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Libri febbraio 2013


World War Z, di Max Brooks.

Premessa: sono appassionato di storie di morti viventi e ne difendo la dignità culturale nei confronti di chi le squalifica come mero horror-pulp sensazionalistico.
Gli zombie mi piacciono (come argomento, non li terrei come animali domestici) perché li vedo come l’uomo postmoderno privato della sua retorica ed estremizzato nel concetto: un essere al di là del bene e del male, senza etica, senza razionalità, vittima dell’omologazione di massa eppure al tempo stesso profondamente solo e incapace di empatia, definito dai due impulsi  fondamentali che lo muovono: la vita eterna (nell’aldiquà, essendo l’aldilà scomparso dall’orizzonte concettuale) e la soddisfazione dei propri appetiti.
Posto quanto sopra, WWZ non poteva non piacermi al massimo grado. Si tratta di un libro EPICO, scritto da una massima autorità sull’argomento ovvero Max Brooks già autore del Manuale per sopravvivere agli zombie (da tenere nel comodino a portata di mano, metti caso serva). Io l’ho letto in inglese, perché in italiano non si trova, ma probabilmente lo ripubblicheranno a breve perché tra poco esce nelle sale il film tratto dal libro, di cui è già in circolazione il trailer. Considerato che il protagonista è Brad Pitt e che gli zombie in questo periodo tirano, probabilmente incasserà. Peraltro la pubblicità a me ha fatto alquanto ribrezzo, perché sembra la solita storia azioneazionefuggisparaesplodibumbumbum: o il trailer è infedele rispetto al film, oppure il film col libro c’entra poco e niente.
D’altra parte, mi rendo conto che non era così facile trasporre la storia in film (una serie sarebbe stata un format più adatto). Perché WWZ non è una semplice storia di morti che risorgono e mangiano i vivi. Tecnicamente non è neppure un romanzo. È proprio un’altra cosa, molto migliore.
La particolarità di WWZ è che avviene un mondo in cui c’è già stata la guerra contro gli zombie, e l’umanità ha vinto ed è sopravvissuta, seppure a malapena. L’autore intradiegetico del libro è un giornalista che viaggia per il mondo e intervista persone di tutti i tipi, di ogni continente e ceto sociale, facendosi raccontare quello che hanno vissuto e le cose che hanno fatto. È dunque palese la differenza rispetto alla classica zombie story, alla George A. Romero oppure The Walking Dead: lì il punto di vista è del singolo, qui invece è letteralmente globale.
WWZ è estremamente realistico dal punto di vista geopolitico. Sarebbe perfettamente degno di un numero speciale di Limes. Prende in considerazione una quantità immensa di fattori che nelle altre storie di zombie sono generalmente ignorati: la reazione dei mass-media e dei politici di fronte alle voci di apocalisse (negare sempre, anche l’evidenza, finché non è troppo tardi), le specifiche ragioni tecniche del fallimento delle normali tattiche militari di fronte a un nemico così radicalmente diverso (la battaglia di Yonkers), gli imprevedibili sconvolgimenti politici (Israele si chiude in quarantena e poi scoppia la guerra civile!), l’opportunismo di chi è contento dell’epidemia (Breckenridge “Breck” Scott e il suo vaccino-bufala Phalanx, del quale avevo già parlato qui), il tracollo psicologico collettivo di una società intera (i quisling, gli umani che si convincono di essere zombie), eccetera.
Dove invece WWZ rivela stretta continuità con il genere zombie è invece nella critica morale all’umanità, nel ritratto impietoso dei nostri simili: dalle interviste emerge un coro a 360° di vizi e virtù, eroismi, vigliaccherie, compromessi, dilemmi morali angoscianti. Pensate alla strategia attuata dai governi nazionali, il “Piano Redeker”: fondamentalmente consiste nel sacrificare volontariamente una parte della popolazione, usandola come diversivo e dandola letteralmente in pasto agli zombie, onde permettere al resto della nazione di emigrare verso zone sicure. L’ideatore di questa strategia di sopravvivenza dice che il genere umano per sopravvivere deve semplicemente rinunciare alla sua umanità, nel senso morale del termine. Cosa pensare di una simile scelta? Come giudicarla? Abbiamo il diritto di giudicarla? Ne abbiamo il dovere? La risposta è difficile, ma la domanda è inevitabile.

Altrimenti, se non abbiamo una morale, che differenza c’è tra noi e loro?

 

Missione sul Baltico, di Patrick O’ Brian.

il comandante del porto convocò il comandante Aubrey. «Mi rifiuto di credere, signore», disse, «che tranne uno tutti i vostri ufficiali discendano dalla regina Anna.» «Mi dispiace, signore, ma poiché la regina Anna è morta», rispose Jack, «la comune decenza m’impedisce di fare commenti.»

 Settimo libro della saga marinara (ma la definizione è riduttiva) di Aubrey & Maturin, e diretta continuazione e conclusione delle vicende raccontate nei due libri precedenti. E perbacco, che conclusione! Non lo scrivo perché uno spoiler sarebbe abominevole, ma si tratta di un evento che cambia radicalmente e irreversibilmente lo status di un certo personaggio.
Che ha finito di soffrire, forse… oppure, forse (e dico anche probabilmente), le sue più grandi sofferenze sono appena cominciate.

 

Le lettere di Babbo Natale, di John Ronald Reuel Tolkien.

Buffissime e tenerissime lettere dal Polo Nord, condite delle disastrose avventure di un Orso Polare pasticcione e degli auguri in Quenya degli elfi aiutanti, che Tolkien inventava per i suoi figli e faceva loro arrivare ogni Natale da parte di “Babbo Natale” – si badi bene, non Santa Claus, ma nel titolo originale “The Father Christmas Letters”.
Ora io non mi dilungo sui rapporti tra Santa Claus e Father Christmas, né su tutta l’annosa questione della valutazione “cattolica” di Babbo Natale, anche perché c’è già chi l’ha fatto molto bene; ma m’interessa far notare la posizione che implicitamente assume Tolkien nella vicenda, e che secondo me è strettamente legata alla sua concezione dello speciale rapporto tra paganesimo e cristianesimo: il primo rivalutato in positivo e visto non come opponente del secondo, ma come antecedente logico oltre che cronologico, veicolo di semina Verbi, propedeutico al messaggio cristiano.
Ecco allora che Babbo Natale, il quale ormai non è più il vecchio San Nicola bensì un personaggio ormai decristianizzato e paganeggiante, un mito per esprimere dei generici valori positivi di calore familiare, non viene da Tolkien semplicemente negato; viene piuttosto “ri-cristianizzato” nella figura di ­ Father Nicholas Christmas, che ha millenovecentoventi anni nel 1920 e ne ha millenovecentotrenta nel 1930 (cioè nasce con il cristianesimo) e che in un passaggio delle sue lettere accenna all’esistenza di suo padre… “Nonno Yule”.
Yule, capite?
Come sempre in Tolkien, una semplice parola basta per implicare concetti, epoche storiche, mondi lontani: il simbolo pagano che si fa da parte per far posto al simbolo cristiano, non già come Saturno che viene scalzato da Zeus, bensì come il padre che lascia serenamente in gestione al figlio “l’attività di famiglia” del portare regali all’umanità; il cristianesimo come successione del paganesimo, non per rigettarne in toto il passato, ma per ereditarne i contenuti positivi.

 Grazie, professore.

 

L’infanzia di Gesù, di Benedetto XVI.

Naturalmente ottimo, e fa venire voglia di rileggere tutto il trittico in successione continua. Anzi fa venir voglia di rileggersi tutta l’opera omnia dell’autore.

Anche perchè leggerlo proprio nel periodo contemporaneo all’evento storico che sappiamo, sapendo che non ce ne saranno altri, fa un certo effetto.

 

Dottor Futuro, di Philiph K. Dick.

Se non avessero limitato le nascite, adesso ci sarebbe una popolazione umana preziosa su Marte e Venere […] invece abbiamo una società calcificata che passa il tempo meditando sulla morte; che non ha progetti, non ha una meta, non ha nessun desiderio di crescita. Come la società egizia… la morte e la vita sono così strettamente collegate che il mondo è diventato un cimitero, e le persone nient’altro che custodi che vivono tra le ossa dei morti. In pratica, dentro di sé, si considerano premorti, non individui vivi. Così il loro grande retaggio è stato sprecato.

