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L’alieno / 8

Questo luglio il mio blog si è riposato. Ma adesso è ora di rientrare in campo.
Nubi si addensano all’orizzonte, ed è arrivato il tempo in cui dovremo combattere per i prodigi visibili come se fossero invisibili.
Intanto, continuo ad ospitare la storia della mia amica Sissi2002.

 

– 8 –

 

Forse ho già espresso tutta la mia gratitudine e la mia stima per il centro IRCC di Candiolo (Torino) in qualche post precedente. Repetita iuvant. È una struttura che per ovvie ragioni non auguro a nessuno di dover conoscere, ma che – se si ha la sfortuna di doverne usufruire – rappresenta una vera e propria eccellenza. Io non sono in grado di valutare l’efficacia delle terapie su larga scala: sappiamo bene che il cancro è ancora ben lungi dall’essere sconfitto. Ma le qualità che si avvertono laggiù – la professionalità, l’attenzione, la simpatia, il calore umano – rappresentano sicuramente un’eccezione rispetto alla norma. Tutti sono cortesi, disponibili, tutti ostentano un atteggiamento positivo e vivace. E non si tratta di buonismo o pietismo, perché il paziente tutto si sente fuorché oggetto di mero compatimento; ma l’atmosfera che si respira è serena ed incoraggiante.
C’è un neo in tutta questa “perfezione”? naturalmente sì. Non ne capisco le cause, ma tutto il reparto attinente alle indagini radiologiche, mentre dal punto di vista medico è ottimo, da quello organizzativo fa abbastanza acqua.  Se poi si tratta di risonanze magnetiche, meglio lasciar perdere. Tempi di attesa molto lunghi e, soprattutto, un sistema di prenotazioni altamente inefficiente. Faccio due esempi che ho sperimentato di persona.
Prenotata la risonanza magnetica – il cui esito DOVEVA essere pronto al momento della visita collegiale, e la data di quest’ultima era stata stabilita dagli stessi medici – purtroppo il giorno dell’esame si rompe il macchinario. Cose che possono succedere, ovviamente. Mi dicono che verrò richiamata non appena la macchina sarà stata riparata. Passa più di una settimana e non ho notizie, telefonare è inutile perché i centralini sono perennemente intasati, recarmi di persona a Candiolo non mi è possibile. Quindi prenoto la risonanza altrove – ovviamente a pagamento dati i tempi che si fanno ristretti – per poi, il giorno della visita collegiale, sentirmi dire che “non mi sono presentata all’appuntamento e non ho nemmeno disdetto l’esame in tempo utile”. In effetti la mia risonanza era stata spostata, peccato che nessuno si sia fatto vivo ai ben 3 numeri telefonici che avevo lasciato come recapito.
Terminata la terapia, a luglio, mi richiedono una risonanza di controllo da portare alla visita di settembre. Vado allo sportello per la prenotazione: mi informano che a luglio è troppo presto, le prenotazioni per settembre non sono ancora aperte. So di dover tornare di lì a sette giorni per un prelievo di sangue, quindi nel frattempo mi faccio preparare l’impegnativa dal medico di famiglia ed una settimana dopo sono di nuovo lì … per sentirmi dire che ormai non c’è più posto per tutto il mese di settembre, … e le prenotazioni per ottobre non sono ancora aperte.

