevola o approssimativamente tale: bisogna proprio essere Dio.

 

 

 

P.S.: a quanto pare, assolvere dai peccati è un atto che richiede un potere maggiore del dare l’eterna giovinezza: difatti Jacob può fare la seconda cosa ma non la prima. Cfr Lc 5, 17-26.

 

P.P.S.: ho sbagliato ancora una volta: l’episodio finale di LOST non si intitolerà It Only Ends Once, come avevo pronosticato, ma semplicemente… The End !


LOST quinta stagione

 

(spoiler sulla quinta stagione di LOST, compreso il finale)

 

Sono già passati dieci mesi? Oh, finalmente l’attesa è finita. Stasera ricomincia LOST, grazie anche alla furbizia politica gentile disponibilità di Obama, e non sto più nella pelle: questa sarà l’ultima stagione, la conclusione della serie, il grande The End (?). L’evento merita un post.

 

A quanto pare le mie precedenti elucubrazioni sulla mitologia della serie si sono dimostrate al 90% sbagliate, ma chi se ne frega, l’evoluzione della storia ha se possibile addirittura superato le mie aspettative. Perché la rivoluzione cromatica (testo nero su sfondo bianco, cioè il contrario di com’è sempre stato) con cui si chiudeva The Incident, l’ultimo episodio della quinta stagione, non è semplicemente un fatto estetico. In LOST la forma è sostanza. Il rovesciamento tra bianco e nero ha un preciso significato simbolico, legato al finale col botto della puntata – quel candore abbacinante che ha riempito lo schermo e ha lasciato lo spettatore in ginocchio a urlare in balia di un cliffhanger angosciante a chiedersi se nella sesta stagione, per la discontinuità del continuum spazio-tempo-causale, tutto ciò che ha visto finora sarà cambiato – e alla lotta tra i due personaggi introdotti nell’inizio della puntata, i due avversari, l’uno vestito di bianco e l’altro di nero.

Anzi, rivediamoci il meraviglioso inizio di The Incident, naturalmente in lingua originale:

 

 

 

 

Ecco, questi pochi minuti sono pura tensione narrativa, sono puro LOST: nessun altro telefilm riesce a rivoluzionare completamente nel giro di pochi secondi quello che sapevi, quello che credevi di sapere, quello che pensavi di poter immaginare. Soddisfano un’attesa di lunghissima data e al tempo stesso fanno presagire un orizzonte narrativo completamente nuovo e inaspettato.

Jacob, finalmente. L’entità nascosta, il genius loci dell’Isola, il grande personaggio ignoto di cui sentiamo parlare da tanto tempo e di cui soltanto una volta (non) abbiamo sentito la voce nella misteriosa capanna nella giungla. Nell’epico finale di stagione l’abbiamo infine visto, abbiamo visto per intero la solenne Statua dal Piede a Quattro Dita su cui speculavamo da anni, e abbiamo scoperto che Jacob – ma chi è? che cosa è? – ha un avversario altrettanto misterioso, con cui tiene conciliabolo sulla spiaggia mentre la Black Rock, la nave destinata a finire collocata intatta nel bel mezzo della giungla, si avvicina all’Isola.

Jacob, vestito di bianco, ed Esaù il suo opponente (che i fan su internet hanno soprannominato “Esaù” per ragioni di tipo biblico-simbolico), vestito di nero, hanno un dialogo estremamente suggestivo e interessante. Il misterioso antagonista sembra disprezzare gli uomini e non volerli sull’Isola: They come, fight, they destroy, they corrupt; it always ends the same.” (Arrivano, combattono, distruggono, corrompono; finisce sempre allo stesso modo). Ma Jacob invece dimostra una prospettiva diversa: It only ends once; anything that happens before that, is just progress.” (Finisce solo una volta; tutto ciò che accade prima, è semplicemente progresso); si mostra più favorevole agli uomini e al loro libero arbitrio, alla loro capacità di migliorare nonostante tutti gli sbagli della storia, e pare propenso ad attirarli sull’Isola.

Il dissidio tra i due è altresì confermato dalla domanda retorica che l’antagonista pone tranquillamente a Jacob, il quale risponde altrettanto tranquillamente:

hai idea di quanto io desideri ardentemente ucciderti?”

“Sì.”

“Uno di questi giorni, presto o tardi, troverò una scappatoia, amico mio”.

 

Insomma, questi due avversari sembrano due esseri preternaturali: due entità antropomorfe che giocano tra di loro quella che sembra un’epica e ancestrale partita a backgammon, con regole prestabilite (es. non ci si può uccidere direttamente), l’Isola come posta in palio, il mondo come campo da gioco, e gli esseri umani come pedine.

Gli esseri umani come pedine: ma con approcci diversi. Laddove Jacob (che nei flashback della puntata scopriamo aver visitato in incognito e toccato tutti i protagonisti, anche nella loro infanzia, di modo che essi erano destinati ad andare sull’Isola…), conformemente alla idee espresse, sembra fare affidamento sulla scelta dei personaggi ed incoraggiarli, oppure compatirli per il loro ruolo tragico, il suo antagonista dimostra invece un approccio assai più manipolativo. E alla fine, quando scopriamo la verità sulla resurrezione di John Locke, quando vediamo qual è la scappatoia escogitata da questa arcana entità – che a questo punto possiamo supporre essere addirittura nientemeno che The Black Smoke Monster, il “Mostro di fumo nero” – per uccidere Jacob, non possiamo che restare attoniti nel capire che tutto ciò che abbiamo visto in questi cinque anni non è stato altro che una lunghissima, complicatissima, avvincente partita tra il Bianco e il Nero. Che è arrivata ad uno scacco, ma non è ancora finita.

