Memento

IL SOLIPSISMO SECONDO WITTGENSTEIN
E IL REALISMO SECONDO MEMENTO


La lettura del libro di/su David Foster Wallace (Fate, Time and Language – an essay oh Free Will) sta andando molto a rilento, sia perché usa un inglese filosoficamente hardcore che mette a dura prova il mio upper intermediate, sia perché offre spunti di riflessione talmente interessanti che ogni poche pagine devo fermarmi per ruminare quanto assorbito. Già solo nell’introduzione di James Ryerson ho trovato materiale per almeno due post, di cui uno è questo.
L’introduzione (se v’interessa la trovate qui) comincia riassumendo il contenuto del libro, poi abbozza una biografia di DFW da giovane, poi parla del suo primo libro La scopa del sistema, poi parla di un argomento ivi emergente ovvero Ludwig Wittgenstein e il solipsismo. E a tal proposito:

For Wallace, the most disquieting feature of the Tractatus was its treatment of solipsism. Toward the end of the book, Wittgenstein concludes, “The limits of my language mean the limits of my world.” This is a natural corollary of the picture theory of meaning: Given that there is a strict one-to-one mapping between states of affairs in the world and the structure of sentences, what I cannot speak of (that is, what I cannot meaningfully speak of) is not a fact of my world. But where am “I” situated in this world? By “I,” I don’t mean the physical person whom I can make factual reports about. I mean the metaphysical subject, the Cartesian “I,” the knowing consciousness that stands in opposition with the external world. “Where in the world,” Wittgenstein writes, “is a metaphysical subject to be found?”
On the one hand, the answer is nowhere. Wittgenstein can’t make any sense of the philosophical self—any talk of it is, strictly speaking, nonsense. On the other hand, Wittgenstein can get some purchase on this question. He draws an analogy between the “I” (and the external world) and the eye (and the visual field): Though I cannot see my own eye in my visual field, the very existence of the visual field is nothing other than the working of my eye; likewise, though the philosophical self cannot be located in the world, the very experience of the world is nothing other than what it is to be an “I”. Nothing can be said about the self in Wittgenstein’s philosophy, but the self is made manifest insofar as “the world is my world”—or, as Wittgenstein more strikingly phrases it, “I am my world.” This, he declares, is “how much truth there is in solipsism.”

Ovvero (mia traduzione alla meno peggio; ho messo in rosso alcuni punti dove gradirei suggerimenti / correzioni):

Per Wallace, la caratteristica più inquietante del Tractatus era il suo trattamento del solipsismo. Verso la fine del libro, Wittgenstein conclude “I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo”. Questo è un naturale corollario della teoria raffigurativa del linguaggio: dato un rigoroso rapporto uno-a-uno tra le circostanze del mondo e la struttura delle frasi, ciò di cui non posso parlare (ovvero, ciò di cui non posso significativamente parlare) non è un fatto del mio mondo. Ma dov’è che “io” sono situato nel mondo? Per “io”, non intendo la persona fisica di cui posso concretamente parlare. Intendo il soggetto metafisico, l’Io cartesiano, la coscienza conoscente che sta in opposizione al mondo esterno. “Dov’è nel mondo”, scrive Wittgenstein, “che può essere trovato un soggetto metafisico?”
Da un lato, la risposta è da nessuna parte. Per Wittgenstein un sé filosofico non ha alcun senso; ogni discorso su di esso è , strettamente parlando, insensato. D’altra parte, Wittgenstein può trovare qualche appiglio su questo interrogativo, tracciando un’analogia tra la relazione “io” / mondo esterno e la relazione occhio / campo visivo: sebbene io non possa vedere il mio proprio occhio nel mio campo visivo, l’esistenza stessa del campo visivo non è altro che il prodotto del mio occhio; allo stesso modo, sebbene il sé filosofico non possa essere localizzato nel mondo, l’esperienza stessa del mondo non è altro che ciò che significa essere un “io”. Niente può essere detto circa il sé nella filosofia di Wittgenstein, eppure il sé si manifesta in quanto “il mondo è il mio mondo”, ovvero, come si esprime più marcatamente Wittgenstein, “io sono il mio mondo”. Questo, a suo dire, è “quanto c’è di vero nel solipsismo”.

Ah, il solipsismo.
Ora, devo confessare che io Wittgenstein non me lo ricordo granché bene, però a me non pare che fosse precisamente un solipsista – infatti se ci fate caso sopra non si dice l’esistenza ma l’esperienza del mondo, e le due cose coincidono solo per un solipsista – casomai da tutta l’introduzione evinco semmai l’impressione che sia James Ryerson a essere proprio lui solipsista, ma potrei sbagliare, comunque: il solipsismo.
Puah.
Se seguite questo blog, forse vi siete accorti che io tengo in forte disistima il solipsismo e in genere tutte le forme di idealismo. Buttiamo giù un po’ di nozionismo filosofico for dummies e diciamo rozzamente che ci sono grossomodo due tipi di ontologie (= “che cos’è l’essere? parliamone!”), il realismo e l’idealismo. Mentre per il realismo la realtà oggettiva è indipendente dal pensiero con cui il soggetto conoscente se la immagina / ricostruisce / rappresenta nella propria testa, per l’idealismo la realtà in un certo qual modo dipende dall’idea pensata dall’Io che la rappresenta / la traduce / la crea.
Sennonché, chi diamine è quest’Io? Sono io, sei tu, siamo tutti quanti? Fondamentalmente l’idealismo può essere individuale o collettivo. Il solipsismo è la forma estrema dell’idealismo individuale: ogni individuo, tutto da solo (= solus ipse), crea la realtà che lo circonda, perciò ci sono tante realtà quanti sono gli individui (perciò facilmente il solipsismo coincide con la versione diffusa del relativismo). L’estremo opposto è la filosofia hegeliana, ovvero la realtà è unica ma non perché sia oggettiva, bensì perché è il prodotto di un Io Assoluto rispetto al quale il nostro piccolo io individuale è soltanto una cellula (si ricorda che Hegel è la radice dei vari nazifasciocomunismi, perché la traduzione politica dell’Io Assoluto è precisamente lo Stato totalitario).
Bene, detto questo, professo la mia fede ontologica: io sono un realista. Le cose sono come sono e non come le percepiamo: l’esistenza del mondo non si riduce alla nostra esperienza di esso. Un gatto in una scatola è vivo o è morto, anche se nessuno apre la scatola per controllare. In sostanza, anche se l’analogia io / mondo esterno = occhio / campo visivo è affascinante, il fatto è che il mondo continua a esistere anche quando chiudo gli occhi.