 Pertanto, non mi sono sorpresa più di tanto quando, per le sedute di radioterapia, mi hanno smistato presso una clinica convenzionata a S. Mauro (molto più vicino a casa mia). Confesso che per un momento mi sono sentita un po’ come una figliastra: chissà perché mi mandavano da un’altra parte. Solo in seguito avrei capito che mi era stato fatto un grande favore perché, dopo le prime due settimane di radioterapia, i dolori nel viaggiare in auto si erano fatti quasi insopportabili, e la distanza da percorrere fra Settimo e Candiolo sarebbe stata un grande problema.
Devo fare una seduta al giorno per 28 giorni, esclusi sabato e domenica, tutti i giorni alle 14. Inizio il 2 maggio, e per una decina di giorni tutto bene: mi sento solo molto stanca, ma terminata la terapia, mi basta riposare una mezzoretta sulle poltroncine della sala d’attesa per poi andare normalmente a scuola. Di lì a pochi giorni, purtroppo, la situazione precipita: dolori sempre più forti, episodi di diarrea alternati ad altri di totale blocco intestinale, un mal di schiena fortissimo che non mi permette di stare né in piedi né seduta, e a letto non è facile trovare la giusta posizione. Ovviamente lascio il lavoro, e vedo con terrore l’appuntamento quotidiano con il percorso in auto che devo affrontare per recarmi a fare le terapie. Per fortuna ho un generoso zio che si mette totalmente a mia disposizione come autista ed accompagnatore, ed un collega che è anche un amico mi regala un grosso cuscino fatto a ciambella su cui sedermi per attutire gli scossoni della strada. Non voglio abusare degli antidolorifici, e li riservo per la sera, in modo da ritagliarmi qualche ora di sonno relativamente tranquillo.
Sapevo che non sarebbe stata una passeggiata, ma questa assomiglia piuttosto ad una traversata del Sahara con le scorte d’acqua ridotte al minimo.

 (continua)

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L’alieno / 7

Continuo ad ospitare la storia della mia amica Sissi2002.

 – 7 –

 Ultima tappa prima dell’inizio delle terapie: la “visita collegiale”. Sono presenti il medico che ha diagnosticato la malattia (nel mio caso un ginecologo), l’oncologo che lavora in day-hospital, il radiologo, ed un paio di altri “…logo” di cui non capisco bene l’etimologia. Io arrivo con il plico di tutta la documentazione in mio possesso, che comincia ad assomigliare ad un faldone dei processi dell’Antimafia.
La notizia buona è che dalla P.E.T. sembra proprio che non ci siano, al momento, cellule tumorali in circolo, alla ricerca di un luogo simpatico dove eleggere la residenza. La notizia cattiva è che il tumore non sarà operabile nemmeno in un secondo tempo, data l’estensione. Dalla risonanza magnetica “pare” inoltre ipotizzabile un’infiltrazione in vescica, il che, stando all’arido lessico della diagnosi scritta, “muterebbe la prognosi, ma non la terapia iniziale”. I dottori traducono in idioma comprensibile al volgo: sì, forse la stadiazione non è un III A come auspicato (io veramente quello che auspicherei, potendo scegliere, sarebbe di non trovarmi qui); forse è a livello IV A, forse …, forse.
In ogni caso, al momento non è il caso di fare ulteriori accertamenti, tanto la terapia iniziale sarebbe la stessa: meglio partire con le cure e poi valutarne gli effetti dopo il primo ciclo. Esco con ulteriori fogli e moduli per la prenotazione di un ciclo di chemioterapie ed uno di radioterapie. Due medici, che evidentemente si sono immedesimati nel ruolo di poliziotto buono/poliziotto cattivo, mi congedano con due frasi abbastanza significative. La prima: “mi raccomando, affronti seriamente la cura: tenga presente che non sarà una passeggiata”. La seconda: “E si ricordi che l’obiettivo che ci siamo posti è la guarigione”. Decido di non lasciarmi terrorizzare dalla prima e di non farmi illudere dalla seconda.