 

 

(trattasi di un suggestivo promo spagnolo che ha fatto giustamente il giro della rete; l’idea di mostrare i personaggi del telefilm su una scacchiera è veramente ottima)

 

Così, alla soglia dell’ultima stagione, la serie ha dimostrato ancora una volta di sapersi rinnovare nella fedeltà a sé stessa. La cifra stilistica di LOST è la continua frattura tra fabula e intreccio, il mostrare dopo ciò che è venuto prima e viceversa, in un puzzle intricatissimo i cui tasselli sono distribuiti in ordine sparso e spetta all’intelligenza dello spettatore ricomporre l’ordine. Ciò che nelle prime tre stagioni furono i flashback, e nella quarta erano i flashforward, e nella quinta sono stati i “flash temporali”, ora nella sesta stagione saranno forse i “what if”: ciò che è successo se Juliet ha detonato la bomba atomica sotto la stazione Cigno, ciò che succede se il volo 815 atterra normalmente a Los Angeles. Una realtà separata?

(a proposito, chi è che trova la citazione?)

Ancora una volta il quadro si complica, si aggiunge un ulteriore livello narrativo, e le unità di spazio-tempo-azione sono ancor più deframmentate. Ma la fine della storia è ormai vicina, e la storia finisce solo una volta.

 

(e a proposito, nonostante io abbia cannato le mie precedenti elucubrazioni, voglio lanciarmi in un’altra teoria: il titolo dell’episodio conclusivo sarà proprio It Only Ends Once; non so perché, ma “ci sta” veramente bene)

 

(il Lost Supper, il poster promozionale della sesta stagione, con i personaggi in posa come nell’Ultima Cena di Leonardo; e naturalmente sono fioccate le interpretazioni sul significato delle posizioni dei personaggi in relazione al dipinto originale…)

 

 

 

P.S.

Oh, un’ultima cosa, last but not lost… cioè least.

Per la prima volta, credo, noi italiani aficionados delle serie americane abbiamo la possibilità di soddisfare la nostra passione in modo semplice ma irreprensibile, coniugando la nostra coscienza morale (quelli di noi che ne hanno una) e il rispetto della legge sui diritti d’autore. Come si spiega qui, Telecom mette a disposizione un sito da cui scaricare legalmente la puntata, già poche ore dopo che è andata in onda oltreoceano, in inglese con sottotitoli in italiano, al prezzo di 1,99 €.

Ci sono due ottimi motivi per aderire a un’iniziativa del genere. Innanzitutto perché è legale e si paga un prezzo equo, e perciò risolve i problemi del fedele spettatore di LOST, quello che non vuole aspettare che passino la serie in tv e non vuole aspettare l’uscita del cofanetto (che comunque comprerà), e che però un po’ si duole a scaricare da internet sia perché non è proprio legale (sì vabbé siamo a livello bagatellare però non è legale lo stesso) e sia perché non paga niente (e non è giusto usufruire gratis di qualcosa per cui qualcuno ha lavorato e merita di essere remunerato – che poi alla lunga è anche controproducente perché tante serie belle chiudono proprio in quanto non riescono a fare abbastanza ascolti televisivi, quando in realtà hanno un discreto seguito su internet di spettatori anche appassionati che però non sono paganti e perciò contano come il due di picche e alla fine assistono impotenti alla chiusura della serie).

Il secondo motivo, che poi deriva direttamente dal primo, è che bisogna dare un segnale e far vedere che l’iniziativa è buona e garantisce ritorni economici, perché questo è il futuro. Sono fermamente convinto che le serie televisive prima o poi si sganceranno dal medium tv, o almeno non sarà più questo il veicolo privilegiato, e saranno diffuse direttamente online. Non è altro che lo sbocco naturale di un processo ineluttabile nella crescita e maturazione del prodotto audiovisivo serializzato, meno episodi autoconclusivi e più trama orizzontale, e in questo processo evolutivo LOST ha rappresentato una fase profondamente significativa, forte anche del fenomeno della speculazione teoretica post-puntata (ovvero, dopo aver visto l’episodio il fedele spettatore va su internet a leggere teorie e discutere sui forum con altri spettatori). E insomma siccome prima o poi ci arriveremo, ma meglio prima che poi, è interesse di tutti gli appassionati che l’iniziativa abbia successo.

Perciò cari lettori appassionati di LOST e serie in genere, invece di farvi portare gratis la puntata dai vari quadrupedi e fiumiciattoli, fate un piccolo sforzo e pagateli questi 1,99 € a episodio. Ne vale la pena.

 

ΘΕΟΙ ΤΟΣΑ ΔΟΙΕΝ ΟΣΑ ΦΡΕΣΙ ΣΗΣΙ ΜΕΝΟΙΝΑΣ

ΘΕΟΙ ΔΕ ΤΟΙ ΟΛΒΙΑ ΔΟΙΕΝ

 

 


LOST: la teoria del genius loci

LOST: la teoria del genius loci

 

 

Chi mi conosce sa che sono un grande appassionato di LOST, probabilmente la miglior serie televisiva mai vista sullo schermo. Forse esagero, ma sono ancora sotto adrenalina per la recente visione dei primi episodi della quinta stagione… forse inizieremo ad avere finalmente la risposta ai tanti misteri accumulati.

Intanto, ecco qui la mia teoria che spiega tutto ciò che finora abbiamo visto. E poi vediamo quanto ci ho preso!

