L’alieno/6

Continuo ad ospitare la storia della mia amica Sissi2002.

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 Intanto si susseguono gli esami e le analisi per determinare “la stadiazione” della malattia. Tutto un insieme di vocaboli tecnici e raffinati per stabilire, in pratica, quanto sia temibile l’Alieno di cui sopra, di quante forze disponga e quale livello di contromisure occorra mettere in campo per combatterlo. Una escalation niente male, che farebbe la gioia di tanti strateghi della guerra, quelli che combattono stando seduti a tavolino, per intenderci, quelli che ipotizzano attacchi e rappresaglie calcolando statisticamente l’ammontare dei “danni collaterali”, e che mandano i poveri diavoli a morire mentre loro se ne stanno tranquilli, ben nutriti ed al sicuro nei loro bunker o nei loro palazzi blindati.
Devo precisare che questa mentalità “armiamoci e partite” non è assolutamente nella politica di Candiolo. C’è una grande competenza e professionalità, ma c’è soprattutto una grandissima umanità in tutto il personale che vi lavora, dal grande oncologo di fama all’inserviente che fa le pulizie, ai numerosi (e meravigliosi, grazie di cuore!) volontari che si offrono “solo” (si fa per dire) di tenere compagnia e di non far sentire troppo abbandonati i pazienti ed i degenti che non sono accompagnati da parenti o amici.

L’esame più importante è la “P.E.T.” (Positron Emission Tomography , tomografia a emissione di positroni), un’indagine total body effettuata attraverso la somministrazione di una sostanza fortemente radioattiva che ha il compito di stanare tutte le cellule tumorali che eventualmente fossero già in giro per l’organismo a cercare di far danno. In breve, si tratta di stabilire se l’Alieno ha già inviato  truppe a colonizzare altre regioni del pianeta: se così fosse la “stadiazione”, per ora ipotizzata ad un non catastrofico livello “III A”, potrebbe  precipitare al “IV A” o peggio ancora al “III B”. Mi rifiuto di chiedere o cercare chiarimenti su cosa diavolo mai significhino tutte queste lettere e numeri, ma una benintenzionata ed alquanto improvvida signora che accompagna il marito in terapia, e che è più agitata e spaventata di lui, si affretta a precisarmi che lo stadio IV A contempla una probabilità di sopravvivenza dopo cinque anni pari circa al 15%. Comincio a capire perché, fin dalla scuola elementare, ho sempre odiato cordialmente i numeri. Ennesimi prelievi e controlli. Mi sento quasi un puntaspilli. Meno male che ero donatore Avis e che gli aghi non mi fanno paura. Forse stanno riconsiderando, in termini moderni, le teorie medievali sul salasso come metodo di cura.
Poi, finalmente, l’esame.
Dopo la somministrazione via endovena, noi pazienti veniamo accuratamente isolati in una “camera calda” per circa un’ora, poi ci prelevano e ci portano a destinazione: un macchinario sul tipo di quello della risonanza magnetica. Come una sorta di sonda Pioneer che “percorre” tutta la superficie corporea alla ricerca degli avamposti nemici. Tanto per restare in tema fantascientifico, il personale che assiste alla procedura è vestito praticamente da astronauta, il che non appare incoraggiante.

Terminato l’esame, ci raccomandano vivamente di stare lontano da bambini e donne in gravidanza per circa dodici ore. Questo è un problema: io insegno al serale dove studenti e studentesse sono adulti, potrebbe esserci tra di loro qualche signora in attesa, e che magari non sa nemmeno ancora di esserlo. (Nota di Claudio LXXXI: oggi come oggi questo problema si verificherebbe anche in una scuola liceale!) Telefono a scuola: cosa fare? La preside mi consiglia di non recarmi al lavoro fino al giorno dopo. Tuttavia non possono neppure andare a casa, perché lì c’è Sissi, la mia gatta, che pesa come un neonato di poche settimane. Sono una paria. Vado in Facoltà, spiego la situazione al direttore e gli chiedo il permesso di andare a studiare in un’aula vuota. Le fatidiche dodici ore scadono alle 23:00, per fortuna l’università ha chiuso alle 21.30, posso tornare nel consesso sociale.

Mangio una pizza e finalmente rincaso. Mia madre è preoccupata, sia per l’esame in sé, sia per la pericolosità della sostanza utilizzata. Io, tutto sommato, sto bene, a parte la stanchezza ed un brutto mal di testa che, però, sta già diminuendo. Sissi dorme sulla poltrona: la prendo in braccio, la sollevo in alto ululando “Gatto denuclearizzato!!”. Mia madre mi guarda come se il tumore me lo avessero diagnosticato al cervello, ma se non altro le strappo un sorriso.

 (continua)

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3 responses to “L’alieno/6

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