Nel frattempo il mio amico Alieno, naturalmente, non se ne è stato buono e tranquillo. Il solito dolore sordo e fastidioso, che diventa acuto ogni volta ci si reca in bagno per una “semplice” minzione (e naturalmente tutti raccomandano di bere molto, almeno due litri al giorno. Poi però gli ovvi effetti dell’assunzione di liquidi sono di mia esclusiva  e poco piacevole competenza). Qualche crampo, tutto sommato sopportabile. Io continuo a parlargli, soprattutto quando torno a casa dal lavoro a tarda sera. Sono convinta che, essendo parte di me – per quanto indesiderata – in qualche modo possa sentirmi. So che le mamme in attesa dialogano con i loro bambini, e nessuno si sognerebbe mai di considerarle fuori di testa.
Nel mio caso, ovviamente, la situazione è ben diversa. Ma c’è qualcosa in comune. Anche qui c’è una forma vitale che cresce, autonomamente ed indipendentemente dalla mia volontà. Ma in questo caso si tratta di un’entità malvagia, che non deriva dall’amore e che non è dotata di anima e di spirito, per cui non potrà mai imparare cosa sia l’amore. Che sia generata dal caso, da fattori ambientali, genetici, comportamentali, credo sia fondamentale per chi si occupa di ricerca scientifica ma poco importa al presente, il “mio” presente. Il punto è che questo Alieno esiste, e come il più fanatico dei terroristi kamikaze ha un unico scopo: distruggere l’organismo che lo ospita, anche se così facendo ucciderà se stesso.

“Ok, amico. Siamo tu ed io, adesso, e possiamo anche parlarci chiaro. Hai commesso un grave errore. Sei forte, sei prepotente, ti senti invincibile … e sei venuto allo scoperto troppo presto. Chissà, forse se avessi infiltrato qualche tuo emissario in giro per l’organismo, tenendoti accuratamente al coperto, ce l’avresti anche potuta fare. Invece no, hai fatto il gradasso anzitempo, ed ora mi sa che stai per pagarla cara. Ti sto preparando un contrattacco che Desert Storm al confronto sembrerà una partita di Risiko giocata da principianti. Sai su cosa mi stai facendo riflettere? Sulla “canna pensante” di cui parla Pascal. Puoi distruggermi, quasi certamente prima o poi ce la farai, ma io sono più forte di te, perché so di esistere, e comunque vadano le cose so che IO TI SOPRAVVIVERÒ.”

 (continua)


L’alieno/6

Continuo ad ospitare la storia della mia amica Sissi2002.

– 6 –

 Intanto si susseguono gli esami e le analisi per determinare “la stadiazione” della malattia. Tutto un insieme di vocaboli tecnici e raffinati per stabilire, in pratica, quanto sia temibile l’Alieno di cui sopra, di quante forze disponga e quale livello di contromisure occorra mettere in campo per combatterlo. Una escalation niente male, che farebbe la gioia di tanti strateghi della guerra, quelli che combattono stando seduti a tavolino, per intenderci, quelli che ipotizzano attacchi e rappresaglie calcolando statisticamente l’ammontare dei “danni collaterali”, e che mandano i poveri diavoli a morire mentre loro se ne stanno tranquilli, ben nutriti ed al sicuro nei loro bunker o nei loro palazzi blindati.
Devo precisare che questa mentalità “armiamoci e partite” non è assolutamente nella politica di Candiolo. C’è una grande competenza e professionalità, ma c’è soprattutto una grandissima umanità in tutto il personale che vi lavora, dal grande oncologo di fama all’inserviente che fa le pulizie, ai numerosi (e meravigliosi, grazie di cuore!) volontari che si offrono “solo” (si fa per dire) di tenere compagnia e di non far sentire troppo abbandonati i pazienti ed i degenti che non sono accompagnati da parenti o amici.