 Pubblicato nel 1960, eppure ancora una volta PKD si mostra straordinario profeta di quelle tendenze distruttive che oggi sono il nostro presente.
Jim Parsons è un medico che per ignoti motivi viene rapito dal suo presente (il 2012) e trasportato nel remoto futuro del 2405. Si ritrova così in una società caratterizzata da una profonda cultura di morte: il numero della popolazione è fisso, tutti sono sterilizzati e le fecondazioni avvengono solo per via artificiale, il governo decide di procedere ad una nuova nascita solo quando qualcuno è morto, e la morte è incoraggiata. L’omicidio è legale, il suicidio è lodato come un gesto di coscienza civica, mentre le cure mediche sono criminali e viste come un’indebita interferenza nelle leggi di natura. Quando la gente sta male, non va dal dottore, va dall’eutanasista: Parsons, per aver onorato il suo giuramento d’Ippocrate, passerà dei guai con la giustizia.
E così cominciano le allucinanti traversie spaziotemporali del Dottore, l’unico uomo al mondo rimasto a credere che la vita valga più della morte; l’unico uomo al mondo che può salvare la specie umana dall’estinzione.
Un PKD ingiustamente poco noto, da riscoprire, da farci un film, da far conoscere.


Donna, perchè piangi?

Ammiravo profondamente il cardinale Joseph Ratzinger, l’autore della Dominus Iesus; ho ammirato ancor di più il pontefice Benedetto XVI. Non credevo che questi sentimenti sarebbero significativamente cambiati.
Ebbene, oggi…

… lo ammiro ancora di più. Più di prima. Più che mai.

Mi colpiscono tre reazioni diverse alla notizia, tre sentimenti, tre atteggiamenti quasi antropologici: l’esultanza, lo scandalo, la tristezza.
In forme diverse, ne capisco le ragioni, ma non le condivido in alcun modo.

 

Comprensibile la gioia dei nemici della Chiesa, controprova che il Papa ha sempre fatto bene il suo mestiere: per loro (s’illudono) è un pericoloso avversario in meno. Casomai ci sarebbe stato da farsi domande se gli avessero detto, no, non te ne andare. Sono capitato sul sito di Liberazione e ho visto che in homepage hanno titolato “il papa si arrende”. Non ne sono sorpreso.
Illusi, ancora una volta, non capiscono la differenza tra la resa e il sacrificio. Non sanno che i santi, pure quando stanno da qualche parte in clausura zitti a pregare, pure quando muoiono, continuano a combattere il male; forse anche più efficacemente di prima.

 

Comprensibile anche lo scandalo di chi pensa al duro giudizio di Dante sul gran rifiuto, chi fa il paragone con la croce che Giovanni Paolo II portò nei suoi ultimi anni. Ma per favore, non esagerate. Certi stracciamenti di vesti, certe recriminazioni contro il tradimento, il pastore vigliacco che fugge davanti ai lupi, sono decisamente fuori luogo.
Il paragone con Celestino V, o il papa cinematografico di Nanni Moretti, non regge. Quelli hanno lasciato nel pieno delle loro forze, all’inizio della loro missione, per paura confessata. Benedetto XVI ha dato tutto sé stesso in quasi otto anni di lotte contro i lupi, fuori e dentro la Chiesa (soprattutto dentro). Nel suo gesto non vedo la fuga del disertore; vedo invece la saggezza del re stanco, ma libero dalle catene dell’orgoglio e del potere, che per il bene superiore affida il trono a mani ormai più capaci delle sue.
Giovanni Paolo II fece una scelta diversa. Papa fino alla fine, papa sofferente, muto, infermo di salute ma fermo nella fede. Una testimonianza di dignità nella malattia di cui questo mondo, innamorato dell’eugenetica e del mito della vita degna di essere vissuta, immemore delle cause che portarono all’orrore di un secolo fa, aveva estremo bisogno. Fu una scelta santa, ma il prezzo da pagare fu l’amministrazione petrina lasciata de facto a mani che non sempre sapevano o volevano far bene, la barca sbandante con un timoniere troppo debole per correggere gli errori di rotta.
Ecco, io credo la scelta di Benedetto XVI sia dovuta principalmente al fatto che da cardinale vide da vicino questo rovescio della medaglia, i danni che provocò o avrebbe potuto provocare, e che abbia deciso che in questo frangente la Chiesa non può permetterselo di nuovo.
C’è un tempo per ogni cosa; c’è un tempo per un Papa malato e stanco, e un tempo per un Papa forte e vigoroso.
Questi, purtroppo, non sono tempi da Papi stanchi.

 

Comprensibile, più di tutto, la tristezza di chi dice “ci mancherà”.
È vero. Ci mancherà.
Ma, detto brutalmente, prima o poi sarebbe morto comunque; forse dopo anni di malattia, che grazie alla sua saggezza non diventeranno anni di pseudo-governo inflitti a una Chiesa che ha estremo bisogno di veri pastori.
Nessun Papa è eterno; solo lo Spirito Santo lo è. Il miglior commento che abbia letto a questa vicenda? “La Chiesa si rinnova sempre, rinasce sempre. Il futuro è nostro.
E poi, perché dobbiamo piangere chi sarà per sempre vivo?


Io non piango per la fine di Benedetto XVI. Invece lo ringrazio commosso per questi anni che ci ha dato, per il suo coraggio, la sua intelligenza, il suo sacrificio.

Non è tempo di piangere.

È tempo di pregare.

Conclave is coming


Un vero relativista

UN VERO RELATIVISTA

 
 
Nel precedente post ho citato il brano in cui Benedetto XVI spiegava i motivi per cui lo Stato nazista, pur nella sua legittimità formale, di fatto non era diverso da una banda di briganti: il potere nazista non era rivolto verso il diritto naturale, verso una superiore idea di giustizia, ma soltanto verso se stesso. Come Kelsen alla fine capì suo malgrado, il giuspositivismo puro, che diventa relativismo giuridico, spalanca le porte dell’inferno – basta che le carte siano in ordine e si può fare qualunque cosa. Così la legge dello Stato diventa la legge del più forte.
Altri commentatori hanno evidenziato meglio di me le implicazioni del discorso papale: il nazismo, e in genere lo Stato totalitario, non è come molti pensano la negazione del relativismo, ma al contrario la sua più cruda e completa espressione.
Io qui vorrei approcciare l’argomento da una prospettiva un po’ diversa.
 
 
Non so quanti conoscono Il mattino dei maghi. È un libro del 1960 scritto da Louis Pauwels, ex occultista  e discepolo pentito di Gurdjiev, e dallo scienziato Jacques Bergier. L’ho trovato una lettura estremamente affascinante: una storia dell’esoterismo che critica l’irrazionalismo senza cadere nel razionalismo, che abbraccia tanto la consapevolezza del mistero quanto la fiducia nella ragione.
La seconda parte del libro si intitola Alcuni anni nell’altrove assoluto ed è interamente dedicata alla descrizione del lato “magico” del nazismo. Gli autori descrivono le due dottrine esoterico-scientifiche che furono ufficialmente adottate dal regime: il ghiaccio eterno e la Terra vuota. Molti degli aneddoti che raccontano andrebbero verificati, ma se anche una parte di essi è vera, il quadro che ne esce è a dir poco inquietante.
“Sono due spiegazioni del mondo e dell’uomo che s’incontrano con dati tradizionali, giustificano i miti, ribadiscono un certo numero di “verità” difese da gruppi iniziatici. Hanno dominato molte menti. Di più, hanno determinato certe decisioni militari di Hitler, hanno talvolta influenzato l’andamento della guerra, e indubbiamente contribuito alla catastrofe finale.”
 