 

 

In sintesi

 

         l’Isola si trova in un micro-universo a sè stante nascosto dentro l’universo normale

         Jacob è l’entità metafisica che ha creato questa "bolla"

         Alvar Hanso = Magnus Hanso = Charles Widmore

         Hanso ha creato il Mostro con la tecnologia Dharma per usurpare il potere di Jacob

         ma l’esperimento non è riuscito, il Mostro è andato fuori controllo e c’è stato l’Incidente

         Annie, la bambina che era amica di Ben, è diventata Mrs. Hawking e ha creato le connessioni tra i passeggeri del volo 815 su ordine di Jacob

         i losties sono sopravvissuti al crash dell’aereo per lo stesso motivo per cui Michael non poteva uccidersi: l’universo non permette paradossi temporali, course correcting

         alla fine della serie il vulcano farà esplodere l’Isola

         Aaron manderà la sua coscienza disincarnata indietro nel tempo e diventerà Jacob (Figlio Rifiutato –> Padre Nascosto)

 

 

 

Per esteso

 

All’inizio, per quanto questa espressione possa risultare non del tutto esatta, l’Isola era un posto normale sul nostro pianeta normale che si muove nel nostro normale spazio-tempo di Minkowski a 4 dimensioni (anche detto M4). Si era formata proprio come tante altre isole vulcaniche e non aveva nulla di strano.

 

Poi, all’improvviso, “il cerchio si apre” e l’isola si trova al centro della formazione di una particolare versione di una Varietà di Calabi-Yau, ovvero una “bolla” ipersferica in cui le dimensioni-extra-oltre-le-normali-quattro sono arrotolate sul perimetro della bolla, la quale dunque risulta accuratamenta nascosta nel tessuto dello spaziotempo quadridimensionale come una pulce si raggomitola e si nasconde nella pelliccia di un cane.

In questo modo, generalmente parlando, dall’esterno l’Isola non può essere trovata perché macroscopicamente parlando “non esiste” nell’universo M4, la Varietà è un micro-universo a sé stante. Tuttavia l’Isola è molto speciale, perfino se confrontata con le “normali” Varietà di Calabi-Yau (a proposito, il matematico italiano Eugenio Calabi era un amico di Enzo Valenzetti), perché, a causa della particolare supersimmetria che caratterizza la vibrazione delle stringhe, il contorno dell’Isola è attraversato da geodetiche le quali occasionalmente fungono da “varco” tra l’interno e l’esterno della bolla. Il passaggio tra lo spaziotempo a 4 dimensioni e l’ipersfera più-che-quadridimensionale genera sovrapposizioni e stiramenti, come può analogicamente capire chiunque abbia mai tentato di far aderire completamente la buccia di un’arancia alla superficie piana di un tavolo, e perciò l’attraversamento del varco di solito provoca (a meno che non si attraversi l’unica geodetica in quel momento orientata con la vibrazione supersimmetrica delle stringhe, es. le rotte 325 o 305) effetti come

         le terribili anomalie elettromagnetiche a cui nessuna strumentazione di bordo può resistere,

         gli scostamenti temporali sperimentati dal fu Dr. Ray e dai viaggi in elicottero di Frank Lapidus,

         i salti di coscienza provati da Desmond e Minkowski.

 

A questo punto va considerato che la formazione della Varietà non era un evento casuale, ma si trattava in verità dell’effetto fisico di una causa metafisica (si tenga presente che ciò che è fisico nel nostro spaziotempo è meta-fisico in un altro spaziotempo) quale la volontà di Jacob: il quale, per motivi suoi che saranno più avanti chiariti, aveva ottimi ed urgenti motivi per creare il suo universo personale.

Jacob è il genius loci, la “divinità locale”, una volontà impressa in un luogo; il suo potere sull’Isola è molto esteso, anche se non illimitato in quanto è comunque orientato da vincoli sia fisico-matematici (di una matematica n-dimensionale) sia psicologici della sua propria personalità. Jacob può agire come un “diavoletto di Maxwell”: un’entità capace di operare sulla scala microscopica, influenzando il moto delle singole particelle senza realizzare nessuna violazione macroscopica del secondo principio della termodinamica. Il potere che ne deriva è così grande che si può perfino affermare, con certa approssimazione, che è il dio dell’Isola (gli abitanti dell’Isola credono che, se Dio esiste, il suo potere è comunque limitato all’universo M4, cfr l’affermazione di Benjamin-Linus-all’epoca-conosciuto-come-Henry-Gale sul fatto che “Dio non vede quest’isola meglio di quanto possa vederla il resto del mondo”).

La conseguenza etica di ciò è che gli abitanti dell’Isola non seguono alcuna morale del mondo esterno (che sia intesa vuoi come regole di condotta oggettivamente fondate, es. il diritto naturale giudeocristiano e/o illuminista oppure la dharma buddista, vuoi come convenzione comportamentale culturalmente determinata), ma si affidano all’insindacabile giudizio di Jacob su chi siano o non siano i good guys.

 

Con il passare del tempo, le persone cominciano ad arrivare sull’isola: dapprima per caso, poi portate lì dai seguaci di Jacob che si sono stabiliti sull’Isola e la popolano. Jacob comunica con i suoi eletti tramite sussurri, visioni, sogni (tutte cose provocate dall’effetto dei fenomeni elettromagnetici, controllati da Jacob, sull’elettrochimica del cervello umano determinante le percezioni sensoriali degli abitanti dell’Isola), e li ha indotti a costruire gli edifici che poi sarebbero diventati le Rovine, nonché una città sotterranea che è il mondo sotterraneo a cui alludono i geroglifici, ed in particolar modo la Ruota (la quale genera una frizione che riscalda il nucleo di materia esotica contenuto nell’esatto centro ortogonale dell’ipersfera che è la Varietà di Calabi-Yau; in questo modo tale nucleo, e con esso tutta la bolla, scatta in modo randomizzato all’interno del normale spazio di Minkowski).