L’esame più importante è la “P.E.T.” (Positron Emission Tomography , tomografia a emissione di positroni), un’indagine total body effettuata attraverso la somministrazione di una sostanza fortemente radioattiva che ha il compito di stanare tutte le cellule tumorali che eventualmente fossero già in giro per l’organismo a cercare di far danno. In breve, si tratta di stabilire se l’Alieno ha già inviato  truppe a colonizzare altre regioni del pianeta: se così fosse la “stadiazione”, per ora ipotizzata ad un non catastrofico livello “III A”, potrebbe  precipitare al “IV A” o peggio ancora al “III B”. Mi rifiuto di chiedere o cercare chiarimenti su cosa diavolo mai significhino tutte queste lettere e numeri, ma una benintenzionata ed alquanto improvvida signora che accompagna il marito in terapia, e che è più agitata e spaventata di lui, si affretta a precisarmi che lo stadio IV A contempla una probabilità di sopravvivenza dopo cinque anni pari circa al 15%. Comincio a capire perché, fin dalla scuola elementare, ho sempre odiato cordialmente i numeri. Ennesimi prelievi e controlli. Mi sento quasi un puntaspilli. Meno male che ero donatore Avis e che gli aghi non mi fanno paura. Forse stanno riconsiderando, in termini moderni, le teorie medievali sul salasso come metodo di cura.
Poi, finalmente, l’esame.
Dopo la somministrazione via endovena, noi pazienti veniamo accuratamente isolati in una “camera calda” per circa un’ora, poi ci prelevano e ci portano a destinazione: un macchinario sul tipo di quello della risonanza magnetica. Come una sorta di sonda Pioneer che “percorre” tutta la superficie corporea alla ricerca degli avamposti nemici. Tanto per restare in tema fantascientifico, il personale che assiste alla procedura è vestito praticamente da astronauta, il che non appare incoraggiante.

Terminato l’esame, ci raccomandano vivamente di stare lontano da bambini e donne in gravidanza per circa dodici ore. Questo è un problema: io insegno al serale dove studenti e studentesse sono adulti, potrebbe esserci tra di loro qualche signora in attesa, e che magari non sa nemmeno ancora di esserlo. (Nota di Claudio LXXXI: oggi come oggi questo problema si verificherebbe anche in una scuola liceale!) Telefono a scuola: cosa fare? La preside mi consiglia di non recarmi al lavoro fino al giorno dopo. Tuttavia non possono neppure andare a casa, perché lì c’è Sissi, la mia gatta, che pesa come un neonato di poche settimane. Sono una paria. Vado in Facoltà, spiego la situazione al direttore e gli chiedo il permesso di andare a studiare in un’aula vuota. Le fatidiche dodici ore scadono alle 23:00, per fortuna l’università ha chiuso alle 21.30, posso tornare nel consesso sociale.

Mangio una pizza e finalmente rincaso. Mia madre è preoccupata, sia per l’esame in sé, sia per la pericolosità della sostanza utilizzata. Io, tutto sommato, sto bene, a parte la stanchezza ed un brutto mal di testa che, però, sta già diminuendo. Sissi dorme sulla poltrona: la prendo in braccio, la sollevo in alto ululando “Gatto denuclearizzato!!”. Mia madre mi guarda come se il tumore me lo avessero diagnosticato al cervello, ma se non altro le strappo un sorriso.

 (continua)


L’alieno / 5

Continuo ad ospitare la storia della mia amica Sissi2002.

 – 5 –

 Ho deciso di adottare delle strategie di comportamento tutte mie. Innanzitutto non me lo sogno nemmeno di andare a rovistare su Internet alla ricerca di notizie inerenti alla mia malattia, alle percentuali di guarigione e di decesso, alle terapie più o meno miracolose come quella basata sull’aloe vera o sugli intrugli di erbe elaborati da un dottore messicano dal cognome impronunciabile.  Ho parlato con i famigliari più stretti e con gli amici più importanti, cercando di “attutire” il colpo mostrandomi, io per prima, molto serena e tranquilla.
Il bello è che non sto fingendo per evitare ai miei cari un dispiacere in più: io mi sento in effetti molto calma. Prima o poi dovrò pur chiedermi da dove mai arriva questa serenità di spirito: per adesso mi limito a stare in guardia perché temo che, prima o poi, e magari proprio nel momento meno opportuno, ci sarà la crisi, crollerà l’argine.
La mia è davvero serenità, oppure la mia mente sta deliberatamente aggirando l’ostacolo, sta rifiutandosi di accettare la realtà, sta tentando di rimuoverla?