 
La prima dottrina fu esposta da Hans Horbiger e si basa sull’idea della lotta perpetua, negli spazi infiniti, tra il ghiaccio e il fuoco, e tra la forza di repulsione e quella d’attrazione.
Per come la riassumono Pauwels e Bergier, il nostro sistema solare deriva dallo scontro tra due primordiali corpi celesti, l’uno fatto di ghiaccio cosmico, l’altro di materia incandescente. I pianeti ubbidiscono a due forze: la forza iniziale dell’esplosione, che li allontana, e la forza di gravitazione, che li attira verso la massa più forte che si trova più vicina. Poiché la prima è in diminuzione, ma la seconda è costante, ogni pianeta si avvicina gradatamente al più vicino, fino a ricadere su di esso, e alla fine tutto ricadrà nel Sole per poi ricominciare nell’eterno ritorno.
Per Horbiger non esiste “la Luna”, ma le lune: il nostro pianeta attira periodicamente dei corpi celesti vaganti nello spazio, che ne diventano il satellite e gli girano intorno in un’orbita che non è un’ellisse ma una lenta spirale. Man mano che la luna si avvicina essa esercita una maggiore forza di gravità, e dunque diminuisce la gravità terrestre: gli oceani salgono, gli esseri viventi alleggeriscono e diventano più grandi e potenti, i raggi cosmici provocano mutazioni genetiche. Quando il satellite cade sulla Terra, provoca un’apocalisse a cui solo i più forti, i migliori, gli eletti sopravvivono. Dopodiché la gravità del pianeta aumenta, gli oceani discendono, gli animali rimpiccioliscono. Poi la Terra attira un altro satellite e il ciclo inizia di nuovo.
L’attuale luna è la quarta della serie. Ci sono già stati tre satelliti e con essi civiltà perdute, mostri estinti, uomini mastodontici. La Genesi dice che i primi uomini vivevano secoli. Le tradizioni esoteriche ebree e musulmane descrivono i giganti: sono loro, i sopravissuti allo schianto della seconda luna, che addomesticano i piccoli uomini che si sono formati sotto la terza e fondano la civiltà. “L’idea che gli uomini, partendo dallo stato bestiale e selvaggio, si sono lentamente innalzati fino alla civiltà, è recente. È un mito giudeo-cristiano imposto alle coscienze per scacciare un mito più potente e rivelatore. Quando l’umanità era più recente, più vicina al suo passato, essa sapeva di discendere dagli dei, dai re giganti che le avevano insegnato tutto. I greci ricordavano l’età di Saturno e la riconoscenza che i loro antenati avevano per Ercole”. Altre civiltà primitive, dagli egizi agli orientali, conservano il culto dei re giganti, i Superiori Sconosciuti, i semi-dei. Resti sacri sull’Himalaya, sulle Ande, nei posti più sperduti nel globo, testimoniano questo passato. Nel 1957 qualcuno, sotto lo pseudonimo di Lobsang Rampa, pubblica Il Terzo Occhio e scrive di aver trovato in una cripta di Lhasa, accessibile solo agli alti iniziati lama, le tombe dei giganti: corpi mummificati e ricoperti d’oro, alti dai tre ai cinque metri.
Sotto la luna terziaria sorge il primo impero marittimo di Atlantide, conquista tutto il pianeta e lo governa. I giganti possiedono immensi poteri psichici e mistici che influenzano il moto degli astri, ma la catastrofe può essere ritardata, non evitata. La prima Atlantide è distrutta quando la terza luna si abbatte sulla terra, cosa che secondo Horbiger succede 150.000 anni fa. I sopravvissuti, gli ultimi re giganti, formano un secondo e minore impero atlantideo nell’Atlantico del nord, quello di cui parla Platone; esso viene sommerso dalle acque quando queste si alzano, nel Diluvio di 12.000 anni fa, per effetto della cattura da parte della Terra della quarta luna, l’attuale. L’alta gravità provoca la definitiva scomparsa dei giganti dalla superficie del pianeta. L’umanità diventa nana, minuscola, miserabile: la civiltà giudeo-cristiana. L’uomo-dio è scomparso e ora resta solo l’uomo-schiavo.
Ma i tempi stanno per cambiare. Nuove mutazioni sono alle porte. La razza ariana è la discendente dei precedenti giganti e l’inizio di quelli nuovi prossimi venturi. Essi sono i veri esseri umani, mentre negri e giudei non sono altro che un passo indietro evolutivo, un animale formatosi nel periodo senza luna in cui la gravità era schiacciante, e saranno spazzati via.
Le potenze del freddo, che sono le potenze della solitudine e della decadenza, saranno spezzate dalle potenze del fuoco. Hitler era persuaso che il freddo avrebbe indietreggiato dove egli fosse avanzato. Questa convinzione mistica spiega in parte  il modo in cui egli condusse la campagna di Russia. Con i discepoli della teoria del ghiaccio eterno, era intimamente persuaso di aver fatto alleanza col freddo, e che la neve delle pianure russe non avrebbe potuto ritardare la sua marcia. L’umanità, sotto la sua guida, stava per entrare nel nuovo ciclo del fuoco. Ai soldati della campagna di Russia non aveva fatto dare che un supplemento ridicolo di vestiario: una sciarpa e un paio di guanti.
E nel dicembre del 1941, il termometro scese bruscamente a -40°. Le previsioni erano false. Era il ghiaccio che trionfava sul fuoco. Le armi automatiche si fermavano perché l’olio gelava. Nei serbatoi la benzina sintetica si separava, sotto l’azione del freddo, in due elementi inutilizzabili. Gli uomini morivano, la più lieve ferita li condannava. Migliaia di soldati, piegandosi per soddisfare i loro bisogni, morivano con l’ano congelato. Hitler rifiutò di credere a questo primo disaccordo tra la mistica e la realtà. Il generale Guderian, rischiando la destituzione e forse la morte, corse in Germania per mettere il Fuhrer al corrente della situazione e chiedergli di dare l’ordine della ritirata. «Il freddo» disse Hitler « è affar mio. Attaccate. » Fu così che tutte le truppe blindate che avevano vinto la Polonia in diciotto giorni e la Francia in un mese, le armate di Guderian, Reinhardt e Hoeppner, la formidabile legione di conquistatori che Hitler chiamava i suoi Immortali, falciata dal vento, bruciata dal ghiaccio, spariva nel deserto del freddo, perché la mistica fosse più vera della terra.”  
 
 
Questa era la dottrina di Horbiger, che fu una delle due pseudoscienze ufficiali del Reich.
L’altra teoria era ancora più folle.
Siamo nell'aprile del 1942. La Germania impegna tutte le sue forze nella guerra. Niente, sembra, potrebbe distogliere i tecnici, gli scienziati e i militari dal loro compito immediato. Tuttavia, con l'assenso di Goering, di Himmler e di Hitler, una spedizione organizzata lascia in gran segreto il Reich. I membri di questa spedizione sono alcuni fra i migliori specialisti del radar. Sotto la guida del dottor Heinz Fischer, noto per i suoi studi sui raggi infrarossi, sbarcano nell'isola baltica di Rùgen. Hanno in dotazione apparecchi radar perfezionatissimi. Eppure quegli apparecchi a quell'epoca sono ancora rari e distribuiti sui punti nevralgici del sistema difensivo tedesco. Ma le osservazioni da fare nell'isola di Rùgen sono considerate nello stato maggiore della marina come fondamentali per l'offensiva che Hitler si prepara a sferrare su tutti i fronti. Appena arrivato il dottor Fischer fa puntare i radar verso il cielo con un angolo di 45 gradi. Apparentemente non c'è niente da scoprire nella direzione scelta. Gli altri membri della spedizione credono che si tratti di un esperimento. Ignorano che cosa si attenda da essi. L'oggetto delle ricerche sarà loro rivelato più tardi. Con stupore constatano che i radar restano puntati cosi molti giorni. È allora che ricevono questa precisazione: il Führer ha buone ragioni per credere che la Terra non è convessa ma concava. Noi non abitiamo l'esterno ma l'interno del globo. La nostra posizione è paragonabile a quella di mosche che camminano all'interno di una sfera. Lo scopo della spedizione è di dimostrare scientificamente questa verità. Con la riflessione di onde radar che si propagano in linea retta si otterranno immagini di punti estremamente distanti all'interno della sfera. Il secondo scopo della spedizione è di ottenere con la riflessione immagini della flotta inglese ancorata a Scapaflow.”
Questa teoria fu predicata nella Germania nazista da Peter Bender, ex aviatore e fondatore della società segreta “Hohl Welt Lehre”. Essa è l’esasperazione di precedenti teorie per cui la Terra è cava all’interno e abitata (un’eco di tali teorie riecheggia nel romanzo di Verne). Ma se noi siamo all’interno, cosa c’è all’esterno sotto di noi?
La risposta è tanto semplice quanto a suo modo geniale: roccia all’infinito. L’universo è una massa di pietra, senza limiti, con una sola cavità sferica al cui interno viviamo noi esseri umani. Il cielo è al centro di questa sfera: è una massa di gas azzurrognolo, con punti di luce brillante che noi scambiamo per stelle. Ci sono solo il Sole e la Luna, ma infinitamente meno grandi di quanto dicono gli astronomi ortodossi. L’universo si limita a questo.
Questa teoria “scientifica” può sembrare allucinante. E lo è. Eppure interi circoli di alti ufficiali nazisti, uomini di governo, vi cedettero e su tale teoria basarono la propria condotta politica e militare. Il fallimento della spedizione di Rugen segnò la fine di questa teoria, e il sopravvento della scienza del ghiaccio eterno, ma fino a quel momento benderiani e horbigeriani dovettero convivere.
 