§§§

Ed ecco che, dopo aver scritto l’ultima frase, mi sono ricordato di Memento.
Per chi se lo fosse perso, Memento ( = “ricordati” in latino) è il film che nel 2000 ha reso noto il regista Christopher Nolan. Come anche altri film di Nolan (principalmente Inception, ma da una particolare angolatura anche The Prestige), è basato sulla relazione-opposizione tra la realtà e la percezione, in questo caso quella particolare forma di percezione del passato che è la memoria. Memento, anche se la cosa può passare inosservata di fronte agli altri suoi numerosi meriti, è un film filosofico.
Di più: Memento è un film ontologicamente realista.
Evitando spoiler indesiderati sulla “fine” perché sarebbero un atto abominevole, diciamo solo che tutto si basa sulla contrapposizione tra la complessità labirintica del mondo esterno e la difettosità della ricostruzione soggettiva che ne fa il protagonista, Leonard, il quale perde la memoria a breve termine quando un paio di balordi fanno irruzione notturna in casa sua; Leonard ne uccide uno ma l’altro lo stordisce danneggiandogli il cervello, uccide sua moglie e poi scompare. Tutto ciò che gli succede dopo l’incidente è come scritto sulla sabbia nella sua memoria, che cancella ogni esperienza pochi minuti dopo averla vissuta (questa sindrome pare esista sul serio: ne parla Oliver Sacks in L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello). Ciononostante Leonard insegue il suo desiderio di vendetta e dà la caccia con scopi omicidi all’assassino, l’inafferrabile “John G”, e per superare il suo handicap usa se stesso come post-it vivente tatuandosi sul corpo gli indizi che man mano raccoglie e conservando fotografie commentate di cose e persone, aiutato e/o intralciato nella sua ricerca da estranei, come l’enigmatico Teddy, che agiscono per i più vari motivi.
La particolarità che ha reso famoso il film è di essere girato al contrario, ovvero comincia dalla fine e termina con l’inizio. Più precisamente: se etichettiamo gli eventi della storia in ordine cronologico da A fino a Z, c’è una linea temporale girata a colori che parte da Z e arriva ad M e c’è una linea temporale girata in b/n che parte da A e arriva ad L, e le due linee si alternano sicché il film segue l’ordine

Z A V B U C T D S E R F Q G P H O I N L M

Non vi preoccupate se vi gira la testa, è normale, se poi lo vedete si capisce meglio. La parte in b/n è una serie di brevi flashback dove Leonard parla al telefono e spiega la sua condizione; la parte a colori è la sua “indagine”, la cui struttura a blocchi regressivi mette noi spettatori nella stessa condizione del protagonista, perché ci troviamo scaraventati nel flusso degli eventi senza conoscerne le cause: il che è molto comico, come nella scena della doccia “non mi sento ubriaco…”, oppure è molto drammatico, come quando all’inizio del film – “Z”, cronologicamente la fine – Leonard uccide Teddy, convinto che sia lui John G. Se abbia ragione o no, per capirlo bisognerà arrivare alla conclusione del film – “M” – dopo averlo visto andare avanti tra innumerevoli peripezie seguendo “ordine e metodo” che gli permettono di sopperire alle sue deficienze gnoseologiche.
Bene, perché dico che Memento è un film ontologicamente realista? Innanzitutto perché è lo stesso protagonista a prendere questa posizione. Posto di fronte ai limiti della sua coscienza conoscente, realizza quanto è assurdo porre il proprio Io come pietra angolare del mondo in cui vive. La percezione non è tutto, la memoria non è totalmente affidabile per nessuno: “i ricordi possono essere distorti, sono una nostra interpretazione, non sono la realtà, sono irrilevanti rispetto ai fatti”. A chi gli chiede che senso ha prendere l’assassino di sua moglie, perché “anche se ci riesci, poi non te lo ricorderai, non saprai mai che è successo”,  Leonard replica “mia moglie merita vendetta, che io lo sappia o no è indifferente. Il fatto che io ricordi o meno le cose non toglie nulla al senso delle mie azioni: il mondo continua ad esserci anche se chiudo gli occhi”, e ribadisce la sua ontologia realista nel monologo finale, quando lanciato a gran velocità al volante della sua macchina chiude gli occhi (!) e, mentre immagina un paradisiaco lieto fine in cui ha vendicato sua moglie (“I’VE DONE IT” scritto sul cuore) e lei è con lui, pensa:

Devo credere in un mondo fuori dalla mia mente. Devo convincermi che le mie azioni hanno ancora un senso, anche se non riesco a ricordarle. Devo convincermi che quando chiudo gli occhi, il mondo continua ad esserci. Allora, sono convinto o no che il mondo continua ad esserci? C’è ancora? (riapre gli occhi alla realtà) Sì. Tutti abbiamo bisogno di ricordi che ci rammentino chi siamo. Io non sono diverso. (dimentica quello che gli è successo poco fa) Allora, a che punto ero?

Ma naturalmente la filosofia di vita del protagonista, in generale e particolarmente in questo caso, non può essere automaticamente identificata con la filosofia di fondo del film. Memento è realista non solo e neanche tanto perché Leonard è realista, ma perché la storia mostra la contrapposizione tra l’Io del protagonista e quello che è il grande rimosso del solipsismo: l’Altro, anzi gli altri. Perché la verità è che Leonard, nonostante il suo sistema di ordine e metodo, è terribilmente indifeso di fronte alle complessità della vita e praticamente chiunque si può approfittare di lui. Il gestore del motel dove alloggia gli fa pagare due stanze, la misteriosa Natalie “chiede” il suo aiuto per liberarsi di uno scomodo creditore, e c’è di peggio: a un certo punto Leonard ha dei sospetti ed esclama “c’è qualche stronzo che vuole farmi uccidere la persona sbagliata!”, ma naturalmente se ne dimentica. E poi c’è Teddy, il misterioso comprimario che conosce molto bene Leonard (ma come?) e lo aiuta a tirarsi fuori da un paio di guai (ma perché?), e in cambio ha ricevuto / riceverà in “Z” una pallottola in testa in quanto identificato come John G (è vero?). Il rapporto tra Leonard e Teddy è chiarito soltanto alla fine del film ovvero all’inizio dell’indagine, in “M”, in un confronto che non è esagerato definire epistemologico (segue spoiler-spiegazione, evidenziate se volete leggere a vostro rischio e pericolo): §→ Teddy, ovvero John Edward Gammell, è il poliziotto che si era occupato dell’irruzione in casa di Leonard. Da quello che dice Teddy emergono diverse ipotetiche verità dei fatti:

•    che Leonard ha già trovato e ucciso il vero John G ma non se lo ricorda;

•    che non c’è nessun John G perché quella notte c’era solo un balordo, quello che aveva già ucciso sua moglie prima di essere ucciso da Leonard che poi ha battuto la testa scivolando in bagno;

•    che sua moglie in realtà era sopravvissuta all’aggressione ed è lui stesso ad averla uccisa per sbaglio, con una serie di ripetute iniezioni di insulina, e poi ha trasferito il ricordo troppo doloroso nella storia immaginaria di “Sammy Jankis” (un precedente caso di perdita di memoria a breve che Leonard racconta nei flashback in b/n), mentre ha alienato il senso di colpa sull’irreale John G a cui dare la caccia.