Vivere sull’isola comporta, per coloro che godono della benevolenza di Jacob, vantaggi eccezionali: una salute di ferro, la possibilità di beneficiare delle capacità taumaturgiche del luogo, una vita innaturalmente longeva e potenzialmente interminabile.

Perdipiù, a causa dell’alto numero di apparizioni post-mortem testimoniate e accertate, i suoi abitanti sono convinti che coloro che muoiono sull’Isola non seguono il destino di coloro che defungono nell’universo M4 – qualunque esso sia – ma continuano ad esistere in forma consapevole e senziente all’interno della Varietà. Bisogna però specificare che non si tratta di “fantasmi”, se con questa parola intendiamo entità completamente metafisiche: è più esatto dire che sono informazioni contenute nelle variazioni di cariche elettriche delle particelle elementari n-dimensionali estremamente diffuse nella troposfera dell’Isola, in modo da produrre un campo elettrostatico molto strutturato che può esprimere una quantità così enorme d’informazione da conglobare una vera e propria personalità psicologica impressa elettromagneticamente (per capire alla lontana, è come quando le informazioni di una memoria RAM sono espresse fisicamente dalle variazioni delle cariche degli elettroni degli atomi che compongono i transistor).

Tuttavia, c’è un prezzo: Jacob non permette che i bambini possano essere concepiti e partoriti sull’isola. Gli abitanti dell’Isola non sono in senso stretto un “popolo”, perché non si riproducono: c’è sempre bisogno di un apporto demografico esterno. La tendenziale natalità zero è l’altro piatto della bilancia, rispetto alla tendenziale mortalità zero, per mantenere in equilibrio il sistema nel modo voluto da Jacob: il quale per motivi suoi non vuole che sull’isola si possa diventare padri o madri, ed inoltre predilige le persone che hanno un difficile rapporto con le figure genitoriali (che difatti sono praticamente tutte quelle che arrivano sull’Isola). In effetti, proprio Jacob (Giacobbe, un patriarca) simboleggia in Lost la “figura arcana” del padre: un dio in terra, un essere potentissimo e misterioso che si può prendere cura di te come può anche punirti, che sa tutto e può svelarti le cose che hai bisogno di sapere oppure lasciarti nell’ignoranza.

 

Arriviamo a tempi più recenti. Nel XIX secolo la Black Rock, una nave che praticava il commercio illegale di schiavi, effettuò il suo ultimo viaggio. Il suo capitano era Magnus Hanso, un uomo orgoglioso come il suo nome, un grande uomo che era nato con una particolarità: aveva un piede con sole 4 dita. Il suo secondo ufficiale si chiamava Richard Alpert. Un giorno, la nave si trovò coinvolta in un evento imprevedibile: un’isola “sorse” dal mare – un momento prima la Black Rock viaggiava in oceano aperto, un momento dopo si trovava nel mezzo della giungla. L’Isola era appena stata spostata.

Magnus Hanso divenne così il capo del popolo dell’Isola, e il nuovo portavoce di Jacob. Alpert era il suo vice. Col passare del tempo, tuttavia, Hanso abusò del proprio potere e cercò di “sostituirsi” a Jacob, arrivando persino a ordinare la costruzione di una enorme statua che lo raffigurava.

A causa di ciò, ci fu una guerra intestina: una parte dei suoi seguaci tra cui Alpert, fedele a Jacob, si ribellò. Il conflitto fu vinto da Alpert, e Hanso fu costretto a girare la Ruota – venendo in tal modo bandito per sempre dall’Isola. La sua statua venne distrutta. Soltanto il piede con 4 dita venne lasciato, a perenne monito del pericolo scampato.

Magnus Hanso tornò a operare nel mondo civile, e per non destare sospetti con la propria eccezionale longevità assunse un nuovo nome, Alvar Hanso – la gente pensava che fosse il bisnipote di Magnus, invece era lui stesso. Avendo accumulato nel corso degli anni una notevole fortuna, la usò per cercare l’Isola, dando vita alla Hanso Foundation.

 

Quando fu scoperta l’Equazione di Valenzetti, Hanso propose all’ONU un patto: lui avrebbe messo a disposizione la “sua” Isola, loro gli avrebbero fornito i migliori scienziati del mondo per studiarla e carpirne tutti i segreti e assieme avrebbero cambiato i fattori dell’Equazione.
Con le massicce risorse della sua Fondazione, Hanso riuscì a ritrovare l’Isola e organizzò lo sbarco della Dharma Initiative. Alvar Hanso non poteva andarci direttamente, perché aveva girato la Ruota, ma poteva controllarla dall’esterno. La fazione di Alpert entrò in clandestinità e divenne il gruppo degli Ostili, come erano chiamati dalla D.I.

Hanso, per evitare l’Isola fosse spostata ancora una volta e diventasse irreperibile, decise di nascondere l’ingresso alla Ruota costruendoci su la Stazione Orchidea. Inoltre, essendo appassionato di mitologia greca, diede a quasi tutte le Stazioni Dharma nomi collegati al dio Apollo, che secondo la leggenda era nato sull’isola di Delos, un’isola a lui consacrata e impossibile da trovare perché si spostava nell’oceano.