 
E qui arriviamo al punto che mi ha colpito più di tutti.
Sia il ghiaccio eterno e sia la Terra vuota erano le scienze ufficiali naziste. Tuttavia esse sono incompatibili: si potrà pure credere a un sistema dove le lune cadono periodicamente sulla terra, e si potrà perfino credere a un sistema dove la luna è un punto di luce brillante al centro di una sfera di gas incastonata nella roccia illimitata, ma non si può credere a tutti e due. Se uno è vero, l’altro è falso: così direbbe chiunque abbia conservato il senso della verità. A non può essere uguale a non-A.
Ecco come Pauwels e Bergier descrivono la convivenza tra i due sistemi scientifici nel Terzo Reich. Non sono in grado di sapere se l’aneddoto riportato è vero. Ma se lo è, allora ci dice sul nazismo molto più di quanto ci abbiano detto a scuola.
I discepoli di Horbiger coprivano Bender di sarcasmi e chiedevano la proibizione delle opere che sostenevano la teoria della Terra vuota. Il sistema di Horbiger ha le dimensioni della cosmologia ortodossa, e non si potrebbe contemporaneamente credere al cosmo in cui il ghiaccio e il fuoco continuano la loro eterna lotta e al globo vuoto scavato nella roccia che si estende all’infinito. Fu chiesto l’arbitraggio di Hitler. La risposta merita di essere meditata:
 
«Non abbiamo affatto bisogno» disse Hitler «di una concezione coerente del mondo. Possono avere ragione tutti e due».


La traduzione giusta

LA TRADUZIONE GIUSTA

 
 
Non so se avete letto o sentito il discorso di Benedetto XVI al Bundestag, il Parlamento tedesco. Vorrei dire che è un discorso eccezionale per  profondità e lucidità storica, ma la frequenza con cui questo papato produce simili discorsi può inflazionare l’aggettivo “eccezionale”. Mi limiterò dunque a dire che è un discorso che merita altamente di essere letto. Mi ha colpito in particolare questo passaggio:
 
Togli la giustizia  – e allora che cosa distingue lo Stato da una grossa banda di briganti?” ha sentenziato una volta sant’Agostino. Noi tedeschi sappiamo per nostra esperienza che queste parole non sono un vuoto spauracchio. Noi abbiamo sperimentato il separarsi del potere dalla giustizia, il porsi del potere contro la giustizia, il suo calpestare la giustizia, così che lo Stato era diventato lo strumento per la distruzione della giustizia – era diventato una banda di briganti molto ben organizzata, che poteva minacciare il mondo intero e spingerlo sull’orlo del precipizio. Servire la giustizia e combattere il dominio dell’ingiustizia è e rimane il compito fondamentale del politico. In un momento storico in cui l’uomo ha acquistato un potere finora inimmaginabile, questo compito diventa particolarmente urgente. L’uomo è in grado di distruggere il mondo. Può manipolare se stesso. Può, per così dire, creare esseri umani ed escludere altri esseri umani dall’essere uomini. Come riconosciamo che cosa è giusto? Come possiamo distinguere tra il bene e il male, tra ciò che è veramente giusto e ciò che può solo sembrarlo?
 
Ma qui c’è un problema di trasposizione linguistica.
Dove io ho scritto giustizia con il rosso, la traduzione ufficiale italiana – cfr Foglio, Avvenire, Vatican.va, – ha tradotto con la parola “diritto”:
 
Togli il diritto – e allora che cosa distingue lo Stato da una grossa banda di briganti?” ha sentenziato una volta sant’Agostino. Noi tedeschi sappiamo per nostra esperienza che queste parole non sono un vuoto spauracchio. Noi abbiamo sperimentato il separarsi del potere dal diritto, il porsi del potere contro il diritto, il suo calpestare il diritto, così che lo Stato era diventato lo strumento per la distruzione del diritto – era diventato una banda di briganti molto ben organizzata, che poteva minacciare il mondo intero e spingerlo sull’orlo del precipizio. Servire il diritto e combattere il dominio dell’ingiustizia è e rimane il compito fondamentale del politico. In un momento storico in cui l’uomo ha acquistato un potere finora inimmaginabile, questo compito diventa particolarmente urgente. L’uomo è in grado di distruggere il mondo. Può manipolare se stesso. Può, per così dire, creare esseri umani ed escludere altri esseri umani dall’essere uomini. Come riconosciamo che cosa è giusto? Come possiamo distinguere tra il bene e il male, tra il vero diritto e il diritto solo apparente?
 
L’unica occorrenza della parola “giusto” è quella che ho segnalato in verde (non vi confondete con tutti questi colori!); per il resto si usa la parola diritto anche nella citazione di Agostino, che io conoscevo già, ma proprio nella versione “secondo giustizia”.
 
Il fatto è che, con tutto il rispetto e salvo confutazione da traduttori più autorevoli ed esperti del sottoscritto (non ci vuole molto, visto che… beh… non so il tedesco), questa resa non mi convince pienamente.
Tutto il discorso di B16 si gioca precisamente sulla dicotomia tra il diritto positivo, la legge, e il diritto naturale, la giustizia; nell’attuale linguaggio italiano, a mia conoscenza (correggetemi se sbaglio), la parola “diritto” da sola è più vicina al primo che non al secondo significato.
E il problema non è se lo Stato sia senza diritto nel senso di ciò che è legale (il regime nazista aveva una legislazione formalmente ineccepibile), bensì se sia senza diritto nel senso di ciò che è giusto.

 
Ho controllato la versione inglese del discorso e qui si ha
 
Without justice – what else is the State but a great band of robbers?”, as Saint Augustine once said. We Germans know from our own experience that these words are no empty spectre. We have seen how power became divorced from right, how power opposed right and crushed it, so that the State became an instrument for destroying right – a highly organized band of robbers, capable of threatening the whole world and driving it to the edge of the abyss. To serve right and to fight against the dominion of wrong is and remains the fundamental task of the politician. At a moment in history when man has acquired previously inconceivable power, this task takes on a particular urgency. Man can destroy the world. He can manipulate himself. He can, so to speak, make human beings and he can deny them their humanity. How do we recognize what is right? How can we discern between good and evil, between what is truly right and what may appear right?
 
Le cose si complicano: justice per la citazione agostiniana, right per tutto il resto, compresa quella che nella versione ufficiale italiana è stata la sola occorrenza ad essere resa con “giusto”.
Per quanto ne so io, justice e right sono semanticamente più vicini al concetto di giustizia che di diritto (right or wrong, giusto o sbagliato); ma il mio inglese non è perfetto, e comunque questa è pur sempre un’altra traduzione.
 
A questo punto, pur non conoscendo il tedesco, mi vado a leggere il testo originale:
 
Nimm das Recht weg – was ist dann ein Staat noch anderes als eine große Räuberbande”, hat der heilige Augustinus einmal gesagt. Wir Deutsche wissen es aus eigener Erfahrung, daß diese Worte nicht ein leeres Schreckgespenst sind. Wir haben erlebt, daß Macht von Recht getrennt wurde, daß Macht gegen Recht stand, das Recht zertreten hat und daß der Staat zum Instrument der Rechtszerstörung wurde – zu einer sehr gut organisierten Räuberbande, die die ganze Welt bedrohen und an den Rand des Abgrunds treiben konnte. Dem Recht zu dienen und der Herrschaft des Unrechts zu wehren ist und bleibt die grundlegende Aufgabe des Politikers. In einer historischen Stunde, in der dem Menschen Macht zugefallen ist, die bisher nicht vorstellbar war, wird diese Aufgabe besonders dringlich. Der Mensch kann die Welt zerstören. Er kann sich selbst manipulieren. Er kann sozusagen Menschen machen und Menschen vom Menschsein ausschließen. Wie erkennen wir, was recht ist? Wie können wir zwischen Gut und Böse, zwischen wahrem Recht und Scheinrecht unterscheiden?
 
Ove si vede che ricorre incontrastato il termine Recht e composti vari.
Ahimè, i primi traduttori online che trovo mi riportano tranquillamente un elenco di possibili significati, tra cui proprio “giustizia” e “legge”, senza specificare quale sia il più aderente (di solito dovrebbero coincindere, il problema è quando non lo fanno); e non possedendo un vocabolario autorevole di tedesco, non posso approfondire come vorrei.
Non mi resta che chiedere aiuto alla mia germanofona prediletta, anche se forse – dati i suoi non idilliaci trascorsi con l’idioma teutonico – non ne sarà entusiasta. Pazienza.
 
Cari lettori, e voi cosa dite?  Giustizia o diritto?
Aiutatemi!
(Help me!)
(ehm… Helfen Sie mir?)


Il Logos e il Caos (3)

IL LOGOS E IL CAOS
(ANCORA?!? EH Sì…)

 
 
Cari visitatori, spero che abbiate passato bene la Pasqua. Non ho fatto gli auguri a nessuno quest’anno – imprevista lontananza dal pc – ma se state leggendo vuol dire che siete sopravvissuti lo stesso, dunque non c’è problema.
A proposito di Pasqua, e visto che si parlava di ragione e di casualità, colgo l’occasione per fare una cosa che faccio raramente, cioè un post-citazione: un brano dell’omelia del Papa per il sabato santo, nel verosimile caso che ve lo foste perso. Merita davvero.
Buona Pasqua a tutti – quella dell’anno prossimo, mi porto avanti.