Tutte queste ipotesi sono possibili e nessuna è certa, fatto sta che da allora Teddy sfrutta Leonard mettendolo su una pista dopo l’altra onde fargli uccidere gente per i propri fini personali. Infatti in “L”, l’ultimo pezzo in b/n, vediamo Leonard strangolare Jimmy Grantz, il fidanzato di Natalie e l’ultimo dei John G designati (uno dei tatuaggi dice che il nome John poteva anche essere James), mandatogli da Teddy che compare a omicidio compiuto per rubare i soldi del morto. Ma Leonard ha capito da un particolare che Jimmy non è il “vero” John G e affronta Teddy, il quale gli dice cose contraddittorie da cui si ricavano le ipotesi qui sopra e soprattutto gli propone una visione decisamente relativista della vita: quando Leonard dice che Jimmy “non era l’uomo giusto”, l’altro risponde “lo era per te… tu non vuoi sapere la verità, tu crei la tua verità… tu vivi in un sogno”. Teddy non nasconde di ricavare un utile dalla caccia ai John G, ma al tempo stesso afferma di farlo per il bene di Leonard, perché fabbricandogli queste verità fittizie gli dà uno scopo di vita. Da spettatori possiamo pensare che ci sia un po’ di sincerità almeno in questa pretesa di buona fede… oppure possiamo pensare che in sostanza Teddy sta incoraggiando in Leonard una visione solipsista perché sa che questo è il miglior modo per sfruttarlo, perché tanto più intensamente crediamo che il nostro io sia il centro del nostro mondo, quanto più facilmente possiamo diventare burattini mossi da qualcun altro.

La nemesi per Teddy è che lui stesso è anagraficamente un altro John G; Leonard, per porre fine a questa catena di cacce all’uomo in cui il suo manipolatore lo ha intrappolato, gli rivolge contro il suo stesso meccanismo relativistico di creazione della verità. Sapendo che dimenticherà inevitabilmente l’epifania che ha appena avuto, segna come indizio da tatuarsi il numero di targa di Teddy, prevedendo che prima o poi “scoprirà” che John Edward Gammell è John G e lo ucciderà, come infatti è accaduto / accadrà in “Z”. ←§ Dopodiché si lancia nella corsa al volante a occhi chiusi e fa il monologo già descritto sopra, e dimentica l’esperienza precedente, e il film finisce.

Ed ecco allora perché l’assioma di (Ryerson che spiega) Wittgenstein per cui «l’esperienza stessa del mondo non è altro che ciò che significa essere un “io”» è falso: non è solo e neanche tanto l’esistenza del mondo ad essere indipendente dal nostro io (questo richiederebbe in un certo senso un atto di fede: Christopher Nolan ha affrontato anche questo problema ontologico in Inception – prima o poi ci farò un post…); è che proprio l’esperienza del mondo, il nostro continuo accumulare percezioni e ricordi di ciò che ci accade, non può essere ridotta al nostro io perché dipende sempre in qualche modo anche (e forse soprattutto) dagli altri. Può essere un bene o un male, ma così è. Gli altri sono a volte un paradiso e a volte un inferno, ma inevitabilmente sono, ci sono: agiscono, ci aiutano, ci intralciano, ci amano, ci odiano, ci salvano, ci uccidono, e tante altre cose.
Io non sono il mio mondo, io non potrò mai essere il mio mondo, perché nel mondo e anche nel “mio” mondo (la piccola parte di mondo che vivo) ci sono anche gli altri io. Oltre il mio ego ci sono gli altri, anche se questo non a tutti fa piacere. Il solipsismo è fondamentalmente un’auto-gratificazione per egocentrici: nessuno è il proprio mondo, tutti siamo un po’ il mondo di qualcun altro e viceversa.
Nessun uomo è un’isola, nessun io è un mondo a sè.

Ricordatevelo.

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33 responses to “Memento

  • Giuseppe

    Il solipsismo è la forma estrema dell’idealismo individuale: ogni individuo, tutto da solo (= solus ipse), crea la realtà che lo circonda, perciò ci sono tante realtà quanti sono gli individui (perciò facilmente il solipsismo coincide con la versione diffusa del relativismo).

    Sicuro di questa definizione? Il mio vecchio Abbagnano dice che il solipsismo è «la tesi che esisto solo io e che tutti gli altri enti (uomini e cose) sono soltanto mie idee», e personalmente ho usato sempre la parola in questa accezione. Quella di cui parli tu sembra una specie di dottrina delle monadi (ma senza armonia prestabilita).

  • Il vero oscurantismo? Nasce dall’approssimazione. « Seme di salute

    […] non è chi proclama una verità o ribadisce l’esistenza di una realtà (data e non immaginata), ma chi in nome di una falsa libertà si abbandona all’approssimazione, alla confusione. […]

  • claudiolxxxi

    Ciao Giuseppe. Mi hai fatto venire un dubbio, così sono andato a ricontrollare l’introduzione del libro, dove viene analizzato diffusamente un romanzo uscito in America che era piaciuto molto a Wallace ovvero Wittgenstein’s Mistress (= L’amante di Wittgenstein), e ne si parla proprio come di un romanzo solipsista. Fondamentalmente pare sia la storia di una donna che è l’ultima sopravvissuta sulla terra a non so quale cataclisma, salvo che potrebbe essere tutto nella sua immaginazione.
    Probabilmente è più accurata la definizione che proponi tu (grazie della correzione), sono stato troppo sbrigativo nel mio cappelletto introduttivo (argh! Le parole sono importanti!), però sei sicuro che ci sia incompatibilità? Mi spiego: quando Abbagnano dice “tutti gli altri enti”, intende gli enti che circondano l’io solipsista o tutti in generale? (ammesso che la differenza abbia ancora significato da un punto di vista solipsistico) Perchè l’importante ai fini solipsistici, per come ricordo il solipsismo, non è tanto che non ci siano “là fuori” da qualche parte altri ipotetici io e altre ipotetiche esistenze, ma che siano ininfluenti rispetto all’io solipsista e al mondo (gente, cose, eventi) percepito-pensato-creato. E dunque non esistono, perchè io non li so esistere.

    Per restare in ambito cinematografico, è come nel film Apri gli occhi di Alejandro Amenabar, ovvero nel remake americano Vanilla Sky, quello con Tom Cruise protagonista (non lo descrivo per non spoilerare, ma se l’hai visto avrai capito), oppure nel film Atto di forza, oppure… mmm… per certi versi anche nel cartone animato Neon Genesis Evangelion (che è una roba ancora più complicata).