La risposta arriva non molti giorni dopo. Il TG dell’ora di pranzo dà in apertura la notizia della morte improvvisa di Lucio Dalla. A parte il forte dispiacere per la scomparsa di un artista che ammiravo molto, mi colpiscono in modo particolare le parole di una collega a scuola (la quale ignora la mia situazione). Parlando di Dalla e della sua scomparsa prematura e del tutto inaspettata, lei commenta: “Se non altro, povero Lucio, non ha sofferto, non ha dovuto combattere magari per molto tempo contro la malattia”.
Eh, no.
Mi rendo conto improvvisamente che non condivido più quello che era sempre stato un mio punto di vista abbastanza fermo: meglio una morte improvvisa, meglio evitare la sofferenza; dato che prima o poi tocca a tutti, speriamo che quando toccherà a me sarà in un attimo, che non me ne renderò nemmeno conto. Lo pensavo, in perfetta buona fede, fino a ieri. Adesso non più. Adesso che il pensiero della morte non è più un concetto astratto, un qualcosa di cui si dice che prima o poi arriva per tutti, ma naturalmente augurandosi un “poi” che sia il più lontano possibile, mi rendo conto che non è vero.  Io ho sentito nettamente suonare la campanella dell’ultimo giro: c’è ancora tempo per fare ordine, per raccogliere i pensieri, per formulare dei bilanci, per “prepararsi”, come si diceva una volta.

Non so quanto mi resta. Sei mesi? Due anni, come recita burocraticamente il foglio di esenzione dal ticket per “patologia grave”? Cinque anni, se vogliamo fidarci delle statistiche? Forse di più, in caso di guarigione, o forse di meno, se domani finisco investita da un automobilista più o meno ubriaco? Comunque sia, mi è stata data l’opportunità di trascorrere un po’ di tempo nella consapevolezza che la morte non è solo un concetto teorico, un tema filosofico o la chiusura di un ciclo biologico: è una certezza assoluta, un evento del tutto individuale ed ineludibile.
Questa consapevolezza comincia col fare i conti con la mia fragilissima fede, con la mia debolezza, con quel Dio che troppo spesso mi è apparso come indifferente e lontano, quando ero solo io ad essere muta e sorda.

(continua)


L’alieno / 4

(continua da)

– 4 –

Esattamente una settimana dopo la prima visita, arriva la telefonata del Professore. Sono arrivati gli esiti del prelievo, la diagnosi è confermata. La telefonata mi raggiunge durante l’intervallo delle lezioni, in Facoltà.
Nessuno sa ancora niente, e non perché mi illudessi su un risultato diverso, quanto perché mi sembra cattivo e stupido dare una notizia che susciterà nei miei cari dolore, paura, ansia, prima del momento in cui sarò praticamente costretta a farlo. Il Professore, al telefono, è come sempre calmo, preciso ed incoraggiante. Se sono d’accordo, trasmetterà i miei dati al centro di Candiolo, da cui sarò contattata entro pochi giorni per fissare l’appuntamento per una visita. Ovviamente accetto, un po’ perché non saprei a chi altri rivolgermi, un po’ perché l’IRCC di Candiolo gode di una (meritatissima) fama positiva, ed oltretutto me lo sta raccomandando un medico nel quale ho piena fiducia.

Quel che succede poi, quel giorno, è incredibile. Se lo si leggesse in un racconto, verrebbe naturale tacciare lo scrittore di assurdità … eppure è tutto vero.
Rientro in aula, dove l’insegnante sta sorseggiando un caffè in attesa della ripresa della lezione; mi avvicino alla cattedra e prenoto, per due settimane dopo, un colloquio (sugli argomenti del quale non avevo ancora nemmeno aperto il  libro): adesso quello che conta è tenere la mente occupata. Mi complimento ironicamente con me stessa: preparare Vangeli Sinottici ed Atti, in due settimane, dovendo contemporaneamente lavorare e badare almeno superficialmente alla casa, è quasi un suicidio dal punto di vista scolastico.
Esco dall’università, vado al lavoro e faccio finta di interessarmi alle meschinità quotidiane che costituiscono la stragrande maggioranza degli argomenti di conversazione dei colleghi. Terminate le lezioni, ho circa mezz’ora di viaggio in auto per tornare a casa: a quest’ora le strade sono scarsamente affollate ed è una buona occasione per parlare con “LUI”, con il mio ospite alquanto sgradito:

Se pensavi di monopolizzare i miei pensieri e le mie emozioni, scordatelo. Se ti permettessi di diventare un’ossessione, farei solo il tuo gioco distruttivo. Non se ne parla. Adesso devo occuparmi dei miei studenti e preparare l’esame:
tu non sei, e non sarai mai, al primo posto nella mia esistenza”.