 

Ormai Hanso aveva il controllo dell’Isola, ma non poteva risiedervi di persona perché Jacob – il cui potere sull’isola era ancora attivo – non glielo permetteva. Inoltre non riusciva a sterminare gli Ostili di Alpert, che si nascondevano in luoghi sottoterra a lui sconosciuti.
Allora, forte delle conoscenze sui fenomeni dell’Isola acquisite grazie alla tecnologia della D.I., Hanso decise di intraprendere il suo progetto più ambizioso: creare egli stesso un nuovo genius loci, una divinità sotto il suo controllo. Se Jacob era Apollo, Hanso poteva essere Prometeo, l’uomo che rubò il fuoco agli dèi: avrebbe creato un essere quasi onnipotente (“quasi” perché avrebbe obbedito ai suoi ordini) che avrebbe avuto gli stessi poteri di Jacob – es. manifestarsi sotto forma di sussurri e visioni, agire a livello microscopico per aggirare il secondo principio della termodinamica – e gli avrebbe permesso di spodestarlo, avrebbe dato la caccia agli Ostili di Alpert braccandoli nei loro nascondigli sotterranei, fungendo da suo personale cane da guardia, un Cerbero che avrebbe allontanato gli intrusi a lui sgraditi. Questo essere non avrebbe avuto una vera e propria forma fisica, ma sarebbe stato composto dagli orientamenti elettromagnetici delle particelle elementari n-dimensionali, e sarebbe stato controllato da alcune postazioni di comando strategicamente disposte (una delle quali si trovava sotto quella che sarebbe poi diventata la casa di Benjamin Linus).

Ma la creazione di questo essere, avvenuta nella stazione del Cigno, non andò secondo i piani: si verificò l’Incidente, che ebbe due conseguenze gravissime. Innanzitutto il sistema Cerbero si rivelò incontrollabile: Hanso non ebbe “il fuoco” divino, ma soltanto “il fumo”. Il mostro fuggì e da allora si aggirò sull’Isola, applicando in modo impazzito le sue direttive originarie – analizzare le persone, leggendo elettromagneticamente le cellule mnemoniche dei loro cervelli, giudicandole degne o indegne di risiedere sull’Isola, e in questa seconda ipotesi condensando la propria struttura molecolare in modo decisamente macroscopico ed anzi fin troppo tangibile. Da allora Jacob ebbe paura che qualcuno usasse la tecnologia Dharma per ripetere l’esperimento, e sviluppò una vera e propria tecnofobia.

Inoltre, l’Incidente aveva anormalmente “perforato” la superficie della Varietà di Calabi-Yau: era come se la “bolla” fosse sempre sul punto di implodere, con tragiche conseguenze per coloro che vi erano dentro. Lo scompenso elettromagnetico necessitava di essere sanato periodicamente, con una frequenza di 108 minuti circa, perciò fu necessario istituire la procedura del premere il bottone. La stazione del Cigno fu riconvertita a questo scopo e i suoi occupanti addestrati a salvare il “mondo” – ovvero, il micro-universo contenuto nella “bolla”.

Hanso perse definitivamente il suo potere sull’Isola in seguito alla Purga. Dopo di essa gli Ostili spostarono l’Isola, usando uno degli orsi polari della Dharma che portarono alla Ruota tramite un passaggio sotterraneo noto soltanto a loro (questo passaggio in seguito sarebbe crollato per uno smottamento, ecco perché Ben per arrivare alla Ruota aveva bisogno di far saltare la Vault della stazione Orchidea).

Ben si alleò agli Ostili e organizzò la Purga non solo a causa dei suoi problemi paterni, ma anche come vendetta perché la Dharma (interessata ai bambini “speciali”) aveva coinvolto Annie in un esperimento elettromagnetico finito male, che ne aveva provocato la scomparsa.
Quello che però Benjamin non sapeva è che in realtà Annie era stata sbalzata vari anni addietro nel passato, in un periodo precedente la venuta della Dharma sull’isola, ed era stata scelta da Jacob per un compito molto particolare. Annie aveva acquisito la possibilità di spostare la sua coscienza avanti e indietro nel tempo, e a differenza di Desmond aveva un certo grado di controllo sui suoi salti; Jacob le ordinò di impiegare questa capacità per un compito di vitale importanza: le disse che nel mondo esterno c’erano alcune persone particolari, che erano “destinate” in futuro a salire sul volo 815, ed arrivare sull’Isola perché il 22 settembre 2004 Desmond avrebbe tardato a premere il bottone (c’era una ragione molto precisa per cui Jacob sapeva tutto ciò). Jacob le ordinò di assicurarsi che questo avvenisse: lei avrebbe dovuto sfruttare le conoscenze che avrebbe acquistato con i suoi flash temporali per creare le connessioni tra i personaggi, operare dietro le quinte, organizzare gli eventi in modo tale che tutto andasse come era “destinato” (ovvero, come Jacob voleva) che andasse. Annie acquisì lo pseudonimo di Mrs. Hawking ed eseguì questo compito, all’insaputa dei passeggeri del volo 815; Desmond fu l’unico al quale si presentò in prima persona, perché anche Desmond aveva sperimentato il salto di coscienza e aveva bisogno di spiegazioni al riguardo.

 

Come “funziona” il viaggio nel tempo della coscienza?

