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Atei e idolatri

Due miei amici hanno entrambi finito da poco Infinite Jest, che avevano letto su mio consiglio; e una volta superata l’iniziale reazione “WTF” (nonché, sospetto, l’istinto di strangolarmi), si sono rivolti a me per chiedermi perché… come… chi… beh… lasciamo stare. No spoilers. Però qui voglio dire solo una cosa.
In un certo senso, Infinite Jest è – tra le altre cose – un libro sull’idolatria. David Foster Wallace non la chiama idolatria, la chiama Dipendenza, ma il senso è quello.
Tutti o quasi i protagonisti del libro (o almeno quelli con abbastanza introspezione psicologica) sono dipendenti da qualcosa. I ragazzi della Enfield Tennis Academy fanno dello sport con la racchetta il centro assoluto della propria vita, fenomeno che raggiunge il suo acme con l’indimenticabile Clipperton (quello che mentre giocava a tennis con l’altra mano si teneva una pistola puntata alla tempia minacciando il suicidio immediato in caso di sconfitta); i residenti della Ennet House sono ex tossicodipendenti che stanno angosciosamente cercando di liberarsi dalle droghe più disparate; gli Assassini sulle Sedie a Rotelle sono disposti a qualsiasi efferatezza per la causa del separatismo quebechiano; Orin è dominato dall’impulso di portarsi a letto quante più madri possibile; e così via. L’unico che non è stato schiavo di una cosa è Incandenza Senior, ma solo perché lui è stato dominato da molte cose, dall’anularizzazione al cinema postpostconfluenziale, ognuna delle quali attraeva tutto il suo interesse finché non lo attraeva qualcos’altro; e quando ha smesso di provare quel suo spasmodico monomaniacale interesse per qualcosa, beh. Uh. Argh.
In effetti mi sa che l’unico personaggio psicologicamente sano, in quel mare magnum di personalità deturpate che popolano il libro, è Mario. E questo significa moltissimo, se sapete chi è Mario (e se non lo sapete, vi perdete davvero molto).

Un bel po’ di tempo fa avevo citato, qui e qui, due brani di una prolusione di DFW di fronte a un mucchio di giovani neolaureati. Qui trovate il discorso completo, se v’interessa. C’era un altro brano ancora su cui volevo fare un post, perché è molto interessante. Eccolo. Corsivi dell’autore, grassetti miei.

Ecco un’altra cosa vera. Nelle trincee quotidiane della vita da adulti l’ateismo non esiste. Non venerare è impossibile. Tutti venerano qualcosa. L’unica scelta che abbiamo è che cosa venerare. E un motivo importantissimo per scegliere di venerare un certo dio o una cosa di tipo spirituale – che sia Gesù Cristo o Allah, che sia YHWH o la dea madre della religione Wicca, le Quattro Nobili Verità o una serie di principi etici inviolabili – è che qualunque altra cosa veneriate vi mangerà vivi. Se venerate il denaro e le cose, se è a loro che attribuite il vero significato della vita, non vi basteranno mai. Non avrete mai la sensazione che vi bastino. È questa la verità. Venerate il vostro corpo, la vostra bellezza e la vostra carica erotica e vi sentirete sempre brutti, e quando compariranno i primi segni del tempo e dell’età, morirete un milione di volte prima che vi sotterrino in via definitiva. Sotto un certo aspetto lo sappiamo già tutti benissimo: è codificato nei miti, nei proverbi, nei cliché, nei luoghi comuni, negli epigrammi, nelle parabole, è la struttura portante di tutte le grandi storie. Il segreto consiste nel dare un ruolo di primo piano alla verità nella consapevolezza quotidiana. Venerate il potere e finirete col sentirvi deboli e spaventati, e vi servirà sempre più potere sugli altri per tenere a bada la paura. Venerate l’intelletto, spacciatevi per persone in gamba, e finirete col sentirvi stupidi, impostori, sempre sul punto di essere smascherati. E così via.
Guardate che l’aspetto insidioso di queste forme di venerazione non è che sono malvagie o peccaminose, è che sono inconsapevoli.
Sono modalità predefinite. Sono il genere di venerazione in cui scivolate per gradi, giorno dopo giorno, diventando sempre più selettivi su quello che vedete e sul metro che usate per giudicare senza rendervi nemmeno bene conto di farlo. E il cosiddetto «mondo reale» degli uomini, del denaro e del potere vi accompagna con quel suo piacevole ronzio alimentato dalla paura, dal disprezzo, dalla frustrazione, dalla brama e dalla venerazione dell’io. La cultura odierna ha imbrigliato queste forze in modi che hanno prodotto ricchezza, comodità e libertà personale a iosa. La libertà di essere tutti sovrani dei nostri minuscoli regni formato cranio, soli al centro di tutto il creato. Una libertà non priva di aspetti positivi. Ciò non toglie che esistano svariati generi di libertà, e il genere più prezioso è spesso taciuto nel grande mondo esterno fatto di vittorie, con queste e ostentazione. Il genere di libertà davvero importante richiede attenzione, consapevolezza, disciplina, impegno e la capacità di tenere davvero agli altri e di sacrificarsi costantemente per loro, in una miriade di piccoli modi che non hanno niente a che vedere col sesso, ogni santo giorno. Questa è la vera libertà. Questo è imparare a pensare. L’alternativa è l’inconsapevolezza, la modalità predefinita, la corsa sfrenata al successo: essere continuamente divorati dalla sensazione di aver avuto e perso qualcosa di infinito.

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Memento

IL SOLIPSISMO SECONDO WITTGENSTEIN
E IL REALISMO SECONDO MEMENTO


La lettura del libro di/su David Foster Wallace (Fate, Time and Language – an essay oh Free Will) sta andando molto a rilento, sia perché usa un inglese filosoficamente hardcore che mette a dura prova il mio upper intermediate, sia perché offre spunti di riflessione talmente interessanti che ogni poche pagine devo fermarmi per ruminare quanto assorbito. Già solo nell’introduzione di James Ryerson ho trovato materiale per almeno due post, di cui uno è questo.
L’introduzione (se v’interessa la trovate qui) comincia riassumendo il contenuto del libro, poi abbozza una biografia di DFW da giovane, poi parla del suo primo libro La scopa del sistema, poi parla di un argomento ivi emergente ovvero Ludwig Wittgenstein e il solipsismo. E a tal proposito:

For Wallace, the most disquieting feature of the Tractatus was its treatment of solipsism. Toward the end of the book, Wittgenstein concludes, “The limits of my language mean the limits of my world.” This is a natural corollary of the picture theory of meaning: Given that there is a strict one-to-one mapping between states of affairs in the world and the structure of sentences, what I cannot speak of (that is, what I cannot meaningfully speak of) is not a fact of my world. But where am “I” situated in this world? By “I,” I don’t mean the physical person whom I can make factual reports about. I mean the metaphysical subject, the Cartesian “I,” the knowing consciousness that stands in opposition with the external world. “Where in the world,” Wittgenstein writes, “is a metaphysical subject to be found?”
On the one hand, the answer is nowhere. Wittgenstein can’t make any sense of the philosophical self—any talk of it is, strictly speaking, nonsense. On the other hand, Wittgenstein can get some purchase on this question. He draws an analogy between the “I” (and the external world) and the eye (and the visual field): Though I cannot see my own eye in my visual field, the very existence of the visual field is nothing other than the working of my eye; likewise, though the philosophical self cannot be located in the world, the very experience of the world is nothing other than what it is to be an “I”. Nothing can be said about the self in Wittgenstein’s philosophy, but the self is made manifest insofar as “the world is my world”—or, as Wittgenstein more strikingly phrases it, “I am my world.” This, he declares, is “how much truth there is in solipsism.”