 Quindici giorni dopo, sostengo il colloquio ed ottengo un bel 28. In teoria, dovrei sentirmi delusa: sul libretto ho una collezione (per ora molto corta) di 29 e 30. L’elenco è breve perché non mi interessa tanto laurearmi, quanto capire ed assimilare veramente quello che studio, per cui sto centellinando gli impegni. Ma, se è vero che “gli esami non finiscono mai”, quel colloquio resterà per sempre il più bell’esame della mia vita, universitaria e non.

(continua)


L’alieno / 3

(continua da)

  – 3 –

 Ho visto un libro in una vetrina, non l’ho comprato, ma mi ha incuriosito il titolo: “La felicità è un muscolo volontario”.
Beh, andiamoci piano. “Felicità” credo che sia un qualcosa che, per essere raggiunto, necessita di uno stato di soddisfacimento totale: salute, tranquillità economica, stabilità degli affetti, buone relazioni sociali … E forse, neanche questo basta: se ci si alza alle sei del mattino per volare alle Seychelles è un conto, ma quando la sveglia suona per l’inizio di una giornata di lavoro, l’umore forse è del tutto diverso. Invidiamo chi può permettersi il lusso di poltrire, dimenticandoci troppo facilmente che tanti disoccupati vorrebbero essere al nostro posto.
Siamo diventati tutti, più o meno, incontentabili. Un paio di generazioni fa si aspirava alla tranquillità economica, alla salute fisica, all’armonia della famiglia. Oggi pretendiamo il superfluo, e lo consideriamo un diritto. Tutto è diventato usa-e-getta: dagli oggetti agli affetti; senza contare, poi, che ci illudiamo solo che acquistare l’ultimo modello di auto o di telefonino ci renda felici: nel giro di poche ore o di pochi giorni, l’insoddisfazione si ripresenta. Lo stesso dicasi per i rapporti umani ed interpersonali: conta la quantità dei contatti, non la loro qualità. Confondiamo la salute con il benessere, ed in tutti e tre questi ambiti della vita quotidiana ci condanniamo da soli ad una perenne irrequietudine e delusione.

Eppure, forse, basterebbe poco. Il mio ex preside, ricordando il corso di formazione che dovette frequentare al suo primo anno come dirigente, narrava volentieri di quello che un alto funzionario del ministero raccomandò a tutti quei giovani presidi esordienti. “Ricordate – disse loro – che dovrete prendere delle decisioni inerenti a situazioni che la normativa non contempla, perché non si può mai prevedere tutto. Avrete due possibilità: o riterrete che ‘tutto quello che non è espressamente consentito si deve considerare vietato’, ed allora sarete dei pessimi dirigenti; oppure adotterete il principio secondo il quale ‘tutto quello che non è espressamente vietato si deve considerare consentito’, ed allora diventerete dei buoni presidi”.
Che c’entra? Parecchio. Nella vita, se continuiamo a guardare solo a quelli che sono più “fortunati” di noi, ci condanniamo da soli ad una perenne amarezza. A lavora meno di me e guadagna di più, B ha un marito / una moglie che l’adora, C possiede una salute di ferro, D ha vinto al gioco, E  ha fatto carriera, F ha un sacco di amici, G ha un fisico invidiabile … e via dicendo. Se invece saremo tanto intelligenti da guardare a chi ha meno di noi, spesso ha molto di meno, da un lato ci sentiremo forse invogliati a fare qualcosa per loro, e dall’altro guadagneremo parecchio in tranquillità ed appagamento. Magari ci verrà voglia di ringraziare Dio o il Caso per quello che possediamo.
Forse non è vero che la felicità è un muscolo volontario, ma certamente lo sono l’armonia e la serenità.