Il dato di base è che le persone lasciano nel tessuto dello spaziotempo una scia, una traccia, un’appendice di sé stessi, come se fossero dei vermi quadridimensionali (cfr l’immagine finale della Ricerca del tempo perduto di Proust). Se i campi elettrici del cervello sono stimolati elettromagneticamente nel modo giusto, le loro coscienze (= l’insieme di ricordi acquisito fino a quel dato momento ed impresso a livello biomolecolare) possono spostarsi lungo questa traccia. Per la precisione, finora abbiamo visto 3 tipi di spostamenti:

 

1) dal presente al passato: in “Flash before your eyes” la coscienza 2004 di Desmond ripercorse all’indietro quella scia e si sovrappose alla coscienza 1995, occupando il suo posto nello spaziotempo, per quanto fosse una sovrapposizione instabile e perciò suscettibile di interrompersi al primo evento traumatico (che nell’occasione fu la mazzata in testa del tifoso), riportando entrambe le coscienze al loro posto. Probabilmente la coscienza 1995 visse il risveglio post-flash come ci si risveglia da un’amnesia. A causa della eccezionale esposizione elettromagnetica sperimentata da Desmond quando girò la chiave di fail safe nella stazione Cigno, quello fu un unico flash di durata molto protratta nel tempo, ma di solito questi salti hanno durata più limitata e per un effetto eco si ripetono a frequenze crescenti (es. com’è successo a Minkowski).

 

2) dal passato al presente: in “The Constant” è la coscienza 2004 di Desmond ad essere “sospesa”, mentre le si sovrappone la coscienza di un momento passato (in quel caso, il 1996). In entrambi questi casi, il continuo sbalzo temporale provoca uno stress per le cellule cerebrali il cui risultato è, a meno di non trovare la costante teorizzata da Faraday, la morte. La Dharma in passato aveva studiato questa patologia – la Malattia – e aveva prodotto come antidoto il famoso vaccino, dai risultati peraltro dubbi, contenuto nella Stazione Cigno.

 

3) dal presente al futuro: sono i momenti di precognizione di Desmond, un effetto residuo (perciò più debole e breve, si trattava di pochi “lampi”) del fail safe.

A questo punto si pone il problema: è possibile modificare il continuum spaziotemporale? Si possono verificare i “paradossi della nonna”?

La risposta a questa domanda consiste nel meccanismo del course-correcting, che è una manifestazione empirica del principio di autoconservazione dell’Universo. In sostanza: se si verificasse un paradosso, l’intero tessuto spaziotemporale ne sarebbe distrutto e non ci sarebbe né passato né presente né futuro né niente; tuttavia, il fatto stesso che noi ora esistiamo è la prova tangibile che un paradosso non si è mai verificato né mai si verificherà. Il continuum può essere cambiato in alcuni dettagli, ma la condizione fondamentale è che il cambiamento non modifichi le cause che hanno provocato il viaggio nel tempo medesimo, il quale è “destinato” ad accadere proprio in quanto da un’altra parte dello spaziotempo è “già” accaduto.

In quanto l’Universo non permette che avvengano eventi che lo distruggerebbero, anche le leggi fisiche assecondano il principio di autoconservazione: poiché le fluttuazioni termodinamiche che alterano il normale equilibrio compensatorio delle vibrazioni molecolari non sono irrealizzabili, ma soltanto estremamente improbabili (a meno che non ci sia appunto un diavoletto di Maxwell, un’entità capace di agire microscopicamente in modo mirato), in un certo senso “nulla è impossibile” ed eventi apparentemente inspiegabili possono accadere in obbedienza al corse-correcting.

Questa spiega non solo perché Michael non poteva uccidersi, ma anche perché tutte quelle persone sono sopravvissute al crash del volo 815: gli eventi sull’Isola che coinvolgono i sopravvissuti si concluderanno, alla fine di Lost, con un viaggio nel tempo.

 

Dopo la Purga, Magnus/Alvar Hanso ha cambiato nuovamente nome ed ha assunto una nuova identità… Charles Widmore. Ma il suo orgoglio non è cambiato, lui è ancora convinto di essere un grande uomo (un uomo il quale non tollera l’amore di sua figlia per un misero scozzese d’incerto mestiere), e desidera più che mai tornare sull’Isola che considera di sua proprietà. Le Industrie Widmore hanno incorporato la Hanso Foundation e stanno ricostruendo la Dharma (Octagon).
Benjamin Linus ha preso il comando degli Ostili, ma anche lui ha deviato dal suo ruolo, ed ha imprigionato la capanna di Jacob, in cui egli aveva posto il nucleo della sua essenza, in un cerchio di cenere vulcanica (sostanza che, per un motivo molto preciso, Jacob detesta). Benjamin ha anche creato dei contatti fuori dall’Isola e creato la Mittelos, un’organizzazione nemica della Widmore.
Intanto Annie, ovvero Mrs. Hawking, ha svolto il suo compito e ha posto le premesse per far sì che i futuri passeggeri del volo 815 prendano quell’aereo e per far sì che Desmond sia al posto giusto. In qualche modo, però, anche Abbadon condivide/condividerà questa capacità di spostare la propria coscienza nel tempo, e la userà per i fini voluti da Widmore (es. cercare di tirare Locke dalla propria parte).

 

Dopo il crash del volo 815, avvengono gli eventi che coinvolgono i sopravvissuti dell’aereo. In particolar modo, Jacob “risveglia” il corpo di Christian Shephard, con il quale condivide un legame particolare, per farsi aiutare a dirigere il corso finale degli eventi; e nasce sull’Isola colui che si dimostrerà il suo più importante occupante… Aaron, destinato a lasciarla assieme agli altri Oceanic 6 ed in futuro a farvi ritorno.

 

Che cosa succederà a questo punto?