Ovvero (mia traduzione alla meno peggio; ho messo in rosso alcuni punti dove gradirei suggerimenti / correzioni):

Per Wallace, la caratteristica più inquietante del Tractatus era il suo trattamento del solipsismo. Verso la fine del libro, Wittgenstein conclude “I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo”. Questo è un naturale corollario della teoria raffigurativa del linguaggio: dato un rigoroso rapporto uno-a-uno tra le circostanze del mondo e la struttura delle frasi, ciò di cui non posso parlare (ovvero, ciò di cui non posso significativamente parlare) non è un fatto del mio mondo. Ma dov’è che “io” sono situato nel mondo? Per “io”, non intendo la persona fisica di cui posso concretamente parlare. Intendo il soggetto metafisico, l’Io cartesiano, la coscienza conoscente che sta in opposizione al mondo esterno. “Dov’è nel mondo”, scrive Wittgenstein, “che può essere trovato un soggetto metafisico?”
Da un lato, la risposta è da nessuna parte. Per Wittgenstein un sé filosofico non ha alcun senso; ogni discorso su di esso è , strettamente parlando, insensato. D’altra parte, Wittgenstein può trovare qualche appiglio su questo interrogativo, tracciando un’analogia tra la relazione “io” / mondo esterno e la relazione occhio / campo visivo: sebbene io non possa vedere il mio proprio occhio nel mio campo visivo, l’esistenza stessa del campo visivo non è altro che il prodotto del mio occhio; allo stesso modo, sebbene il sé filosofico non possa essere localizzato nel mondo, l’esperienza stessa del mondo non è altro che ciò che significa essere un “io”. Niente può essere detto circa il sé nella filosofia di Wittgenstein, eppure il sé si manifesta in quanto “il mondo è il mio mondo”, ovvero, come si esprime più marcatamente Wittgenstein, “io sono il mio mondo”. Questo, a suo dire, è “quanto c’è di vero nel solipsismo”.

Ah, il solipsismo.
Ora, devo confessare che io Wittgenstein non me lo ricordo granché bene, però a me non pare che fosse precisamente un solipsista – infatti se ci fate caso sopra non si dice l’esistenza ma l’esperienza del mondo, e le due cose coincidono solo per un solipsista – casomai da tutta l’introduzione evinco semmai l’impressione che sia James Ryerson a essere proprio lui solipsista, ma potrei sbagliare, comunque: il solipsismo.
Puah.
Se seguite questo blog, forse vi siete accorti che io tengo in forte disistima il solipsismo e in genere tutte le forme di idealismo. Buttiamo giù un po’ di nozionismo filosofico for dummies e diciamo rozzamente che ci sono grossomodo due tipi di ontologie (= “che cos’è l’essere? parliamone!”), il realismo e l’idealismo. Mentre per il realismo la realtà oggettiva è indipendente dal pensiero con cui il soggetto conoscente se la immagina / ricostruisce / rappresenta nella propria testa, per l’idealismo la realtà in un certo qual modo dipende dall’idea pensata dall’Io che la rappresenta / la traduce / la crea.
Sennonché, chi diamine è quest’Io? Sono io, sei tu, siamo tutti quanti? Fondamentalmente l’idealismo può essere individuale o collettivo. Il solipsismo è la forma estrema dell’idealismo individuale: ogni individuo, tutto da solo (= solus ipse), crea la realtà che lo circonda, perciò ci sono tante realtà quanti sono gli individui (perciò facilmente il solipsismo coincide con la versione diffusa del relativismo). L’estremo opposto è la filosofia hegeliana, ovvero la realtà è unica ma non perché sia oggettiva, bensì perché è il prodotto di un Io Assoluto rispetto al quale il nostro piccolo io individuale è soltanto una cellula (si ricorda che Hegel è la radice dei vari nazifasciocomunismi, perché la traduzione politica dell’Io Assoluto è precisamente lo Stato totalitario).
Bene, detto questo, professo la mia fede ontologica: io sono un realista. Le cose sono come sono e non come le percepiamo: l’esistenza del mondo non si riduce alla nostra esperienza di esso. Un gatto in una scatola è vivo o è morto, anche se nessuno apre la scatola per controllare. In sostanza, anche se l’analogia io / mondo esterno = occhio / campo visivo è affascinante, il fatto è che il mondo continua a esistere anche quando chiudo gli occhi.

§§§

Ed ecco che, dopo aver scritto l’ultima frase, mi sono ricordato di Memento.
Per chi se lo fosse perso, Memento ( = “ricordati” in latino) è il film che nel 2000 ha reso noto il regista Christopher Nolan. Come anche altri film di Nolan (principalmente Inception, ma da una particolare angolatura anche The Prestige), è basato sulla relazione-opposizione tra la realtà e la percezione, in questo caso quella particolare forma di percezione del passato che è la memoria. Memento, anche se la cosa può passare inosservata di fronte agli altri suoi numerosi meriti, è un film filosofico.
Di più: Memento è un film ontologicamente realista.
Evitando spoiler indesiderati sulla “fine” perché sarebbero un atto abominevole, diciamo solo che tutto si basa sulla contrapposizione tra la complessità labirintica del mondo esterno e la difettosità della ricostruzione soggettiva che ne fa il protagonista, Leonard, il quale perde la memoria a breve termine quando un paio di balordi fanno irruzione notturna in casa sua; Leonard ne uccide uno ma l’altro lo stordisce danneggiandogli il cervello, uccide sua moglie e poi scompare. Tutto ciò che gli succede dopo l’incidente è come scritto sulla sabbia nella sua memoria, che cancella ogni esperienza pochi minuti dopo averla vissuta (questa sindrome pare esista sul serio: ne parla Oliver Sacks in L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello). Ciononostante Leonard insegue il suo desiderio di vendetta e dà la caccia con scopi omicidi all’assassino, l’inafferrabile “John G”, e per superare il suo handicap usa se stesso come post-it vivente tatuandosi sul corpo gli indizi che man mano raccoglie e conservando fotografie commentate di cose e persone, aiutato e/o intralciato nella sua ricerca da estranei, come l’enigmatico Teddy, che agiscono per i più vari motivi.
La particolarità che ha reso famoso il film è di essere girato al contrario, ovvero comincia dalla fine e termina con l’inizio. Più precisamente: se etichettiamo gli eventi della storia in ordine cronologico da A fino a Z, c’è una linea temporale girata a colori che parte da Z e arriva ad M e c’è una linea temporale girata in b/n che parte da A e arriva ad L, e le due linee si alternano sicché il film segue l’ordine