 (continua)


L’alieno / 1 + 2

Oggi ho un’ospite gradita, Sissi2002, che scrive il post in vece mia. Ne scriverà altri in futuro (spero).
Anche lei ha un ospite, molto meno gradito.
Leggetela.

 

– 1 –

 Ringrazio di cuore Claudio per l’ospitalità. È che, da un po’ di tempo, c’è un versetto del Vangelo che mi risuona nella testa: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”.
Tutti abbiamo qualcosa da dare, perché tutti abbiamo ricevuto. La vita, innanzitutto; poi il momento storico ed il luogo geografico di nascita, che fa di noi italiani dei privilegiati, anche – non ho paura di affermarlo – in questo momento di precarietà e di crisi economica. Se pensiamo ai Paesi più poveri, od anche soltanto alle condizioni di vita dei nostri bisnonni, non possiamo non riconoscerlo.
Sono un’amica di Claudio (per la verità, per ragioni anagrafiche amo definirmi la sua “zia” adottiva); nata alla vigilia del boom economico degli anni ’60. Ho un diploma di scuola media superiore, insegno in una scuola media superiore statale serale; vivo nei dintorni di Torino. Grazie all’aiuto della mia famiglia posseggo un piccolo appartamento dove abito; il mio stipendio è di quelli che non permette di vivere nel lusso, ma se non si hanno tanti grilli per la testa consente di tirare avanti dignitosamente e serenamente. Il mio nickname, Sissi, viene dal nome della mia amatissima gatta e dal suo anno di nascita.
Qualche tempo fa ho deciso di riprendere gli studi e mi sono iscritta alla facoltà di Teologia: oserei dire “per hobby”. È quello che, con calcolata leggerezza, ripeto a chi si meraviglia di una matricola (ultra)cinquantenne; ma le cose non stanno del tutto così: volevo e voglio farmi una ragione della mia fede, perché ritengo che la fede non sia “razionale” (non posso dimostrare scientificamente né l’esistenza di Dio, né la sua non-esistenza), ma sia “ragionevole”, cioè non nemica a priori della ragione.
Al momento, la strada è ancora lunga, perché per diversi motivi il ritmo con cui seguo i corsi e sostengo gli esami è piuttosto lento. Ma fin dalle prime lezioni, quel “gratuitamente ….” ha cominciato a risuonarmi da qualche parte nella mente. Poi, come sempre succede, i buoni propositi espressi all’indicativo futuro si sono trasformati in tanti condizionali: farò, scriverò, dirò, … potrei … vorrei …

Un anno fa è successo qualcosa che ha impresso alla mia vita una svolta decisiva: mi hanno diagnosticato un cancro. Ed ho deciso, Claudio permettendo, di parlare di questo. Certo, sempre col consenso di Claudio, pubblicherò volentieri gli appunti delle lezioni: so che fra i suoi lettori ci sono molti credenti che magari gradirebbero qualche approfondimento biblico: io per prima mi sono sorpresa della bellezza e della ricchezza di alcuni brani, e dire che per ora facciamo soltanto critica testuale, non siamo ancora arrivati alla “teologia” vera e propria. Ma oggi, quel “gratuitamente”, non lo sento più come un invito a condividere i frutti delle mie fatiche universitarie: o almeno non solo. È diventato il desiderio, quasi il bisogno, di offrire fiducia e speranza – ma soprattutto serenità – a chiunque si trovi ad affrontare la malattia, la sofferenza, e quella sottile e spesso negata paura della morte: un pensiero che tutti noi accantoniamo, respingiamo, pur sapendo che essa è ineludibile; poi alle volte succede qualcosa che, quel pensiero, te lo rende forzatamente presente, costante, persistente. E ci devi fare i conti tutti i giorni.