  • Giuseppe

    Perchè l’importante ai fini solipsistici, per come ricordo il solipsismo, non è tanto che non ci siano “là fuori” da qualche parte altri ipotetici io e altre ipotetiche esistenze, ma che siano ininfluenti rispetto all’io solipsista e al mondo (gente, cose, eventi) percepito-pensato-creato. E dunque non esistono, perchè io non li so esistere.

    Una distinzione parzialmente analoga, che a volte si ritrova, è quella fra solipsismo ontologico (esiste solo la mia mente) e solipsismo epistemologico (solo la mia mente è conoscibile). Vedi p.es. qui:

    http://books.google.it/books?id=iA8ZQX4jyHoC&pg=PA407

    In effetti un film come Atto di forza, alcuni racconti di Philip Dick o di Stanislaw Lem, le speculazioni filosofiche sul cervello in una vasca, o anche il punto di partenza del dubbio cartesiano (che però nel link che ti ho dato viene definito più correttamente nel suo esito finale come solipsismo metodologico), possono essere considerati esempi di solipsismo epistemologico. Però in questi casi non è detto che gli altri siano ininfluenti rispetto al mio io: può darsi che quello che sperimento sia in realtà una fantasia insufflata nel mio cervello da un demone maligno, o da uno scienziato pazzo, o dai tecnici della Rekall – quindi da un altro, anche se non ne posso essere sicuro.

    Cito per completezza l’ipotesi degli zombie filosofici: il mondo esterno esiste, ma gli altri (o alcuni degli altri) sono esseri privi di mente, che appaiono simili a me ma agiscono in modo completamente meccanico, guidati da una causalità esclusivamente fisica. Un’idea praticamente identica è alla base di un bizzarro romanzo di Fritz Leiber, The Sinful Ones, 1953 (in italiano Scacco al tempo).

  • Mara nada

    “”” Bene, detto questo, professo la mia fede ontologica: io sono un realista. Le cose sono come sono e non come le percepiamo: l’esistenza del mondo non si riduce alla nostra esperienza di esso. “””
    Ti dispiacerebbe fare un esempio?

    “””Un gatto in una scatola è vivo o è morto, anche se nessuno apre la scatola per controllare.”””

    Si ma adesso, è vivo o morto?
    Se non controllo non conosco la realtà!

    Anche tu (Il tuo io) che poni come conoscitore della realtà, perchè secondo te non fa parte della realtà che esamina?
    Perchè presupponi abbia un esistenza a se stante?

  • Mara nada

    Dimenticavo, Berlicche nel post dell’ epifania tratta lo stesso tema

    “”””Lo sapete: per gli orientali l’Epifania è più importante del Natale stesso. Perché rappresenta il momento in cui il Segno viene recepito, in cui quanto era nascosto si svela. Il momento della comprensione.

    Certo, è importante sapere quando cade il compleanno della propria moglie; ma lei ha iniziato a contare, per noi, nel momento in cui l’abbiamo conosciuta, abbiamo posato gli occhi su di lei ed abbiamo iniziato a comprendere che la sua storia si sarebbe intrecciata con la nostra.

    Senza conoscenza, senza comprensione, il valore del segno per noi è nullo. Rimane una sconosciuta vista di lontano, un presentimento di quello che potrebbe essere e non è ancora stato.””

    Fin qui siamo nel relativismo più assoluto, quel che non ho conosciuto non lo so…
    Non riesco a capire come Berlicche possa provare presentimento di quello che non è ancora stato… per una sconosciuta…

    “””Dal momento della conoscenza, dal momento dell’Epifania, rimane ancora parecchia strada da compiere per arrivare al pieno dispiegarsi del destino. L’educazione dei giorni, la pedagogia del tempo, l’attenzione alla realtà. Ma tutto parte da quel seme, quel singolo momento in cui ciò che esiste diventa per noi esistente.
    Se queste righe non fossero mai lette, non fossero capite, fossero dimenticate sarebbe come per noi non fossero mai state scritte. Un presagio non colto, ciò che poteva essere e non è stato.”””

    “”il singolo momento in cui ciò che esiste diventa per noi esistente.””
    Bravo Berlicche!!!

    “”” E i giorni trascorrono nell’attesa di qualcosa che ci è passato vicino e che non abbiamo riconosciuto.”””

    Ma quest’ultima frase come la ricollega alla precedente? come posso attendere qualcosa che non ho conosciuto?

  • Mara nada

    “””Un gatto in una scatola è vivo o è morto, anche se nessuno apre la scatola per controllare.”””

    Stai dicendo che le cose esistono e non esistono, basta non aprire gli occhi e guardare!

  • shostakovich

    Il paradosso del gatto di Schroedinger va preso per quello che è: un esperimento mentale su scala macroscopica che vorrebbe descrivere un fenomeno reale microscopico. Se è vero che un gatto o è vivo o è morto anche se non controlliamo dentro la scatola, è anche vero che il gatto è solo una metafora per indicare un oggetto subatomico. In realtà viene proprio dimostrato che, a livelli microscopici, questa sovrapposizione esiste di fatto. Anzi, i più recenti esperimenti si spingono via via verso oggetti più grandi (atomi, molecole, aggregati cristallini) per vedere fino a che punto questo effetto si presenta. Non è più un problema cognitivo (“siccome non posso vedere se il gatto è vivo o morto allora non è che il gatto sia vivo e morto allo stesso tempo”), ma una proprietà del mondo. Di fatti, un gruppo di ricercatori dell’Università della California, guidano da Andrew Cleland, ha sperimentato la contemporanea esistenza dello stato “vibrante” e “non vibrante” di una sorta di piccolissimo diapason cristallino.

  • shostakovich

    Quando all’ontologia, il realismo è anche la mia posizione, ma un punto importante da tenere in considerazione è come conosciamo questa realtà esterna. Non lo facciamo direttamente, ma per filtri sensoriali e per mediazione mentale. Della realtà cogliamo, di volta in volta, solo alcuni aspetti (non abbiamo il senso dell’ultravioletto, per esempio, o quello della radioattività, per rilevarli ci servono degli strumenti che, a loro volta, sondano la realtà in modo parziale) e di questi aspetti, pur pochi, valutiamo l’importanza in modo molto diverso da ciascun individuo. La psicologia sperimentale ha messo in evidenza che non vediamo e sentiamo allo stesso modo degli altri. Rashomon di Kurosawa è un bell’esempio cinematografico di questa nostra condizione.

  • Mara nada

    Siamo sicuri che noi comuni mortali, osservando per esempio il diapason vibrante cristallinodi Andrew Cleland, non osserviamo solo quello che ci attendiamo di vedere?

    “”” Bene, detto questo, professo la mia fede ontologica: io sono un realista. Le cose sono come sono e non come le percepiamo: l’esistenza del mondo non si riduce alla nostra esperienza di esso. “””
    Ti dispiacerebbe fare un esempio?
    Fai l’esempio di qualcosa che è come è senza che tu o qualche altro ‘conoscitore’ non ne abbia fatto esperienza!