Z A V B U C T D S E R F Q G P H O I N L M

Non vi preoccupate se vi gira la testa, è normale, se poi lo vedete si capisce meglio. La parte in b/n è una serie di brevi flashback dove Leonard parla al telefono e spiega la sua condizione; la parte a colori è la sua “indagine”, la cui struttura a blocchi regressivi mette noi spettatori nella stessa condizione del protagonista, perché ci troviamo scaraventati nel flusso degli eventi senza conoscerne le cause: il che è molto comico, come nella scena della doccia “non mi sento ubriaco…”, oppure è molto drammatico, come quando all’inizio del film – “Z”, cronologicamente la fine – Leonard uccide Teddy, convinto che sia lui John G. Se abbia ragione o no, per capirlo bisognerà arrivare alla conclusione del film – “M” – dopo averlo visto andare avanti tra innumerevoli peripezie seguendo “ordine e metodo” che gli permettono di sopperire alle sue deficienze gnoseologiche.
Bene, perché dico che Memento è un film ontologicamente realista? Innanzitutto perché è lo stesso protagonista a prendere questa posizione. Posto di fronte ai limiti della sua coscienza conoscente, realizza quanto è assurdo porre il proprio Io come pietra angolare del mondo in cui vive. La percezione non è tutto, la memoria non è totalmente affidabile per nessuno: “i ricordi possono essere distorti, sono una nostra interpretazione, non sono la realtà, sono irrilevanti rispetto ai fatti”. A chi gli chiede che senso ha prendere l’assassino di sua moglie, perché “anche se ci riesci, poi non te lo ricorderai, non saprai mai che è successo”,  Leonard replica “mia moglie merita vendetta, che io lo sappia o no è indifferente. Il fatto che io ricordi o meno le cose non toglie nulla al senso delle mie azioni: il mondo continua ad esserci anche se chiudo gli occhi”, e ribadisce la sua ontologia realista nel monologo finale, quando lanciato a gran velocità al volante della sua macchina chiude gli occhi (!) e, mentre immagina un paradisiaco lieto fine in cui ha vendicato sua moglie (“I’VE DONE IT” scritto sul cuore) e lei è con lui, pensa:

Devo credere in un mondo fuori dalla mia mente. Devo convincermi che le mie azioni hanno ancora un senso, anche se non riesco a ricordarle. Devo convincermi che quando chiudo gli occhi, il mondo continua ad esserci. Allora, sono convinto o no che il mondo continua ad esserci? C’è ancora? (riapre gli occhi alla realtà) Sì. Tutti abbiamo bisogno di ricordi che ci rammentino chi siamo. Io non sono diverso. (dimentica quello che gli è successo poco fa) Allora, a che punto ero?

Ma naturalmente la filosofia di vita del protagonista, in generale e particolarmente in questo caso, non può essere automaticamente identificata con la filosofia di fondo del film. Memento è realista non solo e neanche tanto perché Leonard è realista, ma perché la storia mostra la contrapposizione tra l’Io del protagonista e quello che è il grande rimosso del solipsismo: l’Altro, anzi gli altri. Perché la verità è che Leonard, nonostante il suo sistema di ordine e metodo, è terribilmente indifeso di fronte alle complessità della vita e praticamente chiunque si può approfittare di lui. Il gestore del motel dove alloggia gli fa pagare due stanze, la misteriosa Natalie “chiede” il suo aiuto per liberarsi di uno scomodo creditore, e c’è di peggio: a un certo punto Leonard ha dei sospetti ed esclama “c’è qualche stronzo che vuole farmi uccidere la persona sbagliata!”, ma naturalmente se ne dimentica. E poi c’è Teddy, il misterioso comprimario che conosce molto bene Leonard (ma come?) e lo aiuta a tirarsi fuori da un paio di guai (ma perché?), e in cambio ha ricevuto / riceverà in “Z” una pallottola in testa in quanto identificato come John G (è vero?). Il rapporto tra Leonard e Teddy è chiarito soltanto alla fine del film ovvero all’inizio dell’indagine, in “M”, in un confronto che non è esagerato definire epistemologico (segue spoiler-spiegazione, evidenziate se volete leggere a vostro rischio e pericolo): §→ Teddy, ovvero John Edward Gammell, è il poliziotto che si era occupato dell’irruzione in casa di Leonard. Da quello che dice Teddy emergono diverse ipotetiche verità dei fatti:

•    che Leonard ha già trovato e ucciso il vero John G ma non se lo ricorda;

•    che non c’è nessun John G perché quella notte c’era solo un balordo, quello che aveva già ucciso sua moglie prima di essere ucciso da Leonard che poi ha battuto la testa scivolando in bagno;

•    che sua moglie in realtà era sopravvissuta all’aggressione ed è lui stesso ad averla uccisa per sbaglio, con una serie di ripetute iniezioni di insulina, e poi ha trasferito il ricordo troppo doloroso nella storia immaginaria di “Sammy Jankis” (un precedente caso di perdita di memoria a breve che Leonard racconta nei flashback in b/n), mentre ha alienato il senso di colpa sull’irreale John G a cui dare la caccia.

Tutte queste ipotesi sono possibili e nessuna è certa, fatto sta che da allora Teddy sfrutta Leonard mettendolo su una pista dopo l’altra onde fargli uccidere gente per i propri fini personali. Infatti in “L”, l’ultimo pezzo in b/n, vediamo Leonard strangolare Jimmy Grantz, il fidanzato di Natalie e l’ultimo dei John G designati (uno dei tatuaggi dice che il nome John poteva anche essere James), mandatogli da Teddy che compare a omicidio compiuto per rubare i soldi del morto. Ma Leonard ha capito da un particolare che Jimmy non è il “vero” John G e affronta Teddy, il quale gli dice cose contraddittorie da cui si ricavano le ipotesi qui sopra e soprattutto gli propone una visione decisamente relativista della vita: quando Leonard dice che Jimmy “non era l’uomo giusto”, l’altro risponde “lo era per te… tu non vuoi sapere la verità, tu crei la tua verità… tu vivi in un sogno”. Teddy non nasconde di ricavare un utile dalla caccia ai John G, ma al tempo stesso afferma di farlo per il bene di Leonard, perché fabbricandogli queste verità fittizie gli dà uno scopo di vita. Da spettatori possiamo pensare che ci sia un po’ di sincerità almeno in questa pretesa di buona fede… oppure possiamo pensare che in sostanza Teddy sta incoraggiando in Leonard una visione solipsista perché sa che questo è il miglior modo per sfruttarlo, perché tanto più intensamente crediamo che il nostro io sia il centro del nostro mondo, quanto più facilmente possiamo diventare burattini mossi da qualcun altro.

La nemesi per Teddy è che lui stesso è anagraficamente un altro John G; Leonard, per porre fine a questa catena di cacce all’uomo in cui il suo manipolatore lo ha intrappolato, gli rivolge contro il suo stesso meccanismo relativistico di creazione della verità. Sapendo che dimenticherà inevitabilmente l’epifania che ha appena avuto, segna come indizio da tatuarsi il numero di targa di Teddy, prevedendo che prima o poi “scoprirà” che John Edward Gammell è John G e lo ucciderà, come infatti è accaduto / accadrà in “Z”. ←§ Dopodiché si lancia nella corsa al volante a occhi chiusi e fa il monologo già descritto sopra, e dimentica l’esperienza precedente, e il film finisce.

Ed ecco allora perché l’assioma di (Ryerson che spiega) Wittgenstein per cui «l’esperienza stessa del mondo non è altro che ciò che significa essere un “io”» è falso: non è solo e neanche tanto l’esistenza del mondo ad essere indipendente dal nostro io (questo richiederebbe in un certo senso un atto di fede: Christopher Nolan ha affrontato anche questo problema ontologico in Inception – prima o poi ci farò un post…); è che proprio l’esperienza del mondo, il nostro continuo accumulare percezioni e ricordi di ciò che ci accade, non può essere ridotta al nostro io perché dipende sempre in qualche modo anche (e forse soprattutto) dagli altri. Può essere un bene o un male, ma così è. Gli altri sono a volte un paradiso e a volte un inferno, ma inevitabilmente sono, ci sono: agiscono, ci aiutano, ci intralciano, ci amano, ci odiano, ci salvano, ci uccidono, e tante altre cose.
Io non sono il mio mondo, io non potrò mai essere il mio mondo, perché nel mondo e anche nel “mio” mondo (la piccola parte di mondo che vivo) ci sono anche gli altri io. Oltre il mio ego ci sono gli altri, anche se questo non a tutti fa piacere. Il solipsismo è fondamentalmente un’auto-gratificazione per egocentrici: nessuno è il proprio mondo, tutti siamo un po’ il mondo di qualcun altro e viceversa.
Nessun uomo è un’isola, nessun io è un mondo a sè.