 
San Giovanni, nelle prime parole del suo Vangelo, ha riassunto il significato essenziale [del racconto della creazione] in quest’unica frase: “In principio era il Verbo”. In effetti, il racconto della creazione che abbiamo ascoltato prima è caratterizzato dalla frase che ricorre con regolarità: “Dio disse…”. Il mondo è un prodotto della Parola, del Logos, come si esprime Giovanni con un termine centrale della lingua greca. “Logos” significa “ragione”, “senso”, “parola”. Non è soltanto ragione, ma Ragione creatrice che parla e che comunica se stessa. È Ragione che è senso e che crea essa stessa senso. Il racconto della creazione ci dice, dunque, che il mondo è un prodotto della Ragione creatrice. E con ciò esso ci dice che all’origine di tutte le cose non stava ciò che è senza ragione, senza libertà, bensì il principio di tutte le cose è la Ragione creatrice, è l’amore, è la libertà.
Qui ci troviamo di fronte all’alternativa ultima che è in gioco nella disputa tra fede ed incredulità: sono l’irrazionalità, l'assenza di libertà e il caso il principio di tutto, oppure sono ragione, libertà, amore il principio dell’essere? Il primato spetta all’irrazionalità o alla ragione? È questa la domanda di cui si tratta in ultima analisi. Come credenti rispondiamo con il racconto della creazione e con San Giovanni: all’origine sta la ragione. All’origine sta la libertà. Per questo è cosa buona essere una persona umana.
Non è così che nell’universo in espansione, alla fine, in un piccolo angolo qualsiasi del cosmo si formò per caso anche una qualche specie di essere vivente, capace di ragionare e di tentare di trovare nella creazione una ragione o di portarla in essa. Se l’uomo fosse soltanto un tale prodotto casuale dell’evoluzione in qualche posto al margine dell’universo, allora la sua vita sarebbe priva di senso o addirittura un disturbo della natura. Invece no: la Ragione è all’inizio, la Ragione creatrice, divina. E siccome è Ragione, essa ha creato anche la libertà; e siccome della libertà si può fare uso indebito, esiste anche ciò che è avverso alla creazione. Per questo si estende, per così dire, una spessa linea oscura attraverso la struttura dell’universo e attraverso la natura dell’uomo. Ma nonostante questa contraddizione, la creazione come tale rimane buona, la vita rimane buona, perché all’origine sta la Ragione buona, l’amore creatore di Dio. Per questo il mondo può essere salvato. Per questo possiamo e dobbiamo metterci dalla parte della ragione, della libertà e dell’amore – dalla parte di Dio che ci ama così tanto che Egli ha sofferto per noi, affinché dalla sua morte potesse sorgere una vita nuova, definitiva, risanata.


Caritas in veritate 8

(8) Un riassunto della Caritas in Veritate

(indice + sintesi)

 

Introduzione

Capitolo primo: il messaggio della Populorum progressio

Capitolo secondo: lo sviluppo umano nel nostro tempo

Capitolo terzo: fraternità, sviluppo economico e società civile

Capitolo quarto: sviluppo dei popoli, diritti e doveri, ambiente

Capitolo quinto: la collaborazione della famiglia umana

Capitolo sesto: lo sviluppo dei popoli e la tecnica

 

Conclusione

 

Lo sviluppo umano ha bisogno di Dio.

78. Dio è necessario all’uomo, e perciò è necessario allo sviluppo umano. Come diceva Paolo VI nella Populorum progressio, l’uomo non può gestire da solo il progresso perché non può fondare da solo un vero umanesimo. Lo sviluppo intiegrale è aiutato da un umanesimo cristiano, al servizio della carità e guidato dalla verità, mentre è ostacolato dalla ostilità ideologica a Dio e dall’ateismo indifferente. L’Amore di Dio  ci evita di diventare schiavi delle mode momentanee e ci sostiene nel laborioso impegno per la giustizia e lo sviluppo dei popoli, ci dà il coraggio di operare anche quando ciò che otteniamo è meno di ciò che desideriamo, perché Dio è la nostra maggiore speranza.

 

 

Lo sviluppo umano ha bisogno di cristiani che pregano. Auspicio finale della riunione della famiglia umana nella preghiera del Padre nostro. Citazione di San Paolo. Preghiera alla Vergine Maria.

79. Lo sviluppo ha pertanto bisogno di cristiani che pregano, consapevoli che l’amore nella verità non è un prodotto dell’uomo ma un dono ricevuto. Così si può rendere più degna la vita dell’uomo sulla terra, nella speranza che tutta la famiglia umana possa invocare Dio come Padre nostro.

Benedetto XVI conclude l’enciclica citando San Paolo (amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno) e invocando la protezione della Vergine Maria, Mater Ecclesiae, e la sua intercessione per ottenere la forza necessaria a realizzare quello sviluppo integrale di cui parlava la Populorum progressio, lo sviluppo di tutto l’uomo e di tutti gli uomini.

Con la tradizionale preghiera alla Madonna, con cui abitualmente si chiudono le encicliche, finisce la Caritas in veritate e finisce anche questo riassunto commentato, che spero possa essere di qualche utilità a qualche visitatore, e in ogni caso è servito a me.

Nella stessa speranza aggiungo qui di seguito un sintetico riassunto finale di ogni capitolo e, per aiutare il lettore a orientarsi nel testo dell’enciclica se volesse trovare velocemente un argomento in particolare, un “indice” dei paragrafi.

 

 

 

Introduzione

 

Nei paragrafi introduttivi Benedetto XVI illustra il concetto della carità nella verità, che è la via maestra della dottrina sociale della Chiesa,  e il rapporto irrinunciabile tra la carità e la verità. La carità della Chiesa non è un generico filantropismo umanitario perché nasce direttamente dalla Trinità, dall’amore tra le Persone di Dio, e si diffonde attraverso la Chiesa nella società contribuendo allo sviluppo del mondo. La dottrina sociale è proprio il modo corretto di diffondere quest’amore nella società e come tale ha sempre fatto parte della dottrina della Chiesa, anche se l’espressione “dottrina sociale” è relativamente recente.

 

1.     La carità nella verità come principale fonte di sviluppo.

2.     Veritas in caritate + caritas in veritate: concetti complementari.

3.     La carità senza verità è sentimentalismo.

4.     La carità senza verità è sostanzialmente irrilevante.

5.     La carità nasce dalla Trinità, è donata all’uomo e trasmessa al suo prossimo.

6.     Il criterio della giustizia. Carità > Giustizia.

7.     Il criterio del bene comune. La politica è un’altra forma di carità.

8.     L’importanza della Populorum Progressio.

9.     La dottrina sociale della Chiesa non ha soluzioni tecniche e non fa intromissioni politiche, ma serve la verità.

 

 

 

Capitolo primo: il messaggio della Populorum progressio

 

Nel primo capitolo Benedetto XVI tratta della Populorum progressio, l’importante enciclica sociale di Paolo VI sullo sviluppo umano, e ne attualizza l’insegnamento analizzando i problemi contemporanei che erano già sorti in quel momento storico. Il Papa lega inoltre questa enciclica agli altri insegnamenti di Paolo VI sullo sviluppo e approfondisce il concetto di sviluppo umano integrale, cioè uno sviluppo che riguarda l’intero ambito di ciò che è umano e l’intera totalità degli esseri umani.

 

10.  Leggere oggi la Populorum progressio: interpretazione alla luce della Tradizione.

11.  Legame della Populorum progressio con il Concilio Vaticano II. Carità non è mero assistenzialismo. Per uno sviluppo umano integrale serve una prospettiva eterna. Insufficienza delle istituzioni.

12.  Legame della Populorum progressio con la Tradizione preconciliare. Coerenza come fedeltà dinamica. Compito profetico dei Pontefici.

13.  Legame della Populorum progressio con il magistero complessivo di Paolo VI.

14.  La Octogesima adveniens. Utopie tecnocratiche VS utopie naturalistiche: entrambe separano il progresso dalla valutazione morale.

15.  L’Enciclica Humanae vitae e l’Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi.

16.  Lo sviluppo umano è vocazione.

17.  Lo sviluppo umano non è automatico perché non dipende solo dall’uomo. La libertà responsabile.

18.  Il vero sviluppo umano è integrale, cioè riguarda ogni ambito umano e ogni persona umana.

19.  Lo sviluppo umano presuppone la carità fraterna. La globalizzazione e la ragione da sole non bastano.

20.  Persistenza dell’urgenza delle riforme chieste dalla Populorum progressio.

 

 

 

Capitolo secondo: Lo sviluppo umano nel nostro tempo

 

Nel secondo capitolo Benedetto XVI analizza i problemi contemporanei dello sviluppo che all’epoca della Populorum progressio non si erano ancora manifestati. Il Papa tratta in particolare della globalizzazione e delle sue conseguenze politiche, economiche, culturali, religiose. Inoltre approfondisce ulteriormente il concetto di sviluppo umano, che non è un semplice incremento delle risorse.