 

Della “fine” di Lost si può prevedere questo: ci sarà, come in ogni season finale, un’esplosione. Ad esplodere sarà l’Isola stessa, per l’eruzione del vulcano, cosa che avrà in qualche modo delle implicazioni elettromagnetiche e avverrà in coincidenza della lotta finale tra la fazione di Widmore, che in qualche modo sarà finalmente tornato sull’Isola, e la fazione di Benjamin (a cui più o meno volentieri si dovranno unire gli ultimi sopravvissuti dell’815). Alcuni occupanti dell’Isola saranno trasportati fisicamente indietro nel tempo e tra questi Jack e Kate, che si ritroveranno sull’isola decadi prima e lì vivranno, finalmente in pace, finalmente non più “perduti”, fino a morire nelle stesse caverne dove in futuro i loro corpi saranno trovati da… Jack e Kate.

Ma la cosa più importante è che nel momento dell’esplosione Aaron, dotato di eccezionali capacità paranormali, per salvarsi proietterà la sua coscienza al di là del tempo e dello spazio. La sua volontà tornerà indietro di millenni, fino al tempo remoto in cui l’Isola era soltanto un posto normale su un pianeta normale che si muove in un normale spazio-tempo di Minkowski, ed aprirà uno strappo nel tessuto quadridimensionale in cui formerà la Varietà di Calabi-Yau, un nuovo ventre in cui rifugiarsi.

Così, Aaron diventa Jacob: la figura del Figlio Rifiutato passa “attraverso lo specchio” e diventa la figura del Padre Nascosto.

E il cerchio si chiude.


LOST: alla ricerca del senso perduto

LOST: alla ricerca del senso perduto

 

 

LOST, serie televisiva diffusa dal settembre 2004 e immediatamente assurta al rango di cult, è una delle pochissime cose che valga la pena di guardare – e guardare con molta attenzione – in quella stupida scatola che quasi tutti possiedono. In Italia è stata trasmessa la prima stagione, mandata in onda da Raidue, in America si è da poco conclusa la seconda. Se ve le siete perse, vi consiglio vivamente di rimediare in qualche modo. Probabilmente vi darà una specie di dipendenza, inizierete a vedere ovunque i numeri 4-8-15-16-23-42, conterete non più fino a 100 ma fino a 108 (oppure da 108 a scalare), il vostro cervello escogiterà decine d’improbabili teorie per trovare il bandolo dell’intricata matassa di enigmi concepita da J.J. Abrams e Damon Lindelof; pare che questi siano effetti collaterali assai diffusi tra i LOSTaddicted. A modesto giudizio del sottoscritto, è una serie bellissima, la migliore mai apparsa dai tempi di Twin Peaks e X-files.

Come dire qualcosa sulla trama senza rivelare troppo? Proviamo. In una data imprecisata, il volo 815 Sidney – Los Angeles della Oceanic Airlines cade per  cause ignote: l’aereo si spezza in tre parti, che precipitano su un’isola tropicale del Pacifico. I 48 sopravvissuti della sezione di mezzo si trovano a dover sopravvivere sull’isola, presumibilmente selvaggia e deserta, senza nessuna speranza di poter essere salvati. Ma l’isola non è affatto normale: già dalla prima puntata appare chiaro che un “mostro”, un qualcosa molto grande e pericoloso, si aggira nella giungla. Con una ricetrasmittente di fortuna i superstiti captano una richiesta di aiuto, che si ripete meccanicamente e ininterrottamente da 16 anni, da parte di qualcuno che come loro è stato (è ancora?) bloccato sull’isola e dice: “Sono tutti morti. Li ha uccisi tutti”. E alcuni di loro fanno esperienze che sembrano proprio paranormali

Almeno all’inizio, LOST si sviluppa su tre fili perfettamente intrecciati tra loro:

1. Un filo realistico da Robinson Crusoe, basato sulle concrete necessità (trovare cibo, acqua,un riparo) che assillano chi deve sopravvivere giorno per giorno; man mano che la serie prosegue, questo filo si attenua al consolidarsi dell’organizzazione dei sopravvissuti, che riescono a provvedere alle basilari esigenze di vita.

2. Un filo sociologico da Signore delle Mosche, basato sull’interazione molto problematica tra perfetti sconosciuti costretti all’improvviso a stare a stretto contatto, in un modus vivendi sempre oscillante tra la grande famiglia e l’anarchia. Il meccanismo narrativo degli sceneggiatori è perfetto: dei 48 sopravvissuti, la maggior parte funge da background su cui si muove una dozzina di personaggi principali, le cui vicende sull’isola costituiscono la trama della serie. Ogni episodio è dedicato ad uno di loro e contiene dei flashback su lui o lei, che ne approfondiscono la psicologia e svelano i segreti che custodisce con sé.

3. Un filo misterioso imparagonabile per la sua straordinaria complessità, basato sugli eventi straordinari che accadono sull’isola. Nello svolgersi della prima stagione e ancor più nella seconda, questo filo diventa assolutamente preponderante, con una concatenazione di enigmi su enigmi ed una notevole quantità di tematiche trattate, tra cui la religione (e sennò che ne parlavo a fare, qui nel mio blog cattolico).

 

Mi soffermo, come vi potevate aspettare, su quest’ultimo tema. Nella prima stagione il fattore soprannaturale è presente soprattutto in quanto collegato all’inquietante e affascinante personaggio di John Locke:

Locke, e immagino abbiate riconosciuto il nome, si definisce come un man of faith. Ne ha ben donde: paralizzato dalla vita in giù prima dell’incidente aereo, sull’isola ha recuperato la piena funzionalità delle gambe (senza rivelare in pubblico questo miracolo). Ha avuto un incontro ravvicinato con il “mostro” e ne è uscito indenne (e non ha rivelato neppure questo). Nutre nei confronti dell’isola una sorta di fede panteista, convinto che tutti i passeggeri siano stati portati lì per uno scopo preciso: l’incidente non è stato casuale, ma l’atto di un destino superiore.