Ricordatevelo.


libri novembre 2011

 

 §→ questi simboli indicano uno spoiler, evidenziare per leggere ←§

Demoni amanti, di Shirley Jackson.
Antologia di racconti, che nell’originale si chiamava The Lottery (la storia più famosa di SJ), e che l’editore italiano, forse nella speranza che il potenziale acquirente pensasse che il libro descrive copule tra angeli caduti, ha pensato bene di rinominare come sopra giocando sul fatto che c’è un racconto che si chiama Le diable amoureux (ovviamente non parla di coiti). Cosa questo dica sul mercato editoriale italiano, può essere oggetto di speculazione.
Si tratta di racconti realistici, folgoranti, che sovente portano i propri personaggi in situazioni stranianti e poi li lasciano lì, la storia termina e il lettore resta a chiedersi cos’è successo dopo e io che farei al posto suo eccetera.
Esempio: nel racconto Charles, una madre descrive preoccupata la cattiva influenza che suo figlio subisce dal compagno di classe Charles. Ogni giorno il figlio torna dall’asilo e racconta con tono inquietantemente ammirato le birichinate dell’amico, e la mamma vorrebbe tanto dirne quattro alla donna che ha generato un tale discolo. §→ Un giorno la narratrice si reca a un incontro genitori-insegnanti e nomina Charles; il maestro la guarda perplesso e dice in classe non c’è nessun Charles. ←§ Fine.
Poi c’è il racconto conclusivo, La lotteria (Adelphi lo mette a disposizione qui, per chi volesse leggere).  È l’unico racconto non strettamente realistico e metterlo alla fine e senza preavviso è un ulteriore colpo per il lettore ignaro (io non lo ero, ne avevo letto citazioni in almeno cinque o sei opere, ma me lo sono goduto lo stesso), proprio perché uno ha letto tanti racconti di un certo tipo e si aspetta che lo sia anche l’ultimo e invece si becca la mazzata psicologica. La storia è semplice, in un villaggio innominato ogni anno si tiene una lotteria. La data è il 27 giugno, cioè si usa il calendario gregoriano, e i personaggi hanno nomi comuni, buoni vecchi nomi americani tipo Joe o Bill: tutte cose che aumentano la sensazione di realismo e familiarità, e dunque lo shock finale quando la medesima è distrutta. SJ descrive brevemente i preparativi, la tranquillità con cui gli abitanti si preparano all’evento di routine. Il sorteggio è diviso per famiglie e ci sono dei tiratori designati che tirano per la propria, pescando un foglietto da una cassetta nera. Il lettore comincia a percepire qualcosa di strano quando esce la famiglia sorteggiata e la moglie, §→ anziché esultare, protesta. Ma la lotteria va avanti, adesso devono pescare i membri della famiglia, padre madre e tre figli. Il bambino piccolo è orgoglioso di partecipare alla cosa dei grandi. I cinque tirano ed è la moglie a pescare il foglio con il cerchio nero, dopodiché “anche se la gente del villaggio aveva dimenticato il rituale e perso la cassetta originale, sapeva ancora come si usavano le pietre”, le pietre che i bambini avevano raccolto all’inizio della novella e ammucchiato in un angolo della piazza senza che il lettore capisse perché, e la donna “era adesso in mezzo a uno spazio vuoto, e tendeva disperatamente le braccia mentre la gente del villaggio avanzava verso di lei. — Non è giusto — protestò ancora. Una pietra la colpì sulla tempia. — Non è giusto, non è giusto — gridò ancora, e poi tutti calarono su di lei. ←§
Si dice (spero sia una leggenda) che quando il racconto fu pubblicato nel 1949, molti lettori scrissero alla rivista pensando che fosse un fatto vero, e volevano sapere dove succedeva e se si poteva assistere.
Ciò che più mi ha colpito è che non c’è assolutamente nessuna delucidazione del perché si tenga la lotteria. La cosa che più si avvicina a una spiegazione è quando un tizio dice che in un villaggio vicino non la fanno più, e un vecchio protesta sostenendo che la lotteria c’è sempre stata e che a interromperla si attirano guai. La storia sembra dunque essere una messa in guardia contro la tradizione, o meglio la degenerazione della stessa, laddove per degenerazione intendo “facciamo così perché abbiamo sempre fatto così” al posto di “facciamo così perché ci hanno insegnato che è giusto”. Qui si aprirebbe un discorso molto interessante sul concetto di tradizione, che è innanzitutto traditio ovvero consegna, passaggio di idee di generazione in generazione, e della differenza tra un concetto statico e uno dinamico di tradizione (Tolkien la descriveva come un albero), eccetera, ma il discorso diventa troppo lungo per questo post perciò mi limito a dire LEGGETELO.

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Follia per sette clan, di Philip K. Dick.
Molto bello e divertente, ennesima variazione sul tema “cosa è reale e cosa no e come faccio a capire la differenza”, stavolta sviluppata nella dicotomia sanità mentale / pazzia. La risposta alla fine sembrerebbe essere che la sanità mentale è un sottotipo di pazzia, ma la conclusione e il tono generale del romanzo sono così parodistici che non sono proprio sicuro che sia esattamente questo il “messaggio” del libro (ammesso che ce ne sia uno). Il protagonista Chuck è il tipico antieroe dickiano, perdente, mite, succube delle donne caparbie e/o dal seno grosso, in sostanza una trasfigurazione letteraria dell’autore.
P.S. Un paio di citazioni di San Paolo fatte dai personaggi aggiungono un altro anello alla catena della teologia paolina nella letteratura di PKD, che vorrei esaminare quando avrò finito di leggere tutti i suoi libri.

     §§§

Tutto, e di più – storia compatta dell’∞, di David Foster Wallace.
DFW racconta la storia del concetto di infinito in matematica rendendola avvincente come un romanzo.
Fino alle prime 100 pagine sono riuscito a seguirlo, poi però la faccenda è diventata così esoterica – nel senso di inaccessibile ai profani – che la mia limitata cultura matematica ne è uscita decisamente sconfitta, e ho capito sì e no il 10% di quello che scrive. Sono tutti concetti che mi piacerebbe approfondire, ma dovrei dedicarvi un quantitativo tale di tempo che onestamente faccio prima ad aspettare di morire e constatare l’infinito per esperienza personale. Pazienza.
Però mi resta la curiosità di

  1. Approfondire la figura di Bernard Placidus Johann Nepomuk Bolzano, da aggiungere al mio elenco di scienziati credenti (in questo caso anche prete) (però DFW dice che era una specie di eretico perché tenne discorsi pacifisti all’università dove insegnava) (embè? Mica perché uno è pacifista è automaticamente eretico  approfondire);
  2. Wallace, sulla scia di Bertrand Russell e altri simpaticoni, in sostanza sposa la tesi per cui lo sviluppo del concetto di infinito è stato ritardato di circa un migliaio di anni dalla concezione aristotelica di attualità/potenzialità dell’infinito, e di fatto anche dalla Chiesa che ha sposato e dogmatizzato l’aristotelismo; io, prima di pronunciarmi sulla verità/falsità della cosa, vorrei approfondire l’argomento – qualcuno mi può consigliare letture in merito, possibilmente fruibili anche da profani?