 

21.  Nuovi problemi rispetto ai tempi di Paolo VI. Il profitto non è il fine ma un mezzo. Serve una nuova sintesi umanistica.

22.  Non c’è più una divisione netta tra paesi ricchi e poveri. Elenco di responsabilità economiche e culturali.

23.  Fine del comunismo e dei “blocchi contrapposti” à necessità di ripensare lo sviluppo.

24.  All’epoca di Paolo VI: poca globalizzazione, ambito economico = ambito politico, poteri pubblici forti. Oggi: globalizzazione avanzata, commercio e finanza internazionali, poteri pubblici deboli à sussidiarietà.

25.  Delocalizzazione produttiva, diminuzione delle reti di sicurezza sociale, mobilità lavorativa, disoccupazione.

26.  Interazione culturale: dialogo e perdità dell’identità, pericoli opposti  eclettismo VS appiattimento, separazione tra cultura e natura. L’uomo ridotto a cultura senza natura è facilmente manipolabile.

27.  La fame nel mondo e metodi per superarla. Lo sviluppo dei paesi poveri può aiutare i paesi ricchi a uscire dalla crisi.

28.  L’apertura alla vita. La mentalità antinatalista si trasmette dai paesi ricchi a quelli poveri e condiziona anche gli aiuti allo sviluppo. Questa mentalità a lungo andare è un ostacolo allo sviluppo integrale.

29.  La libertà religiosa ostacola lo sviluppo. Fanatismo religioso e ateismo pratico negano la libertà religiosa. Dio garantisce lo sviluppo autentico, mentre ridurre l’uomo a frutto del caso lo limita. Incremento sviluppo. Supersviluppo economico / sottosviluppo morale.

30.  Collaborazione interdisciplinare. Interazione tra intelligenza e carità.

31.  Dimensione interdisciplinare della dottrina sociale della Chiesa. Serve un allargamento della ragione.

32.  L’economia deve basarsi su una visione integrale dell’uomo: i costi umani sono costi economici. Breve periodo e lungo termine. Ripensare l’economia e il modello di sviluppo attuale.

33.  Interdipendenza planetaria, opportunità e rischio. Dilatare la ragione.

 

 

 

Capitolo terzo: Fraternità, sviluppo economico e società civile

 

Il terzo capitolo dell’enciclica è di argomento prevalentemente economico. Benedetto XVI tratta della visione cristiana del mercato e di come la giustizia può realizzarsi nella logica economica, del ruolo degli operatori economici e delle loro responsabilità.

 

34.   La gratuità e il dono. L’illusione di autosufficienza e la sottovalutazione del peccato originale sono pericolose. Legame tra la speranza cristiana e la carità nella verità.

35.  Il mercato non è solo giustizia commutativa, ma anche distributiva e sociale. I poveri come risorsa del mercato.

36.  Il mercato non è cattivo di per sé ma lo diventa se gestito male. Il mercato non è mai culturalmente neutro. Necessario spazio per la gratuità e il dono.

37.  La giustizia non può essere posticipata rispetto alla produzione della ricchezza ma deve essere subito rispettata. Presenza di soggetti economici a fine non lucrativo. La globalizzazione, le tre forme di giustizia e il dono.

38.  Richiamo alla Centesimus annus: sistema tripartito mercato + Stato + società civile. La gratuità risiede naturalmente nel terzo ambito, ma deve essere presente anche negli altri due.

39.  Richiamo alla Rerum novarum: il binomio mercato – Stato non è più sufficiente. Necessarie forme economiche solidali aperte alla gratuità.

40.  Gestione aziendale e responsabilità manageriale. Stake-holders e share-holders. Responsabilità dell’investimento finanziario e della delocalizzazione produttiva.

41.  Significato articolato dell’imprenditorialità. Significato articolato dell’autorità politica.

42.  La globalizzazione: serve un orientamento culturale attento alla persona e alla trascendenza. Rischio ed opportunità.

 

 

 

Capitolo quarto: Sviluppo dei popoli, diritti e doveri, ambiente

 

Il quarto capitolo dell’enciclica è di argomento “ecologico”, posto che con questo aggettivo Benedetto XVI si riferisce non solo alle problematiche relative al rispetto dell’ambiente, ma anche a quella che egli chiama ecologia umana e attiene al rispetto dell’uomo per sé stesso, ad esempio in ambito sessuale o economico. Queste due forme di ecologia sono strettamente collegate.

 

43.  I diritti, senza doveri e slegati da un fondamento oggettivo, si trasformano in arbitrio e ostacolano la solidarietà universale.

44.  Problema demografico e sessualità. L’apertura alla vita è una risorsa, la denatalità è un problema.

45.  L’etica nell’economia. Abuso della parola etica. La vera etica economica rispetta l’inviolabile dignità della persona umana e il valore delle norme morali naturali.

46.  Area intermedia tra imprese profit e non profit: esempi. Occorre una configurazione giuridica e fiscale particolare.

47.  Gli aiuti allo sviluppo nei Paesi poveri. Sussidiarietà. Per evitare disfunzioni della cooperazione internazionale serve trasparenza sui fondi e sul loro uso.

48.  L’ambiente. La natura non è frutto del caso o del determinismo. Due errori opposti: neopaganesimo / tecnica. La natura è una vocazione. Giustizia intergenerazionale.

49.  Risorse non rinnovabili e solidarietà. Riduzione del fabbisogno energetico, redistribuzione planetaria.

50.  Alleanza tra l’uomo e l’ambiente. Chi usa delle risorse comuni ambientali non può scaricarne il costo su altri.

51.  Ecologia ambientale ed ecologia umana. La natura non è una variabile indipendente. Antinomia della mentalità contemporanea, che chiede di rispettare l’ambiente mentre non rispetta l’essere umano.

52.  La verità e l’amore sono prodotti da Dio e accolti dall’uomo. Essi indicano la strada verso il vero sviluppo.

 

 

 

Capitolo quinto: La collaborazione della famiglia umana

 

Nel poderoso quinto capitolo dell’enciclica sono trattati vari argomenti attinenti alle relazioni tra gli esseri umani e ai modi in cui essi possono aiutarsi gli uni con gli altri. In particolar modo il Papa spiega il rapporto tra la persona e la comunità, il rapporto tra l’unica natura e le diverse culture, alcune problematiche educative ed economiche. Benedetto XVI auspica inoltre una riforma dell’ONU che renda davvero efficaci le norme internazionali a tutela dei più deboli.

 

53.  Povertà e solitudine. Vicinanza e comunione. La relazionalità come componente dell’essere umano. La persona sta alla comunità come un tutto sta a un altro tutto.

54.  Trinità e relazionalità umana.

55.  Anche le culture e religioni non cristiane contribuiscono allo sviluppo, ma bisogna distinguere. Esempi di atteggiamenti negativi.

56.  Laicismo e fondamentalismo minacciano la partecipazione di Dio alla sfera pubblica, e ostacolano la collaborazione per lo sviluppo tra ragione e fede religiosa.

57.  Collaborazione tra credenti e non credenti. Benefici del principio di sussidiarietà.

58.  Sussidiarietà e solidarietà. Gli aiuti internazionali e il commercio dei prodotti dei Paesi in via di sviluppo.

59.  Cooperazione allo sviluppo e dialogo. Superiorità tecnologica ≠ superiorità culturale. Pluralismo di culture e legge morale naturale.

60.  L’aiuto allo sviluppo dei PVS è creazione di valore. Eliminare gli sprechi interni. Sussidiarietà fiscale.

61.  Educazione della persona. Turismo internazione: momento educativo (conoscenza culturale) o diseducativo (edonismo, turismo sessuale).

62.  Migrazioni e problematiche connesse. Necessaria collaborazione tra i Paesi di partenza e arrivo. Utilità economica e diritti umani dei lavoratori stranieri.

63.  Nesso tra povertà e disoccupazione. Significati di decenza del lavoro.

64.  Il ruolo dei sindacati. Problemi contemporanei. Distinzione tra sindacati e politica.

65.  Responsabilità del risparmiatore. Microfinanza, microcredito, difesa dall’usura.

66.  Responsabilità del consumatore.

67.  Riforma dell’ONU. Auspicio di una Autorità politica mondiale e di un grado superiore di ordinamento internazionale.

 

 

 

Capitolo sesto: Lo sviluppo dei popoli e la tecnica

 

Il sesto capitolo dell’enciclica è incentrato sul tema della tecnica e sui rischi della mentalità tecnicistica, che cioè crede di poter risolvere tutti i problemi dell’uomo attraverso la tecnica fino a poter ricreare l’uomo stesso.