  • shostakovich

    mara nada

    Siamo sicuri che noi comuni mortali, osservando per esempio il diapason vibrante cristallinodi Andrew Cleland, non osserviamo solo quello che ci attendiamo di vedere?

    I risultati non si vedono ad occhio nudo, vengono stampati da un rilevatore e quel che è scritto è scritto. Forse che il rilevatore elettronico si attende di vedere quel risultato e non un altro?

  • Mara nada

    Non volevo impostare un dialogo fra di noi shostakovich, speravo che qualcun altro intervenisse a fare un esempio di qualcosa che esiste senza che noi o qualche altro ‘conoscitore’ lo abbia percepito e nominato, secondo me è impossibile, e tanto basta a dimostrare che senza che qualcuno lo percepisca, lo nomini, non esiste letteralmente nessun oggetto (Fenomeno) .
    Una ragazzina si bagna in uno stagno nel bosco..
    Passa un lupo (rilevatore elettronico lupo) e pensa: ecco un bel pasto!
    Un poco più in la (un altro rilevatore elettronico) un giovane osserva e pensa : ecco una possibile amante..
    Qual’è la verità? cosa o chi si sta bagnando nel bosco?

  • Mara nada

    Ho visto un’immagine della Madonna su di una rete di recinzione, ma avvicinandomi poi ho scoperto che era solo uno straccio portato dal vento e rimasto appeso…
    Ho visto la Morte stessa, passeggiando in campagna, avvicinandomi ho scoperto che non era che una falce appesa ad un ramo e qualche foglia secca a terra…
    Ho visto un serpente una sera, avvolto su se stesso fra l’erba, ma a guardar meglio non era che un tubo da irrigazione..
    dove son finiti la Madonna, la Morte ed il serpente?

  • shostakovich

    Mara, stai confondendo il piano ontologico della realtà con quello epistemico. Un conto è dire che degli oggetti esistono o non esistono, un altro è dire che li conosciamo in modo differente. Il lupo e il ragazzo hanno visto cose diverse, ma hanno pur visto qualcosa.

  • claudiolxxxi

    # Giuseppe: la cosa degli zombie filosofici è fantastica.
    Ho appena avuto un rapido flash di un Umberto Eco nonmorto che deambula leggendo Kant e addentando i vivi (possibilmente elettori berlusconiani) 😀
    Naturalmente è vera l’insostenibilità dell’ininfluenza altrui rispetto all’io: è il motivo basilare per cui il solipsismo è insostenibile (a meno di non intenderlo come puro atto di fideismo, nel qual caso è da rifiutare come tutti i fideismi).

    # Shostakovich, ti consiglio di lasciar perdere mara nada, parlare con lui finora è sempre stato uno spreco di tempo.
    La limitatezza e fallibilità della nostra percezione è proprio uno dei motivi per cui sono realista.

  • Mara nada

    Shostakovich:
    Già il lupo ed iol ragazzo hanno visto cose diverse, ma hanno pur visto qualcosa.
    Hai ragione, cosa hanno visto?
    Non è che gli oggetti abbiano solo lo stato di esisere o non esistere, hanno anche lo stato di esistere momentaneamente, come una goccia di pioggia, o un umano, che prima o poi se ne va…

    Claudio poi dice di lasciarmi perdere, perchè finora non è riuscito a convertirmi, lo scopo è cercare di convertire il prossimo, o “qui il dialogo serve a cercare, trovare, amare la Verità?”

    Scusate se non mi lascio convertire immediatamente, ma sto cercando di costringervi ad approfondire la vostra analisi di come è fatto il mondo, e quindi la vostra fede, lungi da me l’idea di farvela perdere o convertirvi ad altro, ma che almeno sappiate di cosa parlate, quello credo di potervi spingere a farlo!

  • shostakovich

    Claudio, perché dici che il solipsismo coincide con “la versione diffusa del relativismo”? Quale è la versione diffusa del relativismo?
    Il solipsista propriamente detto è una sorta di egotista isolato: esisto solo io ed io creo la realtà, interagisco solo con me stesso, tutte le mie esperienze sono esperienze che si esauriscono interamente all’interno di me. Il relativismo che ha a che fare con il solipisismo è quello in prima persona, dove l’individuo è sicuro unicamente delle proprie esperienze interne (tutto è, per prima cosa, esperienza interna) e può arrivare a dubitare che esista qualcosa al di fuori di sé, o a convincersi che esiste solo ciò che è interno, arrivando all’assoluto che esisto solo lui. Ma questo è un relativismo sui generis, non è il relativismo che si intende di solito, dove non si nega affatto l’esistenza di una realtà esterna, né si afferma che qualunque visione individuale è vera in quanto tale. Il relativismo che tu associ al solipsismo è dogmatico, che si preclude ogni confronto con gli altri. C’è un relativismo critico, aperto, che si confronta, che è ben diverso: è il relativismo relazionistico, e non puo affatto collimare con il solipsismo. Faresti bene a chiarirlo nel testo del post.

    Mi sembra alquanto pretestuoso vedere nel personaggio di Teddy un relativista, anche perché è l’unico che sembra sostenere una versione dei fatti coerente, rivela persino il suo piano a Leonard: fargli uccidere altri John G, tanto lui non lo ricorderà. Questo sarebbe il relativismo? E non è solo Teddy che si approfitta dello smemorato, è la stessa Natalie.

    Il film di Nolan mi è parso un film nichilista, non c’è una verità fuori, non c’è una verità relativa, non c’è nemmeno una verità nel protagonista, che è immemore e nemmeno il suo metodo e la sua disciplina servono a stabilire punti di verità. Non sappiamo se Teddy è stato sincero – può benissimo aver detto come sono andate davvero le cose – ma Leonard lo uccide lo stesso, una volta che si è convinto che Teddy mente sempre. Ma lo spettatore non ha elementi per convincersi che abbia ragione Leonard.

    In questo, il film non sostiene un realismo ontologico conoscibile, sembra proprio che la verità, se anche esistesse, sia fuori della portata di tutti, anche dello spettore esterno e quindi del regista stesso.

    Quanto a Wittgenstein, c’è un primo Wittgestein del Tractatus e un secondo delle Ricerche filosofiche, e sono due cose diverse. L’introduzione che hai tradotto può portare a qualche fraintendimento. Di fatto Wittgenstein intende demolire, in un primo momento, la non confutabilità del solipsismo, lasciando però spazio limitato al solipsismo (“quanto c’è di vero”). Per altro, il secondo Wittgenstein sarà, invece, più propenso ad aperture meno oggettive sulla relazione fra soggetto e mondo per mezzo del linguaggio, che è gioco.

  • Berlicche

    Ti odio perché non ho ancora visto Memento. Ma allora, non essendo in grado di parlarne, Memento esiste? E se non so chi ne ha curato le luci, come accade che le luci ci siano?