Da questo punto di vista il suo simmetrico sull’isola è Jack Shephard, il medico che ha tacitamente assunto il ruolo di capo dei sopravvissuti:

Jack è, secondo la definizione che gli assegna Locke, un man of science. Uno scettico, dalla mentalità totalmente razionale. È il personaggio positivo per eccellenza, fedele al suo giuramento di medico (rifiuta finché può di praticare l’eutanasia su un moribondo, e alla fine cede più per disperazione che per convinzione), sempre pronto ad aiutare gli altri, spinto da un fortissimo senso di protezione verso il gruppo. Da notare che Shephard è simile a shepherd, cioè “pastore” in inglese. Peraltro Jack, forse anche per questa sua mentalità così scettica e terrena, ha un rapporto conflittuale con la morte, dovuto sicuramente anche al suo rapporto irrisolto con il padre che è morto da pochissimo ed il cui corpo dovrebbe anzi essere sull’isola. Qui Jack ha visto suo padre in alcune “apparizioni”, la cui spiegazione è sfuggente, e non lo ha rivelato a nessuno (LOST è anche e soprattutto una serie sull’incomunicabilità: i personaggi attraversano le esperienze più straordinarie, e quanto più dovrebbero collaborare per sopravvivere, tanto più evitano di aprirsi agli altri e collezionano segreti e bugie).

 

Il conflitto latente tra Jack e Locke si esplicita alla fine della prima stagione, e diventa una principale chiave di lettura della seconda – che in Italia partirà dall’anno prossimo – il cui episodio di apertura si chiama non a caso Man of Science, Man of Faith. Tutta la seconda stagione è attraversata da un leitmotiv ossessivo, che mi guardo bene dal rivelare e di cui posso parlare solo per vaghissima allusione: c’è una certa azione, un’azione ricorrente e collegata ai numeri,

la cui ragion d’essere è razionalmente inconoscibile. Perché bisogna compierla? Si può soltanto credere, non dimostrare, che essa abbia un senso. Più di così su quest’azione non posso dire; peraltro la dialettica tra scetticismo e fiducia non si limita ad essa, ma attraversa tutta la seconda stagione, che affronta molto più della prima il tema della religione. Perché un certo personaggio, di cui purtroppo non posso parlare per evitare spoiler, ha molto a che fare con la religione e porta in primo piano l’argomento (assolutamente imperdibile la decima puntata della seconda stagione, “The 23rd Psalm”); perché man mano che i flashback si accumulano, si scoprono numerose e decisive correlazioni tra le vite dei protagonisti prima dell’incidente; perché ci sono eventi che generano eventi che generano altri eventi, in una catena fondamentale e forse non accidentale …

Damon Lindelof, attualmente sceneggiatore principale di LOST, in una conferenza tenuta alla Casa del Cinema di Roma ha dichiarato che se la seconda stagione è venuta così dipende anche dall’influenza che ha avuto su di lui la moglie, fervente cattolica (siamo sempre salvati da una donna!). D’altra parte J.J.Abrams, l’altro principale co-creatore della serie (autore anche di Alias, che non ho mai visto), ha sovente dichiarato che alla fine tutto sarà spiegato sul filo della razionalità, con una sorta di “pseudoscienza”, naturalmente immaginaria ma non del tutto inverosimile. Forse è da questa dialettica autoriale che nasce una delle caratteristiche più affascinanti di LOST, cioè il suo essere in bilico tra Science and Faith.

Dopo aver visto il bellissimo finale della seconda stagione, l’interrogativo che mi sembrava così insistentemente suggerito dalla serie è: la nostra vita ha senso? Laddove per senso intendo non solo il significato, ma anche la direzione. Se non abbiamo nessuna direzione di riferimento, nessun punto d’orientamento, siamo perduti. È questo che siamo, persi in una vita fatta di eventi casuali che si ammucchiano l’uno sull’altro? Oppure la nostra vita ha un senso e noi la viviamo andando verso qualcosa?

Forse alla fine della serie (che sarà di 4 stagioni, a meno che i produttori non vogliano costringere gli sceneggiatori a sparare cazzate per allungare il brodo e moltiplicare i soldi: Abrams e Lindelof hanno già detto che in quest’orribile eventualità – chi ha visto le puntate finali di Twin Peaks comprenderà subito che cosa temo – abbandoneranno la serie al suo destino, seppur con la morte nel cuore, per non rendersi complici dell’abominio), quando auspicabilmente sapremo tutta la verità, quest’interrogativo avrà avuto una risposta. Almeno nel fiction–world di LOST. Oppure no, e la domanda di senso resterà insoddisfatta e rimandata allo spettatore affinché egli stesso risponda.

Io, come ben sa chi mi conosce, ho già dato la mia risposta.

 

 

P.S. cari lettori, se siete anche voi spettatori di LOST e volete commentare, mi raccomando: niente spoiler. Fate attenzione, per rispetto a chi la serie ancora non l’ha vista e potrebbe aver voglia di vederla. Se leggerò commenti che disinvoltamente accennano a fatti salienti della trama, e ho fiducia nella vostra capacità di distinguere i fatti salienti da quelli marginali (sono un man of faith, io), dovrò inflessibilmente e immediatamente cancellare il commento. Dura lex, sed lex.