 

68.  Libertà e dono, “io” costruito e “sé” ricevuto. Degenerazioni dello sviluppo dei popoli.

69.  Lato positivo della tecnica: realizza la vocazione allo sviluppo e il mandato biblico del lavoro.

70.  Ambiguità della tecnica, che può diventare la nuova ideologia. “Come fare” e “perché fare”. Libertà e responsabilità morale.

71.  Tecnicizzazione dello sviluppo.

72.  Tecnicizzazione della pace.

73.  Tecnicizzazione della comunicazione: apparente neutralità e sostanziale subordinazione a poteri economici e ideologici. Necessario un fondamento antropologico per i mass media.

74.  Bioetica: razionalità aperta alla trascendenza VS razionalità chiusa nell’immanenza. Necessario binomio di ragione e fede.

75.  La questione sociale è diventata questione antropologica. La lotta contro povertà e contro la cultura della morte è un tutt’uno.

76.  Riduzionismo psicologico e neurologico. Unità di anima e corpo. Sofferenza spirituale nelle società opulente.

77.  Lo sviluppo umano integrale ha bisogno di una dimensione spirituale.

 

 

 

Conclusione

 

Benedetto XVI conclude la sua enciclica sociale ribadendo l’importanza per lo sviluppo umano della presenza di Dio e invocando l’aiuto della Madonna.

 

78.  Lo sviluppo umano ha bisogno di Dio.

79.  Lo sviluppo umano ha bisogno di cristiani che pregano. Auspicio finale della riunione della famiglia umana nella preghiera del Padre nostro. Citazione di San Paolo. Preghiera alla Vergine Maria.


Caritas in veritate 7

(7) Un riassunto della Caritas in Veritate

 

Introduzione

Capitolo primo: il messaggio della Populorum progressio

Capitolo secondo: lo sviluppo umano nel nostro tempo

Capitolo terzo: fraternità, sviluppo economico e società civile

Capitolo quarto: sviluppo dei popoli, diritti e doveri, ambiente

Capitolo quinto: la collaborazione della famiglia umana

 

Capitolo sesto: Lo sviluppo dei popoli e la tecnica

 

 

Libertà e dono, “io” costruito e “sé” ricevuto. Degenerazioni dello sviluppo dei popoli.

68. La persona umana è dinamica, costantemente spinta verso lo sviluppo. Questo sviluppo non è meccanicamente predeterminato, perché noi siamo liberi, ma non è neanche completamente affidato alla nostra volontà, perché la nostra libertà non è assoluta ma è determinata dal nostro essere originario e dai nostri limiti. Noi non ci siamo autogenerati, ma siamo un dono ricevuto da noi stessi: ognuno costruisce il proprio “io” sulla base di un “sé” che ha ricevuto.

Se la persona s’illude di essere l’unica produttrice di sé stessa, il suo sviluppo ne soffre. Analogamente lo sviluppo dei popoli degenera se l’umanità crede di potersi ricreare grazie alla tecnologia, così come lo sviluppo economico si deteriora se fa affidamento su artifizi finanziari per inseguire una crescita innaturale. A fronte di questi pericoli bisogna sostenere una libertà non arbitraria, che riconosca il bene e sia orientata verso di esso.

Con questo che è l’ultimo capitolo dell’Enciclica, Benedetto XVI fa un discorso organico su un argomento emerso più volte nella Caritas in veritate: l’ambivalenza della tecnica, la pericolosa illusione di onnipotenza di chi si affida ad essa per ricreare completamente il mondo e l’umanità.

 

Una riflessione particolare. Io non ho alcuna competenza personale in tema di body building (come chiunque può evincere dell’esiguità del mio tono muscolare!), ma ne ho conosciuto alcuni appassionati che mi hanno descritto in toni addirittura entusiastici lo sforzo che fa il culturista per potenziare il proprio fisico, nonché il pericolo che corre se insegue il miraggio di uno sviluppo abnorme senza tenere in considerazione il limite oggettivo della propria struttura fisica per come è e non per come la desidera. Pare che negli ospedali sia pieno così di aspiranti forzuti che hanno esagerato, non hanno rispettato il programma che gli aveva dato l’allenatore e hanno pensato di bruciare le tappe illudendosi di poter diventare He-Man con poco tempo e non troppa fatica, finché una lesione o peggio distrugge il miraggio e li riporta bruscamente alla realtà. Per non parlare di tutto il marcio che gira intorno al mondo del doping, i cui catastrofici effetti spesso si rivelano davvero a distanza di anni.

Tenendo presente tutto questo, trovo particolarmente suggestiva e illuminante questa distinzione che fa il Papa tra “io” e “”, tra il nostro essere che costruiamo dinamicamente giorno per giorno e l’originario stato di partenza che abbiamo ricevuto e che non possiamo rinnegare. Mi sembra che Benedetto XVI stia proprio mettendo in guardia da una sorta di doping spirituale, tecnologico, economico, umano: l’ebbrezza di una libertà assoluta svincolata da ogni limite, l’illusione di potersi ricreare completamente, uno sviluppo impazzito e degenerato che si maschera da progresso ma che in realtà porta verso la distruzione.

 

 

Lato positivo della tecnica: realizza la vocazione allo sviluppo e il mandato biblico del lavoro.

69. Il progresso tecnologico è legato alla libertà dell’uomo. La tecnica diminuisce le difficoltà materiali per l’uomo, e dunque può anche permettergli di dedicarsi con maggiore dedizione al suo lato spirituale. Come nel lavoro, anche nella tecnica l’uomo può realizzare la propria vocazione allo sviluppo e la propria umanità. Perciò la tecnica va vista alla luce del mandato biblico “custodite e coltivate la terra” dato da Dio all’uomo, nel quale si consacra il lavoro umano e il rispetto dell’ambiente.

 

 

Ambiguità della tecnica, che può diventare la nuova ideologia. “Come fare” e “perché fare”. Libertà e responsabilità morale.

70. Ma la tecnica ha anche un volto ambiguo. Quando all’uomo interessa solo il “come fare” e non anche il “perché fare”, quando si illude che la tecnologia sia autosufficiente e possa dare da sola la felicità grazie ad una libertà illimitata, allora l’uomo è in pericolo. Dopo la caduta delle ideologie politiche, la tecnica può diventare una nuova ideologia: essa rinchiude l’essere umano in un mondo sostanzialmente privo di verità, perché fa coincidere il vero con il fattibile e l’utile.

Questo nega il vero sviluppo, il quale non risiede innanzitutto nel “fare” ma nell’intelligenza che governa il fare e gli dà senso. La tecnica amplia le possibilità operative e la libertà dell’uomo, ma non è svincolata dalla sua responsabilità morale.

 

 

Tecnicizzazione dello sviluppo.

 71. Un esempio di distorsione della tecnica è dato dal fatto che sempre più spesso lo sviluppo dei popoli è visto in modo tecnicistico: è cioè considerato come un problema che si può risolvere con l’ingegneria finanziaria e gli investimenti e le riforme e così via. Insomma ci si limita al fatto tecnico, come se il sottosviluppo fosse una macchina che si può aggiustare con uno sforzo impersonale e senza bisogno di buona volontà. Eppure è sotto gli occhi di tutti questo non funziona, perché per lo sviluppo non bastano le misure politico-economiche ma c’è innanzitutto bisogno di uomini giusti e sensibili all’appello del bene comune.

 

 

Tecnicizzazione della pace.

72. Analogamente, anche la pace tra i popoli rischia di essere vista solo come un problema tecnico, che necessita soltanto di rapporti diplomatici ed economici e progetti condivisi e così via. Tutte queste cose sono davvero necessarie, ma non sono sufficienti, perché per essere efficaci devono appoggiarsi su valori concreti e radicati nella verità.

 

 

Tecnicizzazione della comunicazione: apparente neutralità e sostanziale subordinazione a poteri economici e ideologici. Necessario un fondamento antropologico per i mass media.

73. Bisogna poi considerare la questione dei mass media, che grazie alle nuove tecnologie hanno raggiunto una pervasività altissima. Chi ne sostiene l’intrinseca neutralità e l’autonomia rispetto alla morale, considerando solo l’aspetto tecnico della comunicazione, in realtà ne favorisce la subordinazione a certi poteri economici e certi progetti ideologici di imposizione culturale. In realtà i mass media, per la loro estrema importanza nell’influenzare la gente e determinare il modo di percepire la stessa realtà, devono essere oggetto di attenta riflessione e devono trovare il proprio senso in un ben preciso fondamento antropologico. I mezzi di comunicazione di massa permettono l’interconnessione globale e la circolazione delle idee, ma ciò non favorisce di per sé la libertà e la democrazia e  lo sviluppo: a questo scopo è necessario che i mass media siano orientati al servizio delle persone, della carità e della verità.