    Circa le tue traduzioni,
    “Biunivoca” non è corretto per “one-to-one”, che andrebbe lasciato “rapporto uno a uno”. La biunivocità è un legame forte, uno a uno invece è debole perché non implica la necessità. Nel nostro caso possono esistere circostanze non esprimibili, anche se in questo caso non fanno parte del mondo, e frasi che non hanno corrispondenza nel mondo (“un tuono blu”).

    factual reports andrebbe meglio tradotto “di cui posso concretamente parlare”

  • Mara nada

    “”Ti odio perché non ho ancora visto Memento. Ma allora, non essendo in grado di parlarne, Memento esiste? E se non so chi ne ha curato le luci, come accade che le luci ci siano?””

    Appunto Berlicche, non lo hai visto, per te non esiste, infatti non ne ricordi le immagini, non ne hai visto le luci, quando lo vedrai entrerà nella tua area di conoscenza, potrai parlarne e non odierai più, saprai perfino chi ha curato le luci, ma per ora, per te esiste solo per sentito dire…

    Quel che mi sorprende, Claudio, Shostakovich, Berlicche, è che in ogni caso assumete l’io come separato, soggetto e non oggetto di esperienze, in realtà è un oggetto come gli altri, fa parte del conosciuto, del mondo, analizzatelo…..

  • Denise Cecilia S.

    Quel che non sorprende me è la mancanza di fiuto per l’ironia, scambiata per l’ammissione stessa di quel che invece intende smentire.

  • claudiolxxxi

    (spoiler)
    #shostakovich: Teddy afferma “che ti frega se questo non era veramente John G, per te lo era, goditi il momento di vendetta prima di dimenticartelo”.
    Il pensiero diffuso è che non importa quello che è vero ma quello che ci piace, quello che ci è utile. In questo senso parlavo di versione diffusa del relativismo.
    Non è un film nichilista. Esiste una verità storica di ciò che è successo a Leonard, anche se lui non può ricordarla. La verità è fuori dalla sua portata, dunque anche fuori dalla portata dello spettatore (il cui punto di vista coincide con quello del protagonista), ma non è fuori portata in generale. Per esempio Teddy sapeva cosa era veramente successo, anche se poi non gli importava.

  • claudiolxxxi

    # Berlicche: corretto, grazie.

    # Cecilia: non ti curar di trol ma guarda e passa…

  • shostakovich

    Claudio
    Il pensiero diffuso è che non importa quello che è vero ma quello che ci piace, quello che ci è utile. In questo senso parlavo di versione diffusa del relativismo.

    Scusa, ma a parte le questioni di estetica, di valutazione del bello, del brutto, del piacevole (che, converrai con me, sono cose molto opinabili), chi è che sostiene diffusamente che non importa se è vero purché piaccia? A me non sembra affatto una visione diffusa. Casomai, ci può essere la tendenza a considerare vere le cose che piacciono, anche quando sono false (ma all’insaputa di chi le considera vere). Questo non è nemmeno relativismo, è la fede che il proprio convincimento corrisponda a qualcosa di indubitabilmente vero.

    Teddy non è un relativista, non estende il “che ti importa” a tutto, non lo fa nemmeno su di sé, lo fa su Leonard, che si trova in una condizione particolare.

    La “verità storica” nella vicenda filmica è fuori portata di tutti in generale, poiché il protagonista non la conosce, gli spettatori non la conoscono, se Teddy l’ha conosciuta davvero non lo sappiamo. Non ci sono altri personaggi. Il film è un mondo chiuso, non c’è nient’altro se non quello che vedi, non ha esistenza sua propria a prescindere dal girato. Altrimenti possiamo mettere sullo stesso piano tante e tante congetture e, senza elementi, una vale l’altra. Ma il film non ci fornisce elementi secondari per congetturare alcunché, vediamo solo ciò che sta accadendo.
    Se anche ci fosse una verità, questa non ha liberato Leonard, che immemore di ciò che è accaduto, non ha più nessuna verità, se non il suo passato remoto e catafratto in vaghi, distorti e forse falsi brandelli.

  • claudiolxxxi

    A me invece la concezione “non importa ciò che è vero ma solo ciò che è utile” sembra spaventosamente diffusa. Ma non ho statistiche sottomano a disposizione, solo l’impressione tratta da ciò che vedo in giro, le discussioni su questo blog e così via.

    Comunque, le speculazioni sulla natura del “meta-testo”, di ciò che sta oltre quello che è stato esplicitamente mostrato nell’opera narrativa, sono un argomento estremamente interessante. Ne avevo già parlato a proposito del
    settimo libro di Harry Potter, sull’omosessualità di Silente… io dico che la “verità storica” di ciò che è successo a Leonard esiste, anche se è indeterminata. Siamo solo noi, per i nostri limiti gnoseologici, che non la sappiamo: ma c’è.

    Una storia raccontata presuppone necessariamente un’infinità di dettagli che il narratore non può raccontare, ma che sono necessari agli elementi della storia. Sono indeterminati, perchè l’autore non li ha determinati, ma esistono. Come dire: sono, ma non ci sono.
    Quando vediamo qualcuno in un film, anche un personaggio che appare in scena pochi secondi, della cui vita non sappiamo assolutamente nulla, potremmo chiederci: ma quel tizio là ce l’aveva una madre, un padre? Qual è il suo nome? In quale città è nato?
    Come risponderesti tu a queste domande?

  • shostakovich

    Comunque, le speculazioni sulla natura del “meta-testo”, di ciò che sta oltre quello che è stato esplicitamente mostrato nell’opera narrativa, sono un argomento estremamente interessante.

    Questo lo so, ne parlava anche Eco nelle Postille al Nome della rosa: per creare gli serve immaginare anche cose che poi non rientreranno nel testo. Anche Kubrick, per restare sul cinematografico, nel Dottor Stranamore (in b/n) fece tinteggiare in verde l’enorme tavolo – che in origine gli era stato portato di colore rosso – che troneggia nelle scene col Presidente USA: disse che gli attori dovevano sentirsi come dei giocatori d’azzardo e il colore del tavolo doveva ricordare quello dei tavoli da casinò.

    Ma qui è diverso.

    Una storia raccontata presuppone necessariamente un’infinità di dettagli che il narratore non può raccontare, ma che sono necessari agli elementi della storia. Sono indeterminati, perchè l’autore non li ha determinati, ma esistono. Come dire: sono, ma non ci sono.

    Forse esistono nella mente dell’autore, gli servono per realizzare l’opera, la finzione, per tenere sotto controllo la coerenza. Ma sono cose che servono all’autore, non allo spettatore, altrimenti sarebbero esplicite. Ma nel caso di Memento la faccenda è tutta diversa. C’è stato un evento traumatico che riguarda Leonard, non sappiamo altro, se non quello che lui ricorda. L’unica cosa di cui si è certi è qualcosa che non getta luce sul suo stato attuale né ci aiuta a dire quale è la verità.