§§§

Così dolce, così innocente, di Shirley Jackson.
Altro libro della Jackson, altro titolo modificato (l’originale è Abbiamo sempre vissuto nel castello), ma almeno stavolta il titolo italiano non è fuori luogo. È una storia di agorafobia e tragedia familiare raccontata in prima persona da una pazza. Non si tratta di uno spoiler perché il lettore è in grado di accorgersi immediatamente che la voce narrante non ha tutte le rotelle che girano, ma è impressionante la perizia con cui l’autrice ci introduce al punto di vista di una persona mentalmente disturbata.
Shirley Jackson è stata una delle mie recenti scoperte letterarie più felici. Vi consiglio vivamente di leggerla.

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Shock 1, di Richard Matheson.
Primo volume di una famosa antologia di racconti di Matheson, di qualità variabile tra il sufficiente e il discreto. Particolarmente piaciuti Dissolvenza e fuga (uno sceneggiatore esprime l’incauto desiderio che la propria vita sia come un film e ne paga le conseguenze) e Il dispensatore (nuovo vicino semina caos nel quartiere; mi ha ricordato il romanzo di Stephen King Cose preziose).

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Shock 2, di Richard Matheson.
Secondo volume della suddetta antologia, con una qualità media decisamente buona. Particolarmente piaciuti I vampiri non esistono (come da titolo, gran finale a sorpresa), Scadenza (un uomo, un  anno), Muto (storia toccante di un bambino vittima di un esperimento scientifico).

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Controrealtà, di AAVV.
Si tratta del numero 52 di Urania Millemondi, uscito nell’agosto 2010. È la versione in italiano della collezione americana The Year’s Best SF n. 12, cioè la selezione dei migliori racconti di fantascienza pubblicati nel 2006. L’avevo già letto l’anno scorso ma mi è venuta voglia di riprenderlo. La qualità media dei racconti è eccezionalmente alta per gli standard delle antologie Urania; di solito ne apprezzo circa la metà, qui invece mi sono piaciuti quasi tutti, con un paio di storie che gridano ECCELLENTE!!!. Me lo sto rileggendo un po’ alla volta per gustarlo meglio.

 (N.B. sono un fiero sostenitore della rilettura, anche più volte. Credo fermamente che se un libro non merita una seconda lettura, allora non meritava neanche la prima. C’è un piacere tutto particolare nel ripercorrere strade già battute, del tipo: la percezione dei rimandi infratestuali, l’apprezzamento della scena senza l’assillo del “cosa succede dopo”, la comprensione di livelli di significato che erano sfuggiti la volta precedente. Guardo il mio foglio excel e mi deprimo nel constatare che rileggo troppo poco, l’ultimo “2°” risale addirittura a febbraio – La realtà in trasparenza di JRRT – e scuoto la testa. Vorrei poter rileggere ogni libro che ho letto, sfortunatamente l’applicazione di tale ideale richiederebbe una vita di durata tendente a ∞, così mi devo accontentare di rileggere quel che più mi “chiama”, sempre con un vago senso di colpa perché sottraggo tempo a chissà quali altre nuove meraviglie che mi aspettavano e che lascerò al momento della fine. Pazienza. Avrò tempo per leggere quando sarò morto.)

 Già solo l’introduzione mi aveva “acchiappato” con una riflessione meritevole di commento:

i critici letterari sono spesso avvezzi a leggere narrativa per la sua sincronicità, ovvero per il modo in cui le miriadi di voci di un dato momento concorrono a rappresentare quel punto preciso dello spaziotempo. Questa non è la stessa idea che John Clute ha del “vero anno” di una storia, l’idea che ogni pezzo di narrativa rifletta inevitabilmente e inconsciamente l’anno in cui è stato composto, non importa se ambientato milioni di anni nel futuro e in un’altra galassia. È anche l’opposto del modo in cui i lettori di fantascienza vogliono leggere la loro narrativa: questi desiderano che le affascinanti idee degli autori li trasportino dalla loro quotidianità verso luoghi e tempi fantastici che potrebbero concretizzarsi, ma che non esistono ancora. Vogliono evadere dal presente.
La fantascienza ha sempre posseduto un certo grado di deliberata sincronicità, particolarmente evidente nella SF americana satirica degli anni ’50 e nella SF dell’Europa orientale prima della caduta del Muro di Berlino. Ma in maggioranza, i lettori di SF preferiscono una buona storia a una buona allegoria. A tutti piace distanziarsi dalla realtà, puntare verso il futuro. Ma è già adesso che ci troviamo nel futuro, e non è affatto il luogo piacevole che volevamo che fosse.

E ce ne sarebbero di cose da dire, sia su questo concetto di sincronicità (il futuro non è concepibile a sé, ma sempre in relazione al momento in cui è concepito: il futuro esiste solo come proiezione del presente), sia sul vero significato dell’evasione (ah, Tolkien: “non confondete l’Evasione del Prigioniero con la Fuga del Disertore”)!
Molti racconti di quest’antologia sono sincronici perché parlano di una catastrofe, della fine della civiltà, insomma sono chiaramente post 11/9/01. Quelli che mi sono piaciuti di più sono:

  • Nanomacchine a Clifford Falls: la diffusione della nanotecnologia (macchine che producono istantaneamente qualsiasi cosa, dal cibo ai beni di lusso) promette il paradiso in terra. Tutti possono avere tutto. Fine della povertà, fine della fame nel mondo, fine dei bisogni materiali. Doveva essere il trionfo glorioso della Tecnica e invece è la distruzione della società. Bisognerebbe farlo leggere a Emanuele Severino. Mi è piaciuto così tanto che si merita un post a parte.
  • Quando gli amministratori di sistemi dominavano la Terra: altro racconto postapocalittico, storia di un amministratore di sistemi intrappolato con altri sysadmins in un palazzo pieno di server e mentre fuori il mondo crolla per esplosioni nucleari guerre batteriologiche etc. questi nerd semiautistici sognano di fondare un nuovo mondo peace&love&bytes. Il linguaggio è magnificamente geek (ho imparato locuzioni come PEBKAC, gtg, killare, eccetera).
  • il resto dei racconti lo rileggo il mese prossimo.

  §§§

Fate, Time and Language – an Essay on Free Will, di David Foster Wallace e AAVV.
È la tesi di laurea (o qualunque cosa sia una undergraduate thesis) scritta da DFW in filosofia modale. Quando l’ho ordinato su Amazon non ne sapevo molto di più, se non che era di DFW ed era molto scontato e parlava di destino, tempo, linguaggio e libero arbitrio, insomma la copertina balzava letteralmente fuori dallo schermo e urlava COMPRAMI!!!
In realtà soltanto 78 pagine (30,95% del libro di 250 pagine) sono state effettivamente scritte da Wallace. Il resto è roba scritta da altri, e devo ancora capire se sia un bene o un male.
Insomma è andata così: nel 1962, questo tale filosofo Richard Taylor scrive un articolo in favore del fatalismo (pressappoco: non siamo noi a decidere ciò che facciamo). Nel 1985 DFW scrive la sua tesi come una replica-confutazione del lavoro di RT. La tesi resta a prendere polvere in uno scaffale del dipartimento di filosofia dello Amherst College. Nel 2008 DFW muore in tragiche circostanze, cioè si impicca (considero il suo suicidio come la dimostrazione ultima che l’intelligenza non garantisce la felicità), e a questo punto ci sono due modi possibili di interpretare i fatti:

  1. Gli ex-professori di Wallace, sconvolti dal dolore, decidono di rendere omaggio al loro brillante studente pubblicando la sua tesi di laurea, e per completezza arricchiscono il volume con il lavoro originale di Taylor criticato da DFW, nonché altri articoli di altra gente competente a parlare del fatalismo e annessi e connessi;
  2. Gli ex-professori di Wallace fiutano quattrini e, subodorando che tutto ciò che porta in copertina il nome di DFW si venderà come il pane, cercano affannosamente qualsiasi cosa pubblicabile in loro possesso e trovano la tesi, solo che è troppo breve per essere stampata da sola, così aggiungono al malloppo altra roba  al fine di raggiungere una massa cartacea tale da giustificare il prezzo di copertina di $ 19,95.