Questo paragrafo riprende un concetto già espresso ai nn. 19 e 53, ovvero che la “vicinanza” propria della globalizzazione e dei mezzi di comunicazione di massa non si traduce automaticamente in “fratellanza”. Allo stesso modo la diffusione delle idee non garantisce automaticamente la conoscenza e la libertà, anzi è fin troppo facile che essa sia usata nel senso opposto. I regimi totalitari del ‘900 hanno ben saputo utilizzare per i propri fini la radio e il cinematografo, così come le ideologie antiumani di oggi fondano la propria forza anche sulla disinformazione tramite la televisione ed internet.

Si tratta insomma di un discorso estremamente importante ed attuale, come insegna anche la recente vicenda del caso Boffo. Molto facilmente la comunicazione di massa può essere usata per trasmettere la falsità invece della verità. Comunicare non è solo un fatto tecnico: i mass media non sono mai neutrali rispetto alla visione del mondo che trasmettono, anzi spesso si rivendica una falsa neutralità ed autonomia soltanto per meglio perseguire un progetto di disinformazione e manipolazione.

 

Questo porta anche al difficile e spinoso problema del controllo sui mass media, della sua opportunità e ragion d’essere, delle sue forme e dei suoi limiti. Esprimo qui una riflessione personale: pensare di poter rimediare agli abusi e alle storture dei mass media con un controllo pervasivo e preventivo, con la censura, è sbagliato per almeno tre motivi.

1) Anzitutto per una questione morale, e cioè perché cercando di impedire l’uso errato della libertà si va a finire quasi sicuramente per coartare la libertà stessa. Il Concilio Vaticano II ha espresso molto bene questo concetto, ma esso è respinto da una certa visione del cattolicesimo che si identifica con un ultra-tradizionalismo molto critico verso ogni forma di liberalismo, e che anzi a mio parere non riesce neppure a distinguere tra diversi tipi di liberalismo, e pertanto ritiene che un liberalismo cattolico non possa essere altro che una versione camuffata del liberalismo anticattolico. Ma in realtà questo “liberalismo cattolico”, o in qualunque modo lo si voglia chiamare, ha ben poco da spartire con la tipica mentalità liberal intrisa di relativismo. Quest’ultima basa la libertà di parola sull’equivalenza tra verità e falsità, sull’astratta tolleranza verso ogni idea qualunque purchessia (una tolleranza spesso ipocrita e selettiva, è da aggiungere); invece il Concilio Vaticano II lega la libertà di parola alla persona, non all’idea. Non sono le idee sbagliate ad aver diritto di essere diffuse, ma sono le persone che hanno la libertà di diffondere idee sbagliate perché hanno un libero arbitrio che non si può sopprimere senza provocare un danno maggiore. Naturalmente questo uso distorto della libertà è sbagliato, e da esso ci si deve difendere, ma senza che questa difesa sfoci nella negazione della libertà stessa.

(per chi fosse interessato ad approfondire l’argomento, ho trovato questo concetto spiegato egregiamente nel libro “Confini”, un dialogo tra il cardinale Camillo Ruini e lo storico Ernesto Galli Della Loggia, di cui consiglio vivamente la lettura)

2) In secondo luogo è irrealizzabile, perché la storia insegna che bloccare la circolazione delle idee è fattibile soltanto nel breve periodo, mentre nel medio e lungo termine è impossibile. E se questo è stato vero per i periodi storici in cui la conservazione e divulgazione del sapere si affidava soltanto alla trasmissione orale e ai manoscritti, è esponenzialmente più vero per il presente momento storico pervaso dalla comunicazione globale immediata. I pastori hanno il dovere di proteggere il gregge dai lupi, ma non si può riuscire a tenere il gregge in un recinto che sia una campana di vetro.

3) In terzo luogo la censura è controproducente, per vari motivi: per il perverso fenomeno del “frutto proibito” per cui ciò che è vietato diventa più attraente; perché chi viene censurato può spacciarsi per martire, e atteggiarsi a tale anche quando l’idea censurata era completamente sbagliata, ed anzi un’idea completamente infondata può ammantarsi di verità ed essere percepita come vera proprio in quanto è stata inizialmente censurata; e perché affidare a un’istituzione ecclesiastica un potere così grande, decidere a priori cosa deve o non deve essere obbligatoriamente conosciuto dalla totalità delle persone, rischia di corromperla, posto che la grazia di stato non implica che gli ecclesiastici siano automaticamente immuni dai difetti e dalle tentazioni del potere.

 

 

Bioetica: razionalità aperta alla trascendenza VS razionalità chiusa nell’immanenza. Necessario binomio di ragione e fede.

74. Il conflitto tra le due prospettive sulla tecnica, quella assolutista e quella legata alla responsabilità morale dell’uomo, si vede soprattutto nel campo della bioetica. Qui emerge in tutta la sua drammaticità l’illusione dell’uomo di produrre sé stesso dimenticando di dipendere da Dio. Bisogna allora scegliere tra una razionalità aperta alla trascendenza e una razionalità chiusa nell’immanenza; quest’ultima forma di ragione però in ultima analisi dimostra di essere irrazionale poiché rifiuta ogni senso intrinseco dell’esistenza e ogni valore, e poiché non riesce a spiegare come possa essere sorto l’essere dal nulla e come sia nata l’intelligenza dal caso. Qui si vede come la fede e la ragione hanno ciascuna bisogno dell’altra, perché la ragione che è senza fede e centrata solo sul puro “come fare” tecnico alla fine si perde nell’illusione di onnipotenza, mentre una fede senza ragione estrania la gente dalla vita concreta.

 

 

La questione sociale è diventata questione antropologica. La lotta contro povertà e contro la cultura della morte è un tutt’uno.

75. Oggigiorno la questione sociale è diventata una questione antropologica: la lotta alla povertà non può essere separata dalla difesa della vita. La manipolazione dell’uomo con le biotecnologie, la diffusione dell’aborto, la pianificazione eugenetica delle nascite, l’eutanasia per le vite considerate indegne di essere vissute, tutte queste manifestazioni della “cultura della morte” sono negazioni della dignità umana che incidono negativamente sullo sviluppo. Mentre il mondo povero soffre nel degrado e nella miseria, spesso il mondo ricco è indifferente e privo di compassione, e con stupefacente selettività si scandalizza di cose marginali e tollera ingiustizie inaudite.

 

 

Riduzionismo psicologico e neurologico. Unità di anima e corpo. Sofferenza spirituale nelle società opulente.

76. L’assolutismo della tecnica tende a ricondurre tutti i problemi non materiali a una questione psicologica, fino al riduzionismo neurologico. Così viene svilita la complessità dell’animo umano, si riduce l’io alla psiche e si confonde la salute dell’anima con il benessere emotivo. Ma lo sviluppo integrale non può ignorare la crescita spirituale oltre che materiale, perché la persona umana è unità di anima e corpo. Nonostante la ricchezza le società opulente sono colme di alienazioni sociali e nevrosi, di suicidi e schiavitù della droga, anche perché gli uomini sono allontanati da Dio. 

La persona umana è una unità di anima e corpo, un “sinolo” se vogliamo usare la terminologia aristotelica: non una unità monolitica e indifferenziata, e neppure un dualismo di elementi separabili e di per sé unitari, ma piuttosto un “uno-da-due” ovvero un insieme unico che nasce dalla congiunzione di due sostanze intrinsecamente legate che si appartengono l’un l’altra. In un certo senso il cristianesimo non è una religione spirituale, ma è profondamente materialista: il corpo non è la prigione dell’anima, anzi  è importante proprio quanto l’anima. Vale anche qui quel principio di et-et di cui parlavo commentando il paragrafo 59: come in passato si tendeva a svilire il corpo e considerare importante solo ciò che è spirituale e disincarnato, così oggi si eccede nel verso opposto e si disprezza tutto ciò che è spirituale inseguendo la brama di piacere materiale e animalesco. Il cristiano deve evitare entrambi gli errori.

 

 

Lo sviluppo umano integrale ha bisogno di una dimensione spirituale.

77. L’assolutismo della tecnica è incapace di capire tutto ciò che non si spiega con la semplice materia. Eppure tutti noi sperimentiamo aspetti immateriali e spirituali nella nostra vita, perché il conoscere implica sempre andare oltre il dato empirico e sperimentare un plusvalore che è un dono ricevuto. Lo sviluppo dell’uomo e dei popoli necessita di una dimensione spirituale che le dia un “oltre” che la sola tecnica, la sola visione materialistica del mondo, non può dare. Solo così è possibile perseguire uno sviluppo umano integrale, orientato dal criterio della carità nella verità.

Con questo paragrafo, che richiama alla fine il titolo dell’Enciclica, si conclude l’ultimo capitolo della Caritas in veritate. Ora restano soltanto i due paragrafi finali della conclusione.

(e se sapevo che era ‘sta faticaccia, forse non m’imbarcavo nell’impresa….)