    Quando vediamo qualcuno in un film, anche un personaggio che appare in scena pochi secondi, della cui vita non sappiamo assolutamente nulla, potremmo chiederci: ma quel tizio là ce l’aveva una madre, un padre? Qual è il suo nome? In quale città è nato? Come risponderesti tu a queste domande?
    Il tizio di cui parli avrà i genitori in quanto attore, ma in quanto personaggio, non possiamo dirlo. Nella finzione cinematografica si possono anche violare le leggi più ovvie (la sospensione della credulità implica che si possa sostenere che qualcuno è nato senza genitori), le nostre domande riguardano il nostro mondo e questo non coincide, nemmeno nel film più realista, con quello della finzione.
    A quelle domande non risponderei, non me le farei neanche se la storia non richiede di farle. Con che elementi posso rispondere? Posso fare congetture se il narrato mi fornisce qualche dato in merito. Altre volte farsi queste domande può essere fuorviante. Quando guardo un film ambientato in Sicilia mi capita spesso di riconoscere due diverse inflessioni dialettali in attori che nella finzione risultano essere fratelli che hanno sempre vissuto nella stessa città, se mi chiedessi come mai uno fratello ha l’accento catanese e l’altro siracusano, dovrei mettere in discussione il dato esplicito che i fratelli hanno sempre vissuto nella stessa città (che magari non è Catania né Siracusa). Dovrei dare delle risposte dentro la cornice finzionale (inventarmi che i due hanno avuto un passato contraddetto dalla narrazione, che hanno vissuto per anni in città diverse) o uscire dalla finzione e dedurre che gli attori, non i personaggi, hanno diversa provenienza?

    Registi e scrittori possono ben apprezzare che i dettagli vaghi delle loro opere vengano ricostruite, anche con la fantasia, da spettatori e lettori. Ma ciò non vuol dire trovare la verità, significa crearla. Se la verità viene creata, diventa una verità alquanto relativa.
    La verità, su Leonard di Memento, con precisione può conoscerla l’autore, gli sarà servita per costruire il suo palinsesto, e poi l’ha eliminata, perché non più necessaria per l’opera, che rimane aperta alle creazioni altrui, oppure chiusa, perché si deve tacere di ciò che non si può dire. Ma l’autore può anche non averla immaginata, si è subito buttato sulle versioni dei personaggi, quella di Teddy, quella degli appunti di Leonard eccetera. In questo caso, che verità può esserci? Tanto meno può esserci una qualche verità storica nel film.

    A me invece la concezione “non importa ciò che è vero ma solo ciò che è utile” sembra spaventosamente diffusa. Ma non ho statistiche sottomano a disposizione, solo l’impressione tratta da ciò che vedo in giro, le discussioni su questo blog e così via.
    A mio parere, tu col relativismo hai un rapporto confuso. Non so se è perché te l’hanno presentato come uno spauracchio e ti sei abituato a vederlo così. Il relativismo non è il rifiuto di vedere la verità, è la consapevolezza che non c’è un’unica verità in tutti i discorsi umani. Anche per il relativista ci sono verità che non si contestano, perché ci sono tutti gli elementi per non dubitarne: 2 + 2 = 4, nel sistema decimale, non è una verità relativa. Ma ce ne sono altre che non hanno punti fermi e incontestabili, ed è possibile, nei limiti dei dati oggettivi, pensare ad altre versioni compatibili. Chi dice che “non importa ciò che è vero ma solo ciò che è utile” ritiene che questo enunciato non sia vero? L’utile può essere, appunto, utile quando non vi sono elementi per dire se una cosa è vera o no. Perché si demanda all’elettore di votare un candidato? Perché è utile, poiché non si può decidere per norme generali se un candidato è il migliore (la verità). Ci sono, al più tante norme particolari per ciascun elettore. La votazione permette di farne emergere una, non necessariamente la migliore, solo la più diffusa. Se fosse davvero possibile eleggere il migliore per ragionamenti oggettivi, il voto sarebbe del tutto inutile o peggio.
    Davvero, dovresti conoscere meglio, studiandole, le diverse inflessioni teoretiche del relativismo, non è che puoi fare di tutta una Mara Nada una corrente di pensiero.

  • claudiolxxxi

    Devo ricordarmi di risponderti…

  • Mara nada

    Brava Cecilia! Analizza!
    Claudio:
    “”Quando vediamo qualcuno in un film, anche un personaggio che appare in scena pochi secondi, della cui vita non sappiamo assolutamente nulla, potremmo chiederci: ma quel tizio là ce l’aveva una madre, un padre? Qual è il suo nome? In quale città è nato?
    Come risponderesti tu a queste domande?””

    Si suppone come logico che sia nato da una vergine senza un padre, o addirittura in un grosso fior di loto in un lago, che quando si aprì rivelò di contenere il bambino (Padmasambava).
    Si Claudio, si SUPPONE che il personaggio che appare al mondo abbia un padre ed una madre come tutti… ma è una supposizione, supponiamo che siano esistiti….
    Shostakovich:
    2+2=4 dipende da una mente in grado di fare il conto, dalle cifre, dalla base 10…. è RELATIVA a tutto questo!

  • Mara nada

    P.S.: Shostakovich grazie per la citazione!

  • Anonimo

    2+2=4 dipende da una mente in grado di fare il conto, dalle cifre, dalla base 10…. è RELATIVA a tutto questo!
    Solo in termini di rappresentazione simbolica. Se calcoli in binario non è che hai 100 cose.

  • shostakovich

    Quello sopra ero io.

    Devo ricordarmi di risponderti…

    Se ci riesci.

  • claudiolxxxi

    Shostakovic, non so. Eco nelle Postille parla esplicitamente di scrittura come cosmogonia, bisogna creare un mondo, ma per lui la faccenda è comunque limitata a ciò che lo scrittore immagina. C’erano altri monaci nell’abbazia del Nome della Rosa, noi non sappiamo il nome, ma non importa, Eco lo sa e tanto basta. Ok. Ma che ne è delle cose che Eco non si è soffermato a immaginare? Esistono?
    Forse è una domanda inutile, perchè i personaggi sono frammenti d’immaginazione e hanno sempre un’esistenza mutilata. Thomas Hardy diceva che ogni personaggio letterario, anche il più vivido e brillante, è solo un mucchio d’ossa a paragone del più mediocre e scialbo essere umano che sia mai realmente vissuto.
    (ok, non conosco Thomas Hardy, lo so perchè leggo Stephen King)