Immagino che alla fine del libro avrò un’idea chiara di quale delle due interpretazioni sia più attinente alla realtà.
Intanto il libro l’ho iniziato, però essendo scritto in inglese e trattando di un argomento complicato con linguaggio da filosofi professionisti, penso che ci metterò un po’. Seguiranno aggiornamenti nei prossimi post mensili.


Libri ottobre 2011

Catechismo della Chiesa cattolica, dello Spirito Santo & altri AA.VV.

Mi sono scaricato da vatican.va i pdf del catechismo in versione integrale e me lo sto leggendo, un po’ al giorno, sul mio lettore ebook.

Già.

Una cosa divertente che non farò mai più, di David Foster Wallace.

Io sono un grande ammiratore di DFW, ho pianto qualche lacrima quando ho saputo che si era ammazzato, e perciò quando ad agosto i grandi distributori hanno applicato una serie di super-sconti fantasmagorici – prima che entrasse in vigore il provvedimento del Soviet Supremo che stabilisce il limite legale del 15% di sconto sul prezzo di copertina, limite sulla cui opportunità ci sono state accese discussioni tra me e una certa blogger bibliotecaria di mia conoscenza – bene, quello è stato il momento in cui ho rotto il mio metaforico porcellino e ho approfittato del momento favorevole per comprare quanti più libri possibile di David Foster Wallace, tra cui appunto il suddetto.

Per inciso, la traduzione italiana è difettosa: il titolo originale era A Supposedly Fun Thing I’ll Never Do Again, ma l’abolizione dell’avverbio (= asseritamente, presumibilmente) provoca uno slittamento semantico che rischia di seppellire tutto il significato dell’opera.

ASFTINDA è il reportage giornalistico di DFW che partecipa a una crociera extralusso e poi descrive quello ha passato e quello che ha pensato. Detto così sembra poco, eppure è un libro meraviglioso e Wallace dà il meglio di sé, sia quanto a stile (l’umorismo, la totale padronanza delle subordinate incastonate nelle subordinate, la continua mescolanza tra registri linguistici di ogni livello – ho anche imparato parole di cui non sospettavo l’esistenza come “omeostasi”, “monologico”, “espletivo genitale”, “ectomorfico”, “melisma”, “ad naus”), sia quanto a contenuto. E chi ha letto Infinite Jest, ilmagnum opus di Wallace, scoprirà affascinato che questo libro ne è praticamente la fase embrionale.

Qui infatti DFW anticipa quelle folgoranti riflessioni sull’essere umano e sulla sua insoddisfacibilità a priori che avrebbe poi svolto alla enne potenza nel suo capolavoro: la crociera extralusso promette ai passeggeri una Soddisfazione Totale, un Piacere Supremo connesso alla totale passività – zero preoccupazioni, zero fatica, Non Fare Assolutamente Niente – che di fatto non è altro che una regressione allo stato prenatale. Ma la brochure mente, perché “la mia parte infantile è insaziabile – e anzi, la sua essenza, il suo Dasein o quant’altro, consiste proprio nella sua insaziabilità a priori. In risposta alla prospettiva di una gratificazione e un accudimento straordinari, la mia insaziabile parte infantile non farà che accrescere la soglia di soddisfazione fino a conseguire di nuovo la sua omeostasi di grave insoddisfazione”.

Impossibile non fare il paragone con lo stato di coloro che in Infinite Jest hanno sperimentato la visione del fatidico film di James Incandenza: la regressione allo status di feto, incapaci di interrompere minimamente il piacere supremo del guardare all’infinito la pellicola – che fa vedere quella Bellissima Mamma filmata con le speciali lenti sfarfallanti che imitano la visione neonatale – senza deambulare, senza mangiare, senza bere, senza cogitare, fino al decesso per consunzione.

Una vita senza dolore (perlomeno nel tempo, nell’eterna rincorsa tra piacere e insoddisfazione) è letteralmente impossibile. Il Piacere Assoluto coincide con la Morte.

Se a questo aggiungiamo che la madre di Deirdre, la bambina novenne che dà scacco matto in ventitré mosse a DFW, ricorda inquietantemente Avril Incandenza, e che il progetto commerciale di Winston il facchino giocatore di ping pong – La crociera del futuro è La crociera a casa. Per andare a fare la crociera extralusso nei Caraibi non devi muoverti da casa. Colleghi gli occhialoni e gli elettrodi e via. Niente passaporti. Niente mal di mare. Niente vento, niente scottature, niente coglioni dell’equipaggio. Viziatura Domestica Immobile Virtuale Totale” – sembra precisamente il famigerato Intrattenimento, allora non ci sono scuse: chi ha letto e amato Infinite Jest deve leggere anche questo libro.

Note.

Torre di cristallo, di Robert Silverberg.

Ottimo Silverberg d’annata. Ho il vago sospetto che Ronald D. Moore, quando ha ricreato Battlestar Galactica, abbia copiato si sia ispirato a questo romanzo: ci sono gli esseri umani artificiali tenuti in schiavitù, i “Nati dalla Vasca” (!), che nel futuro del XXII secolo anelano la libertà; c’è l’elemento religioso, il culto degli androidi verso il loro creatore Krug, dettagliatamente esposto nella sua teologia e nella sua liturgia; e c’è, alla fine, la ribellione violenta degli schiavi.

La religione degli androidi è una mescolanza di ebraismo, cristianesimo e buddismo. Silverberg assegna nomi evocativi ad alcuni personaggi: il figlio di “Dio-Krug” si chiama (Em)Manuel, e la sua amante Lilith. Degno di nota che mentre la maggior parte dei sintetici fa coincidere semplicemente Dio con Simeon Krug, l’essere umano che li ha inventati e che si è arricchito vendendoli, i più evoluti tra loro distinguono tra “l’idea di Krug il Creatore, Krug il Salvatore, Krug il Redentore”, e l’uomo concreto che “è solo una delle manifestazioni di quell’idea. E neppure la manifestazione più importante”.

Questa sarebbe una distinzione molto importante, ma purtroppo gli androidi non riescono a fare il salto intellettuale necessario e smitizzare completamente la figura dell’uomo Krug, vedendolo casomai come strumento immanente di un Creatore trascendente *. Evidentemente non conoscono questa storiella. L’illusione che Krug sia perfettamente buono e ami gli androidi e voglia concedere loro la libertà, distrutta di fronte alla scioccante constatazione della realtà (Krug è uno stronzo egoista che se ne fotte degli androidi e pensa solo a costruire la sua Torre di Babele di cristallo per lanciare messaggi agli alieni), porta nella conclusione alla furia del figlio rifiutato, alla rivolta mondiale degli androidi e ovviamente alla distruzione della suddetta Torre di Babele di cristallo.