 – 2 –

Se non fosse che il bar davanti alla mia scuola è frequentato assiduamente da colleghi e studenti, questa sera andrei a bermi una coppa di spumante. Ma sono astemia, il vino proprio non mi piace, per cui mi sa che festeggerò con una bella cioccolata calda, alla faccia del mio dietologo. È passato un anno esatto da quel giorno dell’inverno 2012.
Torino era sotto una nevicata gelida, di quelle che maledici l’inverno quando si presentano, perché viene giù una neve asciutta e pesante che “attacca”, non si scioglie e si prepara entusiasticamente a regalare a tutti una bella gelata notturna. Il che significa che poi, per parecchi giorni, avremmo fatto i conti con l’auto che slitta e con l’elevata probabilità di rompersi qualche osso sui marciapiedi ghiacciati.
Erano circa le 19 di sera. Da scuola allo studio medico ci sono poco più di due chilometri, ma con questo tempo ero partita in anticipo, non sapendo che strada avrei trovato e dove avrei potuto parcheggiare. Tornavo dopo molti anni nello studio di un anziano ginecologo molto noto in città, non solo per la grande competenza, ma soprattutto per la profonda umanità. C’erano quei  disturbi che da un paio di mesi non mi abbandonavano: il medico di famiglia aveva pensato ad una cistite, ma gli antibiotici non avevano fatto effetto e la cosa non mi convinceva neanche un po’.
Ogni donna sa che una visita ginecologica, fastidiosa ed imbarazzante finché si vuole, di regola non è però dolorosa. Invece questa assomiglia molto da vicino ad una tortura: fortunatamente è breve. Dopo, il Professore è come sempre molto chiaro nelle sue spiegazioni, sintetico, preciso. Ha prelevato dei campioni – dice – per le necessarie analisi, ma la sua diagnosi è praticamente certa: tumore maligno della cervice uterina, che ha già invaso i tessuti circostanti e quindi non è operabile.
Ho letto da qualche parte che il nostro corpo è in grado di produrre un anestetico naturale. Qualche minuto prima, durante la visita, ero certa che fosse l’ennesima bufala. Adesso, quasi quasi ci credo: la notizia mi lascia di ghiaccio, forse per analogia con il finimondo di neve che si sta scatenando fuori. Il medico diventa incoraggiante, e so che posso credergli perché non è la persona che dà false illusioni o che indora le pillole. Si ricorda di me, afferma, e soprattutto ricorda che mi sono sempre presentata in studio da sola: mai accompagnata da mia madre, dal mio compagno o da un’amica. Per cui ritiene di avere di fronte una persona “forte” (scambiando la mia apparente impassibilità per coraggio). La diagnosi non è benevola, ma la situazione generale di salute è buona, oggi le cure sono molto avanzate, e quindi non bisogna disperare. Ci vorrà una settimana perché arrivino i risultati delle analisi sui prelievi, dopo di che, se sono d’accordo, mi indirizzerà al centro specializzato di Candiolo per avviare una terapia.
Esco, risalgo in auto, avvio il motore e rimango ferma a pensare. Io non sono una persona coraggiosa: per terrorizzarmi basta un ragnetto, od anche solo la prospettiva di una visita dal dentista. Eppure non mi sento spaventata, e nemmeno disperata. Adesso il primo pensiero è a chi dovrò dirlo, e come dirlo. Il secondo è per lui, per questo “alieno”, come lo chiamava la Fallaci, che ha messo radici dentro di me e si prepara a rendermi l’esistenza difficile. Ciao, Bastardo – gli dico. Sei vivo, sei parte di me, e questo significa che in qualche modo puoi sentirmi. Bene, lo so che sei forte, non ti sottovaluto, ma sei anche stupido: sei un parassita che vuole uccidere l’organismo che lo ospita, e non capisce che in questo modo morirà anche lui. E allora ti dico: preparati, perché non ti renderò la vita facile.
Non mi illudo, alla fine vincerai tu.
Ma per adesso, ogni giorno che passa, sono io che vinco.

(continua)