    Non pretendo di conoscere super-benissimo “le diverse inflessioni teoriche del relativismo”. La mia cultura filosofica è a livello di liceo classico seguito da disordinate letture personali senza schema. Forse tu hai un bagaglio di nozioni più ampio del mio, ma sei sicuro di non sopravvalutarne l’importanza? La maggior parte della gente là fuori, una quantità spaventosa di gente, non ha nessuna conoscenza delle “diverse inflessioni teoriche del relativismo” ma vive in un relativismo spicciolo, di base, più emotivo che teorico. La frase “non importa se è vero, importa se è utile” l’ho letta e sentita tantissime volte. Proprio pochi giorni fa mi è capitato di leggere su un altro blog uno dei luoghi comuni per eccellenza di questo pensiero diffuso, l’apologia del “secondo me”, che bisognerebbe premettere a ogni opinione perchè è appunto un’opinione, un diverso punto di vista ma anche gli altri punti di vista sono possibili legittime verità, infatti non si può mai dire all’altro che sta sbagliando e tutto è dinamico e le certezze inflessibili sono spaventose etc. etc.
    Ero tentato di lasciare un commento serio, ma poi ho rinunciato, non posso passare la vita al pc. Ma sono concetti spaventosamente diffusi. Non fa niente che siano logicamente insostenibili – se io dico qualcosa è perchè la penso vera, e grazie al cazzo, altrimenti direi qualcos’altro o starei zitto – sono entrati così in profondità nel tessuto culturale della società, anche in chi non sa chi fossero Gorgia e Protagora.

    Comunque, sull’esempio delle elezioni, stai confondendo ignoranza soggettiva e indeterminatezza oggettiva. Voglio dire: un candidato migliore dell’altro esiste, perchè la politica dell’uno avrebbe effetti x e quell’altra effetti y. Casomai è difficile sapere in anticipato qual è il migliore, perchè le promesse elettorali sono generiche e non vengono mantenute, ma allora siamo noi a non sapere. E a volte si può sapere davvero: se oggi fossimo chiamati a scegliere tra una democrazia liberale e una dittatura comunista che si propone la guerra globale, diresti non si può stabilire qual è il partito migliore?

  • shostakovich

    Claudio, sorvolo sulle tue impressioni personali dovute a esperienze personali, le mie sono diverse ed ho impressioni diverse. Ma pure io potrei ragionare come te, dire che, in base alla mia esperienza, c’è un cattolicesimo molto diffuso e popolare, ignorante, ipocrita e superficiale (ho vissuto fino a 19 anni in un paesino di poche migliaia di abitanti, c’è questa situazione). Posso dire che è questo il cattolicesimo? No. Ebbene, pure tu evita di conformare il relativismo ai blog scrausi che frequenti. Non chiamarlo relativismo.

    Quanto alla preparazione, io ho quasi il tuo stesso percorso (liceo scientifico). Ti consiglio lo stesso di informarti meglio sul relativismo, perché è un bersaglio di cui non fai quasi mai a meno.

    Comunque, sull’esempio delle elezioni, stai confondendo ignoranza soggettiva e indeterminatezza oggettiva. Voglio dire: un candidato migliore dell’altro esiste, perchè la politica dell’uno avrebbe effetti x e quell’altra effetti y.

    No. Non c’entrano nemmeno l’ignoranza o l’indeterminatezza, proprio no. E’ la parola “migliore” ad essere soggettiva. Migliore per chi? Un liberista penserà che il candidato liberista sia il migliore senza dubbio, l’elettore socialista penserà di no, che è meglio il socialista o al più il socialdemocratico. Non c’è un criterio superiore che dica chi dei due è migliore in generale.

    E a volte si può sapere davvero: se oggi fossimo chiamati a scegliere tra una democrazia liberale e una dittatura comunista che si propone la guerra globale, diresti non si può stabilire qual è il partito migliore?

    Io so che c’è, fra le due, una scelta migliore per me. Ma non posso dire nulla degli altri, proprio perché c’è una chiamata al voto. Se si può sapere davvero, il voto è inutile. Non per tirare fuori una reductio ad Hitlerum, ma Hitler aveva un programma abbastanza esplicito, è stato votato democraticamente. Chi lo ha votato sapeva che lui era il migliore in campo. Eppure…

  • Mara nada

    Dal il mio commento del mercoledì 11 gennaio 2012 alle 11:27

    “””Shostakovich:
    Già il lupo ed il ragazzo hanno visto cose diverse, ma hanno pur visto qualcosa.
    Hai ragione, cosa hanno visto?”””

    Forse non ve ne siete accorti, liceali classico e scientifico, ma se non siete in grado di dirmi cosa si è bagnato nel bosco, cosa il lupo ed il giovane hanno visto, significa semplicemente che quel qualcosa non ha essenza, non ha di suo proprio niente che lo faccia quel che è, significa che tutta la filosofia greca che avete studiato è poggiata su false basi, non ci sono vari tipi di relativismo, esistere è un verbo, l’esistenza stessa è relativa, l’oggetto è in relazione, dipende dal soggetto.

    Già, dimenticavo, questo si risolve facilmente dicendo che questo è trollare!!

    (Ieri al pronto soccorso di un ospedale un padre teneva in braccio il figlioletto, al momento in cui gli furono consegnati i fogli con gli esami del bimbo, questo iniziò a strillare, finchè riuscì a farseli consegnare, ed iniziò immediatamente a masticarli… (percezioni diverse sulla stessa base)

    “”Ok. Ma che ne è delle cose che Eco non si è soffermato a immaginare? Esistono? “”
    No, non esistono, non sono che sub immaginazioni, evocate nella propria mente e in quella dei lettori..
    Proprio come quel che si è bagnato nel bosco… od il foglio degli esami di cui sopra.

    “””E a volte si può sapere davvero: se oggi fossimo chiamati a scegliere tra una democrazia liberale e una dittatura comunista che si propone la guerra globale, diresti non si può stabilire qual è il partito migliore?”””

    Non ti pare di vivere in una dittatura liberale? Siamo in guerra se non lo sai, non globale forse, ma che ci facciamo in Afghanistan?
    Stamo portando la pace con l’esercito?
    Non è questo sopra un esempio di due nomi attribuiti allo stesso fenomeno?
    Non è che il nominarli “missione di pace” od “occupazione armata” non dipenda esclusivamente dal soggetto che sta parlando?

Ciao. Se vuoi commentare, accomodati. Non c'è bisogno di nome o e-mail, non c'è approvazione preventiva, no censura. Hai il libero arbitrio e io lo rispetto, anche se potresti usarlo male. Ricorda però che la libertà implica la responsabilità. Se sei un troll, ignorerò i tuoi commenti - a meno che tu non faccia un flood. Se pensi che quel che dico è sbagliato, fammelo notare. Attenzione però, perchè chiunque tu sia, se non sei d'accordo con me, proverò a convincerti del contrario. Qui il dialogo non sono belle chiacchiere per scambiarsi "secondo me" e sentirsi più buoni e tolleranti: qui il dialogo serve a cercare, trovare, amare la Verità.

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