Forse c’è un messaggio di Silverberg di messa in guardia nei confronti delle illusioni religiose, o forse semplicemente non si poteva raggiungere altrimenti il climax finale.

Comunque, un libro bellissimo.

Note.

*N.B. nel caso domani gli androidi li fabbricassero davvero: è meglio non pasticciare col DNA umano e clonazione e tutto quanto, ma se uno scienziato fabbrica un uomo “artificiale”, non è che lo ha creato: il vero Creatore è quello che ha creato il modello originale, nonché la materia le equazioni biochimiche e tutto quanto. Ogni androide è mio fratello.

Questa è l’acqua, di David Foster Wallace.

Io sono un grande ammiratore di DFW, ma questo non significa che debba automaticamente adorare tutto ciò che scrive. Il problema di questa antologia è che i) costa troppo per le poche pagine che la compongono, e infatti ho aspettato a lungo per comprarla approfittando di un super-sconto, ma vabbè questo è un problema editoriale ii) a parte il pezzo finale, che è la trascrizione del discorso tenuto per il conferimento delle lauree al Kenyon College il 21 maggio 2005, tutti questi racconti – che risagono agli esordi della produzione letteraria dell’autore – sono, come dire, Belli Però. Nel senso che pare proprio che DFW, all’inizio della sua carriera, dovesse a tutti i costi farsi notare e perciò concentrare in ogni paragrafo, ogni riga, ogni parola, inumani contorcimenti stilistici / eccedenza di parole semi-sconosciute / insomma manifestazioni di eccezionale talento, sì, Belli, Però il troppo stroppia. Prendi ad esempio il primo racconto, Solomon Fisherman: una storia d’amore e cancro scritta splendidamente, ma conclusa da un § così stilisticamente complicato da risultare incomprensibile, e infatti non ho capito come (se) finiva la storia, il che di fatto mutila la qualità della storia stessa.

Insomma un DFW ancora acerbo, consigliabile solo se uno vuole approfondire la storia letteraria dell’autore, altrimenti da lasciar perdere.

L’occhio del purgatorio, di Jacques Spitz.

Non so se tecnicamente si possano definire fantascienza la storia di un uomo che vede il futuro di ciò che lo circonda (le cose arrugginiscono e si dissolvono, le persone gli appaiono progressivamente come vecchi, cadaveri, scheletri, polvere) e la storia della guerra dell’umanità contro le mosche intelligenti, ma è comunque un ottimo volume.

Vanitas vanitatum et omnia vanitas.

Montedidio, di Erri de Luca.

Suggeritomi e datomi in prestito da persona che me ne ha parlato in termini entusiastici, si è rivelato una noia mortale. Non so se dipende da una mia idiosincrasia per le storie oleografiche sui vicoli napoletani e la gente che ci abita, o perché Erri de Luca (di cui non ho letto nient’altro) è proprio una palla. Sono riuscito a finirlo solo perché è molto breve.

Padrone della vita, padrone della morte, di Robert Silverberg.

Un altro Silverberg di buona fattura, anche se si perde un po’ verso la fine (l’imbarazzante deus ex machina degli alieni che Risolvono Tutto). Sovrappopolazione, eutanasia, eugenetica, controllo delle masse naturalmente a fin di bene: anche la persona con le migliori intenzioni, quando le si dà il potere assoluto di decidere chi ha una vita degna di essere vissuta e chi invece no, può sbarellare un poco.

Note.

Le fiabe di Beda il Bardo, di Joanne Kathleen Rowling.

È sempre un piacere tornare, anche se per poco, in quel magico mondo. Le fiabe sono belle. I commenti di Dumbledore sono bellissimi.

Alla luce del camino, di Aldo e Armando Caputo.

Un altro dei libri a 1 € comprati grazie a sissi2002 (grazie).

In sostanza ci sono questi due fratelli torinesi che si rinchiudono nel loro casolare di campagna e si leggono a vicenda cose che hanno scritto su argomenti vari ed eventuali, dalla morale di Robinson Crusoe (“riesce addirittura a distinguere l’inganno dei riti preteschi, mentre la vera profonda religiosità del singolo uomo che si confronta con l’Essere Supremo è l’unica ad assumere un significato rilevante” –  è una mia paranoia o c’è un vago sentore massonico?) all’apologia di quel grand’uomo di Massimiliano Robespierre, dall’etica kantiana applicata alla deontologia medica alla storia (leggenda nera?) del Malleus Maleficarum, eccetera eccetera.

Se uno vuole approfondire gli argomenti, può essere utile, ma lo stile non è particolarmente avvincente.

La casa degli invasati, di Shirley Jackson.

Ottimo libro di un’autrice che mi ripromettevo di leggere da tempo, una delle migliori variazioni sul tema “casa infestata” che abbia mai letto.

Molto ben costruito il personaggio di Eleanor, che probabilmente è sempre stato il fantasma della casa, essendo “uscita dal tempo” quando è morta.

Il petalo cremisi e il bianco, di Michel Faber.

Suggeritomi e datomi in prestito da persona che me ne ha parlato in termini entusiastici, si è rivelato ben presto una noia mortale. Lo stile didascalico (l’autore si rivolge direttamente al lettore e gli dice nota questo, fai attenzione a quest’altro) all’inizio era interessante, ma poi diventa esasperato e insopportabile, mentre la storia di questa prostituta dell’Inghilterra vittoriana che fa un uso spregiudicato del suo corpo ma ovviamente cela un animo così sensibile… yahwn… zzz… ronf. 985 pagine così non le reggo. Forse migliorava dopo, ma non lo saprò mai, l’ho mollato invocando il terzo diritto del decalogo di Pennac.


Elogio del dubbio

ELOGIO DEL DUBBIO

 
Sorpresi, eh?
 
In un post precedente ho trascritto una storiella didascalica raccontata dallo scrittore David Foster Wallace durante un discorso di fronte a dei neo-laureati. Devo purtroppo constatare che nei commenti successivi il significato della storia è stato quasi completamente ignorato o frainteso.
Vediamo cosa diceva Wallace nel suo discorso:
 
È facile analizzare questa storiella secondo i criteri classici delle scienze umanistiche: la stessa identica esperienza può significare due cose completamente diverse per due persone diverse che abbiano due diverse impostazioni ideologiche e due diversi modi di attribuire un significato all’esperienza. Siccome diamo grande valore alla tolleranza e alla diversità ideologica, la nostra analisi di stampo umanistico non ci consente nel modo più assoluto di dire che l’interpretazione dell’uno è vera e quella dell’altro è falsa o disdicevole. Il che va benissimo, solo che così facendo trascuriamo puntualmente l’origine di tali impostazioni e credenze individuali, la loro origine, cioè, all’interno di quei due tizi. Quasi che l’orientamento di fondo di una persona rispetto al mondo e al significato della sua esperienza fosse cablato in automatico, come l’altezza o il numero di scarpa, o assorbito dalla cultura come la lingua. Quasi che il nostro modo di attribuire un significato non fosse questione di scelta personale e deliberata, di decisione consapevole.

Messa così, potrebbe sembrare una specie di elegia del relativismo: c’è chi la pensa in un modo, c’è chi la pensa in un altro, stop. Ma vediamo come continua.
 
C’è poi la questione dell’arroganza. Il non credente liquida con estrema petulanza e sicumera l’eventualità che gli eschimesi avessero qualcosa a che fare con la preghiera di aiuto. D’altro canto i credenti che mostrano un’arrogante sicurezza nelle loro interpretazioni non si contano nemmeno. E forse sono anche peggio degli atei, almeno per la maggior parte di noi qui riuniti, ma il fatto è che il problema dei dogmatici religiosi è identico a quello dell’ateo della storiella: arroganza, convinzione cieca, una ristrettezza di idee che si traduce in una prigionia completa al punto che il prigioniero non sa nemmeno di essere sotto chiave. Il punto secondo me è che il mantra delle scienze umanistiche – «insegnami a pensare» – in parte dovrebbe significare proprio questo: essere appena un po’ meno arrogante, avere un minimo di «consapevolezza critica» riguardo a me stesso e alle mie certezze… perché un’enorme percentuale delle cose di cui tendo a essere automaticamente certo risultano, a ben vedere, del tutto erronee e illusorie. Io l’ho imparato a mie spese e altrettanto, ho il sospetto, toccherà a voi.
 
Questo cambia decisamente la prospettiva.
Il problema dell’ateo della storia è molto semplice: non sa o non vuole dubitare. Di fronte a quella che potrebbe essere o non essere una coincidenza, non si interroga minimamente, non mette in discussione le sue certezze (anche se forse lui le chiama “opinioni”, fa più modesto), non si chiede se la verità sia da qualche altra parte, insomma non ha il minimo dubbio. Lui sa già che Dio non esiste e che “tutta quella roba” non è vera; la sua preghiera disperata viene archiviata come un momento di debolezza, il giusto ordine del mondo (Io Ateo Intelligente. Tu Credente Cretino) viene ripristinato, e basta. Tutto torna come prima.
Se avesse dubitato. Se avesse preso davvero in considerazione quell’altro punto di vista, la possibilità che ci fosse Qualcuno che lo ha ascoltato. Se.
 
Che cosa sarebbero gli uomini senza la capacità di dubitare, di questionare le loro certezze pregresse, di cambiare idea? Sarebbero incatenati per sempre alla stessa visione del mondo, a prescindere dal suo essere vera o falsa. Un automatismo inamovibile, ineluttabile come la lingua d’origine che abbiamo imparato da bambini o i tratti genetici che abbiamo ereditato dai nostri avi. Una prigione invisibile, indistruttibile, inescapable. Non ci sarebbero conversioni, non ci sarebbero missionari, la Chiesa non sarebbe mai esistita. Sarebbe un mondo terribile. In un mondo così io non sarei mai diventato, da anticlericale che ero, cattolico. Brrrr.
Mi rendo conto che può suonare bizzarro, ma leggendo i Vangeli mi pare di trovare vari esempi positivi di dubbio, di gente che mette in discussione il vecchio modo di pensare per interrogarsi sulla persona e sulle parole di Gesù:
 
«Chi è mai costui, che perfino i venti e il mare gli obbediscono?»
«Maestro, che cosa devo fare di buono per avere la vita eterna?».
«Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne avremo?»
Mentre egli entrava in Gerusalemme, tutta la città fu presa da agitazione e diceva: «Chi è costui?».
Quello si alzò e subito presa la sua barella, sotto gli occhi di tutti se ne andò, e tutti si meravigliarono e lodavano Dio, dicendo: «Non abbiamo mai visto nulla di simile!»
Gli replicò Nicodèmo: «Come può accadere questo?».
«Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?»
«Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai?
«Come mai costui conosce le Scritture, senza avere studiato?»
«Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?»
 
Dubitare. Dubitare. Dubitare.
Ma che cos’è davvero il dubbio?
Oggi siamo circondati da filosofi alla moda che si riempiono la bocca sull’importanza del dubbio, anzi del Dubbio. Il dubbio è bene, perciò dobbiamo dubitare di tutto. Bisogna mettere tutto in discussione, sempre. Le certezze assolute uccidono, solo il relativismo salva la democrazia.
Che montagna di stronzate. Che clamoroso inganno. Che trucco fantastico per non capire e non far capire proprio un cazzo di niente sul mondo e sulla vita.
Il dubbio non serve a dubitare e basta: serve a passare da una presunta verità ad una verità effettiva. Il dubbio è un mezzo, non è un fine; è un processo, non è uno stato; è un viaggio, non è una destinazione. Il dubbio è il bulldozer che spiana le macerie di un vecchio palazzo, affinché si possano costruire solide fondamenta per quello nuovo. Il dubbio è la vanga che smuove le zolle di terra di un campo incrostato di false certezze, affinché il seminatore possa piantare nel profondo il seme che porta molto frutto. Il dubbio è l’anticorpo che cura la malattia, affinché il malato possa guarire e stare bene senza più medicine.
Quando sento il relativista medio vantarsi di non avere certezze ma solo dubbi, e vedo la gente intorno annuire con ammirazione (è così modesto…), mi sembra di sentire qualcuno vantarsi di essere perennemente malato e farmacodipendente; vedo un homeless orgoglioso di viaggiare sempre e non arrivare mai; sbriciolare la roccia per abitare torri di sabbia, zappare il pomeriggio per sradicare ciò che si è seminato la mattina, eccetera eccetera. Le metafore non sono abbastanza per esprimere l’assurdo e  la ridicolaggine del dubbio eretto a sistema totale.
Se il dubbio è il contrario dell’arroganza, allora il vero dubbio è umile. Non si bulla della propria grandezza e non erige statue a sé stesso. A volte non bussa prima di entrare, ma saluta sempre tutti prima di uscire. Fa quello che deve fare e quando ha finito si fa da parte e guarda soddisfatto il risultato. Il dubbio è l’apripista di sua sorella maggiore, che è la verità.
Avercene più spesso, dubbi così.
 
 
Dio mio, ti ringrazio perché mi hai fatto capace di dubitare. Quando ero lontano da te e non ti conoscevo, ero intrappolato nelle certezze sbagliate di un edificio intellettuale in rovina. Dei dubbi me ne hanno fatto vedere le crepe, dei dubbi mi hanno indicato la via di fuga, dei dubbi mi hanno condotto fino a te. Ho dubitato, ho dubitato, ho dubitato, e alla fine ho trovato la verità indubbia: ho trovato te, e in te ho trovato anche me stesso.


Storiella didascalica

STORIELLA DIDASCALICA

 
“Ci sono due tizi seduti a un bar nel cuore selvaggio dell’Alaska. Uno è credente, l’altro è ateo, e stanno discutendo l’esistenza di Dio con quella foga tutta speciale che viene fuori dopo la quarta birra.
L’ateo dice: – Guarda che ho le mie buone ragioni per non credere in Dio. Ne so qualcosa anch’io di Dio e della preghiera. Appena un mese fa mi sono lasciato sorprendere da quella spaventosa tormenta di neve lontano dall’accampamento, non vedevo niente, non sapevo più dov’ero, c’erano quarantacinque gradi sottozero e così ho fatto un tentativo: mi sono inginocchiato nella neve e ho urlato: «Dio, sempre ammesso che Tu esista, mi sono perso nella tormenta e morirò se non mi aiuti!»
A quel punto il credente guarda l’ateo confuso: – Allora non hai più scuse per non credere, – dice. – Sei qui vivo e vegeto.
L’ateo sbuffa come se il credente fosse uno scemo integrale: – Non è successo un bel niente, a parte il fatto che due eschimesi di passaggio mi hanno indicato la strada dell’accampamento.
 
 
David Foster Wallace, Questa è l’acqua (pagg. 144-145).